Recensioni

TAPUM – Leo Ortolani, l’Ortigara, la guerra e la morte

O vecchio alpin.
Vecchio alpin dell’Ortigara
ti ricordi queste rocce
questi sassi, queste fosse
questa valle senza fior.
Ortigara, Ortigara
monte santo dell’alpino
la tua croce invoca al cielo
solo pace, sol pietà.

Leo Ortolani viene spesso citato come autore umoristico, ironico, che attinge anche alla frustrazione dell’animo umano per cogliere aspetti tragicomici e per creare personaggi che incarnano una forma di cattiveria (vedasi Giuda in Venerdì 12 o Arcibaldo in Rat-Man).

Anche in fumetti più “seri”, come quelli di taglio scientifico di cui abbiamo anche parlato su queste pagine, c’è sempre un personaggio ironico e uno da prendere in giro.

In questo 2025 appena concluso, Ortolani ha tirato fuori dal cilindro un’opera che lascia il segno. Coraggiosa e con pochi fronzoli, anche se a volte trova dei momenti di alleggerimento.

In un anno in cui venti di guerra continuano a soffiare senza sosta, anzi, sembrano farlo con sempre maggiore intensità, Ortolani crea un’opera per raccontare la terribile esperienza della guerra di trincea, la stupidità e l’inettitudine di chi comanda, pagata da chi è carne da cannone (o, peggio ancora, da reticolato): TAPUM.

Già nei libri a sfondo scientifico Ortolani si era documentato in modo estremamente preciso, complici anche i suoi studi da geologo, e anche qui dimostra una attenzione altissima alla storia e alla realtà della guerra, spogliata di ogni retorica, attingendo non solo ai film e alle pubblicazioni che si trovano in libreria (Rigoni Stern, Lussu, Pennacchi, il cui ruolo nella genesi di TAPUM è raccontato nella postfazione dall’autore stesso), ma anche dalle fonti storiche e dalle opere degli artisti presenti al fronte.

Ha studiato anche le reali posizioni dei soldati sul terreno, anche qui da buon geologo, per riportare al meglio panorami ed effetti dei colpi di artiglieria.

La postfazione spiega benissimo l’origine dell’opera.

Però Ortolani ci mette del suo, con lo stile, la capacità narrativa, e quella di identificare le persone con pochissime pennellate che sono il suo talento. Le persone citate sono miste, alcune sono realmente esistite, come il Generale Montuori, altre inventate, così come la cronaca, che si mescola con il sogno e con gli intermezzi di fantasia, come spesso accaduto con Rat-Man e altre opere.

Stavolta quello che colpisce è il modo esplicito e diretto con cui la morte, anzi la Morte compare nel volume, e non solo come figura, ma anche con tutti i suoi effetti.

Una Morte che ricorre continuamente, diventa protagonista assoluta, insieme a Vincenzo Mariani, l’alpino che, al solito, è l’alter ego di Ortolani nel suo fumetto, e al Capitano Dolon, il porto sicuro, l’ufficiale che canta con i suoi uomini e prova a difenderli.

Dolon incarna anche il modo alpino di raccontare le cose, attraverso il canto.

La Morte incontra Mariani incontra più volte, e alla fine lo porterà via, per darlo in pasto alla Patria, e ai suoi generali, come è successo già per tanti suoi fratelli.

La storia non racconta l’eroismo. Racconta l’idiozia dei generali, la posizione senza scampo di chi deve per forza avanzare e se arretra viene ucciso da quello che oggi chiameremmo fuoco amico.

Racconta lo spirito di corpo e l’umanità di chi con i soldati ci trascorre quelli che, per molti di loro, saranno gli ultimi giorni, condividendo il fuoco, il fango, il sangue e qualche risata, sulle note delle canzoni nate proprio lì in mezzo alle trincee.

La Morte non è solo un personaggio del fumetto, è direi lo sfondo di tutto il paesaggio, che con frequenza preoccupante diventa anche protagonista, anche senza mostrarsi direttamente. Basta vedere i suoi effetti e i più efferati modi che gli uomini riescono a trovare per donarsela a vicenda.

Gli italiani sembrano essere i buoni e gli austriaci i cattivi. Non ci sono buoni e cattivi in guerra, però, ci siamo noi e loro. I sentimenti sono gli stessi, con un afflato flebile di patriottismo in più quando “si vince”: allora i sacrifici sembrano essere più sopportabili.

La differenza invece è solo nella disponibilità di mezzi e nelle invenzioni belliche, nell’intelligenza di chi manovra le truppe, nella buona fortuna (!) degli esiti degli scontri.

A differenza delle altre opere di Ortolani, qui non si sorride mai davvero. Se si sorride, è di un sorriso amaro, di una ironia a volte anche un po’ pesante. Ma non per colpa dell’autore. Ci sono cose che non possono essere rese diversamente.

Se si sorride, lo si fa sempre con una lacrima che gonfia gli occhi. Perché non se ne può fare a meno.

Certo, ci sarà un po’ di retorica antibellica e, in questo momento in cui il nostro Paese sembra scivolare verso i valori (?) che hanno governato l’inizio del secolo scorso, anche un po’ di voglia di parlare di un patriottismo becero e che mette le persone in secondo o forse ultimo piano. Evidenziando la stupidità di chi di questo patriottismo si riempie la bocca, lasciando ad altri, di solito ai più poveri e miserabili, il compito di metterlo in pratica.

Ma c’è tanta realtà storica, tanta documentazione, tanta umanità.

Se le cose fossero andate militarmente in modo diverso, l’avremmo interpretata diversamente? Può darsi.

Ma non cambia l’umanità ferita, i “valori” che hanno portato a quelle carneficine, che ora si riaffacciano con veemenza.

È una storia di cento otto anni fa che, adesso come non mai, se non si impara, si è destinati a ripetere. Con altri mezzi, con altre armi, ma allo stesso modo.

Dal punto di vista della sceneggiatura e della grafica, è l’Ortolani che conosciamo. Efficace e cinico. Le vignette sono tutte sbordate, perché si racconta un ricordo, che è un po’ di Dolon, un po’ di Mariani, ma è un ricordo della nostra coscienza comune.

C’è un grande uso di splash page per rendere meglio i paesaggi martoriati e le distese di cadaveri. Per fare spazio alla guerra e alle sue vittime.

Un lavoro lungo, ricco di spunti, che va digerito piano piano, perché la sua umanità colpisce come un maglio.

Per ricordare tutti i caduti di tutte le guerre, che finiscono tutti allo stesso modo. In un ricordo comune spesso reso accettabile solo per colpa di troppa retorica.

Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontar;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum
Quando poi ti discendi al piano

battaglione non hai più solda’;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum

TAPUM era stato segnalato da DF come uno dei migliori fumetti del 2025 sul nostro profilo Instagram.


Titolo: TAPUM
Testo e disegni:
Leo Ortolani
Editore:
 Feltrinelli
Data di pubblicazione: 28 ottobre 2025
Lunghezza: 240 pagine
Dimensioni: 20,4 × 29,6 cm
Volume: cartonato, scala di grigi
Colori di copertina: Lorenzo Ortolani
ISBN: 978-88-0755196-3

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Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

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