The sound of Miles Davis. Celebrando il centenario
Miles Davis nacque nel 1926 «a 1300 chilometri e 4 mesi di distanza da John Coltrane», come dice un mio amico jazzista e a Coltrane, l’autore di questo The sound of Miles Davis, Paolo Parisi ha già dedicato una biografia a fumetti, sempre con Coconino.
Paolo Parisi è un esperto autore di biografie a fumetti dedicate a tanti artisti, mantenendo in ognuna uno stile interessante e personale. La sua penna e i suoi colori hanno descritto Keith Haring, Basquiat, Billy Holiday.
Tutti artisti che hanno segnato la loro epoca e in generale la società del secolo scorso.
Parisi dimostra così una bella attenzione per l’arte a tutto tondo, non a caso è uno dei protagonisti di Fumetti nei Musei, iniziativa per cui ha curato anche qualche esposizione.
Sicuramente poi, manifesta una notevole attenzione per la musica, avendo disegnato anche numerose copertine di dischi.
In occasione del centenario della nascita, dedica a Miles Davis questa abbondante biografia. Non è la prima biografia di Davis a fumetti pubblicata in Italia, come abbiamo visto sulla nostra pagina Instagram, ma in questo caso si tratta di una nuova uscita, per la quale è stato scomodato nientemeno che Paolo Fresu, ovviamente cultore di Miles, a cui ha dedicato una serie di podcast disponibili su RaiPlaySound, e che qui ha scritto una ricca postfazione.
Davis è stato un personaggio complicato. Nato da una famiglia benestante (al contrario del suo coetaneo e collega Coltrane), ha fatto di tutto per rovinarsi la vita, mettendo insieme il suo genio di artista con un carattere complicato. Non solo litigava con tutti, ha picchiato le sue donne, ma è anche andato vicino all’autodistruzione per gli eccessi di cui è stato protagonista.

Parisi mette insieme tutte queste cose, o almeno tutte quelle che riesce a far stare in oltre duecento pagine disegnate, perché Miles è stato un personaggio con mille sfaccettature, personali ma anche musicali. E talvolta i disegni e i colori di Parisi sembrano trasudare la musica, e cambiano a seconda dei diversi periodi della vita del grande musicista.
Il libro è infatti diviso in quattro capitoli, anche se forse gli ultimi due li possiamo considerare insieme. Ciascuno di essi rappresenta un periodo preciso, e Parisi trova nella discografia di Davis anche i titoli da assegnare, proprio a sottolineare come la musica e la vita siano stati sovrapponibili.
Il primo capitolo in un bianco e nero rigorosissimo, è Birth of the Cool, come il disco del 1957, ma soprattutto perché ripercorre le tappe iniziali, la nascita dell’uomo, del musicista e del mito: da St Louis e i problemi con il KKK, alla formazione newyorkese alla Jilliard e agli esordi con Charlie Bird Parker.
Lo stile è asciutto, ma la storia è già un affastellarsi di eventi, cambiamenti, relazioni, dipendenze. I cambi di scena sono continui, a volte per raccontare un episodio basta una sola tavola, poi si passa ad altro. Il capitolo si chiude con la collaborazione con Louis Malle per Ascenseur pour l’echafaud.
Per Miles arriva un periodo difficile e triste, per cui lo sfondo del secondo capitolo diventa una specie di blu (kind of blue, appunto: sono gli anni tra il 1955 e il 1960 (il disco Kind of blue è del 1959). È il periodo dell’esplosione degli LP, per Miles è il periodo dell’esplosione come musicista di riferimento di tutto il movimento jazz, ma anche delle peggiori dipendenze, del grande amore con Frances Elisabeth Taylor.
Sulla carta, qualche sfumatura di colore in più: si aggiungono più di una tonalità di colore, ma mai acceso o luminoso. La struttura delle gabbie e delle vignette non cambia: sono senza bordi, limitate dallo sfondo blu, con qualche concessione in più a gabbie meno ordinate, soprattutto quando lo stato mentale di Miles è alterato.
Anche se nella parte finale si dà alla boxe, Miles sembra continuare a spiraleggiare sempre più verso il basso.
La parte più colorata è la parte centrale, con colori quasi psichedelici (che peraltro Parisi aveva usato anche nelle altre sue biografie, un mix di giallo, magenta, ciano e viola). I colori infatti sono al limite del fosforescente, proprio come i neon. E non necessariamente seguono i contorni delle figure: sottolineano le ombreggiature, fanno da confini per le vignette, completano i disegni. Ma altre volte si intersecano in un vero e proprio incrocio psichedelico, senza confini precisi. Come se in tutte le scene ci fossero tubi al neon nei quattro colori che intersecano i loro fasci di luce, illuminando le scene disegnate nelle vignette.
Come se tutti noi fossimo in uno stato alterato, come tutti negli anni ’70 del secolo scorso, che sono quelli raccontati in questa parte del libro. Con tanti artisti e collaboratori di Davis, che in effetti hanno vissuto appieno il periodo dell’alterazione chimica, non necessariamente facendone uso. Ma sono stati quelli che hanno segnato musicalmente tutto il decennio: Herbie Hancock, Chick Corea, Mike Holland, John Mc Laughlin, Joe Zawinul. Con lo stesso Davis hanno portato avanti proprio in quel periodo il concetto di fusion, che i colori del fumetto rappresentano in modo diretto.
Pur non cambiando sostanzialmente la gabbia il ritmo accelera e viene talvolta messo in pausa da splash page in cui, a tutta pagina, vengono ritratti i protagonisti del periodo, ma sempre con colorazioni artificiali.
Questo capitolo prende il nome da Bitches Brew, gioco di parole da Witches brew, ovvero un intruglio da strega, dove le streghe sono sostituite da bitches, che è sia una parola offensiva ma anche un modo gergale per indicare i bravi musicisti e delle cose particolarmente belle. Quindi, proprio come la musica fusion, quel periodo è stato un miscuglio di ottima musica e di ottimi musicisti. Proprio come il miscuglio di colori che dà origine a questo capitolo del libro.
Nella parte finale, il viraggio diventa seppia, piatto e senza ombre. Il ritmo rallenta, e si lascia spazio alla riflessione. Miles stesso ripensa alla sua vita, concludendo proprio con la domanda al suo biografo Quincy Troupe “da dove vogliamo cominciare?”. Anche il lettore è invitato a pensare a quanti Miles Davis abbia incontrato in tutto il libro.
Un colore che ricorda anche il colore della pelle di Miles e della gran parte dei musicisti che hanno incrociato il suo cammino. Un colore che rappresenta l’America degli anni ’80 in cui lo spazio dell’arte e del colore si riduce, in un paese caratterizzato dal reaganismo e da un grigiore sociale di fondo, in cui l’innovazione artistica è stata un po’ spinta in un angolo dall’economia.

Un percorso biografico e grafico molto lungo e completo, che mette insieme tante fonti e presenta una figura complessa e sfaccettata con soluzioni grafiche molto interessanti. Una omogeneità di fondo con il bianco e nero, lo stile di disegno e lo schema delle tavole sono riconoscibili, mentre i colori aiutano a distinguere i diversi periodi della vita e del suono di Miles Davis, proprio come dice il titolo.
Chiude il libro, insieme alla postfazione di Fresu, una ricchissima biblio-disco-videografia, con alcune tra le innumerevoli fonti che ci parlano di questo astista.
Titolo: The sound of Miles Davis
Autore: Paolo Parisi
Collana: Coconino Cult
Dimensioni: 224 pagine, 17 x 24 cm
Volume: brossurato, a colori
Prezzo di copertina: €22
ISBN 9788876188626
Data di uscita: 22 maggio 2026
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