Storia dei fumetti nel XXI secolo – I manga in classifica: stupore e tremori di un fenomeno letterario

A venti anni dall’inizio del nuovo millennio è ormai possibile tracciare una prima retrospettiva sull’attuale situazione dei fumetti alla luce dei molti cambiamenti recentemente avvenuti: i cinecomic, Internet, la digital art, il mutamento del mercato e molti altri fattori che hanno rivoluzionato la fruizione dei fumetti e di conseguenza anche il loro ruolo artistico, culturale e commerciale.

In questo primo articolo: negli anni i fumetti sono stati distribuiti principalmente nelle edicole, poi nelle fumetterie e ora nelle librerie, dove per la prima volta si scontrano con i grandi numeri del mercato librario tradizionale… vincendo.


Nonostante l’Italia sia o comunque sia stata per decenni il principale mercato straniero al mondo per i prodotti culturali giapponesi e fra le primissime nazioni a riconoscerne il valore artistico, al punto che le generazioni di coetanei in Italia e in Giappone sono cresciute quasi con le stesse opere e quasi in contemporanea, i manga hanno sempre subito uno stigma imparagonabile a qualunque altra forma d’arte e, anche all’interno del mondo dei fumetti, a quelli di qualunque altra provenienza.

Per decenni, nel mondo del fumetto ci sono stati due emisferi. Da una parte Andrea Pazienza e Milo Manara che disegnano le locandine per i film di Federico Fellini, Philippe Daverio che cura l’edizione italiana integrale de Le avventure di Tintin, Hugo Pratt che collabora con Paolo Conte: un certo fumetto giustamente assurto ad arte riconosciuta e riconoscibile, affrancata dalla propria dimensione narrativa ed elevata al rango di opera musealizzabile. Dall’altro lato “i giornaletti”: certamente un problema che non riguardava soltanto i manga, ma che per quest’ultimi è stato veramente strutturale, perché non solo erano fumetti e quindi già di per sé difficilmente considerati arte, ma erano pure seriali come i romanzetti o i fotoromanzi, e peggio ancora, venivano dal Giappone, quel paese lontano lontano e strano strano. Strano come le geisha, strano come i Pizzicato Five, strano come i cartoni animati violenti o che fanno diventare gay, strano come i libri che si leggono al contrario. Tutto strano.

Dai tardi anni ’80 a oggi ci sono voluti quasi quarant’anni e una continua cura e acculturazione del pubblico sulle periodizzazioni, le scuole, gli stili, i maestri, i metodi di distribuzione e quant’altro, ma negli ultimi anni il fumetto giapponese sembrava finalmente essere uscito dal purgatorio dove aveva dovuto scontare decenni di penitenza per venire finalmente accettato nel paradiso delle librerie, delle fiere, delle mostre nei grandi musei, delle copertine delle riviste. Del riconoscimento come arte. Dell’accettazione sociale, finalmente.

Accettazione non solo sociale, ma persino commerciale data dall’ingresso dei manga nella classifica dei prodotti editoriali più venduti nelle librerie generaliste compilata dall’agenzia di ricerche di mercato GfK, che da qualche mese vede spesso i manga nelle prime posizioni grazie al maggior spazio dato loro sia dalle grandi catene sia dai punti vendita indipendenti.

Un trionfo, insomma. Finalmente i manga non sono più “strani”!

Fotografie di scaffali di manga alla libreria laFeltrinelli di Via Appia Nuova a Roma.
Scaffali di manga in una libreria laFeltrinelli in Italia.

E invece no. L’ingresso dei fumetti giapponesi in classifica sembra aver scosso il mondo culturale italiano come uno tsunami inaspettato. La situazione sembra ancora poco chiara alla stampa non specializzata, dato che accanto ad articoli documentati e ricchi di fonti dirette presso gli addetti ai lavori se ne trovano altri che presentano imprecisioni e preconcetti che si credevano superati da anni.

Al di là dei singoli articoli, comunque, quello che stupisce è lo stupore generalizzato per la presenza di fumetti giapponesi in classifica, come se fosse una cosa assurda e scientificamente impossibile, al punto da dover chiedere lumi ad altre figure, da dover trovare giustificazioni (che portano naturalmente a #ceancheunpodItalia) e dall’evitare a ogni costo la spiegazione più semplice: quei fumetti sono belli e piacciono ai lettori.

Eppure il fenomeno era molto ben noto, sia empiricamente ai lettori che da decenni affollano fumetterie e fiere, sia ai ricercatori che si occupano di editoria a fumetti con rigore scientifico. Nel suo dettagliatissimo saggio del 2020 Alcuni dati sull’andamento dell’editoria fumettistica in Italia tra graphic novel e fumetto seriale pubblicato sulla rivista Simultanea, Sara Dallavalle scrive:

[Comparando i dati] ci si rende conto che il formato graphic novel, che la visibilità mediatica tende a rendere sineddoche dell’intero settore, non è che una minima parte del catalogo disponibile di fumetti. Ben più numerosi risultano essere i comics americani e il manga: entrambi si presentano sotto forma di libro (spesso brossurato e con un prezzo inferiore ai 4 euro), ma fanno parte di saghe la cui complessa continuity li rende accessibili solo ad un pubblico di affezionati. Tuttavia, non può sorprendere che la percezione dell’opinione pubblica risulti in qualche modo distorta. Le librerie fisiche, infatti, non ripropongono che una minima parte delle pubblicazioni dei vari marchi, non per forza in proporzione al loro catalogo ma piuttosto alla capacità di attrarre di lettori casuali e di avere un impatto mediatico: lo scaffale dedicato ai fumetti è generalmente dominato dalle case editrici che pubblicano graphic novel o che sono legate a casi editoriali (per es. BAO per Zerocalcare).

Eccolo qua, scritto nero su bianco.

Fotografie di scaffali di manga alla libreria Kinokinuya del centro commerciale Every a Okayama.
Scaffali di manga in una libreria Kinokuniya in Giappone.

Il fumetto, tutto il fumetto, è arte.

Eppure, a fianco di tante realtà italiane che si propongono di diffondere la cultura del fumetto, convivono altrettante voci che lo squalificano (o almeno, squalificano quello giapponese) come mera merce consumistica, considerando come suo unico valore quello del numero delle copie vendute e tralasciando il suo contenuto. Forse è solo una situazione temporanea: in altri Paesi come Francia e Giappone, che storicamente possiedono una differente sensibilità verso i fumetti, il manga è già trattato giustamente come letteratura, indipendentemente dal suo formato editoriale o serialità o dagli opinabili termini-cuscinetto come graphic novel. Magari anche per l’Italia è solo questione di tempo.

Dimensione Fumetto si è interrogata sul ruolo dei manga nella società italiana contemporanea e ha chiesto il parere di alcuni esperti nel campo che potessero raccontare la loro attuale situazione editoriale.

L’autore desidera ringraziare gli ospiti che hanno gentilmente partecipato a questo articolo. I seguenti contributi sono in rigoroso ordine alfabetico per ospite.


Dettaglio dall'llustrazione "Kids Reading Comics" di Norman Rockwell.

Il primo ospite è Lorenzo Barberis. Insegnante alle scuole superiori, scrive di fumetto e cultura esoterica su L’Unione Monregalese, N3rdcore e Lo Spazio Bianco oltre che sul suo blog personale. Ha pubblicato il saggio I misteri di Mondovì, collaborato al progetto cuNeo gotico (2013-2016), curato l’antologia letteraria Don’t Kick Me Out (2016), e contributo ai saggi antologici Ars Regia (2019), Soldatini di carta (ComicOut, 2020) e Miti Pop (Ultra, 2021).

Quando le nuvolette scalano l’Olimpo della cultura

di Lorenzo Barberis

Di recente si è osservato da più parti l’ingresso sempre più frequente dei fumetti nelle classifiche di vendita dei libri, e in particolare in quelle di narrativa straniera. Il trend è confermato da Robinson de la Repubblica dello scorso 17 aprile: My Hero Academia di Kōhei Horikoshi edito da Star Comics occupa i posti 6, 7 e 9 nella letteratura straniera con i volumi 1, 2 e 27, mentre The Promised Neverland di Kaiu Shirai & Posuka Demizu è alla posizione 8 per la collana J-Pop di Edizioni BD.

In questi casi mi pare che tornino sempre utili le classiche categorie dello studio della cultura di massa introdotte nel dibattito culturale italiano da Umberto Eco proprio parlando di fumetti nel suo Apocalittici e integrati (1964), citando MacDonald (il critico Dwight, autore di Masscult e Midcult del 1960, ovviamente, niente a che fare con gli hamburger). Molti libri che ora vanno per la maggiore potrebbero essere etichettati come middlebrow, termine con cui si evidenzia un prodotto che è pura industria culturale, ma si presenta come cultura alta (highbrow, letteramente “fronte alta”, per lo spazioso cranio in grado di accogliere adeguatamente il cervello dei suoi lettori). Invece, i manga citati sono piuttosto orgoglisamente lowbrow (non credo serva specificare che i termini sono usati, fin dall’inizio, con gusto sarcastico, ovviamente), come tutto il fumetto popolare, non solo nipponico. Il che, naturalmente, non significa che non sia a volte decisamente più interessante ciò che viene dalla cultura pop rispetto a una certa estenuata velleità ombelicale che pare aver pervaso la cultura alta, ad esempio in un certo narcisistico dilagare dell’autofiction sempre più pervasiva.

My Hero Academia, ad esempio, pur essendo un prodotto per ragazzi, è una interessante riscrittura del mito supereroistico di stampo statunitense riletto da un punto di vista giapponese, con un mix tra un mondo popolato da supereroi e il sistema scolastico nipponico. Il focus qui è l’intrattenimento, con scontri che mettono alla prova i reciproci superpoteri dei vari duellanti (eroi contro eroi nei vari tipi di tornei, eroi contro villain quando il giuoco si fa duro). Ancor più interessante, in una tipologia per certi versi simile nel parodiare il cosmo dei super, è un prodotto come One-Punch Man, ben noto nell’ambito dei cultori del pop e del manga, che evolve tale base popolare in una riflessione paradossale sull’eroe totalmente imbattibile su scala cosmica.

Il successo di questo tipo di fumetti non è un fenomeno in assoluto nuovo: la grande “anime invasion” sulle TV italiane arrivò dal 1978, e poi negli anni ’90 giunse il grande successo dei manga quando i bambini cresciuti da Mamma TV divengono adolescenti che tornano sui loro miti d’infanzia o ne scoprono di nuovi. Certo, in questo caso il traino della serie Netflix è un elemento determinante nella popolarità dell’opera (anche se, del resto, un passaggio mediatico di rilievo in film o serie TV derivate è un fattore che ha sempre favorito in varia misura libri e fumetti originali). Un tempo questo fenomeno restava confinato in edicola e “non disturbava il manovratore” nella sua turris eburnea letteraria.

Tuttavia, è un po’ estenuante vedere come, su certi lidi, la “legittimazione dei comics” è una sfida che ricorda quella di Achille e la tartaruga nel paradosso di Zenone: sembra sempre quasi raggiunta e però è sempre messa in discussione, come mostrato in una icastica vignetta di Sienkiewicz. Un elemento che pareva risolto con il Poema a fumetti (1969) di un letterato del calibro di Dino Buzzati, con il Premio Pulitzer a Maus (1992) – opera di enorme successo, anche scolastico, in Italia, e giustamente –, con l’espediente del “graphic novel” che, diffuso qui da noi nei primi anni 2000 (il termine è ovviamente di molto precedente) ha scardinato con un grimaldello anglofono le saracinesce delle librerie, o con la candidatura di Gipi al Premio Strega nel 2014 (giustamente, molti lo hanno visto anche come un segno di debolezza del medium: attendere come salvifico un riconoscimento esterno dalla “alta letteratura”, in assenza di un premio forte, proprio), o con Zerocalcare primo in classifica (per la prima volta) con un fumetto nel 2018… ma nulla, sembra sempre mancare “l’ultimo metro”, almeno per alcuni. Aggiungiamo che ultimamente anche nella classifica generale c’è un fumetto, Lyon – Le storie del mistero sceneggiato da Davide Costa e disegnato da un’ampia squadra di autori, che con le avventure di questo youtuber ha scalato per due volte la vetta della classifica generalista (il primo volume, l’anno scorso, è risultato al sesto posto assoluto della classifica libraria italiana).

Chiaramente si tratta di categorie difficilmente comparabili, a partire dal diverso livello di prezzo. My Hero Academia costa 4 euro e 30 centesimi, The Promised Neverland 5 e 90: una fascia diversa dai romanzi con cui convivono, in una fascia tra i 14 e i 20 euro.

Molti sostengono, giustamente, la necessità per chiarezza di una classifica apposita per il fumetto. In un’era informatica come la nostra, e parlando ovviamente dal mio punto di vista di lettore curioso, sarebbe interessante piuttosto la possibilità di scorporare e ricreare innumerevoli categorie con un sistema di consultazione delle classifiche librarie online che permetta di definire i vari parametri in modo flessibile, come in ogni buona interfaccia digitale, andando a separare o unire le opere per tipologia, per provenienza, per genere e così via.

Eppure, la questione della presenza del fumetto in classifica si mescola a numerose altre che segnano il suo riconoscimento tutto sommato ancora parziale e occasionale, al di là di alcuni eventi positivi che abbiamo citato. Per citare un esempio anedottico, ma a mio avviso significativo: non vi è ancora mai stato un tema di maturità in cui si è parlato dei fumetti, mentre vi sono già stati temi su temi come le emoji e il loro uso. Su una scala più ampia, anche il fatto che non c’è ancora un chiaro riconoscimento accademico paragonabile, ad esempio, a quello del cinema, cosa che comporta anche un canone e una storia del fumetto meno condivisi, meno consolidati in quanto mai autenticamente discussi. Questo mentre ormai già altri media si affacciano sulla scena, come ad esempio il videogame, protagonista di una trasformazione epocale: il fumetto non ha quindi nemmeno più la scusa – già in passato relativamente credibile – di essere messo a margine in quanto “arte giovane”, anche perché gli studi sull’arte sequenziale hanno invece dimostrato la profondità delle sue radici.

Insomma, va benissimo operare dei distinguo e non mescolare cose troppo distanti tra loro: purché non sia semplicemente una scusa per rimuovere, per l’ennesima volta, il fumetto dal dibattito culturale.


Matteo Cinti con una copia de "Il bisturi e la spada" di Osamu Tezuka.

Il secondo ospite è Matteo Cinti. Grafico, classe 1988, redattore per la rivista Ombre e Luci da dieci anni, lettore di fumetti da almeno venti. Nel tempo libero si ingozza di pizza e vignette mentre prova a consigliare le letture che gli sono piaciute sui social.

Uno tsunami che si sente una nicchia: i lettori di manga in Italia

di Matteo Cinti

In vent’anni che leggo manga, mi ha sempre accompagnato il pensiero che stessi viaggiando in un binario “diverso”, in qualcosa che il resto della gente non avrebbe capito. Nonostante vedessi con i miei occhi che accanto all’ennesima ristampa di Dragon Ball, negli anni, cominciavano a comparire autori che narravano le storie e le tematiche più disparate, mi restava questo “senso di nicchia” quando prendevo in mano un fumetto giapponese.

Ma è veramente così? Davvero siamo lettori di nicchia? Come è possibile, allora, che l’ultimo volume di The Promised Neverland è finito fra i 10 titoli più letti (a un onorevole 5° posto, tra l’altro) della classifica di Gfk Italia?

I più stupiti risponderanno che si tratta di un fenomeno passeggero, magari favorito dalle nuove dinamiche di mercato in pandemia; una conclusione che è più una consolazione da dare a quei lettori borghesi che non prenderebbero in mano un manga neanche sotto tortura. Sono “giornaletti”, quelli, mica come Zerocalcare e Gipi.

Più di una volta ho affrontato questa noiosissima discriminazione tra i graphic novel e “tutti gli altri fumetti”: questione che vorrei si esaurisse il più presto possibile, ma perdura in certi ambienti letterari, infatuati da audaci autori e case editrici che propongono fumetti impacchettati come libri. Un trucco, questo, che invece di restituire dignità alla nona arte, semplicemente ne privilegia una tipologia – quella appunto fatta di certi temi e rigorosamente occidentale – a discapito di un’altra.

Ed è qui che scatta il cortocircuito che porta a ridimensionare, per difetto, il fenomeno dei manga. Ma la notizia è che i manga, oggi, stanno vendendo di più perché in libreria se ne trovano di più, niente di più semplice.

Chiunque legga manga da qualche anno può testimoniarlo: lo spazio che le grandi catene concedono non solo ai fumetti, ma ai manga nello specifico, è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni. E ad accorgercene non siamo solo noi lettori, ma anche chi quei manga li seleziona, li traduce e li edita – persone spesso lasciate nell’ombra seppure le più utili per fotografare accuratamente il fenomeno.

Inoltre, riflettendo nello specifico al target di riferimento dei titoli che entrano in classifica, ovvero quello adolescenziale che non ha un gran potere d’acquisto, mi viene da pensare quanto il dato di vendita in libreria rappresenti solo la punta dell’iceberg di un pubblico che fruisce di quelle opere in tantissimi altri modi (legali e non). Un coinvolgimento che non può assolutamente riassumersi in uno shock post-pandemia, ma che è invece il risultato di decenni di presenza nel mercato, fino a oggi (volutamente?) ignorata.

E quindi mi ripeto la domanda: i lettori di manga sono davvero una nicchia? A interpretare la classifica in oggetto, la risposta non può che essere assolutamente no, non siamo una nicchia. Forse non lo siamo mai stati, ma ci hanno fatto credere di esserlo. Non si tratta di un fenomeno casuale, non è un virus passeggero e soprattutto non è una questione di categorizzare in modo sbagliato fumetti e libri, dato che vengono venduti nello stesso posto. Si tratta semplicemente di accettare che un manga può vendere più di un libro, ma capisco che nei salotti borghesi questo può risultare destabilizzante.


Alessandro Falciatore con una copia di "Yotsuba &!" di Kiyohiko Azuma.

Il terzo ospite è Alessandro Falciatore. Da sempre appassionato di Giappone e dei suoi fumetti e prodotti animati, nel 2012 entra nello staff di AnimeClick, di cui diventa direttore editoriale nel 2015. Organizzatore di vari eventi e conferenze presso le principali fiere italiane, collabora con RadioAnimati conducendo il programma settimanale Tokyo Eyes.

Intervista ad Alessandro Falciatore

Ai lettori che frequentano le librerie generaliste i fumetti giapponesi possono apparire come un fenomeno commerciale recente: ma davvero in questi decenni non hanno avuto un minimo di successo popolare, di riconoscibilità sociale, di riconoscimento culturale?

I manga hanno avuto altri momenti importanti, in primis a metà degli anni ’90 sull’onda lunga del successo dei cartoni animati giapponesi sulle reti Mediaset e regionali. Fu un periodo eroico, che vide l’affermarsi di alcune case editrici che ci sono ancora oggi e l’arrivo dei primi importanti ospiti nipponici alle fiere. Da lì in poi il fenomeno è diminuito, ma un certo zoccolo duro non ha mai fatto mancare il suo supporto. Da notare poi l’aumento dell’interesse da parte delle ragazze, fenomeno definitivamente esploso negli ultimi tempi e ben prima dell’attuale boom.

Qual è lo stato attuale del mercato italiano dei fumetti giapponesi? Librerie, fumetteria, edicole, fiere, eventi vari e naturalmente Internet hanno i proprio ruoli nella promozione commerciale e nella diffusione culturale dei manga?

Mai come ora siamo di fronte a una vastità di titoli offerti sul mercato. Ogni possibile palato è davvero accontentato, da chi cerca il titolo della sua infanzia in una nuova edizione degna a chi è interessato all’ultima novità. Si è arrivati a portare anche tipologie di manga che prima erano considerate completamente inadatte al mercato italiano, come le mangaka del club del 24 o il gekiga. Il livello culturale del lettore di manga sembra essersi elevato, ma bisognerà poi capire quanto questo fenomeno sia dettato da vero interesse o solo dalla moda attuale. Da non sottovalutare il fenomeno del collezionismo, che sta raggiungendo per prezzi e livello di materiale offerto dagli stessi editori (variant, edizioni limitate, cofanetti…) i livelli che vedevo nel fandom dei comics americani.

Quando uscirono i volumi dell’ottima collana I classici del fumetto di Repubblica, su 110 volumi (60 serie normale e 50 serie oro) soltanto due erano dedicati ad autori giapponese, peraltro i più europei di tutti ovvero Jirō Taniguchi e Katsuhiro Ōtomo. Perché succede questo? Non conoscenza del materiale originale, difficoltà culturale, diversità di formato e lunghezza delle opere giapponesi rispetto a quelle occidentali o che altro? In pratica: credi che ci sia differenza fra la percezione culturale dei fumetti giapponesi rispetto agli altri fumetti?

Certo, lo credo fermamente. In Italia si ha ancora la percezione del fumetto e dell’animazione giapponese come qualcosa per bambini o (peggio) per chi vuole leggere prodotti porno/hentai. Sì, ci sono i vari Tezuka o Taniguchi, ma sono eccezioni. Qualche eccezione si fa anche per quegli autori che hanno costituito l’infanzia di molti 40/50enni, ma verso il nuovo c’è una generale ignoranza e puzza sotto il naso. In Francia, nazione avanti anni luce rispetto a noi sul fumetto, esiste Atom, una rivista vera e propria totalmente dedicata al manga.

Parlando di categorizzazione e di classifiche, credi che per i fumetti, e quelli giapponesi in particolare, abbia senso la distinzione fra “graphic novel” e “altri fumetti”, a livello commerciale o artistico o altro? E ci vorrebbero classifiche a parte per la prosa e per i fumetti?

Se si vogliono dividere i fumetti dai libri, allora nei fumetti vanno messe pure le graphic novel perché sono fumetti pure quelli. Detto questo, per me un fumetto è cultura e in primis va trattata come tale. Poi le classifiche lasciano il tempo che trovano.


Fotogramma con Sophia Loren dal film "Una giornata particolare" di Ettore Scola.

La quarta ospite è Elisa Giudici. Poco prima di laurearsi in Lingue e Culture per l’Asia Orientale ha trasformato la passione in lavoro, cominciando a collaborare cone critica letteraria e cinematografica per numerose testate fra cui Serialmente, LoudVision, FOX Italia e Tiscali e NoSpoiler, oltre che sul suo blog gerundiopresente.

Questo intervento è una trascrizione riveduta e corretta di una serie di stories pubblicate sull’account Instagram dell’autrice.

La «familiarità pura» e altre leggende: il nuovo fenomeno manga e l’antico vizio di raccontarli senza leggerli

di Elisa Giudici

Voglio fare un paio di pensierini costruttivi veloci, tenterò non polemici, sull’articolo che è uscito di recente su una testata culturale nostrana, intervento che ha destato un po’ di scalpore nel giro dei fumetti e in particolare dei manga.

Nel pezzo si parla del fatto che alcuni titoli manga come The Promised Neverland e Demon Slayer ultimamente appaiono spesso nella classifica settimanale dei libri più venduti, quella pubblicata su alcuni degli inserti culturali dei grandi quotidiani nazionali. Prima di procedere nel merito, è bene precisare che la classifica in questione non comprende l’organico totale delle vendite settimanali in tutti i circuiti fisici e online, bensì i dati aggregati di alcuni punti vendita ben precisi. Tra le realtà che comunicano i dati e che quindi contribuiscono alla classifica, ci sono alcune grandi catene della distribuzione libraria, come ad esempio Feltrinelli. Queste realtà ultimamente hanno creato e in alcuni casi stanno espandendo una sezione dedicata al fumetto giapponese nei loro principali punti vendita. Ne consegue che, per la prima volta, le vendite dei manga sono state conteggiate nella classifica letteraria più letta d’Italia, portando in alcuni casi più titoli manga nella top 20 generale e nelle categorie specifiche (soprattutto la fantomatica “Varia”).

Vedere dei manga in classifica insieme a noti libri di narrativa e saggistica di grandi case editrici ha destato sorpresa, stupore e un po’ di sconcerto. L’articolo analizza questo fenomeno, ma secondo me incappa in un vizio antico quando si parla di manga in Italia. Lo scoglio che bisognerebbe provare a superare è questo: nella sfera culturale mainstream italiana si parla poco di manga e spesso a farlo non sono lettori, conoscitori e recensori abituali del comparto.

Bisogna innanzitutto sottolineare come si descriva il fenomeno in maniera confusa. L’articolo s’interroga sul perché «i giapponesi» vendano così tanto in questo periodo, nel senso più ampio e meno preciso del termine, mettendo un po’ insieme le mele e le pere. Si cita il caso di un autore giapponese (Toshikazu Kawaguchi), un unicum nipponico nella classifica italiana dei romanzi più venduti. I due libri pubblicati di recente da Garzanti dello stesso autore “stanno facendo il botto”, sono dei veri e propri best-seller in Italia e a livello internazionale. Si tratta però di romanzi di narrativa, non di manga. Nel pezzo viene fatto capire senza tanto girarci attorno che si tratta di narrativa consolatoria (o feel good, definizione più attuale, ma non meno riduttiva), senza rilevare per esempio un dettaglio non da poco, quello sì negativo: i due volumi sono tradotti dall’inglese e non dal giapponese. Cosa c’entra Toshikazu Kawaguchi con i manga? Nulla: lui e gli altri mangaka senza nome condividono solo lo stesso passaporto e la presenza in classifica.

Quando l’articolo si concentra sui manga tende a parlarne in modo vago. Non viene esplorata la natura e la specificità dei titoli in classifica, salvo poi parlare di una fantomatica «familiarità allo stato puro» che indurrebbero nel lettore, fattore che secondo il pezzo sarebbe il vero segreto del loro successo. Non viene sottolineato in alcun modo che si tratta di titoli commerciali (in uno scenario in cui esiste e viene tradotto anche fumetto giapponese d’autore), di manga con una serie anime che fa da traino.

Quelli citati nel pezzo sono infatti i titoli del momento di cui parlano tutti, in Italia come in Giappone. In classifica e in libreria si vedono quasi esclusivamente shōnen provenienti dalle riviste giapponesi con le tirature più alte, ovvero quelle i cui titoli hanno una buona probabilità di diventare prodotti animati e quindi di conquistarsi un pubblico maggiore, in patria come all’estero. Sarebbe interessante per esempio capire perché le librerie italiane puntino in prevalenza su questa tipologia di titoli piuttosto che su un mix più attento a volumi autoconclusivi, a produzioni ambiziose o dalle edizioni più ricercate. L’articolo però sembra non sembra tenere in considerazione il vastissimo range di target, generi, tematiche e ambizioni letterarie dei manga tradotti in Italia, derubricandoli come serie che puntano sulla familiarità e sull’effetto sequel. Inoltre, l’esperienza insegna che il pubblico televisivo (o streaming o online che dir si voglia) amplia di molto una platea di possibili lettori, diventando un fattore chiave per incrementare le vendite. A partire dai dati, è ipotizzabile che questi manga siano finiti in classifica potendo contare sul traino di un anime su Netflix, Amazon Prime Video o VVVVID, che ha portato tanti spettatori in libreria alla ricerca dei volumi cartacei.

Rimane il fatto che i manga vengano inquadrati principalmente come “i fumetti giapponesi che sono entrati in classifica”, in un’ottica meramente quantitativa e qualitativamente non lusinghiera. Questa considerazione può infastidire quanti leggono manga e ne conoscono bene la qualità letteraria. Soprattutto se questo fenomeno viene agganciato a considerazioni quali «ci siamo avvicinati ai manga anche grazie al successo dei graphic novel nazionali, come Zerocalcare e Fumettibrutti», ipotesi che non corrisponde all’esperienza di tantissimi lettori che hanno commentato il pezzo. Chi non conosca questa solida realtà potrebbe pensare che i manga siano una novità in Italia e non una realtà pluridecennale e autonoma dalle fortune del fumetto locale.

Ci sono tante persone che abitualmente scrivono di manga, li traducono, li pubblicano, conoscono le cifre di cui si sta parlando: editori, recensori, influencer dedicati sui social. Voci che si sarebbero potute, forse dovute interpellare per decifrare il fenomeno. Purtroppo invece queste firme sono quasi inesistenti dentro la cerchia di giornalisti e contributor di Rivista Studio, di Robinson, di La Lettura, di IL Magazine, cioè degli inserti culturali dove si parla e si diffonde la cultura letteraria “cartacea” italiana. Questo è il nocciolo del problema. Non si può parlare di manga solo quando entrano in classifica, trattandoli come un fenomeno temporaneo, di moda. Bisognerebbe parlarne con costanza, bisognerebbe che quando entra un manga in classifica lo si legga e lo si recensisca come un ordinario best seller. C’è bisogno di vedere i manga recensiti normalmente, sulla carta stampata e in TV, al di fuori dei siti dedicati. Servono articoli che analizzino i tanti manga di assoluta qualità che ultimamente sono stati tradotti in Italia, che rispolverino i classici e presentino i grandi successi commerciali ai lettori che non frequentano il mondo del fumetto giapponese. Bisogna parlare di manga non solo come numeri o fenomeno di costume, non solo per le vendite in crescita.

Ma poi le vendite dei manga son veramente in crescita? Perché la sensazione, da lettrice di manga di vecchia data, è che il bacino di lettori sia ampio (e in espansione), ma non paragonabile a quello degli anni d’oro dei manga da edicola. Ci sono tanti fattori da considerare, non è semplice fare ipotesi in merito.

Bisogna considerare l’età media del pubblico, che pare spaccata in fasce distinte: da una parte gli ex lettori adolescenti cresciuti con Bim Bum Bam e MTV Anime Night diventati adulti, e dall’altra nuove leve spesso ancora minorenni. In mezzo, il periodo nero degli anime poco presenti sulla TV in chiaro e i servizi streaming ancora di là da venire. La mia impressione è che rispetto a dieci, vent’anni fa il mercato dei manga sia comunque più contenuto, tanto che lo zoccolo duro di alcune nicchie ora basta per garantire il successo di titoli, generi e autori che tempo addietro furono considerati disastrosi fallimenti. Mi riferisco in particolare all’epoca in cui la prima ristampa di Dragon Ball vendeva una quantità di copie davvero significativa, una tiratura così alta da essere evidente anche alla me adolescente del tempo: l’ultimo volume uscito lo si trovava in qualsiasi edicola dello Stivale (e allora la rete delle edicole era molto capillare) in decine di copie. Parlando di classifiche e vendite, sarei curiosa di sapere se la mia impressione sia corretta, ovvero se quel bacino e quei numeri non siano ancora stati recuperati fra fumetterie, catene di librerie che espongono manga e store online.

Un altro argomento interessante è la pirateria, che nel campo dei manga credo incida ancora di più che in quello dei libri. La distribuzione “alternativa” dei manga è nota per essere veloce, ben organizzata, di facile accessibilità, comoda e con un catalogo sterminato. Senza dimenticare che il prezzo dei manga si è alzato sensibilmente negli ultimi anni. Si tratta di una serie di evoluzioni del mercato italiano che non vengono prese in considerazione da questo genere d’interventi, che sembrano osservare i manga come un fenomeno nuovo, alieno, sconosciuto.

Invece i manga sono un fenomeno pluridecennale in Italia, una realtà consolidata e che si è evoluta profondamente negli ultimi dieci anni. Se le graphic novel italiane, statunitensi ed europee ormai sono uscite del ghetto dei “giornaletti” e sono considerate degne di attenzione letteraria, siamo ancora in enorme ritardo sui manga. Questo tipo di articoli non fotografa un fenomeno nuovo, bensì un ritardo sistemico del mondo culturale italiano nel superare il suo snobismo verso i manga.


Ivan Ricci con una copia di "AKIRA" di Katsuhiro Ōtomo.

Il quinto e ultimo ospite è Ivan Ricci. Grafico editoriale, lettore di fumetti, amante della carta e delle cose belle. È curatore e autore delle pubblicazioni dell’Associazione Culturale EVA IMPACT.

Ma cosa sono questi manga e che vogliono da noi!?

di Ivan Ricci

Nonostante i manga siano pubblicati in Italia da oltre trent’anni, ancora oggi mi tocca constatare quanto questi spesso vengano poco considerati dall’informazione, quando non addirittura snobbati. L’invasione dei fumetti giapponesi nelle catene librarie più famose è sotto gli occhi di tutti, o forse è meglio dire “quasi tutti”. Tutt’oggi le riviste che si occupano di recensire libri parlano assai raramente di manga: forse non li recensiscono perché non li conoscono, o perché credono che il pubblico di lettori non sia interessato all’argomento? Spesso quando si parla di manga vengono scritte cose che mi fanno tornare indietro nel tempo, come se oggi non esistesse un pubblico numeroso di lettori di “quegli strani cosi lì che si leggono al contrario e che arrivano da un paese lontano”… Ma chi sono quegli stramboidi che li leggono!?

E ripenso al me stesso di vent’anni fa, quando frequentavo un corso di fumetto, durante il quale uno degli insegnanti a un certo punto dell’anno si rifiutò di seguirmi perché mi piacevano le opere giapponesi, produzioni che lui odiava in quanto “gli avevano tolto il lavoro”. Al di là del comprensibile rancore, sebbene non giustificabile, rifiutarsi di insegnare a un allievo, anche se solo per un breve periodo, sulla base di idiosincrasie personali non è proprio ammissibile. Ecco, forse in certe persone c’è un rifiuto nell’accettare un medium “sconosciuto”, che non hanno voglia di comprendere e che, forse, potrebbe rosicchiare un po’ del proprio pubblico. Quindi è meglio che i manga rimangano “quegli strani cosi lì che si leggono al contrario”, presumibilmente rivolti tutti ad un pubblico naturalmente incline al disimpegno.

Non c’è affatto da stupirsi invece se il manga riscuote successo e lo fa presso un pubblico così trasversale, cosa che sembra non accadere con il fumetto popolare italiano, forse più spesso pensato a uso e consumo di un pubblico maschile eterosessuale e ultraquarantenne. È mai possibile che ancora oggi le testate che si occupano di cultura parlino raramente di manga e lo facciano come se fosse uno strano fenomeno, magari una moda di passaggio a cui trovare una spiegazione? Se i graphic novel italiani vendono è perché sono belli, non c’è altro da dire, nonostante in realtà non di rado gli editori italiani puntino sull’autore come “personaggio” che fa parlare di sé sui social più che sui contenuti delle sue opere. Se i manga vendono invece una ragione astrusa deve esserci, perché, a quanto pare, non vale lo stesso discorso. Eppure da alcuni anni vengono anche allegati ai quotidiani! Forse a qualcuno infastidisce vederli in vetta alle classifiche assieme alla “normale” letteratura? Dopo che, finalmente, sono arrivati anche nelle librerie di varia dobbiamo chiuderli in una loro classifica-ghetto? Proprio oggi che si parla di riconsiderare i limiti troppo marcati dei generi letterari?

Beh, c’è da dire che molti di coloro che leggono i fumetti giapponesi sono abituati a essere ghettizzati, visto il trattamento a cui si sentono sottoposti quando partecipano a quelle fiere del fumetto che, predisponendo delle cosiddette “aree Japan”, continuano a impedire l’integrazione tra i diversi immaginari narrativi. Il fatto che i lettori di manga stiano aumentando, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti. Quando mi reco in fumetteria, avamposti che hanno riaperto circa un anno fa e che rimangono tali anche in zona rossa, trovo la fila, a volte anche piuttosto lunga, e davanti e dietro di me ci sono persone di tutte le età. Anzi, ultimamente mi è capitato con grande sorpresa di trovare spesso un pubblico giovanissimo, lettori che non vedevo in fumetteria da decenni e che non chiedono solamente i titoli più famosi.

Quindi, strano ma vero, il manga si fa strada con il passaparola, semplicemente perché è bello e perché dice e racconta cose che altri non raccontano (ecco spiegato il mistero). Quello che oggi si sta palesando sotto gli occhi di tutti è una realtà che i lettori di manga hanno sempre saputo, ovvero che i manga vendono, ed è arrivato il momento che chi si occupa di cultura comprenda questa cosa.


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Mario Pasqualini

Sono nato 500 anni dopo Raffaello, ma non sono morto 500 anni dopo di lui solo perché sto aspettando che torni la cometa di Halley.

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