Redazione

Wednesday Warriors #27 – Detective Comics #1000

Per questo nuovo appuntamento con Wednesday Warriors abbiamo deciso di parlare di un unico, storico, albo. Detective Comics è la seconda testata a fumetti più longeva degli Stati Uniti (dopo Action Comics) e con il millesimo numero celebra sé stessa e gli 80 anni di Batman proponendo un menù ricco di autori di primo piano.
Fabrizio Nocerino e Andrea Gagliardi si sono incaricati di recensire queste short stories una per una.

COLDEST CASE di Scott Snyder e Greg Capullo

L’onore di aprire la lunga parata di autori su Detective Comics #1000 tocca al duo che ha ridefinito il Pipistrello negli ultimi dieci anni – Batman’s Longest Case segna il ritorno di Scott Snyder sulla testata, accompagnato dal semper fidelis Greg Capullo.
Balzato ai piani alti degli scrittori DC Comics proprio grazie al suo The Black Mirror su Detective Comics nel 2011, Snyder ha passato questi ultimi 8 anni di carriera a stretto contatto col Pipistrello. Anzi, ha creato un proprio stile, un suo modo di scrivere Batman immediatamente riconoscibile. Amante del dialogo sferzante, Snyder piega personaggi e continuity alla sua volontà, imbastendo trame a volte eccessivamente intricate, spesso e volentieri “tamarre” ma divertenti. In quest’ottica, non c’è compagno d’arme migliore di Greg Capullo. Come Snyder, Capullo è noto per essere esagerato ed aggressivo, un rock’n’roller della matita capace di reinventare la figura di Batman con uno stile audace.

Tutti questi aspetti fondamentali degli autori sono rintracciabili in Batman’s Longest Case, una storia semplice nell’esecuzione, eppure esagerata ed affascinante: il Cavaliere Oscuro gira per il mondo, risolvendo enigmi impossibili che lo portano da Gotham al Giappone, dall’Egitto a Napoli. Ogni indizio lo porta vicino alla risoluzione dell’unico mistero che Batman non è ancora riuscito a risolvere. Più che un one-shot soddisfacente al palato del lettore, Batman’s Longest Case risulta essere un appetizer, un assaggio del futuro del Pipistrello – un ennesimo pegno d’amore per il personaggio e per il suo ruolo da detective, che proprio Snyder ha voluto porre al centro del suo lungo lavoro su Batman. Chissà se rivedremo, in un prossimo futuro, la Lega degli Investigatori

MANUFACTURE FOR USE di Kevin Smith e Jim Lee

Tutti, più o  meno, conosciamo le origini dell’Uomo Pipistrello, dell’omicidio dei suoi genitori per mano di Joe Chill e tutto l’addestramento che il giovane Bruce Wayne si è autoimposto per diventare infine il Batman che tutti conosciamo.
In questa storia Kevin Smith torna indietro a quell’origine riprendendo un oggetto che a sua volta è stato fondamentale nella formazione etica del Cavaliere Oscuro: la pistola utilizzata per l’omicidio di Thomas e Martha Wayne è stato un elemento fondamentale che ha fatto da spartiacque nella psicologia di Bruce. La pistola è “l’arma del nemico” e, come tale, ripudiata dal nostro eroe e pertanto inutilizzabile.
Come già fatto da Snyder e Risso in The Batman who laughs: the Grim Knight #1, anche Smith e Lee ripropongono la dicotomia vigilante/eroe facendoci capire quanto Batman non sia guidato dalla vendetta quanto da una speranza di giustizia e di redenzione. È così che anche la suddetta pistola, una volta ritrovata, può essere riabilitata per poter servire dei fini più nobili.
Jim Lee non si allontana particolarmente dai propri standard se non, complice il fido Scott Williams, per marcare maggiormente i neri che sono necessari alle avventure di Batman: Kevin Smith gli cuce la sceneggiatura addosso permettendogli di divertirsi a disegnare dozzine dei villain classici della DC Comics.

THE LEGEND OF KNUTE BRODY di Paul Dini e Dustin Nguyen

Paul Dini merita, di diritto, un posto nel gotha degli autori del Cavaliere Oscuro. Il suo lavoro su Batman: The Animated Series é stato seminale, un passaggio necessario alla diffusione ed esplosione del cult Batman. Insieme ai leggendari artisti che sono passati per gli studi d’animazione, come Mignola, Nowlan e Bruce Timm, ha creato un Pipistrello importante quanto quello di Frank Miller su Il Ritorno del Cavaliere Oscuro.
La Serie Animata resta un modello straordinario, capace di affascinare i più piccoli quanto gli adulti. All’eccentricità di Gotham, di Batman e dei suoi villain c’era la volontà di creare una storia accessibile a tutto lo spettro di pubblico, trattando tutto con maturità e dedizione al personaggio. Tuttavia, non sono mancati i momenti umoristici, più leggeri ed esilaranti – basti pensare ad episodi come L’Uomo Che Uccise Batman e L’Ho Quasi Ucciso, entrambi scritti da Dini stesso.

The Legend Of Knute Brody, disegnato da Dustin Nguyen, sembra proprio un episodio di Batman: TAS riportato su carta. La storia del peggior scagnozzo di Gotham strappa una risata sincera, grazie all’assurdità degli eventi raccontati dai nemici del Pipistrello. Scocciati, infastiditi e sull’orlo di una crisi di nervi proprio a causa di questo balbettante idiota pasticcione che ha rovinato i loro piani migliori, Poison Ivy, l’Enigmista, il Cappellaio Matto e Harley Quinn raccontano la loro frustrazione nelle vignette abbozzate ed essenziali di Nguyen, non al meglio della sua forma ma funzionale al piacevole scorrere della storiella.

THE BATMAN’S DESIGN di Warren Ellis e Becky Cloonan

Di tutt’altra pasta è la storia successiva, The Batman’s Design, scritta da Warren Ellis, disegnata da Becky Cloonan, colorata da Jordie Bellaire. Dieci pagine pubblicate al momento giusto, con un tempismo quasi sospetto, giusto giorni dopo le dichiarazioni del regista Zack Snyder sul dogma “Batman Non Uccide”.

Gotham è avvolta dall’oscurità ed un gruppo di mercenari tecno-potenziati si dirige verso un magazzino abbandonato. Non sanno che i loro tentativi di fuga dal Cavaliere Oscuro fanno parte di un piano piú complesso. Il Batman di Ellis e Cloonan è una primadonna, desiderosa di calcare il palcoscenico e rubare l’attenzione del pubblico. The Batman’s Design è il sogno di ogni fan sfegatato del Pipistrello e dei suoi tempi di preparazione: con maniacale cura, il Pipistrello si fa gioco dei malcapitati, incapaci a far fronte ad una forza oscura inarrestabile. Batman si gode ogni momento dello scontro, sfruttando tutti gli strumenti a sua disposizione, manifestando una netta superiorità sul nemico – senza accarezzare minimamente l’idea di utilizzare alcuna forza letale.
I pensieri del Cavaliere Oscuro riempiono le pagine, elencando punti deboli, falle umane e piani d’attacco con grande meticolosità. Ancora, Ellis si diverte nel raccontare un Batman risoluto, efficace – eppure esageratamente teatrale e divertente da vedere all’opera. Lo stile morbido della Cloonan viene valorizzato dalle tonalità scure della notte che si mescolano al costume del protagonista, spezzate dai colori caldi, roventi delle fiamme appiccate da Jordie Bellaire. L’ultima pagina è una ciliegina sulla torta tutta Ellisiana. Un Batman affascinante, lucido e tuttavia disturbante – radicalmente diverso dal Batman normale delle serie regolari in uscita ogni mese. The Batman’s Design è un graditissimo stacco dal canone che, sebbene in numero celebrativo, offre nuovi, diversi spunti di riflessione.

RETURN TO CRIME ALLEY di Denny O’Neill e Steve Epting

Denny O’Neil, uno degli scrittori più influenti della storia di Batman, torna sulle pagine di Detective Comics con una storia degna del suo curriculum artistico e che, nella sua brevità, si interroga sulla funzione di Batman sia da un punto di vista sociale, l’uso della violenza nella repressione del crimine, che psicologico/riabilitativo: può Batman essere la giusta cura per il trauma vissuto da Bruce Wayne? Esiste, o esisteva, un percorso migliore che avrebbe aiutato sia il giovane orfano che Gotham stessa?
In questo ritorno al vicolo che ha visto la morte dei genitori di Bruce, O’Neill inserisce un duro confronto tra il Cavaliere Oscuro e Leslie Thompkins: personaggio scelto non a caso, visto il suo ruolo di medico volontario che presta i suoi servizi nei bassifondi della città di Batman, che spesso ha funto da vera e propria coscienza per il Crociato Incappucciato.
In questa sua veste di Grillo Parlante, Leslie richiama Batman a guardare sé stesso per capire quali siano i limiti che non vanno oltrepassati, oltre i quali il desiderio di giustizia si trasforma in vendetta. Una riflessione che punta, prima ancora che alla salvezza di Gotham (o dei quattro sventurati capitati sotto le mani di Batman) a quella di Bruce stesso.

Notevole il lavoro alle matite di Steve Epting capace di reinterpretare il suo stile classico, debitore del lavoro di Neal Adams, caricandolo di espressività che asseconda l’intenzione emotiva del racconto di O’Neil. L’unica pecca è quella di rappresentare la Thompkins come un’anziana signora del tardo ottocento inglese.

HERETIC di Christopher Pries e Neal Adams

Heretic è indubbiamente la storia peggiore di tutto l’albo e, con molta probabilità, una delle peggiori storie di Batman degli ultimi 10 anni.
Questo il plot di Christopher Priest: i soldi di Bruce Wayne corrompono i giovani adepti della Setta degli Assassini di Ra’s al Ghul che, infettati dal capitalismo, abbandonano l’organizzazione criminale e, per questo crimine, vengono uccisi dai loro confratelli.
Non è raro però che soggetti poco convincenti come questo siano successivamente sviluppati in maniera credibile fino a diventare delle belle storie. Non è questo il caso.
La storia è confusa e punteggiata da passaggi di ambientazione difficilmente comprensibili, si ha l’impressione che Neal Adams abbia bellamente ignorato qualunque indicazione di sceneggiatura per disegnare un po’ quello che gli pareva lasciando a scrittore e letteristi l’arduo compito di cucire assieme una serie di tavole incoerenti tra loro.
Storia indimenticabile.
Nel senso peggiore del termine.

I KNOW di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

È sicuramente curioso vedere Brian Michael Bendis e Alex Maleev celebrare, insieme a tanti volti noti del Pipistrello, il #1000 di Detective Comics. La vita (editoriale) ha sempre modo e maniera di stupire. La solidissima coppia di autori presenta I Know, uno sguardo al futuro – anzi, ad un futuro – di Bruce Wayne e Oswald Cobblepot, alias il Pinguino.

Vecchi e stanchi, i due rivali si confrontano per un’ultima volta. È l’occasione giusta, per Bendis, di lasciar andare la penna e farsi trasportare dalle atmosfere Gothamite – senza dover fare necessario appiglio alla continuity. Questa libertà giova al suo Pinguino, personaggio che cova rancore atavico, invidia smodata e malcelata. Maleev nasconde le sue tendenze crepuscolari, favorendo uno storytelling pulito, al calore di timidi raggi di sole, colori caldi e tenui. L’artista sembra voler dare alla sua storia un velo di malinconia, come se Wayne e Cobblepot ricordassero con nostalgia i tempi andati, un esperimento decisamente interessante. Bendis e Maleev aprono finestra sul futuro remoto di Batman molto carina e “innocua”, un break necessario che spezza l’albo a metà e ne giova alla fruibilità.

THE LAST CRIME IN GOTHAM  di Geoff Johns e Kelley Jones

The Last Crime In Gotham di Geoff Johns e Kelley Jones, al contrario, baratta l’aria nostalgica con una buona dose di morte, storture e oscuritá. Geoff Johns scrive una storia semplice – anche troppo – immaginando, come da titolo, un’utopia Batmaniana che cade subito nel divertissement. In questo simil-Elseworld, Gotham vive un periodo di quiete e l’intera famiglia del Pipistrello si trova quasi sorpresa dall’accensione del Bat-segnale. Tralasciando l’introduzione di questo nucleo famigliare, una trovata carina e poco più, c’è davvero poco. Ai disegni, però, un ottimo Kelley Jones redime una storia piatta: primi piani e dettagli morbosi, muscolature massicce, colorazione perfetta di Michelle Madsen, che risalta e stacca dalla pagina le figure buie dell’artista.

THE PRECEDENT di James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno

Il loro recente Detective Comics si è distinto per il grande cuore, le dinamiche da team book e un reparto artistico degno di nota; così, James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno tornano sulla testata per The Precedent, forse la storia più intima e introspettiva di questo gigantesco albo. L’alchimia dei due autori è ancora fortissima e viene perfettamente espressa su queste poche, ma bellissime pagine. La storia è ambientata in un momento non precisato della continuity del Pipistrello. Alfred Pennyworth e Bruce Wayne riflettono sulla natura gioiosa, sul senso di avventura bambinesco di Dick Grayson, il primo arrivato nella famiglia del Cavaliere Oscuro.

È proprio la natura della Bat-family a fare da protagonista in questa ultima tranche di racconti.  A differenza di Geoff Johns, però, Tynion IV mostra decisamente più affinità con il lato umano e privato di Batman, sottolineando con successo ed empatia il cuore tormentato dai dubbi ed ispirato dall’ingenuità di un ragazzino di Bruce Wayne.

BATMAN’S GREATEST CASE di Tom King, Tony Daniel e Joelle Jones

Tom King approfitta di queste pagine dall’intento celebrativo per riassumere e riproporre il percorso che sta intraprendendo nella testata regolare di Batman e per farlo si avvale di due dei disegnatori della serie stessa: Tony Daniel e Joelle Jones.
L’alternanza tra i due, Daniel si occupa della sequenza sui tetti di Gotham che vede riunita tutta la Bat-Famiglia mentre la Jones illustra le pagine in cui Bruce fa visita alla tomba dei suoi, non è puramente “economica” (leggasi: “un disegnatore da solo non avrebbe avuto abbastanza tempo per completare la storia”) ma una soluzione che, sfruttando le caratteristiche estremamente diverse dei due stili, riesce a caricare le due fasi del racconto di valenze emotive differenti che vengono poi fatte confluire nell’ultima significativa vignetta.
Si tratta di una semplice e normale (“we’re not normal people“) foto di famiglia laddove la famiglia, o la perdita della stessa, sta alla base dell’esistenza di Batman: che è poi tutta la chiave di volta su cui si regge la run di King che vede il suo manifesto negli albi del “matrimonio” con Catwoman.
Il “più grande caso di Batman” è quello che lo vede alla ricerca di sé e di quello di cui ha davvero bisogno.

MEDIEVAL di Peter J. Tomasi e Dough Mahnke

Chiude l’albo il team regolare di Detective Comics: pur splendidamente illustrata da Doug Mahnke la storia è poco più che una serie di pin-up celebrative tenute assieme da un monologo del prossimo arci-nemico di Batman.
Peter Tomasi approfitta delle pagine a disposizione per darci un’anticipazione dei prossimi numeri di Detective Comics che manca però dei crismi di una storia completa: e questo Arkham Knight sembra, in queste prime battute, la riproposizione di certe tematiche portate avanti con il primo Azrael negli anni ’90.
Il tempo ci dirà se è qualcosa di nuovo.

Wednesday Warriors #23 – da Heroes in Crisis a Superior Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DETECTIVE COMICS #999 di Peter Tomasi e Doug Mahnke.

“Detective Comics” si avvicina allo storico traguardo dei Mille Numeri. Ma prima di gonfiare i palloncini e tagliare la torta, Peter Tomasi e Doug Mahnke concludono la loro saga introduttiva, Mythology. La struttura imbastita da Tomasi non potrebbe essere più classica: siamo finalmente giunti alla resa dei conti e, per il Cavaliere Oscuro, è il momento di scoprire chi è la mente diabolica che rovinato la sua vita negli scorsi numeri. Dopo qualche colpo sotto la cintura e un viaggio che ha toccato diversi angoli della continuity del Pipistrello, Batman è stremato ma ha finalmente di fronte a sé il colpevole. A volte, però, il mistero non ruota intorno al Chi, quanto più al Perché.
Tomasi conosce il personaggio come le sue tasche e sfrutta la complessa psicologia del protagonista per chiudere i conti in maniera inattesa, inaspettata ma pienamente coerente con il messaggio che vuole comunicare.

Qual è il prezzo da pagare per essere “il migliore”? Cosa comporta l’essere Batman, ogni giorno, senza fermarsi? Quali sono le responsabilità che implica questo ruolo?

La risposta, al netto di un arco narrativo piuttosto intenso, ricalca e piega al suo volere il cliché più famoso della TV Americana, una colonna della narrativa seriale reso famoso da Dynasty – e chi ha orecchie per intendere, intenda. Per quanto il sottoscritto difficilmente riesca ad apprezzare soluzioni simili, che rischiano di sminuire il percorso intrapreso dagli autori, Tomasi e Mahnke invertono la tendenza, chiudendo un arco narrativo che presenta un Batman “classico”, il Cavaliere Oscuro che tutti amano. La potenza fisica e la solidità dell’azione espressa dai disegni di Doug Mahnke sposano le atmosfere pesanti e introspettive di un conflitto psicologico, quasi metafisico – senza sacrificare momenti ad alta tensione e pugni chiusi dritti al volto.

La risoluzione del caso consegna al lettore un’alternativa al Batman “maschera tormentata” di Tom King: Detective Comics promette al pubblico la tradizionalità, efficacemente rimodernata, del Cavaliere Oscuro.
Le due serie principali dedicate al Pipistrello non sono mai state così belle – e così diverse l’una dall’altra.

SUPERIOR SPIDER-MAN #3 di Christos Gage e Mike Hawthorne.

Quanti Ragni servono per dire “basta”? Seguendo le linee editoriali Marvel, il limite è abbastanza alto. Negli ultimi anni, si è sempre cercato di dare un compendio a chi non ha mai abbastanza Uomo Ragno e, nel 2019, l’offerta è ancora ampia. Alla serie principale di Nick Spencer e alla “ombrello” di Tom Taylor, la Casa delle Idee ha ritenuto fosse opportuno mantenere una certa continuità con il lavoro di Dan Slott. “Superior Spider-Man” soddisfa le richieste della nicchia che ha ancora voglia di leggere le storie dell’Otto Octavius “eroico”.

Sotto la falsa identità del dottor Elliot Tolliver, nuovo professore della Horizon University e collega della vecchia fiamma Anna Maria Marconi, Octavius continua il suo percorso eroico come Superiore Uomo Ragno. Trasferitosi a San Francisco e in piena forma – grazie al vigoroso corpo clonato di Peter Parker e alla sua mente brillante – Octavius si è dato subito da fare, costruendo una base operativa con tanto di scagnozzi e gadget di ultima generazione.

Christos Gage prova a ricatturare l’energia dell’idea originale, sfruttando al meglio l’eredità Slottiana e cambiando alcuni particolari per mantenere una certa freschezza. Il suo Superior Spider-Man, sbruffone, vanitoso ma comunque eroico, ha subito trovato pane per i propri denti, costretto ad affrontare la minaccia cosmica di Terrax.

Il focus principale di questo primo arco narrativo sta proprio nel confronto impari tra il Ragno e l’ex Araldo di Galactus. Gage utilizza la disparità tra i due per mostrare la determinazione e l’audacia di Octavius, disposto a tutto pur di non fallire alla sua prima “grande prova” da supereroe. Il risultato è buono ed intrattiene ma manca la cattiveria e l’edge che Slott riusciva ad imprimere al personaggio, una sfaccettatura che viene meno una volta eliminato il confronto con la figura dell’Uomo Ragno “originale”.

Mike Hawthorne fa la parte del leone: l’artista sfoggia tutte le sue velleità action con un lungo scontro, una lotta senza quartiere che devasta la Golden City. I colori di Jordie Bellaire esaltano il tripudio di raggi d’energia, macerie e distruzione che Gage imbastisce, rendendo la lettura intrattenente e adrenalinica.

Superior Spider-Man è lontano dall’essere una lettura imprescindibile, ma soddisfa un “prurito” che tormentava alcuni lettori.
Concluso il primo arco narrativo, Gage e Hawthorne hanno a disposizione un nuovo setting da poter sfruttare e un protagonista carismatico – sebbene meno interessante della sua versione originale.

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #6 di Tom King, Clay Mann e Mitch Gerads

Tom King prosegue nella stesura di quella che è, con tutta probabilità, la sua opera più controversa e divisiva: le opinioni di critici e lettori sono quasi totalmente arroccate su posizioni estremamente polarizzate.
Così come già fatto in Mister Miracle, con la quale condivide diversi temi, Heroes in Crisis lascia il campo aperto all’interpretazione del lettore: il continuo ribaltamento di prospettive, l’estrema incertezza sulla verosimiglianza di quanto stiamo leggendo, il reiterarsi di minuscoli “errori” (che a questo punto sono tutt’altro che errori), mettono un qualunque lettore nella posizione di investire l’opera della propria soggettività e, di conseguenza, di giudicarla legittimamente con dei parametri assolutamente personali e divergenti da quelli di un altro.
In questo senso gli autori di Heroes in Crisis non si limitano a sovvertire le regole del gioco, magari destrutturando il genere supereroistico alla maniera dei vari Alan Moore o Grant Morrison, ma spostano i giocatori in un altro campo per far praticare loro uno sport totalmente diverso.
Un precedente significativo è riconducibile a quell’Identity Crisis, al quale Heroes in Crisis si ispira dichiaratamente, di Brad Meltzer e Rags Morales che nel 2004, alla sua uscita, sollevò altrettante critiche e discussioni.
Come già in Mister Miracle, e generalmente in tutte le sue opere, King presta un’attenzione significativa alla struttura del racconto e, in questo capitolo, ripropone specularmente l’architettura vista nel terzo numero della serie: si inizia con l’ormai canonica griglia a nove vignette che presente, sulle tre colonne della medesima, i tre protagonisti dei tre flashback narrati nell’albo, e si chiude con un’altra griglia a nove vignette ognuna ospitante un diverso personaggio. Esattamente come successo in Heroes in Crisis #3. E proprio come in quell’albo King riprende un character DC di serie Z, Gnarrk il nehandertaliano, e lo eleva a main eventer: la sua storia, il suo interrogarsi continuo sulla propria natura e su quella dell’Uomo, rappresenta l’ossatura, il substrato ideologico, sul quale si appoggiano le altre due (quella di Wally West e di Harley Quinn). In un insospettabile sfoggio di cultura vediamo il primitivo riflettere sulla dualità natura/civilizzazione confrontando le teorie di Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau per scegliere infine la terza via rappresentata dal componimento “Bright Star” di John Keats: Gnarrk individua quindi la salvezza dell’uomo non nel ritorno alla natura selvaggia (come Rousseau) né in una civilizzazione autoritaria e salvifica (come per Hobbes nel suo Leviathan) ma in una immutabilità del desiderio umano di relazioni autentiche. Per dirla semplicemente: individua la salvezza nell’amore reciproco.
Un desiderio che si connette fortemente alla storia di Wally West che da questo desiderio, di ritrovare i suoi cari scomparsi con Flashpoint, è consumato.
È in questo momento però che la tragedia colpisce Gnarrk che, nei suoi ultimi istanti di vita, riflette sull’allegoria della caverna di Platone ribaltandone però la conclusione: l’Uomo, per essere felice, non deve uscire dalla caverna ma deve esplorarla, conoscerla, perché la caverna è il mondo mentre le ombre proiettate sulla sua parete non sono altro che illusorie e virtuali, simulate, e la vita è una condizione soggettiva.
Ed è proprio dalla soggettività dell’interpretazione di quello che stiamo leggendo, pieno di incongruenze e discrepanze, che siamo investiti: chi è il misterioso assassino? Perché in questo albo vediamo contraddetto il racconto visto nel terzo? Chi ha davvero ucciso Wally West? I lettori sono chiamati a dubitare della realtà stessa laddove questa realtà è il racconto stesso, il fumetto che stiamo leggendo.

In questo contesto si inseriscono i racconti di Harley Quinn, interessante ma più debole degli altri due, e quello, struggente, di Wally West: vittima della crudele ironia che lo vuole simbolo della speranza del Rebirth e contemporaneamente sua vittima più grande essendo sopravvissuto a tutto ciò che dava valore alla propria esistenza e quindi alle proprie speranza.
Singolare come Mitch Gerads riesca a tradurre i tre diversi registri narrativi in tre stili diversi senza però perdere di omogeneità e riuscendo a restare coerente con l’atmosfera generale della serie impostata da Clay Mann (autore della tavole di apertura e di chiusura).
Il talento di questo disegnatore fa sì che quelle discrepanze di cui sopra, che altrove etichetteremmo come distrazione, imprecisione o semplice divertissement, qui diventa un indizio: come ad esempio la copia di Strange Adventures #45 (1954) che si trova sul pavimento della stanza di Wally.
La storia di apertura di quel fumetto racconta la vicenda di una coppia che viene portata in una Terra parallela dove la specie dominante è quella dei gorilla mentre gli umani sono estinti; i due coniugi, pur potendo fuggire, decidono di continuare a vivere in gabbia, da prigionieri, osservati come animali allo zoo, piuttosto che affrontare le difficoltà che hanno nel proprio mondo di origine. Si preferisce la sicurezza di una vita simulata all’incertezza della libertà assoluta.

Wednesday Warriors #22 – da Teen Titans a Venom

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

TEEN TITANS #27 di Adam Glass e Bernard Chang

Scrivere Teen Titans è spesso, perdonate il gioco di parole, un’impresa titanica: a differenza della maggior parte dei fumetti di supereroi questa testata concentra in sé diverse problematiche legate, in misura variabile al rapporto affettivo che si instaura tra personaggi e lettori.
La difficoltà principale è quella che affronta un team di autori, normalmente adulti, nel dover raccontare il mondo dalla prospettiva di un adolescente senza ricadere in paternalismi o in facili critiche (“eh, signora mia, i giovani d’oggi”), ma, essendo un tipo di ostacolo che tutti gli scrittori affrontano costantemente nel corso della loro carriera – essendo comunque sempre chiamati a raccontare le vite di persone diverse da sé – è al tempo stesso la problematica più semplice da risolvere.
Teen Titans però ha una genesi unica, originariamente il gruppo è composto dalle spalle adolescenti dei supereroi adulti, che è costitutiva e imprescindibile: i protagonisti della serie devono forzatamente essere adolescenti e, almeno in parte, sidekick. Il vero nodo di Teen Titans è quindi quello di dover cambiare periodicamente la formazione del gruppo man mano che i protagonisti diventano adulti mantenendo però una “quota sidekick” per restare fedeli alla la tematica del contrasto generazionale. Pertanto il gruppo non può essere composto da supereroi teenager “random”, ci hanno provato e non ha funzionato, ma  tutti gli elementi devono avere delle caratteristiche ben precise per non snaturare la serie stessa.
Questo continuo cambio di roster ha come prima conseguenza una rottura col proprio pubblico, la dinamica dell’immedesimazione con i personaggi, il processo affettivo che si instaura coi lettori, fondamentale in una serie indirizzata a un pubblico adolescente, viene a mancare nel momento in cui si cambiano gli interpreti principali di Teen Titans.
Ed è qui che gli autori devono intervenire per riuscire a ricreare quel legame con il pubblico: operazione che non sempre ha successo.
Nel caso in questione è ancora presto per dire se Adam Glass e Bernard Chang siano riusciti a costruire uno di quei team che restano nel cuore dei lettori, ma questi primi passi sembrano andare nella giusta direzione.
Prendendo a modello i New Teen Titans di Marv Wolfman e George Pérez, la serie presenta un mix bilanciato di personaggi noti (Robin, Kid Flash e Red Arrow) e inediti (Djnn, Crush e Roundhouse) che offre agli autori di giocare sul doppio binario della familiarità e della scoperta. In questo capitolo, più riflessivo rispetto ai precedenti, Glass usa un espediente tipico della narrazione seriale, e della sit-com nello specifico, facendo agire i protagonisti a coppie inserendoli in contesti diversi; in questo modo riesce ad approfondire le dinamiche tra i personaggi e, con esse, esplorare il background degli stessi.
Scopriamo così qualcosa sui nuovi membri dei Titans, soprattutto su Djinn, e allo stesso tempo, tutti gli interpreti guadagnano un po’ di quello spessore necessario a distinguerli dal semplice artificio narrativo rendendoli più reali agli occhi del lettore e quindi empaticamente più vicini.
In questo senso funziona benissimo il tratto sintetico, più prossimo al cartoon che all’iperrealismo, di Chang che rende il processo di identificazione e di affezione più semplice e automatico.
Questa incarnazione dei Teen Titans ha tutte le carte in regola per diventare una serie generazionale, di quelle che i teenager di oggi potranno ricordare in futuro come “i miei Titans”

Bam’s Version

WOLVERINE: INFINITY WATCH #1 di Gerry Duggan e Andy MacDonald.

Dopo un anno, l’operazione di resurrezione di Wolverine può essere bollata come un vero pastrocchio. Editorialmente parlando, riportare in vita Logan ha coinvolto una dozzina di serie, creato un mini-evento autocontenuto, “Hunt For Wolverine”, una miniserie apposita, “Return of Wolverine” e costretto a vari intrecci con le “Infinity Wars” di Gerry Duggan.
É proprio Duggan a recuperare l’Artigliato Canadese per questa “Wolverine: Infinity Watch”, l’ennesima storia volta a infilare – ad ogni costo – Wolverine nella continuity Marvel che è andata avanti senza di lui.

“Infinity Watch” è da considerare immediato sequel di “Return Of Wolverine” di Charles Soule – ritroviamo Wolverine alle soglie dell’Istituto Xavier, solo per scoprirlo imbrigliato in un sadico trucco di Loki, il Dio dell’Inganno. A seguito dell’introduzione del fratellastro del Dio del Tuono, il fumetto smette di essere incentrato su Wolverine e si trasforma in un epilogo delle Guerre dell’Infinito appena concluso. L’evento cosmico ha fatto tabula rasa degli ultimi anni spaziali Marvel e consegnato una tabula rasa ad i nuovi lettori. Il prezzo da pagare è stato, peró, altissimo: Duggan ha toccato il suo punto più basso da quando è in Marvel, ingarbugliato in troppe sottotrame ed un intreccio principale macchinoso, confusionario e, proprio per questo, per nulla avvincente.

Cosa c’entra, in tutto ciò, Wolverine? Assolutamente nulla.
“Wolverine: Infinity Watch”, in copertina, può sembrare il pretesto per un’avventura spaziale dell’Artigliato ma, all’interno, si rivela un epilogo non necessario ad un evento che nessuno voleva leggere. Un numero di debutto pesante, didascalico e che funge da “riassuntone” per tutti quelli che, per un motivo o l’altro, si aspettavano un fumetto pieno di snikt e “cocco” e si sono invece ritrovati impelagati nella mania da collezionista delle Gemme dell’Infinito di Loki. Modesto il lavoro di Andy MacDonald ai disegni, un tratto simpatico, grinzoso e ben colorato da Jordie Bellaire, ma nulla di imprescindibile o must see, niente che possa salvare capra e cavoli. Se cercate altre letture dedicate a Wolverine, “Dead Man Logan” di Brisson e Henderson saprà accontentarvi.

VENOM #11 di Donny Cates, Joshua Cassara e Ryan Stegman.

Giochino divertente, quello delle retcon. Sin dalla nascita di questo escamotage narrativo, le operazioni di rifinitura, cancellazione e riscrittura di eventi del passato hanno causato guai per gli scrittori, i personaggi e, molto spesso, moti d’impeto tra i lettori. Un colpo di spugna che copre spiacevoli erroracci del passato, obbrobri di continuity, permettendo di modificare aspetti della vita editoriale di un personaggio e rimodellarli a proprio piacimento.

Donny Cates ha fatto della retcon, di questo processo continuo di smantellamento e risanamento, la raison d’être del suo “Venom”.  Un tipo di scrittura invasivo, forse, ma mai insensato o scellerato. Sin dall’inizio della serie, Cates ha saputo gestire il tortuoso passato di Eddie Brock e scomporre il personaggio in diversi segmenti, ne ha distrutto le fondamenta e lo ha ricostruito, consegnando al lettore un antieroe, mosso perlopiù da una spinta positiva, ma che al tempo stesso combatte le sue peggiori pulsioni negative. Un protagonista, dunque, che mantiene il suo appeal e carisma oscuro, violento, ma combatte per migliorare se stesso e utilizzare il suo potere alieno a fin di bene. La domanda diventa un’altra, quindi: quali benefici trae il simbionte da Eddie Brock? Cosa costa, quale prezzo comporta questa vita a metà, divisa con un parassita in grado, in ogni momento, di dominare il corpo ospite?
Anche in questo undicesimo numero – che lo stesso Cates ha ammesso essere fondamentale per tutto il percorso da lui imbastito – il passato di Eddie Brock e le interferenze del simbionte in esso sono assolute protagoniste.

La narrazione del numero è alternata, intrecciata tra realtà e subconscio. Eddie Brock si trova, ad apertura dell’albo, sotto il bisturi del Creatore, villain che Cates ha introdotto a sorpresa. Ryan Stegman non cala d’intensità, regalando una prova maiuscola e rimanendo in tono con il suo vertiginoso picco di qualitá, eppure é in disparte: Joshua Cassara é il vero protagonista artistico del fumetto, impegnato ad illustrare le sequenze oniriche che sconvolgono la mente del povero Brock. Alle linee morbide ma massicce di Stegman, Cassara affianca volti squadrati e una suddivisione della pagina irregolare ed imprevedibile, spesso “invaso” da un simbionte sporco, grezzo e perfettamente colorato dal veterano Frank Martin.

In questo turbinio psicotico rosso sangue e nero pece, fatto di dialoghi nervosi, perlopiù spezzati, rabbia che finalmente esplode e collera che viene sputata fuori in monologhi interni, Cates cala un altro asso in questa nervosa partita a carte con i punti oscuri del passato di Brock. «Everything you knew is wrong» sembra davvero diventato il mantra di questa serie, che ad ogni opportunità riscrive la storia di Venom, ne cambia dettagli fondamentali ed aggiunge particolari devastanti, che offrono nuove prospettive e opportunità narrative. Con “Venom” e, specialmente, con questo Donny Cates, non ci si annoia mai.

Novità Nexo Digital di marzo

Anche nel mese di marzo la Nexo Digital ci riempie di sorprese e di nuovi emozionanti titoli.

Questo è il programma per i DocuFilm evento:

 

 Mentre ecco cosa ci propone la linea Nexo Anime, per il suo ottavo ciclo:

  • il 23 e 24 marzo si parte con MY HERO ACADEMIA-THE MOVIE:TWO HEROES, il nuovo travolgente fenomeno globale del mondo dei manga e degli anime
  • il 13,14,15 maggio proseguiremo con 5 CM AL SECONDO, uno dei capolavori del maestro Makoto Shinkai, campione di incassi con Your Name
  • il 18 e 19 giugno infine arriverà in sala FATE/STAY NIGHT:HEAVEN’S FEEL 2-LOST BUTTERFLY, il secondo episodio della trilogia che racconta le vicende della terza e ultima route narrata nella visual novel Fate/Stay Night.

 

Come sempre Dimensione Fumetto vi regala i coupon per l’ingresso ridotto agli spettacoli che non potete perdere. Basta stamparli e presentarli alla cassa del vostro cinema aderente!

Wednesday Warriors #21 – Da Thor a Conan

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THOR #10 di Jason Aaron e Mike Del Mundo.

È da più di sette anni che il lavoro di Jason Aaron sul Dio del Tuono riempie le pagine dedicate al Tonante in Marvel. Lavorando con giganteschi concept che mescolano tradizione e mitologia norrena e la piú classica delle strutture supereroistiche, Aaron ha saputo presentare una pletora di dèi con divini problemi, per citare il Sorridente Stan Lee.
In questo lungo processo di umanizzazione degli Dei Asgardiani, un personaggio in particolare si è sempre saputo distinguere, un protagonista secondario che è stato fondamentale in ogni svolta narrativa della storia finora e che si è rivelato uno dei personaggi preferiti dello stesso Aaron – e del sottoscritto.

Senza la figura del Padre di Tutti, senza Odino, il “Thor” di Aaron avrebbe un quarto dell’intensità che ha sfoggiato finora. Un rudere della vecchia Asgard, ossessionato dallo splendore del suo regno, riluttante ad aprire l’occhio e notare come i Dieci Regni stessero per ritorcersi l’uno contro l’altro. L’ascesa di Malekith e l’arrivo della Guerra dei Regni sono state inconsciamente supportate dalla furia di Odino, mortalmente intenzionato a distruggere la donna che impugnava Mjölnir, Jane Foster, rea di aver usurpato la memoria e la potenza – tutta tossicamente mascolina – di Asgard.

Eppure, Odino non è mai stato classificato come un villain. Jason Aaron ne ha esplorato diverse sfaccettature e lo ha utilizzato in vari ruoli: custode di indicibili segreti, acerrimo nemico degli invasori del Regno, marito impossibile da sopportare, egoista oltre ogni concezione umana, figura tormentata dal peso della corona e delle responsabilità, un Dio a cui tutto era concesso e dovuto proprio in virtù del suo essere Padre di Tutti.
Odino è il prodotto di un sistema antiquato, classico, tuttavia superato. È il mausoleo di una Asgard che non esiste più se non nella memoria, un sovrano che ha regnato eccedendo in tutto, boria, conflitti, discussioni, frustrazione e, soprattutto, vivendo in maniera altalenante il rapporto con i suoi figli.

Al centro di questo #10 c’è proprio il legame che unisce padri e figli e, alle soglie della Guerra dei Regni, Thor e Odino si affrontano senza risparmiarsi.
È proprio il concetto del nome “Padre degli Dei” che sembra riecheggiare ironicamente tra le pagine dell’albo: come si può tenere fede al ruolo di All-Father se, per Odino, è stato praticamente impossibile essere un padre presente ed amorevole anche per il solo Thor? I due non si risparmiano sferzate al vetriolo, insulti e dialoghi che sfiorano l’alta lirica germanica e cascano poi nel disperato tentativo di ferire “l’avversario”. Osservare lo scontro dal punto di vista di Odino ribalta la prospettiva del lettore, che si trova a contatto con una figura altamente empatica, un bambino diventato uomo, poi diventato padre, che non ha saputo allontanarsi dal dolore e dalle ferite che il suo tortuoso processo di crescita gli ha inferto.

Mike Del Mundo è protagonista quanto il Dio del Tuono e il furioso Figlio di Bor. L’artista, strepitoso in copertine e illustrazioni, ha finalmente trovato una sua linea guida da seguire e si é trasformato in altrettanto incredibile artista interno. La suddivisione delle vignette, la “gabbia”, non imprigiona il tratto sfarzosamente pop, coloratissimo e iper-attivo di Del Mundo. I centellinati momenti di libertà sono un’iniezione di adrenalina, con l’artista che gioca con i personaggi e la loro fisicità, sfrutta un centinaio di martelli e li unisce, risultando botte da orbi e occhi neri, tutto costruito sulle parole, e le emozioni riversate in esso, di un altro, straordinario script di Aaron.

WONDER TWINS #1 di Mark Russell e Stephen Byrne.

Il nome di Mark Russell andrebbe, senza alcuna ombra di dubbio, inserito tra quelli delle rising stars del fumetto statunitense. Ma anche catalogandolo insieme ad altri nomi, Russell ha saputo avere una marcia in più, facendo dell’ironia tagliente, dello humor nero e della onnipresente critica sociale il suo marchio di fabbrica.

Per puntare ancora di piú su questo spirito ribelle e dissacrante, DC Comics ha saputo sfruttare Russell in maniera satellite alle sue storie principali, dandogli l’opportunitá di scrivere personaggi come Lex Luthor e la Lanterna Verde John Stewart in rari – e bizzarri – crossover con i personaggi Hanna-Barbera e Looney Tunes. Con il lancio della linea “Wonder Comics”, Brian Michael Bendis e DC Comics hanno trovato l’occasione giusta per far sfiziare Russell con Superman, Batman, Wonder Woman e molti altri ancora.

Creati al delirante tramonto degli anni ‘70, i Gemelli Meraviglia di Nelson Bridwell e Ramona Fradon hanno sempre vissuto il loro status da personaggi di serie C, una battuta ricorrente non aiutata dalle loro comparsate nella serie animata I SuperAmici, versione della Justice League per i più piccini. Mark Russell sa benissimo che sfruttare la componente supereroistica sarebbe da sciocchi, del resto i gemelli Jayna e Zan di Exxor non hanno chissà quali incredibili poteri: la prima può mutare in vari animali, mentre il secondo trasformarsi in varie forme d’acqua, da liquido a solido a gassoso.

L’autore si sente a casa e sfrutta il grande potenziale comedy, un umorismo che nasce dal concept di due gemelli alieni spediti sulla Terra, costretti a districarsi tra teenager annoiati e/o attizzati. Il liceo che fa da ambientazione vive di tutti gli stereotipi che la cultura statunitense ci ha propinato in questi anni; a questo iniziale cocktail di situazioni assurde e irriverenti, Russell aggiunge la massiccia presenza della Justice League, con i due gemelli alieni incaricati di “fare da custodi” alla Hall Of Justice. Ma non c’è da aspettarsi seriosità o trame impegnative, perché nemmeno la Trinità si salva dallo spirito ironico di Russell, che si fa più volte beffe dei supereroi più importanti dell’universo DC.
L’albo è pieno di piccole e grandi battute, trovate geniali e innuendo. Raccontarle e sottolineare le risate ad alta voce fatte durante la lettura non renderebbe minimamente giustizia al lavoro dello scrittore.

Ai disegni, Stephen Byrne è certamente adatto al tono della storia, con uno stile giovane, fresco e valorizzato da una buona palette di colori – anche se dei toni piatti da classico comic book avrebbero creato un interessante contrasto artistico e narrativo. Tuttavia, il fumetto può risultare statico, con poca dinamicità, con un forte rischio di diventare, agli occhi, ripetitivo con il passare dei numeri.

“Wonder Twins” è un ottimo primo approccio al genio comico di Russell, un fumetto che può sicuramente osare di più sul piano artistico ma che pianta saldamente i piedi nell’Universo DC, proponendo qualcosa di fuori dagli schemi e radicalmente differente. Una serie comedy con risvolti teen drama, formula che raramente vediamo applicata alla Distinta Concorrenza.

Gufu’s Version

SAVAGE SWORD OF CONAN #1 di Gerry Duggan e Ron Garney

A poco più di un mese dall’uscita di Conan The Barbarian la Marvel Comics riporta nelle librerie USA la gloriosa testata Savage Sword of Conan; quella che tra il 1974 e il 1995 è stata una rivista dedicata a un pubblico adulto, in bianco e nero e con un formato più grande, viene riproposta oggi nel classico formato comic book che si distingue dalla testata gemella nella struttura editoriale. Savage Sword infatti proporrà brevi cicli di storie che saranno di volta in volta curati da diversi team creativi.

Nel primo capitolo de “Il Culto di Koga Thun”, Gerry Duggan e Ron Garney propongono la loro energica versione del giovane cimmero, qui Conan ha circa 20 anni, alle prese con una (dis)avventura marittima fatta di squali, galee, schiavi e pirati. Il taglio scelto dal team creativo è decisamente sopra le righe e con una traduzione a fumetti più convincente rispetto all’approccio letterario-illustrativo scelto da Jason Aaron e Mamud Asrar per “the barbarian”. L’approccio generale resta comunque coerente alla linea editoriale che vede come punto di riferimento, per tutti gli autori, il Conan delineato da Roy Thomas circa 40 anni fa: Duggan rimarca una delle caratteristiche fondanti del personaggio, l’incapacità di Conan di accettare la resa, e ci costruisce attorno la trama dell’intero episodio. Più della sua forza sovrumana, più della sua abilità con la spada, questa estrema tenacia – chiamiamola così – è il motore, causa scatenante e risoluzione, che porta avanti il racconto; le trenta pagine di questo primo albo scorrono rapidamente e intrattengono il lettore in una continua escalation di sospensione dell’incredulità. Un metodo implausibile se applicato a qualunque altro eroe o antieroe – l’unico personaggio dei fumetti che si avvicina a queste dinamiche è, probabilmente, il “nostro” Tex.

Ron Garney adotta un tratto frammentato e ricco di campiture nere che, abbinato ai colori rarefatti di Richard Isanove, donano alla storia un’atmosfera cupa e indefinita consona agli aspetti più mitologico-soprannaturali tipici dello Sword & Sorcery.
Il muscolare Conan di Duggan e Garney è una piacevole sorpresa nell’ambito dell’intero progetto che vede il ritorno della creatura di Robert E. Howard in casa Marvel.

SUPERMAN #8 di Brian Michael Bendis, Ivan Reis e Brandon Peterson

Prosegue l’arco narrativo “Unity Saga: The House of El” in cui gli autori indagano sul Jor El e raccontano i retroscena del viaggio di Jon Kent con il suo nonno Kryptoniano.
Brian Michael Bendis lascia che sia Jon stesso a raccontare ai propri genitori quanto successo nel periodo passato a vagare per la galassia raccontando quindi la storia per flashback. Il racconto procede dunque su due linee temporali parallele: quella presente, illustrata da Ivan Reis, e quella del racconto di Jon, che vede Brandon Peterson ai disegni; una scelta figlia della necessità di mantenere in scena il titolare della testata – Superman – che sarebbe altrimenti stato relegato al ruolo di semplice comparsa, che ha però il difetto di rendere il ritmo più compassato e a tratti macchinoso.

Di contro stupisce sempre l’abilità di Bendis nel saper rendere credibili i personaggi che è chiamato a gestire, e lo fa grazie alla verosimiglianza dei dialoghi, frammentati, ricchi di reiterazioni e a volte carichi delle incoerenze tipiche del parlato quotidiano. Dialoghi che riescono a comunicare anche ciò che non viene detto esplicitamente, parlando per sottintesi e pause, lasciando al lettore il compito di “unire i puntini” e, così facendo, coinvolgendolo nel processo creativo e amplificandone la risposta emotiva ben più di quanto possa fare una prosa elaboratamente sofisticata.
Ovviamente questo tipo di scrittura richiede una conoscenza dei propri limiti, che lo scrittore ha ampiamente sondato nel corso della sua carriera, oltrepassati i quali il testo diventerebbe un ostacolo alla fruizione della storia: non è questo il caso e Bendis riesce a darci un ritratto interessante di Jon Kent, convincente nella descrizione delle sue difficoltà tipicamente adolescenziali.

Al di là dell’ottimo lavoro sul giovane Superboy il team creativo si distingue per la resa efficiente di tutti gli altri personaggi, il Superman di Ivan Reis è una miscela di classico e moderno che reinterpreta in chiave contemporanea tutti gli stilemi del personaggio senza mai tradirli, una prestazione maiuscola del disegnatore che mette in ombra il lavoro meno convincente di Brandon Peterson, quest’ultimo segna un passo indietro rispetto alle sue recenti prove su Titans, soprattutto sul piano della riconoscibilità e coerenza dei personaggi, che riscatta parzialmente con una bella composizione.
Segnalazione doverosa per la sorpresa finale, un ritorno che solleva molte domande e promette parecchia azione.

Wednesday Warriors #20 – da Daredevil a Green Lantern

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DAREDEVIL #1 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Nel marasma editoriale e creativo Marvel del 2018, il Diavolo di Hell’s Kitchen sembrava essere stato escluso dalla spinta del Fresh Start. Le trame di Charles Soule escludevano ribaltoni, tra sindaci di New York «corruptus in extremis» e una trama che stentò a trovare un qualsivoglia mordente. Una storia perlopiù anemica, incapace di catturare la forza del personaggio e, quantomeno, di sfruttare la prospettiva da legal drama che Soule aveva mostrato di saper padroneggiare. Inutile dire che la stragrande maggioranza dei fan del Cornetto ha tirato un sospiro di sollievo all’annuncio dell’arrivo di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Daredevil #1 parte con un Matt Murdock lontano dalle aule di tribunale. Capelli incolti, aria spavalda, antidolorifici, sex appeal e malinconia: Marco Checchetto canalizza tutto il fascino di un giovane Robert Redford nella rappresentazione di un protagonista libero da vincoli, apparentemente ringiovanito. Ma alla base di questo nuovo Daredevil c’è soprattutto un processo di ricostruzione. Un work in progress che già da questo debutto è nucleo della trama principale.

“The Death Of Daredevil” di Soule e “Man Without Fear” di Jed MacKay hanno consegnato a Zdarsky un Matt Murdock lontano dalle sue sicurezze, nuovamente Daredevil ma lontano dall’Uomo Senza Paura che il lettore ha imparato a conoscere.
Il processo di recovery, anticipa Zdarsky, sarà lungo e tortuoso. É proprio qui che si trova il fascino di questo primo, nuovo “Daredevil”. Ogni evento del fumetto é funzionale alla diffusione di questo dubbio. La crisi di fiducia che ha colpito il personaggio é stata trascinata a questa nuova serie. Avremo di nuovo l’Uomo Senza Paura? Il peso degli acciacchi, della responsabilità e degli errori commessi saranno un prezzo troppo alto da pagare?
Lo scrittore cerca la riflessione, disposto a metter da parte velleità da debutto che impongono momenti ad alto tasso adrenalinico e testosterone.
Il Diavolo é lontano dal suo apice fisico e mentale e, tra le pieghe del costume rosso e le nocche insanguinate, c’è molto di più, stavolta, da osservare.

Zdarsky opta per un numero di debutto concentrato tutto sul personaggio, con un breve accenno alle trame orizzontali ed un intrigante esordio di un personaggio secondario che potrebbe cambiare parecchie dinamiche alla tradizionale formula del supereroe vigilante.
Di fianco all’intreccio principale, Zdarsky non resiste alla tentazione ed esplora, come tanti prima di lui, il passato di Matt Murdock, sviscerato attraverso momenti salienti della sua crescita. Gioca un ruolo fondamentale la religione del protagonista, la violenza nascosta nel suo cuore, il suo rapporto con la giustizia e la sottile linea che la separa dalla vendetta. Qui spunta la voce del Matt Murdock di Zdarsky, un personaggio che ha vissuto le discrepanze di un fragile equilibrio: arrabbiato con il mondo e con Dio per ciò che gli ha tolto, tuttavia ancora in grado di trovare la forza di fare del bene e proteggere Hell’s Kitchen.

Marco Checchetto e la semplicitá dello story-telling sono protagonisti tanto quanto l’interessante sceneggiatura di Zdarsky. Personaggi marcati da linee chiarissime e definite si muovono in una New York sporca, fatta di criminali e poliziotti, ancora più viva grazie ai colori di Sunny Gho. I personaggi sono attori che Checchetto gestisce perfettamente. Proprio con Murdock, l’artista sa di avere una grande varietà di emozioni da mostrare e, dalla rabbia alla paura, il Diavolo rivela tutto e lo fa al meglio, anche sotto la maschera.

Daredevil #1 ha il pregio di evitare qualsiasi scimmiottamento alla serie Marvel / Netflix, prediligendo una narrazione muscolare e, al tempo stesso, parecchio introspettiva. Un Matt Murdock fuori dalla sua zona di comfort permette a Zdarsky e Checchetto di giocare con un Diavolo che, da qualche anno, sembra spuntato delle sue corna rosso sangue.
Finalmente, Hell’s Kitchen sembra aver trovato nuovamente il suo protettore.

UNCANNY X-MEN #11 di Matthew Rosenberg, Salvador Larroca, John McCrea e Juanán Ramirez.

«Every X-Men story is the same.»

Leggendo la prima pagina di Uncanny X-Men #11, verrebbe da chiudere l’albo seduta stante. Matthew Rosenberg ci avvisa con un pensiero in un balloon rosso, piazzato al centro di una prima pagina nera. Ma se ogni storia degli X-Men è uguale all’altra, perché dunque leggere questo undicesimo numero di Uncanny X-Men? Cosa nascondono di diverso queste sessantaquattro pagine?

Il mondo si trova ancora una volta coinvolto in un ciclo di terrore e pregiudizi: il vaccino anti-mutante ha ridato speranza agli umani, sempre più intolleranti ed impauriti dalle bombe atomiche a piede libero tra loro. L’orlo dell’estinzione ed il clima d’odio sono componenti fondamentali, quasi cicliche degli X-Men.
Eppure, Rosenberg calca la mano, non rinuncia a qualche colpo sotto la cintura e l’atmosfera descritta è lontana dal clamore delle battaglie in spandex aderente. Amarezza, paura e rancore dominano i dialoghi, un sostegno più che valido ai disegni di un Salvador Larroca lontano dai suoi anni migliori – ma comunque funzionale al racconto, aiutato dai colori di Rachelle Rosenberg che ha aspramente criticato, in una forte caduta di stile.

Se a Larroca tocca il compito di illustrare il ritorno di Ciclope, depresso, ubriaco e disperato, allo stile di John McCrea si addice di più il rientro di Wolverine: questi due racconti paralleli saranno al centro della trama principale, due punti di vista che seguono lo stesso percorso e tastano il polso del mondo mutante intorno a loro. Due perni della struttura narrativa degli X-Men si trovano così costretti ad incastrarsi nuovamente nelle trame dopo esserne stati allontanati per anni. Le loro differenze d’opinione li hanno separati in maniera drastica e il fato – o le esigenze editoriali, che dir si voglia – li ha costretti al riavvicinamento.

Rosenberg ha la fortuna di poter utilizzare due personaggi freschi di ritorno dal mondo dei morti: Uncanny X-Men recupera due protagonisti di calibro pesante, carismatici e pieni di contraddizioni e zone d’ombra. Si riempie cosí un vuoto pesante, un vuoto che ha segnato il destino di molte testate mutanti negli ultimi anni.
Mancava quel personaggio che potesse assumere la leadership degli X-Men senza far storcere il naso ai fan piú duri e puri. Otto anni dopo lo Scisma di Jason Aaron, Ciclope e Wolverine tornano a fare squadra, a riunirsi in battaglia nel momento più alto dell’albo, regalando il feel good moment che serviva per catalizzare l’energia positiva per la rinascita degli Uomini-X.

Né Ciclope né Wolverine, tuttavia, costituiscono la parte più interessante di Uncanny X-Men #11, un numero tenuto in piedi da un unico personaggio, che lo scrittore utilizza in maniera intelligente e, al tempo stesso, triste. La mutante Blindfold è il simbolo dell’atmosfera cupa che Rosenberg ha voluto imprimere. Il suo racconto passa dalle matite di Larroca a quelle di McCrea, fino ad un epilogo di Juanan Ramirez. In lei, Rosenberg ritrae la sofferenza e la spirale depressiva di chi soffre la persecuzione, di chi si vede senza futuro – nonostante il suo potere sia proprio la preveggenza. Una metafora che colpisce come un treno e segna un punto di non ritorno per questo #11 che sa tanto di #1.

Se «ogni storia degli X-Men é sempre la stessa», Rosenberg e il team artistico tengono a sottolineare questo ciclo infinito di sofferenza per i mutanti, odiati e temuti per tradizione stessa della Casa delle Idee. Sostanzialmente, Uncanny X-Men #11 non offre niente di rivoluzionario, eppure segna un drastico cambio di direzione per il più recente rilancio editoriale dei mutanti. Rosenberg si incammina su un percorso pieno di ostacoli con una flebile luce in fondo al tunnel, due pezzi da novanta come protagonisti e l’idea di scrivere i suoi X-Men, senza compromessi.

Gufu’s Version

FEMALE FURIES #1 di Cecil Castellucci e Adriana Melo

Reduce dall’ottima prova sulle due miniserie dedicate a Shade: the Changing Girl, Cecil Castellucci prende in consegna e Furie Femminili: il corpo di élite creato da Granny Goodnes al servizio di Darkseid, il Signore e padrone di Apokolips.
Create da Jack Kirby nell’ambito della sua Saga del Quarto Mondo, le Furie sono sempre state una figura di contorno in questo ambizioso progetto autoriale del Re, più funzionali alla storia di Mister Miracle e Big Barda che personaggi a tutto tondo capaci di reggere una serie autonoma.
La Castellucci si trova quindi con dei personaggi sostanzialmente vergini a cui deve dare un’identità e uno scopo narrativo nuovo, identità che l’autrice cerca e trova tra le pieghe del dibattito sociale odierno. Scelta intelligente e sensata soprattutto alla luce del fatto che tutta la saga dei New Gods era nelle intenzioni di Kirby una lettura della propria contemporaneità.
È così che tutto il primo capitolo di Fatale Furies è intriso di palesi riferimenti alla condizione delle donne nella società contemporanea: succede quindi che su Apokolips, come sul nostro pianeta, le donne vengono sottovalutate, anche quelle che – come le Furie – possono romperti l’osso del collo con un ceffone, e che vengano giudicate in base all’aspetto fisico. Succede che i colleghi uomini le derubino dei loro meriti legittimi (anche e soprattutto quando questi meriti contemplano omicidi e altre efferatezze) e che ci siano altre donne che si rivelano maschiliste anch’esse riproponendo frasi a noi familiari quali: “se l’è cercata” o “se cura così il suo aspetto è normale che riceva attenzioni”.
Sebbene il soggetto sia ben congegnato e ricco di spunti interessanti soffre un po’ la necessità (imposta?) di andare incontro ai potenziali nuovi lettori: i dialoghi risultano così fin troppo didascalici perdendo di naturalezza e credibilità. Non aiuta in questo il tratto legnoso di Adriana Melo che sembra non saper gestire bene la recitazione dei suoi personaggi, che assumono pose ed espressioni rigide e poco naturali.
Fanno da contraltare delle belle trovate, su tutte quella di raccontare i flashback semplificando il tratto e utilizzando solamente colori piatti: in questi passaggi le tavole ricordano un certo stile anni ‘90, quello dei primi albi Vertigo per intenderci, che fa compiere un vero balzo nella memoria ai lettori più stagionati.
L’albo è ricco di belle idee e di potenzialità e, al netto delle criticità sopra espresse, risulta piacevolmente scorrevole e interessante.

THE GREEN LANTERN #4 di Grant Morrison e Liam Sharp

Grant Morrison e Liam Sharp continuano il loro percorso di ridefinizione di Hal Jordan, un percorso che, a differenza di quanto fatto nel recente passato delle Lanterne Verdi, si concentra quasi esclusivamente sulla figura di Hal mettendo in disparte il Corpo delle Lanterne Verdi: qui il nostro eroe dismette le vesti del leader carismatico per assumere il ruolo di cowboy solitario, giustiziere fallibile e sempre più avverso alle regole e all’autorità. Non si tratta di una caratterizzazione inedita, in quanto Hal è sempre stato descritto come un ribelle, ma qui Morrison e Sharp rendono questa sua indole in maniera significativamente più marcata.
In questo albo il duo britannico tralascia parzialmente la struttura delle storie autoconclusive per approfondire la macrotrama che vede l’approssimarsi del conflitto tra Hal Jordan e il Corpo delle Blackstars: tutto è imperniato sul dualismo luce/oscurità rappresentato sia dai poteri delle due fazioni che dai singoli elementi della storia.
Come da sua consuetudine, Morrison riempie il suo soggetto di idee, spunti, personaggi e sottotrame e Sharp, da parte sua, gli fa eco affollando le sue tavole di dettagli e tratteggi fitti.
Siamo lontani dallo standard supereroistico odierno e più vicini al mondo dell’illustrazione, in una ricerca stilistica dal taglio monumentale che riecheggia l’ultimo periodo di Alex Raymond su Flash Gordon: la narrativa di fantascienza per eccellenza.
Ogni tavola è curata maniacalmente, dal soggetto ai disegni, dai personaggi ai dialoghi, andando a comporre un albo complesso che costringe il lettore a tornare indietro per rileggere e comprendere meglio i passaggi più ostici: non siamo ancora dalle parti di The Invisibles o di Nameless, sia chiaro, ma comunque molto lontani dalla tanto vituperata decompressione narrativa di cui si parla tanto.

Wednesday Warriors #19 – Da Heroes in Crisis a Age of X-Men

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #5 di Tom King e Clay Mann

Il Diavolo si annida nei dettagli.

La prima cosa che balza all’occhio sfogliando questo episodio di Heroes in Crisis è la perizia con cui Clay Mann si dedica alla cura dei dettagli e, come per la splendida doppia pagina con Booster Gold e Blue Beetle sul divano, a nascondere messaggi più o meno visibili ai lettori attenti.

Le parti scarabocchiate col paint non sono opera di Clay Mann

Quello che potrebbe sembrare un vezzo dell’artista rientra chiaramente in una strategia narrativa messa a punto dall’intero team creativo, l’albo si apre con un esplicito invito a guardare e il verbo “to see” è ripetuto insistentemente nel corso delle 24 pagine che compongono questo capitolo della miniserie: proprio in questa prima pagine c’è un dettaglio “sbagliato” che potrebbe voler dire molto.
Questa strategia, fatta di indizi nascosti tra le parole e di disegni dettagliati comporta un naturale rallentamento della lettura: una conseguenza che risponde sia a un’esigenza puramente editoriale – evitare che il lettore termini l’albo in pochi minuti lasciando una sensazione di insoddisfazione nei confronti della spesa effettuata – che più strettamente narrativa: in una storia che punta più sul coinvolgimento emotivo che sull’avanzamento del plot il valore delle pause è determinante.

Una questione di armonia

Nella teoria musicale un accordo è dato da più note, diverse tra loro, che suonate assieme danno vita a un suono che è più della semplice somma tra le suddette note (sento già il suono di diversi insegnanti di musica che si stanno impiccando per via di questa mia grossolanità).
Alla stessa maniera si può costruire un racconto, in questo caso una tavola di fumetto, facendo risuonare armonicamente diverse voci che siano collegate tra loro.

Qui abbiamo un “tema”, la tonica, (la foto di un noto personaggio apparentemente morto) che fa da filo conduttore a una serie di parole pronunciate da persone diverse in contesti diversi che però sono legate da similitudini:
See-Eye
Travel-Place
Life-Birthday

con il posizionamento delle suddette strategicamente pensato dal bravo Clayton Cowles in modo che leghi coerentemente col tema di cui sopra.
Il tutto genera una pagina dall’andamento estremamente fluido e, appunto, armonico.

Il manifesto dell’eroe

Nell’ambito di quello che viene definito il Nuovo Umanesimo del fumetto supereroico, Heroes in Crisis aggiunge un tassello importante alla riflessione sul genere: se la rivoluzione operata da Stan Lee e soci all’alba della Marvel Comics aveva avvicinato gli eroi in calzamaglia al vissuto quotidiano dei loro lettori, e se il cosiddetto decostruzionismo degli anni ‘80 e ‘90 aveva evidenziato il lato più disturbante e psicologicamente malato della figura del supereroe, questa nuova fase mette in relazione l’umanità dei nostri eroi, la loro fragilità, con l’aspetto più puro e nobile della figura del (super)eroe.
Qui il cortocircuito tra personaggi e lettori è completato grazie a uno dei più coinvolgenti monologhi della storia recente dei comics.

E non è un caso che sia Superman il protagonista di questo discorso, che è sia una riflessione sul proprio ruolo che un appello alle migliori qualità di ognuno. Lettori compresi. Non è un caso perché, oltre a essere il primo dei supereroi è anche, nella sua veste umana, uno scrittore. Ed è in questa sua veste, nell’atto faticoso di scrivere il suo discorso alla stampa, che Clark Kent, carico di dubbi e interrogativi, ci viene mostrato: Clark è l’alter ego di King che parla ai suoi lettori/ascoltatori.
Chiunque può essere un eroe.

Un mistero da risolvere

In questo groviglio di significati stratificati si vanno districando i personaggi coinvolti nelle tre trame che proseguono parallelamente: Superman e Wonder Woman si confrontano con l’opinione pubblica, Booster Gold, aiutato da Blue Beetle, è il cerca della propria redenzione mentre Batgirl e Harley Quinn procedono nell’indagine nella speranza di scoprire il colpevole del massacro avvenuto al Santuario. Si fa avanti e indietro per capire cosa sia successo nel Santuario, si cerca l’assassino per essere certi di non essere gli assassini e i lettori vengono chiamati a tornare sui propri passi, a rileggere le pagine indietro alla ricerca di nuovi indizi.

Ovviamente la storia può essere letta anche in pochissimi minuti, così facendo però si perderebbe sia il succitato coinvolgimento emotivo che la soddisfazione di notare quei dettagli che potrebbero, tra l’altro, contenere degli indizi sul mistero del Santuario. E questo, in una struttura classica da giallo deduttivo come quella di Heroes in Crisis, sarebbe una perdita di non poco conto.

Bam’s Version

AGE OF X-MAN: ALPHA di Zac Thompson, Lonnie Nadler e Ramon Rosanas.

Zac Thompson e Lonnie Nadler lanciano la seconda fase del ritorno degli “Uncanny X-Men” con questo “Age Of X-Man”. Tutto è iniziato proprio con Nate Summers, antagonista principale della serie titolare: l’Uomo-X ha trascinato il resto dei protagonisti in un suo delirio di onnipotenza e ora il mondo “normale” è orfano degli X-Men, catapultati in una realtà parallela dove il sogno mutante si è realizzato oltre ogni più rosea aspettativa.

L’Universo è diventato “Meraviglioso” e gli esseri umani hanno lasciato il posto ai mutanti: l’eccezione e l’anomalia del gene-X è diventata la norma e gli X-Men sono eroi amati da tutti. Da questa apparentemente semplice premessa, Thompson e Nadler creano una nuova utopia mutante ricca di dettagli, composta da uomini e donne eccezionali, che vivono la vita di tutti i giorni con i loro poteri, e i volti noti degli X-Men: Nathan Summers é il Cristo mutante, profeta alla guida del sogno, Nightcrawler conduce due vite di estremo successo, da un lato supereroe e dall’altro attore hollywoodiano, Angelo dirige l’Istituto Summers. Ma anche nel momento più alto della razza mutante, qualcosa va storto e, superato un certo punto della lettura, l’utopia inizia a mostrare il suo lato oscuro, il prezzo da pagare per mantenere vivo il sogno. Gli indizi lasciati dagli autori diventano tristi dogmi, compromessi terrificanti stretti in virtù della realizzazione del mondo perfetto di X-Man.

Nonostante dieci numeri di dubbia qualità, con ritmi altalenanti, “Age Of X-Man: Alpha”, fortunatamente, non soffre degli stessi difetti di “Uncanny X-Men”. Al team artistico a rotazione forsennata rimedia l’incredibile valorizzazione artistica del – giá talentuoso – Ramon Rosanas, rivitalizzato dai colori di Triónna Tree Farrell. Il disegnatore non si risparmia neanche in una vignetta e dà vita ad un mondo davvero unico e mai visto nell’Universo Marvel: gli anni ‘60 degli Originali X-Men di Lee & Kirby incontrano la modernità della tecnologia mutante e i colori “piatti” che riempiono i disegni fanno risaltare i personaggi, immersi in ambienti particolarmente curati. Per cercare un artista più vicino a questa evoluzione artistica, sotto questa nuova veste, Rosanas  si accosta moltissimo a Cliff Chiang – e la cosa può essere solo un bene.

Passare dagli “Uncanny X-Men” privi di mordente ed eccessivamente confusionari ad un one-shot dedicato ad introdurre una realtà alternativa può essere disarmante. Tuttavia, Thompson, Nadler e Rosanas centrano l’obiettivo, rendendo il mondo dell’Era di X-Man interessante e ricco di spunti narrativi da non sottovalutare. Avere la possibilità di costruire una piccola “realtà tascabile” costringe gli autori ad essere più intensi e coerenti sin da subito, rivelando i punti più interessanti del concept senza diluire eccessivamente il tutto. Ne va da sé che questo one-shot è privo di quelle sottotrame ingarbugliate e ballerine, che fanno volare l’occhio del lettore da una location all’altra pur di raccontare tutto e portare avanti piccole storie individuali. Al contrario, Thompson e Nadler preferiscono scrivere spunti di partenza interessanti per le miniserie che nasceranno da questo evento mutante, senza forzare l’introduzione ma raccontando una storia che, organicamente, costruisce un filone principale e le sue ramificazioni. Atmosfere beatnik, controcultura e un regime mascherato da utopia…”Age Of X-Man” può davvero rivelarsi una graditissima svolta nel 2019 mutante.

PETER CANNON: THUNDERBOLT #1 di Kieron Gillen e Caspar Wijngaard.

La Terra sembra essere perduta per sempre. Oscuri cefalopodi alieni hanno scatenato morte e distruzione sulla superficie del pianeta. L’invasione è totale, la sconfitta imminente. I meta-umani di Cina, Russia e Stati Uniti hanno messo da parte le loro differenze per combattere insieme e, quantomeno, tentare di respingere il nemico dallo spazio profondo. Ma hanno bisogno di un tassello mancante…Peter Cannon, alias Thunderbolt. Orfano di genitori, consumati dalla malattia che tentavano disperatamente di curare, Peter è stato cresciuto in un monastero tibetano. Dopo aver raggiunto il picco della perfezione fisica e mentale umana, ha ricevuto in eredità le antiche pergamene contenenti la conoscenza nascosta dei grandi saggi del passato. Capace di sbloccare il 100% delle sue funzioni cerebrali, Peter Cannon ha il compito di preservare questo incredibile dono e di usarlo per proteggere il mondo. Peccato che, di questo mondo corrotto, non gli importi nulla.

Kieron Gillen ritorna al mondo del fumetto supereroistico: lo fa dopo un break di parecchi anni, con più esperienza sulle spalle e tanta voglia di fare la differenza, raccontando qualcosa di diverso. Non a caso, Gillen sceglie di spezzare gli schemi con un personaggio che ha fatto da “base” per costruire l’Ozymandias di Alan Moore e Dave Gibbons in “Watchmen”.
Lo scrittore cerca di staccarsi – ma non troppo – dall’ombra del personaggio che ha ispirato e dall’opera ben più famosa che lo ha visto protagonista; ci sono richiami evidenti, come l’uso di pagine in griglie da nove e la passione per mostri tentacolari sguinzagliati sulla Terra. Ma superati questi elementi, “Peter Cannon: Thunderbolt” #1 sembra voler discutere ancora una volta sul ruolo dei supereroi nel mondo, con il protagonista che cerca in ogni modo di prenderne le distanze.
Peter Cannon non ha alcuna voglia di mischiarsi alla mondanità o prendere parte alle beghe tra le forze politiche che pregano il suo aiuto. Il suo intelletto superiore gli impedisce di immischiarsi in discussioni futili. Gillen riesce a guardare il mondo attraverso gli occhi di Cannon e persino la minaccia della distruzione del pianeta sembra patetica e banale. Arrogante, pieno di sé ed irritante, Thunderbolt rifugge la definizione di “eroe” anche quando deduce la strategia perfetta per risolvere il problema alieno. Solo Tabu, suo tutore e migliore amico, sembra notare la fugace umanità che si nasconde ancora nel suo spirito.

A Caspar Wijngaard e Mary Safro il compito di illustrare e colorare un mondo in rovina. Gli alieni sono minacciosi e dal design intrigante, così come gli eroi della Terra – tutti ispirati da controparti più famose ma capaci di risultare unici ed interessanti. I colori fluo potrebbero infastidire, ma in realtà donano carattere ad un fumetto che vuole intenzionalmente “essere diverso” dal resto; il tratto di Wijngaard si adatta a personaggi dallo stile essenziale ed espressivo, che riempiono pagine meticolosamente divise in classiche griglie di vignette, che scandiscono la narrazione in maniera efficace. L’azione e i dialoghi sono ben calibrati e lo sforzo collettivo del team creativo confeziona un climax che esplode nella rivelazione finale.

Ma come si fa, dunque,  a complicare la vita di un uomo al di sopra del mondo intero? Come si crea il vero incipit di trama che mette in moto la serie? Come catturi il lettore dopo aver mostrato chi è e cosa può fare il tuo protagonista? Cerchi il colpo di genio…e Gillen lo trova.
Il cliff-hanger è solo una ciliegina che chiude un interessantissimo primo numero, una storia anomalo in ogni sua parte, che gira su un protagonista detestabile e in grado di risolvere qualsiasi problema nel giro di pochi minuti. Kieron Gillen e Caspar Wijngaard raccontano di un supereroe all’ennesima potenza, infallibile, distaccato, un eremita moderno che potrebbe dominare il mondo e che, ora, potrebbe essere l’unico in grado di salvarlo da se stesso.

Wednesday Warriors #18 – Dai Guardiani della Galassia all’Immortale Hulk

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

NAOMI #1 di Brian Michael Bendis, David F. Walker & Jamal Campbell.

Quanto possono contare diciassette secondi nella vita di un’adolescente? Per Naomi, protagonista della serie omonima, i diciassette secondi che aprono il #1 si riveleranno fondamentali. Il brevissimo passaggio di Superman nella cittadina di Port Oswego – un fittizio paesino dell’Oregon – sconvolge la vita dei coloriti adolescenti della città, Naomi compresa. Ma c’è qualcosa che non va. Un evento così importante dovrebbe essere discusso e considerato come tale. Eppure, Port Oswego sembra tornare alla vita di tutti i giorni, rendendo anche l’arrivo di Superman “una cosa qualunque”, un evento da vivere solo ed esclusivamente in quel fugace attimo. Quello architettato da Brian Michael Bendis e David F. Walker è un vero e proprio mistero: perché nessun telegiornale, social network o sito internet parla di questo apparentemente comune, ma straordinario evento? Perché nessun “adulto” sembra sconvolto dall’arrivo dell’Azzurrone?
Naomi sembra essere l’unica a notare le stranezze che aleggiano a Port Oswego. Le sue reazioni sono quelle di un’adolescente con uno spiccato cool factor, eppure si intravedono le fragilità della ragazza, le sue insicurezze. Naomi ha tanto da dire ma non trova il modo, é insicura e si sente fuori posto, una sensazione fin troppo comune per chi, come lei, é stato adottato e non conosce i suoi genitori naturali. Decisamente infastidita dall’aver mancato ben due volte l’avvistamento di Superman, la protagonista vive l’evento attraverso le voci dei suoi amici e coetaenei, ricco cast di comprimari ma anche voci narranti, testimoni e fiore all’occhiello del numero per quanto riguarda l’aspetto artistico.
Jamal Campbell illustra e anima l’ambientazione con personaggi coloriti, sinceri nell’espressione della loro personalità ed emozioni: é una generazione hipster un po’ esagerata ma che rappresenta al meglio la “reale” Portland, base operativa degli stessi Walker e Bendis. Il disegnatore gioca con la tavola, separando i campi lunghi e creando sequenzialità all’interno di una singola, enorme splash page; non segue schemi fissi ma si nota la voglia di mettere al centro le reazioni e le espressioni dei protagonisti con strategici primi piani.
Non ci sono esplosioni, combattimenti adrenalinici tra eroi e villain, non ci sono ret-con colossali o stravolgimenti di status quo capaci di suscitare minacce di morte agli autori su Twitter. Semplice ed efficace, “Naomi” #1 è una storia slow burn, che rivelerà le sue carte poco alla volta, puntando su uno stile artistico giovane, vivace ed intrigante e su protagonisti in grado di catturare l’attenzione con la loro genuinità.

GUARDIANS OF THE GALAXY #1 di Donny Cates & Geoff Shaw.

Tra gli highlight del 2018 a fumetti, sarebbe criminale ignorare l’ascesa allo status di golden boy di Donny Cates. Specialmente per la Casa delle Idee, l’autore Texano ha saputo imprimere la sua aria da ribelle rock con il retrogusto da bravo ragazzo incompreso.
“Doctor Strange”, “Death of The Inhumans”, “Marvel Knights” ma soprattutto “Venom” e “Thanos” hanno creato le basi per un 2019 da vivere da protagonista assoluto.
Un 2019 che comincia con il rilancio dei Guardiani della Galassia: comincia, non a caso, da Thanos, «morto e contento».
I piú vicini Eventi Cosmici hanno concesso carta bianca a Cates, un’opportunità preziosa e da non sprecare. Non a caso, la parte artistica di questo pompato rilancio è affidata a Geoff Shaw, che ha ben fatto proprio su “Thanos” e che ha già disegnato la bomba “God Country”, serie che ha messo in moto la macchina dello stardom per entrambi.
Sin dalle primissime pagine, gli autori mostrano la loro voglia di esagerare, partendo innanzitutto dal cast. Silver Surfer, Nova, gli Starjammer, Starfox, Beta Ray Bill, il Superskrull, gli Shi’ar e molti altri ancora, riuniti intorno al cadavere del Titano Pazzo, tremanti alla rivelazione che mette in moto la catena di eventi della serie. Sembra di rivedere la “Lezione di Anatomia del Dottor Tulp” di Rembrandt nella versione più folle e contorta immaginabile. Da questa macabra introduzione, l’attenzione del lettore si sposta verso i Guardiani della Galassia o meglio, ciò che resta di loro: Star-Lord e Groot, che battibeccano animatamente, scambiandosi  (poco) amichevoli inviti a “fare in c%&o”. Cates sembra voler prendere le distanze dai predecessori, Duggan, Bendis, James Gunn incluso. La distruzione del nucleo dei Guardiani della Galassia permette allo scrittore di allargare il discorso, coinvolgendo volti nuovi e personaggi ammodernati, che cambiano dinamiche collaudate e stantie. L’introduzione solenne della trama principale, tra eredità violente e tensione tra alleati, ha portato un’aria gravosa che allontana le atmosfere amichevoli delle incarnazioni precedenti del gruppo, lasciando spazio ad un umorismo piú essenziale e decisamente incattivito.
Tuttavia, é sbagliato pensare che il #1 di questa serie sia dedicato soltanto alle teste parlanti: la parte centrale dell’albo coincide con la deflagrante dimostrazione di potenza action di Geoff Shaw. Grazie anche ai colori del veterano Marte Gracia, lo stile aggressivo del disegnatore si esalta nel gestire e muovere schiere di personaggi tutti diversi, schegge metalliche, raggi al plasma, fulmini cosmici e catene fiammanti. Anche graficamente, “Guardians Of The Galaxy” adotta un’immagine prepotente, grezza e sporca, ma non abbozzata o dozzinale. C’è del metodo nel portare su carta questo nuovo look, risultato del rinnovo del cast e della trama decisamente piú cruda e sprezzante, figlia della straripante personalità dello stesso autore.
Ogni nuovo elemento viene incastrato con ordine nel disordine, i nuovi protagonisti hanno una logica nella loro singola, specifica, sproporzionata personalità. Bisognerà vedere nei prossimi numeri se il risultato dell’operazione porterà davvero un cambiamento radicale alle dinamiche dei Guardiani della Galassia. Sta di fatto che Donny Cates e Geoff Shaw hanno confezionato questo debutto come un manifesto programmatico, con l’intenzione di cambiare registro narrativo, scuotere le fondamenta del Cosmo Marvel e divertirsi esagerando. Dopo le prime, densissime ed esaltanti 30 pagine, oserei dire che il futuro e la fortuna sorridono ancora agli audaci.

Gufu’s Version

THE IMMORTAL HULK #12 di Al Ewing, Joe Bennett e Eric Nguyen

Al Ewing è uno scrittore di razza, uno di quelli che conosce il proprio lavoro e il pubblico di riferimento. E da scrittore di razza qual è sa bene che, per quanto si possa studiare un intreccio avvincente, ricco di inventiva e svolte narrative, quello che davvero connette con il pubblico è colui che è chiamato a interpretarlo: che si tratti del protagonista o di un comprimario, un personaggio ben costruito, credibile, riesce a scavalcare qualunque artificio e ad afferrare il lettore. È con i suoi sentimenti e il suo vissuto che ci immedesimiamo, sono i personaggi quelli che amiamo, odiamo o amiamo odiare.
Cosciente di questo Ewing decide di imperniare tutta la sua narrazione sull’esplorazione del proprio eroe/antieroe di matrice Stevensoniana, Bruce Banner, l’incredibile Hulk, marginalizzando – delegandole un ruolo puramente strumentale – la catena di cause ed effetti, il plot, che tiene in moto la storia.
Se nei precedenti capitoli avevamo visto come tutto il mondo di Hulk, il suo microcosmo di alleati e nemesi, è un riflesso distorto del protagonista stesso, Immortal Hulk #12 è un passo nella psicologia frammentata di Hulk, che esplora il passato di Bruce Banner a partire dal rapporto conflittuale con le figure genitoriali caratterizzato da assenza (la madre) e violenza (il padre). È la storia di un bambino traumatizzato che è cresciuto fino a diventare un mostro combattuto tra la sofferenza (“Why Hulk have to hurt so much?” chiede il gigante di giada in lacrime) e il desiderio di essere amato.
Da un punto di vista formale questo dramma è reso impeccabilmente dal team creativo, che vede Joe Bennett ed Eric Nguyen alternarsi alle matite, nella sua interezza. Tutto è maniacalmente studiato e sincronizzato al fine di trascinare il lettore nel mondo terrificante di Hulk, mondo caratterizzato dalla continua dicotomia uomo-mostro, amore-paura sottolineata anche dalle scelte cromatiche complementari (rosso-verde) di Paul Mounts.
Vengono così mutuate soluzioni generalmente estranee a quelle del fumetto supereroico e più vicine al linguaggio dell’horror in salsa EC Comics: le continue reiterazioni, il tratteggio fitto e opprimente, i colori e le scelte di lettering – il monologo con caratteri da macchina da scrivere sembra uscire da un racconto pulp anni ‘50 – rimandano a un immaginario più introspettivo e meno extrapersonale. È l’esternalizzazione di un mondo interiore dove anche gli scontri fisici sono manifestazioni di un conflitto interno.
È indubbio che questa cura meticolosa nella definizione del protagonista, affiancata da un incedere drammaticamente lento della storia principale, siano il fattore principale che rende Immortal Hulk un Instant Classic.
Da non perdere.

BATMAN #63 di Tom King e Mikel Janìn

Come sopra, ma con Batman.

 

Wednesday Warriors #17 – Da Conan agli Invasori

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

INVADERS #1 di Chip Zdarsky, Carlos Magno e Butch Guice.

Strano concept, quello degli Invasori. Non sono mai stati totalmente a loro agio nella categoria “supergruppo”, preferendo rimanere in un limbo di mutuale rispetto, amicizia e cameratismo. Mantenere questi rapporti sarebbe, inoltre, decisamente più facile se si potessero evitare i grattacapi causati dal Re di Atlantide…
É proprio Namor il protagonista di questo debutto, scritto da Chip Zdarsky nella sua piú recente avventura con i Difensori e ripreso in questa occasione. Sempre piú spinto dalla sua voglia di scatenare la guerra definitiva contro la superficie, Namor continua l’odissea attraverso la vastità dell’oceano, alla ricerca compulsiva di alleati. C’è qualcosa di storto e nevrotico, in Namor, Zdarsky lo sottolinea con il continuo confabulare del Re con il consigliere Machan e tramite azzeccati flashback, disegnati da Butch Guice, che ci riportano alla Seconda Guerra Mondiale e ci fanno rivivere i traumi del passato. Tocca a Carlos Magno, invece, il compito di portarci nel presente e mostrarci come se la cavano gli altri Invasori, preoccupati dalla crescente tensione tra Atlantide e il Resto del Mondo.
La presenza della Torcia, Jim Hammond, permette l’inserimento di un’interessante sottotrama, che aumenta l’intrigo e amplia l’orizzonte della serie per il futuro. Capitan America e Bucky saranno i muscoli in azione dei prossimi numeri, decisi piú che mai a far chiarezza sullo status del loro (ex?) alleato.
C’é intesa tra le parti del team creativo e si nota: Guice e Magno si districano tra passato e presente, con stili agli antipodi: essenziale, d’impatto e dritto al punto il veterano Guice, barocco, dinamico ed iper-dettagliato Magno, entrambi sostenuti da uno script che costruisce solide fondamenta per una storia che pescherà a piene mani nella continuity del Marvel Universe; su tutto, peró, spicca proprio Namor, che Zdarsky ha reso di nuovo regale, maestoso, folle e pericoloso…come piace a noi.

UNCANNY X-MEN #10 di Matthew Rosenberg, Kelly Thompson, Ed Brisson e Pere Peréz.

Dopo tre mesi e dieci settimane, gli X-Men sono finalmente “disassembled”, divisi. Anzi, peggio. Ma non é necessario parlare del finale e dell’ennesimo cambio di status quo mutante per raccontare il tribolante ciclo narrativo iniziale della rinascita di “Uncanny X-Men”.  Sia chiaro: gestire una storia attraverso dieci capitoli settimanali non è affatto semplice e, purtroppo, avere tanti autori e tanti disegnatori in modo tale da non rallentare mai non assicura la perfetta riuscita del prodotto finale.
“Uncanny X-Men” ha sofferto di una trama macroscopica che ha coinvolto un cast 25 e passa X-Men, incapace di mantenere una logica interna che alternasse i momenti della storia in maniera ritmata, avvincente ed efficace. Più volte la storia dedicata al ritorno di X-Man e alla sua visione distorta del mondo è inciampata in sottotrame, personaggi inseriti per puro fan-service, cambiamenti e gli immancabili richiami all’Era di Apocalisse.
Il gran finale di “Disassembled” ne risulta così confusionario e caotico, efficace nel raggiungere il suo obiettivo ma poco gradevole nel complesso.
La critica non va al team creativo, che si é impegnato nell’arduo compito di chiudere e aprire nuove storyline mutanti per dare ai fan una nuova base di partenza; ma con questo ritmo frenetico e il veloce cambio di artisti ad ogni numero, la storia non ha mai avuto tempo di respirare e di far meditare il lettore. Il futuro appare spaccato a metá, con la serie principale che passerà cadenza bisettimanale e avrà più focus su Ciclope e Wolverine, mentre il resto dei mutanti farà un viaggio nell’Era di X-Man.
Il giudizio sul ritorno di “Uncanny X-Men”, pare strano dirlo dopo ben più di novanta giorni, è ancora rimandato.

Gufu’s Version

CONAN THE BARBARIAN #1 e #2 di Jason Aaron e Mahmud Asrar

Con un notevole sforzo produttivo e promozionale la Marvel Comics torna a pubblicare le avventure di Conan il Barbaro, il celebre personaggio creato da Robert E. Howard che negli ultimi anni era stato gestito, nella sua traduzione a fumetti, dalla Dark Horse in maniera più che eccellente.
Alle redini di questo progetto importante troviamo lo scrittore di punta in forza alla Casa delle Idee: quel Jason Aaron il cui Thor è fortemente debitore della scrittura di Howard.
Come già fatto su Thor, Aaron imposta il suo racconto su più piani temporali mostrandoci sia il Conan giovane e alle prime armi che la sua controparte ormai matura che siede sul trono di Aquilonia. In un progetto che sembra essere molto ambizioso, raccontare la vita e la morte di Conan, l’autore ci mostra contemporaneamente cause e conseguenze delle sue azioni.
Lo scrittore dell’Alabama parte, insolitamente, con il freno a mano tirato, colto da una prudenza, o da un timore reverenziale per il personaggio, difficilmente ravvisabile nel resto della sua produzione: il prologo del primo albo, un collage delle immagini più significative prese dalle storiche serie made-in-marvel “Conan the Barbarian” e “Savage Sword of Conan”, è una dichiarazione di intenti, un segnale che dice al lettore che anche per il Cimmero è tempo di Fresh Start nella filosofia del ritorno alle origini, a quelle storie rese popolari da autori quali Roy Thomas, Barry Windsor Smith e John Buscema.
Rifarsi al lavoro di questi giganti della storia della Nona Arte è sicuramente una scelta indovinata e comprensibile in quanto, dei tanti autori che hanno provato a raccogliere l’eredità di Howard, Thomas è probabilmente uno dei pochi che è riuscito a catturare l’essenza del barbaro più famoso dai tempi di Vercingetorige e Attila. La conseguenza però è quella di un primo albo ben scritto, con un interessante mix di humor e brutalità, ma assolutamente canonico e per lunghi tratti prevedibile: Aaron non cede alla tentazione di dire qualcosa di nuovo, non si azzarda a intaccare l’immutabile monoliticità del cimmero, ma si limita a riaffermarla riproponendo tutti i topoi della narrazione Howardiana; femme fatale compresa.
Un soggetto che sembra un mero pretesto per introdurre la figura di Conan al grande pubblico – lo stesso monologo della Strega Cremisi suona come il più classico degli spiegoni alla maniera degli stereotipati supercattivi dei film di serie B – un approccio acritico al materiale originale che evita accuratamente qualunque tipo di riflessione su certe asperità di un personaggio figlio di un’epoca e di una società (quella degli Stati Uniti anni ‘20 e ‘30) ben diversa da quella attuale.
Questa impressione data dal primo numero, viene però fortunatamente ribaltata dal secondo nel quale si comincia a percepire la portata del progetto di Aaron, la trama prende una svolta inaspettata, e non consequenziale a quella del primo numero e che lascia il lettore inizialmente perplesso, salvo essere ripresa nelle ultime pagine lasciando presagire una storia di ampio respiro destinata a concludersi tra parecchi mesi.
È in questo secondo capitolo che viene introdotto il tema cardine del Conan di Howard: la dicotomia tra barbarie e civilizzazione incarnate dalla figura del cimmero destinato a diventare Re di Aquilonia.
Ed è qui che Aaron introduce una prima, moderata, riflessione sul tema: l’ideale della barbarie rigeneratrice e portatrice di prosperità caro ad Howard, condito da una vena razzista sottolineata dall’odio di Conan per i Pitti, viene messo in discussione, sebbene non contraddetto, dal percorso di mutuo rispetto che viene a instaurarsi tra il nostro protagonista e i suoi avversari durante la sua permanenza nel loro villaggio. Assistiamo a un ribaltamento di prospettiva assolutamente inedito nella produzione di Howard (e molto raro in quella dei suoi successori) che lascia intravedere un personaggio più complesso e conflittuale rispetto a quello a cui siamo abituati.
Anche la traduzione in fumetto dello script di Aaron procede in direzione classicheggiante: il talentuoso Mahmud Asrar mette da parte certe velleità tipiche della sua produzione recente per affidarsi, con una sintesi efficace tra fumetto supereroico e illustrazione, a una composizione più monumentale e teatrale in una costante ricerca di momenti iconici da illustrare. Il risultato finale è molto simile a quell’ibrido tra fumetto e romanzo illustrato, caratterizzato anche dalla presenza di un narratore onnisciente nelle didascalie, che ha caratterizzato tutta la gestione Thomas/Buscema su Savage Sword of Conan. Una prestazione, quella del disegnatore Turco, valorizzata dalle scelte indovinate del colorista Matthew Wilson che opta per una palette che alterna terre e grigi con colori caldi accesi conferendo alle linee di Asrar il giusto tono, tra il fantastico e il polveroso, adatto allo Sword & Sorcery.
La gestione Marvel di Conan parte quindi in maniera molto prudente ma sicuramente ben confezionata, sin dalle splendide cover di Esad Ribić, lasciando presagire una lunga corsa che cercherà di bilanciare la fedeltà al personaggio con la necessità di raccontare qualcosa di nuovo.

Wednesday Warriors #16 – Da Batman a Venom

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN #62 di Tom King e Mitch Gerads

“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto.” (Ovidio – Metamorfosi. Libro X vv. 243-297)

Creato da Grant Morrison durante la sua fortunata run su Batman, il Professor Pyg era stato concepito dallo scrittore scozzese come una perversione del racconto di Pigmalione (Pyg/Pygmalion) per essere poi trasformato in un banale congegno narrativo, una giustificazione all’inserimento di scene più o meno splatter, dagli scrittori che lo hanno seguito.
Tom King ripropone la caratterizzazione originale del personaggio e la aggiorna secondo uno dei temi ricorrenti nella sua gestione del Cavaliere Oscuro: i villain di Batman ne sono un riflesso, l’altra faccia della medaglia dell’eroe.
Ne consegue che anche Bruce Wayne, come Pyg, è una versione dell’artista che crea il mondo che lo circonda e se ne innamora: e anche la donna che ha scelto come unica possibile compagna non sfugge a questa regola.

“Grazie alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera […] Spesso allunga le mani verso la sua opera per accertarsi che si tratti di carne o di avorio. La bacia e gli sembra di essere baciato, le parla, la stringe e crede che le sue dita affondino nelle membra che tocca: teme perfino che per la pressione spuntino dei lividi sulla pelle.” (Ovidio. op. cit.)

È forse una coincidenza il fatto che sulla storia di Pigmalione G.B. Shaw abbia creato una commedia che è stata poi tradotta sul grande schermo da George Cukor in My Fair Lady interpretato da Audrey Hepburn che, a sua volta, ha ispirato la figura di Selina Kyle, Catwoman, la donna amata da Bruce Wayne.

In una delle pagine più commoventi dell’intero ciclo King mette in testa a Batman un monologo che sintetizza tutto il percorso intrapreso finora: un percorso che mette al centro il desiderio di amore di un bambino che ha visto morire i suoi genitori e che, come un moderno Pigmalione, ha tentato di riportare quell’amore creandosi la propria famiglia.
Figure paterne (Alfred e Gordon), figli (i Robin) e la donna ideale (Selina); tutte figure messe in crisi nel corso di questo ciclo, tutti in pericolo, tutti imperfetti come lui. Una famiglia imperfetta costruita dalla prospettiva di un bambino che vuole essere felice ma che sa di non poterlo essere, una sorta di profezia autoavverante (l’Effetto Pigmalione) che porta Bruce Wayne a questo punto della sua storia.

Questo secondo capitolo di Knightmares (che doveva essere il primo ma è slittato di quindici giorni per motivi editoriali) non porta avanti il plot, inteso come il dispiegarsi degli eventi relativi al piano di Bane e dei suoi complici, ma si addentra ancor di più nella psiche fratturata di Batman e viene strutturato come un classico racconto “Enigma della camera chiusa” nel quale il nostro eroe è alla mercé del villain, confuso e spaventato, senza conoscere nient’altro che la sua condizione attuale.

Come al solito King gestisce la scrittura tenendo conto dei punti di forza del disegnatore di turno e l’arrivo di Mitch Gerads permette allo scrittore di impostare un racconto che ricorda, nella forma e nei contenuti, l’acclamata miniserie di Mister Miracle: la psiche di Bruce è quasi del tutto compromessa dagli accadimenti precedenti e il tema della follia, come già in Mister Miracle, è dominante assieme a quello dello smarrimento; il confine tra realtà e finzione (delirio?) è sfocato e indefinito.
Quella di Bruce è una delle menti più disciplinate dell’intero mondo dei fumetti, lo stesso albo in questione illustra come, anche a questo punto della storia, il più critico finora, riesca ad affidarsi a dei meccanismi di difesa per riuscire a sopravvivere: fa l’inventario degli oggetti a disposizione, le armi, razionalizza il dolore fisico e lo usa, analizza e mette in discussione i suoi sensi… Ci sono voluti 61 numeri allo scrittore per smontare, pezzo dopo pezzo, minuziosamente, questo meccanismo rodato che è la mente disciplinata di Batman; difficilmente un percorso più breve sarebbe stato credibile.
La composizione delle tavole è una rivisitazione della griglia a nove vignette utilizzata dai due su Mister Miracle: stavolta si tratta di tavole a tre strisce orizzontali che assecondano il ritmo di King ma danno maggior respiro all’azione. Il ritmo preparazione-pausa-risoluzione delle tre vignette si sviluppa stavolta in verticale offrendo una variazione meno claustrofobica alle soluzioni sviluppate precedentemente.

Dietro l’apparente semplicità dei soggetti dei singoli albi Tom King sta dipingendo un affresco che sarà completamente comprensibile solo a lavoro ultimato: un affresco che cerca di dare una nuova declinazione all’identità del Cavaliere Oscuro.

Bam’s Version

CAPTAIN MARVEL #1 di Kelly Thompson e Carmen Carnero.

Combattente, soldato, eroe, pilota, capitano, leader, guerriera, icona: “titoli” che ben si associano a Carol Danvers, eroina di punta della Casa delle Idee. Più volte, nel corso di questi anni, la Marvel ha tentato in tutti i modi di proporci la sua Wonder Woman.
Iniziò tutto con Kelly DeConnick nel 2012 e nel 2014, poi nel 2016 con la parentesi Alpha Flight di Fazekas e Butters, l’unico momento di vero cambiamento nel contesto narrativo. Si ritorna a un più tradizionale approccio supereroistico, infarcito di tie-in con eventi esterni e fondamentali ret-con nel 2017 con Margaret Stohl.
Cosa cambia, dunque, con questo #1 di Kelly Thompson?
Ogni numero di debutto, in un certo modo, soffre nel dover approcciarsi a vecchi e nuovi lettori:  Captain Marvel #1 è costretto, dunque, a farci un riassunto delle amicizie, del nuovo (che tanto nuovo non è) status quo, del suo rapporto con i Vendicatori e del suo riacceso fervore romantico per James Rhodes, ex War Machine. Carmen Carnero e Tamra Bonvillain ai disegni e colori si impegnano nel dare al Capitano una nuova atmosfera, action, dinamica, dai colori vibranti. La Thompson, di suo, ne approfitta per testare le voci dei personaggi e costruire un cliffhanger interessante, che promette un interessante twist per i prossimi numeri, con una svolta post-apocalittica decisamente insolita.

MARTIAN MANHUNTER #2 di Steve Orlando e Riley Rossmo.

Steve Orlando e Riley Rossmo riprendono dall’infuocato finale dello scorso numero.
Nel #1 abbiamo potuto prendere confidenza con le linee temporali che costituiscono il nucleo della storia: la prima, dedicata alla carriera da detective di John Jones e della collega Diane Meade, e la seconda, dedicata invece al passato da Manhunter su Marte. L’incipit di questo secondo capitolo fa scattare la narrazione alternata tra le due trame, giocata tutta attraverso i riferimenti ad un elemento comune, il fuoco. Un pericolo costante per J’Onnz, che continua a tormentarlo sulla Terra così come su Marte. È proprio sul pianeta rosso che il team creativo Orlando / Rossmo  dimostra la sua incredibile qualità e inventiva, ricreando una società viva, pulsante, fatta di luci ed ombre.
Orlando ci consegna un Martian Manhunter lontano dall’eroe stoico, imperturbabile e coraggioso; proprio come la società Marziana, dietro J’Onnz si nasconde sì un uomo (un alieno, anzi) di famiglia, un marito amorevole ed un padre affettuoso, ma anche un poliziotto costretto a sporcarsi le mani, ad intrattenersi con spiacevoli compagnie e a fare tutto il possibile per mantenere l’ordine su Ma’Aleca’Andra…o su Marte, che dir si voglia.
Rossmo sembra nato per disegnare alieni in grado di contorcersi, mutare a piacimento, gonfiarsi, sgonfiarsi e ancora una volta rimodellarsi, valorizzato ancor di più dai viola intensi, i verdi tossici e i gialli accesissimi dei colori di Ivan Plascencia.
Un #2, dunque, ancora più convincente dell’esplosivo #1: incredibile ma vero, “Martian Manhunter” mescola perfettamente noir hard-boiled con le stravaganze sci-fi dell’universo DC.

WEB OF VENOM: VENOM UNLEASHED #1 di Donny Cates, Kyle Hotz e Juan Gedeon.

Donny Cates è un furbo del fumetto: complice il suo straripante successo in Marvel, ha saputo ritagliarsi uno spazio extra per ampliare le sue storie.  “Web of Venom”continua a raccontare il mondo intorno ad Eddie Brock senza appesantire le trame (già fitte) sulla serie principale. Nell’ultimo appuntamento con la “Tela di Venom” abbiamo potuto assistere alla rinascita di Carnage, con conseguente stravolgimento di status quo per il simbionte scarlatto di Kletus Casady. Protagonista di questo numero è invece il simbionte stesso, regredito, dopo gli ultimi eventi, ad una forma primordiale, aggressiva e tuttavia “tenera”: un mastino nero pece si aggira per San Francisco, un molosso sulle tracce di un disturbante culto della morte che si annida nelle viscere della Golden City.

Una storia anomala, vissuta dal punto di vista animalesco del simbionte, ma semplice, diretta al punto, godibile e fondamentale per il futuro di “Venom”, arricchita dalle matite del veterano horror Kyle Hotz e da Juan Gedeon.

La giusta di action agghiacciante, furia simbiotica e qualche oscuro presagio mettono bene in chiaro i piani di Cates per Eddie Brock & Soci…