Redazione

Wednesday Warriors #41 – House and Power of X

Gufu’s Version

HOUSE OF X #1 di Jonathan Hickman e Pepe Larraz

C’è una curiosa coincidenza che accomuna il concetto di “mutazione” al destino editoriale degli X-Men: se l’evoluzione procede normalmente in maniera graduale e quasi impercettibile succede a volte di essere testimoni di balzi evolutivi improvvisi, delle mutazioni appunto [questa semplificazione produrrà suicidi di massa tra biologi , antropologi e simili. Perdonatemi se potete] che determinano un nuovo status quo. Alla stessa maniera sembra procedere il destino editoriale dei mutanti Marvel, per strappi e nel segno della discontinuità: tutti i momenti storici delle serie mutanti sono caratterizzati da cambiamenti tanto radicali quanto improvvisi.

Con Giant Size X-Men #1, Len Wein e Dave Cockrum stravolsero quanto fatto da Lee&Kirby cambiandone quasi totalmente il roster dei personaggi e permettendo l’inizio della cosiddetta “Era Claremont” alla quale ha fatto seguito la turbolenta era degli “autori Image” per poi perdere di incisività e smalto negli anni successivi. New X-Men di Morrison e Quitely segnò un’altra determinante svolta, capace di imporre una nuova direzione al parco personaggi, imponendosi come termine di paragone per il lavoro di chiunque si sia poi confrontato con Ciclope e soci.

Negli ultimi anni gli X-Men si erano persi in un susseguirsi di rilanci blandi stretti tra esigenze di marketing e oscure questioni di diritti cinematografici ma soprattutto privati di uno scopo editoriale, della propria ragion d’essere: se gli X-Men nascono come una metafora della diversità, senza limitarsi ad esserne la rappresentazione diretta, il crescente numero di personaggi appartenenti a minoranze ha prodotto un naturale svuotamento nel loro scopo principale.

Serviva quindi un altro balzo evolutivo, un altro strattone vigoroso allo status quo: ci ha pensato Jonathan Hickman con questo primo numero di House of X.

Hickman e Larraz ridefiniscono i mutanti Marvel con un’operazione di sofisticata e complessa rilettura dei topoi della serie a partire dal primissimo e iconico “a me, miei X-Men” pronunciato da Xavier a pagina 2: un momento tanto classico quanto innovativo nel suo essere declinato in un contesto di indefinibilità che rende il momento più inquietante che eroico, più misterioso che epico.

Questo primo capitolo di quello che si prospetta come un lungo percorso è un poderoso lavoro di world-building che mette in campo diversi fattori: dalla lettura politica a quella sociale, dall’impatto scientifico a quello culturale.

Si tratta di un lavoro impegnativo che gli autori decidono di non affrettare, non ci si preoccupa di dare il “contentino di intrattenimento” al lettore preferendo procedere con un ritmo più compassato creando più aspettative che risoluzioni: vengono aperti conflitti – come con i Fantastici 4 – senza chiuderli in maniera definitiva, rimandando tutto a un progetto più ampio.

Un lavoro imponente che viene integrato da inserti testuali, estratti da dossier segreti, schede tecniche, mappe, rapporti ufficiali e altri contenuti che contribuiscono alla realizzazione di una struttura sulla quale costruire il futuro delle testate X.

Hickman riprende da Morrison l’idea che i mutanti siano un popolo ancor prima che una razza: un popolo con una propria dimensione culturale, politica e sociale. In questo senso la nascita di una Nazione Mutante, pur non essendo un’idea che brilli per originalità, acquisisce una dimensione totalmente nuova: i mutanti si impongono al mondo come un soggetto unitario e fortemente identitario. Sanno di essere il futuro del mondo, la naturale evoluzione dell’Homo Sapiens ma (al momento?) accettano di coesistere con esso restandone però ben distinti; si tradisce così l’ideale di integrazione di Charles Xavier in favore di una pacifica (?) coesistenza.

Un’operazione di questo tipo, la ridefinizione di un mondo e di un universo narrativo che rimetta al suo centro gli X-Men, non potrebbe mai funzionare in assenza di un’efficace opera di visualizzazione delle idee messe in campo da Hickman: Pepe Larraz si dimostra di essere più che all’altezza del compito dando forma alla complessa sceneggiatura (che può essere letta nella Director’s Cut dell’albo) e ai personaggi coinvolti: il disegnatore spagnolo si affranca dalla sua condizione di “clone di Stuart Immonen” per evolvere il proprio discorso artistico attingendo a piene mani dal  lavoro di alcuni maestri giapponesi come Ryoichi Ikegami, Yokinobu Hoshino e l’immancabile Katsuhiro Otomo affermandosi come un interprete di primo piano della Sci-Fi supereroistica. Nonostante il lavoro ai colori di Marte Gracia sia narrativamente notevole si prova un po’ di dispiacere osservando come le tavole in bianco e nero (presenti anche queste nella director’s cut) siano più ricche di tratteggi e retini che vengono parzialmente coperti dal colore facendo perdere profondità al disegno.

Questo House of X riesce nel compito di rimettere gli X-Men al centro dell’universo Marvel e genera un’aspettativa (giustificata e non figlia di abili operazioni di marketing) che da tanto mancava intorno a questi personaggi.

Bam’s Version

POWERS OF X #1 di Jonathan Hickman e R.B. Silva.

La storia dell’uomo è scandita dall’incessante scorrere del tempo e lo stesso vale per la storia dell’homo superior. Uomini e mutanti: sin dalla nascita degli X-Men di Stan Lee e Jack Kirby questo conflitto ha saputo mettere in evidenza le storture della società, il disprezzo e la paura per il diverso, il coraggio di chi difende il mondo per salvare “chi odia e chi teme”. Il Professor Charles Xavier, seguendo le direttive dello scrittore Chris Claremont, cominciò a tramutarsi in una figura più vicina a quella di Martin Luther King Jr., sognando il giorno della piena integrazione tra l’umanità e la razza mutante. Un mondo unito, capace di accettare e di accettarsi – un’idea che tutt’oggi, guardandosi intorno, risulta davvero difficile realizzare.
Dalla creazione degli X-Men nel 1963 sono passati 56 anni. Il sogno di Charles Xavier è diventato un cliché, un mattoncino fondamentale nella costruzione di cinquantasei anni di storie, una frase che ha segnato intere operazioni editoriali, rilanci e retcon.

L’arrivo di Jonathan Hickman e della sua operazione di riassetto degli X-Men porta con sé la possibilità che il sogno smetta di esistere. Ma non per l’ennesimo atto terroristico di Magneto, tantomeno per l’abusato ritorno di Apocalisse. Se con House Of X i semi di Krakoa hanno permesso al sogno di germogliare, Jonathan Hickman e R.B. Silva in Powers Of X mostrano i frutti del sogno di Xavier – la realtà di una nuova Marvel mutante. In un gioco di specchi, similmente ad House Of X #1 anche Powers Of X #1 si apre con quattro semplici vignette. Quattro primi piani che separano in maniera netta le linee temporali della serie, finestre nella continuity Hickmaniana che osservano l’Anno Uno, l’Anno Dieci, l’Anno Cento e l’Anno Mille della razza mutante. Sotto le Potenze di X si nasconde un corposo intreccio di trama che cambia radicalmente la prospettiva e, come visto sulla gemella House Of X, capovolge lo scenario degli X-Men con un netto colpo di spugna.

Hickman e Silva partono dall’Anno Uno, o X⁰ – dove X sta per 10. Un circo ambulante accoglie Charles Xavier, sorridente in quello che sembra un contesto famigliare. Viene da chiedersi se Xavier sia lì dopo aver percepito l’avvento di un nuovo mutante. Il telepate viene raggiunto da una giovane Moira McTaggart. E’ il loro primo incontro e Moira rivela a Xavier di aver fatto visita ad un cartomante pochi attimi prima. Le carte hanno mostrato il futuro, rivelandole un Mago, in bilico tra due mondi; una Torre, simbolo di morte e rinascita, avvicinamento al cielo; e infine il Diavolo, dio di una religione perduta. Il lettore attento riconosce d’istinto alcuni volti nei tarocchi – sono quelli dei mutanti presenti nelle anteprime, la ragazza che sembra unire i poteri di Colosso e Magik, il giovane elfo rosso così simile a Nightcrawler. Xavier non si lascia turbare: rivela alla donna di aver appena sognato un mondo migliore ed il suo posto nel mondo. La risposta di Moira turba il telepate: “Non è un sogno se è reale”. A queste parole segue la pagina più importante della storia degli X-Men…e il primo salto nel tempo.

X¹, Anno Dieci – questa volta, Hickman si riallaccia agli eventi appena letti in House Of X. Il lettore inizia ad avere una prova tangibile della timeline delle serie. Mystica ritorna a Krakoa: la refurtiva è al sicuro, Magneto la accoglie alla Casa di M. La natura egoista della mutaforma sembra emergere anche nell’utopia ma Xavier, insieme a Magneto, redarguisce Mystica dal ricadere nelle vecchie abitudini, invitandola a riflettere sui sacrifici necessari alla nascita di un “un nuovo e migliore mondo mutante”. La scrittura di Hickman riflette in Xavier il Creatore, l’Ultimate Reed Richards. Krakoa, così bella e maestosa, inizia a nascondere qualcosa.

“Avevamo un sogno. Un sogno comune a tutti noi. Mentre dormivate, il mondo è cambiato.”
Parole familiari accolgono il lettore nella terza linea temporale, X², l’Anno Cento. L’annuncio di Charles Xavier al mondo riecheggia nelle ultime parole di un giovane mutante, schiacciato dalle minacce di soldati e inquietanti Sentinelle dal futuro. Dialoghi cinici, violenza incontrollata e un’ambientazione post-apocalittica si impossessano di Powers Of X: questo futuro sembra aver voltato le spalle ai mutanti. Il mondo è caduto sotto la Supremazia Uomo-Macchina. Tre giovani mutanti, Rasputin, Cylobel e Cardinal cercano di respingere l’assalto di macchine di morte anti-mutanti utilizzando i loro poteri e i semi di Krakoa rimasti. R.B. Silva è coccolato dalle linee morbidissime di Adriano Di Benedetto, che ne esalta l’estrema dinamicità senza appesantire le chine, i colori di Marte Gracia ne esaltano l’esplosività del tratto: Powers Of X mostra i muscoli, accennando i primi momenti di pura azione dell’albo. I design sono accattivanti e i primi accenni di personalità permettono al lettore un primo, impattante imprinting con i nuovi personaggi – che saranno chiave nello sviluppo di questa linea temporale, fondamentale per l’intera serie.


Hickman ha concesso poco se non alcun contesto: la prima parte dell’albo è dedicata all’arricchimento dei concetti espressi in House Of X e gioca di rimandi e connessione di semplici azioni e reazioni. Con il debutto della linea temporale X² Powers Of X costruisce nuovi elementi, balza avanti nel futuro e mostra al mondo il futuro della razza mutante – un futuro costruito sullo scheletro degli eventi di House Of X. Hickman torna ad avvalersi di estratti scritti e file, documenti atti a riempire i buchi di trama e punti fumosi: queste piccole sacche di esposizione non rallentano la lettura. Risulta invece piuttosto utile avere un momento di respiro e cercare chiarezza dopo un inizio burrascoso e piuttosto disorientante. Il lettore ha la possibilità di prendere dimestichezza con la nuova concezione di Mutanti Omega, con le generazioni di Chimere e lo sviluppo del conflitto centrale tra Uomo, Macchina e Mutante. Hickman e Silva fanno dell’Anno Cento degli X-Men il loro momento più basso, ma narrativamente parlando ci troviamo di fronte alla linea temporale finora più densa e corposa.
L’ibridità culturale e ideologica diventa genetica e il conflitto che deriva da questa molteplicità diventa essenziale per la narrativa di Powers Of X. Come accennato in precedenza, Hickman imprime alla guerra tra uomini e macchine contro i mutanti una certa fluidità: lo scrittore tiene a sottolineare quanto le fazioni si siano contaminate nel corso degli anni, creando abominazioni e storture che superano il semplice concetto di “X-Men” e “Sentinelle”.
Silva, emulo di Immonen come Larraz, ne incarna lo spirito più giovane, caricaturale e movimentato, quello dei primi anni su Ultimate Spider-Man e Nextwave, meno rombante e solenne dell’Immonen di All-New X-Men e Star Wars. La leggerezza di Silva permette di trovare momenti di humor in Powers Of X che lasciano un sapore agrodolce e paradossale – tocca infatti a quello che appare come il villain principale della serie stemperare la tensione, mentre viene ultimato il piano definitivo atto ad eliminare una volta per tutte la razza mutante. Di Jonathan Hickman si sono sempre ammirate le doti di narratore a lungo termine, ma niente nella sua carriera è ambizioso come il progetto House Of X / Powers Of X. Superati i canoni del suo rinomato world-building, Hickman fonde la geo-politica di East Of West, il thriller arcano-finanziario Black Monday Murders così come gli exploit supereroistici, il viaggio ai confini del Multiverso in Avengers e New Avengers e la danza mortale tra Richards e Destino in Fantastic Four.

Powers Of X trascende il talento di Hickman nel world-building, ampiamente confermato e glorificato dalle prime, incredibili cinquanta pagine di House Of X. Hickman si impadronisce di una nuova arte narrativa, il time-building, che supera il concetto spaziale per estendersi tra passato, presente e futuro. Hickman non ha alcuna voglia di correre, ma nemmeno di perdersi in chiacchiere. Supportato da artisti uniti da una visione unica, lo scrittore cura con dovizia radici cresciute nel sottosuolo mutante, con tronchi, rami, fiori e foglie che sbocciano a distanza di millenni, con ritmi perfettamente scanditi, misteri della natura da svelare e il sogno di un uomo, diventato realtà, che si espande nel corso degli anni. La costruzione di una linea temporale pretende chiarezza e, con altri dieci numeri ad attendere il lettore, il nuovo corso editoriale mutante si prepara a compiere il salto definitivo verso la nuova era-X.

Quello di Jonathan Hickman è un progetto a lunga gittata, impossibile da decifrare dopo solo un centinaio di pagine. Fuori dallo schema tradizionale, gli Uomini-X di Jonathan Hickman si sono elevati ad una nuova posizione di potere: il principio di autodeterminazione mutante, la creazione di un linguaggio e di una cultura mutante, così come l’ultimatum legato a Krakoa richiamano l’energia distruttiva dei mutanti Morrisoniani, l’audacia storica ed editoriale volta a riproporre gli X-Men al centro della scena Marvel. Presa coscienza dell’estinzione della razza umana e della definitiva ascesa dei mutanti, il lettore ha percepito perfettamente il netto cambiamento di direzione. Fuori dalle meccaniche di sopravvivenza e dentro la narrativa “dominante”, Magneto aveva chiuso House Of X in maniera blasfema, minacciando gli ambasciatori umani, mettendoli in guardia dai “nuovi dei” nati dal sogno di Xavier. Cento, mille anni nel futuro, gli dei mutanti sembrano essere caduti di fronte al binomio macchina / uomo.

Deus, homo, machina.
Superior, sapiens, technologicus.
Jonathan Hickman sta per raccontare la storia dell’umanità – tocca al lettore continuare ad ascoltare.

First Issue

HOUSE OF X #1
Con House of X non inizia una nuova serie degli X-Men, inizia una nuova era la cui gestione si preannuncia visionaria e temeraria, inserita nella mitologia di questi amatissimi personaggi – ormai pronti anche per un rilancio cinematografico dopo l’acquisizione della Fox da parte della Disney – che per decenni sono stati la punta di diamante della Casa delle Idee e troppi anni hanno vissuto in un purgatorio narrativo sconfortante.
Ma questo è anche un nuovo passo nella personale mitologia di un autore rigoroso, maniacale, che non accetta compromessi per le sue idee e che al contrario ha il carisma adatto per portare novità e nuova linfa nell’universo mutante, legandolo a doppio filo all’intero universo della Casa Idee.
Hickman è tornato, ma a giudicare da questo esordio, non se n’è mai andato: ha preso solo un po’ di fiato, per poi continuare a raccontare la propria personale storia degli eroi di casa Marvel.
C’è una nuova parola nel lessico umano: Krakoa.
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POWER OF X #1
Anche questo secondo capitolo dell’epopea mutante di Jonathan Hickman conferma l’ambizione di questo rilancio degli X-Men, dopo tanto tempo. Allo stesso tempo, la lettura di Powers of X per certi aspetti ribalta e rimette in discussione alcune certezze che potevano derivare dalla lettura di House of X #1. Anche in ciò la Marvel e Hickman erano stati chiari fin dall’inizio, solleticando le aspettative degli appassionati.
Fortunato chi vive in tempi di fumetti mutanti interessanti.
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Settembre: nuova stagione Nexo Digital al cinema!

NEWS –

Per regalare al pubblico un nuovo viaggio cinematografico nel mondo dell’animazione giapponese, torna a partire da settembre la nuova Stagione degli Anime al Cinema: un calendario di tre sorprendenti appuntamenti distribuiti in Italia da Nexo Digital in collaborazione con Dynit.

Si parte il 2, 3 e 4 settembre (elenco sale a breve su www.nexodigital.it) con un personaggio diventato leggenda per tutti gli appassionati. CITY HUNTER. PRIVATE EYES è infatti il nuovo lungometraggio realizzato in occasione del 30° anniversario della prima messa in onda giapponese della celebre serie animata.

Una storia originale ricca di nuovi personaggi, ma anche di tutte le vecchie, mitiche conoscenze che abbiamo imparato ad amare. City Hunter è l’ormai celebre investigatore privato ossessionato dalle belle donne e sempre a caccia di criminali. Il suo quartier generale è a Shinjuku, a Tokyo. È da qui che City Hunter e la collega Kaori fanno partire le loro indagini. La loro ultima cliente è una modella, Ai Shindo, minacciata da misteriosi criminali e inconsapevolmente in possesso di una “chiave” legata a una cospirazione che coinvolge l’intera città. Riuscirà Ryo Saeba a proteggere Ai e a salvare tutta Tokyo?

CITY HUNTER. PRIVATE EYES, prodotto da Aniplex e Sunrise, è il quarto lungometraggio animato dedicato all’irresistibile detective creato da Tsukasa Hojo e ha ottenuto un notevole successo in Giappone, dove ha incassato oltre 1 miliardo e mezzo di yen (circa 12 milioni di euro), totalizzando oltre 2 milioni di euro solo nel primo fine settimana. L’inedito lungometraggio è diretto da Kenji Kodama, già regista delle prime due serie animate di City Hunter, andate in onda in Italia negli anni Novanta. Il manga di City Hunter è stato pubblicato per ben otto anni e ha battuto ogni record di vendite nel mondo, dando vita a 4 serie televisive, per un totale di 140 episodi e 6 lungometraggi. Così come nell’edizione giapponese, anche in Italia sono stati ingaggiati i doppiatori storici della seria animata.

La stagione non finisce qui: proseguirà con WEATHERING WITH YOU, la nuova gemma del Maestro Makoto Shinkai, in programma solo il 14, 15 e 16 ottobre. Il film vede protagonista Hodaka che, durante l’estate del suo primo anno di liceo, fugge dalla sua remota isola natale per rifugiarsi a Tokyo. Qui, Hodaka si ritroverà ben presto ad affrontare i propri limiti sia finanziari che personali. L’incontro con Hina, una ragazza brillante e volitiva che possiede un’abilità strana e meravigliosa, cambierà però il corso degli eventi…

A chiudere la stagione il 2, 3 e 4 dicembre sarà CHILDREN OF THE SEA, colossal d’animazione dello Studio 4°C, diretto da Ayumu Watanabe (Uchuu Kyoudai- Fratelli nello Spazio, Dopo la Pioggia) e tratto dal manga di Daisuke Igarashi. Con Kenichi Konishi come direttore dell’animazione e character designer, CHILDREN OF THE SEA racconta la storia di Ruka, liceale ribelle esclusa dall’attività del club di pallamano per l’intera durata delle vacanze scolastiche. Ruka decide così di partire per trascorrere una giornata a Tokyo. Ma, al calare della notte, farà uno strano incontro con Umi e Sora, due ragazzi stranieri cresciuti fra strani e straordinari segreti… Affascinati dal loro modo di nuotare, che li fa sembrare uccelli in volo, Ruka e gli adulti che conoscono i due si trovano, loro malgrado, a far parte di un ingranaggio più grande di loro. Nel frattempo, tutto il mondo è sconvolto da un’anomalia mai vista prima: tutti i pesci stanno scomparendo…

La Stagione degli Anime al Cinema è un progetto esclusivo di Nexo Digital distribuito in collaborazione con Dynit e col sostegno dei media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it, Lucca Comics & Games e VVVVID.

Grazie alla collaborazione tra Nexo Digital e Dimensione Fumetto, ecco a voi il coupon da copiare e stampare, per ottenere uno sconto nei cinema aderenti!

Wednesday Warriors #38 – dalla Donna Invisibile a Gesù Cristo

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

INVISIBLE WOMAN #1 di Mark Waid e Mattia de Iulis.

Non ci sono altri scrittori nel mondo del fumetto come Mark Waid. Lo scrittore dell’Alabama ha sostanzialmente assunto il ruolo di “ponte” tra passato e presente, rimanendo legato al mondo dei supereroi DC Comics e Marvel dalla metà degli anni ‘80 ad oggi, alle soglie dei nuovi anni ‘20. Dopo tanti anni a contatto con calzamaglie e mantelli, è possibile affermare che Mark Waid “capisce” i supereroi, ne ha metabolizzato le meccaniche e, meglio di molti altri, ha compreso che il cambiamento è una componente necessaria per rimanere a galla in questo mondo. Alla luce di questa affermazione e dell’analisi di questo modus operandi, che già in passato ha rivitalizzato Daredevil, i Fantastici Quattro e Flash, Mark Waid continua il percorso accennato sulla sua Agents Of S.H.I.E.L.D. e trasforma la Donna Invisibile Susan Storm in una super-spia nella nuova miniserie Invisible Woman. Un personaggio solido, radicato nella memoria del lettore, osservato attraverso una nuova lente.
L’albo comincia dieci anni nel passato, in una giornata nevosa al confine tra l’Ungheria e la nazione fittizia del Bahzelstan e l’Operazione: Tempesta è in atto. Un uomo e una donna consegnano i documenti ad una coppia di guardie sotto una raffica di neve. Il lento procedere della routine viene improvvisamente spezzato dall’apparizione di un muro d’energia, un uomo ferito a terra e la necessità di risolvere un bel pasticcio in pochi secondi. I ritmi tenuti da Mattia De Iulis si fanno incalzanti – l’azione si svolge in attimi, ma la chiara sequenza di movimenti della matita concede fluidità a questa introduzione al cardiopalma. Waid e De Iulis, in una manciata di pagine, rendono credibile la Donna Invisibile nel ruolo: i poteri della “Mamma” dei Fantastici Quattro permettono un’efficace estrazione e la riuscita della missione. Campi di forza, invisibilità, ingegno, un powerset perfetto per dinamiche stealth che sembrava non esser mai stato sfruttato a pieno finora.
Il ritorno nel presente lascia respiro a Waid e De Iulis che “reintroducono” al pubblico il personaggio con due pagine praticamente perfette, un sunto di Susan Storm e dei suoi molti volti – madre, moglie, sorella, esploratrice, avventuriera, super-eroina e, come Waid ha stabilito, spia. La struttura di Invisible Woman #1 è forse l’aspetto più debole dell’albo. Dopo l’ottima sequenza che ha permesso al lettore di avere esperienza, in prima persona, delle capacità di Susan, l’esposizione della trama occupa più della metà delle pagine a disposizione e le “talking heads” del momento aggiornano la Donna Invisibile sul nucleo centrale della storia, il recupero del suo compagno d’operazioni disperso in Molovia, collegato al salvataggio di alcuni ostaggi Statunitensi nella nazione ostile. De Iulis mette in mostra le sue capacità da artista completo, arricchendo dialoghi piuttosto pesanti (e una retorica classica e abusata) con colori caldi e ottima gestione dei layout della pagina, che scandiscono i tempi della discussione.

In Invisible Woman #1 Mark Waid e Mattia De Iulis presentano l’idea, perdendosi un po’ troppo in formalità. Arrivati al lancio della missione in chiusura d’albo, i lettori troveranno una bella sorpresa, uno stimolo in più a proseguire la lettura. Con l’ostacolo della necessaria introduzione ormai alle spalle, il team creativo ha l’occasione di rivelare nuovi aspetti della Donna Invisibile che tutti conoscono.

Gufu’s Version

SECOND COMING #1 di Mark Russell e Richard Pace

Second Coming è una miniserie dal percorso editoriale travagliato: ideata e scritta da uno dei più talentuosi autori in forza alla DC Comics – quel Mark Russell di cui abbiamo già letto Flintstones, Snagglepuss e Wonder Twins – viene inizialmente annunciata nel contesto dell’ultimo, sfortunato, tentativo di rilancio della Vertigo per poi essere cancellata a seguito di un’ondata di proteste da parte di un pubblico benpensante che maldigerisce l’idea di un fumetto satirico con protagonista Gesù Cristo.
Chi ha già avuto modo di leggere le altre opere di Russell sa bene che l’autore, caratterizzato da una scrittura critica e satirica molto abrasiva, non è mai privo di quella sensibilità capace di spingere a riflessioni profonde e per nulla scontate estranee alla mera iconoclastia irriverente.
Capiamoci, il Gesù Cristo di Russell è tutt’altro che una presa per i fondelli del cristianesimo.

Il lieto fine di questa storia è che la DC Comics ha deciso di cedere a Russell e Pace tutto il materiale già prodotto e i relativi diritti di pubblicazione lasciandoli liberi di cercarsi un editore più coraggioso; i due, forti della pubblicità creata dal caso, sono così riusciti ad accordarsi con la Ahoy Comics per la pubblicazione.

Second Coming vede quindi la luce proprio in questo mese e inizia come il più classico e divertente fumetto satirico che fa leva sulle incongruenze che ogni lettore “casual” della Bibbia può riscontrare prendendo in mano il testo sacro.
Non c’è una pretesa di fondamento teologico né ci si inerpica in percorsi esegetici del testo, si tratta di una semplice lettura “leggera” del testo sacro: si va da Adamo ed Eva, si passa per Mosè e si arriva ai 33 anni di Cristo sulla Terra. Qui Pace adotta un segno abbozzato, indefinito, che descrive l’impossibilità della descrizione del Mito, accompagnato dalla palette cromatica molto ristretta – soprattutto ocra, terre e sfumature calde – scelta da Andy Troy. In contrasto tutto il segmento ambientato sulla Terra dei nostri giorni è caratterizzato da colori vivaci e dal lavoro di inchiostrazione molto netto e pulito di Leonard Kirk che restituisce un’atmosfera “Golden Age” al fumetto.
Il Padre del Vecchio Testamento spedisce il Figlio sulla Terra a “mettere su un po’ di spina dorsale” affidandolo alle cure del tostissimo supereroe Sun-man: quest’ultimo altri non è che una delle tante riproposizioni dell’icona di Superman, il canonico super-buono che sconfigge il male a suon di pugni.

Ma è proprio in contrapposizione con la superumanità di Sun-man che esce fuori l’aspetto più vero e innovativo, e teologicamente accurato, del cambiamento portato dal Nuovo Testamento: l’umanità di Gesù Cristo. Un’umanità che mette in discussione sia il Dio del Vecchio Testamento (quello dei diluvi universali, degli uomini trasformati in statue di sale ecc…) che il metodo canonico del fumetto supereroistico (come già fatto da Russell in Wonder Twins).
Russell e Pace riescono a elaborare la figura di Cristo e il fumetto supereroistico in toto riuscendo a farci ridere e a commuoverci contemporaneamente.
E questo è solo il primo numero.

First Issue

DOOM PATROL – WEIGT OF THE WORLDS #1 di Gerard Way, Jeremy Lambert e James Harvey

Godibilissimo per chi abbia letto il primo arco, questo albo può risultare freddo ai nuovi lettori, per i quali le sintetiche introduzioni dei personaggi non sono certo in grado di restituirne il percorso esistenziale. In questo senso, la scelta di azzerare la numerazione è fuorviante, ma le allusioni al passato fornite da Way hanno il merito di incuriosire i nuovi lettori senza appesantire la lettura agli appassionati.

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Wednesday Warriors #36 – Da War of the Realms a Justice League Dark

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

MARTIAN MANHUNTER #6 di Steve Orlando e Riley Rossmo

Martian Manhunter è uno dei personaggi più “difficili” del panorama supereroistico: una sorta di clone di Superman (alieno il cui mondo è stato devastato da una catastrofe ecc…) ma senza l’umanità che contraddistingue l’alter ego di Clark Kent.
Alieno verde che arriva sulla terra già adulto, e quindi senza una famiglia che gli impartisca un’educazione umana, Martian Manhunter è sempre stato un personaggio con cui i lettori hanno fatto fatica a relazionarsi. Al di là dell’essere uno dei membri cardine della Justice League infatti il povero J’onn J’onzz ha sempre fatto fatica a raggiungere il grande pubblico.
Si possono individuare però due momenti nella sua storia in cui le potenzialità del Cacciatore Marziano sono state pienamente sfruttate e il suo background – sinceramente povero in origine – è stato approfondito in maniera notevole: la miniserie del 1988 ad opera di J.M. De Matteis e Mark Badger e la serie di John Ostrander e Tom Mandrake del 1998 durata ben 36 numeri.
A questi due capisaldi del personaggio si va ad aggiungere ora questa maxiserie di 12 numeri ad opera di Steve Orlando e Riley Rossmo.
Orlando è uno scrittore che alterna prove opache, soprattutto quando legato dalla continuity ingombrante dei personaggi di primo piano, a prestazioni davvero degne di nota (vedi il suo Midnighter): Martian Manhunter ricade felicemente nella seconda casistica.
Assieme a Rossmo riprende quanto già reso canone dagli autori sopra citati e aggiunge nuovi strati alla psicologia del protagonista: senza stravolgerne le caratteristiche principali, i due autori riescono ad approfondire il personaggio rendendoci più facile il processo di immedesimazione. Risulta quasi impossibile non empatizzare con una figura così fallibilmente umana.
Rossmo riparte da quanto fatto da Badger e struttura una società marziana complessa, aliena ma terribilmente simile alla nostra, come una sorta di riflesso, distorto nella sua mutevolezza, della nostra. Ad un primo sguardo sembra tutto estremamente caotico e strano ma la struttura del racconto è talmente ordinata che risulta impossibile restarne confusi, non ci si perde mai nelle tavole o nei dialoghi.
Nella sua specificità, quella di tralasciare la narrazione presente per concentrarsi sulla tragedia di J’onn J’onzz, questo sesto capitolo è leggibile e apprezzabile anche senza aver letto il resto.
Ma, se accettate un consiglio dato in tutta onestà, procuratevi anche gli altri albi.

JUSTICE LEAGUE DARK #12 di James Tynion IV e Alvaro Eduardo Martinez Bueno

Con questo dodicesimo numero James Tynion chiude la sua fase di costruzione della JLD: c’è un evidente progettualità a lungo termine tesa a dare una struttura all’universo magico della DC Comics e a tante testate troppo spesso lasciate all’estro dei singoli autori. Un parco personaggi, notevole e iconico quanto quello più strettamente supereroico e (quasi) sempre scollegato dal resto della macronarrazione del DC Universe, a cui la Justice League Dark prova a dare (restituire?) rilevanza sfruttando come volano l’iconicità di Wonder Woman.
Il lavoro di world building di Tynion non lascia indietro nulla nel suo tentativo di dare al lettore una precisa mappa di questa sorta di sotto-universo narrativo, un lavoro che restituisce diversi elementi di interesse, necessari per conferire il giusto spessore a tutto il suo progetto, rendendo però la lettura più faticosa nell’affrontare certe verbosità.
Ne giovano diversi personaggi, Detective Chimp su tutti ma anche Zatanna e la stessa Wonder Woman, approfondite come poche volte prima d’ora.
La nota indubbiamente più positiva di tutto l’albo, e di quasi tutti i precedenti, è la scoperta di Alvaro Martinez Bueno, disegnatore spagnolo dall’indiscutibile talento in grado di interpretare dozzine di personaggi, tra cui diverse icone della cultura pop, in maniera sempre coerente e riconoscibile pur riuscendo a imprimere la propria personalità nel tratto. Notevole in questo caso il suo lavoro, quasi meta-narrativo, sul layout generale. Martinez Bueno riesce a sfruttare tutta la pagina – spazi bianchi compresi – nella narrazione di questo scontro tra caos e ordine.
Sempre interessante e mai banale.

Bam’s Version

WAR OF THE REALMS #6 di Jason Aaron e Russell Dauterman.

War Of The Realms è un’anomalia: è un evento ricco di tie-in, one-shot, addendum e via discorrendo come da tradizione, eppure è sorprendentemente concentrato nell’essere un evento dedicato a Thor.  E’ un gran finale per sette anni di storie – ma non davvero, visto che il lettore potrà godere ancora della compagnia di Jason Aaron sul Tonante almeno fino all’Autunno inoltrato. War Of The Realms si incastra perfettamente nell’impressionante mosaico narrativo tessellato dallo barbuto bardo da Jasper, Alabama. Ma, continuando con i paradossi, War Of The Realms è tutt’altro che perfetto.

Nei cinque numeri che hanno preceduto questo ultimo albo, il Dio del Tuono ha compiuto un arduo viaggio di ritorno verso Midgard e il resto dei Dieci Regni, ormai completamente messi a soqquadro dall’invasione totale di Malekith. Per non cadere nella infida trappola degli spoiler, risulta più facile ed efficace riassumere tutto con un perentorio “Sh*t happened”; per Thor è dunque giunto il momento della resa dei conti. Incastrato nel cuore dell’Albero dei Mondi Yggdrasil, il Dio del Tuono è pronto al sacrificio finale: parole di sdegno escono dalla sua bocca mentre il mondo (contestualmente e letteralmente) va a fuoco. Le parole di Jason Aaron, narratore onnipresente, sono pompose, regali, si accompagnano magnificamente la rabbia volgare di Thor, imprigionato in una gabbia infuocata fatta dei propri errori dove, al centro, è posta l’unica speranza di redenzione.
Concetto importante e da non sottovalutare: sebbene la tanto anticipata Guerra dei Regni sia chiaramente il focus centrale, come da titolo, dell’evento, il ritorno di Thor è il vero epicentro della storia, quella che Jason Aaron sta raccontando sin dalla distruzione di Mjölnir e la caduta di Jane Foster.

La guerra infuria e il Dio del Tuono si riscopre umile: non può farcela da solo. Aaron e Dauterman, mai banali, tornano a sfruttare la gimmick delle multiple linee temporali. Gli echi del primo arco narrativo scorrono potenti in questo ultimo capitolo di War Of The Realms e la Tempesta dei Thor si scatena su Malekith: Russell Dauterman e Matthew Wilson sono protagonisti, uno impugna un martello che pesa come una matita, l’altro si scatena su una tavoletta grafica che riempie le pagine di azione vorticosa. Impossibile non rimanere strabiliati osservando lo scontro rompere la tavola, frantumare le vignette e riempire di roboanti onomatopee – firmate dal letterer Joe Sabino. Graficamente parlando, War Of The Realms #6 è una soddisfacente conclusione ad un Ragnarok “formato mini”, servito e confezionato al pubblico per impegnare la stagione calda di letture.
Per Jason Aaron, tuttavia, War Of The Realms non è che un capitolo necessario, fondamentale – ma non il climax che chiuderà i suoi lunghi sette anni sulla serie.

War Of The Realms è un rombo di tuono in una tempesta, una finestra in una storia più grande di Thor stesso, più grande dei piani di Malekith, del ritorno di Odino e Freija, più grande delle parole di Aaron, più grande del magnifico lavoro che Russell Dauterman e Matthew Wilson regalano al lettore. Sarà perchè l’industria a fumetti si pone al di sopra dello scrittore ma sapere con largo anticipo che questa gigantesca serie evento avrà più di un epilogo lascia al lettore un climax mozzato, efficace e potente, ma meno dirompente ed impattante. La natura stessa della Guerra dei Regni risulta troppo grande per risultare compatta come una martellata; per continuare le analogie con il Dio del Tuono protagonista, War Of The Realms è la scarica di fulmini di Jason Aaron che colpisce i suoi Avengers e una porzione dell’Universo Marvel, coinvolti in un evento prettamente Asgardiano. Molto della storia iniziata sul #1 – che abbiamo già recensito qui su Wednesday Warriors – diventa palta per i mattoni che altri autori ed Aaron stesso utilizzeranno per costruire la seconda metà del 2019 Marvel. Non c’è nulla di male in una pratica comune agli Eventoni delle grandi case a fumetti, ma di conseguenza viene a mancare qualche attimo di concentrazione legato ai personaggi centrali della storia.

Il War Of The Realms dell’Universo Marvel non è forte quanto il War Of The Realms che parla di Thor, di Malekith, del presente e del futuro del Dio del Tuono. La Guerra dei Regni termina in maniera fragorosa. Soddisfa il lettore ma non lo riempie, lo stuzzica e lo invita a proseguire nella lettura. Non c’è un vero climax, non c’è risoluzione – e tale non si può chiedere ad un Aaron e Dauterman stellari, ma consci del ruolo di questo evento. Un lavoro che prosegue le tonanti trame dello scrittore nel migliore dei modi, aprendo ad inediti scenari futuri e ad una Asgard che rinasce, insieme agli altri Nove Regni. Thor assume nuova rilevanza, inserendosi perfettamente nella narrativa che Aaron ha imbastito dal 2012.

First Issue!

USAGI YOJIMBO #1 di Stan Sakai

Sakai ormai gestisce la sua creatura con mano ferma e con la solita attenzione, con l’aggiunta gradita di una serie di note che approfondiscono la storia e la cultura nipponica del periodo.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

Wednesday Warriors #34 – da Silver Surfer a Hulk

TEAM UP!
Attenzione fedele lettore dei Guerrieri del Mercoledì, ti attende una eccezionale novità!
Da questo numero i Wednesday Warriors si alleano all’altra grande tribù di True Believers del web italiano: gli amici di First Issue, rubrica de Lo Spazio Bianco dedicata ai “numeri uno” del fumetto USA.
ASSEMBLE!

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

IMMORTAL HULK #19 di Al Ewing e Joe Bennett

Esistono diversi modi di declinare l’orrore, inteso come genere narrativo, che possono essere sintetizzati in due tipi di approcci: c’è chi predilige un racconto più ricco di sottotesti, psicologico, che lascia intendere senza mostrare e che preferisce instillare inquietudine – quel prurito alla nuca – facendo leva sull’immaginazione e sulle paure più intime del lettore; c’è chi invece preferisce darci un pugno nello stomaco, che punta a disgustare, spettacolarizzando la narrazione esplicitandola in un crescendo gradguignolesco di elementi splatter.

All’interno di questi due estremi si colloca l’Hulk di Al Ewing e Joe Bennett.

Sin dalla sua nascita Hulk è sempre stato una metafora del rapporto conflittuale tra ragione e istinto, tra umanità e inumanità, tra le istanze sociali di Banner e gli istinti puramente autoconservativi e asociali di Hulk: un orrore visto come metafora del conflitto interiore uomo/mostro dentro ognuno di noi.
Questo conflitto si è sviluppato, allargandosi su più fronti, grazie alla tanto lunga quanto seminale gestione di Peter David che ha legato indissolubilmente ogni aspetto del Golia di Giada a un frammento della complessa psiche di Bruce Banner.
Al Ewing, che non è uno sprovveduto, ha giustamente deciso di radicare il suo Hulk proprio nel lavoro di Peter David per approfondirlo e ribaltarlo: laddove David aveva utilizzato Hulk per esplorare l’umanità di Banner, Ewing esplora il concetto stesso di mostruosità. Cos’è un mostro? Come lo identifichiamo?

Un’indagine sulla mostruosità che Ewing non limita a Banner/Hulk ma che viene estesa al cast di comprimari, storici e non.
Con una riflessione molto simile a quella che Robert E. Howard fa con Conan – contrapponendo un ideale barbarico alla civilizzazione contemporanea – gli autori di Hulk si interrogano sul concetto di non-umanità ritornando a quel conflitto di cui sopra, quell’istinto autoconservativo che in qualche modo stride con le istanze etiche di un’umanità comunemente intesa. Un istinto che si incarna in questa ultima, incredibile, versione dell’Abominio: un “mostro” minaccia e chiede morte allo stesso tempo.

Questa esplorazione viene declinata dal team creativo in maniera volutamente sopra le righe, urlata: Joe Bennett riprende lo stile che portò la EC Comics a dominare il mercato dei comics durante gli anni 40/50, integrandolo a un tratteggio fitto che rimanda agli incisori del XIX secolo,  come William Blake e Gustave Doré, il tutto inserito in una composizione contemporanea che vede il multiquadro delle vignette come fattore narrativo determinante. Una soluzione che conferisce alle immagini una tridimensionalità terribilmente efficace e che dona profondità al racconto orrorifico costringendo l’occhio a indugiare sui particolari più raccapriccianti.

L’orrore di Ewing e Bennett si colloca quindi più dalle parti del pugno dello stomaco che non da quelle del racconto più psicologico ma utilizza la forza delle sue immagini per veicolare una serie di riflessioni che sono ben lontane dall’essere concluse.

Bam’s Version

SILVER SURFER: BLACK #1 di Donny Cates & Tradd Moore.

Si può solo immaginare quanto sia difficile approcciarsi ad un personaggio complesso come Silver Surfer – specialmente nell’anno della scomparsa di Stan Lee, il suo creatore, che lo ha spesso indicato come uno dei suoi personaggi preferiti e senz’altro come il suo più profondo. Il Surfer era portavoce delle visioni filosofiche di Lee, delle sue idee più mature ed elaborate, complicate. Nato dalla matita, estensione della mente geniale di Jack Kirby, stanco di disegnare navicelle spaziali, l’Araldo di Galactus squarciò la tela immacolata della cultura pop e dell’Universo Marvel come faceva Lucio Fontana. Da parte i supereroi con superproblemi, il Surfista Argentato divenne la grande figura tragica in un mondo colorato e apparentemente spensierato, un filosofo dotato di immensi poteri cosmici, disgraziatamente separato dalla vastità del cosmo, dalle innumerevoli galassie. Il suo amore e la sua pietas per i Terrestri – che lo guardano dal basso e lo disprezzano, lo temono, alieno com’è – lo condannarono ad una vita lontana dalle stelle. Un sentimento malinconico, triste, nobile, come quello di un surfista separato per sempre dalle sue onde.

Dal 1966 al 2019 sono trascorsi 53 anni e di correnti cosmiche, sotto i ponti, ne sono passate abbondantemente. Per un personaggio che ha vissuto il proprio “Omega” ben due volte – nel 1988 con Parabola di Stan Lee e Jean “Moebius” Giraud e nel 2007 in Requiem di J. Michael Straczynski e Esad Ribic – il Surfista d’Argento ha ancora molto da dire. Sarà perché l’industria a fumetti risulta spesso più vasta ed indecifrabile dei misteri spaziali che Surfer affronta. Dopo la lunga gestione firmata Dan Slott & Mike e Laura Allred, una reinterpretazione a la Doctor Who del personaggio, e la breve parentesi-reunion dei Defenders di inizio 2019, Silver Surfer passa nelle mani dell’autore più caldo del momento, il nuovo golden boy della Casa delle Idee Donny Cates, scrittore Texano che guida il suo Venom verso territori inesplorati e, allo stesso tempo, si sta impegnando nel ricostruire il panorama di testate cosmiche Marvel.

Nella sua pluri-acclamata Thanos, Cates scrisse un Norrin-Radd da un futuro remoto impugnava Mjölnir e dominava l’Onda Annihilation, ammantato non più d’argento ma di nero; in Guardians Of The Galaxy, invece, il Silver Surfer tornò al suo tradizionale incarnato, prendendo parte al concilio galattico tenutosi dopo la dipartita di Thanos – il “la” alla già citata operazione di ricostruzione cosmica dell’universo Marvel. Per Donny Cates approfondire il suo discorso riguardante il Surfista Argenteo era solo questione di tempo e Silver Surfer: Black rappresenta il momento adatto per fornire la sua interpretazione del personaggio. Idealmente posta a metà proprio tra il suo Thanos e Guardians Of The Galaxy, Silver Surfer: Black si pone l’obiettivo di colmare un gap di continuity fondamentale alla visione d’insieme dell’autore – e di raccontare una meravigliosa, distruttiva e folle storia cosmica nel frattempo.

Attenzione a non sottovalutare l’importanza della personalità di un autore in fase di lavoro. Cates è un bad boy dal cuore d’oro, capigliature poco pettinate, giacche in jeans e t-shirt, tatuaggi, barba ispida. Il suo approccio e il suo modo di fare ricorda quello delle rockstar. Ama far propri i personaggi che scrive, modificandone la storia, toccandone la continuity nei punti salienti. Cates sa diventare protagonista sottolineando quanto siano affascinanti e complessi i personaggi che scrive. A fargli da contraltare, troviamo l’artista scelto per Silver Surfer: Black, Tradd Moore. Artista dalla personalità timida e sommessa, Moore vive le sue origini ad Atlanta, Georgia, sognando Takashii Mike, gli X-Men, Matrix e Silver Surfer (che coincidenza). A questa figura esile da ragazzone pacifico e geek, Moore preferisce far parlare la sua esplosiva personalità artistica, l’energia unica dei suoi movimenti fluidi, delle sue linee curve, la potenza del suo vibrante storytelling. Cates e Moore si completano come poche altre coppie attuali nel mondo del fumetto: le prime venticinque pagine di Silver Surfer: Black mostreranno uno splendido equilibrio creativo. Questo Silver Surfer prende la sua pesante eredità e si rinnova.

La minacciosa e meravigliosa sequenza iniziale si staglia in un momento non precisato del tempo. Adombrato dalla gigantesca figura di Galactus, Silver Surfer riflette sulla sua natura e sul suo ruolo di Araldo per il Divoratore di Mondi. Le onde curve della fisionomia aliena, i movimenti sinuosi della figura del Surfista lo staccano dalle interpretazioni classiche di John Buscema o di alcune iconiche illustrazioni di Joe Jusko. Quello di Tradd Moore è un Surfer alieno, vibrante e fluido – un corpo di mercurio che a stento contiene l’energia Cosmica al suo interno, ne riflette le imperfezioni e i tremori. Lo stile adottato da Donny Cates è pomposo, regale ed egregio. Silver Surfer espone il suo dramma e il fuoco che gli brucia la mente: essere associato alla morte, a Galactus, marca lo spirito del Surfista, che sente sempre di più il peso della sua inerzia, del suo essere spettatore dei terrificanti banchetti cosmici del suo padrone. L’Araldo Argentato di Galactus non si perde d’animo, fa della sua tragicità scudo e motore e, in un pianto disperato, diventa un piccolo punto bianco in una vignetta nera, accompagnando il lettore nel presente, introducendolo al vero nucleo del fumetto.

Personaggi più o meno noti del cosmo Marvel vengono risucchiati da un buco nero, evento raccontato dallo stesso Cates nel già citato #1 di Guardians Of The Galaxy. La fitta continuity dell’autore non limita, tuttavia, la narrazione, che apre una finestra sulla mente del Surfista, costretto ad attingere ad ogni goccia del proprio potere cosmico per salvare i suoi alleati. Mentre Cates descrive di atomi che si spezzano, vortici galattici che si avvolgono intorno ai personaggi e di “scaglie di realtà che esplodono in detriti di fantasia”, Moore mette in scena la deflagrazione con ineguagliabile energia, un tripudio di forme e colori, scelti dal maestro veterano Dave Stewart – scelta peculiare e praticamente perfetta. Le onde cinetiche, la cura per i dettagli, le anatomie piegate al movimento universale della tavola diventano impossibili da ignorare, impossibili da non osservare al microscopio, in alcuni casi: Moore unisce le minuzie della tavola di Katsuhiro Otomo a Kirby Krackles, la ricerca del movimento costante e fluido dell’azione non costringe al sacrificio la dovizia di particolari nelle espressioni del viso, con un Surfista che, piano piano, sente lo sforzo e le energie abbandonare il suo corpo argenteo.
Sullo sfondo, un costante turbine di colori si sostituisce allo spazio bianco tra le vignette – la storia occupa tutto lo spazio possibile, illustrando al meglio l’esplosione pop Marvel-style di una faglia spazio-temporale.

Nell’oscurità che avviluppa le pagine successive, il Surfista si risveglia, cullato dalle parole di Cates, mai come in questo fumetto sommesso, malinconico, eppure nobile e determinato, come il Silver Surfer che cerca di portare a galla dall’oscurità. Anche Moore, fuori dal delirio cosmico, lascia spazio al protagonista di ricomporsi; la gestione del nero e del bianco, contrastanti, diventano funzionali alla trama, ne rispecchiano la dicotomia. Silver Surfer, cosa porta con sé, la luce o l’oscurità? La morte o la speranza? Alla base di Silver Surfer: Black c’è una domanda ontologica, rispettosa del personaggio originale di Kirby e Lee, che si interroga sulla propria natura in maniera matura, conscia, sebbene immerso in un mondo straordinario, spettacolare, rumoroso e vivace.

L’arrivo del Surfer su un nuovo pianeta apre ad una seconda sequenza action, possibilmente ancor più stupefacente della precedente. La Tavola del protagonista diventa un’arma leggiadra e devastante, che vola da una vignetta all’altra, una master class in sequenzialità raccontata dalla ritrovata risoluzione del Surfista di Donny Cates. Una volta rivelata la peculiarità della trama e il mistero che farà da filo conduttore a tutta la mini-serie, Silver Surfer: Black #1, albo d’esordio perfetto, ha il tempo e lo spazio per un’altra, enorme splash page, che sembra richiamare l’inizio dell’albo. Sia luce o buio, bianco o nero, il Surfista non sembra in grado di staccarsi dall’ombra della Morte.

First Issue!

BATMAN: LAST KNIGHT ON EARTH #1 di Scott Snyder e Greg Capullo (di Simone Rastelli)

La messa su tavola di questi mondi e di questi straniamenti costituisce largamente la componente più solida di questo debutto: Capullo, Glapion e Plasciencia lo rendono con plasticità dei corpi e materialità degli ambienti, così da creare un contrasto fra questa e la componente di irrealtà della vicenda. In conclusione, un racconto solido ma costruito per accumulo lineare e pedissequo di elementi, che accompagna il lettore passo dopo passo e, così facendo, crea sì momenti di stupore momentaneo, ma mai di sorpresa profonda, che cioè mettano in crisi il lettore.
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Wednesday Warriors #33 – da DCeased a Meet the Skrulls

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

MEET THE SKRULLS #5 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

La vita tra gli uffici di una grande casa editrice non dev’essere tutta rosa e fiori – artisti, scrittori, coloristi e letteristi sono legati virtualmente dall’editor, che deve rispondere poi all’editor-in-chief, che deve parlare poi con il marketing, ecc.ecc. Un’abbondante dose di responsabilità passa dalle mani alla mente di diversi elementi, con ogni componente pronto a dover dar battaglia per valorizzare il proprio ruolo e le proprie idee. In una industria a fumetti sempre più spinta verso i Grandi Nomi e con meno attenzione rivolta alle “seconde linee”, certe volte ogni piccola storia, ogni vignetta, ogni singolo balloon può fare la differenza.
Meet The Skrulls nacque sotto questi tormentati auspici, ideata dello scrittore Robbie Thompson, supportata dall’editor Nick Lowe: una famiglia di Skrull infiltrata sulla Terra, un nucleo di personaggi costretto a restare nell’ombra e ad integrarsi, sulla falsariga di serie di successo come The Americans. Un concept difficile da vendere, ma che ha trovato lo spiraglio giusto per essere pubblicato dopo il successo della pellicola Captain Marvel – ma, fortunatamente, gli Skrull cartacei risultano ben più interessanti delle loro controparti filmiche. Tuttavia, Meet The Skrulls non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta da serie di seconda o terza fascia, pur riuscendo a chiudere, in soli cinque numeri, una storia intrigante con personaggi piuttosto complessi.
Thompson ha costruito una interessante serie di eventi che, tra passato e presente, ha ingarbugliato i rapporti della famiglia Warner: dietro la famiglia di Stamford, Connecticut, composta da Carl, Gloria e le figlie Madison e Alice, si nascondono infidi alieni mutaforma, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione e sventare il Progetto Blossom.
Ma sotto la trama principale dalle tinte spy, costruita in periferia del Marvel Universe, staccandosi dal palcoscenico principale, Robbie Thompson ha saputo nascondere un’intrigante riflessione sulla effimera natura dei rapporti famigliari – e cosa vuol dire fingere, mentire e non essere sinceri all’interno di una famiglia.
La natura effimera della persona Skrull, dove il volto, la voce e l’aspetto cambiano forma a seconda dell’occasione e della convenienza, diventa un punto focale, lente d’ingrandimento per analizzare al meglio la natura di una famiglia spezzata, sacrificata in nome dell’Impero della missione. Se per Carl e Gloria la transizione tra il loro pianeta natale e la loro permanenza sulla Terra è stata faticosa, per le figlie Madison e Alice il completo assorbimento nella cultura Terrestre spinge ad interrogarsi sulla natura della missione stessa, sull’individualità al di fuori della famiglia e su cosa vuol dire rapportarsi alle uniche persone che sembrano comprenderci.
In una serie che dosa con il contagocce le proprie scene d’azione e si affida principalmente al dialogo come mezzo di spostamento lungo la trama, l’importanza di un’artista come Niko “Pride Of Baghdad” Henrichon sta tutta nei momenti di quiete, nel gusto europeo, delicato, morbidissimo della costruzione delle figure e dei design e nella capacitá di distorcere, camuffare e smascherare gli inganni Skrull al momento decisivo. Robbie Thompson ha tenuto un ritmo lento per gran parte della miniserie, gestendo al meglio i colpi di scena e le rivelazioni: ne deriva una sottile tensione che sembra pervadere lo spazio bianco tra le vignette, che lega ogni piccolo mutamento del viso dipinto da Henrichon.
La conclusione della serie e la lettera dell’editor Nick Lowe in chiusura del numero segnano la fine delle avventure della famiglia Warner, protagonista di Meet The Skrulls, serie audace ma fortemente penalizzata dalla sua natura “di nicchia”. Intrigante se si ama un certo tipo di thriller psicologico, qui diluito con spruzzi di Universo Marvel, la miniserie di Robbie Thompson pecca nel ritmo lento, sostanzioso ma troppo poco esplosivo per lasciare un vivido impatto nel lettore casual. Gli splendidi disegni di Niko Henrichon accompagnano una trama comunque solida e ricca di spunti di riflessione sul sempre interessante confronto nature vs. nurture.

DEATHSTROKE #44 di Christopher Priest e Fernando Pasarin.

Attenzione: dato il contenuto dell’albo, la recensione contiene spoiler.

È possibile dare ancora risalto alla morte nel mondo del fumetto nel 2019? La fine della vita terrena, come un divorzio sancito dal Demonio o la nascita di una nuova nemesi dal passato oscuro di un eroe, diventa un cliché, un plot point da sfruttare a proprio piacimento per ringalluzzire le vendite, disturbare i lettori, scuotere le fondamenta della propria storia. Per Christopher Priest, la morte di Slade Wilson diventa il modo perfetto per tornare ai vecchi fasti – e rimettere Deathstroke in carreggiata.
Il terzo anno editoriale della serie dedicata all’Assassino Più Letale del DC Universe ha visto ogni sorta di sconvolgimento: lo scontro con il Cavaliere Oscuro ha messo in dubbio l’identità del padre di Damian Wayne, l’incarcerazione ad Arkham ha minato la sanità mentale del lettore come quella di Deathstroke e gli effetti del Contratto Terminus e del cross-over con i Teen Titans di Adam Glass hanno distrutto la fiducia del gruppetto adolescente – e lasciato Slade orizzontale, steso in una bara di mogano.
Elegy, primo capitolo di Deathstroke R.I.P., inizia con il confronto tra Deathstroke e Superman, avvenuto nel primo arco narrativo della serie. Un necessario reminder che Priest lascia al lettore, un modo per ricordare quanto lontano sia arrivata questa storia, tenuta insieme dalla sempreverde discussione sulla “vera natura” di Slade Wilson, un uomo costantemente frenato dalla sua morale deviata e dal suo atteggiamento nichilista, due elementi che impediscono a Deathstroke qualsivoglia forma di eroismo.
Entra in gioco Fernando Pasarin, artista che riempie il vuoto lasciato da Carlo Pagulayan con una sequenza iniziale che, da sola, vale il prezzo dell’albo. Una gigantesca splash page riprende, dall’alto, la pira funeraria allestita per salutare per l’ultima volta Slade Wilson: i volti peggiori dell’Universo DC si alternano in elogi funebri e ultimi insulti volti ad accompagnare Deathstroke nell’oltretomba, un momento che mette in risalto la potenza narrativa del team creativo: i testi graffianti e sarcastici di Priest che riempiono la griglia rigida, cinematografica di Pasar in, mentre figure come Talia Al-Ghul, Raptor, Terra e tanti altri lasciano la loro impressione del tristemente defunto. L’atmosfera lugubre per quei pochi che davvero amavano Deathstroke stona e stride con il sadico senso dello humor Priestiano, un contrasto efficace per un albo che analizza il mondo costruito intorno al personaggio principale e le ripercussioni che la morte di quest’ultimo hanno su tutti i personaggi incontrati finora. Damian Wayne affronta il peso della responsabilità, così come Jericho, il figlio incompreso di Deathstroke, rifiuta la morte del padre, al punto tale da lanciarsi in uno sprazzo di collera contro gli attendenti al funerale.
Priest non abbozza, non si perde in retorica. Non lo ha mai fatto, del resto. Con i personaggi che ha sapientemente gestito in ben quarantaquattro numeri di storia, Priest analizza la situazione, osservando pro e contro, tracciando insieme a Pasarin il futuro della testata – e chi erediterà l’identità di Deathstroke. Con il finale della serie che si avvicina all’orizzonte, lo scrittore riunisce tutto il cast in una situazione paradossale, un circo cinico e macabro venuto a rendere omaggio al direttore venuto a mancare. Deathstroke resta la sleeper hit della linea editoriale DC, una storia però troppo complessa e complicata da poter essere facilmente digerita tramite Wiki e riassunti. Il gioco di Slade sembra essere giunto al termine e Priest vuole mostrare al lettore cosa succede quando la morte – a fumetti – torna ad essere rilevante.

Gufu’s Version

DCEASED #2 di Tom Taylor, Trevor Hairsine, Stefano Gaudiano

DCeased è un fumetto supereroistico che vuole sembrare un fumetto di zombie ma che non vuole essere (solo?) un fumetto di zombie.
È il paradosso generato da certe regole commerciali che sovrastano le esigenze narrative: da qui la scelta di utilizzare cover di chiaro taglio horror a tema zombie, come quella inquietantissima di Lenil Francis Yu per questo numero, che aiutano il prodotto a posizionarsi in un mercato affollato di proposte omogenee e spesso difficilmente distinguibili tra loro.
Questo desiderio di sembrare qualcosa ma di provare ad essere qualcos’altro, o quantomeno metafora di altro, è particolarmente evidente osservando il taglio realistico che Trevor Hairsine utilizzato nelle sue tavole: non si eccede in una narrazione grottesca che indugi sull’effetto horror/splatter prediligendo invece un’impostazione più vicina al supereroistico classico alla Neal Adams. Solo il lavoro di inchiostrazione più carico di neri, ad opera di Stefano Gaudiano, tradisce un sottotesto più inquietante che, accompagnato alla palette di colori crepuscolari di Rain Beredo, conferisce all’albo il giusto tono orrorifico senza però ricorrere a una narrazione più sguaiatamente sottolineata.
In un albo più imperniato sui personaggi che sull’intreccio, il trio di artisti riesce a descrivere il mondo post-apocalittico tramite la narrazione in background e l’espressività dei volti dei personaggi non coinvolti direttamente nella narrazione.
In DCeased infatti Tom Taylor assimila la lezione di The Walking Dead e concentra il suo racconto sui personaggi, sulle loro reazioni agli eventi cataclismatici in atto, facendo in modo che l’orrore insorga dal rapporto empatico e dal lavoro di immedesimazione del lettore con i personaggi. Qui lo scrittore dimostra di possedere una notevole padronanza dei personaggi utilizzati – Superman e famiglia, Batman e famiglia, Freccia Verde, Lenterna Verde, Black Canary e altri – riuscendo a delinearli efficacemente nel giro di poche battute e dialoghi per poi proiettarli verso svolte inedite, più difficili da realizzare nella continuity classica: forte dell’esperienza maturata su Injustice, Taylor esplora le potenzialità di personaggi come Black Canary sottoponendoli a quello che potremmo definire come uno “stress test” collocandoli al di fuori dei loro ambiti abituali restituendo così ai lettori delle figure più tridimensionali.
Questo secondo numero di DCeased è quindi un incredibile lavoro di esposizione e world building (o forse world destroying?) che però mette in secondo piano una trama che, al momento, sembra più in pretesto per giocare liberamente con i personaggi che il fulcro del racconto stesso.
Un secondo albo carico di emozioni intense con un vero colpo al cuore sul finale.

JUSTICE LEAGUE #25 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Speranza.
È questo il filo conduttore che lega le ventidue tavole di Jorge Jimenez in un’alternanza continua tra scene puramente “action” e altre più riflessive: il disegnatore spagnolo si conferma come uno degli interpreti più efficaci del linguaggio supereroistico, capace di stupire il lettore con una narrazione “sopra le righe” – caratterizzata da profondità di campo infinite, layout destrutturati ma mai scomposti e scelte indovinate dei momenti da rappresentare – ma sempre consapevole di sé. Impressionante anche la sua capacità di declinare questa esplosività stilistica in contesti più intimisti, come appunto la tavola di apertura e tutto il conseguente viaggio introspettivo di Superman.
Un viaggio, in cui Jimenez gioca con i contrasti luce/ombra sottolineati dalle scelte cromatiche di Alejandro Sanchez, che porta Superman – il perno attorno a cui gira tutto l’albo – dall’ombra alla luce per giungere ad un finale esplosivo sia in termini emotivi che in prospettiva puramente narrativa.
Tutto l’albo è una continua costruzione di momenti tensivi che portano il lettore alla risoluzione finale in uno stato di apnea: liberatorio.
Dopo un approccio un po’ goffo e sostanzialmente dimenticabile sulla testata Superman Unchained, Scott Snyder dimostra di aver colto l’essenza del Primo Supereroe delineando una figura supereroica ma pienamente umana, ancorata ai suoi legami passati e presenti, che riesce ad essere risolutore, Deus Ex Machina, e portatore di speranza.
Non è un caso che tutto il “piano” di Batman sia imperniato saldamente nella Fede [il maiuscolo non è un refuso] che l’Uomo Pipistrello ripone nell’Uomo D’Acciaio.
Conclude l’albo una storia di James Tynion IV e Javier Fernandez che rinarra quanto già letto su DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Wednesday Warriors #30 – Da Captain America a Flash

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

CAPTAIN AMERICA #10 di Ta-Nehisi Coates e Adam Kubert

Nell’intero panorama supereroistico statunitense, Captain America è indubbiamente la serie che più si presta a una lettura in chiave politica del concetto di supereroe.
Il ruolo del personaggio impone che questo si confronti quotidianamente con le contraddizioni della sua Nazione e la costante sfida di quest’ultima all’ideale del Sogno Americano rappresentato dall’alter ego di Steve Rogers.
Da Steve Englehart a Nick Spencer passando per J.M. De Matteis, l’elenco degli scrittori che hanno dato una chiave di lettura “politicizzata” del personaggio è lungo: a questi si è aggiunto quello di Ta-Nehisi Coates, già noto nel mondo dei comics per il suo eccellente lavoro su Black Panther ma soprattutto per il suo curriculum da giornalista e scrittore.
In questi anni Coates ha imparato a bilanciare la cronaca politica con la narrazione supereroistica più canonica, riuscendo così a proporre un Captain America che riesce ad offrire un intreccio avvincente affiancato a un sottotesto politico che non sfocia mai nel sermone.
Sebbene la narrazione degli eventi abbia un passo molto dilatato, che rende la lettura in volumi sicuramente più apprezzabile, ogni capitolo della storia del suo Steve Rogers offre degli spunti mai banali.
Far finire Cap in prigione permette a Coates di aprire diversi “fronti narrativi”: quello principale sul processo a Steve Rogers, quello legato al confronto con i criminali che ha rinchiuso lui stesso e quello che riflette sulla questione del sistema carcerario statunitense.
Quest’ultimo punto, affrontato anche da Mark Russel recentemente su Wonder Twins e da Saladin Ahmed su Black Bolt, è attualmente al centro di un forte dibattito soprattutto per quanto riguarda il mondo dei penitenziari gestiti da società private che qui viene esasperato dalla figura di un ex-nazista, il Barone Wolfgang von Strucker, che, una volta perdonato, gestisce questo penitenziario per supereroi.
Il dramma di Thunderball in questo episodio si presenta quindi la metafora perfetta del confine tra riabilitazione e punizione, confine che tiene banco anche sui quotidiani nostrani sui temi della sicurezza e su proposte come quella della castrazione chimica.
In questo contesto il lavoro di Adam Kubert sulla fisicità dei protagonisti, sui primi piani e sul linguaggio del corpo, mettendo in secondo piano ambientazione e descrittività degli sfondi, contribuisce alla resa drammatica – intesa come dinamiche che intercorrono tra i personaggi – stringendo l’obiettivo e il focus sugli attori in campo e sui loro tormenti personali.
Si parla forse troppo poco di questo Captain America che invece meriterebbe maggiori attenzioni da parte di pubblico e critica.

THE FLASH #70 di Joshua Williamson e Howard Porter

Dopo una serie di prestazioni opache, fatte di buoni spunti ma di risoluzioni anticlimatiche, Joshua Williamson si gioca la carta della narrazione delle origini.
Comincia in questo numero infatti Year One, saga che dovrà, teoricamente, ridefinire Barry Allen.
Il primo capitolo è sostanzialmente un bel cambio di passo rispetto a quanto visto negli ultimi mesi, Williamson conferma la sua propensione alla prolissità, a tratti ridondante, ma senza gli eccessi visti finora.
Molto interessante il finale che lascia aperto il campo a dozzine di speculazioni: potremmo trovarci di fronte a uno Year One anticonvenzionale che promette ricadute interessanti nella timeline corrente.
I detrattori della cosiddetta decompressione saranno felici nell’affrontare un testo denso di eventi che costringe Howard Porter agli straordinari nella realizzazione di layout molto fitti e spesso ricchi di dettagli: nonostante la propensione del disegnatore a utilizzare un tratto spesso e riccamente modulato la leggibilità non sembra risentirne.
Porter è indubbiamente l’arma in più di questo albo ricco di trovate grafiche molto interessanti: il suo Flash, in maniera quasi metatestuale, è troppo veloce per essere contenuto dalle stesse vignette e balza da una pagina all’altra sfuggendo dai bordi e dai confini della griglia fumettistica.
Al momento l’unica sfida che Williamson e Porter sembrano non voler affrontare è quella di svincolare Iris West dalla sua caratterizzazione da “Lois Lane wannabe” a favore della costruzione di un personaggio femminile valido e originale.

Bam’s Version

HAWKMAN #12 di Robert Venditti e Bryan Hitch.


Hawkman giunge alla fine del suo volo – circa. Out Of Many, One di Robert Venditti e Bryan Hitch segna la fine della lunga saga introduttiva di questa nuova serie dedicata al Vendicatore Alato.

Il #12 di Hawkman conclude il lungo viaggio multidimensionale, spazio-temporale di Carter Hall, costretto a vivere le sue vite passate, future e parallele allo scopo di rivelare il suo collegamento ai terrificanti Deathbringer, macchine universali dispensatrici di morte in tutta la galassia. Robert Venditti – che già con X-O Manowar si dimostrò più che capace di scrivere guerrieri volanti arrabbiatissimi – si è rivelato la scelta perfetta per riportare in gioco Hawkman dopo il reset del personaggio visto in Dark Nights: Metal.
Carter Hall si è rivelato vulnerabile, complesso e dilaniato da un passato che non comprende ed un futuro indecifrabile: intrappolato in un ciclo apparentemente infinito di vite, l’obiettivo concreto di Hawkman in questa serie era scoprire se stesso e il proprio ruolo. In questa girandola avventurosa, fantascientifica e assorbita a pieno dalle onde della continuity DC, Robert Venditti ha liberato il suo estro creativo, regalando nuovi spiragli sulla intricata storia editoriale del personaggio.

Da Thanagar a Rann, da Krypton al Microverso, cambiando nomi e origini: Carter Hall si è scoperto Catar-Ol, Ktar, Khufu ma anche Katar Hol.  Un uomo da mille volti, morto e risorto, nato piú volte e proprio per questo estremamente fragile. La domanda posta da Robert Venditti è interessante e profondamente iconica: chi è davvero Hawkman? In questo senso, gli ultimi stralci di questa saga iniziale vanno interpretati come una risposta concreta.

Dietro la splendida prova artistica di Bryan Hitch e del team artistico a suo supporto si nasconde l’essenza del personaggio. Osservare decine, centinaia di Hawkman districarsi tra i raggi laser dei Deathbringer, vederli distruggere le macchine mortali in un turbinio di esplosioni, detriti e colpi di mazze chiodate che si susseguono, permette al lettore di notare come Hawkman sia davvero un personaggio unico, figlio di molte interpretazioni.
Hitch, al top della forma dopo il fallimentare esperimento da autore completo su Justice League, riporta al centro della sua arte l’occhio ampio, cinematografico dei suoi Ultimates, firmando un vero blockbuster a fumetti, spettacolare da sfogliare ma ancora più interessante da approfondire se si tiene conto della cura per i dettagli nel design dei singoli Hawkmen e nel loro modo di combattere.

Come da titolo, traduzione del latino E Pluribus Unum, Hawkman è la somma di tutte le sue vite precedenti – Robert Venditti e Bryan Hitch lo rendono evidente. Sebbene contrapposto ad un antagonista decisamente poco sviluppato e graficamente mediocre, costruire una nemesi speculare ad Hawkman permette una più facile digestione e metabolizzazione del messaggio comunicato da Venditti, semplice ma efficace. Il singolare percorso narrativo di Carter Hall permette agli autori una discreta libertà creativa – un personaggio ben costruito nel tempo e nello spazio e, proprio per questi motivi, capace di attingere a più angoli dell’Universo DC per spingere in avanti le proprie storie.

Giant Size Wednesday Warriors #1 – Dai Savage Avengers ai Villain DC

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

ELECTRIC WARRIORS #6 di Steve Orlando & Travel Foreman

Il destino di un intero universo, di innumerevoli pianeti e della pace galattica cade sulle spalle di un gracile ragazzo terrestre – Ian Navarro, alias War Cry, è pronto all’ultima prova posta di fronte a lui sul Terreno di Guerra.
La storia di Electic Warriors, radicalmente diversa dalla serie originale di Doug Moench e Jim Baikie, ha attinto da diversi angoli della mente dei propri autori: il Grande Disastro Kirbyano, che diede origine alle avventure di Kamandi, si é fatto cosmico, allargando i suoi orizzonti ad una moltitudine planetaria sull’orlo del collasso. Il mito di Superman ha perdurato nel tempo ma il collasso della società ha portato la democrazia a farsi da parte, aprendo la strada alla “Diplomazia da combattimento”, un escamotage narrativo perfetto per aprire le porte all’Accordo dei Pianeti e alla nascita della Diplomazia Da Combattimento, sostanzialmente un parallelo “con supereroi” di un grande Torneo Galattico di Arti Marziali – proprio come quelli di “Dragon Ball Z”, per fare un esempio lampante.

In questa strana ma efficace commistione di generi sci-fi e shonen, sovraimposti alla struttura cosmica dell’Universo DC, Steve Orlando e Travel Foreman hanno saputo ricamare una trama semplice ma appassionante, fatta di combattimenti avvincenti e personaggi intriganti e sottotemi opprimenti e impegnativi. Lavorando con un cast relativamente giovane, Orlando ha l’occasione di attingere a temi a lui cari e già esplorati, specialmente in serie corali e indipendenti: identità, amicizia, lealtà e coraggio si contrappongono all’egoismo, l’avarizia, il senso di annullamento personale alla luce di un fine superiore. A Foreman il compito di rendere questi personaggi, che la sceneggiatura carica di motivazioni e personalità, dinamici e interessanti – i design futuristici, i poteri soprannaturali e l’azione sgargiante permettono alla storia di scorrere in maniera fluida da un punto della trama all’altro, sia esso più silenzioso e quieto, d’approfondimento, sia invece un combattimento all’ultimo sangue sotto gli occhi dell’Accordo.

In seguito alla scioccante rivelazione dello scorso numero, il finale di Electric Warriors colpisce con l’esecuzione di una battaglia risolutiva intelligente e coerente con il messaggio dell’intera storia di Orlando. Anche qui i richiami alla continuity DC e all’universo piú grande che fa da sfondo permettono alla storia di respirare aria fresca, raccontando qualcosa di nuovo e divertente senza dover cercare ad ogni costo il plot twist sconvolgente o il cataclisma action da kolossal cinematografico. Non passerà agli annali come un imperdibile must-read, ma i Guerrieri Elettrici del 2019 sapranno guadagnarsi un piccolo spazio tra le letture di chi è in cerca di qualcosa di diverso e, soprattutto, di audace.

THANOS #1 di Tini Howard & Ariel Olivetti.

Tra cinema e fumetti, il Titano Pazzo Thanos ha raggiunto ormai lo status di celebrità globale ed icona della cultura pop. Lo schiocco di dita più rumoroso della storia del cinema ha garantito alla creatura di Jim Starlin lo stesso livello di notorietà dei suoi eroici antagonisti.
Va da sé che, negli ultimi anni, Thanos è stato proposto in ogni forma e variazione – dalle sue origini al suo futuro remoto, tragica figura politica e assassino, spietato conquistatore.

Per la “nuova arrivata” in casa Marvel Tini Howard, dunque, il compito assegnatole si rivela particolarmente arduo da affrontare: è possibile dare un nuovo twist al personaggio di Thanos, mantenendo intatta la sua aura di distruttore assoluto e implacabile?

Il #1 della miniserie omonima Thanos comincia in un momento indefinito del tempo. Il ruolo del narratore è affidato a Gamora, figlia adottiva del Titano Pazzo e nemesi giurata dello stesso. Il loro rapporto, sin dalla loro creazione, ha subito incredibili capovolgimenti di fronte ed è stato sviscerato in diverse occasioni. Le contraddizioni e le zone d’ombra di due figure legate a doppio filo con la Morte sono il nucleo di una relazione padre/figlia morbosa e controversa, fatta di un amore sommesso e sporco. Non a caso, il rapporto tra Gamora e Thanos farà da scheletro della storia per l’intera durata della miniserie.

La narrazione trascina il lettore indietro nel tempo, a bordo della Zero Sanctuary, la gigantesca nave ammiraglia della flotta di Thanos. La granitica matita di Ariel Olivetti riempie i corridoi della Zero Sanctuary di pirati spaziali, mercenari alieni, brutti ceffi e volti noti; la nave spaziale è opprimente e viene più volte descritta come una casa spettrale, con il silenzio rotto da urla disumane e svariati membri dell’equipaggio pronti a gettarsi fuori dai portelloni di sicurezza pur di uscire dall’incubo. Olivetti, come fu per Death Of The Inhumans, abbandona la matita digitale per concentrarsi nuovamente sul foglio: ne vengono fuori personaggi più convenzionalmente fumettosi, ricchi di particolari, ombre. La recitazione delle figure su tavola gioca un elemento fondamentale nella storia con lo scorrere delle pagine.

L’entrata in scena di Thanos è da vero film dell’orrore, in agguato ad ogni angolo come un serial killer, a bordo della Zero Sanctuary che egli stesso comanda. Uno dei punti di forza della scrittura di Tini Howard risiede proprio nell’invenzione di questo Thanos in medias res: non ancora il conquistatore invincibile, né tantomeno un personaggio alle prime armi, il Titano Pazzo agisce come un uomo sull’orlo della totale follia. La Morte comincia ad essere un’ossessione ed il richiamo del sangue lo disturba al punto tale da terrorizzare i suoi stessi subordinati.

Senza volersi addentrare troppo nella trama, Tini Howard e Ariel Olivetti firmano un #1 davvero interessante – Thanos si stacca dalle strutture autocelebrative in cui spesso si cade a cavallo di un film importante, concentrandosi sull’aspetto brutale e malato del personaggio. La ciliegina sulla torta sta nel cliffhanger, una piccola finestra di dialogo che apre scenari completamente nuovi, insinua il seme del dubbio: chi, tra Thanos e Gamora, è davvero il preferito della Morte?

SAVAGE AVENGERS #1 di Gerry Duggan & Mike Deodato Jr.

Sin dal suo ritorno tra le braccia della Casa delle Idee, Conan il Barbaro è stato oggetto di una massiccia operazione di “recupero e rilancio”. Tra la serie principale affidata al più importante autore Marvel contemporaneo, Jason Aaron, e la serie antologica Savage Sword, il Cimmero si è trovato posto al centro dell’attenzione per questa prima metà del 2019.
Gerry Duggan, già autore della sopracitata Savage Sword, si ritrova a scrivere Conan in un contesto completamente diverso. In seguito agli eventi di Avengers: No Road Home e al suo primo team-up con i Vendicatori, il Barbaro si ritrova intrappolato nella Terra Selvaggia. Proprio dalla Land Before Time dell’universo Marvel comincia Savage Avengers, una serie Vendicativa che, dalla copertina, promette l’unione di tutti i più famosi anti-eroi Marvel… Più Conan, ovviamente.

La bizzarra premessa “Conan, Vendicatore”, coraggiosa sebbene apparentemente semplice, risulta però incredibilmente mal riuscita di fronte ad una sceneggiatura scialba e priva di mordente. Savage Avengers #1 fallisce nell’introdurre agevolmente il Cimmero all’interno delle dinamiche da “team book Marvel”. Escluso l’interessante scontro tra Conan e l’Artigliato Canadese Wolverine, il numero della nuova serie di Gerry Duggan e Mike Deodato Jr. offre un assaggio di trama.

Duggan imbastisce un incipit di trama poco ispirato e tremendamente scialbo, trascinato a fondo da un artista pressoché irriconoscibile. L’introduzione dell’ennesimo culto della morte, alla disperata ricerca di vittime sacrificali per riportare in vita il “Dio della Morte Crudele e Invincibile #8431” manca di giusta costruzione e atmosfera per risultare efficace, intrigante o quantomeno godibile alla lettura. Ai nostri “cattivoni col cuore d’oro” il compito di fermarlo, menando mani, fendenti di spada e tutto il necessario.

Eppure, in questo albo d’esordio manca persino la spinta necessaria o lo stile adatto per rendere l’action avvincente e funzionale alla trama. Le matite di Mike Deodato Jr. sono impoverite da inutili tratteggi, figure tozze e bolse e anatomie cangianti tra una vignetta e l’altra. Fatta esclusione di Conan, ogni personaggio qui disegnato sembra abbozzato e disegnato alla ben’e meglio. Un lavoro superficiale, che impoverisce uno script essenziale.

Savage Avengers dovrebbe dare motivazioni e caratura a personaggi da sempre dipinti come badassqui ridotti, invece, a mere figurine, sagome da poggiare su uno sfondo senza una vera e propria caratterizzazione.

Gufu’s Version

DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Puntuale come le tasse, l’arrivo della bella stagione (sebbene quest’anno si stia ancora facendo attendere) porta con sé i mega-eventi-cross-over che tanto fanno bene alle casse delle Big Two e tanto soddisfano il nostro lato più giocosamente nerd.
Se la Marvel ha aperto le danze con War of The Realms stavolta è il turno della casa editrice di Superman presentare al pubblico il proprio progetto ciclopico e lo fa con un albo da 25 centesimi – gratuito in digitale su Comixology – che vede compresenti sei tra le firme più “pesanti” della propria scuderia.
Quello che nelle intenzioni degli editor e dei responsabili del marketing doveva essere poco più che un teaser, buono per le checklist dei lettori e per promuovere l’evento in questione, è stato trasformato dagli autori in un albo coerente in sé e ricco di spunti.

L’albo presenta tre capitoli che mettono in conflitto, in maniera speculare, i due cardini su cui Scott Snyder ha impostato la sua run su Justice League: Giustizia contro Fato.
Ordine contro Entropia con il capitolo centrale dedicato al misterioso ritorno di Leviathan.

Se c’è una cosa che l’epica classica, passando per Shakespeare e arrivando a Game of Thrones, ha insegnato al mondo è che la magnitudo di una storia è direttamente proporzionale alla minaccia portata allo status quo: nel caso del fumetto supereroistico questo si traduce in un lavoro meticoloso sulle figure dei supercriminali. I villain.
Seguendo una strategia tipica dei battle shonen che da Dragon Ball in poi hanno fatto la fortuna dell’editoria a fumetti nipponica, Snyder – architetto principale di questo progetto – alza di nuovo l’asticella del conflitto presentandoci, ancora una volta, una minaccia superiore a tutte quelle mostrateci finora. Un’escalation, quella che vuole ogni nuova minaccia più grande e pericolosa della precedente, che richiede una dose abbondante di sospensione dell’incredulità ma dal rendimento assicurato.
D’altra parte chi comprerebbe un albo che presenta un avversario “leggermente più scarso di quello già sconfitto in precedenza”?

Year of the Villain si propone quindi di mettere sotto i riflettori tutti gli antagonisti dell’universo DC rimodellandoli anche dal punto di vista del design, delle motivazioni e della credibilità del loro ruolo. A partire dal “nuovo” Lex Luthor.

DOOM di Scott Snyder e Jim Cheung

In queste prime otto pagine, che possono essere considerate una sorta di manifesto ideologico dell’opera, Scott Snyder mette nero su bianco (si fa per dire) tutta l’ambizione del suo progetto facendo subito precipitare gli eventi. La trama orizzontale costruita tra le pagine di Justice League trova il suo sbocco in “Doom” dove vediamo il definitivo ritorno di Lex Luthor al suo ruolo di villain “puro”: qui Snyder affranca Luthor dalla versione più complessa costruita da Geoff Jones durante la sua run su Justice League, non è più un personaggio drammatico le cui pulsioni egoistiche vivono in conflitto con una dimensione etica e una precisa, per quanto personale, idea di giustizia. E non solo: la storica nemesi di Superman punta a diventare qualcosa di più estremo rispetto al supercattivo che conosciamo e “amiamo”, ora persegue un ideale negativo, opposto a quello della Giustizia, il Fato appunto.
Il progetto complesso messo in piedi da Luthor, quello di riunire in un unico grande piano tutte le azioni dei cattivi dell’universo DC, rispecchia inoltre l’ambizione dello stesso progetto “Year of the Villain”: rendere unitario e coerente tutto il magma di storie concepite e sviluppate autonomamente sulle varie serie della casa editrice di Burbanks. Il Batman di King, il Deathstroke di Priest, i Teen Titans di Glass e tutti gli altri diventano trame singole di un arazzo più grande e complesso.
In questo lavoro si distingue il talento di Jim Cheung che, con tanto da raccontare e poche pagine a disposizione, riesce a non congestionare la narrazione, utilizzando un layout relativamente semplice e affidando la gestione del ritmo alla modulazione del tratto, delle linee di tessitura, e alla gestione dei dettagli.

LEVIATHAN di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Il capitolo centrale di YOTV è affidato al ritrovato Brian Michael Bendis e alla sottotrama “Leviathan” da lui portata avanti sulle pagine di Action Comics. Qui la portata della minaccia si allarga al di fuori del microcosmo narrativo di Superman & Co per arrivare a inglobare la Bat-famiglia e Green Arrow dando il via al capitolo “The Offer” che terrà banco su tutti gli albi DC il prossimo Luglio.
L’accoppiata Bendis/Maleev si conferma come una delle più solide ed efficaci dell’intero panorama editoriale statunitense, il disegnatore sembra essere l’interprete l’interprete ideale della “vena urbana” di Bendis riuscendo a valorizzare lo script con una gestione delle inquadrature e delle luci in grado di aggiungere pathos alla narrazione senza stravolgerne le intenzioni.
In queste poche pagine Bendis sfrutta la sua conclamata abilità nella scrittura dei dialoghi per imporre al racconto un ritmo fatto di tensioni e sdrammatizzazioni lasciando a Maleev il compito di gestire il registro emozionale tra una punchline e l’altra. Il tratto, ricco di ombre, del disegnatore bulgaro conferisce al racconto un’atmosfera cupa e oppressiva restituendo una sensazione di indeterminatezza: l’occhio del lettore cerca di decodificare le forme all’interno di questo buio vivendo in prima persona il mistero dietro cui si nasconde Leviathan.

JUSTICE di James Tynion IV e Francis Manapul

Il trittico di storie si chiude in maniera speculare alla sua apertura: se in Doom abbiamo visto i malvagi mettere in campo il loro piano, qui assistiamo alla reazione dei supereroi che lascia intravedere la dimensione totale del conflitto che si sta approssimando. Tutti i personaggi DC Comics saranno coinvolti, nessuno escluso.
Interessante notare come Tynion si sia ritagliato in questi anni un ruolo di primo piano all’interno della nutrita scuderia di autori DC Comics, affermandosi di fatto come uno degli architetti principali del suo universo supereroistico. Alla maniera di Jason Aaron in Marvel, James Tynion IV si è incaricato della gestione dell’aspetto mitologico/magico del DC Universe facendosi notare per la sua capacità di gestire racconti corali.
Rispetto agli altri due scrittori dell’albo si distingue per una prosa più prolissa e didascalica, che è spesso necessaria ma stridente con il resto dell’albo. Su questa letterarietà del testo di Tynion però Francis Manapul riesce a costruire otto tavole che emanano epica da ogni tratto riuscendo così ad avvinghiare il lettore fino alla fine. Manapul raccoglie l’eredità dei disegnatori delle varie “Crisi” (George Perez su tutti) riuscendo a disegnare in maniera riconoscibile quanti più personaggi possibile all’interno di una singola tavola dando loro la giusta caratterizzazione.

Wednesday Warriors #27 – Detective Comics #1000

Per questo nuovo appuntamento con Wednesday Warriors abbiamo deciso di parlare di un unico, storico, albo. Detective Comics è la seconda testata a fumetti più longeva degli Stati Uniti (dopo Action Comics) e con il millesimo numero celebra sé stessa e gli 80 anni di Batman proponendo un menù ricco di autori di primo piano.
Fabrizio Nocerino e Andrea Gagliardi si sono incaricati di recensire queste short stories una per una.

COLDEST CASE di Scott Snyder e Greg Capullo

L’onore di aprire la lunga parata di autori su Detective Comics #1000 tocca al duo che ha ridefinito il Pipistrello negli ultimi dieci anni – Batman’s Longest Case segna il ritorno di Scott Snyder sulla testata, accompagnato dal semper fidelis Greg Capullo.
Balzato ai piani alti degli scrittori DC Comics proprio grazie al suo The Black Mirror su Detective Comics nel 2011, Snyder ha passato questi ultimi 8 anni di carriera a stretto contatto col Pipistrello. Anzi, ha creato un proprio stile, un suo modo di scrivere Batman immediatamente riconoscibile. Amante del dialogo sferzante, Snyder piega personaggi e continuity alla sua volontà, imbastendo trame a volte eccessivamente intricate, spesso e volentieri “tamarre” ma divertenti. In quest’ottica, non c’è compagno d’arme migliore di Greg Capullo. Come Snyder, Capullo è noto per essere esagerato ed aggressivo, un rock’n’roller della matita capace di reinventare la figura di Batman con uno stile audace.

Tutti questi aspetti fondamentali degli autori sono rintracciabili in Batman’s Longest Case, una storia semplice nell’esecuzione, eppure esagerata ed affascinante: il Cavaliere Oscuro gira per il mondo, risolvendo enigmi impossibili che lo portano da Gotham al Giappone, dall’Egitto a Napoli. Ogni indizio lo porta vicino alla risoluzione dell’unico mistero che Batman non è ancora riuscito a risolvere. Più che un one-shot soddisfacente al palato del lettore, Batman’s Longest Case risulta essere un appetizer, un assaggio del futuro del Pipistrello – un ennesimo pegno d’amore per il personaggio e per il suo ruolo da detective, che proprio Snyder ha voluto porre al centro del suo lungo lavoro su Batman. Chissà se rivedremo, in un prossimo futuro, la Lega degli Investigatori

MANUFACTURE FOR USE di Kevin Smith e Jim Lee

Tutti, più o  meno, conosciamo le origini dell’Uomo Pipistrello, dell’omicidio dei suoi genitori per mano di Joe Chill e tutto l’addestramento che il giovane Bruce Wayne si è autoimposto per diventare infine il Batman che tutti conosciamo.
In questa storia Kevin Smith torna indietro a quell’origine riprendendo un oggetto che a sua volta è stato fondamentale nella formazione etica del Cavaliere Oscuro: la pistola utilizzata per l’omicidio di Thomas e Martha Wayne è stato un elemento fondamentale che ha fatto da spartiacque nella psicologia di Bruce. La pistola è “l’arma del nemico” e, come tale, ripudiata dal nostro eroe e pertanto inutilizzabile.
Come già fatto da Snyder e Risso in The Batman who laughs: the Grim Knight #1, anche Smith e Lee ripropongono la dicotomia vigilante/eroe facendoci capire quanto Batman non sia guidato dalla vendetta quanto da una speranza di giustizia e di redenzione. È così che anche la suddetta pistola, una volta ritrovata, può essere riabilitata per poter servire dei fini più nobili.
Jim Lee non si allontana particolarmente dai propri standard se non, complice il fido Scott Williams, per marcare maggiormente i neri che sono necessari alle avventure di Batman: Kevin Smith gli cuce la sceneggiatura addosso permettendogli di divertirsi a disegnare dozzine dei villain classici della DC Comics.

THE LEGEND OF KNUTE BRODY di Paul Dini e Dustin Nguyen

Paul Dini merita, di diritto, un posto nel gotha degli autori del Cavaliere Oscuro. Il suo lavoro su Batman: The Animated Series é stato seminale, un passaggio necessario alla diffusione ed esplosione del cult Batman. Insieme ai leggendari artisti che sono passati per gli studi d’animazione, come Mignola, Nowlan e Bruce Timm, ha creato un Pipistrello importante quanto quello di Frank Miller su Il Ritorno del Cavaliere Oscuro.
La Serie Animata resta un modello straordinario, capace di affascinare i più piccoli quanto gli adulti. All’eccentricità di Gotham, di Batman e dei suoi villain c’era la volontà di creare una storia accessibile a tutto lo spettro di pubblico, trattando tutto con maturità e dedizione al personaggio. Tuttavia, non sono mancati i momenti umoristici, più leggeri ed esilaranti – basti pensare ad episodi come L’Uomo Che Uccise Batman e L’Ho Quasi Ucciso, entrambi scritti da Dini stesso.

The Legend Of Knute Brody, disegnato da Dustin Nguyen, sembra proprio un episodio di Batman: TAS riportato su carta. La storia del peggior scagnozzo di Gotham strappa una risata sincera, grazie all’assurdità degli eventi raccontati dai nemici del Pipistrello. Scocciati, infastiditi e sull’orlo di una crisi di nervi proprio a causa di questo balbettante idiota pasticcione che ha rovinato i loro piani migliori, Poison Ivy, l’Enigmista, il Cappellaio Matto e Harley Quinn raccontano la loro frustrazione nelle vignette abbozzate ed essenziali di Nguyen, non al meglio della sua forma ma funzionale al piacevole scorrere della storiella.

THE BATMAN’S DESIGN di Warren Ellis e Becky Cloonan

Di tutt’altra pasta è la storia successiva, The Batman’s Design, scritta da Warren Ellis, disegnata da Becky Cloonan, colorata da Jordie Bellaire. Dieci pagine pubblicate al momento giusto, con un tempismo quasi sospetto, giusto giorni dopo le dichiarazioni del regista Zack Snyder sul dogma “Batman Non Uccide”.

Gotham è avvolta dall’oscurità ed un gruppo di mercenari tecno-potenziati si dirige verso un magazzino abbandonato. Non sanno che i loro tentativi di fuga dal Cavaliere Oscuro fanno parte di un piano piú complesso. Il Batman di Ellis e Cloonan è una primadonna, desiderosa di calcare il palcoscenico e rubare l’attenzione del pubblico. The Batman’s Design è il sogno di ogni fan sfegatato del Pipistrello e dei suoi tempi di preparazione: con maniacale cura, il Pipistrello si fa gioco dei malcapitati, incapaci a far fronte ad una forza oscura inarrestabile. Batman si gode ogni momento dello scontro, sfruttando tutti gli strumenti a sua disposizione, manifestando una netta superiorità sul nemico – senza accarezzare minimamente l’idea di utilizzare alcuna forza letale.
I pensieri del Cavaliere Oscuro riempiono le pagine, elencando punti deboli, falle umane e piani d’attacco con grande meticolosità. Ancora, Ellis si diverte nel raccontare un Batman risoluto, efficace – eppure esageratamente teatrale e divertente da vedere all’opera. Lo stile morbido della Cloonan viene valorizzato dalle tonalità scure della notte che si mescolano al costume del protagonista, spezzate dai colori caldi, roventi delle fiamme appiccate da Jordie Bellaire. L’ultima pagina è una ciliegina sulla torta tutta Ellisiana. Un Batman affascinante, lucido e tuttavia disturbante – radicalmente diverso dal Batman normale delle serie regolari in uscita ogni mese. The Batman’s Design è un graditissimo stacco dal canone che, sebbene in numero celebrativo, offre nuovi, diversi spunti di riflessione.

RETURN TO CRIME ALLEY di Denny O’Neill e Steve Epting

Denny O’Neil, uno degli scrittori più influenti della storia di Batman, torna sulle pagine di Detective Comics con una storia degna del suo curriculum artistico e che, nella sua brevità, si interroga sulla funzione di Batman sia da un punto di vista sociale, l’uso della violenza nella repressione del crimine, che psicologico/riabilitativo: può Batman essere la giusta cura per il trauma vissuto da Bruce Wayne? Esiste, o esisteva, un percorso migliore che avrebbe aiutato sia il giovane orfano che Gotham stessa?
In questo ritorno al vicolo che ha visto la morte dei genitori di Bruce, O’Neill inserisce un duro confronto tra il Cavaliere Oscuro e Leslie Thompkins: personaggio scelto non a caso, visto il suo ruolo di medico volontario che presta i suoi servizi nei bassifondi della città di Batman, che spesso ha funto da vera e propria coscienza per il Crociato Incappucciato.
In questa sua veste di Grillo Parlante, Leslie richiama Batman a guardare sé stesso per capire quali siano i limiti che non vanno oltrepassati, oltre i quali il desiderio di giustizia si trasforma in vendetta. Una riflessione che punta, prima ancora che alla salvezza di Gotham (o dei quattro sventurati capitati sotto le mani di Batman) a quella di Bruce stesso.

Notevole il lavoro alle matite di Steve Epting capace di reinterpretare il suo stile classico, debitore del lavoro di Neal Adams, caricandolo di espressività che asseconda l’intenzione emotiva del racconto di O’Neil. L’unica pecca è quella di rappresentare la Thompkins come un’anziana signora del tardo ottocento inglese.

HERETIC di Christopher Pries e Neal Adams

Heretic è indubbiamente la storia peggiore di tutto l’albo e, con molta probabilità, una delle peggiori storie di Batman degli ultimi 10 anni.
Questo il plot di Christopher Priest: i soldi di Bruce Wayne corrompono i giovani adepti della Setta degli Assassini di Ra’s al Ghul che, infettati dal capitalismo, abbandonano l’organizzazione criminale e, per questo crimine, vengono uccisi dai loro confratelli.
Non è raro però che soggetti poco convincenti come questo siano successivamente sviluppati in maniera credibile fino a diventare delle belle storie. Non è questo il caso.
La storia è confusa e punteggiata da passaggi di ambientazione difficilmente comprensibili, si ha l’impressione che Neal Adams abbia bellamente ignorato qualunque indicazione di sceneggiatura per disegnare un po’ quello che gli pareva lasciando a scrittore e letteristi l’arduo compito di cucire assieme una serie di tavole incoerenti tra loro.
Storia indimenticabile.
Nel senso peggiore del termine.

I KNOW di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

È sicuramente curioso vedere Brian Michael Bendis e Alex Maleev celebrare, insieme a tanti volti noti del Pipistrello, il #1000 di Detective Comics. La vita (editoriale) ha sempre modo e maniera di stupire. La solidissima coppia di autori presenta I Know, uno sguardo al futuro – anzi, ad un futuro – di Bruce Wayne e Oswald Cobblepot, alias il Pinguino.

Vecchi e stanchi, i due rivali si confrontano per un’ultima volta. È l’occasione giusta, per Bendis, di lasciar andare la penna e farsi trasportare dalle atmosfere Gothamite – senza dover fare necessario appiglio alla continuity. Questa libertà giova al suo Pinguino, personaggio che cova rancore atavico, invidia smodata e malcelata. Maleev nasconde le sue tendenze crepuscolari, favorendo uno storytelling pulito, al calore di timidi raggi di sole, colori caldi e tenui. L’artista sembra voler dare alla sua storia un velo di malinconia, come se Wayne e Cobblepot ricordassero con nostalgia i tempi andati, un esperimento decisamente interessante. Bendis e Maleev aprono finestra sul futuro remoto di Batman molto carina e “innocua”, un break necessario che spezza l’albo a metà e ne giova alla fruibilità.

THE LAST CRIME IN GOTHAM  di Geoff Johns e Kelley Jones

The Last Crime In Gotham di Geoff Johns e Kelley Jones, al contrario, baratta l’aria nostalgica con una buona dose di morte, storture e oscuritá. Geoff Johns scrive una storia semplice – anche troppo – immaginando, come da titolo, un’utopia Batmaniana che cade subito nel divertissement. In questo simil-Elseworld, Gotham vive un periodo di quiete e l’intera famiglia del Pipistrello si trova quasi sorpresa dall’accensione del Bat-segnale. Tralasciando l’introduzione di questo nucleo famigliare, una trovata carina e poco più, c’è davvero poco. Ai disegni, però, un ottimo Kelley Jones redime una storia piatta: primi piani e dettagli morbosi, muscolature massicce, colorazione perfetta di Michelle Madsen, che risalta e stacca dalla pagina le figure buie dell’artista.

THE PRECEDENT di James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno

Il loro recente Detective Comics si è distinto per il grande cuore, le dinamiche da team book e un reparto artistico degno di nota; così, James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno tornano sulla testata per The Precedent, forse la storia più intima e introspettiva di questo gigantesco albo. L’alchimia dei due autori è ancora fortissima e viene perfettamente espressa su queste poche, ma bellissime pagine. La storia è ambientata in un momento non precisato della continuity del Pipistrello. Alfred Pennyworth e Bruce Wayne riflettono sulla natura gioiosa, sul senso di avventura bambinesco di Dick Grayson, il primo arrivato nella famiglia del Cavaliere Oscuro.

È proprio la natura della Bat-family a fare da protagonista in questa ultima tranche di racconti.  A differenza di Geoff Johns, però, Tynion IV mostra decisamente più affinità con il lato umano e privato di Batman, sottolineando con successo ed empatia il cuore tormentato dai dubbi ed ispirato dall’ingenuità di un ragazzino di Bruce Wayne.

BATMAN’S GREATEST CASE di Tom King, Tony Daniel e Joelle Jones

Tom King approfitta di queste pagine dall’intento celebrativo per riassumere e riproporre il percorso che sta intraprendendo nella testata regolare di Batman e per farlo si avvale di due dei disegnatori della serie stessa: Tony Daniel e Joelle Jones.
L’alternanza tra i due, Daniel si occupa della sequenza sui tetti di Gotham che vede riunita tutta la Bat-Famiglia mentre la Jones illustra le pagine in cui Bruce fa visita alla tomba dei suoi, non è puramente “economica” (leggasi: “un disegnatore da solo non avrebbe avuto abbastanza tempo per completare la storia”) ma una soluzione che, sfruttando le caratteristiche estremamente diverse dei due stili, riesce a caricare le due fasi del racconto di valenze emotive differenti che vengono poi fatte confluire nell’ultima significativa vignetta.
Si tratta di una semplice e normale (“we’re not normal people“) foto di famiglia laddove la famiglia, o la perdita della stessa, sta alla base dell’esistenza di Batman: che è poi tutta la chiave di volta su cui si regge la run di King che vede il suo manifesto negli albi del “matrimonio” con Catwoman.
Il “più grande caso di Batman” è quello che lo vede alla ricerca di sé e di quello di cui ha davvero bisogno.

MEDIEVAL di Peter J. Tomasi e Dough Mahnke

Chiude l’albo il team regolare di Detective Comics: pur splendidamente illustrata da Doug Mahnke la storia è poco più che una serie di pin-up celebrative tenute assieme da un monologo del prossimo arci-nemico di Batman.
Peter Tomasi approfitta delle pagine a disposizione per darci un’anticipazione dei prossimi numeri di Detective Comics che manca però dei crismi di una storia completa: e questo Arkham Knight sembra, in queste prime battute, la riproposizione di certe tematiche portate avanti con il primo Azrael negli anni ’90.
Il tempo ci dirà se è qualcosa di nuovo.

Wednesday Warriors #23 – da Heroes in Crisis a Superior Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DETECTIVE COMICS #999 di Peter Tomasi e Doug Mahnke.

“Detective Comics” si avvicina allo storico traguardo dei Mille Numeri. Ma prima di gonfiare i palloncini e tagliare la torta, Peter Tomasi e Doug Mahnke concludono la loro saga introduttiva, Mythology. La struttura imbastita da Tomasi non potrebbe essere più classica: siamo finalmente giunti alla resa dei conti e, per il Cavaliere Oscuro, è il momento di scoprire chi è la mente diabolica che rovinato la sua vita negli scorsi numeri. Dopo qualche colpo sotto la cintura e un viaggio che ha toccato diversi angoli della continuity del Pipistrello, Batman è stremato ma ha finalmente di fronte a sé il colpevole. A volte, però, il mistero non ruota intorno al Chi, quanto più al Perché.
Tomasi conosce il personaggio come le sue tasche e sfrutta la complessa psicologia del protagonista per chiudere i conti in maniera inattesa, inaspettata ma pienamente coerente con il messaggio che vuole comunicare.

Qual è il prezzo da pagare per essere “il migliore”? Cosa comporta l’essere Batman, ogni giorno, senza fermarsi? Quali sono le responsabilità che implica questo ruolo?

La risposta, al netto di un arco narrativo piuttosto intenso, ricalca e piega al suo volere il cliché più famoso della TV Americana, una colonna della narrativa seriale reso famoso da Dynasty – e chi ha orecchie per intendere, intenda. Per quanto il sottoscritto difficilmente riesca ad apprezzare soluzioni simili, che rischiano di sminuire il percorso intrapreso dagli autori, Tomasi e Mahnke invertono la tendenza, chiudendo un arco narrativo che presenta un Batman “classico”, il Cavaliere Oscuro che tutti amano. La potenza fisica e la solidità dell’azione espressa dai disegni di Doug Mahnke sposano le atmosfere pesanti e introspettive di un conflitto psicologico, quasi metafisico – senza sacrificare momenti ad alta tensione e pugni chiusi dritti al volto.

La risoluzione del caso consegna al lettore un’alternativa al Batman “maschera tormentata” di Tom King: Detective Comics promette al pubblico la tradizionalità, efficacemente rimodernata, del Cavaliere Oscuro.
Le due serie principali dedicate al Pipistrello non sono mai state così belle – e così diverse l’una dall’altra.

SUPERIOR SPIDER-MAN #3 di Christos Gage e Mike Hawthorne.

Quanti Ragni servono per dire “basta”? Seguendo le linee editoriali Marvel, il limite è abbastanza alto. Negli ultimi anni, si è sempre cercato di dare un compendio a chi non ha mai abbastanza Uomo Ragno e, nel 2019, l’offerta è ancora ampia. Alla serie principale di Nick Spencer e alla “ombrello” di Tom Taylor, la Casa delle Idee ha ritenuto fosse opportuno mantenere una certa continuità con il lavoro di Dan Slott. “Superior Spider-Man” soddisfa le richieste della nicchia che ha ancora voglia di leggere le storie dell’Otto Octavius “eroico”.

Sotto la falsa identità del dottor Elliot Tolliver, nuovo professore della Horizon University e collega della vecchia fiamma Anna Maria Marconi, Octavius continua il suo percorso eroico come Superiore Uomo Ragno. Trasferitosi a San Francisco e in piena forma – grazie al vigoroso corpo clonato di Peter Parker e alla sua mente brillante – Octavius si è dato subito da fare, costruendo una base operativa con tanto di scagnozzi e gadget di ultima generazione.

Christos Gage prova a ricatturare l’energia dell’idea originale, sfruttando al meglio l’eredità Slottiana e cambiando alcuni particolari per mantenere una certa freschezza. Il suo Superior Spider-Man, sbruffone, vanitoso ma comunque eroico, ha subito trovato pane per i propri denti, costretto ad affrontare la minaccia cosmica di Terrax.

Il focus principale di questo primo arco narrativo sta proprio nel confronto impari tra il Ragno e l’ex Araldo di Galactus. Gage utilizza la disparità tra i due per mostrare la determinazione e l’audacia di Octavius, disposto a tutto pur di non fallire alla sua prima “grande prova” da supereroe. Il risultato è buono ed intrattiene ma manca la cattiveria e l’edge che Slott riusciva ad imprimere al personaggio, una sfaccettatura che viene meno una volta eliminato il confronto con la figura dell’Uomo Ragno “originale”.

Mike Hawthorne fa la parte del leone: l’artista sfoggia tutte le sue velleità action con un lungo scontro, una lotta senza quartiere che devasta la Golden City. I colori di Jordie Bellaire esaltano il tripudio di raggi d’energia, macerie e distruzione che Gage imbastisce, rendendo la lettura intrattenente e adrenalinica.

Superior Spider-Man è lontano dall’essere una lettura imprescindibile, ma soddisfa un “prurito” che tormentava alcuni lettori.
Concluso il primo arco narrativo, Gage e Hawthorne hanno a disposizione un nuovo setting da poter sfruttare e un protagonista carismatico – sebbene meno interessante della sua versione originale.

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #6 di Tom King, Clay Mann e Mitch Gerads

Tom King prosegue nella stesura di quella che è, con tutta probabilità, la sua opera più controversa e divisiva: le opinioni di critici e lettori sono quasi totalmente arroccate su posizioni estremamente polarizzate.
Così come già fatto in Mister Miracle, con la quale condivide diversi temi, Heroes in Crisis lascia il campo aperto all’interpretazione del lettore: il continuo ribaltamento di prospettive, l’estrema incertezza sulla verosimiglianza di quanto stiamo leggendo, il reiterarsi di minuscoli “errori” (che a questo punto sono tutt’altro che errori), mettono un qualunque lettore nella posizione di investire l’opera della propria soggettività e, di conseguenza, di giudicarla legittimamente con dei parametri assolutamente personali e divergenti da quelli di un altro.
In questo senso gli autori di Heroes in Crisis non si limitano a sovvertire le regole del gioco, magari destrutturando il genere supereroistico alla maniera dei vari Alan Moore o Grant Morrison, ma spostano i giocatori in un altro campo per far praticare loro uno sport totalmente diverso.
Un precedente significativo è riconducibile a quell’Identity Crisis, al quale Heroes in Crisis si ispira dichiaratamente, di Brad Meltzer e Rags Morales che nel 2004, alla sua uscita, sollevò altrettante critiche e discussioni.
Come già in Mister Miracle, e generalmente in tutte le sue opere, King presta un’attenzione significativa alla struttura del racconto e, in questo capitolo, ripropone specularmente l’architettura vista nel terzo numero della serie: si inizia con l’ormai canonica griglia a nove vignette che presente, sulle tre colonne della medesima, i tre protagonisti dei tre flashback narrati nell’albo, e si chiude con un’altra griglia a nove vignette ognuna ospitante un diverso personaggio. Esattamente come successo in Heroes in Crisis #3. E proprio come in quell’albo King riprende un character DC di serie Z, Gnarrk il nehandertaliano, e lo eleva a main eventer: la sua storia, il suo interrogarsi continuo sulla propria natura e su quella dell’Uomo, rappresenta l’ossatura, il substrato ideologico, sul quale si appoggiano le altre due (quella di Wally West e di Harley Quinn). In un insospettabile sfoggio di cultura vediamo il primitivo riflettere sulla dualità natura/civilizzazione confrontando le teorie di Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau per scegliere infine la terza via rappresentata dal componimento “Bright Star” di John Keats: Gnarrk individua quindi la salvezza dell’uomo non nel ritorno alla natura selvaggia (come Rousseau) né in una civilizzazione autoritaria e salvifica (come per Hobbes nel suo Leviathan) ma in una immutabilità del desiderio umano di relazioni autentiche. Per dirla semplicemente: individua la salvezza nell’amore reciproco.
Un desiderio che si connette fortemente alla storia di Wally West che da questo desiderio, di ritrovare i suoi cari scomparsi con Flashpoint, è consumato.
È in questo momento però che la tragedia colpisce Gnarrk che, nei suoi ultimi istanti di vita, riflette sull’allegoria della caverna di Platone ribaltandone però la conclusione: l’Uomo, per essere felice, non deve uscire dalla caverna ma deve esplorarla, conoscerla, perché la caverna è il mondo mentre le ombre proiettate sulla sua parete non sono altro che illusorie e virtuali, simulate, e la vita è una condizione soggettiva.
Ed è proprio dalla soggettività dell’interpretazione di quello che stiamo leggendo, pieno di incongruenze e discrepanze, che siamo investiti: chi è il misterioso assassino? Perché in questo albo vediamo contraddetto il racconto visto nel terzo? Chi ha davvero ucciso Wally West? I lettori sono chiamati a dubitare della realtà stessa laddove questa realtà è il racconto stesso, il fumetto che stiamo leggendo.

In questo contesto si inseriscono i racconti di Harley Quinn, interessante ma più debole degli altri due, e quello, struggente, di Wally West: vittima della crudele ironia che lo vuole simbolo della speranza del Rebirth e contemporaneamente sua vittima più grande essendo sopravvissuto a tutto ciò che dava valore alla propria esistenza e quindi alle proprie speranza.
Singolare come Mitch Gerads riesca a tradurre i tre diversi registri narrativi in tre stili diversi senza però perdere di omogeneità e riuscendo a restare coerente con l’atmosfera generale della serie impostata da Clay Mann (autore della tavole di apertura e di chiusura).
Il talento di questo disegnatore fa sì che quelle discrepanze di cui sopra, che altrove etichetteremmo come distrazione, imprecisione o semplice divertissement, qui diventa un indizio: come ad esempio la copia di Strange Adventures #45 (1954) che si trova sul pavimento della stanza di Wally.
La storia di apertura di quel fumetto racconta la vicenda di una coppia che viene portata in una Terra parallela dove la specie dominante è quella dei gorilla mentre gli umani sono estinti; i due coniugi, pur potendo fuggire, decidono di continuare a vivere in gabbia, da prigionieri, osservati come animali allo zoo, piuttosto che affrontare le difficoltà che hanno nel proprio mondo di origine. Si preferisce la sicurezza di una vita simulata all’incertezza della libertà assoluta.