Redazione

Wednesday Warriors #14 – da Spider-Man a Batman

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN WHO LAUGH #1 di Scott Snyder e Jock

Snyder torna a far coppia con Jock e continua a tessere il suo personalissimo arazzo del DC Universe, la trama sembra sempre più imperniata intorno al Batman-che-ride: figura nata sulle pagine di Metal e che continua a imperversare nelle testate scritte dal Nostro.
Non serve però aver seguito tutte le peripezie di questa (per)versione di Batman tra le varie testate però, lo scrittore riesce a introdurre il personaggio ai nuovi arrivati senza scadere nel riepilogo/spiegone riuscendo anzi a sottolinearne ulteriormente la pericolosità agli occhi di chi già conosce la sua storia. Si fa anche in tempo a far esordire un’altra versione, poco originale a dire il vero, di Batman proveniente, sembrerebbe, dal Multiverso Oscuro: una sorta di Bat-Punitore chiamato “The Grim Knight”. Funzionale alla storia e poco più.
Snyder coglie l’occasione per ricordare a tutti di essere uno scrittore di razza, e non solo un architetto di mega-eventi, riuscendo a piazzare dei dialoghi brillanti e a tratti divertenti volti soprattutto a sottolineare le dinamiche tra Bruce Wayne e Alfred.
Jock adotta qui uno stile ancor più espressivo e attento all’impressione artistica che non alla descrittività formale; una sorta di lente distorta attraverso la quale vediamo Gotham City e i suoi abitanti. Un’atmosfera cupa sottolineata dalla palette di colori scelta da David Baron che non manca però di sottolineare i momenti chiavi e particolarmente intensi ricorrendo a forti contrasti tra colori piatti. I tre autori formano un team particolarmente affiatato che sembra avere ben chiare le proprie idee in merito alla direzione di questa miniserie che si presenta con un primo capitolo quantomeno interessante.

BATMAN ANNUAL #3 di Tom Taylor e Otto Schmidt

Tom Taylor si prende l’incarico, non semplice, di approfondire la figura di Alfred cercando di attenersi alle atmosfere e alla narrazione del personaggio impostata dal suo omonimo sulla serie regolare di Batman. L’Alfred di Taylor (e di King) è quanto di più simile a una figura paterna nella vita di Bruce Wayne; lo scrittore non mette da parte lo sferzante humor british che da decenni caratterizza, alle volte in maniera eccessivamente macchiettistica, il personaggio ma lo contestualizza e lo inscrive in una dinamica relazionale ben più complessa ed emotivamente coinvolgente. L’abilità dello scrittore qui è tale da riuscire a dire qualcosa di originale e nuovo di un argomento trattato da dozzine di scrittori in centinaia di storie sottolineando differenze e similitudini, contrasti e affetti di un rapporto padre-figlio.
In questo compito Taylor trova una sponda particolarmente efficace nel talentuoso Otto Schmidt, disegnatore che fa della sintesi narrativa e dell’eleganza nella composizione il suo tratto distintivo: Schmidt imprime un’umanità credibile nei suoi personaggi senza però perdere di vista le discriminanti iperboliche del fumetto supereroistico. Il risultato è un fumetto che si inserisce con stile nel filone del Nuovo Umanesimo che caratterizza la parte migliore della produzione supereroistica attuale.

Bam’s Version

X-MEN RED #11 di Tom Taylor e Roge Antonio.

Disprezzati, odiati, mutanti: Tom Taylor ha saputo ritornare alle origini degli X-Men e rilanciare quel messaggio sociale alla base del gruppo ideato da Stan Lee e Jack Kirby.
La conclusione della serie é il caotico climax da fumetto supereroistico, una lista dalla quale, man mano, si possono eliminare degli obiettivi raggiunti (esplosioni, helicarrier in caduta libera, frasi ad effetto, team-up); ma al nucleo di questa storia c’è il destino dell’umanità, tutta, dotata di gene-X o meno. Jean Grey e Cassandra Nova sono due opposti radicali, una figlia dedita al sogno di Xavier e una donna intenzionata a dar fuoco all’odio nel cuore degli uomini. Taylor ha sfruttato il momento e riflesso il nostro mondo, soffocato dalla rinnovata popolarità degli estremismi, supremazia e odio razziale per riversarli e affrontarli a muso duro, sfruttando i suoi X-Men Rossi.
Tutto ció senza sacrificare la personalità dei propri protagonisti, sfruttando al meglio veterani come Nightcrawler, Tempesta e Gambit e mettendo in luce nuovi mutanti come Gabby e X-23, Nezhno e Trinary: il cast ha saputo trovare la propria quadratura proprio perché responsabilizzato dall’enorme minaccia che ha dovuto affrontare.
Gli X-Men sanno di dover lottare per un’idea, di doverlo fare senza trovare supporto dal mondo che “li odia e li teme”, un cliché, in fondo, che il 90% degli autori mutanti ha saputo sfruttare all’interno delle proprie storie; Taylor ne ha fatto peró la spina dorsale del suo team di X-Men, ha reso l’odio razziale e mutante motore della crociata mutante, riuscendo a coinvolgere il lettore in un acceso parallelismo con il “nostro” mondo, aprendo gli occhi sulle stupide divisioni che noi stessi, inconsciamente, creiamo,  denunciando i pregiudizi che ci vengono inculcati…tutto, ovviamente, corroborato da sana action supereroistica, mi sembra logico.
Roge Antonio non ha la maturitá di un Mahmud Asrar per affrontare un importante epilogo come questo, mostrando parecchie lacune nelle scene piú caotiche, ma nulla che possa abbassare il voto ad un’ottima conclusione per la miglior serie mutante del 2018.

MILES MORALES: SPIDER-MAN #1 di Saladin Ahmed e Javier Garrón.

Per quanto ci dispiaccia ammetterlo, al mondo esistono dei dogmi, o quantomeno delle regole non scritte: l’Uomo Ragno ha alcuni punti salienti che permettono ad ogni autore di poter tirar fuori storie degne di essere raccontate. Prendete, ad esempio, Saladin Ahmed, autore in rampa di lancio in Marvel che chiude il suo 2018 con una nomination agli ’Eisner Award per la sua “Black Bolt” e il suo Uomo Ragno sugli scaffali d’America, con il #1 di “Miles Morales: Spider-Man”.
Parlando di dogmi, Miles Morales vive New York come Lee & Ditko comandano, da adolescente che gestisce la sua vita quotidiana e la sua vita da supereroe, tra amici, studio, la prospettiva di un nuovo interesse amoroso e le preoccupazioni verso i propri genitori. Raccogliere l’ereditá di Brian Michael Bendis é davvero un ingrato compito, ma Ahmed scrive il suo primo Uomo Ragno con eleganza e maestria: poter raccontare di uno Spider-Man afro-ispanico consente allo scrittore di far coincidere la sua esperienza da ragazzino di “razza mista” con un protagonista che ha sempre avuto questo tipo di sensibilitá. Miles è un supereroe ma anche un teenager: percepisce il mondo intorno a sé come tale, affronta l’America e il problema, figlio della moderna presidenza Trump, dei figli d’immigrati e non sa cosa può fare, come fermare questa ingiustizia. Si preoccupa, come faceva Peter Parker di fronte alle proteste studentesche. Deve analizzare la situazione e capire dov’è il potere e qual é la sua responsabilità. Come direbbero oltreoceano, Ahmed “gets it”, capisce il suo personaggio principale.
A questa premessa è da aggiungere un Javier Garrón in forma strepitosa, capace di non sfigurare al confronto con la “mamma” di Miles, Sara Pichelli: i colori di David Curiel complimentano un tratto dinamico, fresco e simbolo della new wave artistica Marvel. Anche nel design, Garrón pesca i look adatti alla generazione piú giovane di lettori, dalle capigliature all’abbigliamento; New York é diversa come non mai, i personaggi espressivi e vivi in tutte le loro emozioni, Spider-Man volteggia e sferra calci con grazia e decisione.
Il ritorno di Rhino mette in moto la trama principale di questo #1 praticamente perfetto e il lettore, senza aspettarselo, si trova di fronte ad un Uomo Ragno rinnovato ma fedele alle origini, libero di catturare nella tela una nuova fetta di pubblico.

 

Wednesday Warriors #13 – da Shazam a Doomsday Clock

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

SHAZAM! #1 di Geoff Johns & Dale Eaglesham

Shazam! #1 di Geoff Johns e Dale Eaglesham è un bellissimo ritorno per “Big Cheese”, supereroe ragazzino con straordinari poteri magici e tanta voglia di fare del bene e aiutare i meno fortunati.
Johns si scrolla di dosso l’aura solenne e politica di Doomsday Clock per abbracciare il lato campy e allegro, volutamente infantile e innocente, del fu Capitan Marvel. L’autore firma un debutto che tocca tutti i necessari “riassuntoni” per i nuovi lettori e, accompagnato da un ottimo, old-school Dale Eaglesham, consegna un #1 bello da vedere e genuinamente divertente da leggere. Rinasce la Marvel Family (ora alla ricerca di un nuovo nickname); in effetti, queste prime trenta pagine prendono vita e affascinano proprio grazie al legame che condividono i ragazzi, fratelli e sorelle che hanno vissuto vite turbolente e si sono ritrovati sotto un unico tetto.
Grazie a Billy Batson e ai poteri della Roccia dell’Eternità, anche loro possono diventare supereroi e, se non avete mai letto nulla della Famiglia Marvel , questo #1 è perfetto per voi.
Se siete fan di lunga data, il colpo al cuore è assicurato e la pagina finale vi farà immediatamente venire voglia di saltare al prossimo mese e scoprirne di più.

WINTER SOLDIER #1 di Kyle Higgins e Rod Reis.

Annunciata qualche mese fa con poche celebrazioni, la curiosità per Winter Soldier #1 è cresciuta nel sottoscritto con il passare dei mesi (e delle anteprime).
La fine dell’Impero Segreto ha lasciato un mondo di traumi alle spalle, un aspetto della vita che Bucky Barnes conosce bene; come per “Shazam!”, Kyle Higgins é qui costretto a passare per dei punti imprescindibili. Un veloce recap sulla vita del Soldato d’Inverno risulta necessario per chi non ha potuto vivere il debutto di Barnes sotto la gestione Brubaker in “Captain America’ o è rimasto lontano dal personaggio in questi anni.
Ritroviamo Bucky in un presente che lo vede “stretto”, limitato ad agire sotto copertura e a tagliare gli ultimi tentacoli dell’HYDRA, un incipit narrativo che non riesce ad esplodere se non nelle ultime pagine, dove il cliffhanger mostra già sviluppi e un potenziale inesplorato per il personaggio.
Rod Reis, collaboratore di lunga data di Higgins e sempre più versione moderna del primo, graffiante Sienkiewicz, brilla durante le scene d’azione iniziali e nell’illustrare la memoria frammentata del protagonista.
Winter Soldier #1 stenta a distinguersi dall’agguerrita competizione, dalle tante, importanti uscite del giorno, ma può affermarsi alla lunga distanza tra le miniserie più interessanti di questo inverno (ha-ha!).

MARTIAN MANHUNTER #1 di Steve Orlando e Riley Rossmo.

Nel fumetto ci sono regole scritte, molte, ma ancora più regole non scritte. Ci sono cicli e flussi ed uno, forse il più rilevante tra tutti, è fatto di costruzione e decostruzione, fasi della narrativa che si precedono e susseguono incessantemente, cambiando forma, mascherandosi…proprio come Martian Manhunter.
Steve Orlando apre questo nuovo #1 portandoci indietro di qualche anno. John Jones ha qualcosa da nascondere alla sua collega, la detective Diane Meade: il “Segugio di Marte” non è un eroe…non ancora. Orlando è deciso nel prendere le distanze dal Manhunter leader attuale della Justice League. L’indagine in corso sull’efferato omicidio si rivela incipit narrativo che ci permette di arrivare al nucleo del fumetto, il passato di Martian Manhunter e le sue zone d’ombra. Veniamo spostati su Marte, rigoglioso e brulicante di vita, di delinquenti qualunque, adolescenti in crisi ormonali e la vita quotidiana del nostro protagonista. Proprio su Marte, qualcosa nel lettore si spezza…ed ecco che l’eroico J’Onn J’Onnz che conosciamo, il Martian Manhunter, non è più chi pensavamo essere.
Complice un fenomenale Riley Rossmo, sempre più a suo agio con anatomie deformi, corpi in costante cambiamento e storture che vengono valorizzate dalla sua schizofrenica matita, Orlando trasforma un simbolo di virtù in un poliziotto bastardo, uno shock che sconvolge il lettore e lo trascina una crime story che scava nel passato, mostra lati oscuri e intrattiene nella sua esecuzione semplice e dritta al punto, arricchita da un artista che ha voglia di spingersi oltre; ad esempio, già in questo #1, Rossmo ci regala la miglior scena di sesso dell’anno.
Un debutto praticamente perfetto: Martian Manhunter si candida prepotentemente a storia da tenere d’occhio nel 2019 e Internet sembra già amarlo alla follia. Il sottoscritto pure.

>>>BATMAN: VITA CON ALFRED – LA PREMIAZIONE CON ELEONORA CARLINI, MATTIA DE IULIS E FABIO LISTRANI <<<

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DOOMSDAY CLOCK #8 di Geoff Johns e Gary Frank

Nel corso della vita di un recensore di fumetti ci sono delle occasioni in cui è necessario sbilanciarsi, distaccarsi dalla sobria analisi contingente – che lascia il giudizio definitivo su un’opera alle sue conseguenze storiche – e prendere una posizione.
Non si tratta semplicemente di gridare al capolavoro (cosa che non farò) o all’oltraggio (e non farò neanche questo) di fronte a un progetto ambizioso come Doomsday Clock quanto cercare di capirne l’effettiva magnitudo.
In quest’ottica, e sapendo di rischiare una grossa smentita, mi arrischio a dire che Doomsday Clock è importante oggi quanto Watchmen lo fu nel 1986.
Se i primi sei numeri di DC sono stati una studiata progressione necessaria a introdurre i personaggi di Watchmen all’interno dell’Universo DC in maniera credibile e approfondita dal settimo numero, al giro di boa, la narrazione ha cominciato a prendere una piega estremamente diversa. Il ritmo impostato da Johns e Frank nella prima metà della serie è studiato per creare la necessaria tensione che fa sì che il cambio di passo registrato dal settimo numero in poi sia percepito come una naturale e attesa conseguenza: una progressiva risoluzione di quanto sapientemente costruito fino ad oggi (sul discorso tensione-attesa-risoluzione vi rimando a un altro mio articolo QUI )
Il lavoro di Johns qui è estremamente politico non solo per via della presenza di Vladimir Putin Putin, Xi Jinping e per le dinamiche da Guerra Fredda impresse alla storia, ma per tutto il suo impianto linguistico e tematico.
Johns mette in discussione Watchmen, il fumetto supereroistico e se stesso in una lettura del mondo contemporaneo estremamente ficcante nella stessa misura in cui Watchmen, pur calato appieno nel suo tempo, riuscì a essere universale fino a rivelarsi profetico dei nostri tempi.
Come già detto abbondantemente Doomsday Clock pretende di essere ben più di un mero sequel di Watchmen, un espediente per monetizzare il successo di uno dei più grandi long seller della storia del fumetto americano, ma si pone in maniera dialettica al cosiddetto decostruzionismo del supereroe: se Alan Moore aveva smontato la figura del supereroe allora Johns si propone di ricostruirla smontando a sua volta l’opera del bardo di Northampton (che al mercato mio padre comprò).
E questa operazione è visibile anche da un punto di vista strettamente formale, Johns e Frank hanno inserito nella loro opera una serie di eccezioni progressivamente visibili alla griglia a nove vignette come a voler rappresentare visivamente lo scollamento dalla critica di Moore; in questo ottavo capitolo si nota come anche lo stile adottato da Johns nei dialoghi – che riecheggia fortemente la prosa di Moore – viri decisamente verso un approccio più asciutto e ortodossamente supereroistico conferendo alla narrazione un notevole cambio di ritmo.
Ma quello che colpisce di più in questa dialettica è l’aspetto tematico, al cinismo (se vogliamo chiamarlo così) di Watchmen viene contrapposto il simbolo per eccellenza del fumetto supereroico: Superman. Qui l’alter ego di Clark Kent incarna in tutto e per tutto l’ideale del supereroe – non a caso Gary Frank gli assegna le iconiche fattezze di Christopher Reeves -, la visione della giustizia in senso assoluto contrapposta non più al malvagio di turno ma alla complessità di un mondo ricco di sfumature. Lo scrittore statunitense utilizza il presunto complotto della “Superman Theory” per descrivere, con un ritratto calzante, l’attuale società in cui l’uomo medio non riconosce più i propri idoli e si confronta in maniera aggressiva creando così una società sempre più polarizzata.
Come detto sopra quindi Johns rimette sì in discussione il linguaggio e le tematiche di Watchmen ma non lo fa con lo scopo di affermare una superiorità della propria visione del mondo e del fumetto, al contrario rimette così in gioco tutto il fumetto supereroistico (a partire dallo stesso Rebirth) e, con esso, il proprio approccio a questa forma di espressione

Wednesday Warriors #12 – Da Heroes in Crisis ad Amazing Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #3 di Tom King, Clay Mann e Lee Weeks

In questo terzo capitolo di Heroes in Crisis, Tom King interrompe il racconto incentrato sulla ricerca dell’assassino dei residenti al Santuario per fare un passo indietro e raccontarci le vittime in un flashback carico di tensione. Ricorrendo quello che è uno dei tratti distintivi della sua scrittura King approfondisce i profili psicologici di tre dei pazienti della struttura creata da Batman, Superman e Wonder Woman mostrando anche i meccanismi che regolano il funzionamento del Santuario. Lo scopo dichiarato di Heroes in Crisis infatti non è tanto quello di raccontare un “normale” evento supereroistico, grande o piccolo che sia, quanto di mostrare le conseguenze psicologiche ed emotive dei traumi sperimentati dai supereroi nello svolgere il proprio operato: assistiamo al drammatico conflitto interiore di Lagoon Boy, unico superstite dei Titans East, incapace di venire a patti con i propri sensi di colpa; vediamo Wally West alle prese con il dramma, accennato ma mai approfondito nel corso del Rebirth, della solitudine e della perdita della propria famiglia; e scopriamo il lato insicuro e autodistruttivo di Booster Gold solitamente nascosto dalla sua patina di arrogante sicumera.
Qui, salvo successive smentite, la pretesa di realismo della serie cede il passo alle necessità narrative: le dinamiche che regolano questa sorta di clinica psichiatrica sono l’antitesi di quello che normalmente prevede un normale processo di riabilitazione. L’isolamento, la ricerca autonoma della propria cura, la mancanza di contatto umano non sono gli strumenti più comuni, o adatti, nel normale trattamento di assistenza psicologica.
Indubbiamente il lettore più addentro alla continuity DC riesce ad apprezzare maggiormente determinate sfumature, a identificarsi maggiormente con le storie dei personaggi e a intuire la rilevanza di un certo personaggio che appare nell’ultima tavola, ma gli autori riescono bene a evidenziare i momenti cardine della trama anche agli occhi del lettore occasionale.
Clay Mann si prende un mese di pausa disegnando solo la prima e l’ultima tavola lasciando il resto dell’albo nelle mani capaci di Lee Weeks; quest’ultimo adatta il suo stile nel segno della continuità stilistica senza però snaturare la sua vena più marcatamente noir. Il risultato è splendidamente in linea col racconto disturbante di tre supereroi affetti da Sindrome da Stress Post Traumatico: i colori luminosi e caldi di Tomeu Morey agiscono in contrasto con le pennellate nere di Weeks e con il sottotesto tragico che il lettore già conosce conferendo alla storia un andamento inquietante.

AQUAMAN/JUSTICE LEAGUE: DROWNED EARTH #1 di Scott Snyder, Francis Manapul e Howard Porter

Si chiude con questo albo il crossover “Drowned Earth” che abbiamo seguito con attenzione in questa rubrica confermando le impressioni, positive e negative, date dai capitoli precedenti.
Scott Snyder conferma la sua vulcanica verve creativa finendone quasi vittima: tutto Drowned Earth è ricco di idee, spunti, conflitti e riflessioni che, per scelta o per mancanza di spazio, si accavallano e si sovrappongono finendo per congestionare, e a tratti appesantire, tutta la narrazione.
Tutta la saga manca di quel respiro epico di cui avrebbe bisogno mettendo in difficoltà anche due disegnatori veterani e ricchi di talento come Francis Manapul e Howard Porter, costretti a layout più fitti e carichi di balloon. Manapul si affida a un tratto più marcato, fatto di linee più spesse e chiuse rispetto al suo stile classico, per favorire la leggibilità della tavola riuscendo così a non perdere di efficacia; Porter invece vede maggiormente penalizzato il suo stile muscolare che, frammentato in vignette, ha poco spazio per esprimersi al meglio.
Al netto di queste osservazioni, da un punto di vista puramente strumentale, il crossover riesce però in tutti i suoi intenti: Snyder riesce a mettere su un evento dalla grande portata allestendo uno scenario fantasy-supereroico nel quale ambientare un ottimo prodotto di intrattenimento, dona spessore e centralità al personaggio di Mera, crea un nuovo status quo per Aquaman, introduce nuovi elementi nella mitologia di Atlantide e porta avanti al sottotrama che vede opposta la Justice League alla Legion of Doom.
Complessivamente si tratta di un prodotto riuscito ma che soffre di diverse criticità soprattutto in virtù delle potenzialità del materiale disponibile e non sfruttato appieno.

Bam’s Version

IRONHEART #1 di Eve L. Ewing, Luciano Vecchio e Kevin Libranda.

Arriva, per tutti i personaggi a fumetti, la prova del nove e, per Riri Williams, la prova è sopravvivere al debutto della sua serie regolare in solitaria.
Personaggio creato da Brian Michael Bendis e Stefano Caselli nel 2016 come “sostituto” momentaneo di Tony Stark, la giovane ragazza afro-americana ha riempito l’armatura di Iron Man per qualche anno e, solo recentemente, ha cambiato la sua identità e la sua apparecchiatura in quella di un’eroina tutta nuova, Ironheart.
Alle writing duties della serie troviamo l’altrettanto giovane e di colore Eve L. Ewing, scrittrice che debutta nel mondo dei fumetti con qualche incertezza di troppo: sono apprezzabili l’entusiamo e l’inventiva che derivano da un’occasione simile, ma la Ewing esagera condendo i dialoghi con termini tecnologici e fantascientifici, sacrificando intere sequenze e appesantendo lo scorrere della lettura proprio quando ci sarebbe bisogno di passare all’azione, disegnata dai funzionali ma non strabilianti Kevin Libranda e Luciano Vecchio.
Un vero peccato dover farsi forza e sopportare l’eccessiva verbosità già a metà dell’albo, tra macchinari ed esposizione narrativa, perché il fumetto trova un’anima quando è il “lato umano” ad essere esposto. La giovane Riri ha finalmente una voce sua, genuina e spontanea, che mostra preoccupazioni coerenti con la sua età e il suo status da adolescente geniale.
Un albo d’esordio che spacca il giudizio a metà ci costringe a rinviare il giudizio al mese venturo.

AMAZING SPIDER-MAN #10 di Nick Spencer, Humberto Ramos e Michele Bandini.

Nick Spencer porta a conclusione il suo terzo arco narrativo, Heist. In questi primi dieci numeri della serie, è diventato sempre più chiaro l’intento dello scrittore, che ha voluto costruire da zero il mondo intorno al suo Uomo Ragno. Dopo aver analizzato il protagonista principale ed i suoi comprimari, qui abbiamo un occhio di riguardo volto all’aspetto romantico e sentimentale, riproponendo un dualismo tanto caro agli amanti del Ragno anni ‘80.
Mary Jane Watson e la Gatta Nera sono protagoniste di una interessante analisi del loro ruolo nella vita di Spider-Man mentre, sullo sfondo, il Testa-di-Tela si trova a dover affrontare la Gilda di Ladri e Odessa Drake in ottime sequenze action firmate da Humberto Ramos.
Il lettore ripercorre parte della strana vita sentimentale dell’Uomo Ragno con un Michele Bandini che colma i vuoti di Ramos con uno stile meno frenetico e più morbido, dando a MJ il tempo di spiegare un ritorno di fiamma voluto tanto dai fan.
Spencer continua ad essere la voce perfetta per questo Spidey caciarone e battutaro e la serie si muove sempre di più verso la costruzione di una base stabile… da far crollare eventualmente in futuro *occhiolino occhiolino*.

DAREDEVIL #612 di Charles Soule e Phil Noto.

Death of Daredevil non è di certo un titolo originale. A memoria, ricordo almeno due o tre volte in cui abbiamo assistito alla “morte” dell’Uomo Senza Paura. Questa di Charles Soule è una delle più strane che abbia mai letto.
L’arco narrativo che pone fine ai due anni di gestione Soule è l’apice di una intera serie che non ha mai saputo trovare la sua identità, bloccata in uno strano limbo tra la classica run di “Daredevil” con Kingpin e l’audace ma verboso legal e procedural drama.
Soule chiude (?) l’ennesimo scontro tra il Diavolo e il Sindaco di New York e, se Phil Noto ha reso meno amara la lettura, questo ultimo capitolo si risolve con un’ulteriore beffa, che non solo lascia la trama in medias res, ma addirittura sembra scollarsi di parecchie responsabilità.
Ai posteri l’arduo compito di sbrogliare una matassa che non è stata affatto sciolta, un dono scomodo che Soule lascia ora a Jed Mackay e Chip Zdarsky.

Wednesday Warriors #11 – Da Iron Man a Drowned Earth

In questo numero di Wednesday Warriors:

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ASTONISHING X-MEN #17 di Matthew Rosenberg & Greg Land

Nel turbinio di testate mutanti che si rincorrono negli ultimi anni, gli Stupefacenti X-Men di Matthew Rosenberg e Greg Land si sono ritagliati un posto speciale. Come specificato nella lettera dell’autore in chiusura dell’albo, questo gruppo è stato messo insieme dall’autore basandosi sui suoi preferiti da adolescente, personaggi come Havok, Bestia e Dazzler uniti dal fatto di essere “gli sfigati”, quelli che prova e riprova si trovano sempre a dover affrontare un muro di mattoni.
Negli ultimi quattro numeri di questa serie, Rosenberg si è divertito a mostrarci un Alex Summers fallito cronico alla disperata ricerca di redenzione, ingarbugliato in una fitta serie di eventi che lo hanno portato a cozzare la testa con gli X-Men, il Governo e i Reavers; insieme a lui, un gruppo di “non X-Men”, che ha intrattenuto il lettore a dovere con action esplosiva e dialoghi ironici e pungenti, con qualche ben piazzata riflessione sul significato dell’essere un X-Man anche quando tutto va storto.
Una run di breve durata, ma decisamente divertente e soprattutto interessante per possibili sviluppi futuri. Rosenberg, nel frattempo, si trasferisce su Uncanny X-Men…

TONY STARK: IRON MAN #6 di Dan Slott, Jeremy Whitley & Valerio Schiti

Benvenuti nell’eScape, popolazione: il mondo intero…o chiunque possa permetterselo.
Comincia, in questo sesto numero della serie di Dan Slott e Valerio Schiti, Stark Realities, arco narrativo che sembra promettere una confluenza di vari elementi introdotti nei primi numeri.
La realtá virtuale firmata Stark è finalmente disponibile sul mercato e, per il Vendicatore Dorato, gestire una multinazionale e un impero tecnologico non basta.
Il cast di comprimari comincia a muoversi in direzioni ben precise ma è ancora troppo ingarbugliato per non rallentare la trama principale: diverse sottotrame si incrociano e si tagliano la strada. Mentre i disegni brillanti e l’ultra-dinamicità dell’azione di Schiti e i dialoghi di Jeremy Whitley aiutano lo scorrere delle pagine, Slott ha ancora bisogno di fare chiarezza.
In questo momento, Tony Stark: Iron Man sembra una serie che deve ancora trovare la sua voce ben definita; nonostante tutto, intrattiene più che a sufficienza, specialmente sul lato artistico.

WEB OF VENOM – CARNAGE BORN #1 di Donny Cates & Danilo Beyruth

Dall’inizio del “Fresh Start” in casa Marvel, Donny Cates ha avuto le mani più che impegnate, tra Inumani e Morti annesse, Ghost Rider dallo spazio profondo e Titani Pazzi da futuri alternativi.
La costante, però, resta l’incredibile lavoro di recupero e ristrutturazione del micro-universo dei simbionti. Carnage Born, one-shot dedicato alla (ri)nascita di Cletus Kasady, si incastra perfettamente nel mosaico assemblato dallo scrittore Texano.
Cates ci aggiorna sulle condizioni dell’ospite più famoso del simbionte cremisi e lo riporta alla realtà attuale. L’albo è ammantato di aura solenne, con uno stile cupo e grottesco che si interrompe al culmine di riti misteriosi, lasciando nuovamente spazio alla volgare, violenta e brutale follia di Kasady una volta giunti al suo “ufficiale” ritorno.
Danilo Beyruth ai disegni rientra perfettamente negli standard Ragneschi, specialmente degli ultimi anni, dando il suo meglio quando Carnage è protagonista, inventando qualche curiosa variabile nelle situazioni più complicate per il simbionte. Con Carnage Born troviamo di fronte ad un importantissimo ed intrigante crocevia per il futuro di Venom: Cates può continuare a tessere la sua oleosa tela nera in tranquillità.

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DROWNED EARTH di Scott Snyder, James Tynion IV, Dan Abnett, Francis Manapul, Howard Porter, Frazer Irving, Bruno Redondo e Lan Medina

Con un tempismo per nulla fortuito la DC Comics ha deciso di concentrare una parte significativa del proprio parco testate al cross-over Drowned Earth imperniato sulla figura di Aquaman proprio a ridosso dell’uscita del film di James Wan nelle sale cinematografiche.
È sintomatico che la trama principale dell’evento si snodi non sulla testata dell’eroe acquatico ma sulla ben più popolare Justice League.
Come abbiamo già visto è Scott Snyder a prendersi il compito di architettare il rilancio di Aquaman (che avverrà il mese prossimo per mano di Kelly Sue DeConnick e Robson Rocha) affiancato dall’altro scrittore della testata: James Tynion IV.
I due si alternano alla scrittura della trama principale su Justice League #10, #11 e #12 e sui due speciali Justice League/Aquaman – Drowned Earth #1 e Aquaman/Justice League – Drowned Earth #1. A Dan Abnett, autore del pregevole ciclo di storie di Aquaman sin dall’inizio del Rebirth, spetta il compito di occuparsi dei tie-in su Aquaman #41 e #42 e Titans #29.
Alla vigilia dell’ultimo episodio si possono già tirare delle somme sul lavoro generale: indubbiamente sfruttare la spinta promozionale del film è una di quelle mosse commerciali che la DC comics sta apprendendo dalla concorrenza e che risulta particolarmente necessaria a un personaggio come Aquaman che ha sempre faticato a imporsi sul grande pubblico indipendentemente dalla qualità del fumetto. Da Peter David a Dan Abnett passando per Geoff Jones il nostro eroe non ha avuto carenza di autori capaci e di storie di alto livello, nondimeno ha sempre sofferto un ingiustificato complesso di inferiorità nei confronti degli altri Big della casa editrice: l’indubbio carisma di Jason Momoa potrebbe quindi riuscire ad affrancare l’alter ego di Arthur Curry dalla fama di “supereroe sfigato” che gli è stata cucita addosso.
All’interno di queste necessità più strettamente commerciali si muove il trio di scrittori succitati che sembrano muoversi entro gerarchie ben precise: Snyder e Tynion si alternano nella costruzione dell’intreccio con il secondo più intento a spiegare gli eventi e gli antefatti piuttosto che al dipanarsi degli eventi, Snyder, libero dalle incombenze descrittive, si diverte a sviluppare la sceneggiatura nel suo stile “alla Michael Bay” ormai consolidato. I due offrono così una variazione interessante alla classica trama dell’invasione da Atlantide (che da Fantastic Four Annual #1 a oggi abbiamo visto ripetersi diverse volte) senza però riuscire a convincere al 100%.
Non che manchino gli aspetti positivi, come l’interessante legame che si instaura tra Aquaman e Wonder Woman o il procedere della trama orizzontale sulla Totalità, ma il racconto, potenzialmente epico, è appesantito dall’eccessiva, quanto forse necessaria, verbosità di gran parte degli “spiegoni”: paradossalmente le parti più confusionarie, scritte da Snyder, sono anche quelle che hanno un ritmo migliore e quindi più godibili.
Il lavoro di Dan Abnett invece è costretto all’interno di paletti molto più rigidi: vincolato com’è dal soggetto principale riesce comunque a dare respiro alla storia pur senza apportare cambiamenti significativi all’intreccio. Si tratta al 90% di un lavoro di caratterizzazione e approfondimento psicologico che svolge in maniera impeccabile da professionista consumato ma che soffre della tipica inconsistenza fattuale dei tie-in: ben fatto ma sostanzialmente evitabile.
La parte del leone la fanno comunque le tavole di Francis Manapul che, con rispetto per l’ottimo lavoro di autori come Porter e Irving, hanno una qualità di un altro pianeta e si sposano sempre in maniera calzante con la magniloquenza delle trame di Snyder.
In sintesi Drowned Earth è un cross-over che, finora, ha mostrato luci e ombre ma che può risultare molto importante in prospettiva sia per la Justice League che, soprattutto per Aquaman.

Wednesday Warriors #10 – Da Mister Miracle a Uncanny X-Men

In questo numero di Wednesday Warriors:

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MISTER MIRACLE #12 di Tom King e Mitch Gerads

Con questo dodicesimo numero si conclude la maxiserie di Tom King e Mitch Gerads acclamata da critica e pubblico. E la conclusione è destinata a far discutere parecchio i fan.
Il finale di Mister Miracle in questo modo si colloca nel ristretto elenco di quei prodotti seriali che tendono a sconcertare, fino a far infuriare, i fan più ortodossi, quelli che aspettano lo spiegone finale o la grande rivelazione. Mister Miracle quindi si colloca assieme a Evangelion, a Sopranos e, citandone apertamente una sequenza, a Dallas dando ai lettori più domande che risposte.
Per farla breve: se siete un lettore di supereroi e solo di quelli state alla larga da questo albo, il finale per voi è stato scritto nel numero precedente.
Se invece avete una passione per le sfide questo è il fumetto che fa per voi: il concetto di “closure” qui viene sfruttato all’infinito e lascia tutte le spiegazioni e le interpretazioni nelle mani del lettore.
Perché il “mirror of goodness” mostra il volto di Scott Free senza nessun segno delle torture subite in giovinezza? Perché il quadro in salotto è diverso? Scott è in Paradiso o all’Inferno? Cosa succederà dopo l’ultima vignetta? King e Gerads non ce lo dicono, troppo facile (per noi e per loro), e ci lasciano con un umanissimo dubbio. Mister Miracle, e tutta la saga del Quarto Mondo, non sono stati pensati da Kirby come un mero tassello da aggiungere al DC Universe ma come riflessione sul mondo contemporaneo. Una sorta di trattato filosofico ingabbiato tra le vignette. Sta a noi rifletterci su.

FANTASTIC FOUR #3 di Dan Slott e Sara Pichelli

In questa prima trilogia Dan Slott fa finalmente tornare il quartetto nel Marvel Universe ma, cosa ancora più importante, presenta il suo manifesto programmatico sulla serie. Slott sa bene che il concetto di Famiglia, da sempre perno narrativo della testata, ha subito profondi cambiamenti e riflessioni negli ultimi decenni e allo stesso modo sa che non può togliere questo perno senza snaturare il supergruppo. Per questo motivo allarga il concetto di famiglia a tutti quelli che sono stati membri del quartetto facendolo arrivare ad essere, di fatto, un elemento fondante dell’Universo Marvel.
Stan Lee e Jack Kirby infatti hanno dato vita a questo mondo partendo da questo primo nucleo, genitoriale, creatore e Slott ce lo ricorda mettendo i quattro in conflitto con un antagonista che rappresenta e incarna il suo esatto contrario: la distruzione.
I Fantastici Quattro sono creatori, gente che “aggiusta” l’universo, è questo il loro vero grande superpotere e come tali affrontano le sfide poste loro davanti.
In questa ottica di ritrovato legame affettivo si destreggiano Sara Pichelli e Nico Leon: le cinque pagine di Leon mostrano, per contrasto, l’estrema efficacia, in termini di emotività, del tratto meno definito e più nervoso della Pichelli, un vero valore aggiunto che per molti versi fa ritornare alla mente lo Scalera di Black Science chiudendo così un cerchio.
Adesso ci attende il matrimonio tra Ben e Alicia.

Bam’s Version

WONDER WOMAN #58 di G. Willow Wilson e Cary Nord.

Da una Meraviglia all’altra il passo è relativamente breve. Dopo anni di onorata militanza in Marvel, G.Willow Wilson porta il suo talento anche in DC Comics, che le ha concesso la grande occasione di poter scrivere Wonder Woman a partire da questo #58. Al suo fianco, un artista veterano che ha saputo modellare il suo stile a seconda delle esigenze e vedremo mutare, ancora, in questa occasione: Cary Nord. Il finale della scorsa run di James Robinson permette alla Wilson un approccio alle trame principali agile e senza intoppi, con il ritorno di uno degli antagonisti principali dell’Amazzone e un casus belli che mette in moto la trama di The Just War. In questa primo arco narrativo, Steve Trevor ha bisogno di aiuto, preso in ostaggio da un signore della guerra dello stato fittizio di Duvronia. L’entrata in scena di Diana lascia ampio spazio di manovra a Cary Nord, che mostra qui un tratto piú scarno ed essenziale, dinamico e ben diverso dal suo lavoro su Conan. Le chine pesanti di Mick Gray aiutano nei combattimenti ma non nelle espressioni facciali, che in alcune vignette risultano piuttosto abbozzate e mostrano la frettolosità del “nuovo” Nord, ma ottima prestazione invece per il colorista Romulo Fajardo, che rende al meglio le atmosfere medio-orientali di questo primo numero.
G. Willow Wilson comincia dunque solidamente il suo percorso sulla serie, con un ottimo cliffhanger, un villain misterioso tenuto nell’ombra e un altro in piena luce, su una strada di (apparentemente) impossibile redenzione.

COSMIC GHOST RIDER #5 di Donny Cates e Dylan Burnett.

Termina l’avventura del Frank-Castle-diventato-Spirito-della-Vendetta-diventato-Araldo-di-etc.etc., alias il Ghost Rider Cosmico, brillante invenzione di Donny Cates, che ha debuttato nel suo Thanos e saputo ritagliarsi un posto sul web e nel cuore dei fan. In questa miniserie abbiamo visto il C.G.R. affrontare variazioni e deviazioni cosmo-quantistiche di Vendicatori, Guardiani della Galassia ed X-Men, il tutto disegnato egregiamente da Dylan Burnett, disegnatore che ha fatto faville e trovato la sua anima gemella nel colorista Antonio Fabela. Insieme, i due riempiono anche le pagine di quest’ultimo numero con colori sgargianti, linee morbide ed esplosive, azione dirompente e l’ultimo confronto tra “padre” e “figlio”, in uno strano e contorto discorso sulla predeterminazione del fato e la possibilità di cambiare il proprio destino. Travolgente ironia, la voglia di osare di chi sa di non essere poi così tanto canonico e un pizzico di malinconia chiudono il sipario sulla miniserie, ma non sul personaggio, che ritroveremo molto presto in Guardians Of The Galaxy dello stesso Cates.

UNCANNY X-MEN #1 di Thompson, Rosenberg e Brisson, Mahmud Asrar, Mirko Colak, Mark Bagley e Ibrahim Roberson.

Quanti #1 mutanti abbiamo letto negli ultimi anni? Tanti, troppi. Purtroppo, anche Uncanny X-Men #1 soffre del senso di deja-vu e ripetizione che affligge la Marvel, ma ciò non vuol dire che il primo capitolo di Disassembled deluda su tutti i fronti. Certo è piuttosto difficile giudicarlo per quello che é. Questo primo numero risulta in un semplice prologo ad una grossa trama che ci accompagnerá nel corso dei prossimi mesi. Il trio di autori scelti per questo massiccio rilancio gioca con alcuni tropes mutanti, come vaccini contro il gene X, il senatore anti-mutante e molto altro ancora, ma lavora anche con il proprio titolo e l’eredità che comporta: gli X-Men “divisi” si trovano dunque a fare i conti con diversi fronti, folli come la Madrox-mania che ha invaso Washington D.C. e misteriosi come le sottotrame che uniscono le mini-storie presenti alla fine dell’albo. Mahmud Asrar risulta efficace nell’esecuzione come “artista principale” della storia e si dimostra solido, molto piú di una trama principale che salta un po’ ovunque senza dare effettiva sostanza e spinta. Vista la natura settimanale della serie, risulta decisamente troppo tirare fuori affrettate conclusioni. Speriamo che gli Incredibili X-Men si rivelino un diesel…

Wednesday Warriors #8 da Detective Comics a Spider-Gwen

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

DETECTIVE COMICS #991 di James Robinson e Carmine Di Giandomenico

L’esalogia di James Robinson su Detective Comics giunge al suo quarto capitolo segnando una svolta decisiva sia nell’intreccio che nella qualità dello stesso: sebbene questo arco narrativo dedicato a Due Facce non sia all’altezza del miglior Robinson, questo albo si configura come il migliore tra quelli visti finora e uno dei più interessanti nella produzione recente dello scrittore inglese.
Dopo tre capitoli passati a sbrogliare misteri finalmente Batman si trova a tu per tu con Due Facce: qui Robinson comincia a rispondere ai tanti quesiti sollevati sino ad ora e lo fa affidando a Carmine Di Giandomenico una storia imperniata più sul dialogo che sull’azione. Le 22 pagine di “The Talking Man” illustrano un confronto esclusivamente dialettico tra Due Facce, Batman e, successivamente, Gordon. Vengono così spiegate le ragioni dietro al comportamento inusuale di Harvey Dent andando a esplorare in modo inedito la psicologia del criminale: Robinson scava un solco profondo tra le due personalità presenti in Due Facce rendendo la schizofrenia del personaggio in modo ancora più marcato del solito. Ne scaturisce una visione assolutamente originale e interessante della sua psicosi: Due Facce non è più l’alter ego malvagio, ma un’identità preposta a controllare, a dare un metodo, alla follia caotica di Harvey Dent. Una volta scardinato questo dualismo ricorrente, alla Jekyll & Hyde, nella narrazione del villain risultano ancora più evidenti le sue similitudini con la doppia identità di Bruce Wayne. Una giustapposizione che viene evidenziata anche da Di Giandomenico che utilizza un layout speculare che sottolinea sia la dualità di Dent che la sua simmetria con Batman. Questa è una delle tante soluzioni che permettono al disegnatore teramano di affrontare e vincere la sfida di un albo sostanzialmente statico, che rischiava di diventare una lunga sequenza di teste parlanti: la capacità di Di Giandomenico di gestire le inquadrature e di inserire elementi caratterizzanti – come la citazione nascosta alla copertina di Detective Comics #27 e il mantello ad ali di pipistrello di Batman – permette alla narrazione di risultare sempre fluida e accattivante.

ACTION COMICS #1004 di Brian Michael Bendis e Ryan Sook

Action Comics è la testata in cui Brian Michael Bendis approfondisce la figura di Superman dalla prospettiva del suo lavoro di giornalista, in questo modo lo scrittore riesce a lavorare sul vasto cast di comprimari e, allo stesso tempo, a fornirci il proprio punto di vista sul mondo. Ogni albo si apre infatti con una inquadratura sul tavolo di uno dei collaboratori del Daily Planet mostrandone appunti, stralci di articoli e oggetti di vario tipo riuscendo a dare dettagli sul personaggio in questione. Nascosta tra i fogli, i post-it e le tazze di caffè però c’è sempre la scrivania di Bendis stesso, con i suoi appunti, i suoi post-it ecc… in questa storia le parole sul laptop di Lois Lane ad esempio suonano terribilmente attuali nel descrivere l’attuale situazione politica e sociale degli Stati Uniti (e anche un po’ quella italiana).

“L’American Way? La semplice idea che chiunque possa venire qui ed essere trattato equamente è messa a dura prova al più alto livello governativo. Anche se tutto dovesse tornare alla “normalità” nel momento in cui leggerete questo, e non succederà, ma se anche fosse così, queste idee sono state così maltrattate e manipolate che la guarigione, il tentativo di trovare la nostra bussola in questa epoca moderna richiederà anni”

È proprio il ritorno di Lois a far sì che l’albo si prenda una pausa nel suo racconto sull’Invisible Mafia per risolvere una serie di domande e problematiche finora tenute a bada a colpi di sospensione dell’incredulità: Bendis ridefinisce senza stravolgerlo il rapporto tra Superman e Lois in maniera funzionale al progetto che vuole portare avanti.
L’abilità di Ryan Sook nel gestire la recitazione e l’espressività dei personaggi permette allo scrittore di lavorare ad un racconto maggiormente imperniato sul lato emotivo, sulla descrizione dei sentimenti dei due; il Superman alieno e distaccato dei primi albi si dissolve in una umanissima dichiarazione di fragilità.
“Ho bisogno di te”
Poche parole e tanti sguardi, sorrisi e silenzi che Sook gestisce con una capacità invidiabile, l’artista coniuga efficacemente la narrazione sequenziale alle sue doti da illustratore riuscendo a mantenere un equilibrio tra descrittività e sintesi funzionale agli obiettivi di Bendis. I due riescono a raccontare una storia fatta di personaggi tridimensionali e credibili anche quando questi volano abbracciati tra le nuvole.

RETURN OF WOLVERINE #2 di Charles Soule e Declan Shalvey

Dopo un primo numero, sebbene non perfetto, decisamente convincente Charles Soule prosegue il suo racconto del ritorno di Wolverine affiancato stavolta da Declan Shalvey.
Il cambio significativo nel registro visivo si fa sentire immediatamente: si passa dal tratto altamente dettagliato e descrittivo di Steve McNiven alla sintesi del segno di Shalvey guadagnando in ritmo ma perdendo significativamente in tono. Il racconto crudo e sanguinolento del primo capitolo si trasforma in una lunga sequenza d’azione dal sapore più edulcorato che spreca malamente le notevoli capacità narrative del disegnatore.
Tutto l’albo sembra essere il pretesto per mostrare al pubblico il nuovo potere di Wolverine, gli artigli incandescenti, senza aggiungere nulla a quanto già visto nel primo numero: i dialoghi di Soule risultano goffi e a tratti imbarazzanti nel loro tentativo di dare sostanza a un soggetto volutamente povero.
Con molta probabilità gran parte della sostanza di questa miniserie sarà racchiusa nell’ultimo albo, disegnato da McNiven, lasciando agli altri il ruolo di semplici riempitivi.

Bam’s Version

SENTRY #5 di Jeff Lemire e Juan Cassara.

Giunto al gran finale del suo inatteso ritorno in Marvel, Jeff Lemire porta a conclusione la mind-blowing Sentry con un potente, ed ultimo, quinto numero.
Lungo il corso della storia, abbiamo potuto vedere come lo S.H.I.E.L.D. e gli Avengers siano riusciti a frantumare la controversa eredità del Vendicatore Dorato, uno degli eroi più potenti della Terra e uno dei pericoli peggiori del nostro universo. La relazione tra Sentry, Void e Bob Reynold occupa, anche in questa serie, uno spazio predominante, ma Lemire ha preferito concentrarsi sul mondo intorno ai tre elementi; Sentry non ha raccontato di un uomo e dei suoi disturbi, bensì di cosa si prova nel vivere fianco a fianco di un’esplosione atomica.
Il quotidiano e il super sono aspetti che Lemire accentua e sottolinea, illustrati tramite i migliori amici (e i peggiori nemici) di Bob Reynolds.
Joshua Cassara qui mostra i muscoli, aiutato dalla palette del colorista Rain Beredo: supereroi con venature sporche e grezze, volti non piú perfetti ma inclini a mostrarsi nei momenti di rabbia, violenza e confusione.
Il finale è volutamente aperto, lasciando spiragli di sviluppi futuri, complice anche un gigantesco plot twist che ha preso atto negli ultimi numeri.

SPIDER-GWEN: GHOST SPIDER #1 di Seanan McGuire e Rosi Kämpe.

È il momento della prova del nove per Spider-Gwen, che ha perso i suoi papá Jason Latour e Robbi Rodriguez e ora si ritrova con una terza serie regolare, ma una voce tutta nuova.
Seanan McGuire, autrice della serie di romanzi Newsflesh e di Every Heart a Doorway, non ha di fronte a sé un’impresa impossibile e, non a caso, questo debutto si rivela piacevole sebbene pesantemente legato agli eventi di Spider-Geddon e ad una complicata (da spiegare) eredità lasciata dall’ultimo arco narrativo di Latour & Rodriguez.
Aiutata dalla talentuosa Rosi Kämpe, che non scimmiotta lo stile marchio del personaggio ma lo reinventa in linee morbide e dinamiche, colorate dall’ottimo Ian Herring, la McGuire indovina l’atmosfera legata alla protagonista, adolescente ancora in bilico ed in cerca dell’agognato equilibrio tra vita privata e vita da supereroina.
Qualche libertà narrativa in più e meno catene che legano all’Eventone Ragnesco avrebbero certamente aiutato, ma ci sono ampi margini di miglioramento.

BATMAN BEYOND #25 di Dan Jurgens, Cully Hamner e Marco Santucci.

Venticinque numeri, da sempre un grande traguardo: è il momento di festeggiare anche per Batman Beyond, serie che mantiene il suo nutrito gruppo di fan e che rende possibile il prosieguo della lunga saga futuristica di Terry McGinnis.
Questo numero over-size lascia ampio spazio di manovra a Dan Jurgens, master-mind di questo futuro alternativo da parecchi anni ormai, che ha saputo ampliare e dettagliare nei minimi particolari.
Comincia qui The Final Joke, saga che ci porta lungo il viale dei ricordi e riporta in scena l’originale Joker, con la Bat-famiglia riunita al completo: Jurgens ci “aggiorna” sullo status quo, con il nuovo Robin al fianco di McGinnis, Dick Grayson sindaco di Blüdhaven e un giorno radioso che splende su Neo-Gotham. Il set-up della trama é un grande classico, ma funzionale ed efficace, così come lo sono Marco Santucci e soprattutto Cully Hamner, artista fenomenale che splende e dimostra di aver ancora moltissimo da dire. Gotham, vecchia e nuova, prende vita grazie al suo stile dettagliato e cartoonesco, esplosivo e, come direbbero gli americani, in your face.
Un riassunto degli eventi, al tempo stesso un perfetto jumping-on-point, Batman Beyond #25 si piazza tra le migliori letture della settimana.

Wednesday Warriors #6 – Da Spider-Geddon a Hawkman

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HAWKMAN #5 di Robert Venditti e Bryan Hitch

La continuity di Hawkman è a dir poco complessa: archeologo, principe egizio, poliziotto alieno e chi più ne ha più ne metta. Robert Venditti approfitta di questa complessità caotica per costruire la sua trama in maniera ancor più complessa e convoluta lasciando i lettori disorientati per i primi quattro numeri della serie. Con questo quinto capitolo però lo scrittore di origini italiane comincia a tirare le fila della vita (delle vite) di Carter Hall, approfittando del know how scientifico di un comprimario d’eccezione: Ray Palmer a.k.a. Atom.
Quella che potrebbe diventare una pedante operazione di rettifica della continuity, sulla falsariga dei lavori meno riusciti di Mark Gruenwald, riesce a mantenere un tono gradevolmente leggero grazie ai toni fantascientifici e vagamente retrò garantiti dallo stile di Bryan Hitch: il microverso, un malvagio pianeta senziente, inquadrature in cinemascope… tutto contribuisce a rendere un’atmosfera camp che caratterizza un albo di puro e piacevole intrattenimento.

CAPTAIN AMERICA #4 di Ta-Nehisi Coates e Lenil Francis Yu

Da un punto di vista strettamente legato all’intreccio e allo sviluppo della trama, questo capitolo di Captain America aggiunge ben poco: si tratta sostanzialmente di una lunga scena d’azione, resa in maniera efficace da Lenil Francis Yu, che vede il Nostro introdursi nella roccaforte nemica alla ricerca di Sharon Carter.
Si tratta di un racconto su su due binari che alterna scene statiche di dialogo tra Sharon e la sua carceriera con altre di azione sottolineate dal monologo introspettivo di Cap.
A rendere interessante l’albo è proprio quest’ultimo aspetto, il sottotesto inserito da Coates nelle didascalie: una lunga riflessione che Steve fa su se stesso e sul proprio ruolo nell’America attuale che si trasforma in un discorso sullo stato politico e sociale degli USA odierni; si parla di patrioti, o di presunti tali, e di persone che si avvolgono nella bandiera un giorno per bruciarla il giorno successivo. Storicamente Captain America è il personaggio perfetto per questo genere di riflessioni, soprattutto quando rivolte al contesto sociale statunitense, e Coates lo usa senza paura, seppure in maniera graduale nel corso della serie, per dar voce ai propri dubbi e alle proprie convinzioni riuscendo al tempo stesso a rimanere fedele al personaggio affidatogli.

RED HOOD: THE OUTLAW #27 di Scott Lobdell e Pete Woods

Scott Lobdell conferma il suo stato di grazia con questo albo: uno scrittore che, nella sua lunga carriera, ha visto alti e bassi, e che troppo spesso ha preferito giocare sul sicuro affidandosi al mestiere, sembra aver trovato in Jason Todd il proprio personaggio-feticcio col quale divertirsi e divertire.
Le conseguenze di Heroes in Crisis si fanno sentire e anche la vita di Red Hood viene travolta dall’evento messo in piedi da Tom King; gran parte dell’albo è quindi incentrata sul percorso che Jason deve compiere per venire a patti con questi eventi e sul confronto con il proprio mentore: Batman.
È proprio nell’interazione tra Jason e Bruce che Lobdell dà il suo meglio, mostrandoci la natura drammatica e conflittuale del rapporto tra i due e continuando nel suo lavoro di sviluppo psicologico del protagonista. Il tutto viene intelligentemente gestito all’interno della trama che lo scrittore ha cominciato a tessere nel numero precedente. Pete Woods offre una prova altalenante, alternando tavole di buon impatto ad altre meno efficaci sul piano dell’espressività e della recitazione dei personaggi ricorrendo troppo spesso a una sintesi che si appoggia troppo al lavoro fatto dai colori (sempre di Woods) e perdendo la profondità necessaria a un albo principalmente riflessivo.

Bam’s Version

SPIDER-GEDDON #1 di Christos Gage e Jorge Molina.

Gli Eredi sono tornati! Con loro, un esercito di Uomini, Donne e Bambini Ragno al seguito.
Christos Gage, da tempo ormai “delfino” di Dan Slott ma autore comunque in grado di reggere un evento sulle sue spalle, si trova invischiato in una fitta ragnatela multiversale che si espande dal finale di “Spider-Verse”. Con i vampiri psichici e Morlun di nuovo sul piede di guerra, pronti ad invadere Terra-Prime pur di avere la loro vendetta, Spider-Gwen, Miles Morales, Spider-Man Noir e molti altri ancora si troveranno a fare i conti con il nostro Superiore Otto Octavius, l’unico in grado di fermare il ritorno degli Eredi…
Una premessa molto semplice ma un concept che comincia già ad accusare le forzature narrative ed una intrinseca stanchezza: per quanto divertente vedere Ragni e Ragnetti da ogni dove unire le forze, gli Eredi restano villain fiacchi e con motivazioni poco interessanti, mentre i primi colpi di scena arrivano senza alcuna costruzione, uno shock iniziale per il gusto di dare al lettore una botta di adrenalina che si sgonfia rapidamente. Ineccepibile, graficamente, Jorge Molina, un talento fresco che dà il suo massimo per lasciare almeno un piacevole retrogusto a questo primo capitolo.

WHAT IF? PUNISHER #1 di Carl Potts e Juanan Ramiréz.

Continuano i What If? in Marvel e torna, per l’occasione, un nome leggendario per i fan del Punitore, Carl Potts, editor del personaggio durante i suoi anni ruggenti, quelli di fine anni ‘80 con il primo boom di Frank Castle. Accompagnato dal giovane Juanan Ramiréz, Potts si cimenta nella creazione di un universo alternativo nel quale il giovane Peter Parker ha distorto il concetto di potere e responsabilità fino al punto di diventare…il Punitore.
La recensione potrebbe finire qui e avrei detto tutto il necessario: “What If? Punisher” è un fumetto che offre davvero poco, se non un Uomo Ragno con la pistola. Per il resto, Potts compie il minimo sforzo possibile, ripercorrendo tutte le classiche storie e gli eventi leggendari dell’Uomo Ragno cambiando lo schema dei colori del costume e appiccicando un grosso teschio bianco sopra. La storia sembra non voler comunicare nulla e, peggio ancora, quando lo fa sembra sconclusionato e frettoloso.
Minimo sforzo, risultato quasi nullo. Storia bocciata, disegni quantomeno godibili.

TITANS #27 di Dan Abnett e Brent Peeples.

I “Titans” hanno finalmente la loro grande nemesi…Tom King. Tra “Batman” #55 e “Heroes In Crisis” #1, King ha assestato un paio di colpi pesantissimi ai Titani di Dan Abnett, che in questo #27 devono affrontare le conseguenze di questi due eventi, separati alle trame della serie principale, e a confrontarsi con i traumi del primo arco narrativo. Ci si rende conto che questa formazione ha avuto una vita estremamente dura sin dal giorno della sua (ri)nascita.
Ogni membro dei Titani si trova, in qualche modo, menomato o fortemente scosso e Abnett si lascia il tempo per discutere con ognuno di loro, abbassando il ritmo e aprendo il cuore dei personaggi, scavando nelle loro vulnerabilità. I protagonisti si fanno forza a vicenda anche nel momento più drammatico dell’albo, dove il destino, alias lo sceneggiatore, assesta un ennesimo duro colpo alla squadra.

Wednesday Warriors #4 – Da Spider-Man a Heroes in Crisis

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #1 di Tom King e Clay Mann

Crisis è il termine con cui la DC Comics, durante la sua lunga storia editoriale, ha “marchiato” i suoi eventi più importanti e significativi. Se nel 1985 Crisis on Infinite Earths ha definito i confini di tutti i mega-crossover cosmici a venire, Heroes in Crisis si discosta dalla magniloquenza tipica di questo genere per avvicinarsi maggiormente, per tono e ritmo, a un’altra Crisi, meno celebre, tanto amata dai lettori italiani quanto invisa al fandom statunitense: Identity Crisis di Brad Melzer e Rags Morales.

La premessa di tutta la serie è antitetica all’esplorazione psicologica canonica del fumetto supereroistico; da Stan Lee ad Alan Moore la domanda che ci siamo sempre posti è stata: “cos’è che spinge un uomo a indossare una maschera?”
Tom King ribalta il paradigma e invece si chiede: “qual è l’effetto della maschera sull’uomo che la indossa?”
In qualità di ex-agente della CIA lo scrittore conosce bene il fenomeno del disturbo da stress post-traumatico che colpisce chi vive delle situazioni di conflitto o catastrofiche. Riportando la problematica al mondo dei supereroi si traduce nella realizzazione di un Santuario, un centro di recupero costruito da Superman, Batman e Wonder Woman allo scopo di aiutare e riabilitare gli eroi (e i criminali) in crisi, vittime delle conseguenze dal loro stile di vita estremo.
Ma qualcosa è andato terribilmente storto.

La cifra di questa serie non va quindi ricercata tanto nelle roboanti splash-page ricche di azione ed esplosioni cosmiche quanto nella riflessività e nei dettagli. In questo senso l’attenzione che Clay Mann dedica alla costruzione delle vignette, contrappuntate anche da un paio di immagini dal forte impatto visivo, quasi grandguignolesco, conferiscono alle tavole un andamento ricco di gravitas, tragico, che ben si sposa con il racconto che King incanala su tre differenti binari: i flashback nel Santuario, caratterizzati dalla griglia a nove vignette che è ormai un marchio di fabbrica dello scrittore, la terribile scoperta di Superman & soci, descritta tramite campi lunghi e inquadrature angolate e drammatiche, e il racconto dello scontro tra Harley Quinn e Booster Gold, dal taglio più supereroistico.
Il primo capitolo di Heroes in Crisis si presenta quindi come una lunga e approfondita esposizione, avara di spiegazioni e più attenta alla costruzione del pathos che non all’intreccio in sé, un pilot (per dirlo con i termini cari al linguaggio delle serie TV) che finisce troppo presto e che lascia i lettori con il desiderio di sapere quello che è successo e quello che succederà.

Bam’s Version

JUSTICE LEAGUE DARK #3 di James Tynion IV e Alvaro Mártinez.

Con un colpo di bacchetta magica, il primo arco narrativo di Justice League Dark raggiunge la sua conclusione. Avevamo lasciato il collaudato duo Tynion IV / Mártinez colto alla sprovvista dall’arrivo dell’Uomo Sottosopra, nemesi nuova di zecca, terrificante figura che richiama entità horror moderne come Slenderman o il Crooked Man della saga The Conjuring: questo mostruoso ambasciatore del terrore risulta perfetto non solo nel design, ma anche nella sua viscida e inquietante presenza scenica.
Così come fu per Detective Comics, Tynion IV non ama prendere le cose alla leggera e le sua “resa dei conti” si trasforma in una gioia per gli occhi, spettacolo arcano che coinvolge tutte le parti in causa, da un gargantuesco Swamp Thing ad un John Costantine notevolmente potenziato; la minaccia dell’Uomo Sottosopra funge da perfetto escamotage per rivelare il futuro snodo di trama legato a Wonder Woman e a unire ancora di più i membri fondamentali della Lega Oscura. In tutto questo turbinio di rivelazioni ed action magica, da non ignorare anche l’ottimo utilizzo di Zatanna Zatara come voce narrante e il sempre più importante ruolo di questa famiglia nelle gerarchie occulte del DC Universe.

AMAZING SPIDER-MAN #6 di Nick Spencer, Humberto Ramos e Steve Lieber.

Con il sesto numero di ASM, Nick Spencer decide di rallentare e, messosi alle spalle Tri-Sentinelle, döppelganger e cambi di status quo, può dare ampio spazio alla sua vena umoristica. Humberto Ramos, veterano sul Ragno, e Steve Lieber, che con lo scrittore creò la splendida Superior Foes Of Spider-Man, lo accompagnano in questo scorcio nella vita di Peter Parker, sempre più infastidito dal nuovo coinquilino, Fred Myers alias Boomerang.
Le dinamiche a “la Strana Coppia” calzano a pennello: Spencer sa benissimo come caratterizzare questi due personaggi e, soprattutto, come continuare a muovere la trama principale in un numero senza action.
La reintroduzione del Bar Senza Nome e di un sottobosco di criminali di serie C permette esilaranti interazioni tra Parker e le sue più ridicole nemesi, mossa decisamente azzeccata. L’utilizzo di Boomerang come controparte e “spalla” del nostro Ragno sembrava una mossa azzardata e dettata dai lavori precedenti dell’autore, ma Spencer sta dimostrando come anche i suoi fan-favorite possano contribuire ad arricchire il Fresh Start dell’Uomo Ragno.

JUSTICE LEAGUE ODYSSEY #1 di Joshua Williamson e Stjepan Sejic.

È finalmente arrivato il momento di partire verso le stelle: quasi cinque mesi dopo il cross-over No Justice, Justice League Odyssey supera il muro dei ritardi e complicazioni editoriali e si unisce, finalmente, alle due League già in corso d’opera. Joshua Williamson costruisce il suo incipit proprio da No Justice, puntando l’occhio al Settore Fantasma, pianeti precedentemente intrappolati da Brainiac che sono stati liberati tra le stelle dell’Universo DC. Insieme a loro, popolazioni, culture, profezie, dei e mostri…e una voce, lontana, un’eco che richiama il gruppo di eroi a riunirsi e partire verso il centro della galassia.
Stjepan Sejic corre decisamente troppo, una velocità e superficialità figlia dell’ansia da deadline & consegna, un peccato perché vedere nuovi aspetti cosmici dà a questo #1 una buona dose di intrigo e curiosità; Williamson ha un buona base di personaggi ma c’è ancora troppo poco per giudicare la riuscita del progetto.

Wednesday Warriors #2 – Da Superman ai Fantastici Quattro

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

SUPERMAN #3 di Brian Michael Bendis,  Ivan Reis e Joe Prado

Capitolo interlocutorio della Unity Saga che vede Superman confrontarsi con Rogol Zaar, un avversario tanto nuovo quanto ancora avvolto nel mistero. Brian Michael Bendis costruisce il crescendo verso il cliffhanger finale, preludio allo scontro che tutti ci aspettavamo sin dal primo numero, utilizzando il suo marchio di fabbrica: il bathos, termine coniato da Alexander Pope per descrivere l’umorismo derivante dal fallimento nella ricerca del pathos. Una tecnica narrativa che ha fatto la fortuna di gran parte delle pellicole del Marvel Cinematic Universe.
Il crescendo emotivo, caratterizzato da una narrazione ad ampio respiro punteggiata di splash e spread page realizzate da Ivan Reis e Joe Prado, è continuamente smorzato da gag che fanno da contraltare umoristico al conflitto in atto, un conflitto talmente crescente da richiedere l’intervento dell’intera Justice League.
In questa gestione anticlimatica del ritmo prospera, come detto, il duo artistico Reis/Prado, in grado di mantenere un’inedita – per loro – continuità artistica nell’arco dei tre albi finora realizzati: l’abbondanza di dettagli e la varietà impressionante di espressioni facciali compensa significativamente un racconto che potrebbe essere altrimenti percepito come eccessivamente diluito.

CATWOMAN #3 di Joelle Jones e Fernando Blanco

Dopo due albi densi di azione, Joëlle Jones decide di rallentare il ritmo spostando l’attenzione dalla protagonista e concentrando la narrazione sulla costruzione dell’antagonista. L’obiettivo della Jones è quello di caratterizzare Raina Creel in maniera che risulti ripugnante sia dal punto di vista fisico che morale. Il lungo Flashback disegnato da Fernando Blanco ne approfondisce il passato e restituisce al lettore un personaggio che non genera nessun tipo di simpatia o fascino se non quello del Male con la “M” maiuscola.
Nella parte finale, caratterizzate da una sequenza tanto ben disegnata quanto apparentemente superflua e ridondante, il focus torna su Selina e sul reale motivo della sua permanenza a Villa Hermosa.

FANTASTIC FOUR #2 di Dan Slott e Sara Pichelli

Dopo un albo di esordio all’insegna della nostalgia e della speranza, più incentrato sui legami emotivi e che fa da preludio al vero ritorno dei Fantastici Quattro, Dan Slott e Sara Pichelli fanno un passo indietro e ci raccontano le vicende di Reed, Sue e della Future Foundation. Un terzo dell’albo è quindi imperniato sulle dinamiche che maggiormente caratterizzano il quartetto: la famiglia e l’esplorazione.
Raccogliendo la difficile eredità lasciatagli da Hickman, Slott pone l’accento sulla “qualità creatrice” del quartetto; da una parte abbiamo gli immensi poteri di Franklin e Molecola che letteralmente riescono a creare nuovi universi, dall’altra abbiamo i Fantastici Quattro stessi, intesi come pubblicazione, che hanno dato vita all’intero universo Marvel.
In quest’ottica l’avversario perfetto è l’entropia stessa che si incarna in un nuovo, potentissimo, villain chiamato Griever.
Slott e Pichelli si muovono quindi in un terreno a metà tra il narrativo e il metatestuale: l’arrivo di Griever permette di risolvere delle problematiche che avrebbero reso davvero scomoda la vita di Dan Slott – personaggi onnipotenti come Franklin e Molecola rendono difficile la realizzazione di storie efficacemente avvincenti – e allo stesso tempo si rafforza il valore del quartetto in funzione creativa. Esemplare in quest’ottica la doppia pagina in cui la distruzione di dozzine di universi viene raffigurata da Sara Pichelli tramite la distruzione delle vignette deputate al loro racconto. Il finale fa sobbalzare il cuore di tutti i fan, ed è la seconda volta in due numeri.

Bam’s Version

DETECTIVE COMICS #988 di James Robinson e Stephen Segovia.

La lunga strada verso lo storico Millesimo numero di “Detective Comics” va pur sempre percorsa e, per l’occasione, DC Comics ha deciso di dare una possibilitá a tanti autori diversi di riempire le pagine della testata: è il turno del veterano James Robinson.
Viene, sin da subito, chiarita l’intenzione di voler tornare alle origini investigative e raccontare di un omicidio, di una vittima e di un assassino a piede libero; è Jim Gordon a rimarcare per il  lettore la stranezza nel vedere Batman di fronte ad un caso così semplice e, apparentemente, “banale”. Unita questa premessa di trama allo stato emotivo del Pipistrello, ancora travagliato dalla conclusione del “Bat-rimonio”, James Robinson pone le basi per un’indagine noir e hard-boiled che da troppo tempo manca su “Detective Comics”. Peccato, però, dell’arrivo improvviso di ben due Firefly che metteranno i bastoni tra le ruote di Batman, cambiando drasticamente il tono e l’atmosfera della storia durante la lettura, lasciando svanire il sogno di una “storia semplice”, complice anche la pagina finale con rullanti tamburi di guerra. Stephen Segovia appare decisamente più contenuto ed educato rispetto al passato, ma ancora una volta il suo stile appare fuori luogo e spaesato, così come il lettore dopo aver letto un fumetto iniziato in un modo e terminato in maniera radicalmente opposta. È solo il primo numero, il beneficio del dubbio si può concedere.

JOURNEY INTO MYSTERY – THE BIRTH OF KRAKOA #1 di Dennis Hopeless e Djibril Morrisette-Phan.

Il ritorno, solo per questa occasione, di “Journey Into Mystery” é decisamente insolito e piuttosto inaspettato. All’apertura dell’albo, il lettore si trova ben lontano dall’ultima incarnazione di JiM: non più impegnati a seguire le marachelle del giovane Loki di Kieron Gillen, il team creativo Dennis Hopeless & Djibril Morrisette-Phan cambia totalmente registro, allacciando le cinture a bordo di un aereo militare nella primavera del 1945, con a bordo il Sergente Nicholas J. Fury, Dum Dum Dugan e gli Howling Commandos… ovviamente, saranno lo schianto su una misteriosa isola ed un evento catastrofico a mettere in moto la trama.
Lo stile essenziale ma deciso, dalle chine durissime e scure, di Morrisette-Phan dona alla storia il giusto look da avventura pulp, affidandosi ai brillanti, vividi colori di Rachelle Rosenberg: Krakoa prende vita, letteralmente e artisticamente, grazie alle atmosfere, colme di pathos, pericolo e genuino mistero, congiurate da un Hopeless particolarmente ispirato.
La grande rivelazione della storia arriva al momento esatto e osservare gli Howling Commandos combattere contro la paranoia e l’inspiegabile rendono la lettura inaspettatamente piacevole, considerando specialmente che ci si trova di fronte ad una storia fatta per essere contenuta in poco più di 30 pagine e con il rischio di venire sommersa da altre uscite mensili più, all’apparenza, appetitose.

CHAMPIONS #24 di Jim Zub e Sean Izaakse.

“Interrompiamo le programmazioni per un comunicato speciale”.
“Champions” #24 si apre in maniera caustica, con una tavola completamente nera e queste parole impresse: per i giovani eroi protagonisti della serie di Jim Zub sembra un giorno normale, fino al momento in cui i cellulari cominciano a squillare freneticamente e Miles Morales scappa, letteralmente, più veloce che può. C’è stata una sparatoria alla Brooklyn Visions Academy, la sua scuola. Sette morti, diciotto feriti, l’assalitore si é tolto la vita. All’inizio, “Champions” #24 sembra un fumetto come tanti, con i brillanti disegni di Sean Izaakse colorati da Menyz e Arciniega, ma scorrendo le pagine i disegni, così come le parole che li accompagnano, si fanno più tristi, più snervanti, più deprimenti. I volti dei ragazzi sono tesi, non conta che abbiano super-poteri o siano semplici studenti.  Nelle parole del più inesperto Spider-Man si percepisce la rabbia, il senso di impotenza, la frustrazione. Nelle parole degli altri Campioni l’incertezza, i dubbi sulle proprie responsabilità, su “quello che si può fare” per evitare che tutto questo, questa scena ormai diventata angosciosamente familiare, non si ripeta più.
Zub e Izaakse, insieme agli editor Breevort e Cebulski, hanno voluto raccontare così tante pagine nere delle giornate di scuola americane, cogliendo nel segno e riuscendo nel delicato obiettivo di saper usare i toni giusti per farlo.

Wednesday Warriors #1 – Da Immortal Hulk a Deathstroke

Parte questo mese Wednesday Warriors, la rubrica settimanale, curata da Fabrizio “Bam” Nocerino e Andrea “Gufu” Gagliardi, che fa il punto sulle uscite Marvel e DC Comics prendendo in esame una manciata di albi. Enjoy!

Bam’s Version

THANOS LEGACY #1 di Donny Cates, Dylan Burnett, Gerry Duggan & Cory Smith

Mai come in questo periodo sarebbe facile fermarsi a tessere (ancora) paragrafi di lodi alla freschezza di Donny Cates, protagonista di un invidiabile primo anno in Marvel. Ma è giusto, in ogni caso, prendersi un attimo di pausa e analizzare questo “Thanos Legacy” #1, nulla più di un one-shot che racconta cosa è successo dall’ultimo numero di “Thanos” a “Infinity Wars Prime”, primo capitolo dell’eventone galattico firmato Duggan & Deodato Jr.

“Legacy” riparte dalle ultime pagine della serie originale di Cates dove, per non fare spoiler, il lettore aveva lasciato il Titano Pazzo trionfante e pronto al prossimo capitolo della sua vita. Dalle matite pesanti, dettagliate e sprizzanti energia violenta di Geoff Shaw, si passa ad un Brian Level, decisamente più leggero e morbido, ben colorato da Jordan Boyd, forse però poco attinente al clima solenne che vorrebbe evocare questo interludio. Cates gioca con Thanos e la pomposità dei suoi discorsi, non raggiungendo però quel livello di tagliente sagacia e pura cattiveria che aveva caratterizzato i primi 18 numeri di “Thanos”. Le due guest-star in chiusura sono la parte più succosa delle 22 pagine, ma il tutto si risolve con poco più di un interessante teaser. In coda troviamo una storia “muta” di Gerry Duggan e Cory Smith dedicata al complesso rapporto padre / figlia tra Thanos e Gamora: carina l’idea e la realizzazione ma niente che non sappia di già visto.

ASGARDIANS OF THE GALAXY #1 di Cullen Bunn e Matteo Lolli.

Può un gruppo di Asgardiani assemblati alla bene e meglio catturare l’interesse di lettori in cerca di nuovi stimoli? “Asgardians Of The Galaxy” #1 propone un’avventura che unisce due mondi avvicinati dal grande successo della pellicola “Thor: Ragnarok”; peccato che dello stile e della verve action adrenalinica di Taika Waititi, Cullen Bunn ricalchi molto poco, seguendo piuttosto la linea di un classico “team book” supereroistico.
Peccato, ancora, che i protagonisti a disposizione non siano abbastanza carismatici da poter reggere l’introduzione con rissa su un pianeta alieno di questo primo numero: Angela e Skurge, il Distruttore e il giovane Thunderstrike, conditi dal Thor rana e la Valchiria non reggono da soli e vedere il gruppo già unito non permette di affezionarsi a piccole interazioni e dinamiche personali che costituiscono il cuore di un’intrigante serie corale. Le motivazioni e la nemesi principale di questo accenno di trama risultano deboli ed introdotte frettolosamente, lo shock dell’ultima pagina rimane l’unico punto di discussione da trarre da questo debutto.
In compenso, Matteo Lolli e i colori di Federico Blee sono i veri protagonisti, tratto pulitissimo e duttile, in grado di farsi notare sia nelle sequenze più caotiche che nelle semplici espressioni del viso e del corpo.

DEATHSTROKE #35 di Christopher Priest e Carlo Pagulayan.

Cinque lunghi mesi, tanto é durata “Deathstroke Vs. Batman”, una complessa saga tessuta finemente da Christopher Priest e che, finalmente, è giunta a conclusione. Non si trascenda, però, il senso delle mie parole: ogni singolo numero ha costruito tensione e momentum, ogni flashback ha aggiunto tasselli ad un mosaico cesellato da padri sconsiderati, figli sull’orlo di una crisi di nervi e le madri peggiori del mondo.
“Deathstroke” continua a raccontare dell’uomo dietro la maschera e, quando vuole, della famiglia disfunzionale dell’uomo dietro la maschera. Il grande pregio di questa serie sta proprio nella gestione dei tempi e delle reazioni: anche in quest’ultimo numero dello scontro tra Deathstroke e Batman, con in palio il titolo di “padre” di Damian Wayne, Priest gioca sulle linee e racconta non solo la violenza fisica dei pugni scambiati, ma anche il contraccolpo emotivo di chi subisce, di chi è costretto ad osservare le tremende similitudini tra questi due uomini “perfetti” nelle loro incredibili imperfezioni, disegnate in muscoli, spandex e kevlar da un Carlo Pagulayan rinvigorito e mai sottotono.
Silenziosamente e all’insaputa, purtroppo, di una larga fetta di pubblico, il “Deathstroke” di Priest continua ad essere una delle migliori interpretazioni, in assoluto, del personaggio.

 

Gufu’s Version

BATMAN #54 di Tom King e Matt Wagner

“The better man”, titolo del 54° numero del Batman di Tom King, prosegue la storyline del post-matrimonio che vede Bruce Wayne affrontare un percorso di autocoscienza e guarigione. Se i precedenti numeri, dal #51 al #53 con il processo a Mr. Freeze, avevano approfondito lo psicologico del Cavaliere Oscuro con complessità e ricche sfumature, qui ci ritroviamo con una storia più diretta che punta maggiormente sull’aspetto empatico e che vede in Dick Grayson (il primo Robin e ora Nightwing) il grimaldello ideale per scassinare la corazza di Batman. La ricostituzione, sebbene temporanea, del “dinamico duo” delle origini infatti ripropone e rinforza lo scopo del primo Robin: ovvero di alleggerire l’eccessiva cupezza dell’uomo pipistrello; quella che nei primi anni 40 era una necessità puramente editoriale qui diventa un elemento narrativo funzionale anche nella descrizione del complesso rapporto padre adottivo/figlioccio che intercorre tra i due.
Per rendere con efficacia questa relazione di mutuo sostegno tra i due King utilizza un espediente tipico della sua scrittura (già visto ad esempio nel ciclo “I Am Bane”): l’alternanza tra i tempi narrativi, passato e presente, e la loro giustapposizione.
Torna su Batman anche Matt Wagner, l’autore di Grendel e Mage interpreta l’albo con la sua consueta personalità e con una caratterizzazione grafica che mescola le atmosfere del Batman animato di Bruce Timm con il tratto sporco alla Howard Chaykin che però mal si sposa con i colori troppo sgargianti di Tomeu Morey (bravo comunque a sottolineare i passaggi tra flashback e presente). Il risultato finale è interessante e aggiunge un altro tassello alla ridefinizione del Cavaliere Oscuro per il 21° secolo.

JUSTICE LEAGUE #7 di Scott Snyder e Jim Cheung

Si conclude con questo numero la prima storyline della Justice League di Scott Snyder e con essa termina anche il primo round con la Legion of Doom guidata da Lex Luthor e Joker, ma si tratta di una conclusione tutt’altro che finale. Quello che doveva essere il popcorn-movie di Snyder, ricco di effetti speciali, esplosioni e battaglie cosmiche si è invece rivelato essere un capitolo di una trama più complessa e a lunga gittata: in questi sette numeri Snyder ha messo talmente carne al fuoco da far pensare a un affresco molto grande in grado – forse – di ridefinire l’intero universo DC.
Dai poteri di Hawkgirl all’anello ultravioletto, dalla Totalità alla missione di Vandal Savage lo scrittore semina una mole di indizi che ricorda il metodo usato da Chris Claremont durante la sua fortunata e lunghissima run su X-Men; metodo che raggiunge il suo apice nel doppio cliffhanger di questo numero degno delle migliori/peggiori soap opera.
Fondamentale in quest’ottica è l’apporto del talentuoso Jim Cheung, in grado di caratterizzare efficacemente dozzine di personaggi e ambientazioniabbinati a una messa in scena sempre chiara, ma non banale, che aiuta il lettore a districarsi nelle convolute trame di Snyder.
Non secondario è il ritorno, dopo circa sette anni, di Martian Manhunter alla sua funzione di cuore della Lega della Giustizia: ci eri mancato J’onn.

IMMORTAL HULK #5 di Al Ewing e Joe Bennett

“IT’S CLOBBERING TIME!” sebbene il protagonista dell’albo non sia Ben Grimm, l’amabile Cosa dei Fantastici Quattro, il suo grido di battaglia è perfetto per descrivere questo episodio di Immortal Hulk #5. Al Ewing abbandona momentaneamente i toni da horror di provincia per tornare a tematiche e situazioni più tradizionali nella narrazione delle vicende del gigante di Giada. La scazzottata con Sasquatch (a.k.a. Walter Langkowski ) prende gran parte dell’albo e permette a Joe Bennett di dedicarsi, con evidente piacere, al disegno di elementi a lui più congeniali: mutazioni, corpi mostruosi e ipertiroidei che si avvinghiano, muri sfondati e tutto il campionario classico delle slugfest supereroistiche inscritto in un layout “esploso” e disarticolato adatto alla narrazione in questione.
Non traggano in inganno però queste considerazioni, perché tra un muro sfondato e un altro, Ewing porta avanti la sua trama sugli irradiati dalle radiazioni Gamma, e la relativa follia che sembra colpire loro e tutti quelli che li circondano, andando a pescare nel ricchissimo bacino di idee e innovazioni portate al personaggio da Peter David negli anni ’90. La caratterizzazione dell’Hulk di Ewing e Bennett lascia ancora molte domande su quale aspetto della psicologia di Bruce Banner abbia preso il sopravvento nella sua manifestazione mostruosa – ricordiamo che Hulk è un riflesso della psiche tormentata di Banner e che ogni sua incarnazione, da Mr. Fixit a Hulk Spacca – e cosa sia successo in realtà durante lo scontro tra Hulk e Sasquatch, resta però evidente il fatto che siamo di fronte a una delle più convincenti interpretazioni del personaggio e a uno degli albi più interessanti di tutto il parco testate Marvel.