Dentro le tavole – Luca Russo racconta “Nottetempo”

Nota introduttiva

Spesso noi recensori ci affatichiamo a interpretare e cogliere significati nascosti dietro le immagini dei fumetti che analizziamo, ma allora perché non interrogare direttamente gli autori e sapere da loro quali sensazioni e intenzioni sono impresse nelle loro tavole?

Per questo abbiamo chiesto a Luca Russo, autore di Nottetempo, edito da Tunué nella collana Prospero’s Book Extra nell’agosto del 2017, di raccontare la sua attività di fumettista e di descrivere in particolare come ha creato alcune scene dell’opera che narra in forma di soliloquio del personaggio principale, un pianista, la tragica vicenda della perdita dell’amata moglie, da cui deriva anche l’inaridimento dell’ispirazione compositiva, in un fluttuare di ricordi, sentimenti, visioni, ricerca di un senso.

Ed ecco di seguito le riflessioni sulla sua arte da parte del disegnatore, che ringraziamo per le sue emozionanti parole, e la spiegazione dell’intento compositivo da cui sono nate due pagine di Nottetempo, un fumetto che tocca le corde dell’anima del lettore con la sua storia struggente e ne accarezza gli occhi con le sue mille sfumature pittoriche.

 La stanza della mente, la forza della storia

I libri che disegno mi dicono molte cose, ben oltre la storia che sto raccontando, oltre i personaggi e le loro vicende. Spesso mi rimandano a ricordi anche molto lontani, apparentemente dimenticati. È come se nella mia mente ci fosse una stanza, in cui suggestioni, colori, personaggi, a volte solo parole ascoltate per strada chissà quando e chissà dove, si fermassero per poi, al momento giusto, riaffiorare per trovare spazio in una vignetta, in un dialogo tra i baloon… Ogni volta che succede, torno a pensare all’importanza della memoria, delle esperienze vissute, filtrate attraverso il tempo e la sensibilità, che poi vengono reinterpretate e rivissute, sebbene in un modo del tutto nuovo, all’interno di una storia a fumetti o di un’illustrazione.

Solo dopo la pubblicazione di un libro, a distanza di tempo, comincio a rendermi conto che la storia che ho disegnato, e che credevo conclusa, in realtà continua a raccontarsi. E lo fa in modo particolare, rivelandosi a poco a poco direttamente a me e attraverso i lettori. Un ruolo particolare quello del pubblico; durante il tour promozionale del mio ultimo graphic novel, Nottetempo, in cui sono andato in giro per l’Italia incontrando tantissimi lettori a fiere del fumetto, librerie, scuole d’arte, ho vissuto esperienze davvero mai provate prima. Qualcosa che va ben oltre l’ottima accoglienza di critica e di pubblico, qualcosa che ha a che fare con l’empatia. È normale che esista un legame tra autore e lettori, ma in questo caso le sensazioni che ho provato, incontro dopo incontro, sono state qualcosa di davvero unico.

Per provare in prima persona le emozioni di Alberto, il protagonista del libro, ho scavato in profondità dentro di me. Quando ho finito di lavorare alla storia, ho pensato che Nottetempo fosse un diario privato, un percorso personale. Mi sbagliavo… credo che quella forza, che ho provato anch’io mentre disegnavo, sia passata oltre le pagine, per arrivare ai lettori, per poi tornare nuovamente a me, portandomi informazioni che prima non conoscevo. La storia del libro ha continuato a raccontarsi attraverso le parole, negli sguardi, nelle strette di mano, negli abbracci dei lettori. All’inizio ho provato sensazioni molto diverse: imbarazzo, stupore, ma anche paura, quella di non riuscire a gestire la mia innata emotività in una situazione che non riuscivo a comprendere pienamente. Col tempo però tutto è andato sempre meglio, ho cominciato a prendere le giuste distanze dalla fatica psicologica a cui il libro mi aveva sottoposto durante la lavorazione, e ho cominciato ad ascoltare il pubblico in un modo molto più sereno e consapevole. Penso che un libro non si possa controllare davvero fino in fondo: ha una sua personalità, una sua vita, che continua ben oltre l’ultima pagina.

 

Due tavole di Nottetempo: la foresta dell’ispirazione

Alberto cammina nella foresta dell’ispirazione, oramai arida e spettrale. Non riconosce più la strada che ha attraversato chissà quante volte, perché è cambiata, così come è cambiato lui. La foresta racconta i suoi pensieri e così si materializzano giganti d’ombra che lo osservano, mentre a fatica cerca di farsi strada tra la nebbia dei ricordi.

Per questa sequenza ho cercato colori sfumati, che comunicassero un’atmosfera sospesa, dove il paesaggio diventa simbolico, come nei quadri del pittore romantico Caspar David Friedrich. Volevo raccontare lo stato d’animo del protagonista, Alberto, attraverso gli alberi, la nebbia, il buio. Tra le vignette, l’uomo si confonde, diventa piccolo lui o forse giganti gli alberi… una macchia scura tra le ombre della notte. Ho dato, dal punto di vista compositivo, poco spazio al protagonista e molto all’ambientazione, proprio perché quest’ultima rappresenta il suo stato emotivo, la selva di pensieri negativi che in quell’istante lo stanno risucchiando. Alberto e la foresta sono un tutt’uno e si danno significato a vicenda.

All’improvviso, nel momento in cui il protagonista si appella ai ricordi, appare un’architettura che nella sua fisicità si manifesta come una possibilità di salvezza.  Anche in questo caso la scenografia è parte integrante della narrazione.

Per queste tavole, A forest dei The Cure è stato il brano più ascoltato che mi ha aiutato a immedesimarmi nell’atmosfera che volevo raccontare, soprattutto per l’ossessivo giro di basso, così claustrofobico.

I colori, dalle tonalità di verde giallastro contrapposte a tonalità di marrone rossiccio, sono dipinti in pittura digitale. L’effetto d’insieme che ho ricercato, compositivo, pittorico, registico, non è quello realistico, ma emozionale. Il colore e la luce sottolineano gli accenti narrativi più importanti, così come fanno i riflettori durante una rappresentazione teatrale.

 

Luca Russo

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