Un anno senza te: “Non sono omofobo, ma…” una brutta intervista

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. Dopo aver recensito il volume, scambiamo quattro chiacchiere con Luca Vanzella partendo dalla prospettiva più antipatica che ci potesse venire in mente.


L’argomento dell’intervista rende indispensabile una premessa. So bene che Un anno senza te non riguarda espressamente il tema dell’omosessualità, ma è il racconto di un sentimento universale. Nondimeno si tratta di un elemento importante all’interno della storia che volevo provare ad affrontare in maniera un po’ ruvida. All’inizio pensavo di porre domande aggressive per ricevere delle risposte che lo fossero altrettanto, ma poi ho realizzato che, se è vero che è ingiusto rappresentare gli omosessuali tramite degli stereotipi, è altrettanto giusto non descrivere un omofobo stereotipato (grazie a Zerocalcare e a Rita Petruccioli per la Masterclass all’ARF!).  Mi piacerebbe poter dire «Eh, ho fatto fatica a scrivere queste domande perché io non sono assolutamente omofobo», invece mi accorgo che è stato molto difficile per me buttare giù queste domande perché mi rendo conto che certi dubbi, certe diffidenze e certi pregiudizi sono radicati anche dentro di me, magari sepolti e addormentati in un angolino, ma sempre pronti a uscire fuori ringhiando. Accedere a quella parte di me, svegliare il can che dorme, è brutto perché ti rendi conto di non essere quella bella persona che credi di essere. Ma vale la pena farlo.

Andrea Gagliardi

Faccio una nota introduttiva anch’io: quando si risponde a domande sull’argomento omosessualità e simili uno dovrebbe sempre cercare di dare risposte costruttive, che provano a far capire la situazione anche ai peggio bigotti, perché una risposta calma che ascolta davvero la domanda può fare più di mille parate e manifestazioni. A volte però uno proprio non c’ha voglia. Per questo ci saranno due risposte: una poco costruttiva (ma che spesso è quella che si vorrebbe dare) e una si spera più utile e produttiva.

Luca Vanzella

Perché hai deciso di raccontare una storia di un amore omosessuale? Forse perché è un tema di attualità in questo periodo storico, e quindi pensavi potesse darti una maggior probabilità di pubblicazione e di promozione?

RISPOSTA 1: Perché sì. Perché sono frocio (io lo posso dire e tu no, ricorda) e mi va di raccontare i froci. Non lo faccio da ieri, ho creato un personaggio gay nel 2003 (il caro Aleagio). E poi non vedo tutta ‘sta attenzione per tematiche gay, se volevo cavalcare l’attualità puntavo a qualcosa di più scottante, che so, i vaccini.

RISPOSTA 2: Quando si scrive si parte da istinti e sensazioni personali, si segue un po’ la musa, se vogliamo, ma a un certo punto ci si deve fermare e fare delle considerazioni più razionali. Ha senso per me raccontare una storia di amore tra uomini? Se fosse tra un uomo e una donna come sarebbe? E dopo queste considerazioni personali e intrinseche alla storia ci si chiede: ha anche senso aggiungere una storia come questa nel mare delle storie pubblicate? Per me aveva senso parlare di un amore gay perché sapevo che avrei potuto dargli un’autenticità maggiore, banalmente sarebbe venuta meglio, e la mia lealtà va sempre e comunque alla storia. C’è poi la considerazione che, per quanto i titoli dei giornali possano aver distorto un po’ la prospettiva, di fatto non ci sono molte storie con protagonisti gay. Per qualcuno quei tre o quattro titoli che escono dalla nicchia possono sembrare tanti, ma per molti sono solo una goccia in un mare di uscite.

Antonio, a quanto leggo, è un bear. Non credi sia superficiale categorizzare le persone in base al proprio aspetto fisico?

RISPOSTA 1: Beh non hai letto che Antonio è un bear nel fumetto perché non c’è scritto, quindi forse l’hai riconosciuto tu come tale. Che va bene così eh, le etichette servono per capirsi in fretta, ma ce l’hai messo tu. Ok, viene menzionata una festa che si chiama Orsolandia, ma parliamoci chiaro, anche gli etero hanno le loro serate con una specifica demografia per il rimorchio, solo che la chiamano “serata latino-americana” invece che “quarantenni in forma”.

RISPOSTA 2: Le etichette denotano gruppi e appartenenze, quindi includono ed escludono. L’etichetta bear, o orso, nasce con un intento se non nobile almeno positivo, quello di creare uno spazio per chi non combacia con lo stereotipo del gay giovane, magro e fashion, un posto dove chi è peloso, sovrappeso e disinteressato alla moda possa trovare qualcuno che lo apprezza. Posso dire che andare alle prime serate e vedersi rifiutato perché troppo giovane, troppo magro e troppo “carino” è stato un po’ uno shock, ma anche molto istruttivo: certi ideali di bellezza e figaggine non sono così assoluti come uno potrebbe credere. Certo con il tempo il bear è diventato un suo stereotipo e quel messaggio di accettazione e celebrazione della differenza si è sbiadito, tanto che a volte pare che bear sia solo una categoria “merceologica”. Nel libro Antonio non viene mai definito orso, proprio per non cadere nello stampo, ma è un orso nel senso che è un ragazzo cicciotto e desiderabile.

Copertina di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

In un paio di situazioni descritte nel libro sembrerebbe che le dinamiche delle relazioni sentimentali tra omosessuali siano parecchio “sbrigative” e circoscritte all’interno di un gruppo ristretto (penso agli ex di Antonio che si frequentano tra loro): ci si incontra, magari su Rimorchier, qualche convenevole e si va subito a letto. È così anche nella realtà?

RISPOSTA 1: Si vede che non sei un “gggiovane” single, che se eri “gggiovane” e single avevi Tinder (che è il Rimorchier etero) e trombavi a destra e a manca con solo qualche convenevole.

RISPOSTA 2: Penso che sia la realtà di una fascia di età, a prescindere dall’orientamento sessuale. Lo stereotipo del “gay promiscuo” è sempre di più una cosa del passato, in parte perché il mondo etero è molto più onesto sulla sua promiscuità: dei ragazzi all’università escono, si ubriacano e rimorchiano, come hanno sempre fatto e ora ne parlano liberamente (sopratutto le ragazze). L’altro motivo è che con il riconoscimento prima morale e poi di diritto delle coppie gay è chiaro che se uno va a letto con tanti partner lo fa perché è lui che vuole così, non perché è qualcosa di intrinseco all’essere gay. Riguardo al fatto che i personaggi si conoscono un po’ tutti, è quasi inevitabile: Bologna non è così grande e i gay sono un piccola percentuale.

Nella vostra storia si percepiscono una serie di rapporti omosessuali narrati come se fossero la cosa più naturale del mondo. Non ti sembra di raccontare in maniera troppo disinvolta quello che in realtà è un fenomeno più complesso?

RISPOSTA 1: No, perché non è un argomento complesso.

RISPOSTA 2: Siamo giunti al punto in cui non si deve più trattare l’argomento dell’omosessualità solo come una qualche questione delicata. Certo, si può affrontare il lato sociale, il fatto che ancora un sacco di ragazzi non sono accettati dalla famiglia, sono oggetto di discriminazione se non addirittura di violenza; ma per fortuna ci sono sempre più spazi in cui essere gay è considerato normale, e penso che sia importante fa vedere che i progressi ci sono stati e che si può trovare un posto dove essere sé stessi.

Nevicano conigli: sono il solo a essersi stupito di non trovare una doppia splash-page di Bologna coperta da sangue e interiora di coniglio? È una conferma della mia eterosessualità?

RISPOSTA 1: Sei una brutta persona.

RISPOSTA 2: Sei una brutta persona.

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