World Masterpiece Theater – La memoria

Dimensione Fumetto celebra il World Masterpiece Theater, una delle opere più grandiose, influenti e identitarie della storia dell’animazione giapponese, con una retrospettiva completa su tutte le 26 serie animate di cui è composta.

In questo trentacinquesimo e ultimo articolo: cosa resta oggi del WMT? Un’analisi e tre interventi per celebrare il valore, l’unicità e l’impatto culturale, sociale e – perché no? – soprattutto emotivo di questo grande affresco animato.


Infine, il World Masterpiece Theather si è concluso, che niente dura per sempre, finisce ed è meglio così.

Certamente non si può dire che si sia trattato di un fenomeno di scarsa importanza o di una moda passeggera. A testimoniarlo ci sono numerose prove, a partire dalla mostra dal 2015, che al di là del suo valore intrinseco come esposizione, si staglia come uno dei pochi, pochissimi esempi di celebrazione e musealizzazione, e quindi riconoscimento di valore culturale, di opere di animazione: un processo molto raro anche in un paese come il Giappone dove i fumetti sono certamente e ampiamente considerati Arte con l’A maiuscola e oggetto di studio critico a livello letterario, ma l’animazione è ancora ferma all’ambito di “prodotto pop” o di “industria dell’intrattenimento”, a parte all’interno di circoli specifici (ad esempio il centro studi Anidō o l’archivio di materiali filmici tokusatsu ATAC) o per specifici auteur che hanno raggiunto uno status di effettiva importanza, spesso di riflesso in seguito al loro riconoscimento da parte di pubblico e critica internazionali, come Hayao Miyazaki & co. dello Studio Ghibli, Mamoru Oshii, Katsuhiko Ōtomo, Hideaki Anno e pochissimi altri.

Collage di tre fotogrammi tratti da "until You come to me." di Tadashi Hiramtasu, "Cassette Girl" di Hiroyasu Kobayashi e "Bubu to Bubulina" di Takashi Nakamura.
Il Nihon animator mihon’ichi è stato un progetto ideato nel 2014 da Hideaki Anno per mostrare le potenzialità dell’animazione giapponese in un periodo che lui percepiva come di forte crisi. È difficile dire se il progetto ha avuto successo o meno nello svecchiare il mercato degli anime, dato che i 35+1 cortometraggi risultanti offrono in effetti una panoramica tecnicamente esaltante e di enorme varietà, ma contenutisticamente molto, molto legata ai prodotti giapponesi del passato come Gundam, Patlabor o Evangelion (a sinistra l’episodio 7 until You come to me.), con un picco platealmente nostalgico/reazionario nell’episodio 35 Cassette Girl (al centro), oppure alla tradizione dell’animazione europea come nell’episodio 27 Bubu & Bubulina (a destra). In pratica sono tutti molto belli, ma poco innovativi… mmmh, come si suol dire: bene ma non benissimo.

C’è poi la questione dell’influenza che il WMT ha avuto sul resto della produzione animata giapponese, seriale o meno: non solo a livello artistico e creativo con l’idea di portare in animazione prosa occidentale, idea che pure è stata portata a livelli artistici altissimi e che ha avuto innumerevoli proliferazioni dirette e indirette fino ai titoli più inaspettati, ma anche e soprattutto con il modello produttivo che ha introdotto nel mercato degli anime e che, per alcuni aspetti, resiste tuttora al logorio del tempo e ai mutamenti del mercato, olte che con il suo grande potenziale sul mercato economico internazionale che ha aperto, anzi spalancato le porte all’export degli anime nel mondo, in particolare in Europa e soprattutto in Italia (molto meno nelle Americhe e tanto meno negli USA, storicamente più legati alla propria produzione interna).

Infine, a testimoniare il successo non solo culturale, non solo artistico, non solo produttivo, non solo commerciale, ma anche e soprattutto generazionale del WMT ci sono i numeri. Nell’impossibilità di conteggiare e catalogare quante migliaia di prodotti alimentari, libri illustrati, dischi, home video, peluche e giocattoli vari, materiali di cancelleria, abiti per grandi e piccoli, arredi per la casa, articoli da regalo, gadget digitali e quant’altro sono stati prodotti in oltre quattro decenni come merchandise del WMT, ci limitiamo qui a ricordare i soli risultati televisivi: con le sue 26 serie, il franchise di Nippon Animation ha potuto vantare ben 25 anni di programmazione (22 anni e tre mesi ininterrotti per le prime 23 serie); se includiamo anche Heidi, il conto sale a 27 serie e 26 interi anni solari di programmazione totale, il che rende il WMT uno dei titoli in assoluto più longevi nell’intera storia dell’animazione televisiva giapponese.

Attenzione: la seguente lista prende in considerazione solo le serie animate a cadenza settimanale e con episodi di durata standard da 24 minuti (singoli o composti da più episodi brevi, come Doraemon). Molte altre serie micro-episodiche (ad esempio Sazae-san oppure Ojarumaru, con minutaggi pari o inferiori a 10 minuti a episodio), alcune delle quali a trasmissione giornaliera all’interno di programmi per bambini, non sono state prese in considerazione. Stagioni distinte dello stesso titolo sono state unificate (ad esempio Chibi Maruko-chan in produzione prima dal 1990 al 1992 e poi dal 1995 in poi). Gli spesso numerosissimi episodi speciali o celebrativi, OVA, film e qualunque altro prodotto esterno alle serie TV non sono stati conteggiati. Tutte le informazioni sono aggiornate alla data di pubblicazione dell’articolo.

Classifica Anno d’inizio Titolo Episodi Stato
1 1979 Doraemon 2’456 in corso
2 1988 Sore ike! Anpanman 1’591 in corso
3 1990 Chibi Maruko-chan 1’497 in corso
4 1975 Manga Nippon mukashibanashi 1’470 concluso
5 1997 Pokémon 1’219 in corso
6 1974 World Masterpiece Theater 1’212 concluso
7 1992 Crayon Shin-chan 1’149 in corso
8 1996 Detective Conan 1’057 in corso
9 1999 One Piece 1’034 in corso
10 1993 Shimashima tora Shimajirō 726 concluso

È interessante notare che in questa top 10 le uniche due serie non commedie/comiche/action e non per infanti/bambini/ragazzi bensì drammi per tutta la famiglia sono Manga Nippon mukashibanashi e World Masterpiece Theater, cioè proprio serie tratte da opere di letteratura, rispettivamente fiabe giapponesi e romanzi occidentali.

Copertine dei volumi "Sekai meisaku gekijō Series Memorial Book" dell'editore Shinkigensha.
Nel 2009 e 2010 la casa editrice Shinkigensha ha pubblicato una guida di viaggio ai luoghi del WMT e i due volumi Sekai meisaku gekijō Series Memorial Book dedicati rispettivamente alle serie ambientate nelle Americhe, Africa e Oceania e a quelle ambientate in Europa. I volumi presentano mappe, trame, profili dei personaggi e informazioni dettagliate fino a descrivere cosa mangiano i personaggi delle singole serie: veramente le bibbie per i fan di questo franchise.

Ora, dopo tutta questa lunga premessa ci si potrebbe chiedere legittimamente: ma allora, se il WMT era davvero questo successo incredibile, come mai è finito?

Beh, come nel caso delle ragioni del successo, anche le ragioni dell’insuccesso sono numerose. Alcuni dei fattori fondamentali che hanno portato la Nippon Animation a chiudere l’esperienza del WMT li abbiamo già brevemente accennati nell’articolo sulla serie 22 Meiken Lassie, e li riprendiamo qui trattandoli in maniera più estensiva.

 

Un mondo vecchio

Il primo di questi fattori è, molto semplicemente, la naturale stanchezza provata dal pubblico verso il franchise World Masterpiece Theater. Dopo oltre due decenni ininterrotti di programmazione, la Nippon Animation continuava sì a produrre serie di notevole qualità, ma secondo un modello che non si era rinnovato a sufficienza negli anni e che alla fine risultava, se non logoro, quantomeno un po’ invecchiato.

È sufficiente dare uno sguardo alle percentuali di share televisivo raggiunte dalle serie WMT per rendersi conto del lento, progressivo, inesorabile tracollo a cui queste sono andate incontro (grafico riassuntivo sotto la tabella dei dati):

Anno No. WMT Titolo Episodi Share
1974 0 Heidi 52 25%
1975 1 Il fedele Patrash 52 22,5%
1976 2 Marco – Dagli Appennini alle Ande 52 21,3%
1977 3 Rascal, il mio amico orsetto 52 21,6%
1978 4 Peline Story 53 16,9%
1979 5 Anna dai capelli rossi 50 16,2%
1980 6 Le avventure di Tom Sawyer 49 15,5%
1981 7 L’isola della piccola Flo 50 18,8%
1982 8 Lucy May 50 14,7%
1983 9 Sui monti con Annette 48 13,1%
1984 10 Le avventure della dolce Kati 48 11,9%
1985 11 Lovely Sara 46 16,3%
1986 12 Pollyanna 51 17,5%
1987 13 Una per tutte, tutte per una 48 14,9%
1988 14 Piccolo Lord 43 12,3%
1989 15 Peter Pan 41 13,9%
1990 16 Papà Gambalunga 40 16,2%
1991 17 Cantiamo insieme 40 14,8%
1992 18 Le voci della savana 40 13,5%
1993 19 Una classe di monelli per Jo 40 15%
1994 20 Un oceano di avventure 39 13%
1995 21 Il cielo azzurro di Romeo 33 10,5%
1996 22 Meiken Lassie 25 (di 26) 8,9%
1996-1997 23 Dolce piccola Remi 23 (di 26) 8,5%

Grafico riassuntivo dei dati d'ascolto delle prime 24 serie del "World Masterpiece Theater" (inclusa la serie 0 "Heidi").

 

A distanza di quasi cinquant’anni questi dati possono sembrare soprendenti, ma i freddi numeri attestano che in realtà dopo l’exploit iniziale di Heidi e delle prime tre fortunatissime serie il WMT era già in gravissima perdita, e in appena cinque anni, all’altezza della serie 5 Anna dai capelli rossi, la fascia oraria aveva già perso quasi 10 punti percentuali di share. Un disastro, e forse il motivo per cui proprio durante la complessissima realizzazione di Anna dai capelli rossi molti professionisti (il caso iconico è quello di Hayao Miyazaki) lasciarono la nave che sembrava stesse già affondando. In realtà fu un disastro solo relativo, perché stiamo comunque parlando di numeri altissimi considerando la tipologia di prodotto, e per altri 15 anni le serie del WMT mantennero comunque uno share più che decoroso sopra il 10%, ma nondimeno in calo più o meno costante.

Per fare un confronto, sulla TV italiana (dove però gli ascolti televisivi si rilevano solo dal 1986) i cartoni animati hanno superato il 20% di share in rarissimi casi, per la precisione solo due: su Italia 1 nei tardi anni ’90 con il contenitore Bim Bum Bam al pomeriggio e nei primi anni 2000 con la serie Dragon Ball Z trasmessa nel daytime dopo pranzo, ovvero anni e fasce orarie in cui gli altri canali non offrivano una controprogrammazione altrattanto forte, e infatti quegli anime sono rimasti nella memoria collettiva dei bambini del tempo. A parte questi exploit, sulla TV italiana se una serie animata o un programma per bambini si colloca fra il 5% e il 10% di share si parla già di successo che ripaga gli investimenti.

Il grafico illustra bene che in effetti Nippon Animation mise in piedi alcuni riusciti tentativi di ripresa: la serie 7 L’isola della piccola Flo offrì agli spettatori un radicale cambio di stile con una survival story in Australia a metà fra commedia e documentario scientifico, la serie 11 Lovely Sara spinse il dramma ai limiti estremi, le serie 15 Peter Pan e 16 Papà Gambalunga portarono una rinfrescata nel design e nel target, la serie 19 Una classe di monelli per Jo giocò infine la carta del sequel. Eppure, nonostante questi tentativi di svecchiamento, la sostanziale monoliticità tematica, narrativa e grafica del format WMT allontanò progressivamente gli spettatori finché la serie 22 Meiken Lassie sfondò il pavimento di vetro del 10% di share che gli costò l’interruzione anticipata in media res a 26 episodi (di cui l’ultimo nemmeno trasmesso), e la successiva serie 23 Dolce piccola Remi arrivò infine al tracollo totale, evidente nella mancata messa in onda di ben tre episodi.

In poche parole: proprio quella omogeneità che rappresentava la principale qualità del WMT è stata la sua rovina.

 

Un mondo nuovo

Il secondo fattore fondamentale che ha portato al collasso del WMT è l’evoluzione subita dall’industria dell’animazione giapponese, a cui il franchise di Nippon Animation si è adattato poco e niente, restando ancorato al proprio stile.

Anche questo l’abbiamo già scritto nell’articolo sulla serie 15 Peter Pan, ma lo ribadiamo di nuovo con la massima convinzione: gli anni ’80 sono stati il decennio più importante nella storia dell’animazione giapponese. Non solo ha prodotto opere in quantità enorme, di una qualità e innovazione incredibile e di un’importanza cruciale che non ha ancora smesso di esaurirsi (anzi sta aumentando, con innumerevoli sequel e reboot di serie ottantine), ma soprattutto ha portato tre enormi sconvolgimenti: l’home video (e con esso di conseguenza gli OVA e l’hentai), l’ascesa dei grandi registi che hanno imposto una politique des auteurs al business degli anime (in particolare nel mercato cinematografico), e infine la nascita ufficiale della cultura otaku il giorno 22 febbraio 1981.

Illustrazione di Yoshiyuki Sadamoto.
L’ascesa negli anni ’80 di autori come Yoshiyuki Sadamoto (nell’immagine, una sua illustrazione con un crossover di suoi celebri personaggi femminili), di grande cultura tecnica e citazionistica, ha contribuito a spostare il pubblico dei fruitori di animazione verso una nicchia – che poi prenderà il nome di “otaku” – composta da persone che sono in grado di comprendere e approfondire i numerosi riferimenti intra-culturali ed extra-culturali presenti nelle opere. Sadamoto ha legato il proprio nome a numerose opere di questo genere, a partire da Le ali di Honneamise, film del 1987 forse troppo complesso per il suo tempo e infatti non capito alla sua uscita, ma poi rivelatosi una pietra miliare per la cultura otaku; in questo 2022, in occasione del suo 35esimo anniversario, il film è stato restaurato in 4K e riproiettato in alcuni cinema.

Questi tre spartiacque epocali hanno segnato un solco tale per cui tutto quello venuto prima o è morto o è dovuto cambiare per sopravvivere: il WMT non è cambiato e dunque è andato con orgoglio incontro al suo destino fatale.

 

Un mondo diverso

Infine, come conseguenza del fattore precedente, non è possibile non sottolineare quanto sia cambiato nel tempo il modo di produrre, fruire e soprattutto immaginare gli anime. Se, come scrivemmo, il periodo fra il primo Astroboy e Heidi fu totalmente eroico ed epocale nella storia degli anime, non di meno lo fu quello successivo alla nascita del WMT nel 1975.

Qualche esempio. Nel 1974, mentre Fuji TV dava Heidi, YTV trasmetteva La corazzata Yamato. Nel 1979, da un lato Le avventure di Tom Sawyer e dall’altro Mobile Suit Gundam. Nel 1984, durante Le avventure della dolce Kati la gente si accampava fuori dai cinema per Nausicaä della Valle del vento. 1988, insieme a Piccolo Lord c’era Akira. 1995, Il cielo azzurro di Romeo e Ghost in the Shell.

Benché il WMT stesso sia stato ai suoi esordi un fenomeno rivoluzionario nella storia degli anime, non è possibile non constatare che il trend generale stava andando da tutt’altra parte. In questo senso, la sopravvivenza per ben 26 anni solari filati di uno stile narrativo pacato, nostalgico e trans-generazionale come quello del WMT fianco a fianco con l’avanguardia autoriale in TV e al cinema è stata certamente un miracolo che trova la sua raison d’être nell’estrema qualità delle produzioni Nippon Animation: in pratica, se non fossero state così belle, queste serie sarebbero finite molto, ma molto prima data la concorrenza spietata.

Collage di fotogrammi tratti da "Il cuore di Cosette" di Hiroaki Sakurai, "Il lungo viaggio di Porfi" di Tomomi Mochizuki e "Sorridi, piccola Anna" di Katsuyoshi Yatabe.
Le tre serie WMT del XXI secolo propongono tre approcci molto diversi all’eredità del franchise e al rapporto con la loro contemporaneità. Nel 2007 Il cuore di Cosette (in alto) fu il primo WMT in dieci anni dopo il tonfo di Dolce piccola Remi e un tentativo, ahimé piuttosto infelice e forzato, di adattarsi al look del tempo usando uno staff completamente rinnovato rispetto a quello degli anni ’90. L’anno dopo Il lungo viaggio di Porfi (al centro) propose uno stile grafico pure à la page (coraggiosa la scelta della palette pastello e delle colorazioni a campiture completamente piatte su fondi molto dettagliati), ma comunque più gentile e vicino alla tradizione del WMT ottenendo un prodotto un po’ ibrido, ma molto riuscito. Infine, per l’ultima serie Sorridi, piccola Anna (in basso), sequel della storica Anna dai capelli rossi, si preferì un deciso ritorno alla tradizione coinvolgendo nello staff numerosi artisti e tecnici che già avevano lavorato alle vecchie serie WMT e addirittura pre-WMT.

 

Un mondo ancora vivo

E dunque, il World Masterpiece Theather si è concluso, che niente dura per sempre, finisce ed è meglio così… ma siamo sicuri che si sia davvero concluso?

Tecnicamente, il WMT non è “finito”: la produzione si è interrotta dopo 23 serie sulla TV in chiaro, è ripresa dopo dieci anni per tre serie sulla TV satellitare e poi si è interrotta di nuovo, ma niente impedisce che in futuro il canale Fuji TV e lo studio d’animazione Nippon Animation riprendano in mano il progetto e producano nuovi titoli, dato che le fonti letterarie sono praticamente infinite e ogni serie è indipendente dall’altra, quindi non c’è “inizio” e non c’è “fine”.

Diciamo che il WMT è finito *per ora*.

D’altronde, nonostante Nippon Animation continui correntemente a produrre nuove serie e pellicole animate, in realtà continua a prosperare floridissimamente proprio grazie al buon nome del WMT: basta dare uno sguardo al suo sito web, dove i nuovi prodotti sono comunicati con news striminzite mentre un qualunque peluche di Patrash o un set di sticker per LINE di Rascal è annunciato con squilli di trombe e banner pubblicitari giganti. In breve: il WMT potrebbe tornare, chi può dirlo, chi vivrà vedrà.

Su un aspetto però c’è la certezza che il WMT non si sia concluso affatto: la sua memoria continua a vivere nel cuore di tutte le persone che l’hanno visto. Fra questi ci sono natualmente moltissimi animatori giapponesi, che da bambini hanno visto le serie WMT e ora le citano più o meno direttamente nei loro lavori sia in termini di ispirazione, atmosfera e look, sia in termini di citazioni e omaggi espliciti.

Confronto fra l'episodio 1 di "Marco - Dagli Appennini alle Ande" diretto da Isao Takahata e il film 17 di "Crayon Shin-chan" diretto da Akira Shigino.
Crayon Shin-chan nasce nel 1990 come manga di Yoshito Usui, ma diventa celeberrimo come serie TV (che fra una settantina di puntate supererà in numero quelle del WMT) e raggiunge l’Olimpo dell’animazione giapponese grazie ai film annuali che, contrariamente alla serie TV, non sono rivolti al pubblico prescolare bensì agli adulti, o meglio: sono sì visibili dai bambini che rideranno perché sono divertenti, ma hanno animazioni di alta qualità, trame complesse, riferimenti all’attualità, messaggi spesso profondi,  e non di rado citazioni cinéphile come questa, geniale, all’inizio del film numero 17 del 2009 Crayon Shin-chan – Otakebe! Kasukabe yasei ōkoku che ricalca shot-by-shot la scena della partenza della madre alla fine dell’episodio 1 di Marco – Dagli Appennini alle Ande, ma con una conclusione… molto diversa! 🐷 Nello stesso film sono presenti citazioni anche a Heidi e ad altre serie famose.

E non solo gli animatori e non solo i giapponesi portano ancora negli occhi e nel cuore il WMT: in tutto il mondo sono milioni gli spettatori che hanno riso, pianto, gioito e sofferto davanti alla TV seguendo puntata dopo puntata le avventure di Heidi, Peline, Sara, Judy, Romeo, Porfi e tutti gli altri protagonisti di queste tante, bellissime, indimenticabili serie. Grazie Fuji TV, grazie Nippon Animation, e grazie a tutti i produttori, gli amministrativi, i tecnici, gli artisti, i commerciali, i collaboratori a vario titolo e ogni persona coinvolta nel WMT per averci donato questo patrimonio meraviglioso.

Per concludere al meglio questa lunga serie di articoli, Dimensione Fumetto ha chiesto a tre ospiti molto speciali di distendersi comodi sul lettino dell’analista e di rispondere alla domanda «Se ti dico World Masterpiece Theater, cosa ti viene in mente?»: ne sono uscite fuori tre testimonianze molto diverse, ma tutte e tre accumunate da un senso agrodolce di nostalgia per i tempi di andati, di amore per l’animazione e di calore per i propri affetti. Testimonianze forse un po’ sentimentali e anche girellare se vogliamo, ma se davvero il WMT racconta storie di famiglia, fatica e felicità, ed è davvero così, allora questo è il modo migliore che ci sia per parlarne e celebrarle.

L’autore desidera ringraziare personalmente i tre ospiti per la loro cortese collaborazione.


Volumi e gadget di opere legate in varia misura al "World Masterpiece Theater".

Il primo ospite è Andrea Baricordi, uno dei quattro “Kappa Boys” che dalla fine degli anni Ottanta ha operato per portare i manga in Italia, attraverso diversi editori come Granata Press, Star Comics e GP Publishing. Insieme agli altri Kappa, negli anni Novanta ha fondato la propria casa editrice Kappa Edizioni, la cui etichetta Kappalab ha riscosso grande successo grazie alla narrativa per ragazzi legata allo Studio Ghibli. È sceneggiatore di graphic novel e cartoni animati, ed è autore di libri, fra i quali Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese e la serie a fumetti Lupin III Millennium.

 

L’alba dei capolavori viventi (che piacevano a tutti), ovvero: “Tu quoque, nonna!”

di Andrea Baricordi (il Kappa)

Uno degli innumerevoli vantaggi di essere vecchissimi – e intendo nati non solo nel secolo scorso, ma addirittura nel millennio scorso – è quello di poter dichiarare sovente “io c’ero”, e bullarsi un po’ con i più giovani solo per il fatto essere venuti al mondo prima di loro, indipendentemente dalla nostra volontà. Ma così, almeno, come facevano i nonni di una volta, oggi si ha la possibilità di raccontare ai Nativi Digitali, ai Millennial, ai Centennial, e a tutti i successivi ennial, quello che abbiamo sperimentato noi della Generazione X, quando gli anime giunsero in Italia negli anni Settanta del Novecento (che detto così ci manda proprio in sollucchero). Prima di tutto, manco si sapeva che fossero “anime”, dato che il termine abbiamo iniziato a farlo circolare nel nostro paese solo a metà degli anni Ottanta con le prime fanzine, cioè – spiego per i più giovani – gli antenati dei siti web che, invece di essere a disposizione nella ancora inesistente rete, erano stampati su carta e distribuiti nelle pochissime fumetterie dell’epoca. In quel periodo gli anime erano chiamati solo “i cartoni animati giapponesi”, quando andava bene. Molto più spesso erano “i cartoni animati cinesi”, dato che gli adulti degli anni Settanta-Ottanta parevano non essere in grado di distinguere un Paese asiatico da un altro, e perché la Cina faceva furore con i film di arti marziali di Bruslì. O, ahinoi, ancora più spesso erano “quei cartoni animati brutti e violenti fatti al computer che si muovono a scatti”, quando a parlare era la massa ‘gnurànt che abboccava a qualsiasi notizia farlocca dei media, anche allora perennemente pronti a terrorizzare l’italico popolo nei confronti di ogni novità. Si paventava infatti, in quel caso, nientemeno che una “invasione gialla” pronta a insinuarsi subdolamente nelle famiglie attraverso i teleschermi, o una più morbosa “febbre gialla”, capace di plasmare le menti dei giovani spettatori rendendoli culturalmente alieni alla Patria natìa e adepti della cultura del dolore e della disciplina dei samurai.

La cosa buffa è che, quando questo terrorismo psicologico iniziò, ovvero con l’avvento di Atlas Ufo Robot/Ufo Robot/UFO Robot Goldrake nell’aprile del 1978, i cartoni animati giapponesi erano in realtà già entrati in Italia da qualche tempo, ma non se ne era reso conto nessuno. Perché mai? Perché un gigante meccanico cornuto alto trenta metri faceva sicuramente più paura di una candida pastorella svizzera dalle paffute guanciotte rosse: Heidi era infatti arrivata un paio di mesi prima, e aveva già mietuto un successo tale da lasciare disorientato chiunque. Tutti, ma proprio tutti, guardavano Heidi quotidianamente, e quando dalle finestre dei condomini spalancate sui cortili (in cui, udite udite, i bambini di allora giocavano) iniziava a riecheggiare la voce di Elisabetta Viviani, alla strofa «Heidi, il tuo nido è sui monti…» ogni area pubblica si desertificava all’istante e frotte di piccoli telespettatori sedevano in silenzio davanti allo schermo televisivo, in compagnia di genitori e nonni. Heidi metteva d’accordo tutti. Nessuno gridava all’invasione, innanzi tutto perché si trattava di una storia di origine europea (nessuno aveva fatto caso alla produzione orientale della serie animata), perché era tratta dal romanzo di un’autrice svizzera (cosa c’è di meglio della neutralità geopolitica?), e perché gran parte degli italiani potevano riconoscersi un po’ in quei personaggi, in quegli ambienti rurali, in quelle vicende grandi e piccole dal sapore quotidiano e remoto al tempo stesso. Alcuni di noi erano nati in campagna, prima di trasferirsi in città con la famiglia, alcuni ci abitavano ancora, altri vi facevano comunque ritorno ogni fine settimana per andare a trovare nonni e parenti vari, perciò il contatto con quel mondo di pascoli, allevamenti e coltivazioni era tutt’altro che estraneo. Io avevo quasi dieci anni, e in Heidi e Peter riuscivo a riconoscere compagni di gioco, nel nonno di Heidi un ruvido ma affettuoso e rassicurante parente, nella signorina Rottenmeier una maestra rompiscatole, in Clara un’amica sfortunata da aiutare in tutti i modi possibili. Anche i comprimari erano importanti e riconducibili a qualche tipologia umana familiare nota: il maggiordomo Sebastiano era lo zio simpatico, degno complice di marachelle; la nonna di Clara era quell’inaspettato uragano di aria fresca portato solitamente da parenti lontani che non si vedono molto spesso; la nonna di Peter era la delicata bisavola che di lì a poco sarebbe inevitabilmente mancata, a cui donare tutto il nostro affetto finché c’era il tempo, oltre che morbidi panini bianchi al latte per le sue gengive delicate, e letture di libri per i suoi occhietti senza luce.

Il fenomeno mediatico di Heidi aveva potuto fare conto su una narrazione perfetta, quella del grandissimo Isao Takahata che poi ho avuto l’enorme piacere di conoscere molti decenni dopo, quando già era una delle colonne portanti dello Studio Ghibli insieme ad Hayao Miyazaki; la sua qualità principale è stata quella di fornire un’interpretazione unica nel suo genere al romanzo di Johanna Spyri, ben diversa da altre precedenti, fra le quali il famigerato film hollywoodiano Zoccoletti olandesi (…olandesi?) con Shirley Temple. La serie animata di Heidi era capace di avvicinare il pubblico a quello che i personaggi sentivano, non solo alle loro disavventure quotidiane. Takahata ti permetteva di entrare nei personaggi, non solo di guardarli dall’esterno. Ecco perché noi della Generazione X siamo arrabbiatissimi con la nuova versione di Heidi, che recupera in CGI il design dei personaggi di Takahata: a questi cloni manca proprio lo spirito, l’anima, della versione originale. Nel 1978, invece, chi avrebbe mai pensato possibile creare merchandise di ogni genere, inclusi giocattoli (alcuni terrificanti, ammettiamolo, come la Heidi caracollante stile bambola assassina) e musica (la sigla di Heidi vendette oltre un milione di copie e arrivò terza nelle classifiche dell’epoca preceduta solo dai Bee Gees e Patty Pravo!) da un romanzo non avventuroso pubblicato nel 1880, ovvero un intero secolo prima? Moschettieri, Zorro, Sandokan e Tarzan, spostatevi, grazie.

Per quanto mi riguarda, il successo di Heidi sta perciò nell’anima stessa della serie televisiva, quella che permise al pubblico di affezionarsi ai personaggi, più che di diventarne fan. I personaggi di questo cartone animato erano reali, vivi: il termine “animazione” aveva finalmente un nuovo significato, quello più letterale, ovvero “dare un’anima a un disegno”, non solo di farlo apparire in movimento. Fino a quel momento, nessun cartone animato seriale era riuscito a coinvolgere emotivamente il pubblico allo stesso modo: nei bellissimi lungometraggi classici Disney, i personaggi chiaramente recitavano, mentre nei divertenti cartoon Warner Bros., MGM e Hanna-Barbera, buffi animali si rincorrevano e se le davano di santa ragione per il nostro sollazzo. Con tutti loro (e anche coi cartoni italiani, come quelli di Bruno Bozzetto e Osvaldo Cavandoli) ci eravamo divertiti e avremmo continuato a farlo, ma questa volta era una cosa diversa.

Perché? Facciamo un esempio. Dopo l’angoscioso e depressivo (altra novità inedita) arco narrativo ambientato nella grigia Francoforte, Heidi fa il suo viaggio di ritorno alle amate montagne in un intero episodio costruito ad arte per farlo sembrare interminabile, e solo nell’ultima manciata di secondi la vediamo correre su per l’Alpe, e riabbracciare il finalmente nonno con un balzo degno di Sara Simeoni. Parliamone, gente: che razza di momento intenso è? Eccoci lì, io – nove anni – e mia madre – ventinovenne – immobili davanti alla TV, a fissare lo schermo con un nodo in gola grosso come un pomodoro, i lucciconi agli occhi, incapaci di spiccicare parola, sorpresi e un po’ imbarazzati per l’effetto che un semplice cartone animato (non certo un cartone animato semplice) era riuscito a sortire. Mai accaduto prima, con nessun altro cartone animato. Non è successo solo a me, vero? Ma non è tutto. Qualche tempo dopo, ecco un altro fatto assolutamente inedito per un cartone animato televisivo per ragazzi: dopo un certo numero di episodi, la serie si concludeva. Ma si concludeva per davvero. Da quel giorno non ci sarebbe più stata Heidi, a meno che un funzionario Rai non avesse deciso di replicarla in futuro. Si trattava di un vero addio, perché non ci sarebbe stato modo di recuperarla in alcun modo, all’epoca: niente home video, niente piattaforme streaming, niente di niente. E non sapevamo certo che in futuro avremmo avuto tutti studi televisivi portatili in tasca, come dice il dottor Brown a Marty in Ritorno al futuro. Addio per sempre, Heidi, a chissà quando, e da oggi dovremo accontentarci dell’album di figurine adesive, quando avremo bisogno di rievocare le tue atmosfere, ma senza il movimento, le voci e la musica. È per questa ragione che, da allora, curo quel trauma infantile rivedendo la serie almeno una volta ogni dieci anni. E, guarda caso, continuo a trovarla sempre, incondizionatamente, assolutamente, bellissima e perfetta in ogni sua parte, anche quando cerco di esaminarla con occhio professionale.

Dunque, la serie animata di Heidi è stata il vero Cavallo di Troia degli anime in Italia – o la testa di ponte della famosa “Invasione Gialla”, per dirla in termini scandalo-giornalistici –, escludendo le sporadiche apparizioni di qualche lungometraggio al cinema, di isolati esperimenti televisivi d’epoca (consigli per gli acquisti: vedi Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese 1958-1969), o trasposizioni animate nipponiche di personaggi occidentali, come Barbapapà o Viki il vichingo, arrivati da noi nel 1976, ben due anni prima rispetto alla nostra amata piccola montanara. Heidi ha permesso all’animazione giapponese di entrare negli occhi, nel cuore e negli interessi degli italiani per l’indiscutibile qualità della sua fattura, abbinata alla geniale idea di adattare un classico della narrativa occidentale: esotica e curiosa per il pubblico giapponese a cui era originariamente rivolta, perfetta per l’esportazione in Occidente. Il cosiddetto World Masterpiece Theater (o Theatre, se preferite la grafia British) nasce perciò prima della sua stessa progettazione ufficiale grazie a questo piccolo grande capolavoro televisivo. E per questo l’animazione giapponese in Italia deve il proprio futuro successo a Isao Takahata, un regista mite, appassionato e colossale. Lo stesso che poi, ricordiamocelo sempre, ha realizzato anche l’ottimo Anna dai capelli rossi andando a fondo nel personaggio di Lucy Maud Montgomery, e trasformato uno dei racconti brevi di Cuore di De Amicis in un’incredibile epopea, Marco – Dagli Appennini alle Ande, aggiungendo a piene mani ma senza snaturarne il contenuto e, soprattutto, il senso.

A volte mi sorge il dubbio che una grande fetta di anime prodotti oggi abbiano perso un po’ della iniziale capacità di coinvolgere tutta la famiglia, arrivando anzi a separare volontariamente le generazioni di spettatori le une dalle altre. Questo è un peccato, pensando all’incredibile lavoro che è stato fatto in passato da sceneggiatori, animatori e case di produzione giapponesi. Non starò qui a pontificare come un vecchio gufo con frasi ritrite sul genere di “una volta c’erano i valori!” o “ai miei tempi era meglio!”, fesserie che ogni generazione propina a quella successiva (sì, amici Millennial, lo farete anche voi, fra trent’anni), perché oggi ci sono anime belli, interessanti e ben fatti, proprio come allora: l’unico problema è che rischiano sempre di perdersi nell’enorme massa di proposte, e questo mina la possibilità di orientarsi verso la qualità. In questo caso, penso che sarebbe giusto attenersi alla regola del less is more, ma le regole del mercato non lo permettono più. Pensiamoci su un attimo: quale anime prodotto dopo il Duemila (quindi stiamo già parlando di un arco di tempo di oltre vent’anni), nonostante le proprie qualità o successo mordi-e-fuggi, è stato in grado di diventare non solo iconico, ma di sfondare in qualsiasi campo (audience, giocattoli, merchandise vario, musica) al di fuori del Giappone, radunando davanti allo schermo almeno tre generazioni, figli, genitori e nonni nello stesso momento? Pur da appassionato di animazione (e non solo di quella nipponica), non riesco a trovare un solo anime di questo genere, da una ventina d’anni a questa parte: sicuramente sbaglio, probabilmente me ne sfugge almeno uno che dovrebbe essere lampante, ma anche arrovellandomi non mi salta alla mente. Chiedo perdono, nel caso, augurandomi addirittura di essere smentito: avere torto, in questo caso, mi rincuorerebbe molto. Però, pensando all’inter-generazionalità degli anime d’epoca, e in particolar modo a quelli del WMT, non posso fare a meno di pensare a quella volta – siamo negli anni Ottanta – in cui stavo guardando la TV a casa di mia nonna, impegnato a studiare (ah ah!) sui libri di scuola. Nella tv rimasta accesa dopo pranzo su una rete localissima, parte la sigla di Peline Story, tratto da In famiglia di Hector Malot (detto l’Uomo con Poca Fantasia per i Titoli). Già visto, quindi mi preparo a cambiare canale alzandomi dalla sedia (il telecomando era roba da ricchi, nel Paleolitico), ma mia nonna mi ferma. Io: «Ma nonna, è sempre Peline Story. Lo hanno già replicato tre volte, sempre su questo canale, addirittura alla stessa ora, prima di Ciranda de pedra, La schiava Isaura e Dancing Days». Lei: «Sì, ma questa puntata non l’ho vista».

Certo. Proprio questa, guarda caso.

E allora dai, riguardiamoci insieme Peline Story per la quarta volta. Due generazioni (con un gap al centro) che guardano lo stesso cartone animato. Peraltro, non uno di quelli più celebri. È mai più accaduto, con produzioni post-Duemila?

Tra parentesi, si tratta della stessa nonna che, diversi anni dopo, mi sorprese sul tema anime in un altro modo. Guardavo I Cavalieri dello zodiaco facendo i compiti di scuola (ah ah ah!) e a un certo punto, sferruzzando a maglia, mi fa: «Ma non c’è più quello là che fa a-ta-ta-tà e tira tutti quei pugni?» «…no, è finito la settimana scorsa, adesso c’è questo…». Per un paio di mesi, a mia insaputa, mentre studiavo (ah ah ah ah!), mia nonna si era guardata in silenzio tutta la serie di Ken il guerriero. Che non c’entra niente con il World Masterpiece Theatre (o Theater, se preferite la grafia American).

Ma, si sa, noi vecchi divaghiamo sempre, ricordando il passato.

A proposito, di cosa stavamo parlando… ?


I membri dei Fujiko Mon Amour in cosplay di personaggi animati.

I secondi ospiti sono i Fujiko Mon Amour, una cartoon cover band di Ascoli Piceno attiva dal 2008 e in pausa a tempo indeterminato dal 2018. Un gruppo di amici, amanti della musica e dei cartoni, che ha condiviso un decennio di allegria e divertimento, durante il quale ha collaborato a numerose iniziative sociali, fra cui alcuni progetti in favore dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze.

 

Premessa: questo articolo è stato scritto inizialmente a quattro mani dalla vocalist Terry che ha dato fondo ai suoi ricordi sulle sigle e sui Fujiko Mon Amour (con un audio poi sbobinato) e dal chitarrista Andrea che è stato un po’ più aneddotico 🙂 È stato passato poi il tutto al vaglio del resto del gruppo, diciamo che abbiamo risciacquto i panni in musica. Speriamo di aver prodotto qualcosa di piacevole!

Quando suonavamo Heidi e Anna – I nostri ricordi fra anime e musica

dei Fujiko Mon Amour

 

Terry

Devo dire che pensavo fosse più facile parlare delle canzoni, dei cartoni animati e dei ricordi da bambina, di quello che mi piaceva, dell’esperienza con i Fujiko Mon Amour. E invece mi sono dovuta ricredere e ci ho messo un po’ a raccogliere le idee. Perché? C’è tanta vita dietro e anche solamente ricordare quali fossero le canzoni che mi piacevano da bambina ha richiesto un po’ di tempo.

Ovviamente, come tutti i bambini, ho sempre guardato i cartoni animati e quindi avevo un appuntamento fisso con alcuni classici come Candy Candy, Lady Oscar, Lupin III, qualche robottone. Ricordo anche qualche cartone animato di quando ero proprio piccola, piccola, piccola che guardavano i miei amici più grandi, qualcosa legato al calcio (con ogni probabilità Arrivano i superboys). Ed è strano, come a distanza di anni non si ricordino i singoli episodi, si ricorda la storia in generale… e invece le sigle rimangono e sono quelle che poi fanno gruppo, fanno le cene insieme, fanno le pizze, fanno le serate con le chitarre.

E ripensandoci, mi accorgo che molti cartoni animati mi piacevano anche solamente perché era bella la sigla e quindi ricordo sicuramente Anna dai capelli rossi. Ma ricordo tantissimo anche Il fiuto di Sherlock Holmes o una delle versioni de L’ape Maia e altre. Altri cartoni animati, anche minori, ma che mi colpivano non tanto per la storia, quanto per le sigle. Erano sigle che penso siano molto diverse dalle attuali. C’era più studio, più qualità, più lavoro dietro e più gusto. E infatti faccio fatica ad ascoltare le nuove sigle, siano degli stessi cartoni animati o di nuovi cartoni. Queste recenti sono molto più sintetiche, molto più di plastica. Lì c’era più materia, c’erano più strumentazioni, più arrangiamenti, spessissimo anche orchestrali. E a me che sono sempre piaciute le espressioni melodiche, le ho poi ricercate e ritrovate anche nelle canzoni dei cartoni animati. Per cui poteva piacermi anche solamente un ritornello, una strofa per come era stata scritta, un passaggio musicale che mi emozionava.

Nell’esperienza con i Fujiko Mon Amour, quando dovevamo scegliere dei pezzi da mettere su, tutti hanno tentato di proporre sempre delle canzoni care, non sempre ovviamente venivano accettate, però continuo a pensare che fossero dei gran pezzi. E quindi posso per esempio ancora nominarne tante, volendo fare una lista delle canzoni che ricordo da bambina ci sono sicuramente Lamù, Gigi la trottola, Pollon, Pollon combinaguai, Daitarn III, La canzone di Charlotte, Angie, Sandybell (amavo il suo furgoncino!), L’ape Magà e le varie sigle di Carletto il principe dei mostri, Bia – La sfida della magia, Chobin, il principe stellare, Forza Sugar, Sampei, Tutti in campo con Lotti, Pat, la ragazza del baseball, Daltanious

Ce ne sarebbero altre da nominare, ma insomma, mi fermo a queste. E poi il rapporto con le sigle di cartoni animati è continuato anche in età più adulta con l’esperienza bellissima dei Fujiko Mon Amour.

 

Andrea

Sono stati diversi anni, passati con un bel po’ di serate, ricche di entusiasmo, in cui anche noi abbiamo fruito di quello che suonavamo. Ma anche e soprattutto con tanti incontri in sala prove, in cui abbiamo scelto, rielaborato, discusso. Alcune per farle il più possibile uguali alle originali, altre per renderle più divertenti, altre per farne dei mash-up. E devo dire che i musicisti alle prove si sono sempre divertiti molto… a volte, forse, un po’ meno i cantanti.

Le serate ci hanno dato l’opportunità di fare belle cose: indossando le magliette con il logo, disegnato per noi da Claudia Karee Cocci (anche quelle in versione equalizzatore luminoso), abbiamo suonato più volte nella nostra città. Una volta ci è capitato di suonare sullo stesso palco di Tommaso Graziani, uno dei figli di Ivan… poi la serata per Libera con don Luigi Ciotti… senza contare le cene per le decisioni sul gruppo… e tutto questo grazie alle sigle dei cartoni animati!

Tra quelle che suonavamo, non ce n’erano molte dei cartoni del World Masterpiece Theater. In effetti, la nostra scelta era spesso legata, oltre che ai ricordi, alle opportunità musicali offerte dalle sigle stesse. Così, se non potevamo ignorare i robottoni, o Lady Oscar, la nostra campagna “Adotta un finale”, per concludere le sigle che spesso in TV venivano sfumate, ci ha visto collegare alle sigle pezzi importanti della musica mondiale, dagli ABBA ai Dire Straits agli Europe.

Abbiamo anche creato qualche medley, ma le sigle WMT, poco “rockettabili”, non sono state mai inserite. Ovviamente, però, non potevamo esimerci dal suonare Heidi (con tutte le difficoltà della scala iniziale per il nostro pianolista), che ancora ci commuove non solo per la sigla cantata da Elisabetta Viviani, ma per i leitmotiv. Come non ricordare quello delle corse in slittino! Da subito abbiamo inserito anche Anna dai capelli rossi, che aveva un bel “tiro” anche nella versione originale dei grandissimi Albertelli e Tempera. È bastato quindi aggiungere qualche BPM e una lettura un po’ più rock.

Forse ci ha limitato il fatto che molte delle sigle del WMT fossero poco rock, perché raccontavano storie non così allegre. Ad esempio, non abbiamo mai messo in elenco sigle come Peline Story, Lovely Sara o Papà Gambalunga, anche per un po’ di idiosincrasia con i testi di Alessandra Valeri Manera. Pur apprezzando le musiche e le orchestrazioni del maestro Martelli, lo stile di molte sigle è un po’ passato sotto silenzio tra le nostre scelte. Negli anni, abbiamo poi incluso L’isola dei Robinson dei Cavalieri del Re, con un finale in sette ottavi, tanto complicato da inserire quanto poco notato dai più. Però ci piacevano queste pillole musicali nascoste nell’entusiasmo di quelli che ci ascoltavano, spesso cantando le sigle a squarciagola. Verso la fine (speriamo solo temporanea) della nostra esperienza musicale, abbiamo inserito anche Lucy May: come per Anna dai capelli rossi, anche questa sigla aveva un bel “tiro”, soprattutto se suonata con qualche BPM in più rispetto all’originale, anche se il testo probabilmente non resterà negli annali della storia della musica…

Il nostro stile e i nostri ricordi erano antecedenti e un po’ lontani dallo stile di molte delle sigle WMT. Per farvi capire meglio da quali cartoni attingessimo, vi raccontiamo un aneddoto: l’unica volta che abbiamo suonato in maschera, peraltro occasione in cui dovevamo suonare all’aperto, ma la pioggia ci fece ripiegare al chiuso, eravamo vestiti, in ordine sparso, da Pollon, Stella della Senna, Uomo Tigre, Lupin, Jigen, Zenigata, il professor Kabuto, Harlock e Mirko del BeeHive. Diciamo che forse se più sigle italiane del WMT fossero state scritte dal maestro Migliacci, ne avremmo suonate di più.


Illustrazione di Giopota ispirata a "Heidi" di Isao Takahata.

Il terzo ospite è Giopota, un fumettista e illustratore che vive a Bologna. Crea fumetti colorati e pieni di sentimento, trattando temi come la diversità e l’inclusione. È su Internet con il suo sito ufficiale e i profili su Instagram e Twitter.

 

Storie di famiglie, storie di famiglia

di Giopota

Ricordo bene quelle parentesi mattutine e pomeridiane, prima dei mostri tascabili e digitali, prima delle guerriere sailor e la MTV Anime Night. Le ricordo così bene perché sono pietre fondanti della mia formazione, come autore e persona.

A oggi, il primo pensiero che segue il ricordo del World Masterpiece Theater è l’intergenerazionalità che lo caratterizzava. So che sembra stia per fare una lunga digressione, ma seguitemi un secondo.

Mi viene in mente mia madre. Figlia di un muratore, con quattro fratelli e due sorelle, sposata con un (ormai ex) finanziere, con un esercito di ben sette figli e (al momento) cinque nipoti. A livello statistico, stando ai numeri elevati, ci sarebbe dovuto essere l’eccentrico che non fosse casa, scuola e chiesa, con un minimo di interessi al di fuori della dottrina familiare del tardo dopo guerra, in pieno boom economico. Eppure, quando ho avuto l’età di rendermene conto, mi sono ritrovato in una famiglia dove mancava la cultura dello svago. Mi posso considerare quindi un autodidatta di quella cultura animata che la TV ci presentava timidamente da già un paio di generazioni. Nonostante ciò, gli anime del WMT sono stati l’unico anello di congiunzione tra persone che non avessero punti di contatto che non fossero l’essere famiglia.

Nella mia esperienza, questi cartoni animati non erano considerati “anime” dagli adulti in potere di approvare ciò che desideravo guardare in TV, bensì una visione accettabile e familiare, esperienze facenti parte di un bagaglio culturale passato degno di essere tramandato come testimone da genitore in figlio. Heidi è l’unico anime che tuttoggi fa esclamare a mia madre «Ah! C’è Heidi!» quando passa l’ennesima replica in TV, e la vedo sorridere con occhi pieni di ricordi. Le sigle di Anna dai capelli rossi e Papà Gambalunga sono grandi classici del suo repertorio di canzoni da intrattenimento per i e le nipotine.

E mentre scrivo penso non sia affatto un caso che parlando del WMT abbia finito per tirare in ballo la famiglia, perché è uno dei temi principali di quegli anime. Molte delle opere letterarie rappresentate le conosco solo tramite la loro trasposizione, ma, fedeli o meno che siano, raccontano di affetti, dove la famiglia non è un dono di sangue scontato conferito alla nascita: è il desiderio di far parte di un nucleo scelto, è a tutti gli effetti il tesoro alla fine del viaggio dell’eroe. O per meglio dire, il viaggio dell’eroina.

È sorprendente come gli anime di maggiore successo e più memorabili – per lo meno qui in Italia – siano quelli la cui protagonista è di sesso femminile, e come ciò non li relegasse in prodotti per bambine. Sono storie intersezionali, pregne di carichi emotivi esperibili da tutti i generi e anche le età.

Tutti noi, ciò che siamo oggi lo dobbiamo alle nostre famiglie, biologiche e scelte. E per molti di noi Heidi, Anna, Marco, Flo, Annette, Judy, Remi sono stati compagni in un momento così formativo delle nostre vite che viene facile considerarli sorelle e fratelli.

Ricordo un po’ di anni fa, vivevo ancora a casa dei miei e stavo facendo un ripasso dei film dello Studio Ghibli. Entrò mia madre in camera e vedendo Kiki sullo schermo del mio computer disse: «Uh, che bello, stai guardando Heidi!».


[ Introduzione: caratteri generalila mostra | Le serie: pre-WMT1: Il fedele Patrash2: Marco – Dagli Appennini alle Ande3: Rascal, il mio amico orsetto4: Peline Story5: Anna dai capelli rossi6: Le avventure di Tom Sawyer7: L’isola della piccola Flo8: Lucy May9: Sui monti con Annette10: Le avventure della dolce Kati11: Lovely Sara12: Pollyanna13: Una per tutte, tutte per una14: Piccolo Lord15: Peter Pan16: Papà Gambalunga17: Cantiamo insieme18: Le voci della savana19: Una classe di monelli per Jo20: Un oceano di avventure21: Il cielo azzurro di Romeo22: Meiken Lassie23: Dolce piccola Remi24: Il cuore di Cosette25: Il lungo viaggio di Porfi26: Sorridi, piccola Annapost-WMT | Appendici: il modello produttivola moda e HeidiRascal, il mio amico orsetto negli USAJules Verne e gli anime | La memoria ]


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Mario Pasqualini

Sono nato 500 anni dopo Raffaello, ma non sono morto 500 anni dopo di lui solo perché sto aspettando che torni la cometa di Halley.

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