Wednesday Warriors #21 – Da Thor a Conan

In questo numero di Wednesday Warriors: THOR #10, WONDER TWINS #1, SAVAGE SWORD OF CONAN #1 e SUPERMAN #8

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THOR #10 di Jason Aaron e Mike Del Mundo.

È da più di sette anni che il lavoro di Jason Aaron sul Dio del Tuono riempie le pagine dedicate al Tonante in Marvel. Lavorando con giganteschi concept che mescolano tradizione e mitologia norrena e la piú classica delle strutture supereroistiche, Aaron ha saputo presentare una pletora di dèi con divini problemi, per citare il Sorridente Stan Lee.
In questo lungo processo di umanizzazione degli Dei Asgardiani, un personaggio in particolare si è sempre saputo distinguere, un protagonista secondario che è stato fondamentale in ogni svolta narrativa della storia finora e che si è rivelato uno dei personaggi preferiti dello stesso Aaron – e del sottoscritto.

Senza la figura del Padre di Tutti, senza Odino, il “Thor” di Aaron avrebbe un quarto dell’intensità che ha sfoggiato finora. Un rudere della vecchia Asgard, ossessionato dallo splendore del suo regno, riluttante ad aprire l’occhio e notare come i Dieci Regni stessero per ritorcersi l’uno contro l’altro. L’ascesa di Malekith e l’arrivo della Guerra dei Regni sono state inconsciamente supportate dalla furia di Odino, mortalmente intenzionato a distruggere la donna che impugnava Mjölnir, Jane Foster, rea di aver usurpato la memoria e la potenza – tutta tossicamente mascolina – di Asgard.

Eppure, Odino non è mai stato classificato come un villain. Jason Aaron ne ha esplorato diverse sfaccettature e lo ha utilizzato in vari ruoli: custode di indicibili segreti, acerrimo nemico degli invasori del Regno, marito impossibile da sopportare, egoista oltre ogni concezione umana, figura tormentata dal peso della corona e delle responsabilità, un Dio a cui tutto era concesso e dovuto proprio in virtù del suo essere Padre di Tutti.
Odino è il prodotto di un sistema antiquato, classico, tuttavia superato. È il mausoleo di una Asgard che non esiste più se non nella memoria, un sovrano che ha regnato eccedendo in tutto, boria, conflitti, discussioni, frustrazione e, soprattutto, vivendo in maniera altalenante il rapporto con i suoi figli.

Al centro di questo #10 c’è proprio il legame che unisce padri e figli e, alle soglie della Guerra dei Regni, Thor e Odino si affrontano senza risparmiarsi.
È proprio il concetto del nome “Padre degli Dei” che sembra riecheggiare ironicamente tra le pagine dell’albo: come si può tenere fede al ruolo di All-Father se, per Odino, è stato praticamente impossibile essere un padre presente ed amorevole anche per il solo Thor? I due non si risparmiano sferzate al vetriolo, insulti e dialoghi che sfiorano l’alta lirica germanica e cascano poi nel disperato tentativo di ferire “l’avversario”. Osservare lo scontro dal punto di vista di Odino ribalta la prospettiva del lettore, che si trova a contatto con una figura altamente empatica, un bambino diventato uomo, poi diventato padre, che non ha saputo allontanarsi dal dolore e dalle ferite che il suo tortuoso processo di crescita gli ha inferto.

Mike Del Mundo è protagonista quanto il Dio del Tuono e il furioso Figlio di Bor. L’artista, strepitoso in copertine e illustrazioni, ha finalmente trovato una sua linea guida da seguire e si é trasformato in altrettanto incredibile artista interno. La suddivisione delle vignette, la “gabbia”, non imprigiona il tratto sfarzosamente pop, coloratissimo e iper-attivo di Del Mundo. I centellinati momenti di libertà sono un’iniezione di adrenalina, con l’artista che gioca con i personaggi e la loro fisicità, sfrutta un centinaio di martelli e li unisce, risultando botte da orbi e occhi neri, tutto costruito sulle parole, e le emozioni riversate in esso, di un altro, straordinario script di Aaron.

WONDER TWINS #1 di Mark Russell e Stephen Byrne.

Il nome di Mark Russell andrebbe, senza alcuna ombra di dubbio, inserito tra quelli delle rising stars del fumetto statunitense. Ma anche catalogandolo insieme ad altri nomi, Russell ha saputo avere una marcia in più, facendo dell’ironia tagliente, dello humor nero e della onnipresente critica sociale il suo marchio di fabbrica.

Per puntare ancora di piú su questo spirito ribelle e dissacrante, DC Comics ha saputo sfruttare Russell in maniera satellite alle sue storie principali, dandogli l’opportunitá di scrivere personaggi come Lex Luthor e la Lanterna Verde John Stewart in rari – e bizzarri – crossover con i personaggi Hanna-Barbera e Looney Tunes. Con il lancio della linea “Wonder Comics”, Brian Michael Bendis e DC Comics hanno trovato l’occasione giusta per far sfiziare Russell con Superman, Batman, Wonder Woman e molti altri ancora.

Creati al delirante tramonto degli anni ‘70, i Gemelli Meraviglia di Nelson Bridwell e Ramona Fradon hanno sempre vissuto il loro status da personaggi di serie C, una battuta ricorrente non aiutata dalle loro comparsate nella serie animata I SuperAmici, versione della Justice League per i più piccini. Mark Russell sa benissimo che sfruttare la componente supereroistica sarebbe da sciocchi, del resto i gemelli Jayna e Zan di Exxor non hanno chissà quali incredibili poteri: la prima può mutare in vari animali, mentre il secondo trasformarsi in varie forme d’acqua, da liquido a solido a gassoso.

L’autore si sente a casa e sfrutta il grande potenziale comedy, un umorismo che nasce dal concept di due gemelli alieni spediti sulla Terra, costretti a districarsi tra teenager annoiati e/o attizzati. Il liceo che fa da ambientazione vive di tutti gli stereotipi che la cultura statunitense ci ha propinato in questi anni; a questo iniziale cocktail di situazioni assurde e irriverenti, Russell aggiunge la massiccia presenza della Justice League, con i due gemelli alieni incaricati di “fare da custodi” alla Hall Of Justice. Ma non c’è da aspettarsi seriosità o trame impegnative, perché nemmeno la Trinità si salva dallo spirito ironico di Russell, che si fa più volte beffe dei supereroi più importanti dell’universo DC.
L’albo è pieno di piccole e grandi battute, trovate geniali e innuendo. Raccontarle e sottolineare le risate ad alta voce fatte durante la lettura non renderebbe minimamente giustizia al lavoro dello scrittore.

Ai disegni, Stephen Byrne è certamente adatto al tono della storia, con uno stile giovane, fresco e valorizzato da una buona palette di colori – anche se dei toni piatti da classico comic book avrebbero creato un interessante contrasto artistico e narrativo. Tuttavia, il fumetto può risultare statico, con poca dinamicità, con un forte rischio di diventare, agli occhi, ripetitivo con il passare dei numeri.

“Wonder Twins” è un ottimo primo approccio al genio comico di Russell, un fumetto che può sicuramente osare di più sul piano artistico ma che pianta saldamente i piedi nell’Universo DC, proponendo qualcosa di fuori dagli schemi e radicalmente differente. Una serie comedy con risvolti teen drama, formula che raramente vediamo applicata alla Distinta Concorrenza.

Gufu’s Version

SAVAGE SWORD OF CONAN #1 di Gerry Duggan e Ron Garney

A poco più di un mese dall’uscita di Conan The Barbarian la Marvel Comics riporta nelle librerie USA la gloriosa testata Savage Sword of Conan; quella che tra il 1974 e il 1995 è stata una rivista dedicata a un pubblico adulto, in bianco e nero e con un formato più grande, viene riproposta oggi nel classico formato comic book che si distingue dalla testata gemella nella struttura editoriale. Savage Sword infatti proporrà brevi cicli di storie che saranno di volta in volta curati da diversi team creativi.

Nel primo capitolo de “Il Culto di Koga Thun”, Gerry Duggan e Ron Garney propongono la loro energica versione del giovane cimmero, qui Conan ha circa 20 anni, alle prese con una (dis)avventura marittima fatta di squali, galee, schiavi e pirati. Il taglio scelto dal team creativo è decisamente sopra le righe e con una traduzione a fumetti più convincente rispetto all’approccio letterario-illustrativo scelto da Jason Aaron e Mamud Asrar per “the barbarian”. L’approccio generale resta comunque coerente alla linea editoriale che vede come punto di riferimento, per tutti gli autori, il Conan delineato da Roy Thomas circa 40 anni fa: Duggan rimarca una delle caratteristiche fondanti del personaggio, l’incapacità di Conan di accettare la resa, e ci costruisce attorno la trama dell’intero episodio. Più della sua forza sovrumana, più della sua abilità con la spada, questa estrema tenacia – chiamiamola così – è il motore, causa scatenante e risoluzione, che porta avanti il racconto; le trenta pagine di questo primo albo scorrono rapidamente e intrattengono il lettore in una continua escalation di sospensione dell’incredulità. Un metodo implausibile se applicato a qualunque altro eroe o antieroe – l’unico personaggio dei fumetti che si avvicina a queste dinamiche è, probabilmente, il “nostro” Tex.

Ron Garney adotta un tratto frammentato e ricco di campiture nere che, abbinato ai colori rarefatti di Richard Isanove, donano alla storia un’atmosfera cupa e indefinita consona agli aspetti più mitologico-soprannaturali tipici dello Sword & Sorcery.
Il muscolare Conan di Duggan e Garney è una piacevole sorpresa nell’ambito dell’intero progetto che vede il ritorno della creatura di Robert E. Howard in casa Marvel.

SUPERMAN #8 di Brian Michael Bendis, Ivan Reis e Brandon Peterson

Prosegue l’arco narrativo “Unity Saga: The House of El” in cui gli autori indagano sul Jor El e raccontano i retroscena del viaggio di Jon Kent con il suo nonno Kryptoniano.
Brian Michael Bendis lascia che sia Jon stesso a raccontare ai propri genitori quanto successo nel periodo passato a vagare per la galassia raccontando quindi la storia per flashback. Il racconto procede dunque su due linee temporali parallele: quella presente, illustrata da Ivan Reis, e quella del racconto di Jon, che vede Brandon Peterson ai disegni; una scelta figlia della necessità di mantenere in scena il titolare della testata – Superman – che sarebbe altrimenti stato relegato al ruolo di semplice comparsa, che ha però il difetto di rendere il ritmo più compassato e a tratti macchinoso.

Di contro stupisce sempre l’abilità di Bendis nel saper rendere credibili i personaggi che è chiamato a gestire, e lo fa grazie alla verosimiglianza dei dialoghi, frammentati, ricchi di reiterazioni e a volte carichi delle incoerenze tipiche del parlato quotidiano. Dialoghi che riescono a comunicare anche ciò che non viene detto esplicitamente, parlando per sottintesi e pause, lasciando al lettore il compito di “unire i puntini” e, così facendo, coinvolgendolo nel processo creativo e amplificandone la risposta emotiva ben più di quanto possa fare una prosa elaboratamente sofisticata.
Ovviamente questo tipo di scrittura richiede una conoscenza dei propri limiti, che lo scrittore ha ampiamente sondato nel corso della sua carriera, oltrepassati i quali il testo diventerebbe un ostacolo alla fruizione della storia: non è questo il caso e Bendis riesce a darci un ritratto interessante di Jon Kent, convincente nella descrizione delle sue difficoltà tipicamente adolescenziali.

Al di là dell’ottimo lavoro sul giovane Superboy il team creativo si distingue per la resa efficiente di tutti gli altri personaggi, il Superman di Ivan Reis è una miscela di classico e moderno che reinterpreta in chiave contemporanea tutti gli stilemi del personaggio senza mai tradirli, una prestazione maiuscola del disegnatore che mette in ombra il lavoro meno convincente di Brandon Peterson, quest’ultimo segna un passo indietro rispetto alle sue recenti prove su Titans, soprattutto sul piano della riconoscibilità e coerenza dei personaggi, che riscatta parzialmente con una bella composizione.
Segnalazione doverosa per la sorpresa finale, un ritorno che solleva molte domande e promette parecchia azione.

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