La guerra di Catherine – Un libro essenziale per non dimenticare gli orrori della Shoah

La guerra di Catherine è una graphic novel scritta da Julia Billet e disegnata da Claire Fauvel, edita in Italia da Mondadori. Nel 2018 ha vinto il Premio Andersen come miglior libro a fumetti dell’anno. Il fumetto è l’adattamento dell’omonimo romanzo del 2012, scritto dalla stessa autrice, grande successo in Francia, il paese di origine della Billet.

La storia inizia nel 1941 durante il secondo conflitto mondiale. Rachel, una giovane studentessa ebrea, frequenta la Maison di Sèvres, una scuola speciale dove si adottano metodi di insegnamento avanguardistici e alternativi.

La Maison di Sèvres è un posto speciale. È una scuola, ma qui niente assomiglia a una scuola. Gli alunni scelgono come passare il tempo. Gli insegnanti ci incoraggiano a interpretare i libri e a imparare da soli.

Rachel sviluppa, grazie a uno dei suoi insegnanti, un’autentica passione per la fotografia e inizia a girare per la scuola con una Rolleiflex, una macchina fotografica con cui riprende i momenti di vita dello studentato. Presto però l’idillio della Maison di Sèvres si rompe, la Francia è costretta a subire le leggi naziste e con esse le dure restrizioni nei confronti dei cittadini ebrei. Per difendere i ragazzi ebrei della scuola gli insegnanti decidono di cambiare loro nome e di procurare ai piccoli nuovi documenti d’identità. Rachel diventerà da quel momento Catherine, e insieme al vecchio nome abbandonerà per sempre la vita come l’aveva conosciuta fino a quel momento.

I nostri genitori non potranno trovarci. Tutto crolla, non siamo più persone, da nessuna parte. Vorrei morire. Odio questa stupida guerra.

La situazione però precipita nuovamente e il solo cambio d’identità non è più sufficiente a tenere gli alunni al sicuro. Catherine e gli altri bambini ebrei saranno dunque divisi e mandati in luoghi più sicuri dispersi per la Francia. Cominciano per Catherine lunghi anni di spostamenti, su e giù per la nazione, in cerca di un posto che possa tenerla al riparo dalla follia nazista. Durante il cammino Catherine conoscerà molte persone che le daranno rifugio: dalle suore di un convento, a una famiglia di contadini, dai bambini di un orfanotrofio, fino ai partigiani che combattono per la liberazione della Francia. Con sé, Catherine avrà sempre l’amata Rolleiflex, con cui fotograferà persone e luoghi. Documentando sia l’orrore della guerra sia la generosità e l’umanità delle persone che la subiscono.

Quello di Billet è un romanzo esemplare per tanti motivi. Il tema trattato è di quelli importanti, da leggere e rileggere, spiegare la Shoah ai ragazzi è un’impresa ardua, soprattutto in un mondo che comincia a perdere i suoi testimoni diretti. Billet però ci riesce bene, racconta una storia dettagliata, ma non patetica, drammatica ma non pedante. Riesce a raccontare la guerra senza mostrarla, facendola però penetrare sotto pelle, come un morbo ineffabile ma in fin dei conti curabile.

Altro tema fondante di questo libro è il potere salvifico dell’arte. Grazie alla fotografia Catherine sopravvive. Grazie alla passione per la macchina fotografica, l’iconica Rolleiflex, Catherine riesce a superare i momenti difficili, a non abbattersi, a cercare nella forza delle immagini quella felicità di cui è stata privata. Catherine convoglia il dolore in un mezzo espressivo capace di esorcizzarlo e di distrarla dal buio pesto dei suoi pensieri e dalla vicenda storica di cui è suo malgrado protagonista.

In ultimo il tema del nome. Se si perde il proprio nome si diventa qualcun altro? Catherine ha il timore per tutto il libro di non riuscire più a ricordare chi sia stata, di dimenticare il suo vero nome: Rachel. Un nome nuovo, Catherine, che non solo la spersonifica concettualmente, ma che concretamente potrebbe impedirle di essere ritrovata dai suoi genitori, di cui non ha più notizia, quando la guerra sarà finita. Avere un nome significa dunque avere una famiglia, appartenere a qualcosa, essere qualcuno. L’essere privati del diritto di raccontarlo questo nome, di dirlo a voce alta è uno delle cose peggiori che possano capitare. Catherine lotterà fino a riconquistare il proprio nome, Rachel, custodito per anni come il più grande dei tesori.

La copertina del romanzo

Fauvel dipinge il mondo degli anni quaranta e dell’Europa bellica con una palette calda e nostalgica. Evitando di rappresentare scene cruente ci fa però percepire il clima di tensione e paura. Divide bene i momenti di sospensione della Maison di Sèvres, da quelli di viaggio in una Francia emarginata e scossa dal conflitto. I suoi personaggi sono tratteggiati con umanità, i primi piani scandagliano a fondo l’animo di Rachel/Catherine e degli altri protagonisti, i loro dubbi, i loro amori, i loro dolori. Regalandoci un punto di vista speciale di un evento che tanto ha segnato la nostra storia.

Un libro destinato ad un pubblico di giovani, sapientemente scritto e disegnato, che apre un’ulteriore finestra su un periodo sciagurato della nostra recente storia. Ancora più importante e fondamentale se letto in questo specifico periodo in cui l’Europa è di nuovo scossa da venti di guerra.

Da sapere: la Maison d’enfants de Sèvres è una scuola realmente esistita, fondata nel 1941 da Yvonne et Roger Hagnauer, impiegava metodi di insegnamento innovativi e all’avanguardia. Divenne negli anni della seconda guerra mondiale un rifugio per i bambini che rischiavano la deportazione. La stessa madre dell’autrice l’ha frequentata e dunque La guerra di Catherine, in parte, è anche una storia vera.


Julia Billet, Claire Fauvel
La guerra di Catherine
Mondadori, 2018
168 pagg., colori, cartonato, €18.00
ISBN: 978-88-04-6840-9

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