Wednesday Warriors #61 – Strange Adventures: tra Propaganda e Dittatura della Narrazione

Questa settimana su Wednesday Warriors:

STRANGE ADVENTURES #1 di Tom King, Mitch Gerads e Evan Shaner

Bam’s Version

Accettare la verità è sempre complicato: per quanto essa possa essere chiara e limpida, la nostra percezione della verità cambia e muta in base ai nostri pensieri, alla nostra percezione del mondo. Una persona ottimista potrebbe osservare i fatti in maniera diversa da un’altra più negativa e disfattista, così come un individuo legato a numeri e dati oggettivi avrà una visione diversa da chi magari è più legato a dietrologie, teorie del complotto. Per quanto ci si sforzi, “i fatti” non saranno mai assolutamente uguali per tutti – per questo motivo sono nati concetti astratti come pre e post-verità. Aspettative, speranze, ipotesi e osservazioni individuali si sovrappongono all’analisi della realtà.

In questo contesto e sull’esame e valore della verità nella nostra epoca si inserisce il nuovo percorso narrativo di Tom King in Strange Adventures, serie DC Comics sotto l’egida Black Label (“mature readers only”) che osserva la figura immutabile, stoica e profondamente “Silver Age” di Adam Strange, protagonista diviso tra la Terra e le stelle, avventuriero ed archeologo colpito dai Raggi Zeta nel 1958 diventato soldato spaziale e condottiero, conquistatore, marito e padre e allo stesso tempo nemico ed assassino.
L’impostazione della trama di Strange Adventures non dovrebbe sorprendere chi ha seguito la carriera dell’autore tra Marvel e DC: figura di spicco e, si può dire, primo tra gli scrittori del Nuovo Umanesimo Supereroico – quello che si può definire come un vero e proprio movimento interno al fumetto mainstream statunitense concentrato molto di più sulla figura dell’uomo dietro la maschera, dei suoi pensieri e delle sue contraddizioni, dubbi e paure. King ha dato prova di saper piegare e declinare le proprie idee a personaggi di ogni tipo, dal dramma robotico di The Vision al tormento di un aspirante suicida in Mister Miracle fino alla psicanalisi e distruzione dell’incrollabile Cavaliere Oscuro in Batman, riuscendo in ogni occasione a mantenere integro il proprio “credo” d’autore.

Il primo capitolo di Strange Adventures, dal titolo ispirato da una frase di Carmine Infantino, They Float Above The Ground, si apre facendo riferimento direttamente al lettore: la scena illustrata illustrata da Mitch Gerads ci pone in fila per incontrare “il nostro idolo”, Adam Strange, alla presentazione della sua autobiografia. Strange tende la mano al lettore, che non vede l’ora di leggere la storia di questo veterano di una guerra lontana anni luce, un eroe Americano che ha visto il mondo da lontano ed è tornato per raccontare le sue strane avventure. 

Gerads, partner storico di King su The Sheriff Of Babylon e Mister Miracle, ha ulteriormente sporcato il suo tratto, arricchendolo di punti e linee in eccesso che definiscono e delineano imperfezioni del volto, espressioni e movimenti del viso in ogni piccola increspatura. Sulla Terra, Strange e la moglie Alanna vivono perlopiù tra le mura delle librerie d’America visitate lungo il book tour e le stanze d’albergo, condividendo momenti intimi e pensieri lontano dai riflettori. Interessante notare come sia Adam che Alanna siano perlopiù occupati ad osservare i propri smartphone e la televisione, condividendo un unico momento di erotica intimità: la tenerezza è tenuta in disparte ed il dialogo che King riserva ai due è perlopiù incentrato su programmazioni e organizzazione di ospitate televisive.
A questa sezione di Strange Adventures risponde Evan ‘Doc’ Shaner, il secondo artista regolare della serie, scelto da Tom King per raccontare l’aspetto più tradizionale e puramente supereroico della storia. Le influenze di grandi cartoonist come Alex Toth, Mike Wieringo e Darwyn Cooke incontrano il senso, l’estetica della grande avventura fantasy e sci-fi di Al Williamson. Artista dal tratto preciso, limpido nell’esecuzione dell’azione e del movimento, dai colori brillanti, Shaner illustra il concitato racconto dell’ultimo anno su Rann di Adam Strange, della sua famiglia aliena e del conflitto contro i Pykkt, una non definita razza di invasori che richiama i Pitti storici e fittizi del mito di Conan Il Barbaro di Robert E. Howard – un nemico “mitico”, dunque, privato del suo peso e che, improvvisamente, acquista rilevanza solo nella seconda parte dell’albo. Su Rann, lo scrittore cambia registro stilistico e si adatta alla fumettosità di Shaner: le parole di Adam Strange, blaster alla mano e jetpack in spalla, si fanno tradizionali e clichè, pompose. Un chiaro richiamo dunque alle origini del personaggio sulle pagine di Showcase e successivamente alla sua maturazione, proprio nel segno del genio di Carmine Infantino, nell’originale serie Strange Adventures. Il dialogo grafico tra Gerads e Shaner e la narrazione divisa, concorrente di King illustra pienamente la dualità al cuore di Strange Adventures – una storia dai due volti, già da alla tagline pubblicitaria in copertina. Realtà e racconto, fumetto e prosa, verità e menzogna; colorita, avventurosa, pulp e volutamente retrò una, graffiante, d’impatto e ricca di sfumature e segreti l’altra.

Tom King non ha mai raccontato ciò che non avesse toccato con mano e Strange Adventures non presenta eccezioni. Con il proseguire dell’albo e la trama che assume sempre più inquietanti e misteriosi dettagli, King pone la sua attenzione sul dramma dei veterani di guerra, di chi torna, sconfitto o vittorioso, e si espone all’occhio di chi non ha vissuto il conflitto, la disperazione. Adam Strange ricalca in questo senso la storia di tanti soldati tornati dai conflitti in Iraq, Afghanistan, Vietnam: è al tempo stesso glorificato come un eroe Americano, portatore dei sani valori a stelle e strisce e tuttavia messo in disparte, ignorato, messo in discussione. L’uomo e il soldato sono stati fusi in un ibrido ricco di controversie e opinioni divergenti, custodi di una verità che nessuno, se non chi l’ha vissuta, potrà mai conoscere a pieno. Un conflitto che spezza Strange e chi ama e che, senz’altro, l’autore potrà esplorare lungo tutto il corso dei dodici numeri previsti per la serie.

Mister Miracle nasce, vive e trionfa nella celebrazione del Quarto Mondo e del suo creatore, Jack Kirby; similmente, Strange Adventures rinasce nelle parole e nel ricordo di un mai troppo celebrato gigante del fumetto come Infantino, l’ispirazione che vive anche nella pagina di chiusura dell’albo – che saluta il lettore con una stretta di mano lasciata in sospeso dalla pagina d’apertura. All’interno di questo solidissimo #1, che racconta tanto senza parlare troppo, King, Gerads e Shaner nascondono un mistero e l’ipotesi di un complotto che creano un cliffhanger interessantissimo ed una domanda bruciante nella mente del lettore: qual è la verità? Quale il limite, il confine tra realtà e finzione?

Gufu’s Version

Sulla Realtà e la Narrazione

Una delle caratteristiche principali della scrittura di Tom King è quella di essere sempre saldamente ancorata alla realtà, alla contemporaneità, senza però esserne una rappresentazione diretta alla maniera di autori come Nick Spencer o Mark Russell: spesso nascoste nelle maglie di una struttura ricercata, di un’esposizione che si muove per omissioni, le tematiche care allo scrittore superano l’autoreferenzialità in cui spesso si impelagano gli autori di fumetti di supereroi per indagare e affrontare le complessità del mondo che ci circonda.
In Strange Adventures King riprende i temi già collaudati della normalizzazione dello straordinario – come già in Mister Miracle e Visione – e del Disturbo da Stress Post Traumatico – esplorato con Heroes in Crisis – inserendoli all’interno di un discorso più ampio che sembra focalizzato maggiormente sul tema della dittatura della narrazione nella società contemporanea che parte dalla propaganda fino ad arrivare all’attuale fenomeno della Call-out Culture (la cosiddetta gogna pubblica o mediatica) che trova poi la propria “soluzione finale” nella Cancel Culture (la rimozione virtuale di personaggi pubblici colpevoli di qualsivoglia misfatto).
Questa distorsione della percezione della realtà viene presa in esame dal trio di autori tramite una forma che opera più a un livello di struttura che non di esposizione.

Sulla Struttura e la Closure

Come già visto in Mister Miracle e in Batman, Tom King ricorre a una narrazione che procede per sottrazione: una narrazione asincrona, con parecchi cambi di scena nel giro di poche pagine o vignette, che non descrive compiutamente gli avvenimenti ma ne mostra solamente alcuni momenti, lasciando così al lettore il compito di riempire gli spazi. Una sorta di Closure narrativa che affida gran parte della storia alla principale stessa “vittima” della dittatura della narrazione.
C’è quindi una distanza tra la storia che noi lettori creiamo indipendentemente nella nostra immaginazione e quanto realmente succede ad Adam Strange, così come – apparentemente – c’è una distanza tra quello che davvero è successo nella realtà fittizia di Strange Adventures e quanto raccontato nell’autobiografia del protagonista. L’albo ci lascia poi intendere che c’è un’ulteriore distanza anche tra quello che Strange ritiene essere vero e la realtà dei fatti.
Questo clima di incertezza costante, questo “disturbo nella Forza” viene suggerito dagli autori con un sottilissimo stratagemma: lo Stile.

Sullo Stile

Se la struttura di Mister Miracle era dominata dall’inderogabile uso della griglia a nove vignette, una gabbia fatta di spazi bianchi invalicabili, qui i tre autori riprendono l’impostazione a tre vignette orizzontali resa celebre da Darwyn Cooke su New Frontier per alternarsi in un contrappunto che gioca sulla giustapposizione dei due stili molto differenti di Mitch Gerads ed Evan “Doc” Shaner.
È quindi interessante notare come lo stile più pulito e retrò di Shaner è incaricato di raccontare le crudeltà della guerra su Rann mentre al segno più oscuro e drammatico di Gerads viene demandata la responsabilità di illustrare la vita decisamente più pacifica di Adam e Alanna sulla Terra. Da una parte abbiamo una guerra descritta con i toni tipici del fumetto Silver Age, irrealistici, teatrali e retorici, e dall’altra abbiamo una situazione che dovrebbe essere idilliaca a cui però Gerads conferisce un sottotesto ansiogeno e inquietante.
In questo primo episodio King evita il colpo di scena urlato – come il tentato suicidio del protagonista all’inizio di Mister Miracle – ma decide di gestire la propria storia come un corpo unico, che non necessita degli espedienti tipici del fumetto seriale, e trova il suo collante nella gestione del ritmo. Un passo che procede in maniera subdolamente incalzante in cui la distanza temporale tra le singole vignette, dapprima molto ampia, si fa progressivamente più stretta fino ad arrivare a sovrapporre le due differenti linee temporali in due vignette apparentemente diversissime.

L’uso di un elemento condiviso, il “pew pew” che nella prima vignetta ha tutti i connotati del gioco di un bambino e che si trasforma in un serissimo raggio laser nella seconda, in due contesti totalmente differenti cambia prepotentemente la percezione del significato dello stesso aprendo una serie di interrogativi sulla veridicità della narrazione degli eventi su Rann.
Il tutto viene ossessivamente punteggiato da un elemento costante e ripetitivo, come una rima o un ritornello, che apre e chiude la storia: Adam Strange che porge la mano verso la quarta parete presentandosi “Hi, I’m Adam”

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