Wednesday Warriors #37 – da The Wild Storm a Doom Patrol

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THE WILD STORM #24 di Warren Ellis e Jon Davis-Hunt.

Ci sono voluti ventiquattro numeri per mandare il mondo in fiamme.

La guerra invisibile che ha separato il cielo e la Terra si rivela al mondo: da un lato Henry Bendix, direttore delle operazioni e capo del programma spaziale occulto Skywatch; dall’altro Miles Craven, leader delle Operazioni Internazionali e custode dei più grandi segreti del pianeta. E’ iniziato tutto da un uomo in caduta verso l’asfalto – immagine che, col passare del tempo, è diventata sempre più simbolica, metafora del conflitto tra le due agenzie. Il sottile equilibrio tra superpotenze Terrestri e extraterrestri venne rotto nel #1, quando Angela Spica sfruttò la tecnologia segreta della O.I. per salvare Jacob Marlowe, boss della HALO Corporation, vittima di un complotto. Gli ultimi numeri della serie hanno spalancato le porte della familiarità: l’enorme cast si è riunito, diviso e scelto da che parte stare. Lungo il percorso, Angie Spica ha incontrato volti familiari ai lettori del vecchio Universo Wildstorm – da Michael Cray ad Apollo e Midnighter, da Jenny Sparks a Jack Hawksmoor. La Tempesta Perfetta del titolo ha riformato l’Authority in maniera organica e follemente efficace, sparando un gruppo di soldati, metaumani e reietti come un proiettile al centro di un tornado. 

Il #24, finale della serie, si apre con una città in fiamme e uomini e donne, legati in maniera malsana a codici genetici alieni scatenare il caos per le strade. Bendix e Craven, dalle loro torri d’avorio, osservano i monitor riportare scenari catastrofici, mentre entrambi cedono alla disperata paranoia tipica degli uomini sull’orlo di perdere tutto. La collera, l’invidia e la voglia di supremazia spingono entrambi a gesti estremi, ottusi dalla loro sfida personale, coscienti di ciò che la loro guerra stia per scatenare – la fine del mondo.  La frenesia dell’azione coinvolge tutte le parti in causa. La risoluzione finale di The Wild Storm è il risultato di una lenta ma avvincente partita a scacchi – ma purtroppo per l’umanità, tra Skywatch e O.I. non si gioca per l’onore.
I protagonisti di Warren Ellis si confrontano in maniera schietta, seguono piani d’attacco e si lasciano sopraffare dall’emozione. Non ci troviamo di fronte allo squadrone ultra-militarizzato di The Authority. Qui Ellis si libera della veste politica, dissacrante e incattivita indossata dalla squadra originale. C’è spazio per dello humor, piuttosto paradossale e con uno spiccato gusto per l’assurdo. I nomi sono gli stessi, eppure i protagonisti di questa storia non hanno nulla in comune con chi li ha preceduti. Nei dialoghi e nelle caratterizzazioni di Ellis si nota un meraviglioso senso di disfunzionalità e nevrosi da nuovo millennio, che in egual misura permea la trama di tutto The Wild Storm – ed è incredibile quanto sia cambiata la visione distopica della società Ellisiana nel giro di un ventennio.

Jon Davis-Hunt e Steve Buccellato al tavolo da disegno sono liberi di seguire il proprio istinto: in un fumetto che storicamente ha fatto dell’azione à la John Woo e Michael Bay i propri punti di riferimento, Davis-Hunt ha saputo distinguersi, presentando uno stile più vicino ai Wachowski nella trilogia di Matrix – ipertecnologia, impianti cibernetici, poteri alieni, esplosioni, missili e proiettili hanno riempito le pagine in maniera aggraziata, saggiamente ritmata grazie ad una metodica gestione della griglia. Le pagine di The Wild Storm sono scandite dal movimento e sebbene tecnicamente ancora impreciso, Davis-Hunt colma le proprie lacune con uno sguardo registico invidiabile e fuori luogo, attentissimo nel massimizzare l’impatto dell’azione e il peso della recitazione dei propri personaggi.

Il climax del numero riesce ad essere perfettamente in linea con l’intero rilancio WildStorm – autocontenuto, soddisfacente, preciso nell’esecuzione: ventiquattro numeri di costruzione risolvono le varie linee narrative in maniera soddisfacente, aprendo le porte al lancio di WildCATS questo Agosto in DC Comics e lasciando volontariamente irrisolto un solo “mistero” legato ad alcuni, particolari bambini prodigio (chi ha orecchie per intendere…). Tuttavia, The Wild Storm è difficilmente considerabile un “perfetto entry point” per tutti i lettori. Approcciarsi ad una lettura così complicata e stratificata risulterebbe particolarmente arduo per chi non ha mai letto niente dell’originale universo WildStorm. Sebbene Ellis provi e riesca a creare un ground zero comune per il nuovo lettore, l’autore si affida ad alcune strutture narrative e dinamiche di continuity già affrontate in passato. La rielaborazione permette un processo di ringiovanimento ma, al tempo stesso, più volte sembra dare per assunte certe nozioni. Un difetto marginale per qualcuno, ma piuttosto indigesto per altri, al quale si sarebbe potuto rimediare con un più cospicuo supporto editoriale – anche una semplice pagina di riassunto avrebbe chiarito alcuni passaggi oscuri della trama.

Grazie ad una disastrosa serie di reazioni a catena e alla fobia collettiva per l’imminente collasso della società Occidentale, Warren Ellis e Jon Davis-Hunt hanno reinventato un complesso universo troppo spesso caduto vittima della propria natura anni ‘90. Costruendo una intrigante struttura action/thriller, gli autori hanno saputo modellare un reboot moderno partendo da un concept semplice e mai come oggi attuale: la pericolosità della tecnologia, dell’informazione e la loro militarizzazione. The Wild Storm è una tempesta perfetta di paranoia estremizzata, cospirazioni segrete, rivoluzioni necessarie e imperfezioni umane. Eppure non ci sono derive autoritarie, il cinismo si è trasformato in sarcasmo e la visione dei propri protagonisti è certamente più positiva, aperta e umana. Nel riaffrontare gli anni bastardi del suo periodo d’oro, Warren Ellis si riscopre e si trasforma in ottimista, celebrando l’ascesa della sua personalissima visione del futuro, trasformando in eroi un gruppo di “gatti randagi”.

DOOM PATROL: THE WEIGHT OF THE WORLDS #1 di Gerard Way, Jeremy Lambert e James Harvey.

Ci eravamo dati l’ultimo saluto con la Pattuglia del Destino in conclusione della Guerra del Latte, l’evento crossover con l’Universo DC che ha rimodellato la realtà e confermato come i piani multidimensionali non siano altro che una grande fiction che qualcuno si diverte ad osservare prender forma – sia questo “qualcuno” il lettore o una razza di alieni inebetiti di fronte alla TV. Quello di Gerard Way e la sua Doom Patrol era un arrivederci, più di un addio ed infatti, ad un anno di distanza, Doom Patrol torna con la nuova serie Weight Of The Worlds.

Il #1 della nuova miniserie si apre con una scena a dir poco squallida eppure geniale: Robotman, tornato alla sua forma umana di “Cliff”, è intento ad espletare le sue funzioni corporali più disgustose in uno sporco w.c. di un fast-food mexamericano, Taco Hell. Non c’è modo migliore, per Way e il suo co-scrittore Jeremy Lambert, di introdurre il visionario artista pop James Harvey al pubblico. Harvey, già noto per aver collaborato con l’editor Mark Doyle su “Batgirl” e alcune copertine di “We Are Robin”, è il primo segnale di una nuova aria in seno alla linea editoriale Young Animal. Aria decisamente più libera – si direbbe puzzolente, visto il contesto, ma sicuramente audace.

La prima pagina di Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 è un manifesto programmatico: è una piena decostruzione della pagina a fumetti tradizionale ed Harvey, da artista a 360° quale è, valuta l’impatto visivo e la composizione dell’immagine quanto la melodia del suono, l’armoniosità della melodia, calibrando ogni aspetto, anche il più bizzarro, in maniera dettagliata, quasi scientifica. Dall’alto della pagina, la parola “LIFE” viene ripetuta più volte, l’atto della defecazione è evidenziato da una sezione a parte, descritto come “a gentle violence”, una violenza gentile camuffata da tubi di scarico in alto a sinistra; i colori sono accesi, ma le tonalità pastello favoriscono l’atmosfera psichedelica di questa bizzarra scena d’apertura. Il lettore è portato a voltare pagina, accompagnato da una planimetria tridimensionale del fast-food, relegato all’angolo basso a destra, dove le dita coincidono col margine del foglio. Weight Of The Worlds si dimostra irriverente, senza ricercare alcuna volgarità: la peculiare scelta di James Harvey permette a Way e Lambert di staccarsi, immediatamente, dalla serie precedente, come nel reparto artistico così nello “spirito” di questa ritrovata Doom Patrol.

Giunti alla conclusione di essere “fan-fiction per qualche ciccione di fronte ad una tastiera”, i membri di Doom Patrol sono in piena crisi spirituale. Gerard Way e Jeremy Lambert ricuciono lo strappo che separa Weight Of The Worlds dal finale di Milk Wars con il giusto ritmo. Il necessario ritmo rilassato e la narrazione didascalica permettono un piacevole gioco di catch-up con i protagonisti della serie. Superato il cambiamento fisico e la trasformazione da robot ad umano di Cliff/Robotman, Way e Lambert si addentrano nella frammentata e turbolenta psiche degli altri personaggi. Crazy Jane cerca di mantenere salda la leadership del gruppo, tenendo d’occhio la sua stabilità mentale nel frattempo; Flex Mentallo aiuta Rita Farr, la Donna Elastica, a riprendersi dall’iperespansione del suo Io, evento che ha portato la donna a valicare le dimensioni; l’Uomo Negativo si affida alla pet therapy per combattere la sua depressione. Il teatrino patetico e strepitosamente umano di questa bizzarra famiglia tiene unito un #1 semplice, quasi scolastico, con l’inizio di un viaggio multiversale che possa “dare una ragione d’essere” alla Doom Patrol.

Ogni apparenza di scolasticità così come l’imboccamento del lettore vengono però spazzate via una volta concluso l’antefatto. Danny l’Ambulanza trascina la Pattuglia su un pianeta lontano, Orbius, dove strane creature globulari cercano di ottenere il massimo della forma fisica, allontanandosi dalla vergognosa forma sferica naturale correndo la Maratona Eterna sul Tapis-Roulant Infinito. Way e Lambert affrontano la questione da un punto di vista tutto particolare, lasciando che il fitness sfoci nel fanatismo e integralismo religioso. Non è certo casuale che la prima missione della Doom Patrol consista nello smantellare un sistema malsano che predica l’uniformità assoluta a scapito dell’espressione personale. Mentre l’epopea multiversale è solo all’inizio e Harvey, dal canto suo, riesce a rendersi unico nel suo genere, portando sugli scaffali un fumetto meravigliosamente pop, le atmosfere si fanno cupe e drammatiche sulla Terra, con Cliff costretto ad una dura presa di coscienza dopo una brutale conversazione con la madre.

Il tempo non è stato sicuramente signore con Doom Patrol: Weight Of The Worlds, che soffre la distanza con la serie precedente. Alcune dinamiche sono un po’ arrugginite ed aver cominciato con un #1 di “riassunto” non fa certo male alla digeribilità dell’opera per i nuovi lettori. Recuperare l’originale Doom Patrol (Milk Wars compresa!) di Gerard Way è un passaggio obbligatorio per ogni novizio alla Pattuglia del Destino, specialmente in questa moderna incarnazione. Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 fa quello che ogni buon fumetto dedicato al gruppo dovrebbe fare – ne sottolinea l’estrema umanità puntualizzandone le più insolite stranezze, giocando con il metatesto e divertendo il lettore, viaggiando verso confini inimmaginabili dell’Universo DC.

First Issue!

Lois Lane #1 di Greg Rucka e Mike Perkins

Giornalista senza remore in cerca della verità, donna decisa, moglie di un supereroe, consapevole di vivere un rapporto matrimoniale che non può essere definito normale per forza di cose, la Lois descritta da Rucka attraverso dialoghi e azioni è un personaggio a tutto tondo, di un realismo talmente vivo da rendere realistico, per vicinanza, anche il personaggio di Superman.

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Fabrizio Nocerino

Fabrizio Nocerino

Creatore di Uncanny Comics., amante del buon fumetto, da anni prova ad essere meno geek, con scarsi risultati.

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