Wednesday Warriors #33 – da DCeased a Meet the Skrulls

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

MEET THE SKRULLS #5 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

La vita tra gli uffici di una grande casa editrice non dev’essere tutta rosa e fiori – artisti, scrittori, coloristi e letteristi sono legati virtualmente dall’editor, che deve rispondere poi all’editor-in-chief, che deve parlare poi con il marketing, ecc.ecc. Un’abbondante dose di responsabilità passa dalle mani alla mente di diversi elementi, con ogni componente pronto a dover dar battaglia per valorizzare il proprio ruolo e le proprie idee. In una industria a fumetti sempre più spinta verso i Grandi Nomi e con meno attenzione rivolta alle “seconde linee”, certe volte ogni piccola storia, ogni vignetta, ogni singolo balloon può fare la differenza.
Meet The Skrulls nacque sotto questi tormentati auspici, ideata dello scrittore Robbie Thompson, supportata dall’editor Nick Lowe: una famiglia di Skrull infiltrata sulla Terra, un nucleo di personaggi costretto a restare nell’ombra e ad integrarsi, sulla falsariga di serie di successo come The Americans. Un concept difficile da vendere, ma che ha trovato lo spiraglio giusto per essere pubblicato dopo il successo della pellicola Captain Marvel – ma, fortunatamente, gli Skrull cartacei risultano ben più interessanti delle loro controparti filmiche. Tuttavia, Meet The Skrulls non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta da serie di seconda o terza fascia, pur riuscendo a chiudere, in soli cinque numeri, una storia intrigante con personaggi piuttosto complessi.
Thompson ha costruito una interessante serie di eventi che, tra passato e presente, ha ingarbugliato i rapporti della famiglia Warner: dietro la famiglia di Stamford, Connecticut, composta da Carl, Gloria e le figlie Madison e Alice, si nascondono infidi alieni mutaforma, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione e sventare il Progetto Blossom.
Ma sotto la trama principale dalle tinte spy, costruita in periferia del Marvel Universe, staccandosi dal palcoscenico principale, Robbie Thompson ha saputo nascondere un’intrigante riflessione sulla effimera natura dei rapporti famigliari – e cosa vuol dire fingere, mentire e non essere sinceri all’interno di una famiglia.
La natura effimera della persona Skrull, dove il volto, la voce e l’aspetto cambiano forma a seconda dell’occasione e della convenienza, diventa un punto focale, lente d’ingrandimento per analizzare al meglio la natura di una famiglia spezzata, sacrificata in nome dell’Impero della missione. Se per Carl e Gloria la transizione tra il loro pianeta natale e la loro permanenza sulla Terra è stata faticosa, per le figlie Madison e Alice il completo assorbimento nella cultura Terrestre spinge ad interrogarsi sulla natura della missione stessa, sull’individualità al di fuori della famiglia e su cosa vuol dire rapportarsi alle uniche persone che sembrano comprenderci.
In una serie che dosa con il contagocce le proprie scene d’azione e si affida principalmente al dialogo come mezzo di spostamento lungo la trama, l’importanza di un’artista come Niko “Pride Of Baghdad” Henrichon sta tutta nei momenti di quiete, nel gusto europeo, delicato, morbidissimo della costruzione delle figure e dei design e nella capacitá di distorcere, camuffare e smascherare gli inganni Skrull al momento decisivo. Robbie Thompson ha tenuto un ritmo lento per gran parte della miniserie, gestendo al meglio i colpi di scena e le rivelazioni: ne deriva una sottile tensione che sembra pervadere lo spazio bianco tra le vignette, che lega ogni piccolo mutamento del viso dipinto da Henrichon.
La conclusione della serie e la lettera dell’editor Nick Lowe in chiusura del numero segnano la fine delle avventure della famiglia Warner, protagonista di Meet The Skrulls, serie audace ma fortemente penalizzata dalla sua natura “di nicchia”. Intrigante se si ama un certo tipo di thriller psicologico, qui diluito con spruzzi di Universo Marvel, la miniserie di Robbie Thompson pecca nel ritmo lento, sostanzioso ma troppo poco esplosivo per lasciare un vivido impatto nel lettore casual. Gli splendidi disegni di Niko Henrichon accompagnano una trama comunque solida e ricca di spunti di riflessione sul sempre interessante confronto nature vs. nurture.

DEATHSTROKE #44 di Christopher Priest e Fernando Pasarin.

Attenzione: dato il contenuto dell’albo, la recensione contiene spoiler.

È possibile dare ancora risalto alla morte nel mondo del fumetto nel 2019? La fine della vita terrena, come un divorzio sancito dal Demonio o la nascita di una nuova nemesi dal passato oscuro di un eroe, diventa un cliché, un plot point da sfruttare a proprio piacimento per ringalluzzire le vendite, disturbare i lettori, scuotere le fondamenta della propria storia. Per Christopher Priest, la morte di Slade Wilson diventa il modo perfetto per tornare ai vecchi fasti – e rimettere Deathstroke in carreggiata.
Il terzo anno editoriale della serie dedicata all’Assassino Più Letale del DC Universe ha visto ogni sorta di sconvolgimento: lo scontro con il Cavaliere Oscuro ha messo in dubbio l’identità del padre di Damian Wayne, l’incarcerazione ad Arkham ha minato la sanità mentale del lettore come quella di Deathstroke e gli effetti del Contratto Terminus e del cross-over con i Teen Titans di Adam Glass hanno distrutto la fiducia del gruppetto adolescente – e lasciato Slade orizzontale, steso in una bara di mogano.
Elegy, primo capitolo di Deathstroke R.I.P., inizia con il confronto tra Deathstroke e Superman, avvenuto nel primo arco narrativo della serie. Un necessario reminder che Priest lascia al lettore, un modo per ricordare quanto lontano sia arrivata questa storia, tenuta insieme dalla sempreverde discussione sulla “vera natura” di Slade Wilson, un uomo costantemente frenato dalla sua morale deviata e dal suo atteggiamento nichilista, due elementi che impediscono a Deathstroke qualsivoglia forma di eroismo.
Entra in gioco Fernando Pasarin, artista che riempie il vuoto lasciato da Carlo Pagulayan con una sequenza iniziale che, da sola, vale il prezzo dell’albo. Una gigantesca splash page riprende, dall’alto, la pira funeraria allestita per salutare per l’ultima volta Slade Wilson: i volti peggiori dell’Universo DC si alternano in elogi funebri e ultimi insulti volti ad accompagnare Deathstroke nell’oltretomba, un momento che mette in risalto la potenza narrativa del team creativo: i testi graffianti e sarcastici di Priest che riempiono la griglia rigida, cinematografica di Pasar in, mentre figure come Talia Al-Ghul, Raptor, Terra e tanti altri lasciano la loro impressione del tristemente defunto. L’atmosfera lugubre per quei pochi che davvero amavano Deathstroke stona e stride con il sadico senso dello humor Priestiano, un contrasto efficace per un albo che analizza il mondo costruito intorno al personaggio principale e le ripercussioni che la morte di quest’ultimo hanno su tutti i personaggi incontrati finora. Damian Wayne affronta il peso della responsabilità, così come Jericho, il figlio incompreso di Deathstroke, rifiuta la morte del padre, al punto tale da lanciarsi in uno sprazzo di collera contro gli attendenti al funerale.
Priest non abbozza, non si perde in retorica. Non lo ha mai fatto, del resto. Con i personaggi che ha sapientemente gestito in ben quarantaquattro numeri di storia, Priest analizza la situazione, osservando pro e contro, tracciando insieme a Pasarin il futuro della testata – e chi erediterà l’identità di Deathstroke. Con il finale della serie che si avvicina all’orizzonte, lo scrittore riunisce tutto il cast in una situazione paradossale, un circo cinico e macabro venuto a rendere omaggio al direttore venuto a mancare. Deathstroke resta la sleeper hit della linea editoriale DC, una storia però troppo complessa e complicata da poter essere facilmente digerita tramite Wiki e riassunti. Il gioco di Slade sembra essere giunto al termine e Priest vuole mostrare al lettore cosa succede quando la morte – a fumetti – torna ad essere rilevante.

Gufu’s Version

DCEASED #2 di Tom Taylor, Trevor Hairsine, Stefano Gaudiano

DCeased è un fumetto supereroistico che vuole sembrare un fumetto di zombie ma che non vuole essere (solo?) un fumetto di zombie.
È il paradosso generato da certe regole commerciali che sovrastano le esigenze narrative: da qui la scelta di utilizzare cover di chiaro taglio horror a tema zombie, come quella inquietantissima di Lenil Francis Yu per questo numero, che aiutano il prodotto a posizionarsi in un mercato affollato di proposte omogenee e spesso difficilmente distinguibili tra loro.
Questo desiderio di sembrare qualcosa ma di provare ad essere qualcos’altro, o quantomeno metafora di altro, è particolarmente evidente osservando il taglio realistico che Trevor Hairsine utilizzato nelle sue tavole: non si eccede in una narrazione grottesca che indugi sull’effetto horror/splatter prediligendo invece un’impostazione più vicina al supereroistico classico alla Neal Adams. Solo il lavoro di inchiostrazione più carico di neri, ad opera di Stefano Gaudiano, tradisce un sottotesto più inquietante che, accompagnato alla palette di colori crepuscolari di Rain Beredo, conferisce all’albo il giusto tono orrorifico senza però ricorrere a una narrazione più sguaiatamente sottolineata.
In un albo più imperniato sui personaggi che sull’intreccio, il trio di artisti riesce a descrivere il mondo post-apocalittico tramite la narrazione in background e l’espressività dei volti dei personaggi non coinvolti direttamente nella narrazione.
In DCeased infatti Tom Taylor assimila la lezione di The Walking Dead e concentra il suo racconto sui personaggi, sulle loro reazioni agli eventi cataclismatici in atto, facendo in modo che l’orrore insorga dal rapporto empatico e dal lavoro di immedesimazione del lettore con i personaggi. Qui lo scrittore dimostra di possedere una notevole padronanza dei personaggi utilizzati – Superman e famiglia, Batman e famiglia, Freccia Verde, Lenterna Verde, Black Canary e altri – riuscendo a delinearli efficacemente nel giro di poche battute e dialoghi per poi proiettarli verso svolte inedite, più difficili da realizzare nella continuity classica: forte dell’esperienza maturata su Injustice, Taylor esplora le potenzialità di personaggi come Black Canary sottoponendoli a quello che potremmo definire come uno “stress test” collocandoli al di fuori dei loro ambiti abituali restituendo così ai lettori delle figure più tridimensionali.
Questo secondo numero di DCeased è quindi un incredibile lavoro di esposizione e world building (o forse world destroying?) che però mette in secondo piano una trama che, al momento, sembra più in pretesto per giocare liberamente con i personaggi che il fulcro del racconto stesso.
Un secondo albo carico di emozioni intense con un vero colpo al cuore sul finale.

JUSTICE LEAGUE #25 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Speranza.
È questo il filo conduttore che lega le ventidue tavole di Jorge Jimenez in un’alternanza continua tra scene puramente “action” e altre più riflessive: il disegnatore spagnolo si conferma come uno degli interpreti più efficaci del linguaggio supereroistico, capace di stupire il lettore con una narrazione “sopra le righe” – caratterizzata da profondità di campo infinite, layout destrutturati ma mai scomposti e scelte indovinate dei momenti da rappresentare – ma sempre consapevole di sé. Impressionante anche la sua capacità di declinare questa esplosività stilistica in contesti più intimisti, come appunto la tavola di apertura e tutto il conseguente viaggio introspettivo di Superman.
Un viaggio, in cui Jimenez gioca con i contrasti luce/ombra sottolineati dalle scelte cromatiche di Alejandro Sanchez, che porta Superman – il perno attorno a cui gira tutto l’albo – dall’ombra alla luce per giungere ad un finale esplosivo sia in termini emotivi che in prospettiva puramente narrativa.
Tutto l’albo è una continua costruzione di momenti tensivi che portano il lettore alla risoluzione finale in uno stato di apnea: liberatorio.
Dopo un approccio un po’ goffo e sostanzialmente dimenticabile sulla testata Superman Unchained, Scott Snyder dimostra di aver colto l’essenza del Primo Supereroe delineando una figura supereroica ma pienamente umana, ancorata ai suoi legami passati e presenti, che riesce ad essere risolutore, Deus Ex Machina, e portatore di speranza.
Non è un caso che tutto il “piano” di Batman sia imperniato saldamente nella Fede [il maiuscolo non è un refuso] che l’Uomo Pipistrello ripone nell’Uomo D’Acciaio.
Conclude l’albo una storia di James Tynion IV e Javier Fernandez che rinarra quanto già letto su DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

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