Wednesday Warriors #3 – Da The Wild Storm al Ritorno di Wolverine

 

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

JUSTICE LEAGUE #8 di James Tynion IV e Mikél Janin.

Ritorna al centro del palcoscenico la Legione del Destino, protagonista di questo ottavo numero di Justice League. Dopo il gran finale di arco narrativo nello scorso numero, James Tynion IV sposta nuovamente l’attenzione del lettore: Luthor resta il nemico pubblico #1 per la Justice League e le sue azioni stanno togliendo equilibrio alla bilancia di forze in gioco. Il ritorno di uno storico personaggio della continuity DC viene ben integrato con la trama principale della serie, l’esplorazione della Totalità e il suo significato in ottica multiversale, mentre il diavolo custodito nel cuore della Hall Of Doom sembra pronto a contrattare la sua vasta conoscenza con una terrificante promessa.
Tynion IV sa perfettamente gestire egocentriche e lugubri personalità come Luthor, Joker, Sinestro e Grodd allo stesso momento, dando voce ai personaggi senza far pestare i piedi; Mikél Janin si conferma artista notevole, sempre pulito e con una maestrale gestione della tavola.
Anche se protagonista di poche pagine, i due numeri pubblicati finora hanno messo in luce la Legione del Destino quanto la sua controparte eroica, rimarcando sempre di più il concetto principale di questa run firmata Scott Snyder, il flusso e lo scontro di forze equivalenti insito nell’Universo DC.

 

VENOM #6 di Donny Cates e Ryan Stegman.

Si ami o si odi il personaggio, c’è da ammetterlo: il lavoro di Cates & Stegman è stato enorme, audace e per certi versi rivoluzionario. L’autore ha scavato per tirare fuori una ret-con figlia di Jason Aaron e del suo primo Thor, coraggiosa ma vera boccata d’aria fresca per Eddie Brock & simbionte, finalmente usciti da un tunnel di mediocrità chiamato Mike Costa.
Il sesto numero della serie spinge sull’accelleratore prima dello stop: Venom e “Rex” si trovano a dover affrontare il terrificante Knull, Primo Dio dell’Abisso, unendo le proprie capacità in un mix di violenza aliena e armi da fuoco terrestri. Stegman, anche in questo numero in stato di grazia, ci tiene a rimarcare al lettore quanto sia in debito con gli anni ‘90, esplodendo in un tripudio di spade, bombe a mano, fucili e simbiotico liquido nero. Il risultato dello scontro, orchestrato e coreografato senza pecche, diventa importantissimo e cambia nuovamente le logiche del rapporto ospite / simbionte: Eddie sembra davvero non avere pace, ma data la sua natura “eroica” di questa serie, riuscire a creare empatia verso questo bastardo sembra essere perfettamente nelle corde di Cates.

THE WILD STORM #17 di Warren Ellis e Jon-Davis Hunt.

Il viaggio attraverso l’America di John Lynch non é ancora concluso: il progetto Thunderbook, ormai sotto copertura e fuori dai suoi radar da tempo, è nel mirino delle Operazioni Internazionali e, nella guerra contro Skywatch, potrebbero rivelarsi l’arma vincente. È una corsa contro il tempo e Warren Ellis lo sa benissimo.
Accompagnato da un Jon-Davis Hunt in splendida forma e sempre più padrone della pagina e delle sue vignette con il proseguire della storia, l’autore divide questo diciassettesimo numero di The Wild Storm in due parti; come accennato, alle prime dieci pagine il compito di introdurre un nuovo membro dell’ex Thunderbook, Stephen Rainmaker. Anche in questa occasione, i dialoghi e le parole usate mescolano familiarità tra i personaggi ma anche distacco emotivo, paura, dissenso, giocando sempre con la tensione tra Lynch e i suoi “figli”.
Quasi a sorpresa, la seconda parte dell’albo si prende la libertà di mostrarci il secondo, inquietante confronto vis-a-vis con i terrificanti Daemon, la razza di alieni ancestrali che ha deciso di riportare l’equilibrio in un mondo ormai fuori scala, incapace di ritrovare un bilanciamento. In una storia che non sembra avere una netta divisione tra eroi e villain, i Daemon sono certamente alcune delle figure più maligne introdotte da Ellis finora.
The Wild Storm continua a essere una delle letture migliori del mese in DC, un thriller fanta-politico che non sembra avere nulla a che fare con le figure ipertrofiche dalle quali prende ispirazione.

Gufu’s Version

RETURN OF WOLVERINE #1 di Charles Soule e Steve McNiven

A quattro anni dalla sua morte torna Wolverine, quello vero, non un clone, non una sua versione futuristica, non un figlio ecc… ma proprio il Logan morto in Death of Wolverine, e a farlo tornare sono proprio gli artefici della sua morte: Charles Soule e Steve McNiven.
Sebbene in questo primo albo venga detto relativamente poco, la storia risulta di facile approccio anche a chi è a digiuno della recente cronologia di Wolverine, segno che si tratta di un progetto determinato a richiamare all’ovile i fan storici del mutante canadese.
Cosciente dei punti di forza storici del personaggio Soule reintroduce il mistero nella vita di Logan: troviamo il nostro eroe coperto di sangue, in un laboratorio semidistrutto situato chissà dove, confuso, con ricordi frammentari e con un nuovo avversario, Persephone, anch’essa misteriosa. Lo scrittore rifugge dall’uso della classica narrazione per didascalie introspettive, trademark del personaggio sin dalla gestione di Claremont, per sperimentare un dialogo tra le varie personalità – o versioni –  di Wolverine descrivendo una sorta di schizofrenia che offre una serie di prospettive interessanti.
Il punto forte dell’albo è sicuramente la resa artistica, Steve McNiven si esibisce in una serie di virtuosismi che puntano a riproporre lo stile di Barry Windsor Smith riuscendo a catturarne l’eleganza pur essendo evidente che il disegnatore si trovi in una fase intermedia della sua sintesi nella ricerca di uno stile più personale.
Ad azzoppare parzialmente il lavoro di McNiven ci pensano purtroppo gli inchiostri discontinui di Jay Leinstein, capace di valorizzare il tratto nelle prime pagine e di renderlo goffo e grezzo alla fine dell’albo, e i colori di Laura Martin, troppo scuri e pesanti che forse tendono a coprire il lavoro dettagliato fatto sulle linee.

MISTER MIRACLE #11 di Tom King e Mitch Gerads

Penultimo capitolo di quello che è, qualitativamente parlando, probabilmente il punto più alto della carriera di Tom King fino a oggi, complice anche l’incredibile lavoro di Mitch Gerads capace di sfruttare al meglio un vincolo apparentemente castrante come quello della griglia fissa a nove vignette.
I due autori riescono a convogliare i propri talenti in uno stile che coniuga dramma e humor – esemplare in questo senso la pagina in cui Darkseid mangia le verdure -, epicità e quotidianità, capace di coinvolgere e appassionare fino all’ultima vignetta. L’albo si chiude con un twisted turn degno di M. Night Shyamalan, che tutti, più o meno, ci aspettavamo ma che ci lascia comunque curiosi sugli sviluppi possibili dell’ultimo capitolo.

 

PEARL #2 di Brian Michael Bendis e Michael Gaydos

In questo secondo capitolo vengono confermate le impressioni, buone e cattive, date dal primo albo: Brian Michael Bendis sviluppa una sceneggiatura attorno a un soggetto essenziale teso principalmente a sottolineare e valorizzare l’abilità compositiva e virtuosa di Michael Gaydos. I punti forti dell’albo risultano infatti essere quelli in cui l’artista viene maggiormente lasciato libero di sfogare la propria verve senza vincoli narrativi di sorta: le spread page in cui vediamo la protagonista intenta nel suo lavoro di tatuatrice sono indubbiamente le più appaganti di tutto l’albo.
La trama, imperniata su Yakuza e omicidi, è probabilmente l’elemento meno interessante, un mero pretesto per un’esposizione fatta di pop-art e dialoghi brillanti figli dell’indiscusso talento da paroliere dello scrittore. Mestiere e sapiente gestione del ritmo però non bastano però a coprire la sostanziale assenza di una vera sostanza, un’inconsistenza narrativa di fondo. Probabilmente il quadro generale sarà più apprezzabile una volta che la serie verrà raccolta in volume.

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