Wednesday Warriors #23 – da Heroes in Crisis a Superior Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DETECTIVE COMICS #999 di Peter Tomasi e Doug Mahnke.

“Detective Comics” si avvicina allo storico traguardo dei Mille Numeri. Ma prima di gonfiare i palloncini e tagliare la torta, Peter Tomasi e Doug Mahnke concludono la loro saga introduttiva, Mythology. La struttura imbastita da Tomasi non potrebbe essere più classica: siamo finalmente giunti alla resa dei conti e, per il Cavaliere Oscuro, è il momento di scoprire chi è la mente diabolica che rovinato la sua vita negli scorsi numeri. Dopo qualche colpo sotto la cintura e un viaggio che ha toccato diversi angoli della continuity del Pipistrello, Batman è stremato ma ha finalmente di fronte a sé il colpevole. A volte, però, il mistero non ruota intorno al Chi, quanto più al Perché.
Tomasi conosce il personaggio come le sue tasche e sfrutta la complessa psicologia del protagonista per chiudere i conti in maniera inattesa, inaspettata ma pienamente coerente con il messaggio che vuole comunicare.

Qual è il prezzo da pagare per essere “il migliore”? Cosa comporta l’essere Batman, ogni giorno, senza fermarsi? Quali sono le responsabilità che implica questo ruolo?

La risposta, al netto di un arco narrativo piuttosto intenso, ricalca e piega al suo volere il cliché più famoso della TV Americana, una colonna della narrativa seriale reso famoso da Dynasty – e chi ha orecchie per intendere, intenda. Per quanto il sottoscritto difficilmente riesca ad apprezzare soluzioni simili, che rischiano di sminuire il percorso intrapreso dagli autori, Tomasi e Mahnke invertono la tendenza, chiudendo un arco narrativo che presenta un Batman “classico”, il Cavaliere Oscuro che tutti amano. La potenza fisica e la solidità dell’azione espressa dai disegni di Doug Mahnke sposano le atmosfere pesanti e introspettive di un conflitto psicologico, quasi metafisico – senza sacrificare momenti ad alta tensione e pugni chiusi dritti al volto.

La risoluzione del caso consegna al lettore un’alternativa al Batman “maschera tormentata” di Tom King: Detective Comics promette al pubblico la tradizionalità, efficacemente rimodernata, del Cavaliere Oscuro.
Le due serie principali dedicate al Pipistrello non sono mai state così belle – e così diverse l’una dall’altra.

SUPERIOR SPIDER-MAN #3 di Christos Gage e Mike Hawthorne.

Quanti Ragni servono per dire “basta”? Seguendo le linee editoriali Marvel, il limite è abbastanza alto. Negli ultimi anni, si è sempre cercato di dare un compendio a chi non ha mai abbastanza Uomo Ragno e, nel 2019, l’offerta è ancora ampia. Alla serie principale di Nick Spencer e alla “ombrello” di Tom Taylor, la Casa delle Idee ha ritenuto fosse opportuno mantenere una certa continuità con il lavoro di Dan Slott. “Superior Spider-Man” soddisfa le richieste della nicchia che ha ancora voglia di leggere le storie dell’Otto Octavius “eroico”.

Sotto la falsa identità del dottor Elliot Tolliver, nuovo professore della Horizon University e collega della vecchia fiamma Anna Maria Marconi, Octavius continua il suo percorso eroico come Superiore Uomo Ragno. Trasferitosi a San Francisco e in piena forma – grazie al vigoroso corpo clonato di Peter Parker e alla sua mente brillante – Octavius si è dato subito da fare, costruendo una base operativa con tanto di scagnozzi e gadget di ultima generazione.

Christos Gage prova a ricatturare l’energia dell’idea originale, sfruttando al meglio l’eredità Slottiana e cambiando alcuni particolari per mantenere una certa freschezza. Il suo Superior Spider-Man, sbruffone, vanitoso ma comunque eroico, ha subito trovato pane per i propri denti, costretto ad affrontare la minaccia cosmica di Terrax.

Il focus principale di questo primo arco narrativo sta proprio nel confronto impari tra il Ragno e l’ex Araldo di Galactus. Gage utilizza la disparità tra i due per mostrare la determinazione e l’audacia di Octavius, disposto a tutto pur di non fallire alla sua prima “grande prova” da supereroe. Il risultato è buono ed intrattiene ma manca la cattiveria e l’edge che Slott riusciva ad imprimere al personaggio, una sfaccettatura che viene meno una volta eliminato il confronto con la figura dell’Uomo Ragno “originale”.

Mike Hawthorne fa la parte del leone: l’artista sfoggia tutte le sue velleità action con un lungo scontro, una lotta senza quartiere che devasta la Golden City. I colori di Jordie Bellaire esaltano il tripudio di raggi d’energia, macerie e distruzione che Gage imbastisce, rendendo la lettura intrattenente e adrenalinica.

Superior Spider-Man è lontano dall’essere una lettura imprescindibile, ma soddisfa un “prurito” che tormentava alcuni lettori.
Concluso il primo arco narrativo, Gage e Hawthorne hanno a disposizione un nuovo setting da poter sfruttare e un protagonista carismatico – sebbene meno interessante della sua versione originale.

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #6 di Tom King, Clay Mann e Mitch Gerads

Tom King prosegue nella stesura di quella che è, con tutta probabilità, la sua opera più controversa e divisiva: le opinioni di critici e lettori sono quasi totalmente arroccate su posizioni estremamente polarizzate.
Così come già fatto in Mister Miracle, con la quale condivide diversi temi, Heroes in Crisis lascia il campo aperto all’interpretazione del lettore: il continuo ribaltamento di prospettive, l’estrema incertezza sulla verosimiglianza di quanto stiamo leggendo, il reiterarsi di minuscoli “errori” (che a questo punto sono tutt’altro che errori), mettono un qualunque lettore nella posizione di investire l’opera della propria soggettività e, di conseguenza, di giudicarla legittimamente con dei parametri assolutamente personali e divergenti da quelli di un altro.
In questo senso gli autori di Heroes in Crisis non si limitano a sovvertire le regole del gioco, magari destrutturando il genere supereroistico alla maniera dei vari Alan Moore o Grant Morrison, ma spostano i giocatori in un altro campo per far praticare loro uno sport totalmente diverso.
Un precedente significativo è riconducibile a quell’Identity Crisis, al quale Heroes in Crisis si ispira dichiaratamente, di Brad Meltzer e Rags Morales che nel 2004, alla sua uscita, sollevò altrettante critiche e discussioni.
Come già in Mister Miracle, e generalmente in tutte le sue opere, King presta un’attenzione significativa alla struttura del racconto e, in questo capitolo, ripropone specularmente l’architettura vista nel terzo numero della serie: si inizia con l’ormai canonica griglia a nove vignette che presente, sulle tre colonne della medesima, i tre protagonisti dei tre flashback narrati nell’albo, e si chiude con un’altra griglia a nove vignette ognuna ospitante un diverso personaggio. Esattamente come successo in Heroes in Crisis #3. E proprio come in quell’albo King riprende un character DC di serie Z, Gnarrk il nehandertaliano, e lo eleva a main eventer: la sua storia, il suo interrogarsi continuo sulla propria natura e su quella dell’Uomo, rappresenta l’ossatura, il substrato ideologico, sul quale si appoggiano le altre due (quella di Wally West e di Harley Quinn). In un insospettabile sfoggio di cultura vediamo il primitivo riflettere sulla dualità natura/civilizzazione confrontando le teorie di Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau per scegliere infine la terza via rappresentata dal componimento “Bright Star” di John Keats: Gnarrk individua quindi la salvezza dell’uomo non nel ritorno alla natura selvaggia (come Rousseau) né in una civilizzazione autoritaria e salvifica (come per Hobbes nel suo Leviathan) ma in una immutabilità del desiderio umano di relazioni autentiche. Per dirla semplicemente: individua la salvezza nell’amore reciproco.
Un desiderio che si connette fortemente alla storia di Wally West che da questo desiderio, di ritrovare i suoi cari scomparsi con Flashpoint, è consumato.
È in questo momento però che la tragedia colpisce Gnarrk che, nei suoi ultimi istanti di vita, riflette sull’allegoria della caverna di Platone ribaltandone però la conclusione: l’Uomo, per essere felice, non deve uscire dalla caverna ma deve esplorarla, conoscerla, perché la caverna è il mondo mentre le ombre proiettate sulla sua parete non sono altro che illusorie e virtuali, simulate, e la vita è una condizione soggettiva.
Ed è proprio dalla soggettività dell’interpretazione di quello che stiamo leggendo, pieno di incongruenze e discrepanze, che siamo investiti: chi è il misterioso assassino? Perché in questo albo vediamo contraddetto il racconto visto nel terzo? Chi ha davvero ucciso Wally West? I lettori sono chiamati a dubitare della realtà stessa laddove questa realtà è il racconto stesso, il fumetto che stiamo leggendo.

In questo contesto si inseriscono i racconti di Harley Quinn, interessante ma più debole degli altri due, e quello, struggente, di Wally West: vittima della crudele ironia che lo vuole simbolo della speranza del Rebirth e contemporaneamente sua vittima più grande essendo sopravvissuto a tutto ciò che dava valore alla propria esistenza e quindi alle proprie speranza.
Singolare come Mitch Gerads riesca a tradurre i tre diversi registri narrativi in tre stili diversi senza però perdere di omogeneità e riuscendo a restare coerente con l’atmosfera generale della serie impostata da Clay Mann (autore della tavole di apertura e di chiusura).
Il talento di questo disegnatore fa sì che quelle discrepanze di cui sopra, che altrove etichetteremmo come distrazione, imprecisione o semplice divertissement, qui diventa un indizio: come ad esempio la copia di Strange Adventures #45 (1954) che si trova sul pavimento della stanza di Wally.
La storia di apertura di quel fumetto racconta la vicenda di una coppia che viene portata in una Terra parallela dove la specie dominante è quella dei gorilla mentre gli umani sono estinti; i due coniugi, pur potendo fuggire, decidono di continuare a vivere in gabbia, da prigionieri, osservati come animali allo zoo, piuttosto che affrontare le difficoltà che hanno nel proprio mondo di origine. Si preferisce la sicurezza di una vita simulata all’incertezza della libertà assoluta.

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