Wednesday Warriors #22 – da Teen Titans a Venom

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

TEEN TITANS #27 di Adam Glass e Bernard Chang

Scrivere Teen Titans è spesso, perdonate il gioco di parole, un’impresa titanica: a differenza della maggior parte dei fumetti di supereroi questa testata concentra in sé diverse problematiche legate, in misura variabile al rapporto affettivo che si instaura tra personaggi e lettori.
La difficoltà principale è quella che affronta un team di autori, normalmente adulti, nel dover raccontare il mondo dalla prospettiva di un adolescente senza ricadere in paternalismi o in facili critiche (“eh, signora mia, i giovani d’oggi”), ma, essendo un tipo di ostacolo che tutti gli scrittori affrontano costantemente nel corso della loro carriera – essendo comunque sempre chiamati a raccontare le vite di persone diverse da sé – è al tempo stesso la problematica più semplice da risolvere.
Teen Titans però ha una genesi unica, originariamente il gruppo è composto dalle spalle adolescenti dei supereroi adulti, che è costitutiva e imprescindibile: i protagonisti della serie devono forzatamente essere adolescenti e, almeno in parte, sidekick. Il vero nodo di Teen Titans è quindi quello di dover cambiare periodicamente la formazione del gruppo man mano che i protagonisti diventano adulti mantenendo però una “quota sidekick” per restare fedeli alla la tematica del contrasto generazionale. Pertanto il gruppo non può essere composto da supereroi teenager “random”, ci hanno provato e non ha funzionato, ma  tutti gli elementi devono avere delle caratteristiche ben precise per non snaturare la serie stessa.
Questo continuo cambio di roster ha come prima conseguenza una rottura col proprio pubblico, la dinamica dell’immedesimazione con i personaggi, il processo affettivo che si instaura coi lettori, fondamentale in una serie indirizzata a un pubblico adolescente, viene a mancare nel momento in cui si cambiano gli interpreti principali di Teen Titans.
Ed è qui che gli autori devono intervenire per riuscire a ricreare quel legame con il pubblico: operazione che non sempre ha successo.
Nel caso in questione è ancora presto per dire se Adam Glass e Bernard Chang siano riusciti a costruire uno di quei team che restano nel cuore dei lettori, ma questi primi passi sembrano andare nella giusta direzione.
Prendendo a modello i New Teen Titans di Marv Wolfman e George Pérez, la serie presenta un mix bilanciato di personaggi noti (Robin, Kid Flash e Red Arrow) e inediti (Djnn, Crush e Roundhouse) che offre agli autori di giocare sul doppio binario della familiarità e della scoperta. In questo capitolo, più riflessivo rispetto ai precedenti, Glass usa un espediente tipico della narrazione seriale, e della sit-com nello specifico, facendo agire i protagonisti a coppie inserendoli in contesti diversi; in questo modo riesce ad approfondire le dinamiche tra i personaggi e, con esse, esplorare il background degli stessi.
Scopriamo così qualcosa sui nuovi membri dei Titans, soprattutto su Djinn, e allo stesso tempo, tutti gli interpreti guadagnano un po’ di quello spessore necessario a distinguerli dal semplice artificio narrativo rendendoli più reali agli occhi del lettore e quindi empaticamente più vicini.
In questo senso funziona benissimo il tratto sintetico, più prossimo al cartoon che all’iperrealismo, di Chang che rende il processo di identificazione e di affezione più semplice e automatico.
Questa incarnazione dei Teen Titans ha tutte le carte in regola per diventare una serie generazionale, di quelle che i teenager di oggi potranno ricordare in futuro come “i miei Titans”

Bam’s Version

WOLVERINE: INFINITY WATCH #1 di Gerry Duggan e Andy MacDonald.

Dopo un anno, l’operazione di resurrezione di Wolverine può essere bollata come un vero pastrocchio. Editorialmente parlando, riportare in vita Logan ha coinvolto una dozzina di serie, creato un mini-evento autocontenuto, “Hunt For Wolverine”, una miniserie apposita, “Return of Wolverine” e costretto a vari intrecci con le “Infinity Wars” di Gerry Duggan.
É proprio Duggan a recuperare l’Artigliato Canadese per questa “Wolverine: Infinity Watch”, l’ennesima storia volta a infilare – ad ogni costo – Wolverine nella continuity Marvel che è andata avanti senza di lui.

“Infinity Watch” è da considerare immediato sequel di “Return Of Wolverine” di Charles Soule – ritroviamo Wolverine alle soglie dell’Istituto Xavier, solo per scoprirlo imbrigliato in un sadico trucco di Loki, il Dio dell’Inganno. A seguito dell’introduzione del fratellastro del Dio del Tuono, il fumetto smette di essere incentrato su Wolverine e si trasforma in un epilogo delle Guerre dell’Infinito appena concluso. L’evento cosmico ha fatto tabula rasa degli ultimi anni spaziali Marvel e consegnato una tabula rasa ad i nuovi lettori. Il prezzo da pagare è stato, peró, altissimo: Duggan ha toccato il suo punto più basso da quando è in Marvel, ingarbugliato in troppe sottotrame ed un intreccio principale macchinoso, confusionario e, proprio per questo, per nulla avvincente.

Cosa c’entra, in tutto ciò, Wolverine? Assolutamente nulla.
“Wolverine: Infinity Watch”, in copertina, può sembrare il pretesto per un’avventura spaziale dell’Artigliato ma, all’interno, si rivela un epilogo non necessario ad un evento che nessuno voleva leggere. Un numero di debutto pesante, didascalico e che funge da “riassuntone” per tutti quelli che, per un motivo o l’altro, si aspettavano un fumetto pieno di snikt e “cocco” e si sono invece ritrovati impelagati nella mania da collezionista delle Gemme dell’Infinito di Loki. Modesto il lavoro di Andy MacDonald ai disegni, un tratto simpatico, grinzoso e ben colorato da Jordie Bellaire, ma nulla di imprescindibile o must see, niente che possa salvare capra e cavoli. Se cercate altre letture dedicate a Wolverine, “Dead Man Logan” di Brisson e Henderson saprà accontentarvi.

VENOM #11 di Donny Cates, Joshua Cassara e Ryan Stegman.

Giochino divertente, quello delle retcon. Sin dalla nascita di questo escamotage narrativo, le operazioni di rifinitura, cancellazione e riscrittura di eventi del passato hanno causato guai per gli scrittori, i personaggi e, molto spesso, moti d’impeto tra i lettori. Un colpo di spugna che copre spiacevoli erroracci del passato, obbrobri di continuity, permettendo di modificare aspetti della vita editoriale di un personaggio e rimodellarli a proprio piacimento.

Donny Cates ha fatto della retcon, di questo processo continuo di smantellamento e risanamento, la raison d’être del suo “Venom”.  Un tipo di scrittura invasivo, forse, ma mai insensato o scellerato. Sin dall’inizio della serie, Cates ha saputo gestire il tortuoso passato di Eddie Brock e scomporre il personaggio in diversi segmenti, ne ha distrutto le fondamenta e lo ha ricostruito, consegnando al lettore un antieroe, mosso perlopiù da una spinta positiva, ma che al tempo stesso combatte le sue peggiori pulsioni negative. Un protagonista, dunque, che mantiene il suo appeal e carisma oscuro, violento, ma combatte per migliorare se stesso e utilizzare il suo potere alieno a fin di bene. La domanda diventa un’altra, quindi: quali benefici trae il simbionte da Eddie Brock? Cosa costa, quale prezzo comporta questa vita a metà, divisa con un parassita in grado, in ogni momento, di dominare il corpo ospite?
Anche in questo undicesimo numero – che lo stesso Cates ha ammesso essere fondamentale per tutto il percorso da lui imbastito – il passato di Eddie Brock e le interferenze del simbionte in esso sono assolute protagoniste.

La narrazione del numero è alternata, intrecciata tra realtà e subconscio. Eddie Brock si trova, ad apertura dell’albo, sotto il bisturi del Creatore, villain che Cates ha introdotto a sorpresa. Ryan Stegman non cala d’intensità, regalando una prova maiuscola e rimanendo in tono con il suo vertiginoso picco di qualitá, eppure é in disparte: Joshua Cassara é il vero protagonista artistico del fumetto, impegnato ad illustrare le sequenze oniriche che sconvolgono la mente del povero Brock. Alle linee morbide ma massicce di Stegman, Cassara affianca volti squadrati e una suddivisione della pagina irregolare ed imprevedibile, spesso “invaso” da un simbionte sporco, grezzo e perfettamente colorato dal veterano Frank Martin.

In questo turbinio psicotico rosso sangue e nero pece, fatto di dialoghi nervosi, perlopiù spezzati, rabbia che finalmente esplode e collera che viene sputata fuori in monologhi interni, Cates cala un altro asso in questa nervosa partita a carte con i punti oscuri del passato di Brock. «Everything you knew is wrong» sembra davvero diventato il mantra di questa serie, che ad ogni opportunità riscrive la storia di Venom, ne cambia dettagli fondamentali ed aggiunge particolari devastanti, che offrono nuove prospettive e opportunità narrative. Con “Venom” e, specialmente, con questo Donny Cates, non ci si annoia mai.

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