Wednesday Warriors #2 – Da Superman ai Fantastici Quattro

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

SUPERMAN #3 di Brian Michael Bendis,  Ivan Reis e Joe Prado

Capitolo interlocutorio della Unity Saga che vede Superman confrontarsi con Rogol Zaar, un avversario tanto nuovo quanto ancora avvolto nel mistero. Brian Michael Bendis costruisce il crescendo verso il cliffhanger finale, preludio allo scontro che tutti ci aspettavamo sin dal primo numero, utilizzando il suo marchio di fabbrica: il bathos, termine coniato da Alexander Pope per descrivere l’umorismo derivante dal fallimento nella ricerca del pathos. Una tecnica narrativa che ha fatto la fortuna di gran parte delle pellicole del Marvel Cinematic Universe.
Il crescendo emotivo, caratterizzato da una narrazione ad ampio respiro punteggiata di splash e spread page realizzate da Ivan Reis e Joe Prado, è continuamente smorzato da gag che fanno da contraltare umoristico al conflitto in atto, un conflitto talmente crescente da richiedere l’intervento dell’intera Justice League.
In questa gestione anticlimatica del ritmo prospera, come detto, il duo artistico Reis/Prado, in grado di mantenere un’inedita – per loro – continuità artistica nell’arco dei tre albi finora realizzati: l’abbondanza di dettagli e la varietà impressionante di espressioni facciali compensa significativamente un racconto che potrebbe essere altrimenti percepito come eccessivamente diluito.

CATWOMAN #3 di Joelle Jones e Fernando Blanco

Dopo due albi densi di azione, Joëlle Jones decide di rallentare il ritmo spostando l’attenzione dalla protagonista e concentrando la narrazione sulla costruzione dell’antagonista. L’obiettivo della Jones è quello di caratterizzare Raina Creel in maniera che risulti ripugnante sia dal punto di vista fisico che morale. Il lungo Flashback disegnato da Fernando Blanco ne approfondisce il passato e restituisce al lettore un personaggio che non genera nessun tipo di simpatia o fascino se non quello del Male con la “M” maiuscola.
Nella parte finale, caratterizzate da una sequenza tanto ben disegnata quanto apparentemente superflua e ridondante, il focus torna su Selina e sul reale motivo della sua permanenza a Villa Hermosa.

FANTASTIC FOUR #2 di Dan Slott e Sara Pichelli

Dopo un albo di esordio all’insegna della nostalgia e della speranza, più incentrato sui legami emotivi e che fa da preludio al vero ritorno dei Fantastici Quattro, Dan Slott e Sara Pichelli fanno un passo indietro e ci raccontano le vicende di Reed, Sue e della Future Foundation. Un terzo dell’albo è quindi imperniato sulle dinamiche che maggiormente caratterizzano il quartetto: la famiglia e l’esplorazione.
Raccogliendo la difficile eredità lasciatagli da Hickman, Slott pone l’accento sulla “qualità creatrice” del quartetto; da una parte abbiamo gli immensi poteri di Franklin e Molecola che letteralmente riescono a creare nuovi universi, dall’altra abbiamo i Fantastici Quattro stessi, intesi come pubblicazione, che hanno dato vita all’intero universo Marvel.
In quest’ottica l’avversario perfetto è l’entropia stessa che si incarna in un nuovo, potentissimo, villain chiamato Griever.
Slott e Pichelli si muovono quindi in un terreno a metà tra il narrativo e il metatestuale: l’arrivo di Griever permette di risolvere delle problematiche che avrebbero reso davvero scomoda la vita di Dan Slott – personaggi onnipotenti come Franklin e Molecola rendono difficile la realizzazione di storie efficacemente avvincenti – e allo stesso tempo si rafforza il valore del quartetto in funzione creativa. Esemplare in quest’ottica la doppia pagina in cui la distruzione di dozzine di universi viene raffigurata da Sara Pichelli tramite la distruzione delle vignette deputate al loro racconto. Il finale fa sobbalzare il cuore di tutti i fan, ed è la seconda volta in due numeri.

Bam’s Version

DETECTIVE COMICS #988 di James Robinson e Stephen Segovia.

La lunga strada verso lo storico Millesimo numero di “Detective Comics” va pur sempre percorsa e, per l’occasione, DC Comics ha deciso di dare una possibilitá a tanti autori diversi di riempire le pagine della testata: è il turno del veterano James Robinson.
Viene, sin da subito, chiarita l’intenzione di voler tornare alle origini investigative e raccontare di un omicidio, di una vittima e di un assassino a piede libero; è Jim Gordon a rimarcare per il  lettore la stranezza nel vedere Batman di fronte ad un caso così semplice e, apparentemente, “banale”. Unita questa premessa di trama allo stato emotivo del Pipistrello, ancora travagliato dalla conclusione del “Bat-rimonio”, James Robinson pone le basi per un’indagine noir e hard-boiled che da troppo tempo manca su “Detective Comics”. Peccato, però, dell’arrivo improvviso di ben due Firefly che metteranno i bastoni tra le ruote di Batman, cambiando drasticamente il tono e l’atmosfera della storia durante la lettura, lasciando svanire il sogno di una “storia semplice”, complice anche la pagina finale con rullanti tamburi di guerra. Stephen Segovia appare decisamente più contenuto ed educato rispetto al passato, ma ancora una volta il suo stile appare fuori luogo e spaesato, così come il lettore dopo aver letto un fumetto iniziato in un modo e terminato in maniera radicalmente opposta. È solo il primo numero, il beneficio del dubbio si può concedere.

JOURNEY INTO MYSTERY – THE BIRTH OF KRAKOA #1 di Dennis Hopeless e Djibril Morrisette-Phan.

Il ritorno, solo per questa occasione, di “Journey Into Mystery” é decisamente insolito e piuttosto inaspettato. All’apertura dell’albo, il lettore si trova ben lontano dall’ultima incarnazione di JiM: non più impegnati a seguire le marachelle del giovane Loki di Kieron Gillen, il team creativo Dennis Hopeless & Djibril Morrisette-Phan cambia totalmente registro, allacciando le cinture a bordo di un aereo militare nella primavera del 1945, con a bordo il Sergente Nicholas J. Fury, Dum Dum Dugan e gli Howling Commandos… ovviamente, saranno lo schianto su una misteriosa isola ed un evento catastrofico a mettere in moto la trama.
Lo stile essenziale ma deciso, dalle chine durissime e scure, di Morrisette-Phan dona alla storia il giusto look da avventura pulp, affidandosi ai brillanti, vividi colori di Rachelle Rosenberg: Krakoa prende vita, letteralmente e artisticamente, grazie alle atmosfere, colme di pathos, pericolo e genuino mistero, congiurate da un Hopeless particolarmente ispirato.
La grande rivelazione della storia arriva al momento esatto e osservare gli Howling Commandos combattere contro la paranoia e l’inspiegabile rendono la lettura inaspettatamente piacevole, considerando specialmente che ci si trova di fronte ad una storia fatta per essere contenuta in poco più di 30 pagine e con il rischio di venire sommersa da altre uscite mensili più, all’apparenza, appetitose.

CHAMPIONS #24 di Jim Zub e Sean Izaakse.

“Interrompiamo le programmazioni per un comunicato speciale”.
“Champions” #24 si apre in maniera caustica, con una tavola completamente nera e queste parole impresse: per i giovani eroi protagonisti della serie di Jim Zub sembra un giorno normale, fino al momento in cui i cellulari cominciano a squillare freneticamente e Miles Morales scappa, letteralmente, più veloce che può. C’è stata una sparatoria alla Brooklyn Visions Academy, la sua scuola. Sette morti, diciotto feriti, l’assalitore si é tolto la vita. All’inizio, “Champions” #24 sembra un fumetto come tanti, con i brillanti disegni di Sean Izaakse colorati da Menyz e Arciniega, ma scorrendo le pagine i disegni, così come le parole che li accompagnano, si fanno più tristi, più snervanti, più deprimenti. I volti dei ragazzi sono tesi, non conta che abbiano super-poteri o siano semplici studenti.  Nelle parole del più inesperto Spider-Man si percepisce la rabbia, il senso di impotenza, la frustrazione. Nelle parole degli altri Campioni l’incertezza, i dubbi sulle proprie responsabilità, su “quello che si può fare” per evitare che tutto questo, questa scena ormai diventata angosciosamente familiare, non si ripeta più.
Zub e Izaakse, insieme agli editor Breevort e Cebulski, hanno voluto raccontare così tante pagine nere delle giornate di scuola americane, cogliendo nel segno e riuscendo nel delicato obiettivo di saper usare i toni giusti per farlo.

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