Wednesday Warriors #20 – da Daredevil a Green Lantern

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DAREDEVIL #1 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Nel marasma editoriale e creativo Marvel del 2018, il Diavolo di Hell’s Kitchen sembrava essere stato escluso dalla spinta del Fresh Start. Le trame di Charles Soule escludevano ribaltoni, tra sindaci di New York «corruptus in extremis» e una trama che stentò a trovare un qualsivoglia mordente. Una storia perlopiù anemica, incapace di catturare la forza del personaggio e, quantomeno, di sfruttare la prospettiva da legal drama che Soule aveva mostrato di saper padroneggiare. Inutile dire che la stragrande maggioranza dei fan del Cornetto ha tirato un sospiro di sollievo all’annuncio dell’arrivo di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Daredevil #1 parte con un Matt Murdock lontano dalle aule di tribunale. Capelli incolti, aria spavalda, antidolorifici, sex appeal e malinconia: Marco Checchetto canalizza tutto il fascino di un giovane Robert Redford nella rappresentazione di un protagonista libero da vincoli, apparentemente ringiovanito. Ma alla base di questo nuovo Daredevil c’è soprattutto un processo di ricostruzione. Un work in progress che già da questo debutto è nucleo della trama principale.

“The Death Of Daredevil” di Soule e “Man Without Fear” di Jed MacKay hanno consegnato a Zdarsky un Matt Murdock lontano dalle sue sicurezze, nuovamente Daredevil ma lontano dall’Uomo Senza Paura che il lettore ha imparato a conoscere.
Il processo di recovery, anticipa Zdarsky, sarà lungo e tortuoso. É proprio qui che si trova il fascino di questo primo, nuovo “Daredevil”. Ogni evento del fumetto é funzionale alla diffusione di questo dubbio. La crisi di fiducia che ha colpito il personaggio é stata trascinata a questa nuova serie. Avremo di nuovo l’Uomo Senza Paura? Il peso degli acciacchi, della responsabilità e degli errori commessi saranno un prezzo troppo alto da pagare?
Lo scrittore cerca la riflessione, disposto a metter da parte velleità da debutto che impongono momenti ad alto tasso adrenalinico e testosterone.
Il Diavolo é lontano dal suo apice fisico e mentale e, tra le pieghe del costume rosso e le nocche insanguinate, c’è molto di più, stavolta, da osservare.

Zdarsky opta per un numero di debutto concentrato tutto sul personaggio, con un breve accenno alle trame orizzontali ed un intrigante esordio di un personaggio secondario che potrebbe cambiare parecchie dinamiche alla tradizionale formula del supereroe vigilante.
Di fianco all’intreccio principale, Zdarsky non resiste alla tentazione ed esplora, come tanti prima di lui, il passato di Matt Murdock, sviscerato attraverso momenti salienti della sua crescita. Gioca un ruolo fondamentale la religione del protagonista, la violenza nascosta nel suo cuore, il suo rapporto con la giustizia e la sottile linea che la separa dalla vendetta. Qui spunta la voce del Matt Murdock di Zdarsky, un personaggio che ha vissuto le discrepanze di un fragile equilibrio: arrabbiato con il mondo e con Dio per ciò che gli ha tolto, tuttavia ancora in grado di trovare la forza di fare del bene e proteggere Hell’s Kitchen.

Marco Checchetto e la semplicitá dello story-telling sono protagonisti tanto quanto l’interessante sceneggiatura di Zdarsky. Personaggi marcati da linee chiarissime e definite si muovono in una New York sporca, fatta di criminali e poliziotti, ancora più viva grazie ai colori di Sunny Gho. I personaggi sono attori che Checchetto gestisce perfettamente. Proprio con Murdock, l’artista sa di avere una grande varietà di emozioni da mostrare e, dalla rabbia alla paura, il Diavolo rivela tutto e lo fa al meglio, anche sotto la maschera.

Daredevil #1 ha il pregio di evitare qualsiasi scimmiottamento alla serie Marvel / Netflix, prediligendo una narrazione muscolare e, al tempo stesso, parecchio introspettiva. Un Matt Murdock fuori dalla sua zona di comfort permette a Zdarsky e Checchetto di giocare con un Diavolo che, da qualche anno, sembra spuntato delle sue corna rosso sangue.
Finalmente, Hell’s Kitchen sembra aver trovato nuovamente il suo protettore.

UNCANNY X-MEN #11 di Matthew Rosenberg, Salvador Larroca, John McCrea e Juanán Ramirez.

«Every X-Men story is the same.»

Leggendo la prima pagina di Uncanny X-Men #11, verrebbe da chiudere l’albo seduta stante. Matthew Rosenberg ci avvisa con un pensiero in un balloon rosso, piazzato al centro di una prima pagina nera. Ma se ogni storia degli X-Men è uguale all’altra, perché dunque leggere questo undicesimo numero di Uncanny X-Men? Cosa nascondono di diverso queste sessantaquattro pagine?

Il mondo si trova ancora una volta coinvolto in un ciclo di terrore e pregiudizi: il vaccino anti-mutante ha ridato speranza agli umani, sempre più intolleranti ed impauriti dalle bombe atomiche a piede libero tra loro. L’orlo dell’estinzione ed il clima d’odio sono componenti fondamentali, quasi cicliche degli X-Men.
Eppure, Rosenberg calca la mano, non rinuncia a qualche colpo sotto la cintura e l’atmosfera descritta è lontana dal clamore delle battaglie in spandex aderente. Amarezza, paura e rancore dominano i dialoghi, un sostegno più che valido ai disegni di un Salvador Larroca lontano dai suoi anni migliori – ma comunque funzionale al racconto, aiutato dai colori di Rachelle Rosenberg che ha aspramente criticato, in una forte caduta di stile.

Se a Larroca tocca il compito di illustrare il ritorno di Ciclope, depresso, ubriaco e disperato, allo stile di John McCrea si addice di più il rientro di Wolverine: questi due racconti paralleli saranno al centro della trama principale, due punti di vista che seguono lo stesso percorso e tastano il polso del mondo mutante intorno a loro. Due perni della struttura narrativa degli X-Men si trovano così costretti ad incastrarsi nuovamente nelle trame dopo esserne stati allontanati per anni. Le loro differenze d’opinione li hanno separati in maniera drastica e il fato – o le esigenze editoriali, che dir si voglia – li ha costretti al riavvicinamento.

Rosenberg ha la fortuna di poter utilizzare due personaggi freschi di ritorno dal mondo dei morti: Uncanny X-Men recupera due protagonisti di calibro pesante, carismatici e pieni di contraddizioni e zone d’ombra. Si riempie cosí un vuoto pesante, un vuoto che ha segnato il destino di molte testate mutanti negli ultimi anni.
Mancava quel personaggio che potesse assumere la leadership degli X-Men senza far storcere il naso ai fan piú duri e puri. Otto anni dopo lo Scisma di Jason Aaron, Ciclope e Wolverine tornano a fare squadra, a riunirsi in battaglia nel momento più alto dell’albo, regalando il feel good moment che serviva per catalizzare l’energia positiva per la rinascita degli Uomini-X.

Né Ciclope né Wolverine, tuttavia, costituiscono la parte più interessante di Uncanny X-Men #11, un numero tenuto in piedi da un unico personaggio, che lo scrittore utilizza in maniera intelligente e, al tempo stesso, triste. La mutante Blindfold è il simbolo dell’atmosfera cupa che Rosenberg ha voluto imprimere. Il suo racconto passa dalle matite di Larroca a quelle di McCrea, fino ad un epilogo di Juanan Ramirez. In lei, Rosenberg ritrae la sofferenza e la spirale depressiva di chi soffre la persecuzione, di chi si vede senza futuro – nonostante il suo potere sia proprio la preveggenza. Una metafora che colpisce come un treno e segna un punto di non ritorno per questo #11 che sa tanto di #1.

Se «ogni storia degli X-Men é sempre la stessa», Rosenberg e il team artistico tengono a sottolineare questo ciclo infinito di sofferenza per i mutanti, odiati e temuti per tradizione stessa della Casa delle Idee. Sostanzialmente, Uncanny X-Men #11 non offre niente di rivoluzionario, eppure segna un drastico cambio di direzione per il più recente rilancio editoriale dei mutanti. Rosenberg si incammina su un percorso pieno di ostacoli con una flebile luce in fondo al tunnel, due pezzi da novanta come protagonisti e l’idea di scrivere i suoi X-Men, senza compromessi.

Gufu’s Version

FEMALE FURIES #1 di Cecil Castellucci e Adriana Melo

Reduce dall’ottima prova sulle due miniserie dedicate a Shade: the Changing Girl, Cecil Castellucci prende in consegna e Furie Femminili: il corpo di élite creato da Granny Goodnes al servizio di Darkseid, il Signore e padrone di Apokolips.
Create da Jack Kirby nell’ambito della sua Saga del Quarto Mondo, le Furie sono sempre state una figura di contorno in questo ambizioso progetto autoriale del Re, più funzionali alla storia di Mister Miracle e Big Barda che personaggi a tutto tondo capaci di reggere una serie autonoma.
La Castellucci si trova quindi con dei personaggi sostanzialmente vergini a cui deve dare un’identità e uno scopo narrativo nuovo, identità che l’autrice cerca e trova tra le pieghe del dibattito sociale odierno. Scelta intelligente e sensata soprattutto alla luce del fatto che tutta la saga dei New Gods era nelle intenzioni di Kirby una lettura della propria contemporaneità.
È così che tutto il primo capitolo di Fatale Furies è intriso di palesi riferimenti alla condizione delle donne nella società contemporanea: succede quindi che su Apokolips, come sul nostro pianeta, le donne vengono sottovalutate, anche quelle che – come le Furie – possono romperti l’osso del collo con un ceffone, e che vengano giudicate in base all’aspetto fisico. Succede che i colleghi uomini le derubino dei loro meriti legittimi (anche e soprattutto quando questi meriti contemplano omicidi e altre efferatezze) e che ci siano altre donne che si rivelano maschiliste anch’esse riproponendo frasi a noi familiari quali: “se l’è cercata” o “se cura così il suo aspetto è normale che riceva attenzioni”.
Sebbene il soggetto sia ben congegnato e ricco di spunti interessanti soffre un po’ la necessità (imposta?) di andare incontro ai potenziali nuovi lettori: i dialoghi risultano così fin troppo didascalici perdendo di naturalezza e credibilità. Non aiuta in questo il tratto legnoso di Adriana Melo che sembra non saper gestire bene la recitazione dei suoi personaggi, che assumono pose ed espressioni rigide e poco naturali.
Fanno da contraltare delle belle trovate, su tutte quella di raccontare i flashback semplificando il tratto e utilizzando solamente colori piatti: in questi passaggi le tavole ricordano un certo stile anni ‘90, quello dei primi albi Vertigo per intenderci, che fa compiere un vero balzo nella memoria ai lettori più stagionati.
L’albo è ricco di belle idee e di potenzialità e, al netto delle criticità sopra espresse, risulta piacevolmente scorrevole e interessante.

THE GREEN LANTERN #4 di Grant Morrison e Liam Sharp

Grant Morrison e Liam Sharp continuano il loro percorso di ridefinizione di Hal Jordan, un percorso che, a differenza di quanto fatto nel recente passato delle Lanterne Verdi, si concentra quasi esclusivamente sulla figura di Hal mettendo in disparte il Corpo delle Lanterne Verdi: qui il nostro eroe dismette le vesti del leader carismatico per assumere il ruolo di cowboy solitario, giustiziere fallibile e sempre più avverso alle regole e all’autorità. Non si tratta di una caratterizzazione inedita, in quanto Hal è sempre stato descritto come un ribelle, ma qui Morrison e Sharp rendono questa sua indole in maniera significativamente più marcata.
In questo albo il duo britannico tralascia parzialmente la struttura delle storie autoconclusive per approfondire la macrotrama che vede l’approssimarsi del conflitto tra Hal Jordan e il Corpo delle Blackstars: tutto è imperniato sul dualismo luce/oscurità rappresentato sia dai poteri delle due fazioni che dai singoli elementi della storia.
Come da sua consuetudine, Morrison riempie il suo soggetto di idee, spunti, personaggi e sottotrame e Sharp, da parte sua, gli fa eco affollando le sue tavole di dettagli e tratteggi fitti.
Siamo lontani dallo standard supereroistico odierno e più vicini al mondo dell’illustrazione, in una ricerca stilistica dal taglio monumentale che riecheggia l’ultimo periodo di Alex Raymond su Flash Gordon: la narrativa di fantascienza per eccellenza.
Ogni tavola è curata maniacalmente, dal soggetto ai disegni, dai personaggi ai dialoghi, andando a comporre un albo complesso che costringe il lettore a tornare indietro per rileggere e comprendere meglio i passaggi più ostici: non siamo ancora dalle parti di The Invisibles o di Nameless, sia chiaro, ma comunque molto lontani dalla tanto vituperata decompressione narrativa di cui si parla tanto.

Commenta !

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi