Wednesday Warriors #16 – Da Batman a Venom

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN #62 di Tom King e Mitch Gerads

“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto.” (Ovidio – Metamorfosi. Libro X vv. 243-297)

Creato da Grant Morrison durante la sua fortunata run su Batman, il Professor Pyg era stato concepito dallo scrittore scozzese come una perversione del racconto di Pigmalione (Pyg/Pygmalion) per essere poi trasformato in un banale congegno narrativo, una giustificazione all’inserimento di scene più o meno splatter, dagli scrittori che lo hanno seguito.
Tom King ripropone la caratterizzazione originale del personaggio e la aggiorna secondo uno dei temi ricorrenti nella sua gestione del Cavaliere Oscuro: i villain di Batman ne sono un riflesso, l’altra faccia della medaglia dell’eroe.
Ne consegue che anche Bruce Wayne, come Pyg, è una versione dell’artista che crea il mondo che lo circonda e se ne innamora: e anche la donna che ha scelto come unica possibile compagna non sfugge a questa regola.

“Grazie alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera […] Spesso allunga le mani verso la sua opera per accertarsi che si tratti di carne o di avorio. La bacia e gli sembra di essere baciato, le parla, la stringe e crede che le sue dita affondino nelle membra che tocca: teme perfino che per la pressione spuntino dei lividi sulla pelle.” (Ovidio. op. cit.)

È forse una coincidenza il fatto che sulla storia di Pigmalione G.B. Shaw abbia creato una commedia che è stata poi tradotta sul grande schermo da George Cukor in My Fair Lady interpretato da Audrey Hepburn che, a sua volta, ha ispirato la figura di Selina Kyle, Catwoman, la donna amata da Bruce Wayne.

In una delle pagine più commoventi dell’intero ciclo King mette in testa a Batman un monologo che sintetizza tutto il percorso intrapreso finora: un percorso che mette al centro il desiderio di amore di un bambino che ha visto morire i suoi genitori e che, come un moderno Pigmalione, ha tentato di riportare quell’amore creandosi la propria famiglia.
Figure paterne (Alfred e Gordon), figli (i Robin) e la donna ideale (Selina); tutte figure messe in crisi nel corso di questo ciclo, tutti in pericolo, tutti imperfetti come lui. Una famiglia imperfetta costruita dalla prospettiva di un bambino che vuole essere felice ma che sa di non poterlo essere, una sorta di profezia autoavverante (l’Effetto Pigmalione) che porta Bruce Wayne a questo punto della sua storia.

Questo secondo capitolo di Knightmares (che doveva essere il primo ma è slittato di quindici giorni per motivi editoriali) non porta avanti il plot, inteso come il dispiegarsi degli eventi relativi al piano di Bane e dei suoi complici, ma si addentra ancor di più nella psiche fratturata di Batman e viene strutturato come un classico racconto “Enigma della camera chiusa” nel quale il nostro eroe è alla mercé del villain, confuso e spaventato, senza conoscere nient’altro che la sua condizione attuale.

Come al solito King gestisce la scrittura tenendo conto dei punti di forza del disegnatore di turno e l’arrivo di Mitch Gerads permette allo scrittore di impostare un racconto che ricorda, nella forma e nei contenuti, l’acclamata miniserie di Mister Miracle: la psiche di Bruce è quasi del tutto compromessa dagli accadimenti precedenti e il tema della follia, come già in Mister Miracle, è dominante assieme a quello dello smarrimento; il confine tra realtà e finzione (delirio?) è sfocato e indefinito.
Quella di Bruce è una delle menti più disciplinate dell’intero mondo dei fumetti, lo stesso albo in questione illustra come, anche a questo punto della storia, il più critico finora, riesca ad affidarsi a dei meccanismi di difesa per riuscire a sopravvivere: fa l’inventario degli oggetti a disposizione, le armi, razionalizza il dolore fisico e lo usa, analizza e mette in discussione i suoi sensi… Ci sono voluti 61 numeri allo scrittore per smontare, pezzo dopo pezzo, minuziosamente, questo meccanismo rodato che è la mente disciplinata di Batman; difficilmente un percorso più breve sarebbe stato credibile.
La composizione delle tavole è una rivisitazione della griglia a nove vignette utilizzata dai due su Mister Miracle: stavolta si tratta di tavole a tre strisce orizzontali che assecondano il ritmo di King ma danno maggior respiro all’azione. Il ritmo preparazione-pausa-risoluzione delle tre vignette si sviluppa stavolta in verticale offrendo una variazione meno claustrofobica alle soluzioni sviluppate precedentemente.

Dietro l’apparente semplicità dei soggetti dei singoli albi Tom King sta dipingendo un affresco che sarà completamente comprensibile solo a lavoro ultimato: un affresco che cerca di dare una nuova declinazione all’identità del Cavaliere Oscuro.

Bam’s Version

CAPTAIN MARVEL #1 di Kelly Thompson e Carmen Carnero.

Combattente, soldato, eroe, pilota, capitano, leader, guerriera, icona: “titoli” che ben si associano a Carol Danvers, eroina di punta della Casa delle Idee. Più volte, nel corso di questi anni, la Marvel ha tentato in tutti i modi di proporci la sua Wonder Woman.
Iniziò tutto con Kelly DeConnick nel 2012 e nel 2014, poi nel 2016 con la parentesi Alpha Flight di Fazekas e Butters, l’unico momento di vero cambiamento nel contesto narrativo. Si ritorna a un più tradizionale approccio supereroistico, infarcito di tie-in con eventi esterni e fondamentali ret-con nel 2017 con Margaret Stohl.
Cosa cambia, dunque, con questo #1 di Kelly Thompson?
Ogni numero di debutto, in un certo modo, soffre nel dover approcciarsi a vecchi e nuovi lettori:  Captain Marvel #1 è costretto, dunque, a farci un riassunto delle amicizie, del nuovo (che tanto nuovo non è) status quo, del suo rapporto con i Vendicatori e del suo riacceso fervore romantico per James Rhodes, ex War Machine. Carmen Carnero e Tamra Bonvillain ai disegni e colori si impegnano nel dare al Capitano una nuova atmosfera, action, dinamica, dai colori vibranti. La Thompson, di suo, ne approfitta per testare le voci dei personaggi e costruire un cliffhanger interessante, che promette un interessante twist per i prossimi numeri, con una svolta post-apocalittica decisamente insolita.

MARTIAN MANHUNTER #2 di Steve Orlando e Riley Rossmo.

Steve Orlando e Riley Rossmo riprendono dall’infuocato finale dello scorso numero.
Nel #1 abbiamo potuto prendere confidenza con le linee temporali che costituiscono il nucleo della storia: la prima, dedicata alla carriera da detective di John Jones e della collega Diane Meade, e la seconda, dedicata invece al passato da Manhunter su Marte. L’incipit di questo secondo capitolo fa scattare la narrazione alternata tra le due trame, giocata tutta attraverso i riferimenti ad un elemento comune, il fuoco. Un pericolo costante per J’Onnz, che continua a tormentarlo sulla Terra così come su Marte. È proprio sul pianeta rosso che il team creativo Orlando / Rossmo  dimostra la sua incredibile qualità e inventiva, ricreando una società viva, pulsante, fatta di luci ed ombre.
Orlando ci consegna un Martian Manhunter lontano dall’eroe stoico, imperturbabile e coraggioso; proprio come la società Marziana, dietro J’Onnz si nasconde sì un uomo (un alieno, anzi) di famiglia, un marito amorevole ed un padre affettuoso, ma anche un poliziotto costretto a sporcarsi le mani, ad intrattenersi con spiacevoli compagnie e a fare tutto il possibile per mantenere l’ordine su Ma’Aleca’Andra…o su Marte, che dir si voglia.
Rossmo sembra nato per disegnare alieni in grado di contorcersi, mutare a piacimento, gonfiarsi, sgonfiarsi e ancora una volta rimodellarsi, valorizzato ancor di più dai viola intensi, i verdi tossici e i gialli accesissimi dei colori di Ivan Plascencia.
Un #2, dunque, ancora più convincente dell’esplosivo #1: incredibile ma vero, “Martian Manhunter” mescola perfettamente noir hard-boiled con le stravaganze sci-fi dell’universo DC.

WEB OF VENOM: VENOM UNLEASHED #1 di Donny Cates, Kyle Hotz e Juan Gedeon.

Donny Cates è un furbo del fumetto: complice il suo straripante successo in Marvel, ha saputo ritagliarsi uno spazio extra per ampliare le sue storie.  “Web of Venom”continua a raccontare il mondo intorno ad Eddie Brock senza appesantire le trame (già fitte) sulla serie principale. Nell’ultimo appuntamento con la “Tela di Venom” abbiamo potuto assistere alla rinascita di Carnage, con conseguente stravolgimento di status quo per il simbionte scarlatto di Kletus Casady. Protagonista di questo numero è invece il simbionte stesso, regredito, dopo gli ultimi eventi, ad una forma primordiale, aggressiva e tuttavia “tenera”: un mastino nero pece si aggira per San Francisco, un molosso sulle tracce di un disturbante culto della morte che si annida nelle viscere della Golden City.

Una storia anomala, vissuta dal punto di vista animalesco del simbionte, ma semplice, diretta al punto, godibile e fondamentale per il futuro di “Venom”, arricchita dalle matite del veterano horror Kyle Hotz e da Juan Gedeon.

La giusta di action agghiacciante, furia simbiotica e qualche oscuro presagio mettono bene in chiaro i piani di Cates per Eddie Brock & Soci…

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