Wednesday Warriors #14 – da Spider-Man a Batman

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN WHO LAUGH #1 di Scott Snyder e Jock

Snyder torna a far coppia con Jock e continua a tessere il suo personalissimo arazzo del DC Universe, la trama sembra sempre più imperniata intorno al Batman-che-ride: figura nata sulle pagine di Metal e che continua a imperversare nelle testate scritte dal Nostro.
Non serve però aver seguito tutte le peripezie di questa (per)versione di Batman tra le varie testate però, lo scrittore riesce a introdurre il personaggio ai nuovi arrivati senza scadere nel riepilogo/spiegone riuscendo anzi a sottolinearne ulteriormente la pericolosità agli occhi di chi già conosce la sua storia. Si fa anche in tempo a far esordire un’altra versione, poco originale a dire il vero, di Batman proveniente, sembrerebbe, dal Multiverso Oscuro: una sorta di Bat-Punitore chiamato “The Grim Knight”. Funzionale alla storia e poco più.
Snyder coglie l’occasione per ricordare a tutti di essere uno scrittore di razza, e non solo un architetto di mega-eventi, riuscendo a piazzare dei dialoghi brillanti e a tratti divertenti volti soprattutto a sottolineare le dinamiche tra Bruce Wayne e Alfred.
Jock adotta qui uno stile ancor più espressivo e attento all’impressione artistica che non alla descrittività formale; una sorta di lente distorta attraverso la quale vediamo Gotham City e i suoi abitanti. Un’atmosfera cupa sottolineata dalla palette di colori scelta da David Baron che non manca però di sottolineare i momenti chiavi e particolarmente intensi ricorrendo a forti contrasti tra colori piatti. I tre autori formano un team particolarmente affiatato che sembra avere ben chiare le proprie idee in merito alla direzione di questa miniserie che si presenta con un primo capitolo quantomeno interessante.

BATMAN ANNUAL #3 di Tom Taylor e Otto Schmidt

Tom Taylor si prende l’incarico, non semplice, di approfondire la figura di Alfred cercando di attenersi alle atmosfere e alla narrazione del personaggio impostata dal suo omonimo sulla serie regolare di Batman. L’Alfred di Taylor (e di King) è quanto di più simile a una figura paterna nella vita di Bruce Wayne; lo scrittore non mette da parte lo sferzante humor british che da decenni caratterizza, alle volte in maniera eccessivamente macchiettistica, il personaggio ma lo contestualizza e lo inscrive in una dinamica relazionale ben più complessa ed emotivamente coinvolgente. L’abilità dello scrittore qui è tale da riuscire a dire qualcosa di originale e nuovo di un argomento trattato da dozzine di scrittori in centinaia di storie sottolineando differenze e similitudini, contrasti e affetti di un rapporto padre-figlio.
In questo compito Taylor trova una sponda particolarmente efficace nel talentuoso Otto Schmidt, disegnatore che fa della sintesi narrativa e dell’eleganza nella composizione il suo tratto distintivo: Schmidt imprime un’umanità credibile nei suoi personaggi senza però perdere di vista le discriminanti iperboliche del fumetto supereroistico. Il risultato è un fumetto che si inserisce con stile nel filone del Nuovo Umanesimo che caratterizza la parte migliore della produzione supereroistica attuale.

Bam’s Version

X-MEN RED #11 di Tom Taylor e Roge Antonio.

Disprezzati, odiati, mutanti: Tom Taylor ha saputo ritornare alle origini degli X-Men e rilanciare quel messaggio sociale alla base del gruppo ideato da Stan Lee e Jack Kirby.
La conclusione della serie é il caotico climax da fumetto supereroistico, una lista dalla quale, man mano, si possono eliminare degli obiettivi raggiunti (esplosioni, helicarrier in caduta libera, frasi ad effetto, team-up); ma al nucleo di questa storia c’è il destino dell’umanità, tutta, dotata di gene-X o meno. Jean Grey e Cassandra Nova sono due opposti radicali, una figlia dedita al sogno di Xavier e una donna intenzionata a dar fuoco all’odio nel cuore degli uomini. Taylor ha sfruttato il momento e riflesso il nostro mondo, soffocato dalla rinnovata popolarità degli estremismi, supremazia e odio razziale per riversarli e affrontarli a muso duro, sfruttando i suoi X-Men Rossi.
Tutto ció senza sacrificare la personalità dei propri protagonisti, sfruttando al meglio veterani come Nightcrawler, Tempesta e Gambit e mettendo in luce nuovi mutanti come Gabby e X-23, Nezhno e Trinary: il cast ha saputo trovare la propria quadratura proprio perché responsabilizzato dall’enorme minaccia che ha dovuto affrontare.
Gli X-Men sanno di dover lottare per un’idea, di doverlo fare senza trovare supporto dal mondo che “li odia e li teme”, un cliché, in fondo, che il 90% degli autori mutanti ha saputo sfruttare all’interno delle proprie storie; Taylor ne ha fatto peró la spina dorsale del suo team di X-Men, ha reso l’odio razziale e mutante motore della crociata mutante, riuscendo a coinvolgere il lettore in un acceso parallelismo con il “nostro” mondo, aprendo gli occhi sulle stupide divisioni che noi stessi, inconsciamente, creiamo,  denunciando i pregiudizi che ci vengono inculcati…tutto, ovviamente, corroborato da sana action supereroistica, mi sembra logico.
Roge Antonio non ha la maturitá di un Mahmud Asrar per affrontare un importante epilogo come questo, mostrando parecchie lacune nelle scene piú caotiche, ma nulla che possa abbassare il voto ad un’ottima conclusione per la miglior serie mutante del 2018.

MILES MORALES: SPIDER-MAN #1 di Saladin Ahmed e Javier Garrón.

Per quanto ci dispiaccia ammetterlo, al mondo esistono dei dogmi, o quantomeno delle regole non scritte: l’Uomo Ragno ha alcuni punti salienti che permettono ad ogni autore di poter tirar fuori storie degne di essere raccontate. Prendete, ad esempio, Saladin Ahmed, autore in rampa di lancio in Marvel che chiude il suo 2018 con una nomination agli ’Eisner Award per la sua “Black Bolt” e il suo Uomo Ragno sugli scaffali d’America, con il #1 di “Miles Morales: Spider-Man”.
Parlando di dogmi, Miles Morales vive New York come Lee & Ditko comandano, da adolescente che gestisce la sua vita quotidiana e la sua vita da supereroe, tra amici, studio, la prospettiva di un nuovo interesse amoroso e le preoccupazioni verso i propri genitori. Raccogliere l’ereditá di Brian Michael Bendis é davvero un ingrato compito, ma Ahmed scrive il suo primo Uomo Ragno con eleganza e maestria: poter raccontare di uno Spider-Man afro-ispanico consente allo scrittore di far coincidere la sua esperienza da ragazzino di “razza mista” con un protagonista che ha sempre avuto questo tipo di sensibilitá. Miles è un supereroe ma anche un teenager: percepisce il mondo intorno a sé come tale, affronta l’America e il problema, figlio della moderna presidenza Trump, dei figli d’immigrati e non sa cosa può fare, come fermare questa ingiustizia. Si preoccupa, come faceva Peter Parker di fronte alle proteste studentesche. Deve analizzare la situazione e capire dov’è il potere e qual é la sua responsabilità. Come direbbero oltreoceano, Ahmed “gets it”, capisce il suo personaggio principale.
A questa premessa è da aggiungere un Javier Garrón in forma strepitosa, capace di non sfigurare al confronto con la “mamma” di Miles, Sara Pichelli: i colori di David Curiel complimentano un tratto dinamico, fresco e simbolo della new wave artistica Marvel. Anche nel design, Garrón pesca i look adatti alla generazione piú giovane di lettori, dalle capigliature all’abbigliamento; New York é diversa come non mai, i personaggi espressivi e vivi in tutte le loro emozioni, Spider-Man volteggia e sferra calci con grazia e decisione.
Il ritorno di Rhino mette in moto la trama principale di questo #1 praticamente perfetto e il lettore, senza aspettarselo, si trova di fronte ad un Uomo Ragno rinnovato ma fedele alle origini, libero di catturare nella tela una nuova fetta di pubblico.

 

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