Wednesday Warriors #13 – da Shazam a Doomsday Clock

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

SHAZAM! #1 di Geoff Johns & Dale Eaglesham

Shazam! #1 di Geoff Johns e Dale Eaglesham è un bellissimo ritorno per “Big Cheese”, supereroe ragazzino con straordinari poteri magici e tanta voglia di fare del bene e aiutare i meno fortunati.
Johns si scrolla di dosso l’aura solenne e politica di Doomsday Clock per abbracciare il lato campy e allegro, volutamente infantile e innocente, del fu Capitan Marvel. L’autore firma un debutto che tocca tutti i necessari “riassuntoni” per i nuovi lettori e, accompagnato da un ottimo, old-school Dale Eaglesham, consegna un #1 bello da vedere e genuinamente divertente da leggere. Rinasce la Marvel Family (ora alla ricerca di un nuovo nickname); in effetti, queste prime trenta pagine prendono vita e affascinano proprio grazie al legame che condividono i ragazzi, fratelli e sorelle che hanno vissuto vite turbolente e si sono ritrovati sotto un unico tetto.
Grazie a Billy Batson e ai poteri della Roccia dell’Eternità, anche loro possono diventare supereroi e, se non avete mai letto nulla della Famiglia Marvel , questo #1 è perfetto per voi.
Se siete fan di lunga data, il colpo al cuore è assicurato e la pagina finale vi farà immediatamente venire voglia di saltare al prossimo mese e scoprirne di più.

WINTER SOLDIER #1 di Kyle Higgins e Rod Reis.

Annunciata qualche mese fa con poche celebrazioni, la curiosità per Winter Soldier #1 è cresciuta nel sottoscritto con il passare dei mesi (e delle anteprime).
La fine dell’Impero Segreto ha lasciato un mondo di traumi alle spalle, un aspetto della vita che Bucky Barnes conosce bene; come per “Shazam!”, Kyle Higgins é qui costretto a passare per dei punti imprescindibili. Un veloce recap sulla vita del Soldato d’Inverno risulta necessario per chi non ha potuto vivere il debutto di Barnes sotto la gestione Brubaker in “Captain America’ o è rimasto lontano dal personaggio in questi anni.
Ritroviamo Bucky in un presente che lo vede “stretto”, limitato ad agire sotto copertura e a tagliare gli ultimi tentacoli dell’HYDRA, un incipit narrativo che non riesce ad esplodere se non nelle ultime pagine, dove il cliffhanger mostra già sviluppi e un potenziale inesplorato per il personaggio.
Rod Reis, collaboratore di lunga data di Higgins e sempre più versione moderna del primo, graffiante Sienkiewicz, brilla durante le scene d’azione iniziali e nell’illustrare la memoria frammentata del protagonista.
Winter Soldier #1 stenta a distinguersi dall’agguerrita competizione, dalle tante, importanti uscite del giorno, ma può affermarsi alla lunga distanza tra le miniserie più interessanti di questo inverno (ha-ha!).

MARTIAN MANHUNTER #1 di Steve Orlando e Riley Rossmo.

Nel fumetto ci sono regole scritte, molte, ma ancora più regole non scritte. Ci sono cicli e flussi ed uno, forse il più rilevante tra tutti, è fatto di costruzione e decostruzione, fasi della narrativa che si precedono e susseguono incessantemente, cambiando forma, mascherandosi…proprio come Martian Manhunter.
Steve Orlando apre questo nuovo #1 portandoci indietro di qualche anno. John Jones ha qualcosa da nascondere alla sua collega, la detective Diane Meade: il “Segugio di Marte” non è un eroe…non ancora. Orlando è deciso nel prendere le distanze dal Manhunter leader attuale della Justice League. L’indagine in corso sull’efferato omicidio si rivela incipit narrativo che ci permette di arrivare al nucleo del fumetto, il passato di Martian Manhunter e le sue zone d’ombra. Veniamo spostati su Marte, rigoglioso e brulicante di vita, di delinquenti qualunque, adolescenti in crisi ormonali e la vita quotidiana del nostro protagonista. Proprio su Marte, qualcosa nel lettore si spezza…ed ecco che l’eroico J’Onn J’Onnz che conosciamo, il Martian Manhunter, non è più chi pensavamo essere.
Complice un fenomenale Riley Rossmo, sempre più a suo agio con anatomie deformi, corpi in costante cambiamento e storture che vengono valorizzate dalla sua schizofrenica matita, Orlando trasforma un simbolo di virtù in un poliziotto bastardo, uno shock che sconvolge il lettore e lo trascina una crime story che scava nel passato, mostra lati oscuri e intrattiene nella sua esecuzione semplice e dritta al punto, arricchita da un artista che ha voglia di spingersi oltre; ad esempio, già in questo #1, Rossmo ci regala la miglior scena di sesso dell’anno.
Un debutto praticamente perfetto: Martian Manhunter si candida prepotentemente a storia da tenere d’occhio nel 2019 e Internet sembra già amarlo alla follia. Il sottoscritto pure.

>>>BATMAN: VITA CON ALFRED – LA PREMIAZIONE CON ELEONORA CARLINI, MATTIA DE IULIS E FABIO LISTRANI <<<

Gufu’s Version

DOOMSDAY CLOCK #8 di Geoff Johns e Gary Frank

Nel corso della vita di un recensore di fumetti ci sono delle occasioni in cui è necessario sbilanciarsi, distaccarsi dalla sobria analisi contingente – che lascia il giudizio definitivo su un’opera alle sue conseguenze storiche – e prendere una posizione.
Non si tratta semplicemente di gridare al capolavoro (cosa che non farò) o all’oltraggio (e non farò neanche questo) di fronte a un progetto ambizioso come Doomsday Clock quanto cercare di capirne l’effettiva magnitudo.
In quest’ottica, e sapendo di rischiare una grossa smentita, mi arrischio a dire che Doomsday Clock è importante oggi quanto Watchmen lo fu nel 1986.
Se i primi sei numeri di DC sono stati una studiata progressione necessaria a introdurre i personaggi di Watchmen all’interno dell’Universo DC in maniera credibile e approfondita dal settimo numero, al giro di boa, la narrazione ha cominciato a prendere una piega estremamente diversa. Il ritmo impostato da Johns e Frank nella prima metà della serie è studiato per creare la necessaria tensione che fa sì che il cambio di passo registrato dal settimo numero in poi sia percepito come una naturale e attesa conseguenza: una progressiva risoluzione di quanto sapientemente costruito fino ad oggi (sul discorso tensione-attesa-risoluzione vi rimando a un altro mio articolo QUI )
Il lavoro di Johns qui è estremamente politico non solo per via della presenza di Vladimir Putin Putin, Xi Jinping e per le dinamiche da Guerra Fredda impresse alla storia, ma per tutto il suo impianto linguistico e tematico.
Johns mette in discussione Watchmen, il fumetto supereroistico e se stesso in una lettura del mondo contemporaneo estremamente ficcante nella stessa misura in cui Watchmen, pur calato appieno nel suo tempo, riuscì a essere universale fino a rivelarsi profetico dei nostri tempi.
Come già detto abbondantemente Doomsday Clock pretende di essere ben più di un mero sequel di Watchmen, un espediente per monetizzare il successo di uno dei più grandi long seller della storia del fumetto americano, ma si pone in maniera dialettica al cosiddetto decostruzionismo del supereroe: se Alan Moore aveva smontato la figura del supereroe allora Johns si propone di ricostruirla smontando a sua volta l’opera del bardo di Northampton (che al mercato mio padre comprò).
E questa operazione è visibile anche da un punto di vista strettamente formale, Johns e Frank hanno inserito nella loro opera una serie di eccezioni progressivamente visibili alla griglia a nove vignette come a voler rappresentare visivamente lo scollamento dalla critica di Moore; in questo ottavo capitolo si nota come anche lo stile adottato da Johns nei dialoghi – che riecheggia fortemente la prosa di Moore – viri decisamente verso un approccio più asciutto e ortodossamente supereroistico conferendo alla narrazione un notevole cambio di ritmo.
Ma quello che colpisce di più in questa dialettica è l’aspetto tematico, al cinismo (se vogliamo chiamarlo così) di Watchmen viene contrapposto il simbolo per eccellenza del fumetto supereroico: Superman. Qui l’alter ego di Clark Kent incarna in tutto e per tutto l’ideale del supereroe – non a caso Gary Frank gli assegna le iconiche fattezze di Christopher Reeves -, la visione della giustizia in senso assoluto contrapposta non più al malvagio di turno ma alla complessità di un mondo ricco di sfumature. Lo scrittore statunitense utilizza il presunto complotto della “Superman Theory” per descrivere, con un ritratto calzante, l’attuale società in cui l’uomo medio non riconosce più i propri idoli e si confronta in maniera aggressiva creando così una società sempre più polarizzata.
Come detto sopra quindi Johns rimette sì in discussione il linguaggio e le tematiche di Watchmen ma non lo fa con lo scopo di affermare una superiorità della propria visione del mondo e del fumetto, al contrario rimette così in gioco tutto il fumetto supereroistico (a partire dallo stesso Rebirth) e, con esso, il proprio approccio a questa forma di espressione

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