Wednesday Warriors #12 – Da Heroes in Crisis ad Amazing Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #3 di Tom King, Clay Mann e Lee Weeks

In questo terzo capitolo di Heroes in Crisis, Tom King interrompe il racconto incentrato sulla ricerca dell’assassino dei residenti al Santuario per fare un passo indietro e raccontarci le vittime in un flashback carico di tensione. Ricorrendo quello che è uno dei tratti distintivi della sua scrittura King approfondisce i profili psicologici di tre dei pazienti della struttura creata da Batman, Superman e Wonder Woman mostrando anche i meccanismi che regolano il funzionamento del Santuario. Lo scopo dichiarato di Heroes in Crisis infatti non è tanto quello di raccontare un “normale” evento supereroistico, grande o piccolo che sia, quanto di mostrare le conseguenze psicologiche ed emotive dei traumi sperimentati dai supereroi nello svolgere il proprio operato: assistiamo al drammatico conflitto interiore di Lagoon Boy, unico superstite dei Titans East, incapace di venire a patti con i propri sensi di colpa; vediamo Wally West alle prese con il dramma, accennato ma mai approfondito nel corso del Rebirth, della solitudine e della perdita della propria famiglia; e scopriamo il lato insicuro e autodistruttivo di Booster Gold solitamente nascosto dalla sua patina di arrogante sicumera.
Qui, salvo successive smentite, la pretesa di realismo della serie cede il passo alle necessità narrative: le dinamiche che regolano questa sorta di clinica psichiatrica sono l’antitesi di quello che normalmente prevede un normale processo di riabilitazione. L’isolamento, la ricerca autonoma della propria cura, la mancanza di contatto umano non sono gli strumenti più comuni, o adatti, nel normale trattamento di assistenza psicologica.
Indubbiamente il lettore più addentro alla continuity DC riesce ad apprezzare maggiormente determinate sfumature, a identificarsi maggiormente con le storie dei personaggi e a intuire la rilevanza di un certo personaggio che appare nell’ultima tavola, ma gli autori riescono bene a evidenziare i momenti cardine della trama anche agli occhi del lettore occasionale.
Clay Mann si prende un mese di pausa disegnando solo la prima e l’ultima tavola lasciando il resto dell’albo nelle mani capaci di Lee Weeks; quest’ultimo adatta il suo stile nel segno della continuità stilistica senza però snaturare la sua vena più marcatamente noir. Il risultato è splendidamente in linea col racconto disturbante di tre supereroi affetti da Sindrome da Stress Post Traumatico: i colori luminosi e caldi di Tomeu Morey agiscono in contrasto con le pennellate nere di Weeks e con il sottotesto tragico che il lettore già conosce conferendo alla storia un andamento inquietante.

AQUAMAN/JUSTICE LEAGUE: DROWNED EARTH #1 di Scott Snyder, Francis Manapul e Howard Porter

Si chiude con questo albo il crossover “Drowned Earth” che abbiamo seguito con attenzione in questa rubrica confermando le impressioni, positive e negative, date dai capitoli precedenti.
Scott Snyder conferma la sua vulcanica verve creativa finendone quasi vittima: tutto Drowned Earth è ricco di idee, spunti, conflitti e riflessioni che, per scelta o per mancanza di spazio, si accavallano e si sovrappongono finendo per congestionare, e a tratti appesantire, tutta la narrazione.
Tutta la saga manca di quel respiro epico di cui avrebbe bisogno mettendo in difficoltà anche due disegnatori veterani e ricchi di talento come Francis Manapul e Howard Porter, costretti a layout più fitti e carichi di balloon. Manapul si affida a un tratto più marcato, fatto di linee più spesse e chiuse rispetto al suo stile classico, per favorire la leggibilità della tavola riuscendo così a non perdere di efficacia; Porter invece vede maggiormente penalizzato il suo stile muscolare che, frammentato in vignette, ha poco spazio per esprimersi al meglio.
Al netto di queste osservazioni, da un punto di vista puramente strumentale, il crossover riesce però in tutti i suoi intenti: Snyder riesce a mettere su un evento dalla grande portata allestendo uno scenario fantasy-supereroico nel quale ambientare un ottimo prodotto di intrattenimento, dona spessore e centralità al personaggio di Mera, crea un nuovo status quo per Aquaman, introduce nuovi elementi nella mitologia di Atlantide e porta avanti al sottotrama che vede opposta la Justice League alla Legion of Doom.
Complessivamente si tratta di un prodotto riuscito ma che soffre di diverse criticità soprattutto in virtù delle potenzialità del materiale disponibile e non sfruttato appieno.

Bam’s Version

IRONHEART #1 di Eve L. Ewing, Luciano Vecchio e Kevin Libranda.

Arriva, per tutti i personaggi a fumetti, la prova del nove e, per Riri Williams, la prova è sopravvivere al debutto della sua serie regolare in solitaria.
Personaggio creato da Brian Michael Bendis e Stefano Caselli nel 2016 come “sostituto” momentaneo di Tony Stark, la giovane ragazza afro-americana ha riempito l’armatura di Iron Man per qualche anno e, solo recentemente, ha cambiato la sua identità e la sua apparecchiatura in quella di un’eroina tutta nuova, Ironheart.
Alle writing duties della serie troviamo l’altrettanto giovane e di colore Eve L. Ewing, scrittrice che debutta nel mondo dei fumetti con qualche incertezza di troppo: sono apprezzabili l’entusiamo e l’inventiva che derivano da un’occasione simile, ma la Ewing esagera condendo i dialoghi con termini tecnologici e fantascientifici, sacrificando intere sequenze e appesantendo lo scorrere della lettura proprio quando ci sarebbe bisogno di passare all’azione, disegnata dai funzionali ma non strabilianti Kevin Libranda e Luciano Vecchio.
Un vero peccato dover farsi forza e sopportare l’eccessiva verbosità già a metà dell’albo, tra macchinari ed esposizione narrativa, perché il fumetto trova un’anima quando è il “lato umano” ad essere esposto. La giovane Riri ha finalmente una voce sua, genuina e spontanea, che mostra preoccupazioni coerenti con la sua età e il suo status da adolescente geniale.
Un albo d’esordio che spacca il giudizio a metà ci costringe a rinviare il giudizio al mese venturo.

AMAZING SPIDER-MAN #10 di Nick Spencer, Humberto Ramos e Michele Bandini.

Nick Spencer porta a conclusione il suo terzo arco narrativo, Heist. In questi primi dieci numeri della serie, è diventato sempre più chiaro l’intento dello scrittore, che ha voluto costruire da zero il mondo intorno al suo Uomo Ragno. Dopo aver analizzato il protagonista principale ed i suoi comprimari, qui abbiamo un occhio di riguardo volto all’aspetto romantico e sentimentale, riproponendo un dualismo tanto caro agli amanti del Ragno anni ‘80.
Mary Jane Watson e la Gatta Nera sono protagoniste di una interessante analisi del loro ruolo nella vita di Spider-Man mentre, sullo sfondo, il Testa-di-Tela si trova a dover affrontare la Gilda di Ladri e Odessa Drake in ottime sequenze action firmate da Humberto Ramos.
Il lettore ripercorre parte della strana vita sentimentale dell’Uomo Ragno con un Michele Bandini che colma i vuoti di Ramos con uno stile meno frenetico e più morbido, dando a MJ il tempo di spiegare un ritorno di fiamma voluto tanto dai fan.
Spencer continua ad essere la voce perfetta per questo Spidey caciarone e battutaro e la serie si muove sempre di più verso la costruzione di una base stabile… da far crollare eventualmente in futuro *occhiolino occhiolino*.

DAREDEVIL #612 di Charles Soule e Phil Noto.

Death of Daredevil non è di certo un titolo originale. A memoria, ricordo almeno due o tre volte in cui abbiamo assistito alla “morte” dell’Uomo Senza Paura. Questa di Charles Soule è una delle più strane che abbia mai letto.
L’arco narrativo che pone fine ai due anni di gestione Soule è l’apice di una intera serie che non ha mai saputo trovare la sua identità, bloccata in uno strano limbo tra la classica run di “Daredevil” con Kingpin e l’audace ma verboso legal e procedural drama.
Soule chiude (?) l’ennesimo scontro tra il Diavolo e il Sindaco di New York e, se Phil Noto ha reso meno amara la lettura, questo ultimo capitolo si risolve con un’ulteriore beffa, che non solo lascia la trama in medias res, ma addirittura sembra scollarsi di parecchie responsabilità.
Ai posteri l’arduo compito di sbrogliare una matassa che non è stata affatto sciolta, un dono scomodo che Soule lascia ora a Jed Mackay e Chip Zdarsky.

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