Wednesday Warriors #1 – Da Immortal Hulk a Deathstroke

Parte questo mese Wednesday Warriors, la rubrica settimanale, curata da Fabrizio “Bam” Nocerino e Andrea “Gufu” Gagliardi, che fa il punto sulle uscite Marvel e DC Comics prendendo in esame una manciata di albi. Enjoy!

Bam’s Version

THANOS LEGACY #1 di Donny Cates, Dylan Burnett, Gerry Duggan & Cory Smith

Mai come in questo periodo sarebbe facile fermarsi a tessere (ancora) paragrafi di lodi alla freschezza di Donny Cates, protagonista di un invidiabile primo anno in Marvel. Ma è giusto, in ogni caso, prendersi un attimo di pausa e analizzare questo “Thanos Legacy” #1, nulla più di un one-shot che racconta cosa è successo dall’ultimo numero di “Thanos” a “Infinity Wars Prime”, primo capitolo dell’eventone galattico firmato Duggan & Deodato Jr.

“Legacy” riparte dalle ultime pagine della serie originale di Cates dove, per non fare spoiler, il lettore aveva lasciato il Titano Pazzo trionfante e pronto al prossimo capitolo della sua vita. Dalle matite pesanti, dettagliate e sprizzanti energia violenta di Geoff Shaw, si passa ad un Brian Level, decisamente più leggero e morbido, ben colorato da Jordan Boyd, forse però poco attinente al clima solenne che vorrebbe evocare questo interludio. Cates gioca con Thanos e la pomposità dei suoi discorsi, non raggiungendo però quel livello di tagliente sagacia e pura cattiveria che aveva caratterizzato i primi 18 numeri di “Thanos”. Le due guest-star in chiusura sono la parte più succosa delle 22 pagine, ma il tutto si risolve con poco più di un interessante teaser. In coda troviamo una storia “muta” di Gerry Duggan e Cory Smith dedicata al complesso rapporto padre / figlia tra Thanos e Gamora: carina l’idea e la realizzazione ma niente che non sappia di già visto.

ASGARDIANS OF THE GALAXY #1 di Cullen Bunn e Matteo Lolli.

Può un gruppo di Asgardiani assemblati alla bene e meglio catturare l’interesse di lettori in cerca di nuovi stimoli? “Asgardians Of The Galaxy” #1 propone un’avventura che unisce due mondi avvicinati dal grande successo della pellicola “Thor: Ragnarok”; peccato che dello stile e della verve action adrenalinica di Taika Waititi, Cullen Bunn ricalchi molto poco, seguendo piuttosto la linea di un classico “team book” supereroistico.
Peccato, ancora, che i protagonisti a disposizione non siano abbastanza carismatici da poter reggere l’introduzione con rissa su un pianeta alieno di questo primo numero: Angela e Skurge, il Distruttore e il giovane Thunderstrike, conditi dal Thor rana e la Valchiria non reggono da soli e vedere il gruppo già unito non permette di affezionarsi a piccole interazioni e dinamiche personali che costituiscono il cuore di un’intrigante serie corale. Le motivazioni e la nemesi principale di questo accenno di trama risultano deboli ed introdotte frettolosamente, lo shock dell’ultima pagina rimane l’unico punto di discussione da trarre da questo debutto.
In compenso, Matteo Lolli e i colori di Federico Blee sono i veri protagonisti, tratto pulitissimo e duttile, in grado di farsi notare sia nelle sequenze più caotiche che nelle semplici espressioni del viso e del corpo.

DEATHSTROKE #35 di Christopher Priest e Carlo Pagulayan.

Cinque lunghi mesi, tanto é durata “Deathstroke Vs. Batman”, una complessa saga tessuta finemente da Christopher Priest e che, finalmente, è giunta a conclusione. Non si trascenda, però, il senso delle mie parole: ogni singolo numero ha costruito tensione e momentum, ogni flashback ha aggiunto tasselli ad un mosaico cesellato da padri sconsiderati, figli sull’orlo di una crisi di nervi e le madri peggiori del mondo.
“Deathstroke” continua a raccontare dell’uomo dietro la maschera e, quando vuole, della famiglia disfunzionale dell’uomo dietro la maschera. Il grande pregio di questa serie sta proprio nella gestione dei tempi e delle reazioni: anche in quest’ultimo numero dello scontro tra Deathstroke e Batman, con in palio il titolo di “padre” di Damian Wayne, Priest gioca sulle linee e racconta non solo la violenza fisica dei pugni scambiati, ma anche il contraccolpo emotivo di chi subisce, di chi è costretto ad osservare le tremende similitudini tra questi due uomini “perfetti” nelle loro incredibili imperfezioni, disegnate in muscoli, spandex e kevlar da un Carlo Pagulayan rinvigorito e mai sottotono.
Silenziosamente e all’insaputa, purtroppo, di una larga fetta di pubblico, il “Deathstroke” di Priest continua ad essere una delle migliori interpretazioni, in assoluto, del personaggio.

 

Gufu’s Version

BATMAN #54 di Tom King e Matt Wagner

“The better man”, titolo del 54° numero del Batman di Tom King, prosegue la storyline del post-matrimonio che vede Bruce Wayne affrontare un percorso di autocoscienza e guarigione. Se i precedenti numeri, dal #51 al #53 con il processo a Mr. Freeze, avevano approfondito lo psicologico del Cavaliere Oscuro con complessità e ricche sfumature, qui ci ritroviamo con una storia più diretta che punta maggiormente sull’aspetto empatico e che vede in Dick Grayson (il primo Robin e ora Nightwing) il grimaldello ideale per scassinare la corazza di Batman. La ricostituzione, sebbene temporanea, del “dinamico duo” delle origini infatti ripropone e rinforza lo scopo del primo Robin: ovvero di alleggerire l’eccessiva cupezza dell’uomo pipistrello; quella che nei primi anni 40 era una necessità puramente editoriale qui diventa un elemento narrativo funzionale anche nella descrizione del complesso rapporto padre adottivo/figlioccio che intercorre tra i due.
Per rendere con efficacia questa relazione di mutuo sostegno tra i due King utilizza un espediente tipico della sua scrittura (già visto ad esempio nel ciclo “I Am Bane”): l’alternanza tra i tempi narrativi, passato e presente, e la loro giustapposizione.
Torna su Batman anche Matt Wagner, l’autore di Grendel e Mage interpreta l’albo con la sua consueta personalità e con una caratterizzazione grafica che mescola le atmosfere del Batman animato di Bruce Timm con il tratto sporco alla Howard Chaykin che però mal si sposa con i colori troppo sgargianti di Tomeu Morey (bravo comunque a sottolineare i passaggi tra flashback e presente). Il risultato finale è interessante e aggiunge un altro tassello alla ridefinizione del Cavaliere Oscuro per il 21° secolo.

JUSTICE LEAGUE #7 di Scott Snyder e Jim Cheung

Si conclude con questo numero la prima storyline della Justice League di Scott Snyder e con essa termina anche il primo round con la Legion of Doom guidata da Lex Luthor e Joker, ma si tratta di una conclusione tutt’altro che finale. Quello che doveva essere il popcorn-movie di Snyder, ricco di effetti speciali, esplosioni e battaglie cosmiche si è invece rivelato essere un capitolo di una trama più complessa e a lunga gittata: in questi sette numeri Snyder ha messo talmente carne al fuoco da far pensare a un affresco molto grande in grado – forse – di ridefinire l’intero universo DC.
Dai poteri di Hawkgirl all’anello ultravioletto, dalla Totalità alla missione di Vandal Savage lo scrittore semina una mole di indizi che ricorda il metodo usato da Chris Claremont durante la sua fortunata e lunghissima run su X-Men; metodo che raggiunge il suo apice nel doppio cliffhanger di questo numero degno delle migliori/peggiori soap opera.
Fondamentale in quest’ottica è l’apporto del talentuoso Jim Cheung, in grado di caratterizzare efficacemente dozzine di personaggi e ambientazioniabbinati a una messa in scena sempre chiara, ma non banale, che aiuta il lettore a districarsi nelle convolute trame di Snyder.
Non secondario è il ritorno, dopo circa sette anni, di Martian Manhunter alla sua funzione di cuore della Lega della Giustizia: ci eri mancato J’onn.

IMMORTAL HULK #5 di Al Ewing e Joe Bennett

“IT’S CLOBBERING TIME!” sebbene il protagonista dell’albo non sia Ben Grimm, l’amabile Cosa dei Fantastici Quattro, il suo grido di battaglia è perfetto per descrivere questo episodio di Immortal Hulk #5. Al Ewing abbandona momentaneamente i toni da horror di provincia per tornare a tematiche e situazioni più tradizionali nella narrazione delle vicende del gigante di Giada. La scazzottata con Sasquatch (a.k.a. Walter Langkowski ) prende gran parte dell’albo e permette a Joe Bennett di dedicarsi, con evidente piacere, al disegno di elementi a lui più congeniali: mutazioni, corpi mostruosi e ipertiroidei che si avvinghiano, muri sfondati e tutto il campionario classico delle slugfest supereroistiche inscritto in un layout “esploso” e disarticolato adatto alla narrazione in questione.
Non traggano in inganno però queste considerazioni, perché tra un muro sfondato e un altro, Ewing porta avanti la sua trama sugli irradiati dalle radiazioni Gamma, e la relativa follia che sembra colpire loro e tutti quelli che li circondano, andando a pescare nel ricchissimo bacino di idee e innovazioni portate al personaggio da Peter David negli anni ’90. La caratterizzazione dell’Hulk di Ewing e Bennett lascia ancora molte domande su quale aspetto della psicologia di Bruce Banner abbia preso il sopravvento nella sua manifestazione mostruosa – ricordiamo che Hulk è un riflesso della psiche tormentata di Banner e che ogni sua incarnazione, da Mr. Fixit a Hulk Spacca – e cosa sia successo in realtà durante lo scontro tra Hulk e Sasquatch, resta però evidente il fatto che siamo di fronte a una delle più convincenti interpretazioni del personaggio e a uno degli albi più interessanti di tutto il parco testate Marvel.

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