Un anno: primavera. Taniguchi alla francese

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Un anno: primavera © Rizzoli Lizard

Soffia la brezza leggera della primavera; soffia l’aria tiepida e si fa strada dolcemente tra le nuvole dell’inverno, diffondendo ovunque il profumo d’erba e di mare. Si risveglia la natura, ma non sboccia la piccola Capucine, ancora avvolta nel torpore dell’infanzia che non cede il passo a una nuova età. Un fiore tardivo che richiede attenzione e riguardo, perché possa anch’esso dispiegare i petali e lasciarsi carezzare dal caldo vento di un’estate imminente.

Che Jirô Taniguchi sia un uomo dal cuore sensibile ce lo testimoniano tutte le sue opere.

Che riesca a riversare questa sensibilità nelle sue tavole, è evidente sfogliando uno qualsiasi dei volumi che ha disegnato.

Quindi non è una sorpresa che dai disegni e dai colori pastello di questo libro trasudi poesia.

Non una poesia aulica e magari un po’ metafisica, come quella de I Guardiani del Louvre, ma la poesia che permea la vita reale. La vita della famiglia di Capucine Touret, una bambina di otto anni, affetta da Sindrome di Down.

Seguiamo questa vita per una stagione, la primavera. Questo è infatti il primo di una serie di quattro volumi (purtroppo i successivi tre non sono stati ancora pubblicati a distanza di sette anni dal primo), la cui idea è quella di raccontare un intero anno.

Di Capucine sentiamo i pensieri, che fanno spesso da didascalia alle immagini. Pensieri di una bambina diversamente abile, come con grande ipocrisia diciamo oggi, ma che nella sua semplicità ci guida attraverso gli eventi e le emozioni della storia. Lei che non si sente ritardata, ma che si trova in un mondo che la tratta come tale, a volte brutalmente.

Che poi storia non è…. Come spesso Taniguchi ci ha abituato, tutto sembra normale, quasi senza una sceneggiatura.

E Morvan segue un po’ lo stesso stile, riesce a scrivere una storia e una sceneggiatura che si adattano benissimo al disegno e alla poetica di Taniguchi: è la vita stessa che scorre, con eventi quotidiani. E somiglia alla nostra vita, con le piccole e grandi situazioni, le piccole e grandi paure, i piccoli e grandi tradimenti, i momenti di crescita che si nascondono nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.
È una primavera in cui succedono cose normali: la festa di compleanno, il cagnolino avuto in regalo, la scuola, le quotidiane tensioni tra i genitori, le attività pomeridiane dalla terapista. Ma le cose normali sono quelle che ci caratterizzano, che viviamo più spesso, e ci formano. E magari fanno da sfondo alle cose speciali che ci capitano (o che decidiamo di fare).

unanno3Di Capucine vediamo i disegni, a loro volta didascalici, che rappresentano solo quelli a cui vuole bene: maa, paa, i nonni, la tata Sandrine, il cane Maschietto e Durududù, l’amico immaginario che conosciamo nella prima pagina e che Capucine decide di abbandonare nell’ultima, perché così «tutti penseranno che ho fatto progressi».

Di Capucine quasi non vediamo l’handicap perché Cap non ha i tratti caratteristici della sindrome, e tutti sono preoccupati di farle «fare progressi». Ma non può essere ignorato, fa da sfondo a tutto, è presente in ogni dialogo, anche quando Capucine non c’è, e determina anche quello che succede (è per riprendere lei dalla terapista che il paa mette in discussione la sua fedeltà…).

E in fondo di Capucine, per tutto il libro, abbiamo il punto di vista. Anche se nella narrazione ci sono eventi di cui la ragazzina non è protagonista, o dove non è neppure presente.

Dal punto di vista grafico, nel disegno dei personaggi, nel tratto, nei dettagli delle scene, nella colorazione delicata che sottolinea i passaggi della storia è il Taniguchi che conosciamo. La differenza rispetto ad altre opere si nota nel taglio delle vignette e nella gabbia delle pagine. Si capisce che il fumetto è pensato con uno stile più europeo: non ci sono splash page, le vignette sono tutte ben delineate. Ma anche qui Taniguchi riesce a interpretare in modo personale ed efficace. Ad esempio utilizza la gabbia per aiutare il lettore a dare il ritmo alla storia: nelle pagine in cui la divisione è fittissima (ho contato anche quindici vignette in una sola tavola) le inquadrature cambiano continuamente, dando grande dinamicità al racconto, anche se magari gli eventi in sé non sono così significativi.

Infatti, nella trama non ci sono momenti drammatici o particolari, è una specie di flusso di coscienza, che si alterna tra la infantile inconsapevolezza di Capucine e la figura del padre, che sembra un po’ l’antagonista della situazione, il personaggio negativo.

Nel corso del volume piano piano è proprio lui ad arretrare sempre di più dal piano aulico e sereno dell’inizio. I suoi primi piani si fanno prima tristi e poi duri. Vive con distacco la quotidianità della figlia, è stanco del lavoro, è l’unico che vuole tirarsi fuori dalla vita di Capucine, che sente il peso del suo status.

È lui a trattare con durezza la figlia, a non accettarne il ritardo, a farsi sopraffare dai problemi di tutti i giorni, a rompere l’equilibrio infatuandosi della terapista.

È l’elemento di realtà in una quotidianità che si specchia attraverso lo sguardo semplice e per questo sognante di Capucine.

La madre Stephanie sembra voler fare da collante tra il mondo pratico e dinamico dei normali, come suo marito, e quello fantastico e semplice di sua figlia. Due mondi che in una sola primavera, da adiacenti che erano, si allontanano progressivamente. E Stephanie si sfilaccia sempre di più, fino a scomparire anche fisicamente nelle ultimissime pagine, in cui i sogni di Capucine, che dice addio al suo amico immaginario per mostrare anche a se stessa di essere cresciuta, si alternano con la praticità del padre Stephane (solo una “i” di differenza dalla moglie), che si sente lontano dalle donne della sua famiglia, ma non riesce a fare il passo per rompere definitivamente.

La progressiva consunzione della serenità iniziale è forse imputabile all’origine europea dell’opera.
Fa pensare a tanti fumetti o film italiani e francesi in cui a prevalere è una forma di angoscia di cui non ci si libera mai.

Spesso invece le opere di Taniguchi, magari anche aventi per protagonisti dei perdenti, si chiudono con un seme di speranza.

Quindi, sospesi tra queste due possibili evoluzioni, dobbiamo aspettare di leggere le altre stagioni per sapere se prevarrà la poesia di un mondo a misura di una bambina down o dovremo arrenderci alla realtà.

Dati editoriali:

Autore: Jean-David Morvan (storia), Jiro Taniguchi (disegni)
Editore
: Rizzoli Lizard
Provenienza
: Francia, 2009
Formato
: 21,5×28,7, cart., 72 pag., col.
Data di Pubblicazione: 2011

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