Total overfuck di Miguel Angel Martin, una recensione laterale

Prendere in mano il volumone della Nicola Pesce Editore, che ristampa l’opera più controversa di Miguel Ángel Martín, è un’operazione complessa. Devi superare una certa pressione dovuta alle vicende storiche che hanno accompagnato la pubblicazione di queste storie in Italia.

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Gli eventi sono riassumibili in poche parole: all’epoca della sua pubblicazione, uno dei volumi qui ristampati, Psychopathia Sexualis, fu sequestrato da un giudice per i suoi contenuti a dir poco estremi. In seguito il sequestro fu revocato con successiva sentenza, che affermò in sostanza l’inopportunità della censura in ambito artistico.

Così, per tornare a noi, leggere Total overfuck equivale a fare esperienza di quanto noi stessi siamo disposti a tollerare prima di fermarci e dire “questo è troppo”. È una specie di esperimento sociologico su noi stessi: quanto è alta l’asticella della mia tolleranza? Sono davvero disposto a difendere la libertà espressiva nell’arte, indipendentemente da cosa ne penso del contenuto?

Ebbene, ho letto tutto Total overfuck, e ho capito diverse cose di me stesso; una delle quali è che anche io, a quaranta anni quasi suonati e dopo migliaia e migliaia di esperienze di lettura, posso ancora essere sconvolto.

Eh sì, ci sono delle cose di questo fumetto che mi hanno semplicemente devastato.

(Nota: seguono immagini dal contenuto molto forte)

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I paesaggi.

I luoghi di Miguel Ángel Martín sono sfondi privi di vita e di speranza: paesaggi esterni che riflettono una desolazione interiore. Stranianti solidi geometrici dalle linee oblique e monotone disegnano città prive di vita e di intelligenza, punteggiate di ciminiere che sputano miasmi indefiniti in cieli sempre grigi. Sono città progettate da un’umanità disumana, triste e indifferente, annegata in fiumi di squallore e miseria.

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Martín non lascia niente al caso: il susseguirsi di brevissimi episodi non lascia respiro alla mente, bombardandola con enormi vuoti sporchi d’immondizia, freddi, quel genere di paesaggi che soltanto l’uomo può concepire, permettere, volere.

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L’autore sembra chiederci se vivremmo mai in luoghi del genere. Mai, vero? Eppure le sue città sono così anonime da assomigliare troppo a quelle che abitiamo davvero.

I paesaggi, abbiamo detto. Dopo più di cento pagine di questi posti comincia a salire una brutta nausea, la voglia di distogliere lo sguardo, il sospetto che quanto vediamo sia più vero di quanto vorremmo mai ammettere. E poi Martín ci prende a pugni con l’elemento della sua opera di cui si è tanto parlato, che ha suscitato scandalo e censura.

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Le persone.

I personaggi di Martin sono odiosi, monotoni, idioti e banali. Persone prive di qualunque interesse per il lettore, impegnate in attività disgustose, appassionate del dolore altrui, incapaci di generare empatia. Squallidi esemplari della peggiore umanità, capaci di tutto pur di evadere da sé stessi.

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Annoiate creature senza alcuno slancio vitale, vivono impotenti il mondo che hanno creato con le proprie mani, alienati e profondamente, esistenzialmente, schifosamente soli. Non c’è una goccia d’amore, di pietà, di sentimento nelle nefandezze che questi individui perpetrano l’uno all’altro, ma solo calcolata indifferenza.

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Brutti, stupidi, i suoi personaggi emanano antipatia in tutto quello che fanno. Lo stomaco del lettore si contorce e non tanto per questa pornografia della desolazione umana, ma per la paura di leggere la propria insignificanza, di trovare quella perversione personale e inconfessata mostrata in tutta la sua cruda demenza. Il timore paralizzante di incrociare in queste pagine lo sguardo del proprio collega, del vicino di posto nel treno, e di vedervi sé stessi riflessi dentro.

Perché l’umanità che Miguel Ángel Martín dipinge con il suo monotono pennino puzza di realtà ancor più dei suoi paesaggi. Buona parte delle incredibili storie di abiezione che ci mostra senza alcun pudore sono tratte dalla cronaca di ogni giorno, quella che i giornali riportano con patetici eufemismi per non urtare la nostra sensibilità.

Ecco, è questo che è terribilmente disarmante del fumetto di Martín. Sì, alla fine dell’articolo possiamo anche dirvelo: c’è tanto sesso, c’è tanta violenza, c’è pedofilia, tortura, malvagità, senza alcun filtro, mostrati nella loro nudità come carne sul banco del macellaio. Leggere Total Overfuck è qualcosa di profondamente fastidioso.

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È fastidioso l’uomo che è capace di concepire un mondo del genere; capace di costruire strumenti dedicati al dolore altrui con scienza e coscienza, e di trasformare in strumenti di tortura e di perversione anche le cose dedicate a tutt’altro.

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Martín ha scelto di rivestire questo scomodo ruolo: quello di spingerci al bene mostrandoci quanto male è stato fatto, quanto male viene fatto in questo stesso momento, e quanto se ne potrà fare ancora. Il modo più semplice perché questo continui ad accadere è ingannarci, dimenticando di cosa siamo capaci: e il modo più semplice per dimenticarlo è censurando chi vuole ricordarcelo.

Non so se mi sento di consigliarvi di comprare Total Overfuck. Avete il coraggio di guardare nell’Abisso? Siete disposti a uscirne cambiati?

Se la risposta è no, niente paura, amici come prima: solo, per favore, lasciate in pace chi invece è capace di rispondere sì.

 

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Francesco Pone

Francesco Pone legge fumetti da troppo tempo. La sua principale occupazione è tentare di far servire a qualcosa la sua laurea in filosofia.

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