Time breakers: paradossi temporali al contrario

Nel 1997 Chris Weston, disegnatore britannico, allora ventottenne, aveva già incontrato Mark Millar su Swamp Thing e Grant Morrison su The Invisibles.

Rachel Pollack era già la nota vincitrice di un Arthur C. Clarke Award ed aveva appena scritto la run più importante di Doom Patrol dopo quella di Grant Morrison.

Nel 1997 usciva in volume la miniserie (5 numeri) di Time Breakers, scritta dalla Pollack e disegnata da Weston.

Dal 1997 arriva solo oggi in Italia e, in qualche modo, ci porta indietro nel tempo, proprio come accade ai suoi protagonisti. Ma per fortuna questo viaggio nel tempo non provoca paradossi, o per sfortuna, visto che i paradossi salvano la storia e l’universo…

Per gli scienziati, il tempo assoluto è stato smontato da Einstein con la relatività speciale, e all’incirca parallelamente nell’immaginario collettivo il tempo diventava una coordinata percorribile grazie ad H.G. Wells, che dava origine alla fantascienza. Ma ancora oggi il tempo mantiene una sua direzione, una freccia che i principi della termodinamica rendono irreversibile. Pertanto i paradossi non hanno cittadinanza e sono un pericolo per il tessuto quadrimensionale in cui galleggiamo.

Come la Julia bonelliana, anche l’Angela di Weston ha i tratti di Audrey Hepburn, anche se più dura e meno affascinante della controparte italica. Ma non indaga, viene arruolata tra gli agenti che si occupano di generare i paradossi temporali,  perché, come dice Juta, la sua mentore, «senza paradossi temporali nessun universo, nulla accadrebbe. Tutto statico e chiuso.»

Sono i time breakers a rompere questo circolo, creando dei paradossi, per cui il viaggio del tempo diventa normale. Loro stessi sono nati da un paradosso.

Negli anni in cui l’opera è stata prodotta, la cosmologia di frontiera e i tentativi di creare un legame tra cosmologia e meccanica quantistica non erano lontane dalla magia. La divulgazione scientifica non era diventata ancora diffusa come oggi, anche perché la scienza e i suoi lavoratori non avevano un bisogno così pressante di farsi riconoscere e di ottenere un riconoscimento sociale.

Il fumetto, tra le culture pop, attingeva a tutto, comprese le teorie scientifiche borderline, un po’ come accadeva al cinema di fantascienza. Erano ancora di là da venire da una parte il cinema che prendeva come consulenti i Premi Nobel per la fisica (Kubrick e il suo 2001 erano stati una eccezione), dall’altra la cultura scientifica di massa e la divulgazione resasi quasi indispensabile.

Rachel Pollack, esperta di tarocchi, al punto di averli letti per Neil Gaiman, interpreta la fisica dei viaggi del tempo, rendendola credibile. Giocando con manufatti pseudo-magici, linee temporali, universi paralleli, paradossi, crea una storia interessante, a volte un po’ cervellotica. Come accadde già nel 1984 con Terminator, il futuro determina il passato. Se lì l’eroe della resistenza del futuro veniva concepito dall’uomo inviato nel passato per salvarlo, qui è l’uomo che ha consentito scientificamente i viaggi nel tempo a dover essere ispirato da coloro che quei viaggi li realizzeranno in un qualche futuro.

Pollack utilizza personaggi reali che sono vicini al mito. Il matematico indù Srinivasa Ramanujan, caso davvero più unico che raro di matematico di altissimo livello, autodidatta, morto giovanissimo. Come pure il matematico inglese Hardy, che di Ramanujan fu il riferimento accademico e il mentore nel mondo occidentale, ma ebbe una biografia piuttosto movimentata.

Lo scontro è tra i time breakers, che reclutano Angela e la mandano a salvare il tempo, insieme a Aithon, un re dell’antica Grecia, e a Leo, e tra un gruppo di agenti di Yokhanan (che è la traslitterazione latina dell’ebraico Yahwh è buono, cioè Giovanni), che dovrebbero liberare il tempo dai paradossi.

Ma si scoprirà che questo gruppo è una parte del piano degli stessi time breakers per creare il tempo stesso.

Il paradosso assurge a principio assoluto, tanto che la vita che non viene da un paradosso non ha inizio. Angela vede se stessa più giovane, prova a ispirarla ma in realtà la vede sparire nella tempesta temporale che sta mangiando a ritroso il tempo.

Eppure lei non sparisce, pur essendo stata reclutata dopo quel momento. L’intreccio sembra così aggrovigliarsi, finendo quasi per autodistruggersi, un po’ come l’uroboro.

E per salvare il tempo, si finisce nel grande paradosso.

La natura del tempo e il suo significato continuano da secoli a interrogare scienziati e filosofi. Rachel Pollack, sia nella prefazione all’edizione originale del 1997 che in quelle poche righe riscritte nello scorso luglio, fa riferimento sia alla letteratura sul tema, a partire da H.G. Wells, che alla scienza che si occupa del tempo, dell’età dell’universo e della differenza tra universo reale e universo osservabile.

Oggi (forse) ne sappiamo un po’ di più di quando l’edizione americana è uscita. Ma di fianco ad alcune risposte, queste hanno generato nuove e più complesse domande, un po’ come succede nella storia a fumetti, dove coloro che vogliono salvare il tempo dai paradossi lo salvano proprio contribuendo inconsciamente a creare il paradosso che ri-origina tutto.

Weston nella prefazione all’edizione italiana scrive:

al tempo disegnavo in modo diverso, e il fumetto è colorato con uno stile tipico del periodo, quando la colorazione digitale muoveva i primi passi.

La differenza si nota rispetto alle opere più moderne, ma non invecchia la cura nella ricerca, l’attenzione ai particolari. I disegni sono chiari, meno cupi e ombreggiati di quelli più moderni, con un tratto forse più pulito. I colori meno sfumati, ma modernissima appare la gabbia delle tavole, dinamica e personale, che si integra con elementi della storia (come nella pagina a sopra a destra).

Ammetto di non aver letto nulla di Weston prima di quest’opera, alla quale mi sono avvicinato per curiosità scientifica (come sapranno i miei 25 lettori).

Oggi probabilmente questo fumetto sarebbe stato scritto e disegnato in modo diverso; la scienza ha fatto passi avanti e forse qualcuno di essi avrebbe potuto trovare spazio nella sceneggiatura, sicuramente il colore digitale sarebbe stato più dinamico. Ma non vuol dire che sia vecchio.

Semplicemente è un fumetto del 1997, che non è un intramontabile, ma è ancora un’opera che merita una lettura e richiede anche un po’ di impegno per portarla a termine con soddisfazione.

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