The case study of Vanitas: Vampiri e Steampunk

Il filone vampiresco ha sempre appassionato i mangaka e i lettori. Come tutti i generi che appassionano molti scrittori e molto lettori, si assiste spesso a un florilegio di opere che sono drammaticamente tutte uguali o incoerenti con i canoni classici del “manga del vampiro”.

Uno dei manga fondamentali del genere è Miyu principessa vampiro, che è diventato un caso tra gli appassionati degli anni ’90 che lo hanno attualmente riscoperto alle fiere del fumetto. Ce ne sono stati poi tanti altri, anche fumetti italiani (uno su tutti Rigel), ma il fenomeno ha debordato con l’uscita di Twilight e conseguente stravolgimento dell’immagine stessa del vampiro, che da Nosferatu passava a essere una sorta di Supereroe che agisce nell’ombra.

Ma parliamo di The case study of Vanitas di Jun Mochizuchi.

Edito da Star Comics, Vanitas (useremo l’abbreviazione) è un fumetto che si innesta nel filone di cui il lettore medio ha già fatto una notevole indigestione tra vampiri licantropi e compagnia cantante. L’opera nella versione cartacea ha una bella edizione formato tankobon con sovracopertina, e la trama è la seguente:

Viveva un tempo un vampiro conosciuto come Vanitas, odiato dalla sua stessa razza per essere nato sotto una luna piena blu, mentre la gran parte degli altri nascono in una notte di luna rossa. Solo e spaventato, creò Il libro di Vanitas, un grimorio maledetto che un giorno si sarebbe vendicato di tutti i vampiri. Il manga segue le vicende di Noè, un giovane uomo che nel diciannovesimo secolo a Parigi viaggiò su un dirigibile con un solo scopo in mente: trovare Il libro di Vanitas. L’improvviso attacco di un vampiro lo conduce all’incontro con il misterioso Vanitas, un medico specializzato in vampiri e, con grande sorpresa di Noè, un comune essere umano. L’uomo ha ereditato sia il nome che il libro dal Vanitas della leggenda e usa il grimorio per guarire i suoi pazienti. Dietro questo comportamento gentile però, si cela qualcosa di sinistro…

Vanitas nulla aggiunge e nulla toglie a tutto ciò che avete già letto in tema di vampiri. Come opera ha una trama confusionaria che ne rende difficile la lettura e la comprensione. Sebbene l’occhio resti affascinato dalle meravigliose illustrazioni, dagli sfondi e dalle macchine che la mano di Jun Mochizuki riesce a creare con una incredibile perizia di particolari, questi non riescono a compensare una trama male arrangiata.

L’unica particolarità di Vanitas è il sovrabbondante uso di macchine steampunk. La storia ambientata nell’Ottocento comincia all’interno di un veliero volante, in cui si riconoscono tutti i segni dello steampunk: i marchingegni, le rotelle, le pompette e tutto ciò che negli anni ha pasciuto migliaia di appassionati del genere.

I due protagonisti maschili rispecchiano in pieno la dicotomia “allegrone mangione” contrapposto al “ tenebroso tormentato”. Gli elementi per far innamorare le ragazze e i ragazzi appassionati del genere post-dark ci sono tutti. Tuttavia la costruzione è poco avvincente e ci sono delle pecche anche a livello grafico. Le scene di combattimento sono confusionarie, mancano di dinamicità e non sono coinvolgenti.

The case study of Vanitas piacerà quindi ai più giovani che non hanno ancora esplorato a pieno il filone dark e vampiresco, ma lascerà delusi i lettori più smaliziati.

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