Zerocalcare

The Light Issue: Zerocalcare a Trieste

La filosofia di Comics&Science è semplice: raccontare storie belle e interessanti, che divertano e incuriosiscano il lettore, spingendolo ad approfondire argomenti scientifici avanzati.

Andrea Plazzi e Roberto Natalini introducono così il secondo numero del 2018 della pubblicazione CNR che ha definitivamente sdoganato la divulgazione scientifica a fumetti in Italia. E sta provando a farne uno strumento efficace e diffuso di divulgazione culturale.

Il frutto del viaggio a Trieste, nella struttura di Elettra, il sincrotrone italiano, è un numero ricchissimo di fisica di frontiera, di esperimenti e nozioni per niente intuitivi. Con la  solita cura messa negli aspetti scientifici e la capacità del fumetto di tradurla in disegni e storie del tutto comprensibili.

L’attenzione del big del fumetto italiano coinvolto in questo numero è stata maniacale (ne abbiamo parlato nella presentazione che abbiamo già pubblicato). Infatti dopo aver ammesso che è territorio suo per fare bella figura davanti agli editor, in realtà mostra qualche perplessità.

Il reportage pubblicato sul sito divulgativo della SIMAI è esplicativo e approfondito e le foto, molte delle quali riportate anche nei redazionali scientifici del cartaceo, ci mostrano un Michele Rech attento e preoccupato come il suo alter ego grafico.

E la stessa attenzione scientifica si trova, come al solito, negli editoriali e nel materiale della nuova pubblicazione.

Il main course è il racconto di Zerocalcare della visita a Elettra, accompagnato da tre strani personaggi, due dei lemuri protagonisti di Madagascar e SailorMoon (d’altra parte siamo abituati agli alter ego).

Con la solita efficacia.

Tra le battute solo apparentemente ignoranti e i disegni ormai caratteristici, spiega con chiarezza la struttura e il funzionamento di base del sincrotrone. E anche un pochino della fisica che c’è dietro.

Con il fine per niente celato di far appassionare alla scienza. Perché più è grande il mistero, maggiore è l’impegno necessario a svelarlo. E maggiore è la presa che il mistero e la sua soluzione hanno su di noi.

Fine che emerge in modo esplicito alla conclusione della storia. Ed è un po’ il fine di tutti i fumetti dedicati alla scienza, non solo di quelli di questa serie.

Il fumetto, soprattutto se ben fatto, diventa veicolo forse imprescindibile per interessare il lettore a questi argomenti. Specie in una società disattenta come questa, in cui i giornali e i media seri finiscono con l’inseguire il pubblico scendendo in una spirale al limite dell’indecenza. Mentre i comics possono accendere l’attenzione su temi non banali.

La forma della facility di Trieste, gli elettroni, le linee del sincrotrone, le possibilità di ricerca vengono narrati con efficacia.

L’enorme anellone sdraiato origina dallo Stargate, con una citazione che i più giovani forse faticheranno a comprendere. Le particelle (elettroni) sono rappresentate con un aspetto che è a metà tra i neurotrasmettitori di Siamo fatti così e i rattodonti di Bone (ops, ho spoilerato?). Il tutto arricchito anche da citazioni coatte, come nelle corde di Zerocalcare.

Tutto serve a far conoscere una realtà nazionale che porta avanti la ricerca di base e di punta da oltre trenta anni, di cui peraltro non molti sono a conoscenza. Come ignoriamo che il nostro paese sia stato lungamente all’avanguardia, da ADA, ad ADONE, fino a DAΦNE, salvo poi perdersi un po’ quando altri paesi hanno messo a disposizione denari per ordini di grandezza ben maggiori. Perché comunque quella del sincrotrone è una storia quotidiana di lavoro, di raccolta dati, di analisi, di rendere usuale una cosa che usuale non è.

La gente ce lavora qua, mortaccivostri. Mica stiamo a Gardaland

protestano i ricercatori quando la strana spedizione guidata da Roberto “Julien” Natalini attraversa (bloccando la fila) i cancelli del centro di ricerca.

Certo non è l’unico o il più grande dei sincrotroni, basti pensare al ben più famoso LHC del CERN (che in realtà ha altri scopi scientifici), o ad ESRF a Grenoble. Ma è l’occasione di far vedere che anche il nostro paese, nonostante l’ormai atavica mancanza di fondi per la ricerca, è all’avanguardia. E lo è da anni. E lo è in tanti campi.

Il titolo del numero The light issue fa riferimento al fatto che è con la luce che si fa scienza. La cosiddetta luce di sincrotrone, cioè la radiazione continua prodotta da questo tipo di fenomeni subatomici negli acceleratori (ovviamente è spiegato benissimo nei disegni e nei redazionali). Ma anche la luce del FEL (free electron laser) la luce pulsata a femtosecondi (1 milionesimo di miliardesimo di secondo!) che sta avendo moltissime applicazioni dirette. Quella di Elettra a Trieste si chiama FERMI.

E a partire dalla luce vengono approfonditi temi tecnici e scientifici. Dalle stesse persone che compaiono nella strana foto di gruppo. Tutta gente che Zerocalcare incontra a Trieste.

Andrea Lausi e Roberto Visintini sono gli autori del primo articolo tecnico. Spiegano in modo chiarissimo la fisica di queste sorgenti luminose, i risultati che portano e anche come la comunità scientifica internazionale ne usufruisca.

Mattea Carmen Castrovilli  ci porta per mano a capire perché in realtà non possiamo pensare agli atomi e ai loro componenti come delle semplici “palline”, come ci ha invece abituato il modello di Bohr.

Daniele Catone ci racconta una parte della vita del ricercatore (o dello sperimentale, come lo chiama qualcuno). Che è fatta di turni impossibili, logbook e un gergo al limite dell’iniziazione.

Gabriele Bianchi ci fa capire come la scienza sia precaria. Perché potrebbe bastare un solo esperimento per buttare alle ortiche anni di teoria e di pratica scientifica (come è già successo in passato).

Chiudono il numero i soliti Davide La Rosa e la redazione di Lercio.it.

Insomma un numero che è un vero e proprio manualetto di fisica dei sincrotroni, che viene affrontata da diversi punti di vista, anche quello umano del ricercatore, che spesso si “seppellisce” nelle linee. Perché in queste grandi facilities il tempo per gli esperimenti è dato e va sfruttato al massimo. E che spesso lo fa solo per la passione di far diventare una fessura sul mondo una portafinestra.

Comics&Science – The light issue
CNR Edizioni
52 pag, colore, brossura, € 7

Comics&Science: Light Issue in uscita

Dopo Leo Ortolani, Tuono Pettinato, Alfredo Castelli, Silver, un altro pezzo da novanta del fumetto italiano si cimenta su Comics&Science, The light issue.

Questa volta tocca infatti a Zerocalcare.

Presentato al Festival della Scienza a Genova il 30 ottobre con Giorgio Paolucci, sarà ovviamente protagonista anche al prossimo Lucca Comics&Games.

Stavolta si parla di luce, non di luce qualsiasi, ma di sorgenti di luce avanzate, siano sincrotroni o FEL. Così dopo un viaggio a Trieste tra ELETTRA e FERMI, Zerocalcare scrive e disegna una storia dal titolo Educazione subatomica.

Accompagnano il main dish di questo Light Issue i contributi di Davide La Rosa, Walter Leoni, i soliti ricchi editoriali, e l’edicola di Lercio.it.

In questo nuovo numero dell’ormai ferrea collaborazione tra Symmaceo e CNR, ovvero tra Piazzi e Natalini, la fisica degli acceleratori di particelle e delle cosiddette light sources diventa protagonista.

Insieme a ricercatori e collaboratori dell’Istituto di Struttura della Materia, il numero si concentra infatti sul funzionamento di un sincrotrone (e di un free electron laser), sulla fisica subatomica e sulla teoria quantistica che serve a descriverla, sulle applicazioni (tanto frequenti quanto impensabili) che ormai questi centri di ricerca hanno.

Così si studia la fisica fondamentale, ma, accanto a questa, le opere d’arte, gli alimentari, la struttura tridimensionale delle proteine.

E si riporta quel misterioso oggetto che è il logbook di una linea di sincrotrone.

Maggiori informazioni li trovate nella pagina di questo numero di Comics&Science su MaddMaths.

Le Macerie prime e la solidità di Zerocalcare

Zerocalcare Macerie prime

Finito di leggere Macerie prime, il nuovo fumetto di Zerocalcare pubblicato da BAO Publishing, il primo pensiero è stato quello di non poterne fare nessuna recensione accettabile, e non certo perché manchino elementi, spunti e sensazioni di cui poter parlare, di quelle ce ne sono a bizzeffe.

Infatti se il titolo vi ha incuriosito, non passeranno troppe pagine per capire che quelle macerie sono proprio le stesse su cui la generazione dei trenta-quarantenni si trova a camminare da tempo, quelle di un mondo costruito dai nonni e lasciato sgretolare dai padri su cui non si trovano più elementi solidi, ma solo precarietà. Parola orribile in tutti i sensi.

Eppure questa è una cosa con cui conviviamo un po’ tutti, in modo diretto o per interposizione; Calcare stesso, che ne sembra appena uscito dopo il successo avuto dai suoi “disegnetti”, la rivive attraverso le parabole esistenziali dei suoi amici e sulla sua pelle sotto forma di “accolli” e sensi di colpa.

Dunque il problema con questa opera, in cui Zerocalcare dopo Kobane Calling torna a parlare della quotidianità dell’autore stesso (o meglio il suo personaggio) e dei suoi amici, che ormai sono diventati così familiari anche a noi, è che è così vicina e diretta che è impossibile parlarne con distacco.

Inoltre Macerie prime è una storia non conclusa, è un lungo preludio, la presentazione di intrecci narrativi di cui si svelerà il disegno solo nella seconda parte, conclusiva, che vedrà la luce (parole dell’autore) solo a maggio. Per ora quello che si comprende è che le vicende che riportano insieme il gruppo storico di amici di Calcare non sono fini a sé stesse, ma cucite, ancora a larghe maglie, con una sotto trama inquietante che non si dipana abbastanza per poterla decifrare.

Zerocalcare Macerie prime

La certezza con questo autore però è la sua capacità di comunicare e raccontare, la certezza che continuando a leggere arriveremo al punto in cui la storia ci assesterà quella mazzata da spezzare il cuore, tutte le strade buie percorse troveranno il loro traguardo in una conclusione che ci colpirà diritto al petto, come è successo finora.

Non sembra ci sia da temere che la vena artistica di Zerocalcare si sia esaurita, anche se in questo volume si ride forse un po’ di meno e alcuni passaggi sembrino un filo macchinosi: è evidente infatti che sotto c’è un piano ben preciso che esige anche dei precisi meccanismi che tolgono anche un poco di spontaneità.

Zerocalcare Macerie prime

La bravura di Michele Reich non risiede solo nella capacità registica di mostrarci gli eventi che racconta riuscendo a personalizzare e rendere vividi fatti e personaggi, ma è proprio nel modo di raccontare, modo che trova sorgente nella vivacità popolare, nella romanità (anche se le sue origini non sono strettamente romane, il vivere a Rebibbia ha influito sicuramente nel modus operandi del Nostro), in quella genuina abilità di dire e ridicolizzare, di esaminare e riprodurre, che scorre nelle vene dei latini in generale e dei romani in particolare, che da Belli a Verdone ha creato un genere specifico.

Zerocalcare riesce attraverso i disegni a portare su carta i racconti orali tipici delle borgate, ricchi di flashback e memorie, di ricapitolazioni e riflessioni personali, naturalmente aggiungendoci elementi fondamentali che rendono tali storie universali e adattabili alla sensibilità e ai bisogni dei lettori.

Se non fosse che lui stesso mi ci manderebbe, non esiterei a paragonare i fumetti di Zerocalcare alle opere classiche, e intendo dire proprio omeriche: come un aedo dei giorni nostri, riporta nelle sue storie ideali e convinzioni condivisibili da molti; quel modo di rappresentare i protagonisti con sembianze diverse o animalesche, collegate alle loro caratteristiche, non è poi così diverso dalla reiterazione di patronimici o epiteti che gli aedi usavano per caratterizzare e far memorizzare i personaggi delle loro storie; infine i suoi racconti non sono mai fine a sé stessi, ma hanno uno scopo educativo e di crescita. Chi ha letto il volume avrà anche notato l’introduzione di figure mitiche e divinità, insieme al valore riconosciuto al passaggio della conoscenza, all’importanza degli anziani e della memoria collettiva che inaspettatamente sembra dare sostegno a questa similitudine apparentemente improbabile.

Aspettiamo dunque maggio per la sua conclusione e intanto godiamo di questa storia che poggia su macerie e aspira alla solidità.

Il nostro ARF! 2016

ARF! 2016: Dimensione Fumetto era lì, come curiosi, appassionati, entusiasti fruitori di questa nuova fiera, alla 2^ edizione, che volevamo vedere e vivere in prima persona. Quali sono state le nostre impressioni? Beh, vi basta leggere…

Arf 2016 01

Elisa

Quando arriva l’ARFestival (o più brevemente ARF!) c’è sempre un po’ di agitazione.

Ma cos’è l’ARFestival?
Semplice, è un festival di storie, segni & disegni che si tiene a Roma, quest’anno negli spazi de La Pelanda – MACRO Testaccio. Un evento voluto, ideato e organizzato da disegnatori, sceneggiatori e designer per dare la giusta importanza e dignità alla narrazione disegnata.

Il primo anno era il primo anno. Eravamo carichi di speranze e di voglia di conoscere ma con i piedi ben appoggiati a terra per paura di cadere. Fu splendido.

Quest’anno, il secondo, eravamo pieni di aspettative, insomma sarebbe stato semplice rimanere delusi visto il successo passato.

Abbiamo partecipato a workshop, a incontri, conferenze. Seguito autori, comprato decine di libri. Fatto foto e chiacchierato un po’. Ci siamo fermati al sole a bere una birra con uno scalpitante e scalmanato sottofondo di Bruti nel pieno di un torneo. Abbiamo sorriso e ci siamo lasciati coinvolgere dalla splendida atmosfera.

Per noi l’ARFestival si conferma una risorsa preziosa. Un weekend perfetto in compagnia di autori bravissimi ma soprattutto disponibili e gentili. E ne abbiamo incontrati davvero molti: Sergio Algozzino, Giacomo Bevilacqua, Federico Rossi Edrighi, Gipi, Gud, Mattia Iacono, Grazia La Padula, LRNZ, Maicol&Mirco, Emiliano Mammucari, Martoz, Leo Ortolani, Prenzy, Rita Petruccioli, Sara Pichelli, Roberto Recchioni, i fratelli Rincione, Laura Scarpa, Valerio Schiti, Emanuel Simeoni, Sio, Sualzo, Riccardo Torti, Zerocalcare e molti molti altri.
Per cui, all’anno prossimo ARF!
…iniziamo a risparmiare.

Arf 2016 02

Giulia

Sono appassionata di fumetto e graphic novel solo da qualche anno, mentre il disegno non credo di aver mai passato un giorno della mia vita senza amarlo.
Sono pigra, discontinua, mi ci rifugio ogni tanto odiando il fatto che non mi esercito abbastanza.
Hanno fatto un festival, l’anno scorso, a Roma. Si chiama ARF ed è un festival del fumetto.
Ne esistono ormai migliaia in Italia, dal Lucca Comics al Romics, ma nessuno è come ARF! perché ARF! ha un solo protagonista: il disegno.
Non ci sono i cosplay, non ci sono distrazioni. All’ARF! c’è quel clima che puoi tranquillamente definire intimo fra te e i mondi che i fumettisti creano.
Entri con una lista in mano ed esci che nello zaino hai decine di volumi completamente diversi da quelli che avevi appuntato nella lista.
Perché? Perché ti capita di soffermarti a vedere un ragazzo che acquerella senza sapere precisamente di chi si tratta e ti ritrovi ad ascoltare la sua storia.
E mentre stende il colore e ti racconta, tu sai già che il suo libro sarà un capolavoro.
Perché ormai ne sei parte. Ormai ti senti anche tu una figura piena di emozioni in chiaro scuro, piena di sfumature assorbite dalla carta.
Ed è un po’ come un viaggio, dove è risaputo che le scoperte più belle a volte sono le più nascoste e per trovarle non resta che perdersi.

Arf 2016 03

Mauro

L’ARF! è un ottimo esempio di come non siano necessari spazi immensi e bilanci hollywoodiani per realizzare un evento interessante e coinvolgente. L’aria che si respira passando fra una sala e l’altra è quella di una grande passione per la Nona Arte e di tanta voglia di fare: il visitatore ne è talmente tanto coinvolto che si sente egli stesso parte dell’evento.

Il cuore dell’ARF! è sicuramente dare la possibilità di incontrare molti autori italiani: con un po’ di pazienza fra una chiacchierata e l’altra si può ottenere qualche bel disegno da aggiungere alla propria collezione. D’altro canto, la giovinezza dell’evento si nota in tante piccole incertezze che si spera vengano corrette con le nuove edizioni, una per tutte, la procedura di ingresso per chi ha già acquistato il biglietto online. Una gestione separata della fila per ritirare il braccialetto avrebbe snellito la coda all’ingresso.

In definitiva un ottimo evento che segna un forte stacco con le fiere di settore attuali…e sicuramente ce n’era un gran bisogno.

Arf 2016 18

 

Silvia

È che sono pigra e brontolona, quindi ho pensato davvero che il prossimo anno non tornerò all’ARF! Ma ripresa dalla stanchezza e dal dolore ai piedi mi sono resa conto che: è stata la prima fiera a cui ho partecipato che ho realmente vissuto. Autori a portata di mano, che fanno la fila per l’accredito insieme a te, fumettisti che ti riconoscono alla seconda volta che ti affacci alla loro postazione, conferenze interessanti dove i relatori si preoccupano di non farti annoiare, uno spazio dedicato agli emergenti, la possibilità di proporre i tuoi lavori alle case editrici, e tanto altro che ne fanno uno spazio Amichevole, Sano e Umano. Non un tritacarne dedicato esclusivamente alla vendita del prodotto e al numero di ingressi. Grazie all’ARF e alle sue mostre personali ho avuto la conferma che Ortolani ha una mano con i contro cosi e disegna divinamente; che LRNZ non è solo un nome colorato per attirare i più giovani, ma ha talento da vendere; poi ho avuto modo di veder lavorare giovani disegnatori e parlare con loro e posso dire che: il panorama italiano non solo è vario, ma è fortunato ad avere tanta, pregiata, risorsa umana. A questo proposito sono pronta a fare outing: Riccardo (Frezza) sono io quella che ha criticato i tuoi disegni in Lo strano caso del dottor Jekyll e il signor Hyde, sei stato così gentile che non ho avuto cuore di dirtelo dal vivo, ma a vederti disegnare ho capito tante cose del tuo stile e mi sono ricreduta, sei bravo, tanto, devi solo ignorare mia sorella giovane, Ansia, che è una gran rompipalle. Onorata di averti conosciuto (con tutto il rispetto per la signora Frezza, cit.). Ti contatto per l’intervista! Insomma, bravi agli organizzatori, ma, giusto due critiche: sale conferenza più grandi la prossima volta e più possibilità di sedersi, che alcuni visitatori (io) sono anziani!

Arf 2016 05

Maurizio

“Cazzo perché non sono rimasto tutto il weekend?” è stato questo il pensiero dopo essere tornato a casa sabato notte.
L’ARF! è giovane ma intraprendente, un festival ricco di potenziale che negli anni mi auguro andrà sempre migliorando.
All’inizio mi sono trovato un po’ spiazzato dalla disposizione degli stand, mi immaginavo una situazione alla Teramo Heroes, dove gli ospiti sono lì a disposizione dei fan a rilasciare autografi e “disegnucci”, mi hanno spiegato che è proprio TH a essere anomala come manifestazione, in quanto è normale, e giusto, che l’autore gratifichi l’acquisto del suo volume con uno sketch, la nota dolente è che non ci si può permettere di acquistare tutto e te ne torni con l’amaro in bocca…
Superato questo piccolo disagio iniziale mi sono innamorato di questo evento. Una situazione molto tranquilla, rilassata, a misura di fan, dove puoi tranquillamente offrire un caffè o una birra all’autore del momento, assistere a interessanti conferenze, e non per ultimo guardare le mostre di alto livello allestite per l’occasione.
Il piacere più grande è stato ritrovare dal vivo gli autori che ho conosciuto virtualmente su Facebook e scoprirli delle belle persone, primo su tutti Mattia Surroz che oltre a essere un mostro di bravura è una persona davvero gentile e disponibile, per non parlare di Mauro Uzzeo che nonostante sia stato ingolfato tutto il tempo è comunque riuscito a considerarmi, e di Riccardo Torti che ha calato la maschera del “rompiballe” e si è scoperto un simpatico ragazzo; ho finalmente conosciuto dal vivo anche Luca Vanzella che ritroverò presto ad Ascoli Piceno il 4 giugno e ultimo, ma non di importanza, il piacere che ho avuto nel conoscere dal vivo Flavia Biondi, ora capisco da dove nascono quelle storie così empatiche e delicate.
Certo c’è da migliorare e crescere e l’unico appunto che mi viene in mente è che la procedura per chi ha acquistato il biglietto online dovrebbe essere snellita, ma a parte questo ho ben poco da recriminare… ah sì, perché cazzo non c’erano Corrado Roi e Paola Barbato?!

Arf 2016 09

Amanda

Quando mi viene chiesto di scrivere qualcosa per il sito mi prende sempre il panico, non sono mai stata una nerd ed essendomi avvicinata al fumetto da poco mi mancano le basi. Eppure mi è stato chiesto di scrivere qualche riga sull’ARF! e, cosa strana, lo faccio volentieri.

Per non dilungarmi troppo vi spoilero subito che è un festival figo e che siete dei mentecatti se ve lo siete persi. Il fumetto è il fulcro di tutto e tutto ruota intorno a lui: gli stand espositivi, le mostre, le conferenze, le masterclass, anche le chiacchiere tra amici. Gli espositori, che fossero fumetterie, scuole di fumetto o case editrici, erano numerosi e di vario genere per andare incontro ad ogni gusto; le mostre di Ortolani, Petruccioli, LRNZ e De Angelis erano ben curate e ho particolarmente apprezzato i Classici Illustrati ad opera di Rita Petruccioli; le conferenze strutturate bene e molto interessanti. Avrei voluto assistere a tutti gli incontri ma non avendo il dono dell’ubiquità, ed essendo una persona disorganizzata e che si lascia trasportare più dall’emozione che dal cervello, ero maggiormente concentrata a comprare fumetti/parlare con i fumettisti/attendere il turno per uno sketch senza guardare l’orologio. Mi soffermo però su un paio di incontri che potrebbero essere passati più in sordina per altri e che hanno attirato la mia attenzione. Nella giornata di sabato Ratigher e Gabriele di Fazio hanno annunciato la creazione di una loro casa editrice, la Flag Press, il cui progetto è quello di stampare i fumetti in un unico, grande formato 70×100 mentre sul retro la stessa storia sarà stampata in bianco e nero e in inglese. Proprio Ratigher è stato il primo ad essere pubblicato con la sua Teoria, pratica e ancora teoria ma sono già a bordo anche Manuele Fior, Ruppert e Mulot e Dash Shaw. Nella mattinata di domenica ho invece molto gradito l’incontro inerente la traduzione, soprattutto perché si è parlato di “arte invisibile”. Elena Cecchini ha sottolineato come nel mondo del fumetto (ma anche del cinema, ad esempio) i traduttori siano come fantasmi, ci sono ma nessuno li vede, se non quando commettono un errore e diventano bersagli di critiche. Erano presenti altre traduttrici come la Scrivo e la Lippi (che traducono principalmente manga), la Gobbato e la già citata Cecchini e l’editor Rizzo che ha mostrato al pubblico i passaggi e i problemi per la traduzione di semplici nomi. Il panel si è concluso con una richiesta unanime, ai siti che recensiscono fumetti, di citare anche i traduttori per riconoscere il valore del loro lavoro.

Le ultime righe vorrei spenderle sull’aria respirata al MACRO Testaccio. Il clima era professionale ma rilassato e amichevole, mi è stato possibile scambiare qualche parola con molti autori e conoscerne di nuovi senza problemi di sovraffollamento o tempistiche ridotte all’osso.

L’unica pecca che posso riconoscere alla manifestazione è il non aver specificato che in cassa era possibile acquistare l’abbonamento ai tre giorni o il biglietto giornaliero con una riduzione per la bellissima e consistente mostra su Hugo Pratt e il non aver dato la stessa possibilità a chi acquistava online.

Per il resto, festival coi controcazzi (scusate il francesismo).

Ci si vede l’anno prossimo!

Arf 2016 15

Andrea Topitti

ARF! Atto II.

Un’edizione che si conferma, per ogni appassionato di fumetto, la manifestazione per eccellenza. Ormai Lucca, divenuta un carnaio ibrido di tante cose che hanno in comune l’intrattenimento, ma non necessariamente il fumetto, è un avvenimento che può essere sostituito da molte altri avvenimenti: ARF! è quello per eccellenza.

Rispetto all’anno scorso, si è ingrandita abbastanza, ma ha ancora tante frecce nel suo arco che devono essere estratte, è tutto rende il futuro più roseo…

L’anno scorso fu quasi un ritrovo tra autori e appassionati (il sottoscritto, senza accorgersene, si stava prendendo un caffè accanto a Mauro Marcheselli! E molti autori mi si presentarono perché ero in compagnia del mio conterraneo Carmine Di Giandomenico) che potevano parlare liberamente, una volta fuori dalle conferenze.

Anche quest’anno, incontrare gli autori non era affatto difficile, ma le dimensioni e i tanti avvenimenti erano più serrati tra loro, e rendevano i suddetti più occupati. Comunque prendere una birra e accorgersi che alle proprie spalle Gipi sta disegnando su un tavolo da bar, è sempre sorprendente.

Il caldo arrivato improvvisamente ha reso l’atmosfera davvero piacevole e anche le mostre (Hugo Pratt e De Angelis da citare!) rendevano giustizia all’importanza degli autori.

Gli stand delle più grandi case editrici non erano grandi come quelle di Lucca (esclusa Bonelli, metro quadrato più, metro quadro meno) ma questa edizione, penso abbia fatto pensare sulla possibilità di ingrandire il tutto, il prossimo anno. Stavolta il pubblico faceva davvero la fila, specie nei pomeriggi: penso che il successo si sia del tutto confermato.

Personalmente la mia mente si proietta verso l’ARF! del 2017 mentre Lucca, per me, lascia il tempo che trova…

Arf 2016 12

Andrea Gagliardi

Cosa aggiungere a quanto detto sopra? Poco a dire il vero. L’ARF! è una manifestazione giovane che, come è giusto e normale, vive di forti entusiasmi e tanti piccoli difetti. Potrei star lì a mettere tutto sulla bilancia come fossi un farmacista ma penso che non sia giusto o necessario: quello che più interessa è vedere se l’ARF! sia riuscito nel compito che si era prefissato.

Il pensiero comune sulle fiere del fumetto, e di chi le organizza, è che il Fumetto non tira: allora ai fumetti vanno affiancati giochi, videogiochi, boardgame, giochi di ruolo, cosplay e chi più ne ha più ne metta. La scommessa dell’ARF! è stata quella di puntare tutto solo ed esclusivamente sul Fumetto, nient’altro che il Fumetto. Alla seconda edizione possiamo dire che la scommessa la stanno vincendo loro: padiglioni pieni, conferenze affollate, file agli stand. Ad un certo punto la mia fidanzata (che pur leggendo fumetti è una persona moderatamente normale) mi ha detto “ma in questa fiera non ci sono i nerd”. In realtà i nerd c’erano ma mancavano i monomaniaci, quelli che ti ammorbano con i dettagli della continuity, che puzzano e che comprano i fumetti pensando al futuro valore di mercato ecc… insomma non c’era il “Comic Book Guy” dei Simpson. C’erano solo (o quasi) gli appassionati. Quelli che una volta fuori dall’ARF! hanno anche altri interessi.

Domenica sera sono uscito dall’ARF! con una paura e una speranza.

La paura è che questa manifestazione abbia talmente successo da distruggere il clima amichevole e rilassato che la caratterizza.

La speranza è che le altre Fiere del Fumetto imparino dall’ARF! e rimettano il Fumetto al centro delle loro manifestazioni.

Voglio essere ottimista e punto sulla speranza.

Tutte le foto sono di Elisa di Crunch Ed

Kobane Calling – Tra reportage e graphic novel

Per quei pochi che non sanno chi sia Zerocalcare ecco una breve sintesi: Zerocalcare, al secolo Michele Rech, nasce ad Arezzo, vive in Francia e si trasferisce a Rebibbia. Da adolescente (e anche oggi) frequenta i centri sociali e partecipa al G8 di Genova. Disegna fumetti per riviste indipendenti e non, fino a quando Makkox decide di puntare su di lui e finanzia il libro La profezia dell’armadillo. Lo scorso anno è uscito Dimentica il mio nome, saga famigliare e candidato al Premio Strega, e ad aprile è stato pubblicato Kobane Calling, reportage a fumetti che è il seguito ideale di quello edito su L’Internazionale, a gennaio 2015, sulla regione del Rojava. Se anche questo riassunto è troppo lungo ecco un riassunto in tre punti.

Zerocalcare = Rebibbia – centri sociali – armadillo.

kobane-calling

Copertina edizione variant. Sì, è già esaurita.

Kobane Calling

Kobane Calling copertina ufficiale

Kobane Calling copertina ufficiale

Kobane Calling (Edizioni BAO Publishing) più che un graphic novel è un reportage a fumetti sul Rojava, noto ai più come Kurdistan, e sulla città di Kobane. Quest’ultima è diventata il simbolo della resistenza curda dopo che l’Isis (anche noto come Daesh) ha cominciato la sua avanzata del terrore in questi territori. La città di Kobane ha strenuamente resistito agli attacchi dell’Isis con due fronti di partigiani resistenti: l’YPG (formato da guerriglieri misti uomini e donne) e l’YPJ (formato da sole donne).

Il racconto di Kobane Calling si snoda tra le regioni di Cizre Kobane ed Efrin.

Hai ragione tu amico armadillo

Hai ragione tu, amico armadillo!

Prima di parlare del volume, occorre fare una piccola digressione sullo stato del reportage giornalistico.

Se non vi interessa la parte sul giornalismo saltate da qua…

INIZIO DIGRESSIONE

Se dagli anni ’90 e primi anni zero, su giornali e telegiornali si avvicendavano moltissimi reportage dalle regioni di guerra, oggi la situazione è ben diversa. Dal conflitto in Iraq in poi, i giornalisti non sono più autorizzati a muoversi autonomamente nelle zone degli scontri, e se lo fanno sono senza protezione. Il giornalismo di guerra oggi viene chiamato «embededd» ossia sotto la protezione delle forze di coalizione e le notizie che si pubblicano e si diffondono sono riferite dai militari. Oltre a queste informazioni, i giornalisti raramente possono produrre materiale di prima mano e testimonianze dirette. In molti ricorderanno i collegamenti di Lilli Gruber per il TG1 durante la guerra in Iraq, riprese dalla terrazza dell’hotel mentre la città, non metaforicamente, bruciava.

Dal 2001 in poi quindi c’è stato un forte controllo delle informazioni da parte dell’esercito. Con la diffusione dell’internet veloce, si è assistito ad una nuova forma di giornalismo, il cosiddetto “giornalismo partecipativo” in cui chiunque dotato di una fotocamera e di una connessione poteva scrivere una notizia usando blog per veicolare i messaggi. Con l’arrivo di Twitter il giornalismo partecipativo è diventato molto più immediato: da ogni parte del mondo, in pochi secondi, si possono condividere foto e messaggi. Se questo da una parte rappresenta un grande strumento di libertà di espressione e di fruibilità della notizia, dall’altra parte comporta dei limiti. Innanzitutto le informazioni non sono mai ordinate per criteri gerarchici, e non sono organizzate in maniera organica. Dato che le informazioni arrivano dai cittadini, i giornalisti non si muovono mai dai loro desk e hanno solo la funzione di rimaneggiare ciò che viene emesso dalle Agenzie stampa.

Se nel 2001 si diceva che c’era scarso interesse per la guerra in Iraq perché “vista in televisione sembra un videogame”, la guerra che si sta combattendo ora a Kobane, raccontata tra social network, Twitter e articoli sul web, sta assumendo le sembianze di una interruzione nel naturale flood di notizie, un flash di realtà tra immagini di gatti e video divertenti.

FINE DIGRESSIONE

…a qua.

zerocalcarekobane
Uscito il 12 aprile 2016, Kobane Calling è un volume di 261 pagine in cui i temi affrontati esulano dal classico stile di Zerocalcare, prevalentemente autobiografico. In questo volume infatti, è totalmente assente l’armadillo, la “coscienza” del narratore, e viene sostituito dal Mammuth di Rebibibbia, simbolo delle radici dell’autore e del quartiere in cui vive.

Il reportage parte da Roma, dal Centro Curdo di Roma per essere precisi, dove si organizzano gli aiuti per i combattenti. Da qui si capisce che entrare nella zona del Rojava non sarà una passeggiata. Il Rojava non è un paese riconosciuto da trattati internazionali: non esistendo una legislazione chiara in materia di ingressi occorre affidarsi alle conoscenze e alla fortuna. Nonostante la sua “non esistenza”, il Rojava ha una carta comune che parla di ecologia, rispetto delle minoranze e sussidiarietà, che rappresenta il sogno dell’oppresso popolo Curdo.

La costituzione del Rojava

La costituzione del Rojava

Per raccontare il Rojava e la guerra Zerocalcare si affida principalmente ai racconti e alle testimonianze di chi ha vissuto e vive in quei luoghi. Riportando diverse voci riesce a tracciare un quadro completo del popolo Curdo e dei conflitti che da anni devastano quella zona di mondo.

Attraverso le parole dei cittadini, rifugiati e combattenti, capiamo che la guerra in Kurdistan è un mix di vari fattori: interessi economici, dovuti alla grande quantità di petrolio presente nella zona, interessi politici (la prossime elezioni politiche in Turchia saranno a novembre), e interessi internazionali (Turchia ed Europa hanno accordi commerciali). Ma in gioco non c’è solo il denaro, c’è anche la libertà di parola e di pensiero dei Curdi e il ruolo della donna, che nel Rojava è considerata allo stesso livello dell’uomo mentre nelle campagne turche è ancora vittima di violenze sessuali all’interno del nucleo famigliare e spesso costretta a matrimoni combinati.

Buona parte del reportage è dedicata al ruolo della figura femmnile e delle combattenti. In Italia abbiamo una visione della donna mediorientale relegata al ruolo di madre, coperta dal velo, e con nessun diritto. Nel Rojava, la donna ha avuto una grandissima emancipazione e con il movimento YPJ ha potuto competere fisicamente con l’uomo, dimostrando di essere uguale per forza e velocità.

La creazione di questo gruppo ha sancito una svolta epocale nel modo in cui la figura femminile viene percepita: «Se prima entravamo in un villaggio a testa bassa, ora lo facciamo a testa alta e siamo rispettate».

Fondamentale nella riconquista di Kobane e dei territori siriani attaccati dall’ISIS c’è il PKK, percepito in Occidente in modo ambivalente. Se da una parte è considerato un movimento terrorista, è acclamato quando invece si oppone all’ISIS, fermandone l’avanzata.

 

L’ISIS
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Per descrivere i miliziani Daesh, non avendo fonti dirette, ancora una volta Zerocalcare si affida ai racconti dei combattenti YPJ e YPG. I guerriglieri dell’ISIS provengono dalla Turchia e dall’Europa, nelle loro intenzioni combattono la cosiddetta “guerra agli infedeli”, non sapendo che tra le file di YPJ e YPG ci sono spesso dei musulmani. Disegnati come degli spiriti neri, i miliziani Daesh sono qualcosa che “c’è e non c’è”, una presenza impalpabile, l’essenze stessa del terrore. È una minaccia strisciante e invisibile pronta a colpire da un momento all’altro, e pronta a combattere centimetro per centimetro per conquistare i territori che i Curdi hanno ripreso con il sangue.

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Kobane

L’arrivo a Kobane è difficile come l’arrivo alla Terra Promessa. Se il lettore si aspetta una Kobane forte e fiorente, troverà invece che l’ultima roccaforte dell’umanità è la rappresentazione dell’umanità stessa: ridotta a brandelli e martoriata, con miasmi di morte che esalano dalle macerie. Kobane è la raffigurazione del fallimento della cosiddetta “esportazione della democrazia”.

Zerocalcare ha compiuto con questo libro un’opera di divulgazione importantissima. È riuscito a  raccontare in maniera organica e comprensibile a tutti la battaglia che si sta svolgendo in un territorio a molti sconosciuto. In Kobane Calling la visione della guerra e della società, sebbene filtrata dagli occhi occidentali dell’autore, arriva direttamente per mezzo di chi la racconta, le illustrazioni permettono una maggiore comprensione delle vicende anche e chi non si occupa di affari internazionali. Zerocalcare è riuscito a dare una forma concreta a tutte le notizie “liquide” che si sono avvicendate in questi anni, ordinandole nel tempo in maniera dettagliata. Nonostante si presenti come un graphic novel, il libro per essere letto ha bisogno di una certa concentrazione per tenere a mente tutti i fili e gli sviluppi. Consigliato a tutti, sia adulti sia ragazzi.

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Se ti è piaciuto il libro di Zerocalcare ti consigliamo Persepolis di Marjane Satrapi  e Mustang di Deniz Gamze Ergüven.

Se vuoi leggere Con il cuore a Kobane uscito su L’ Internazionale clicca qui

Se vuoi leggere le prime pagine di Kobane Calling  clicca qua

Lo chiamavano Jeeg Robot

Una delle locandine del film

Una delle locandine del film

Enzo Ceccotti è uno sfigato: vive in uno squallido appartamento di Tor Bella Monaca, ingurgita quantità industriali di budini alla crema e possiede una vasta collezione di film porno. E nella vita fa il ladro. Un giorno, inseguito dalla polizia per il furto di un orologio, per scappare da cattura certa si tuffa nel Tevere, dove entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli donerà forza sovrumana. Questo l’opening di Lo chiamavano Jeeg Robot, primo lungometraggio del regista romano Gabriele Mainetti già autore di alcuni corti ispirati, più o meno marcatamente, al mondo del fumetto, prodotto interamente dalla Goon Films (dello stesso Mainetti) e da Rai Cinema, e con un cast in grande spolvero, formato dagli altrettanto romani Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli.

Il film non è una trasposizione del celebre personaggio di Go Nagai ma ne riprende alcune caratteristiche: infatti Enzo e Hiroshi Shiba sono simili, entrambi pensano a sé stessi, entrambi scoprono di punto in bianco di avere dei poteri e per entrambi una donna è determinante nel loro percorso per diventare (super)eroi.

La sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti segue una struttura piuttosto classica: abbiamo un banale incidente che dona poteri all’uomo qualunque, ritroviamo l’assioma da grandi poteri derivano grandi responsabilità e il percorso affrontato è lastricato da colpe, mancanze, difetti, cadute, redenzione, maturazione, consapevolezza del proprio ruolo e di come agire in base ad esso. C’è l’eroe chiamato a salvare? Sì. C’è la storia d’amore? Sì. C’è il villain con il piano malefico che ad un certo punto chiederà all’eroe di allearsi? Sì. Ma quindi stiamo parlando della solita banale storia piena di cliché e di elementi triti e ritriti? Qui la risposta si trasforma in un gigantesco NO. Questa base classica è affrontata in maniera nuova o, se vogliamo, all’italiana.

Enzo è un asociale, non ha amici, la gente gli fa schifo, non ha qualità brillanti, è scorretto e la prima cosa che fa con la superforza appena acquisita è usarla a proprio vantaggio, cavando a mani nude un bancomat dal muro. Si lascia coinvolgere dall’inquilina del piano di sotto solo perché il padre della ragazza è morto sotto i suoi occhi, poco prima, e la tipa non ha nessuno, se non un branco di criminali dentro casa che potrebbe stuprarla, torturarla o addirittura ucciderla.

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La storia d’amore ricopre un ruolo importante, e infatti la parte centrale del racconto perde un po’ del suo ritmo per dare lo spazio giusto alla componente umana. Ovviamente la scintilla scocca tra l’eroe e la ragazza salvata, ma è chiaro fin da subito che lei non è la classica fidanzatina alla quale siamo abituati. Alessia vive nello stesso palazzo di Enzo, ha passato anni terribili e l’unico modo che ha avuto per sopravvivere è stato quello di dissociarsi dalla realtà. La sua è quella di Jeeg Robot. I personaggi e le loro avventure sono la chiave per decifrare quello che le succede intorno, suo padre infatti è il Ministro Amaso e non ci sono dubbi che il vicino dotato di superpoteri sia Hiroshi, ossia Jeeg. Capite quanto possa essere disfunzionale una relazione tra un asociale e una malata mentale? Eppure la dolcezza che emerge dal mare di marciume è qualcosa che vi farà venire i lacrimoni.

Il villain: probabilmente potrei passare ore a parlare di Fabio Cannizzaro, aka lo Zingaro, una sorta di Joker della periferia romana ossessionato dal successo mediatico e da quegli anni ’80 dai quali non si può in alcun modo uscire vivi; vuole la visibilità ad ogni costo, vuole emergere sopra tutti gli altri criminali e sopra lo schifo in cui è costretto a vivere. Anni prima ha fatto una comparsata in televisione e da quel momento non è riuscito a scrollarsi di dosso il desiderio di essere visto e riconosciuto dalla gente comune, dagli altri criminali, da chiunque gli passi accanto e per ottenere ciò che vuole è disposto a tutto, non ha scrupoli. Sono sue le scene maggiormente violente ed eccessive del film.

Tre personaggi scritti col cuore e tre attori bravissimi diretti altrettanto bene.

Un frame dal film

Un frame dal film

Santamaria è perfettamente calato nel personaggio col suo sguardo sempre un po’ truce e quei venti chili in più per dare l’idea di uno che se ti prende a pizze in faccia ti fa male sul serio. Marinelli deve essere esagerato in ogni particolare e ci riesce perfettamente senza smettere di farsi prendere sul serio. La Pastorelli, lo ammetto, mi ha sorpreso positivamente. Venendo dal Grande Fratello non credevo potesse riuscire a trasmettere disagio e tenerezza in maniera così misurata.

La grande forza di Lo chiamavano Jeeg Robot sta nel non cercare di copiare gli americani, appiccicando poi tratti tipicamente italiani, ma nel dare una personale visione del genere supereroistico; Gabriele Mainetti riesce a raccontare di vite complesse, attentati, criminalità organizzata e superpoteri senza violare mai quei caratteri richiesti dalla suspension of disbelief; il lato tecnico è curato in ogni sua forma a partire da una regia attenta, una sceneggiatura solida, sonoro e montaggio belli che aiutano la narrazione, colonna sonora figa.

Concedetemi una piccola digressione sul piano del marketing dell’opera. Forse non tutti sanno che un paio di giorni prima dell’uscita cinematografica, in edicola è arrivato il fumetto di Lo chiamavano Jeeg Robot con soggetto e sceneggiatura di Roberto Recchioni, disegni di Giorgio Pontrelli, colori di Stefano Simeone e quattro diverse nonché bellissime copertine ad opera di Giacomo Bevilacqua, Leo Ortolani, Zerocalcare e lo stesso Recchioni. Il fumetto non è un adattamento ma un episodio breve, autonomo e successivo a quanto vediamo nel film, pertanto non contiene spoiler sulle vicende di Ceccotti&Co., solo dei rimandi e la storia riprende il concetto della visibilità inserendo quella caratteristica umana che nell’era di Internet è sempre più esasperata: la volubilità.

Terminando, mi sento di applaudire Mainetti per l’ostinazione nel voler portare alla luce questo film e di dirgli grazie per aver mostrato che anche in Italia siamo capaci di avere un supereroe perfettamente in linea con la città che abita e nel momento storico nel quale vive.

Il video di Claudio Santamaria che canta la sigla di Jeeg Robot D’Acciaio, utilizzata nei titoli di coda.

Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto di “Lo Chiamavano Jeeg Robot”

Comunicato Stampa

Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto di “Lo chiamavano Jeeg Robot”

Disponibile con quattro copertine diverse sarà in edicola insieme alla rosea da sabato 20 febbraio

Milano, 26 gennaio 2016 – In attesa che Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti arrivi nelle sale il prossimo 25 febbraio, Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto omonimo basato sul film.

L’operazione, in coerenza con il carattere originale riconosciuto al film dal pubblico e dalla critica della Festa del Cinema di Roma, intende proporre al pubblico di lettori e spettatori un prodotto creativo nuovo, unendo due forme d’arte – film e fumetto – e generando qualcosa di completamente autonomo e parallelo, senza il rischio di spoiler.

Scritto e curato da Roberto Recchioni, curatore editoriale di Dylan Dog e creatore di Orfani, con i disegni di Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone e i personaggi ispirati a quelli del film di Gabriele Mainetti, il fumetto di Lo chiamavano Jeeg Robot sarà in edicola con La Gazzetta dello Sport da sabato 20 febbraio al prezzo di €2.50 con quattro copertine da collezione realizzate da Leo Ortolani, Roberto Recchioni, Giacomo Bevilacqua e Zerocalcare. In avvicinamento alla data di uscita del fumetto, le quattro copertine verranno mostrate in anteprima.

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Di seguito le anteprime delle altre tre  copertine. Tutte e quattro saranno in edicola con il fumetto da sabato 20 febbraio. Il lettore potrà così scegliere quale acquistare o se decidere di collezionarle tutte:

  • venerdì 29 gennaio Leo Ortolani (Rat-Man)
  • giovedì 4 febbraio Roberto Recchioni (Dylan Dog, Orfani)
  • martedì 9 febbraio Giacomo “Keison” Bevilacqua (A Panda piace)

Il fumetto accompagnerà l’uscita del film, diretto e prodotto da Gabriele Mainettisceneggiato da Nicola Guaglianone e Menotti e interpretato dagli attori Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. In sala dal 25 febbraio.

Il fumetto con le quattro copertine di Lo chiamavano Jeeg Robot sarà in edicola da sabato 20 febbraio insieme a La Gazzetta dello Sport al prezzo di €2.50 più il costo del quotidiano.

Sio, Zerocalcare e Giacomo Bevilacqua per Dylan Dog

Durante Lucca Comics&Games di quest’anno la Sergio Bonelli Editore ha annunciato che Sio, sceneggiatore e creatore di Scottecs Magazine, lavorerà a una storia incentrata su Groucho, la storica spalla dell’Indagatore dell’incubo. Simone Albrigi (questo il suo vero nome) ha recentemente iniziato a collaborare con la Disney Italia come scrittore di alcune storie per il settimanale Topolino (di cui parliamo qui). Oltre a lui pare che si siano fatti nomi del calibro di Zerocalcare e Giacomo Bevilacqua.

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Non si sa ancora altro in merito se non che la notizia è confermata dallo stesso Roberto Recchioni, non ci resta che attendere sviluppi.

L’elenco telefonico degli accolli – Una recensione circonvoluta


cover-elenco-telefonico-variantE poi ti dicono. “Fammi una recensione di almeno 2000 caratteri sull’ultimo di Zerocalcare, che lo stai leggendo”.

E tu, con lo sguardo perso nel buio volti la testa all’indietro, sperando che si stiano rivolgendo a quello in fila dietro di te, ma purtroppo c’è solo il vuoto cosmico, ed in lontananza un signore anziano su di una panchina che ti fa un cenno di saluto.

Tutto questo per dire che recensire Zerocalcare è difficile. Soprattutto se è la tua prima recensione. Soprattutto se lo segui da molto tempo e sai quanto di buono e di valido ci sia in tutto quello che scrive e disegna questo giovane autore.

Aggiungiamo pure che Zero è duale, manco fosse il cavaliere di Gemini, perché riesce a regalare sia storie di ampio respiro, sia piccoli one-shot comici sul suo Blog o su Wired. Il tratto è sempre quello, ma la scrittura diventa diversa, muta a seconda della finalità narrativa.

Volendo fare una distinzione banale e semplice, che non vuol avere la presunzione di essere esaustiva per questo autore, si può parlare dello Zero della vena comica e dissacrante e del Calcare delle storie più serie ed intime, che ti colpiscono dritto al cuore. Lo Zero che fa appello alla nostra infanzia, alla nostra cultura nerd, sfoderando rappresentazioni dell’animo umano sottoforma di personaggi più o meno fantasiosi, ed il Calcare che attinge al proprio spirito e alla propria vita personale per esporre concetti di ampio respiro e riflessioni profonde.

E la forza di questo autore sta proprio nella sua capacità di passare dall’uno all’altro stile con disinvoltura e maestria.

Nella settimana di fra il 28 Settembre ed il 5 Ottobre 2015 entrambe le anime di Zerocalcare si sono di nuovo palesate al grande pubblico, dopo un vuoto di 9 mesi dalla vera e propria carta stampata ed un silenzio di circazerocalcare 4 mesi dal web (almeno per quanto riguarda il suo blog ufficiale).

Lo Zero è tornato edito da Bao con il suo “Elenco Telefonico degli Accolli”, il Calcare con un reportage sul giornale “Internazionale” dal titolo “Ferro e Piume”, seguito spirituale del toccante “Con il cuore a Kobane” di Gennaio 2015.

Dell’ “Elenco Telefonico degli Accolli” (o per gli amici ETA) ve ne parlerò entro breve, brevissimo, anzi subito.

L’ETA è una raccolta, come già successe con “Ogni maledetto lunedì su due”, delle storie brevi pubblicate sul suo Blog, impreziosite da una storia di di ben 45 pagine, che funge da trait d’union dei vari sketch. Il termine “impreziosite” non è usato a caso, perché è proprio la storia che funge da collante il vero punto di forza di questo nuovo volume.

Almeno per chi, come me, ha già potuto godere delle varie storie mano a mano che venivano pubblicate sul web, ogni due settimane circa, con uno schema che le vedeva (aggiungo subito erroneamente) quasi completamente slegate fra di loro.

L’ETA ci fa capire che nella mente e nell’animo di Calcare c’era uno schema ben preciso nel momento in cui si approciava alla singola storia, che in ogni vignetta ci voleva raccontare qualcosa di sé e soprattutto qualcosa di noi. Non si tratta quindi di 45 pagine aggiuntive per tappare i buchi o per giustificare l’uscita di questo nuovo volume, ma di qualcosa che aggiunge coesione e armonia a qualcosa che, solo ad una prima (s)vista, appariva come indizi sparpagliati in qua ed in là.

Anche nella sua raccolta precedente la storia di unione asserviva al medesimo scopo, ma non era altrettanto ben riuscita, forse perché si concentrava sul passato dell’autore, più che sul presente e sul futuro, come accade per quest’ultima storia.

E non voglio dirvi di cosa parla, anche perché non sopporto gli spoiler durante le recensioni di film, fumetti e quant’altro. Genericamente quello che posso dire è che si basa tutto sugli “accolli” (termine romano per indicare i “cagacazzo”) e di come questi non siano facilmente gestibili per un ragazzo che si è trovato oramai catapultato nel mondo del lavoro e della celebrità, con tutto quello che di buono e negativo ne consegue, ma che è rimasto un ragazzo semplice, con le paure e le nevrosi di tutti i giorni, amplificate dalla presenza dei mostruosi accolli.141

E tutto questo se avete già letto TUTTE le storie quando venivano pubblicate sul blog; va da sé che se non appartenete a questa categoria dovete recuperare questo volume senza nessun tipo di indugio.

Lo stile dell’autore rimane sempre lo stesso dei volumi precedenti, con una principale presenza del bianco, del nero e del grigio nei disegni, con qualche virata al colore, ma solo con lo scopo di far focalizzare l’attenzione sui particolari più importanti per la storia, creando quell’effetto “cappottino rosso” di spielbergiana memoria.

Il tratto è molto pulito, ricco di particolari, e viene incorniciato da vignette con i contorni storti, poco precisi, quasi come se volesse trasmettere che il disegno è stato fatto di fretta nel tempo libero, senza cura, quando invece è esattamente il contrario.

Ma anche questo fa parte della grande forza di Zerocalcare.

Probabilmente l’autore si esprime meglio quando tratta argomenti più lunghi, più “seriosi”, ma non per questo bisogna bollare altri suoi lavori come minori, o come non meritevoli di attenzione. Alla fine questo è lo Zerocalcare delle origini, quello con cui si è affacciato al mondo del fumetto e ne ha sfondato la porta di ingresso, ma che si è evoluto costantemente, come l’autore stesso, come i suoi lettori.

Caro Zero ti scrivo

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Caro Zerocalcare,

ti scrivo questa nella speranza che tu la legga prima che sia troppo tardi. Stamattina, come è mia consuetudine, ho comprato il mio bel numero dell’Internazionale e, aspettando dal barbiere lo scucuzzamento mensile, ho dato fondo al tuo reportage a fumetti (o GVaphic JouVnalism, come piace diVe ai Vadical chic). Giunto all’ultima pagina, mi è presa la smania della recensione: fortunatamente sono stato bloccato dal mio barbiere che, armato di cesoie, ha espletato il suo sporco lavoro. Dico fortunatamente perchè, scrivere una recensione di getto, subito dopo la lettura, è sempre una pessima idea.

Mentre i miei pochi capelli rimasti svolazzavano tristemente nell’aria tersa del sabato mattina, ho pensato che ti avrei fatto un pessimo servizio, scrivendo una recensione. C’è un’urgenza maggiore nel rivolgerti un appello.

Ironia della sorte vuole che questo numero dell’Internazionale esca più o meno contemporaneamente con il tuo “ultimo libro”, l’Elenco telefonico degli accolli, dove riunisci un pò delle storielle del web condite con qualche pagina inedita.

Da un lato abbiamo lo Zero del passato: e fidati, quello non ti riesce più tanto bene. Ok, la risatina ci scappa; ok, le icone della nostra infanzia, l’armadillo, lady Cocca. Ma questa roba non dura MAI. I manicomi sono pieni di autori che pensavano di camparci tutta la vita.

Dall’altro ci compare un fulgido, nuovo Zerocalcare, quello che ha compiuto un miracolo vero e proprio. Ci voleva che uscissi fisicamente da quella casa di Rebibbia che hai saputo raccontarci tanto bene; ci voleva che ti avventurassi nella guerra, la guerra vera, per mostrarcelo. Già nel tuo precedente reportage ci avevi provato, ma quello che lì era una promessa, qui è una splendida realtà.

 

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Il miracolo è vedere lo stesso, medesimo stile de “la profezia dell’Armadillo” funzionare alla perfezione con il reportage dalle zone di guerra; sembra fatto apposta per restituirci il significato della vita di chi combatte per la propria e l’altrui libertà. È straniante, è bello. È ancora la tua vita, e si capisce da come e da cosa racconti; sono i tuoi pensieri di fronte all’enormità della guerra. C’è ancora Rebibbia, c’è Roma, c’è l’Italia e ci sono i ragazzi cresciuti negli anni 80 e 90, e c’è ancora l’Armadillo. Però tutto è utilizzato per parlare di qualcosa di più grande, e per farcelo capire. E ci riesce, accidenti.

Quindi, Zerocalcare, per favore. Non tornare a Rebibbia. Non raccontarci più dei plumcake, delle pantofole nel forno. Abbiamo riso di queste cose, ti abbiamo voluto bene. Ti abbiamo sentito vicino. Ma ora, ti prego, non fermarti. Parti di nuovo, guarda ancora il mondo con i tuoi occhi stralunati, digerisci ciò che vedi nella tua testa che assomiglia così tanto alla nostra e poi risputacelo fuori, sputacelo in faccia per farci capire cose nuove, cose belle.

Cose come la vita del Comandante Nasrin.

E’ questo il tuo futuro. L’elenco telefonico degli accolli è un accollo. Liberatene, ok? Perchè ora sappiamo di cosa sei capace: ora, levati ogni dubbio dalla testa, sei un autore, e te ne devi prendere la responsabilità.