Yoshiyuki Sadamoto

Devilman Crybaby – L’apoteosi di Go Nagai

Cosa si potrebbe aggiungere all’ottima recensione di Devilman Crybaby scritta da Fabrizio Nocerino? È un onore per me, nagaiano di ferro non girellaro, al netto dell’inevitabile nostalgia, affrontare un palcoscenico del calibro di Dimensione Fumetto proponendo una serie di considerazione sparse proprio su un’opera così divisiva e che tanto ha fatto discutere nelle ultime settimane.

Immagine promozionale di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Per parlare di Devilman Crybaby, ultima fatica del regista Masaaki Yuasa, salito alla ribalta per opere come Mind Game, Kaiba e le trasposizioni animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong, bisogna parlare della genesi dello sconvolgente Devilman e del suo celebre papà, il Maestro Go Nagai.

Giappone, anni ’70 del XX secolo: la Toei Animation, avendo apprezzato il manga Mao Dante di Go Nagai, propone a questo autore di creare una serie animata ispirata a quest’opera, ma edulcorata, quasi supereroistica, in quanto rivolta a un pubblico di bambini. Parallelamente alla serie TV Devilman, Nagai sviluppa un omonimo manga dai toni maturi e orrorifici; quest’opera, ideata dall’autore per condannare tutte le guerre e alimentata dall’astio di Nagai nei confronti di coloro che avevano attaccato il suo lavoro precedente, Harenchi gakuen (in Italia La scuola senza pudore), entra con prepotenza nell’olimpo mondiale dei fumetti e influenza profondamente moltissimi manga e anime successivi. Un nome su tutti? Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno.

Go Nagai e Masaaki Yuasa davanti al poster di "Devilman Crybaby".

Go Nagai e Masaaki Yuasa posano orgogliosamente davanti al poster di Devilman Crybaby.

Molti anni dopo, XXI secolo: Netflix, il colosso dello streaming, distribuisce in tutto il mondo Devilman Crybaby, prodotto dallo Studio Science Saru, con Masaaki Yuasa alla regia, Ichiro Okouchi alla sceneggiatura, Ayumi Kurashima al character design e Kiyotaka Oshiyama al “devil design”, ovvero il design non solo del protagonista dell’opera, ma anche degli altri demoni.

Devilman Crybaby È il Devilman di Masaaki Yuasa, regista che ha come cifre stilistiche un continuo dinamismo e una plasticità totale: le animazioni in Devilman Crybaby sono particolari, talvolta eccessive all’occhio di uno spettatore non rimasto al passo con l’animazione moderna, ma rimangono sempre al servizio dell’opera e sono, nella quasi totalità, di una qualità sopraffina, anche tenendo conto del fatto che la serie è stata prodotta in sei mesi e che per ben tre episodi le animazioni chiave sono state realizzate da un unico animatore (Tomohisa Shimoyama per l’episodio 4, Kiyotaka Oshiyama per l’episodio 5 e Takashi Kojima per l’episodio 9).

Animazione di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Anche il character design è all’altezza di questa ambiziosa operazione: all’inizio delle vicende i personaggi sono tratteggiati in modo molto moderno e kawaii, soprattutto l’imbelle protagonista Akira; con l’ingresso in scena di Devilman il contrasto è a un primissimo impatto stridente ed estraniante, ma subito dopo la dolcezza del tratto si sposa meravigliosamente con la crescente e inarrestabile violenza.

Fotogrammi di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’aspetto dei demoni è un tuffo in una follia psichedelica dai colori accecanti, mentre per il protagonista c’è poco da dire: il Devilman di Oshiyama e Yuasa è bellissimo e quanto più nagaiano possibile.

Poster di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’approccio di Yuasa al capolavoro di Nagai è fortemente autoriale, ovvero omaggia fedelmente l’opera originale e parallelamente la fa sua uscendo a testa alta da questo confronto, esattamente come hanno fatto in precedenza due altri grandi registi d’animazione, da una parte Mamoru Oshii con Ghost in the Shell e Lamù – Beautiful Dreamer, dall’altra Hideaki Anno con Shin Godzilla: in questa chiave dovrebbe essere letto il trasferimento dell’elemento focale di Devilman, il conflitto, dall’esterno verso l’interno, incarnandolo nella figura di Akira/Devilman che soffre per l’infinita crudeltà umana e -non tanto inaspettatamente, in quanto il “crybaby” del titolo significa “piagnone”- versa copiose lacrime in molteplici occasioni.

La miniserie è concepita come un granitico unicum, un titanico film d’animazione: lo si può desumere non solo dal fatto che lo spettatore sia praticamente costretto dalla bellezza della storia e delle animazioni a una fruizione vorace e compulsiva, ma anche dal fatto che la sequenza di apertura, disegnata da Abel Gongora e accompagnata dal brano Man Human di Denki Groove, non sia presente in ogni episodio, ma solo una volta, nella seconda puntata.

Sesso e violenza, inevitabilmente e come nel manga originale, vengono mostrati in abbondanza, ma senza compiacimento, morbosità né perversione. Allo sguardo dello spettatore, guidato con abilità da Yuasa, gli eccessi vengono proposti in modo grottesco e inumano al punto tale da sfociare in una freddezza quasi documentaristica e distaccata: che cosa sono i demoni, se non la controparte nuda e sfrenata degli infimi istinti dell’uomo? Che cosa possono fare, se non uccidere e accoppiarsi indulgendo in questi piaceri?

L’unico appunto che forse si può muovere a una serie come Devilman Crybaby è che dieci episodi siano troppo pochi: forse sarebbe stato il caso di avere un paio di episodi in più per approfondire ulteriormente il drammatico confronto con l’arpia Silen e il rapporto tra il protagonista Akira Fudo e la sua controparte Ryo Asuka.

Fotogramma di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Se Devilman Crybaby ha profondamente turbato numerosi nostalgici oltranzisti, d’altro canto ha riscosso successo e consensi in tutto il mondo: il mangaka e character designer Yoshiyuki Sadamoto, che più volte ha dichiarato che Evangelion si è profondamente ispirato al manga di Nagai stilisticamente e concettualmente, ha mostrato apprezzamento nei confronti della serie animata di Yuasa tramite un tweet e uno schizzo del protagonista e del suo antagonista.

Fanart di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa disegnata da Yoshiyuki Sadamoto.

Per quanto riguarda il confronto con le precedenti opere del franchise, questa nuova serie animata omaggia anche quella degli anni ’70, che nell’universo di Devilman Crybaby esiste proprio come cartone rivolto ai bambini: in più occasioni sono inseriti riferimenti a essa, come i poster nelle camere dei personaggi e l’inserimento nel primo episodio della opening classica, la celeberrima Devilman no uta (“La canzone di Devilman”), potentemente remixata in chiave dance elettronica da Abu-chan e Kensuke Ushio, quest’ultimo curatore di tutta la colonna sonora.

Infine, Devilman Crybaby È anche e soprattutto il Devilman di Nagai, un tributo che rende onore a un mostro sacro del fumetto mondiale trascinandolo con violenza nel XXI secolo. Devilman è eterno e universale, il suo messaggio devastante è attuale ancora oggi, e Yuasa lo ripropone con successo in chiave ultracontemporanea: un esempio su tutti, nel manga anni ’70 il sabba, la festa pagana che conduce all’evocazione dei demoni, è accompagnato da un complesso rock/metal, all’epoca la “musica del demonio”, mentre ora, nel 2018, la controparte animata del sabba è sostanzialmente un rave party condotto verso la follia da un ossessivo e irresistibile ritmo tribale/elettronico.

Pagina di "Devilman" di Go Nagai.

Yuasa ha riletto il classico immortale di Nagai sulla base della consapevolezza del fatto che «il mondo è andato avanti» (cit.), e se se ne è reso conto anche Mark Renton in Trainspotting, ci auguriamo che anche chi è rimasto fino ad adesso bloccato solipsisticamente in un universo di 40 anni fa possa infine apprezzare Devilman Crybaby per quello che è, una serie contemporaneamente classica e attualissima, degna trasposizione del comunque inarrivabile originale di Nagai.

Le Perfume in 2.5 dimensioni

Come spesso accade la celebrità mondiale a certi oggetti o fenomeni viene data non tanto dallo scopritore, ma da chi riesce a imporli al mercato e a farli conoscere. Se oggi in tutto il mondo si usano le parole allegro e do re mi per la musica, o chef e mousse per la cucina, o manager e benchmark per l’economia è perché italiani, francesi e inglesi sono riusciti meglio di altri a interpretare e comunicare quei temi. Lo stesso è successo con i giapponesi e l’intrattenimento: termini come otaku e cosplay sono ormai nel dizionario italiano, e altre come senpai o waifu sono all’ordine del giorno sul web e per gli under 30. C’è poi un’espressione già molto comune in Giappone che non lo è ancora in Italia benché sia semplice e perfetta: 2.5 dimensioni, oppure 2.5D. Indica tutto quel mondo a metà fra il 2D (la finzione) e il 3D (la realtà), una terra di mezzo che i giapponesi conoscono molto bene non solo a livello narrativo, ma anche sociale. Ovviamente i giapponesi non hanno inventato il 2.5D, basti pensare a Mary Poppins o Tron, ma loro l’hanno elevato a condizione quotidiana e continua. Un paradigma di questo mondo contemporaneamente reale e immaginario è rappresentato dal gruppo musicale delle Perfume.

Screenshot del videogioco "Sonic the Hedgehog".

Il 2.5D ha uno specifico significato nel mondo dei videogiochi: rappresenta quella grafica in cui si simula il 3D attraverso il 2D, oppure si usa veramente il 3D però solo per sfondi o dettagli perché poi la meccanica di gioco resta piatta in 2D, come accade nella serie Sonic the Hedgehog.

Le Perfume sono un girl group composto da A~chan, Kashiyuka e Nocchi, tre cantanti e ballerine di Hiroshima che si sono auto-costituite come gruppo nel 2000, quando ancora andavano in classe insieme alle superiori e frequentavano un corso di arti performative alla scuola ASH della loro città. Come i giapponesi non hanno scoperto il 2.5D, tantomeno le Perfume ne sono state le prime rappresentanti.

La storia del 2.5D in Giappone inizia almeno nel 1989, quando Masamune Shirow disegna il capolavoro Ghost in the Shell con cui conclude il periodo della storia dell’arte giapponese figlio dello shock della bomba atomica e inaugura quello della commistione fra reale e virtuale. Il fumetto stesso è già il testimone fisico di questa rivoluzione, realizzato per metà a mano e per metà in CG, e i film che ne trarrà Mamoru Oshii amplificheranno ulteriormente questo metodo lavorativo.

Da allora l’intera cultura visiva giapponese si baserà sulla fusione fra reale/irreale, uomo/macchina, animato/inanimato. In quello stesso 1989 esce Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto, nel 1990 Sogni di Akira Kurosawa, nel 1995 Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno e nel 1998 serial experiments lain di Yasuyuki Ueda e Yoshitoshi ABe, giusto per citare gli esempi più illustri e lampanti. La poetica giapponese del 2.5D rappresenta un superamento delle opere dal vivo con inserti animati (o viceversa) di produzione statunitense: 2.5D vuol dire che un certo soggetto è contemporaneamente sia reale sia immaginario, senza chiara distinzione fra le due condizioni né superiorità di una sull’altra.

Immagine pubblicitaria di "Shin Godzilla" di Hideaki Anno.

Hideaki Anno ha dato la sua interpretazione filosofica del 2.5D con il film Shin Godzilla, il cui slogan era proprio «Realtà vs Finzione».

Le Perfume si inseriscono quindi in un filone concettuale che al loro debutto nel 2000 era già molto maturo e molto sfruttato. La peculiarità che rende queste tre cantanti dei casi-studio è che loro sono costantemente nella condizione di 2.5D, per statuto. Da quando sono state reclutate dal loro produttore, compositore e paroliere unico Yasutaka Nakata, le Perfume hanno smesso di essere ragazzine carine e hanno iniziato a recitare la parte delle androidi, con la stessa costanza del vecchio mago cinese di The Prestige che non esce mai dal ruolo nemmeno fuori dal palcoscenico.

Copertina di "Kareshi boshuuchuu" e fotogramma di "Vitamin Drop" delle Perfume.

Le Perfume degli esordi presentavano già elementi 2.5D: in alto la copertina del singolo del 2002 Kareshi boshuuchuu (“Ragazzo cercasi”), sotto un fotogramma del videoclip del 2004 Vitamin Drop in cui le cantanti sono sia reali sia disegnate.

A partire da Linear Motor Girl del 2005 a Polyrhythm del 2007 tutti i videoclip delle Perfume sono stati realizzati in chroma key inserendo le tre cantanti in mondi elettronici fatti di schede madri giganti, cavi che generano fiori e città vettoriali. A partire dal 2008 ai video in CG si affiancano quelli girati in scenografie reali che comunque rappresentano ambienti astratti, come le stanze lisergiche di One Room Disco o il banchetto rosa di Spice. In alcuni casi l’irrealtà è denunciata esplicitamente, come nel set televisivo di Secret Secret o in quello cinematografico di Natural ni koishite. Spesso poi si assiste alla moltiplicazione delle Perfume, essendo loro androidi e non umane, come nel grigio Nee o nel bianco Sweet Refrain.

Copertine di "GAME", "⊿", Spending all my time" e "Magic of Love" delle Perfume.

Quattro copertine di album e singoli delle Perfume. Le tre ragazze/androidi sono sempre in ambienti virtualizzati, 2.5D e robotici, come esemplificato nel videoclip di Spring of Life, manifesto della loro condizione non-umana.

La vicenda ha raggiunto la sua naturale evoluzione nel 2013 quando le tre Perfume sono diventate per la prima volta parte di un cartone animato: il loro singolo Mirai no museum è stato usato come sigla di coda per il 32esimo film di Doraemon Nobita no himitsu dougu museum e per gli episodi della serie TV per la prima metà di quell’anno, in cui compaiono le tre cantanti in versione cartone animato con lo stile grafico di Fujiko F. Fujio.

Al contrario della graziosa ED dell’anime, introdotta dalle Perfume stesse, il videoclip della canzone è bruttarello, ma le Perfume vi raggiungono lo stadio definitivo del 2.5D comparendo contemporaneamente sia reali sia disegnate. Nel video Nobita manda al giovane sé stesso del passato non il gattone robot, ma bensì le tre Perfume, parodiando la storia originale. Ad aggiungere un ulteriore raffinato livello interpretativo realtà/finzione ci sono le citazioni ai precedenti videoclip di Spring of Life e Spending all my time i quali presentavano già situazioni di surrealtà.

Immagine promozionale e copertina del singolo "Mirai no museum" delle Perfume.

In alto le Perfume coi costumini da detective per il film di Doraemon Nobita no himitsu dougu museum, e in basso la copertina del singolo Mirai no museum disegnata come fosse un volume del fumetto di Doraemon. Il booklet è in effetti un fumetto, o meglio quello che i giapponesi chiamano film comic, dato che presenta la storia del videoclip impaginata a fumetto usandone i fotogrammi come vignette.

Nel 2015 le Perfume hanno sperimentato la loro seconda incarnazione animata, stavolta in computer graphic e con la prestigiosa firma di Yoshiyuki Sadamoto. Non si è trattato però di una collaborazione con qualcuno dei numerosi progetti multimediali seguiti dal mangaka, bensì di uno spot TV pubblicitario per la casa automobilistica Mercedes Benz. Nell’immaginazione di Sadamoto le tre ragazze si sono trasformate in un ibrido umano-macchina, disegnando per loro costumi di scena che rispettano lo standard imposto: le cantanti hanno sempre capelli e abiti identici (rispettivamente A~chan capelli medi e gonna al ginocchio, Kashiyuka capelli lunghi e minigonna, Nocchi capelli corti e pantaloni), d’altronde essendo androidi e soggetti di finzione, come i personaggi degli anime non cambiano mai d’aspetto.

I costumi ideati da Yoshiyuki Sadamoto sono stati realizzati davvero e indossati dalle Perfume durante l’evento di presentazione della nuova vettura Classe A, un evento in 2.5D dato che le cantanti hanno condiviso il palco con le loro stesse in versione ologramma.

Altri due anni dopo, in questo 2017 le Perfume sono tornate nel mondo ibrido del 2.5D. Stavolta l’occasione si è presentata grazie all’azienda multinazionale YKK: la celebre produttrice di cerniere lampo ha infatti deciso di farsi pubblicità anche fra i più giovani sfruttando il loro stesso linguaggio, cioè quello degli anime. A fine 2014 la YKK ha infatti caricato sul suo sito e su YouTube un cortometraggio animato intitolato FASTENING DAYS in cui due bimbi, Yoji e Kei, salvano il mondo grazie al loro aggeggio spara-zip sul polso. In quest’occasione le Perfume hanno solo fornito la loro vecchia canzone Hurly Burly come sigla finale.

Fotogramma di "FASTENING DAYS".

Yoji & Kei save the day coi loro costumi in incognito, accompagnati dall’orsetto robot Oscar.

Il corto è stato realizzato dallo Studio Colorido, che ha ormai esperienza in questo genere di prodotti dato che aveva già curato le campagne pubblicitarie del gioco per smartphone Puzzle & Dragons e dei ristoranti McDonald’s. Stavolta si è trattato di un lavoro più complesso perché prevedeva l’elaborazione di una narrazione di senso compiuto: lo staff dello studio, guidato dal regista Hiroyasu Ishida, ha prodotto una storia molto semplice in cui la zip è usata come metafora delle relazioni sociali, e Yoji e Kei usano i loro bracciali tecnologici per tenere insieme le persone e le cose. Nella pratica i due bimbi sparano chilometri di zip e saltano dai palazzi come l’Uomo Ragno per restituire palloncini ai bambini e salvare la nonnetta Anna sulla sedia a rotelle.

Nel 2016 la YKK ha finanziato allo Studio Colorido un secondo cortometraggio, e se il primo era assurdo questo secondo lo è ancora di più, dato che stavolta Yoji, Kei e la new entry Kelly devono bloccare una nave da crociera alla deriva con le loro cernierine. È ancora più forte la metafora della zip che unisce persone, etnie e culture diverse, e anche stavolta ED con canzone delle Perfume, Hold Your Hand.

Infine, nel 2017 arriva FASTENING DAYS 3, se possibile ancora più assurdo dei precedenti e stavolta diviso in tre miniepisodi. La novità stavolta è l’arrivo delle Perfume come personaggi e doppiatrici: gli animatori dello Studio Colorido, stavolta guidati dal nuovo regista Tomotaka Shibayama, hanno ridisegnato le Perfume come personaggi ininfluenti sulla trama, le hanno collocate una per ogni miniepisodio, e hanno scelto come sigla finale Sweet Refrain che ha nel testo dei minimi collegamenti con le zip, tipo il verbo “allacciare”.

Le Perfume in "FASTENING DAYS 3".

Da sinistra: Kashiyuka passione pasticciera, Nocchi passione postina, e A~chan passione protezione civile.

Contemporaneamente al mondo dell’animazione, le Perfume entravano anche in quello della computer graphic, e ai massimi livelli. Oltre al produttore/autore, l’intero staff delle Perfume è composto da membri fissi: la coreografa, il regista, il tecnico degli effetti speciali, il grafico eccetera, costoro sono effettivamente “Perfume”, dato che la performance finale è il palese risultato di un forte lavoro di squadra precedente. Ne sono la prova le due esibizioni ai festival di arti multimediali contemporanee Cannes Lions del 2013 e SXSW ad Austin nel 2015. In entrambe le occasioni si è trattato di vere e proprie celebrazioni del 2.5D: nel primo caso è stato messo in scena un gioco di video mapping su abiti meccanizzati (si aprivano e chiudevano da soli) mentre le cantanti interagivano con i loro doppi in CG, mentre la seconda performance giocava su numerosi pannelli traslucidi sul palco (mossi dalle cantanti stesse) per creare giochi di luce psichedelici di enorme complessità che impedivano al pubblico di distinguere esattamente il vero dal falso.

Performance delle Perfume ai festival Cannes Lions 2013 e SXSW 2015.

Due momenti delle due performance tenute dalle Perfume ai festival di arti multimediali Cannes Lions 2013 e SXSW 2015.

E dopo l’animazione a mano e le performance artistiche in CG, a dimostrare l’amore per le Perfume anche nel mondo del fumetto ci ha pensato la rivista contenitrice settimanale Big Comic Spirits, che nel numero del 4 settembre 2017 ha dedicato al trio la copertina e uno speciale interno diviso in quattro parti: un’intervista con servizio fotografico, un approfondimento sulla loro carriera, un breve fumetto, e una galleria di omaggi alle Perfume da parte di alcuni fumettisti.

Fumetto di Kaoru Curryzawa dedicato alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Il fumetto di otto pagine è disegnato da Kaoru Curryzawa, scrittore ed editorialista dal tratto molto semplice perfetto per il suo umorismo gattofilo, e raccolta di tre micioni che visitano alcuni luoghi significativi delle Perfume guidati da tal Porsche Okite. Si tratta di un fumetto in 2.5D, dato che è un misto di disegno e fotografie e che Porsche Okite è un personaggio reale, cantante del gruppo musicale demenziale RomanPorsche. nonché grande esegeta di idol e fan delle Perfume fin dagli esordi.

Illustrazione di Kazuhiro Fujita dedicata alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Nelle pagine centrali a colori della rivista trovano spazio gli omaggi alle Perfume da autori più o meno famosi. Il primo è famosissimo: Kazuhiro Fujita, che ha pubblicato anche in Italia svariate opere fra cui Ushio e Tora e Karakuri Circus, i cui personaggi manovrano i fili di marionette proprio come fa Kashiyuka nell’immagine.

Illustrazioni di Noboru Takahashi e Ryo Inoue dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Due autori non ancora pubblicati in Italia: in alto Noboru Takahashi, celebre per le sue trucide storie di yakuza, e in basso il vignettista e illustratore Ryo Inoue.

Illustrazioni di Shohei Manabe e Niwa Tanba dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

A sinistra un omaggio alle celeberrime gambe di Kashiyuka da parte di Shohei Manabe, il cui L’usuraio è pubblicato in Italia da Planet Manga, e a destra un’illustrazione molto femminile dell’autrice di seinen femminili Niwa Tanba, inedita in Italia.

Illustrazioni di Yoshiyuki Sadamoto e Nemu Yoko dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Infine, a sinistra Yoshiyuki Sadamoto, che nel vestire le Perfume mischia le plugsuit del suo Neon Genesis Evangelion con la carrozzeria di un’automobile, e a destra la raffinata illustratrice Nemu Yoko, nota per il suo gusto grafico astratto e l’uso onirico del colore.

All’animazione, alla CG e ai fumetti ufficiali si aggiunge un enorme, sconfinato mare di amatori: su Pixiv, il deviantArt giapponese, le Perfume hanno un incredibile successo con quasi 10’000 fanart (a ottobre 2017) fra illustrazioni, mini-fumetti e altri contenuti multimediali, piazzandosi come le artiste musicali di gran lunga più popolari della community. Amate nella realtà, amate nell’irrealtà, amate anche in tutto quel che c’è in mezzo.

Gli anime sono l’anima del commercio

La televisione giapponese vive fondamentalmente di orribili talk show stile La vita in diretta, però 1’000 volte più trash, con scenografie super kitsch e BGM camp, trasmessi a nastro continuo a qualunque ora del giorno e della notte, indistinguibili fra di loro, in cui gli ospiti in studio sono tutti inutili opinionisti e mediocri comici che mangiano, chiacchierano, ridono di sciocchezze e piangono per i drammi della vita, mentre guardano video di gente che mangia, chiacchiera, ride di sciocchezze e piange per i drammi della vita. Tutto questo 24/7, senza requie. A interrompere questo flusso insopportabile c’è la pubblicità, e verrebbe da dire per fortuna dato che almeno quella è fatta veramente bene, così bene che non è esagerato dire che un artista del mondo dello spettacolo può dirsi arrivato se partecipa a uno spot televisivo e, soprattutto, se e quanto riesce a rimanere nel business. Sono esemplari da questo punto di vista i casi di Gackt e Kyary Pamyu Pamyu, due celeberrimi cantanti/attori/modelli/star giapponesi i cui periodi di maggiore e minore popolarità combaciano non coi loro migliori album o ruoli cinematografici, ma bensì con i loro migliori spot TV (fra l’altro molto belli e molto divertenti).

Copertine degli album "TV Asahi Anime Songs" Gold e Silver.

Doraemon guarda la televisione d’inverno sotto il kotatsu coi mikan e d’estate davanti al ventilatore col cocomero nelle copertine degli album TV Asahi Anime Songs Gold e Silver.

In un panorama in cui l’esposizione mediatica commerciale è quindi imprescindibile, è bizzarro notare come i prodotti culturali giapponesi in assoluto più esportati all’estero, ovvero manga & anime, siano relativamente assenti. I fumetti hanno una rivincita su Internet nei banner pubblicitari (soprattutto di app e giochi on-line) e nelle campagne promozionali (tipo recentemente quella stupenda dell’azienda di collirio che ha prodotto le mascherine cosmetiche e quelle per dormire de La maschera di vetro), ma l’uso della tecnica del cartone animato per pubblicizzare qualcosa non ha ancora grande diffusione; forse produrre 15 o 30 secondi di animazione costa troppo e prende troppo tempo rispetto a girare uno spot con attori o in CG. Recentemente però alcuni interessanti spot TV animati stanno cominciando a fare capolino nella tv nipponica: per i nomi coinvolti e per i risultati raggiunti, vale la pena elencarne qualcuno.

La storia di Makoto Shinkai è ormai celebre: da fan degli anime a creatore di anime egli stesso con il cortometraggio La voce delle stelle, realizzato interamente da lui con le sue sole mani dall’inizio alla fine, e poi tanti altri. Storie delicate che ora sono diventate anche spot televisivi: nel video c’è un montaggio dei suoi lavori per AC Japan/NHK (pubblicità progresso), Taisei (azienda di edilizia pesante) e Z-kai (libri scolastici e di preparazione universitaria), tutti caratterizzati dal suo solito stile trasognato, con coppie dai destini tangenti, tramonti in technicolor ed exploitation dei mezzi di trasporto.

I mezzi di trasporto sono anche il fulcro dello spot di Yoshiyuki Sadamoto per Mercedes Benz del 2012, più valido tecnicamente che artisticamente. L’anno scorso l’artista è tornato a lavorare per l’azienda tedesca collaborando col trio di cantanti Perfume e trasformandole in piloti delle unità Eva, ma rinunciando stavolta all’animazione tradizionale a favore della più comune ed economica CG.

Lo Studio Ghibli è probabilmente l’unico studio d’animazione giapponese a vantare un’esperienza ultradecennale nel campo degli spot TV animati, più che altro però per la sua popolarità e il suo nome: come si vede nel video collage, la metà sono video autopromozionali e dell’altra metà alcuni sono poco più che divertissement, come nel celebre spot coi gatti prodotto da Toshio Suzuki per l’azienda alimentare Nisshin: carino, eh, ma come lavoro scolastico più che come prodotto pensato per il pubblico, anche perché non presenta alcun rapporto col prodotto reclamizzato e potrebbe adattarsi a qualunque cosa.

Youjirou Arai viene dallo Studio Ghibli, dove ha fatto l’animatore per Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento, La collina dei papaveri e Si alza il vento, poi nel 2015 ha debuttato come regista col cortometraggio Il tifone Noruda e ha prodotto questo grazioso spot per il gioco per smartphone Puzzle & Dragons, in cui si ribadisce la scuola di pensiero, molto popolare in Giappone, che gli smartphone uniscano invece che dividere.

A proposito di smartphone, una serie di spot non animati, ma basati su alcuni celeberrimi (almeno in patria) personaggi dei fumetti e cartoni animati giapponesi: ci sono attori, cantanti, scrittori, sportivi eccetera che nella loro “vita precedente” erano un personaggio, da Sailor Moon a Rocky Joe, il tutto per promuovere telefonini customizzati dentro (grafica e sticker di LINE) e fuori (cover).

Altro abbinamento fra il mondo reale e quello dei cartoni animati è proposto dalla Suzuki, che per pubblicizzare la sua automobile utilitaria Hustler mette insieme i personaggi di Dottor Slump & Arale con quei personaggi che sono le Momoiro Clover Z, un gruppo di idol molto ironico e autoironico composto da cinque ragazze che si vestono solo ed esclusivamente coi loro rispettivi colori rappresentativi.

Ma nessuna pubblicità con attori in carne e ossa ispirata ad anime è celebre e riuscita tanto quanto quella della Toyota con i personaggi di Doraemon, il celeberrimo fumetto e relativo cartone animato della coppia Fujiko F. Fujio. Gli spot sono molto carini, con la distinzione infanzia animata/maturità non animata, un umorismo leggermente nonsense e soprattutto l’assurda presenza dell’attore francese Jean Reno a interpretare il gattone robot.

In pratica, anche negli spot TV il Giappone si conferma il regno di quello che gli autoctoni chiamano 2.5D, un modo di dire inventato dalla coppia di musicisti kanon×kanon e che rappresenta un mondo a metà strada fra l’animazione (2D) e la realtà (3D). Un buon modo per sganciarsi un po’ dalla grigia realtà ed entrare un po’ nella colorata immaginazione.

Evangelion 3.0+1.0 – Hideaki Anno ha l’agendina piena

Il 28 settembre 2006 Hideaki Anno fece affiggere in 50 cinema giapponesi un poster in cui esponeva dettagliatamente la decisione di rimettere mano alla sua serie cult Neon Genesis Evangelion per riproporla di nuovo al pubblico, in pratica per la quarta volta dopo la serie tv, il fumetto e i film che cominciano tutti con lo stesso incipit e poi continuano in maniera diversa. Anche la trama della nuova serie di film, intitolata Rebuild of Evangelion e programmata come una tetralogia, sarebbe iniziata come le altre tre versioni e poi continuata in un modo nuovo.

Poster con l'annuncio del progetto "Rebuild of Evangelion".

Anno è logorroico.

Il primo film arrivò nelle sale dopo appena un anno (2007): fondamentalmente era un riassuntone dei primi sei episodi ricalcati fotogramma per fotogramma dalla serie originale, con alcune sparute variazioni grafiche (tipo l’Angelo-Cubo) e l’inserimento di product placement. Il secondo film si fece aspettare due anni (2009) e introduceva alcune modifiche alla trama e soprattutto forti cambiamenti all’evoluzione dei personaggi. Il terzo film si prese tre anni di lavorazione (2012) e stavolta lasciò inalterati i personaggi per rimescolare invece la trama. Ora, dopo uno, due e tre anni, per logica il quarto film dovrebbe uscire dopo quattro anni, cioè nel 2016: molti fan hanno però sperato nel miracolo, ovvero che il film che avrebbe messo la parola fine finale financo definitiva alla saga sarebbe potuto uscire nel 2015, data estremamente simbolica dato che è proprio l’anno in cui è ambientata la storia. Purtroppo, però, a parte incredibili colpi di scena, questo quarto film intitolato Evangelion 3.0+1.0 non uscirà a breve dato che, giunti ormai alla fine di dicembre, Anno non ha ancora annunciato nulla, e c’è un motivo: è in altre faccende affaccendato. Il 9 dicembre 2015 infatti, mentre tutti gli otaku piangevano perché ormai l’anno fatidico stava finendo totalmente sprecato senza nemmeno uno straccio di annuncio e di conseguenza producevano poster fake per autoconsolarsi, la Toho pubblicava su YouTube il trailer del nuovo film Shin Godzilla (“Nuovo Godzilla”, titolo internazionale: niente meno che Godzilla Resurgence) scritto e diretto da, ta-daaan!, Hideaki Anno.

Ecco cosa stava facendo il regista ed ecco perché Evangelion 3.0+1.0 non solo ha mancato l’appuntamento del 2015, ma probabilmente mancherà anche quello del 2016 dato che questo nuovo film del franchise del mostro postnucleare uscirà proprio il 29 luglio 2016, e sia per logiche commerciali sia per tempi tecnici lavorativi sembra estremamente improbabile che escano due film dello stesso regista nello stesso anno (solo Takashi Miike riesce a essere così iperproduttivo).

Poster giapponese e internazionale di "Shin Godzilla".

Il poster ufficiale del film in versione giapponese con lo storico font massiccio della saga (in alto c’è scritto “Giappone vs. Godzilla”) e in versione inglese col titolo scritto da Anno stesso, riconoscibile dalla sua solita calligrafia. Shin seiki Evangelion, Shin Evangelion, Shinji (“nuovo carattere”), Evangelion: shi to shinsei (“morte e nuova nascita”), Shin Godzilla: “nuovo” è decisamente la parola preferita di Anno.

Inoltre, non è solo Anno a essere impegnato altrove: anche il character designer Yoshiyuki Sadamoto nel frattempo si è trovato altro da fare. Già dal 2012, infatti, il disegnatore collabora in maniera stabile con l’azienda automobilistica tedesca Mercedes Benz, per la quale aveva prodotto un cortometraggio piuttosto brutto a scopo promozionale.

Quest’anno, approfittando dello scandalo ecologico e relativo calo di vendite della Volkswagen, la Mercedes Benz ha deciso di reinvestire in Giappone in modo consistente, concentrandosi su tre elementi di grande successo: i Peanuts (che in Giappone vanno molto forte più per la gadgettistica che non per il fumetto, sconosciuto ai più) realizzando uno spot televisivo in concomitanza con l’uscita del film della Blue Sky Studios, e di nuovo Sadamoto, associato però stavolta alle Perfume, un trio di idol (giovani cantanti carine) che in patria riscuote enorme successo da metà anni 2000 ed è noto per l’uso molto originale e innovativo delle tecnologie durante i concerti e nei videoclip. Per l’occasione è stato realizzato un progetto multimediale che consiste in una performance olografica del trio sulle note del nuovo brano Next Stage with YOU in cui le cantanti si esibiscono con i loro doppi animati in CG basati sul design di Sadamoto. Le tre componenti delle Perfume sono caratterizzate dal mantenere sempre lo stesso look, e in questo caso il costumino disegnato da Sadamoto per NOCCHi, che porta sempre i capelli a caschetto e indossa sempre short pants, è estremamente simile a un plugsuit dei Children di Neon Genesis Evangelion, pecette sull’addome comprese. Nello spot tv che è stato ricavato dalla performance la somiglianza è particolarmente vistosa:

Praticamente una versione alternativa di Rei Ayanami. Se aggiungiamo che il bordo del colletto di a-chan (coda di cavallo e gonna al ginocchio) è esattamente identico a quello delle plugsuit e che KASHIYUKA (capelli lunghi e minigonna) ha in testa dei fermagli per capelli (?) a forma di orecchie di gatto che ricordano al contempo i collegamenti neurali e l’odioso personaggio di Mari la gattina canterina, ecco che il legame con Neon Genesis Evangelion diventa palese. A questo punto si chiuderebbe il cerchio se nel film conclusivo della tetralogia si scoprisse come colpo di scena finale che gli Eva sono prodotti nelle fabbriche Mercedes Benz.

Il cerchio che potrebbe chiudersi per un’eventuale sponsorizzazione Mercedes Benz del futuro venturo misterioso quarto film del Rebuild of Evangelion non si chiuderà però includendo anche le Perfume perché l’unica cosa certa, o quantomeno logica, è che venga di nuovo coinvolta la cantante Utada Hikaru, celeberrima in Giappone per aver inanellato record su record di vendite di dischi a partire dal 1999. La cantante è legata a due franchise per i quali ha realizzato la canzone portante della colonna sonora di ogni capitolo: la serie di videogame Kingdom Hearts e appunto Rebuild of Evangelion. Il primo film della quadrilogia si chiudeva con il brano Beautiful World, il secondo con un remix dello stesso, e il terzo con il nuovo brano Sakura nagashi realizzato quando la cantante si era già ritirata dalle scene per farsi una vita lontana dai riflettori, sposarsi in Puglia con un italiano e partorire un bambino. Durante la gestazione a Hikaru è tornata la voglia di fare musica e in futuro è atteso il suo nuovo album; inoltre per onorare gli obblighi contrattuali dovrà realizzare la nuova sigla per il futuro Kingdom Hearts III (altro prodotto che ancora non si vede all’orizzonte, però almeno si sa che esiste concretamente). Quindi, quanto al Rebuild of Evangelion è anche lei molto impegnata come Anno e come Sadamoto e ai fan, beh, non resta che aspettare, ovviamente.