Werther Dell’Edera

Tiziano Sclavi e Le voci dell’acqua

Acqua e malinconia sono gli ingredienti che compongono Le voci dell’acqua, la prima graphic novel firmata Tiziano Sclavi con il contributo grafico di Werther Dell’Edera.

Stravos, il protagonista dell’opera si muove in una città oscura e tenebrosa, il suo tormento è dato da misteriose voci nella sua testa, o forse contenute nell’acqua, la stessa che cade incessantemente da giorni e sembra non terminare mai.

Al protagonista viene diagnosticata la schizofrenia:
«Sento le voci.»
«Si chiama schizofrenia.»
«No… le sento solo quando scorre l’acqua.»
«Si chiama sempre schizofrenia.»

La storia si dipana in modo apparentemente disarticolato, i capitoli sembrano slegati tra loro, vibranti come il male che affligge il protagonista e non è chiaro il confine tra realtà e immaginazione.
La pazzia sembra dilagare oltre che nella testa di Stravos, anche in tutta la città, fino a raggiungere civiltà aliene. L’opera racconta e denuncia la vita alienante da impiegato di ufficio, ritmi serrati senza pausa dove l’unica via di fuga è la morte o la pazzia, il sogno incontra l’incubo, ma cosa è reale e cosa frutto della malattia?

Per comprendere le opere di Sclavi non è spesso sufficiente una prima lettura, ma per cogliere appieno tutte le sue sfumature si necessita di un secondo, se non terzo, approccio all’opera. I piani narrativi sono molteplici e intrecciati tra loro con la tipica follia sclaviana che ha caratterizzato molte storie del suo figlio più famoso: Dylan Dog.

Lo humor nero tanto caro allo scrittore ben si sposa con le chine di Dell’Edera, un tratto isterico, graffiante e molto espressivo, una composizione irregolare che sfrutta in modo strategico gli spazi sul foglio, un mix di fattori che contribuiscono a trasmettere le atmosfere malinconiche e sognanti dell’opera. Unico neo la scelta del font, che risulta più freddo e inespressivo: da un punto di vista progettuale può essere spiegato come la volontà di crare un contrasto visivo con il disegno, ma dall’altro risulta poco funzionale nell’insieme dell’opera stessa.

La graphic novel di Sclavi è sicuramente un’opera impegnativa, non adatta al lettore acerbo, in quanto richiede una conoscenza più ampia della nona arte; per queste caratteristiche però regalerà grandi soddisfazioni al lettore più esperto e a tutti i fan dell’Indagatore dell’incubo, che faticheranno a non sostituire, idealmente, il protagonista con Dylan visto quanto sia ben evidente e riconoscibile lo stile di Sclavi.

In conclusione, una lettura raffinata che saprà conquistare e far riflettere, in una buona edizione a opera della Feltrinelli Comics, neonata branca dell’omonima casa editrice.


Tiziano Sclavi, Werther Dell’Edera
Le voci dell’acqua
Feltrinelli Comics, gennaio 2019
96 pagine, b/n, brossura, € 16,00
ISBN: 9788807550188

Dylan dog 365, una recensione al cardiopalma

C’è una lezione che Alan Moore lascerà all’umanità intera, e non è come abusare di sostanze psicotrope.

La sua lezione più grande, che il Bardo ha ripetuto in decine di interviste, è che i lettori vanno trattati con rispetto. Più precisamente, il rispetto va alle loro qualità intellettive: i lettori non vanno trattati come dei deficienti cui va spiegato ogni singolo passaggio della trama. I lettori, al contrario, vanno stimolati con storie che rappresentino una sfida per il loro intelletto, che magari si facciano rileggere più volte, e che non per forza devono essere completamente comprese.

Al sottoscritto generalmente piace essere trattato con rispetto.

Ed è per questo che con la Bonelli il sottoscritto ha sempre avuto un rapporto ambivalente. Della Bonelli ultraclassica, quella che deve spiegare al lettore ogni cosa “per almeno tre volte”, francamente non ho mai saputo cosa farmene. Ma quando la Bonelli la pianta di trattarmi come un deficiente, allora è capace di farmi sentire veramente in gamba.

Lo ha fatto ad esempio con questo Dylan Dog numero 365; e non è una sorpresa, visto che ai testi c’è lo stesso Carlo Ambrosini di Napoleone, la serie Bonelli più bella degli ultimi trent’anni.

Cronodramma

Ambrosini sceglie un tema difficile, quello del rapporto dell’uomo con il Tempo: come lo percepisce, come lo condiziona e come ne è condizionato. Ci scopriamo a leggerla sempre più velocemente, terrorizzati dall’angoscia che prima o poi arrivi lo spiegone a rovinarne l’atmosfera rarefatta ma sincera; e così, dopo un viaggio al cardiopalma in cui la paura che la perfezione di questa storia venga rovinata ti toglie il respiro, giungiamo finalmente all’ultima pagina, solo per scoprire che tutto è andato bene.

Tutto è andato bene in questo primo Dylan Dog del 2017, ed è quindi con animo più calmo e rilassato che possiamo riprenderne la lettura da capo.

Il tema della storia, dicevamo, è il Tempo, e Ambrosini non si fa alcuno scrupolo a dircelo chiaramente. Il Tempo perduto e i crocevia di scelte attraverso il quale si dipana; il Tempo che trascorre e che porta con sé la memoria come un vano fantasma il quale, pur evanescente, sa ancora influenzare il presente.

Il Tempo metafisico, nel senso puro e artistico del termine (evidenti le citazioni di De Chirico in copertina) con i suoi paradossi e le sue sovrapposizioni. Non c’è un solo istante in cui la storia si concede al lettore, che si muove spaesato tra vignette di difficile collocazione cronologica nonostante i rimandi temporali precisi (“un giovedì”). Ambrosini, grazie anche ai disegni di Werther Dell’Edera, che qui allude in maniera quasi pedissequa al maestro Micheluzzi, gioca con lo spaesamento del lettore facendolo attorcigliare dietro l’interpretazione di ciò che accade, senza mai tradirlo buttandola su un facile non-sense.

La storia non manca del classico colpo di scena, che rielabora un cliché senza abusarne. E mentre Dell’Edera ci inganna con una frammentazione del racconto che somiglia a certe tavole di Crepax, Ambrosini ci avvolge nell’abbraccio della sua narrazione onirica da un lato e pragmatica dall’altro.

Al termine della storia, anche se non tutto è chiaro, tutto è cristallino, onesto, senza doppi giochi. Niente della storia è mai spiegato, è semplicemente mostrato ai nostri occhi; e il lettore, come l’Arlecchino della storia, assiste come un testimone a una serie di eventi di cui non riesce a cogliere appieno la portata.

Perché le storie belle non sembrano mai storie difficili. Le storie belle sono sempre storie semplici, che si distendono davanti al lettore, nude e sincere, chiare ma enigmatiche.

Storie belle come questo Dylan Dog 365.

 

Orfani: Nuovo Mondo 10 – Gioca e Muori

Orfani Nuovo Mondo 10_coverCon Gioca e Muori continua l’avventura di Rosa e dei suoi compagni verso la libertà. La serie della Bonelli sta per arrivare alla fine della sua terza stagione e gli eventi continuano a succedersi senza sosta.

Il numero 10 contiene una cruciale rivelazione di come viene gestita la sala centrale del supercarcere di sicurezza: un gruppo di ragazzini comandano i robot, chiamati cani, che devono gestire il flusso di immigrazione clandestina, come se fossero in un videogame. La loro alienazione e la loro voglia di farsi valere è mostrata senza mezzi termini.

«Dovete divertirvi…è un ordine!»

Questo viene urlato a loro, soprattutto a chi non segue le regole del divertimento. Si riprende il concetto di “giovinezza corrotta” che tanto era stato protagonista nella prima stagione, ricollegando volutamente le due cose.

Caso vuole che proprio in questo periodo di boom del nuovo gioco per smartphone dei Pokémon, che sta facendo discutere per una possibile alienazione dalla realtà nei fruitori (chi scrive non gioca con la suddetta applicazione e si astiene dal giudicare la fondatezza di tale allarme), arriva una critica sul modo di utilizzare i videogiochi e su un eventuale approccio sbagliato nel modo di utilizzarli. So che gli autori sono dei fan del mondo dei videogame ma, come sappiamo, tutto ciò che è bello può diventare distruttivo se utilizzato nel modo sbagliato.

Orfani 82Oltre ai suddetti ragazzini, nella caratterizzazione dei personaggi principali, stavolta è la storia di Juric ad essere la più approfondita, visto l’avvicendarsi di un “lieto evento” che i lettori aspettavano. Non penso sia uno spoiler visto che lo si preannunciava da tempo e tutto sta nel “come” succede: scopriamo il lato materno di lei, ma attenti a dire troppo presto che si sia addolcita…

Ecco, questo ha di speciale questa serie: passa dall’approfondimento di un personaggio all’altro senza interrompere la narrazione e comunque l’azione e le invenzioni visive non mancano mai; questo grazie ad una vera e propria equipe di autori (non solo Recchioni) che è coalizzata a non far scendere mai il livello di attenzione della serie. La serializzazione di Orfani è ormai arrivata al numero 34 senza mostrare assolutamente la corda, soprattutto a livello visivo.

La sceneggiatura della coppia Uzzeo/Recchioni continua ad alternare le tavole con vignette alle splashpage, assolutamente inedite per la scuola Bonelli fino a poco tempo fa, che sottolineano i momenti salienti della storia riuscendo a catturare l’attenzione anche del più distratto tra i lettori.

Anche questa volta troviamo un gruppo di disegnatori che si divide i vari livelli narrativi, da quello reale a quello sognante a quello visionario: in questo numero troviamo Francesco Mortarino, Werther Dell’Edera, Luca Casalanguida e Fabrizio Des Dorides. Quattro nomi che ormai sono una garanzia.Orfani 66

Citazioni varie e divertenti si trovano tra le pagine come l’immagine dell’albero, simbolo della The Ladd Company, società di produzione cinematografica, famosa soprattutto perché appare all’inizio di film di successo come Blade Runner. Sinceramente sono curioso di sapere cosa ci attende nelle due conclusive stagioni e spero che sorpresa, azione e inventiva siano sempre le parole d’ordine che hanno caratterizzato fin adesso questa serie cult (sì!) della Bonelli.

Orfani: Nuovo Mondo – Is this the real life?

Questa doveva essere una tardiva recensione degli ultimi due numeri di Orfani: Nuovo Mondo (Stati d’alterazione e Frammenti) ma poi succede che fai cose, vedi gente e va un po’ tutto a peripatetiche. Dopodiché, mentre butti preziosi minuti della tua vita facendo scrolling su Facebook, ti capita di leggere una cosa che fa partire tutta una serie di considerazioni.

La “cosa” è questa:

Recchioni-Facebook

Sebbene possa essere interpretata come una boutade del vulcanico demiurgo di Orfani questa dichiarazione chiama comunque a una riflessione.
«Non scrivo fantascienza»
Quindi viaggi su altri pianeti, astronavi, tecnologie futuristiche, alieni ecc… non sembrano essere abbastanza per definire Orfani come una serie di fantascienza.

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Dannate astronavi fuorvianti!

Cerchiamo quindi una definizione comune e condivisibile del suddetto termine prima di procedere nel ragionamento.
Un rapido giro su Wikipedia ci permette di trovare questa interessante affermazione di Ben Bova (autore di oltre 120 romanzi di fantascienza e plurivincitore di premi Hugo) nel suo The Craft of Writing Science Fiction That Sells:

Le storie di fantascienza sono quelle in cui un qualche aspetto di scienza futura o di alta tecnologia è così integrale alla storia che, se togli la scienza o la tecnologia, la storia collassa.

A leggere bene la serie di Orfani ci accorgiamo effettivamente che la componente scientifica, per quanto integrata nella storia, è assolutamente pretestuosa e non cardinale. Un po’ come succede anche in Guerre Stellari, non c’è un vero approfondimento scientifico: per quanto ne sappiamo (e per quanto interessa ai fini della storia) potrebbe funzionare tutto “per magia”.

Ma è quindi solo la vulgata scientifica a determinare la “fantascientificità” di una storia?

Andando a rovistare tra gli scaffali delle librerie possiamo trovare decine, se non centinaia, di ottimi romanzi di fantascienza in il cui rigore scientifico è tutt’altro che il centro della storia. Ci deve essere quindi qualcos’altro in grado di definire questo genere.

Ci viene in aiuto una citazione dello scrittore Valerio Evangelisti:

La fantascienza è il genere narrativo che ha per oggetto i sogni e gli incubi generati dallo sviluppo tecnologico, scientifico e sociale.

Alla quale possiamo aggiungerne un’altra di Judith Merril:

La narrativa speculativa ha l’obiettivo di esplorare, scoprire, imparare, attraverso la proiezione, l’estrapolazione, l’analogia, la sperimentazione di ipotesi, qualcosa sulla natura dell’universo e dell’uomo.

La fantascienza quindi parla del futuro (o di versioni alternative del presente e del passato) ma in realtà effettua un’indagine sulla natura dell’uomo e sulla società creata da quest’ultimo.

Orfani BandieraIn questo senso Orfani, e nello specifico la terza stagione, è inscrivibile in quel grande insieme di sottogeneri comunemente chiamato Fantascienza. Sin dal primo numero in cui vediamo il parallelismo tra il viaggio di Rosa verso il Nuovo Mondo e la cronaca contemporanea degli sbarchi di profughi a Lampedusa, fino all’ottavo numero con la pubblicazione, nella pagina introduttiva, della bandiera degli Orfani terribilmente simile a quella dello Stato Islamico; e con il racconto della dipendenza di Rosa dalle droghe che tanto ricorda i soldati dell’ISIS imbottiti di Captagon.

Anche alla luce di queste considerazioni però “non scrivo fantascienza” resta comunque un’affermazione sostanzialmente vera: quest’indagine sul presente infatti manca di affondare il colpo preferendo la via del fumetto “leggero” di intrattenimento.

Quindi cos’è esattamente che scrive Recchioni? Qual è il perno intorno al quale ruota Orfani?

Partiamo da quella che è la critica più insistente portata alla serie: “è una storia che poteva essere risolta in tre albi invece che nei dodici previsti”. Si tratta di un’affermazione assolutamente veritiera, io azzarderei anche un “Stan Lee e Jack Kirby sarebbero riusciti a concluderla in un unico albo di 22 pagine”.
Riflettendoci su pochi secondi, comunque, mi vengono in mente decine di manga a cui potremmo imputare lo stesso difetto: come mai quindi la diluizione della narrazione di opere come Slam Dunk, Dragon Ball e Captain Tsubasa non ci turba quanto quella di un albo Bonelli?
Perché, appunto, è un albo Bonelli.

Anzi: è un albo della Bonelli che non rispetta nessuno dei canoni classici della casa editrice.
La serie non è in bianco e nero, non è strutturata in storie autoconclusive, il protagonista cambia ogni 12 albi, i dialoghi sono stringatissimi e i suoi autori si divertono a smontare tutte le peculiarità grafiche dei volumi della casa editrice (a partire dalla famosa gabbia bonelliana).

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Vengono mutuate scelte stilistiche da altri modi di intendere il fumetto: “Il Pozzo” disegnato da Luca Casalanguida sembra uscito dalla testa e dalle mani di Jack Kirby e nel duello “onirico” di Rosa (Numero 8 pagg. 67/71) ritroviamo le atmosfere care a Sampei Shirato nelle matite di Werther Dell’Edera. Proseguendo così, tra gli Youngblood di Liefeld e gli X-Men di Claremont, assistiamo al lavoro di una generazione di artisti che ha digerito e assimilato nuovi modi di approcciarsi al fumetto, fino ad arrivare al nono albo della serie in cui vediamo alternarsi ben cinque disegnatori diversi (tra i quali spicca per eterodossia lo stile pittorico di Giulio Rincione).

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Come avevamo già detto in precedenza Recchioni & Co. stanno usando il pretesto della fantascienza per scardinare le regole del fumetto seriale popolare italiano. Orfani è la naturale continuazione del progetto cominciato con John Doe (come abbiamo visto QUI).

Orfani-RincioneQui però si insidia il vero nodo problematico di tutta la serie: soprattutto in questi ultimi due albi sembrerebbe che il discorso progettuale sia spesso preponderante su quello narrativo. Si è più concentrati su come si narra che non su quello che si narra. Lo stesso ricorso agli “omaggi/citazioni”, che tanto ha fatto discutere sul web, comunica l’impressione di una ricerca di complicità tra autore e lettore (“ehi l’ho capito il riferimento al Flower Thrower di Banksy! Siamo amici io e te”) che scavalca la naturale affezione necessaria tra lettore e protagonista che, per giunta, cambia ogni stagione. In definitiva non si cerca di vendere un fumetto quanto di vendere un modo di fare i fumetti. Non è una novità sia chiaro: l’autorialità nel fumetto è sempre esistita ed esisterà sempre ma non ha mai fatto parte del corredo genetico del fumetto seriale e nello specifico di quello Bonelli.

Orfani-PixelartLa sensazione restituita da questi ultimi due albi quindi è quella di una serie troppo ripiegata su se stessa, sulle proprie (eccellenti) virtù stilistiche e meno rivolta verso il mondo esterno. Potenzialmente potrebbe risultare rivoluzionaria ma questo lo scopriremo solo negli anni a venire, valutandone gli effetti. In questo senso sì, Orfani: Nuovo Mondo è un fumetto di fantascienza in quanto proiettato nel futuro.

Orfani: nuovo mondo #7 – Una recensione dantesca

Pugni chiusi
non ho più speranze
in me c’è la notte
la notte più nera

Occhi spenti
nel buio del mondo
per chi è di pietra come me

Pugni chiusi,
per tutto, per sempre,
non ha più ragione la vita…
(Pugni chiusi, I Ribelli, 1967)

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Leggo Orfani dal numero 1 della prima serie, prima curioso, poi preso da una storia in cui volevo capire che fine avrebbero fatto quei bambini. Mi ricordavano ovviamente gli Starship Troopers in addestramento, ma avevano un non so che di Oliver Twist, richiamandomi alla mente una specie di immenso orfanotrofio alla Dickens.

E ogni tanto qualcosa di simile a una fine, ma sempre seguito da un nuovo inizio.

Anche qui, dopo il pugno nello stomaco narrativo, grafico, cromatico, del numero precedente, sembra tutto finito. Al punto che l’inizio di questo numero sembra finto, lontano da quanto abbiamo visto e vissuto finora. Stavolta il pugno nello stomaco è l’idillio delle prime due tavole, che però si spegne immediatamente, con la stessa fastidiosa sensazione dei vecchi televisori a raggi catodici con il puntino luminoso al centro.

In quel puntino ritroviamo Rosa, non a caso in posizione fetale, raggomitolata su se stessa, pronta a seguire, nella (ri)nascita, lo «sgorbietto» che ha da poco messo al mondo. E il protagonista di queste nascite è sempre il buon vecchio Ringo, che continua a manifestarsi in modo sottile, strisciante ma sempre presente. È presente nei sogni di Rosa, è presente nel DNA dello «sgorbietto», poi piano piano si riprende la scena, è il vero eroe della storia. Rosa è in un certo senso in sua balia, guidata passo per passo nell’inferno della base della Juric. Come Dante da Virgilio.

Il precipizio di pathos e violenza (stavolta fra uomini, senza mostri, Corvi o altro) che percorriamo in tutta la storia e che prelude ai prossimi numeri è perfettamente preparato nella sua ambientazione infernale e anche nelle premesse. Infatti Rosa, salvatasi con la (sola?) forza della disperazione dalla violenza del traditore Armin, si ritrova solamente umana, come dice lei stessa. Come Dante nell’inferno più volte deve scontrarsi con la sua umanità, anche fisica, come quando la barca di Caronte affonda nelle acque dell’Acheronte a causa del suo peso. Lei che finora non aveva dovuto fare i conti con il suo corpo, che non le era pesato neppure con un figlio in grembo. Ma con la guida di Ringo-Virgilio, anche lui, come il suo alter ego nella Commedia, guida non solo fisica, scopre quel qualcosa che ha dentro e trova la forza di serrare i pugni e risalire l’intero inferno, per uscire a riveder le stelle. Quelle del cielo, ma soprattutto quelle del suo io, preso a pugni dagli eventi e dalle scoperte.

È quasi paradossale: Rosa, che è stata l’unica superguerriera del gruppo, che grazie alla sua superumanità è arrivata viva fin qui nonostante la gravidanza, si ritrova ad essere l’unica solamente umana in una storia dove, a parte i comprimari, compaiono solo figure che di umano hanno poco. Uno spirito, due bambini con il DNA modificato, un assassino feroce e freddo, l’ultimo Corvo, e la Juric, che umana non è mai stata.

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L’inferno dantesco è anche il luogo (solo onirico?) da cui Rosa rinasce un’altra volta, dopo aver riscoperto la sua umanità, di cui finora, almeno in questa terza stagione, non avevamo avuto segno. E infatti tra le malebolge ricompaiono per un attimo anche Nuè e Seba, che certamente non a caso cita il sommo poeta. Anche geograficamente siamo nell’Inferno dantesco: il posto dove si sveglia Rosa all’inizio non è distante dalla dantesca «natural burella»; quello della sua ulteriore rinascita ci fa vedere uno schema della base della Juric a gironi concentrici. Però il viaggio è all’inverso, a partire dai più dannati, su, su, attraverso i dannati comuni, fino all’esterno.

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E prima di avviarci verso la resa dei conti, c’è una catarsi. Che viene veicolata da una creatura appena nata.

La nascita di un figlio è un punto di rottura SEMPRE. E ogni bambino è un uomo in potenza con cui dobbiamo confrontarci. Un figlio ci toglie qualcosa e ci mette di fronte a noi stessi, perché è altro da noi, pur essendo parte di noi. Un bambino appena nato ci fa riscoprire la fragilità, anche nostra, e ci interroga su come accogliamo quella altrui.

Così è per Rosa, che riscopre la sua umanità (forse non è lei ad avere nelle vene il DNA di Ringo, ma solo il figlio che gli ha dato uno tra Seba e Nuè, che quindi è il vero figlio di Ringo), e decide di perderla di nuovo con l’aiuto della droga. Con la quale rinasce di nuovo, per la seconda volta, dall’oscurità e nella posizione dei neonati, ma stavolta da una visione infernale e non idilliaca. E infatti non è la stessa umanità spensierata e positiva con cui l’abbiamo conosciuta sulla terra. Diventa una umanità ferita, difficile, con cui, suo malgrado, si trova a fare i conti dopo essersi illusa di essere altro.

Così è per Sam, che piano piano, dopo tanto tempo, sembra ritrovare una coscienza, proprio quando la Juric le offre di prendere il bambino. Tutto quel sangue nella sua testa, e alla fine ne ha coscienza e ritrova l’immagine di ogni persona uccisa, in una mente che sembrava poter essere svuotata a piacere dalla Juric.
Che peraltro non pare meravigliarsi…
E si rende conto di essere uno scherzo, e, sopraffatta da questo pensiero, decide di abbandonarsi e abbracciare la trasformazione, stavolta coscientemente: tornando un soldato, non più per timore o per condizionamento, ma per scelta, perché con la sua umanità non vuol fare più i conti.

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In tutto questo, il lavoro dell’affiatata coppia Dell’Edera-Niro sottolinea con forza i passaggi della storia. Dal luminosissimo incipit, all’oscurità dominante interrotta dal rosso del gas lacrimogeno, o dell’inferno, dai colori pastello del sogno che diventerà realtà.

Come dicevamo, si sale verso la luce, infatti gli ambienti diventano via via più luminosi. Il tratto è pulito, le ombre riempiono e disegnano i volumi, ma su due passaggi che mi hanno colpito voglio soffermarmi.

  1. la pagina, che riempie dello stesso sangue, che è nella testa di Sam, gli occhi di chi legge, è una esplosione che non potrebbe essere raccontata in altro modo;
  2. la pagina di narrazione continua che, per chi come me è cresciuto anche con i fumetti di Gianni De Luca, è stato un bellissimo regalo.

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Ho cercato lungo tutto il fumetto i pugni serrati del titolo: in effetti ci sono tantissimi primi piani di mani, anche Sam fa presente che con le sue mani non può prendere il bambino, quasi non c’è pagina dove le mani siano comunque ben in evidenza. Non ho trovato però una chiara immagine dei pugni serrati…

..perché alla fine i pugni chiusi di un guerriero che non ce la fa più, si serrano, trovano nuova energia e diventano quelli di Rosa che, quando era sul punto di arrendersi, ritrova la voglia di lottare.

Orfani: Nuovo Mondo #6 – Non esattamente una recensione

…Sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani” (Futura – L. Dalla)

coverCon E non avrà paura la terza stagione di Orfani arriva al giro di boa e, come si suol dire, lo fa col botto. Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo danno una svolta drastica alla serie con il largamente annunciato parto di Rosa e con un altro paio di sorprese che sono destinate a diventare il punto di partenza per la seconda parte di Orfani Nuovo Mondo.

Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi. Ci sono e ci saranno altre recensioni, migliori di questa, che sapranno approfondire tutte le implicazioni a livello di intreccio, macrotrama e coerenza del racconto.

Quello che invece mi ronza per la testa da un po’ di tempo è una frase scritta, forse distrattamente, da Recchioni in uno dei suoi millemila post di Facebook… o era un commento… oppure era un commento al post di qualcun altro… vabbè, poco importa. Fatto sta che Recchioni ha scritto: «Orfani è uno Shonen».

Da lì, nel mio animo di lettore onnivoro, sono partiti in automatico i confronti tra Rosa e Kenshiro, Ringo e Akira Fudo e così via. A essere del tutto onesti i collegamenti che sono stato in grado di trovare erano piuttosto labili: ci sono l’azione, i bassi tempi di lettura, i dialoghi secchi e la ricerca di un dinamismo continuo. Su Nuovo Mondo poi la concatenazione degli eventi lega gli albi in maniera molto più stretta di quanto non sia stato fatto in precedenza, si tratta di un’unica lunga corsa, sulla falsariga dei manga di Jump. D’altra parte però si nota l’assenza di molti espedienti narrativi tipici degli shonen manga: il tratto iconico, personaggi studiati per far scattare il processo di identificazione, la canonica sequela di avversari sempre più potenti e il conseguente power-up del protagonista, il bianco e nero e l’uso di un unico disegnatore. Da questo punto di vista quindi il massimo che potevo accordare all’osservazione di Recchioni era che sì, ci provava, ma che Orfani era uno “shonen zoppo”, sempre al guinzaglio di una casa editrice storicamente conservatrice.

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Ma ecco che arriva il numero 6: quello scritto a quattro mani e disegnato a otto. L’albo che si racconta su due piani differenti: da una parte abbiamo Alessio Avallone che prosegue con l’estetica canonica della serie e racconta le vicende che si svolgono nel mondo reale (che poi, vabbè, è un racconto per cui sono finzione anche quelle. Ma ci siamo capiti) e dall’altra abbiamo degli interventi “d’autore” nei quali Werther Dell’Edera, Arturo Lauria, Aka B. e Fabrizio Des Dorides esplorano le ripercussioni emotive e psicologiche del parto nell’animo di Rosa. Un parto, mi dicono, non è propriamente l’evento più rilassante nella vita di una donna e le condizioni in cui lo sta vivendo la nostra protagonista (in una giungla, senza dottori e attrezzature, braccata, incosciente delle complicazioni che il suo DNA modificato possano portare) non possono far altro che acuire la drammaticità della situazione. Questo dramma è sapientemente sottolineato dalla bicromia e dall’uso preponderante del color rosso sangue.

Questi inserti però, a prima vista, cozzano con il concetto di shonen che avevo in mente, quello dallo stile uniforme e che poco concede a certe declinazioni stilistiche, e il pensiero è stato subito quello di “ecco Recchioni che vuol dare un tono di autoralità alla sua serie e infila nella storia degli elementi che poco c’entrano con tutto il progetto portato avanti fino ad ora”.

E invece avevo torto (per soli cinque/dieci minuti sia chiaro).

Qui Recchioni porta al culmine tutto il suo progetto sul Fumetto, il Fumetto come lo intende lui.

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La “Recchioni’s way to comics” è descritta perfettamente in quest’albo. Quando diciamo che “i tempi di lettura si abbassano” spesso e volentieri intendiamo dire “il pubblico pigro non ce la fa a reggere la verbosità di una tavola di  E.P. Jacobs per cui si cerca di ridurre al minimo il testo scritto”. E invece non è così. Almeno qui. Credo.

Il punto è invece che per Rrobe, e per le persone che lavorano con lui, il Fumetto è un mezzo narrativo che deve lavorare per immagini. La natura del mezzo stesso richiede una preponderanza dell’immagine sul testo: sia dal punto di vista più strettamente narrativo che da quello estetico. Il racconto non è (solamente) frutto del contenuto dei baloon, gli scrittori di fumetti non si misurano in base al numero di parole usate, il racconto è principalmente espresso tramite i disegni, il layout e l’impaginazione stessa. Girare pagina e trovare, ad esempio, le silhouette inquietanti delineate da Lauria è già un’esperienza emotiva che preesiste a qualunque testo si voglia inserire e che non ha bisogno di altre spiegazioni. Lo stesso approccio delle tavole più canoniche, dal taglio spiccatamente cinematografico, denota una scelta estetica e narrativa ben precisa: quella di inserire il lettore in un contesto familiare da “film d’azione”. Questa scelta giustifica l’insistenza di Recchioni nel voler fare un fumetto Bonelli a colori. Diversamente non si sarebbe potuto portare avanti questo discorso.

Allora cosa c’entrano gli shonen (che tra l’altro sono pure in bianco e nero)? C’entrano perché la differenza fondamentale tra il fumetto occidentale e quello giapponese è che, laddove la nostra cultura ha sempre assegnato il posto più alto nella gerarchia comunicativa al testo scritto, nei manga, e negli shonen in particolare, l’immagine è investita della responsabilità narrativa maggiore (d’altra parte gli ideogrammi altro non sono che disegni, per cui il mezzo di comunicazione principale nipponico è proprio quello) esattamente come il trauma di Rosa è espresso tramite l’uso del rosso e delle scelte stilistiche degli autori ospiti. Orfani è uno shonen in quanto tutto quello che può essere narrato per immagini viene narrato per immagini.

Si tratta di una scelta giusta? Chi lo sa? Dopotutto è una filosofia d’approccio che può essere valida come un’altra. Probabilmente una prosa ben calibrata avrebbe raggiunto lo stesso effetto. Da parte mia però mi limito a far notare che un fumetto in Occidente viene considerato un successo quando supera le 100.000 copie (o anche meno) mentre il numero 80 di One Piece ha venduto quasi tre milioni di copie in Giappone.

P.S. Pare che alla fine mi sia dimenticato di scrivere se E non avrà paura sia o meno un bel fumetto. Cose che succedono.

Numero Specialissimo di Orfani: Nuovo Mondo

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Orfani: Nuovo Mondo. A seguito di questa immagine diffusa poche ore fa dagli amici de “Lo Spazio Bianco” abbiamo contattato Mauro Uzzeo per qualche delucidazione.

Akab disegnerà una bella sequenza di un albo davvero molto particolare perché i confini tra quello che è reale e quello che è il peggiore degli incubi cui possa andare incontro una ragazza in procinto di partorire, si confonderanno al punto da risultare difficilmente distinguibili. A illustrare questo numero specialissimo (ma comunque all’interno della serie regolare) con Roberto [Recchioni] ed Emiliano [Mammucari], abbiamo chiamato alcuni degli autori che, più di tutti, ci comunicano quella sensazione di angoscia e spaesamento che volevamo raccontare. Per questo, insieme ai disegni del giovane Alessio Avallone e Werther Dell’Edera, potrete vedere lo splendido (e disturbante) lavoro fatto da Aka b, Arturo Lauria e Fabrizio Des Dorides, al loro esordio sulla testata. I colori saranno di Alessia Pastorello, ai testi troverete me e Roberto e per averlo tra le vostre mani dovrete aspettare soltanto due mesi.