Wednesday Warriors

Wednesday Warriors #21 – Da Thor a Conan

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THOR #10 di Jason Aaron e Mike Del Mundo.

È da più di sette anni che il lavoro di Jason Aaron sul Dio del Tuono riempie le pagine dedicate al Tonante in Marvel. Lavorando con giganteschi concept che mescolano tradizione e mitologia norrena e la piú classica delle strutture supereroistiche, Aaron ha saputo presentare una pletora di dèi con divini problemi, per citare il Sorridente Stan Lee.
In questo lungo processo di umanizzazione degli Dei Asgardiani, un personaggio in particolare si è sempre saputo distinguere, un protagonista secondario che è stato fondamentale in ogni svolta narrativa della storia finora e che si è rivelato uno dei personaggi preferiti dello stesso Aaron – e del sottoscritto.

Senza la figura del Padre di Tutti, senza Odino, il “Thor” di Aaron avrebbe un quarto dell’intensità che ha sfoggiato finora. Un rudere della vecchia Asgard, ossessionato dallo splendore del suo regno, riluttante ad aprire l’occhio e notare come i Dieci Regni stessero per ritorcersi l’uno contro l’altro. L’ascesa di Malekith e l’arrivo della Guerra dei Regni sono state inconsciamente supportate dalla furia di Odino, mortalmente intenzionato a distruggere la donna che impugnava Mjölnir, Jane Foster, rea di aver usurpato la memoria e la potenza – tutta tossicamente mascolina – di Asgard.

Eppure, Odino non è mai stato classificato come un villain. Jason Aaron ne ha esplorato diverse sfaccettature e lo ha utilizzato in vari ruoli: custode di indicibili segreti, acerrimo nemico degli invasori del Regno, marito impossibile da sopportare, egoista oltre ogni concezione umana, figura tormentata dal peso della corona e delle responsabilità, un Dio a cui tutto era concesso e dovuto proprio in virtù del suo essere Padre di Tutti.
Odino è il prodotto di un sistema antiquato, classico, tuttavia superato. È il mausoleo di una Asgard che non esiste più se non nella memoria, un sovrano che ha regnato eccedendo in tutto, boria, conflitti, discussioni, frustrazione e, soprattutto, vivendo in maniera altalenante il rapporto con i suoi figli.

Al centro di questo #10 c’è proprio il legame che unisce padri e figli e, alle soglie della Guerra dei Regni, Thor e Odino si affrontano senza risparmiarsi.
È proprio il concetto del nome “Padre degli Dei” che sembra riecheggiare ironicamente tra le pagine dell’albo: come si può tenere fede al ruolo di All-Father se, per Odino, è stato praticamente impossibile essere un padre presente ed amorevole anche per il solo Thor? I due non si risparmiano sferzate al vetriolo, insulti e dialoghi che sfiorano l’alta lirica germanica e cascano poi nel disperato tentativo di ferire “l’avversario”. Osservare lo scontro dal punto di vista di Odino ribalta la prospettiva del lettore, che si trova a contatto con una figura altamente empatica, un bambino diventato uomo, poi diventato padre, che non ha saputo allontanarsi dal dolore e dalle ferite che il suo tortuoso processo di crescita gli ha inferto.

Mike Del Mundo è protagonista quanto il Dio del Tuono e il furioso Figlio di Bor. L’artista, strepitoso in copertine e illustrazioni, ha finalmente trovato una sua linea guida da seguire e si é trasformato in altrettanto incredibile artista interno. La suddivisione delle vignette, la “gabbia”, non imprigiona il tratto sfarzosamente pop, coloratissimo e iper-attivo di Del Mundo. I centellinati momenti di libertà sono un’iniezione di adrenalina, con l’artista che gioca con i personaggi e la loro fisicità, sfrutta un centinaio di martelli e li unisce, risultando botte da orbi e occhi neri, tutto costruito sulle parole, e le emozioni riversate in esso, di un altro, straordinario script di Aaron.

WONDER TWINS #1 di Mark Russell e Stephen Byrne.

Il nome di Mark Russell andrebbe, senza alcuna ombra di dubbio, inserito tra quelli delle rising stars del fumetto statunitense. Ma anche catalogandolo insieme ad altri nomi, Russell ha saputo avere una marcia in più, facendo dell’ironia tagliente, dello humor nero e della onnipresente critica sociale il suo marchio di fabbrica.

Per puntare ancora di piú su questo spirito ribelle e dissacrante, DC Comics ha saputo sfruttare Russell in maniera satellite alle sue storie principali, dandogli l’opportunitá di scrivere personaggi come Lex Luthor e la Lanterna Verde John Stewart in rari – e bizzarri – crossover con i personaggi Hanna-Barbera e Looney Tunes. Con il lancio della linea “Wonder Comics”, Brian Michael Bendis e DC Comics hanno trovato l’occasione giusta per far sfiziare Russell con Superman, Batman, Wonder Woman e molti altri ancora.

Creati al delirante tramonto degli anni ‘70, i Gemelli Meraviglia di Nelson Bridwell e Ramona Fradon hanno sempre vissuto il loro status da personaggi di serie C, una battuta ricorrente non aiutata dalle loro comparsate nella serie animata I SuperAmici, versione della Justice League per i più piccini. Mark Russell sa benissimo che sfruttare la componente supereroistica sarebbe da sciocchi, del resto i gemelli Jayna e Zan di Exxor non hanno chissà quali incredibili poteri: la prima può mutare in vari animali, mentre il secondo trasformarsi in varie forme d’acqua, da liquido a solido a gassoso.

L’autore si sente a casa e sfrutta il grande potenziale comedy, un umorismo che nasce dal concept di due gemelli alieni spediti sulla Terra, costretti a districarsi tra teenager annoiati e/o attizzati. Il liceo che fa da ambientazione vive di tutti gli stereotipi che la cultura statunitense ci ha propinato in questi anni; a questo iniziale cocktail di situazioni assurde e irriverenti, Russell aggiunge la massiccia presenza della Justice League, con i due gemelli alieni incaricati di “fare da custodi” alla Hall Of Justice. Ma non c’è da aspettarsi seriosità o trame impegnative, perché nemmeno la Trinità si salva dallo spirito ironico di Russell, che si fa più volte beffe dei supereroi più importanti dell’universo DC.
L’albo è pieno di piccole e grandi battute, trovate geniali e innuendo. Raccontarle e sottolineare le risate ad alta voce fatte durante la lettura non renderebbe minimamente giustizia al lavoro dello scrittore.

Ai disegni, Stephen Byrne è certamente adatto al tono della storia, con uno stile giovane, fresco e valorizzato da una buona palette di colori – anche se dei toni piatti da classico comic book avrebbero creato un interessante contrasto artistico e narrativo. Tuttavia, il fumetto può risultare statico, con poca dinamicità, con un forte rischio di diventare, agli occhi, ripetitivo con il passare dei numeri.

“Wonder Twins” è un ottimo primo approccio al genio comico di Russell, un fumetto che può sicuramente osare di più sul piano artistico ma che pianta saldamente i piedi nell’Universo DC, proponendo qualcosa di fuori dagli schemi e radicalmente differente. Una serie comedy con risvolti teen drama, formula che raramente vediamo applicata alla Distinta Concorrenza.

Gufu’s Version

SAVAGE SWORD OF CONAN #1 di Gerry Duggan e Ron Garney

A poco più di un mese dall’uscita di Conan The Barbarian la Marvel Comics riporta nelle librerie USA la gloriosa testata Savage Sword of Conan; quella che tra il 1974 e il 1995 è stata una rivista dedicata a un pubblico adulto, in bianco e nero e con un formato più grande, viene riproposta oggi nel classico formato comic book che si distingue dalla testata gemella nella struttura editoriale. Savage Sword infatti proporrà brevi cicli di storie che saranno di volta in volta curati da diversi team creativi.

Nel primo capitolo de “Il Culto di Koga Thun”, Gerry Duggan e Ron Garney propongono la loro energica versione del giovane cimmero, qui Conan ha circa 20 anni, alle prese con una (dis)avventura marittima fatta di squali, galee, schiavi e pirati. Il taglio scelto dal team creativo è decisamente sopra le righe e con una traduzione a fumetti più convincente rispetto all’approccio letterario-illustrativo scelto da Jason Aaron e Mamud Asrar per “the barbarian”. L’approccio generale resta comunque coerente alla linea editoriale che vede come punto di riferimento, per tutti gli autori, il Conan delineato da Roy Thomas circa 40 anni fa: Duggan rimarca una delle caratteristiche fondanti del personaggio, l’incapacità di Conan di accettare la resa, e ci costruisce attorno la trama dell’intero episodio. Più della sua forza sovrumana, più della sua abilità con la spada, questa estrema tenacia – chiamiamola così – è il motore, causa scatenante e risoluzione, che porta avanti il racconto; le trenta pagine di questo primo albo scorrono rapidamente e intrattengono il lettore in una continua escalation di sospensione dell’incredulità. Un metodo implausibile se applicato a qualunque altro eroe o antieroe – l’unico personaggio dei fumetti che si avvicina a queste dinamiche è, probabilmente, il “nostro” Tex.

Ron Garney adotta un tratto frammentato e ricco di campiture nere che, abbinato ai colori rarefatti di Richard Isanove, donano alla storia un’atmosfera cupa e indefinita consona agli aspetti più mitologico-soprannaturali tipici dello Sword & Sorcery.
Il muscolare Conan di Duggan e Garney è una piacevole sorpresa nell’ambito dell’intero progetto che vede il ritorno della creatura di Robert E. Howard in casa Marvel.

SUPERMAN #8 di Brian Michael Bendis, Ivan Reis e Brandon Peterson

Prosegue l’arco narrativo “Unity Saga: The House of El” in cui gli autori indagano sul Jor El e raccontano i retroscena del viaggio di Jon Kent con il suo nonno Kryptoniano.
Brian Michael Bendis lascia che sia Jon stesso a raccontare ai propri genitori quanto successo nel periodo passato a vagare per la galassia raccontando quindi la storia per flashback. Il racconto procede dunque su due linee temporali parallele: quella presente, illustrata da Ivan Reis, e quella del racconto di Jon, che vede Brandon Peterson ai disegni; una scelta figlia della necessità di mantenere in scena il titolare della testata – Superman – che sarebbe altrimenti stato relegato al ruolo di semplice comparsa, che ha però il difetto di rendere il ritmo più compassato e a tratti macchinoso.

Di contro stupisce sempre l’abilità di Bendis nel saper rendere credibili i personaggi che è chiamato a gestire, e lo fa grazie alla verosimiglianza dei dialoghi, frammentati, ricchi di reiterazioni e a volte carichi delle incoerenze tipiche del parlato quotidiano. Dialoghi che riescono a comunicare anche ciò che non viene detto esplicitamente, parlando per sottintesi e pause, lasciando al lettore il compito di “unire i puntini” e, così facendo, coinvolgendolo nel processo creativo e amplificandone la risposta emotiva ben più di quanto possa fare una prosa elaboratamente sofisticata.
Ovviamente questo tipo di scrittura richiede una conoscenza dei propri limiti, che lo scrittore ha ampiamente sondato nel corso della sua carriera, oltrepassati i quali il testo diventerebbe un ostacolo alla fruizione della storia: non è questo il caso e Bendis riesce a darci un ritratto interessante di Jon Kent, convincente nella descrizione delle sue difficoltà tipicamente adolescenziali.

Al di là dell’ottimo lavoro sul giovane Superboy il team creativo si distingue per la resa efficiente di tutti gli altri personaggi, il Superman di Ivan Reis è una miscela di classico e moderno che reinterpreta in chiave contemporanea tutti gli stilemi del personaggio senza mai tradirli, una prestazione maiuscola del disegnatore che mette in ombra il lavoro meno convincente di Brandon Peterson, quest’ultimo segna un passo indietro rispetto alle sue recenti prove su Titans, soprattutto sul piano della riconoscibilità e coerenza dei personaggi, che riscatta parzialmente con una bella composizione.
Segnalazione doverosa per la sorpresa finale, un ritorno che solleva molte domande e promette parecchia azione.

Wednesday Warriors #20 – da Daredevil a Green Lantern

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DAREDEVIL #1 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Nel marasma editoriale e creativo Marvel del 2018, il Diavolo di Hell’s Kitchen sembrava essere stato escluso dalla spinta del Fresh Start. Le trame di Charles Soule escludevano ribaltoni, tra sindaci di New York «corruptus in extremis» e una trama che stentò a trovare un qualsivoglia mordente. Una storia perlopiù anemica, incapace di catturare la forza del personaggio e, quantomeno, di sfruttare la prospettiva da legal drama che Soule aveva mostrato di saper padroneggiare. Inutile dire che la stragrande maggioranza dei fan del Cornetto ha tirato un sospiro di sollievo all’annuncio dell’arrivo di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Daredevil #1 parte con un Matt Murdock lontano dalle aule di tribunale. Capelli incolti, aria spavalda, antidolorifici, sex appeal e malinconia: Marco Checchetto canalizza tutto il fascino di un giovane Robert Redford nella rappresentazione di un protagonista libero da vincoli, apparentemente ringiovanito. Ma alla base di questo nuovo Daredevil c’è soprattutto un processo di ricostruzione. Un work in progress che già da questo debutto è nucleo della trama principale.

“The Death Of Daredevil” di Soule e “Man Without Fear” di Jed MacKay hanno consegnato a Zdarsky un Matt Murdock lontano dalle sue sicurezze, nuovamente Daredevil ma lontano dall’Uomo Senza Paura che il lettore ha imparato a conoscere.
Il processo di recovery, anticipa Zdarsky, sarà lungo e tortuoso. É proprio qui che si trova il fascino di questo primo, nuovo “Daredevil”. Ogni evento del fumetto é funzionale alla diffusione di questo dubbio. La crisi di fiducia che ha colpito il personaggio é stata trascinata a questa nuova serie. Avremo di nuovo l’Uomo Senza Paura? Il peso degli acciacchi, della responsabilità e degli errori commessi saranno un prezzo troppo alto da pagare?
Lo scrittore cerca la riflessione, disposto a metter da parte velleità da debutto che impongono momenti ad alto tasso adrenalinico e testosterone.
Il Diavolo é lontano dal suo apice fisico e mentale e, tra le pieghe del costume rosso e le nocche insanguinate, c’è molto di più, stavolta, da osservare.

Zdarsky opta per un numero di debutto concentrato tutto sul personaggio, con un breve accenno alle trame orizzontali ed un intrigante esordio di un personaggio secondario che potrebbe cambiare parecchie dinamiche alla tradizionale formula del supereroe vigilante.
Di fianco all’intreccio principale, Zdarsky non resiste alla tentazione ed esplora, come tanti prima di lui, il passato di Matt Murdock, sviscerato attraverso momenti salienti della sua crescita. Gioca un ruolo fondamentale la religione del protagonista, la violenza nascosta nel suo cuore, il suo rapporto con la giustizia e la sottile linea che la separa dalla vendetta. Qui spunta la voce del Matt Murdock di Zdarsky, un personaggio che ha vissuto le discrepanze di un fragile equilibrio: arrabbiato con il mondo e con Dio per ciò che gli ha tolto, tuttavia ancora in grado di trovare la forza di fare del bene e proteggere Hell’s Kitchen.

Marco Checchetto e la semplicitá dello story-telling sono protagonisti tanto quanto l’interessante sceneggiatura di Zdarsky. Personaggi marcati da linee chiarissime e definite si muovono in una New York sporca, fatta di criminali e poliziotti, ancora più viva grazie ai colori di Sunny Gho. I personaggi sono attori che Checchetto gestisce perfettamente. Proprio con Murdock, l’artista sa di avere una grande varietà di emozioni da mostrare e, dalla rabbia alla paura, il Diavolo rivela tutto e lo fa al meglio, anche sotto la maschera.

Daredevil #1 ha il pregio di evitare qualsiasi scimmiottamento alla serie Marvel / Netflix, prediligendo una narrazione muscolare e, al tempo stesso, parecchio introspettiva. Un Matt Murdock fuori dalla sua zona di comfort permette a Zdarsky e Checchetto di giocare con un Diavolo che, da qualche anno, sembra spuntato delle sue corna rosso sangue.
Finalmente, Hell’s Kitchen sembra aver trovato nuovamente il suo protettore.

UNCANNY X-MEN #11 di Matthew Rosenberg, Salvador Larroca, John McCrea e Juanán Ramirez.

«Every X-Men story is the same.»

Leggendo la prima pagina di Uncanny X-Men #11, verrebbe da chiudere l’albo seduta stante. Matthew Rosenberg ci avvisa con un pensiero in un balloon rosso, piazzato al centro di una prima pagina nera. Ma se ogni storia degli X-Men è uguale all’altra, perché dunque leggere questo undicesimo numero di Uncanny X-Men? Cosa nascondono di diverso queste sessantaquattro pagine?

Il mondo si trova ancora una volta coinvolto in un ciclo di terrore e pregiudizi: il vaccino anti-mutante ha ridato speranza agli umani, sempre più intolleranti ed impauriti dalle bombe atomiche a piede libero tra loro. L’orlo dell’estinzione ed il clima d’odio sono componenti fondamentali, quasi cicliche degli X-Men.
Eppure, Rosenberg calca la mano, non rinuncia a qualche colpo sotto la cintura e l’atmosfera descritta è lontana dal clamore delle battaglie in spandex aderente. Amarezza, paura e rancore dominano i dialoghi, un sostegno più che valido ai disegni di un Salvador Larroca lontano dai suoi anni migliori – ma comunque funzionale al racconto, aiutato dai colori di Rachelle Rosenberg che ha aspramente criticato, in una forte caduta di stile.

Se a Larroca tocca il compito di illustrare il ritorno di Ciclope, depresso, ubriaco e disperato, allo stile di John McCrea si addice di più il rientro di Wolverine: questi due racconti paralleli saranno al centro della trama principale, due punti di vista che seguono lo stesso percorso e tastano il polso del mondo mutante intorno a loro. Due perni della struttura narrativa degli X-Men si trovano così costretti ad incastrarsi nuovamente nelle trame dopo esserne stati allontanati per anni. Le loro differenze d’opinione li hanno separati in maniera drastica e il fato – o le esigenze editoriali, che dir si voglia – li ha costretti al riavvicinamento.

Rosenberg ha la fortuna di poter utilizzare due personaggi freschi di ritorno dal mondo dei morti: Uncanny X-Men recupera due protagonisti di calibro pesante, carismatici e pieni di contraddizioni e zone d’ombra. Si riempie cosí un vuoto pesante, un vuoto che ha segnato il destino di molte testate mutanti negli ultimi anni.
Mancava quel personaggio che potesse assumere la leadership degli X-Men senza far storcere il naso ai fan piú duri e puri. Otto anni dopo lo Scisma di Jason Aaron, Ciclope e Wolverine tornano a fare squadra, a riunirsi in battaglia nel momento più alto dell’albo, regalando il feel good moment che serviva per catalizzare l’energia positiva per la rinascita degli Uomini-X.

Né Ciclope né Wolverine, tuttavia, costituiscono la parte più interessante di Uncanny X-Men #11, un numero tenuto in piedi da un unico personaggio, che lo scrittore utilizza in maniera intelligente e, al tempo stesso, triste. La mutante Blindfold è il simbolo dell’atmosfera cupa che Rosenberg ha voluto imprimere. Il suo racconto passa dalle matite di Larroca a quelle di McCrea, fino ad un epilogo di Juanan Ramirez. In lei, Rosenberg ritrae la sofferenza e la spirale depressiva di chi soffre la persecuzione, di chi si vede senza futuro – nonostante il suo potere sia proprio la preveggenza. Una metafora che colpisce come un treno e segna un punto di non ritorno per questo #11 che sa tanto di #1.

Se «ogni storia degli X-Men é sempre la stessa», Rosenberg e il team artistico tengono a sottolineare questo ciclo infinito di sofferenza per i mutanti, odiati e temuti per tradizione stessa della Casa delle Idee. Sostanzialmente, Uncanny X-Men #11 non offre niente di rivoluzionario, eppure segna un drastico cambio di direzione per il più recente rilancio editoriale dei mutanti. Rosenberg si incammina su un percorso pieno di ostacoli con una flebile luce in fondo al tunnel, due pezzi da novanta come protagonisti e l’idea di scrivere i suoi X-Men, senza compromessi.

Gufu’s Version

FEMALE FURIES #1 di Cecil Castellucci e Adriana Melo

Reduce dall’ottima prova sulle due miniserie dedicate a Shade: the Changing Girl, Cecil Castellucci prende in consegna e Furie Femminili: il corpo di élite creato da Granny Goodnes al servizio di Darkseid, il Signore e padrone di Apokolips.
Create da Jack Kirby nell’ambito della sua Saga del Quarto Mondo, le Furie sono sempre state una figura di contorno in questo ambizioso progetto autoriale del Re, più funzionali alla storia di Mister Miracle e Big Barda che personaggi a tutto tondo capaci di reggere una serie autonoma.
La Castellucci si trova quindi con dei personaggi sostanzialmente vergini a cui deve dare un’identità e uno scopo narrativo nuovo, identità che l’autrice cerca e trova tra le pieghe del dibattito sociale odierno. Scelta intelligente e sensata soprattutto alla luce del fatto che tutta la saga dei New Gods era nelle intenzioni di Kirby una lettura della propria contemporaneità.
È così che tutto il primo capitolo di Fatale Furies è intriso di palesi riferimenti alla condizione delle donne nella società contemporanea: succede quindi che su Apokolips, come sul nostro pianeta, le donne vengono sottovalutate, anche quelle che – come le Furie – possono romperti l’osso del collo con un ceffone, e che vengano giudicate in base all’aspetto fisico. Succede che i colleghi uomini le derubino dei loro meriti legittimi (anche e soprattutto quando questi meriti contemplano omicidi e altre efferatezze) e che ci siano altre donne che si rivelano maschiliste anch’esse riproponendo frasi a noi familiari quali: “se l’è cercata” o “se cura così il suo aspetto è normale che riceva attenzioni”.
Sebbene il soggetto sia ben congegnato e ricco di spunti interessanti soffre un po’ la necessità (imposta?) di andare incontro ai potenziali nuovi lettori: i dialoghi risultano così fin troppo didascalici perdendo di naturalezza e credibilità. Non aiuta in questo il tratto legnoso di Adriana Melo che sembra non saper gestire bene la recitazione dei suoi personaggi, che assumono pose ed espressioni rigide e poco naturali.
Fanno da contraltare delle belle trovate, su tutte quella di raccontare i flashback semplificando il tratto e utilizzando solamente colori piatti: in questi passaggi le tavole ricordano un certo stile anni ‘90, quello dei primi albi Vertigo per intenderci, che fa compiere un vero balzo nella memoria ai lettori più stagionati.
L’albo è ricco di belle idee e di potenzialità e, al netto delle criticità sopra espresse, risulta piacevolmente scorrevole e interessante.

THE GREEN LANTERN #4 di Grant Morrison e Liam Sharp

Grant Morrison e Liam Sharp continuano il loro percorso di ridefinizione di Hal Jordan, un percorso che, a differenza di quanto fatto nel recente passato delle Lanterne Verdi, si concentra quasi esclusivamente sulla figura di Hal mettendo in disparte il Corpo delle Lanterne Verdi: qui il nostro eroe dismette le vesti del leader carismatico per assumere il ruolo di cowboy solitario, giustiziere fallibile e sempre più avverso alle regole e all’autorità. Non si tratta di una caratterizzazione inedita, in quanto Hal è sempre stato descritto come un ribelle, ma qui Morrison e Sharp rendono questa sua indole in maniera significativamente più marcata.
In questo albo il duo britannico tralascia parzialmente la struttura delle storie autoconclusive per approfondire la macrotrama che vede l’approssimarsi del conflitto tra Hal Jordan e il Corpo delle Blackstars: tutto è imperniato sul dualismo luce/oscurità rappresentato sia dai poteri delle due fazioni che dai singoli elementi della storia.
Come da sua consuetudine, Morrison riempie il suo soggetto di idee, spunti, personaggi e sottotrame e Sharp, da parte sua, gli fa eco affollando le sue tavole di dettagli e tratteggi fitti.
Siamo lontani dallo standard supereroistico odierno e più vicini al mondo dell’illustrazione, in una ricerca stilistica dal taglio monumentale che riecheggia l’ultimo periodo di Alex Raymond su Flash Gordon: la narrativa di fantascienza per eccellenza.
Ogni tavola è curata maniacalmente, dal soggetto ai disegni, dai personaggi ai dialoghi, andando a comporre un albo complesso che costringe il lettore a tornare indietro per rileggere e comprendere meglio i passaggi più ostici: non siamo ancora dalle parti di The Invisibles o di Nameless, sia chiaro, ma comunque molto lontani dalla tanto vituperata decompressione narrativa di cui si parla tanto.

Wednesday Warriors #19 – Da Heroes in Crisis a Age of X-Men

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #5 di Tom King e Clay Mann

Il Diavolo si annida nei dettagli.

La prima cosa che balza all’occhio sfogliando questo episodio di Heroes in Crisis è la perizia con cui Clay Mann si dedica alla cura dei dettagli e, come per la splendida doppia pagina con Booster Gold e Blue Beetle sul divano, a nascondere messaggi più o meno visibili ai lettori attenti.

Le parti scarabocchiate col paint non sono opera di Clay Mann

Quello che potrebbe sembrare un vezzo dell’artista rientra chiaramente in una strategia narrativa messa a punto dall’intero team creativo, l’albo si apre con un esplicito invito a guardare e il verbo “to see” è ripetuto insistentemente nel corso delle 24 pagine che compongono questo capitolo della miniserie: proprio in questa prima pagine c’è un dettaglio “sbagliato” che potrebbe voler dire molto.
Questa strategia, fatta di indizi nascosti tra le parole e di disegni dettagliati comporta un naturale rallentamento della lettura: una conseguenza che risponde sia a un’esigenza puramente editoriale – evitare che il lettore termini l’albo in pochi minuti lasciando una sensazione di insoddisfazione nei confronti della spesa effettuata – che più strettamente narrativa: in una storia che punta più sul coinvolgimento emotivo che sull’avanzamento del plot il valore delle pause è determinante.

Una questione di armonia

Nella teoria musicale un accordo è dato da più note, diverse tra loro, che suonate assieme danno vita a un suono che è più della semplice somma tra le suddette note (sento già il suono di diversi insegnanti di musica che si stanno impiccando per via di questa mia grossolanità).
Alla stessa maniera si può costruire un racconto, in questo caso una tavola di fumetto, facendo risuonare armonicamente diverse voci che siano collegate tra loro.

Qui abbiamo un “tema”, la tonica, (la foto di un noto personaggio apparentemente morto) che fa da filo conduttore a una serie di parole pronunciate da persone diverse in contesti diversi che però sono legate da similitudini:
See-Eye
Travel-Place
Life-Birthday

con il posizionamento delle suddette strategicamente pensato dal bravo Clayton Cowles in modo che leghi coerentemente col tema di cui sopra.
Il tutto genera una pagina dall’andamento estremamente fluido e, appunto, armonico.

Il manifesto dell’eroe

Nell’ambito di quello che viene definito il Nuovo Umanesimo del fumetto supereroico, Heroes in Crisis aggiunge un tassello importante alla riflessione sul genere: se la rivoluzione operata da Stan Lee e soci all’alba della Marvel Comics aveva avvicinato gli eroi in calzamaglia al vissuto quotidiano dei loro lettori, e se il cosiddetto decostruzionismo degli anni ‘80 e ‘90 aveva evidenziato il lato più disturbante e psicologicamente malato della figura del supereroe, questa nuova fase mette in relazione l’umanità dei nostri eroi, la loro fragilità, con l’aspetto più puro e nobile della figura del (super)eroe.
Qui il cortocircuito tra personaggi e lettori è completato grazie a uno dei più coinvolgenti monologhi della storia recente dei comics.

E non è un caso che sia Superman il protagonista di questo discorso, che è sia una riflessione sul proprio ruolo che un appello alle migliori qualità di ognuno. Lettori compresi. Non è un caso perché, oltre a essere il primo dei supereroi è anche, nella sua veste umana, uno scrittore. Ed è in questa sua veste, nell’atto faticoso di scrivere il suo discorso alla stampa, che Clark Kent, carico di dubbi e interrogativi, ci viene mostrato: Clark è l’alter ego di King che parla ai suoi lettori/ascoltatori.
Chiunque può essere un eroe.

Un mistero da risolvere

In questo groviglio di significati stratificati si vanno districando i personaggi coinvolti nelle tre trame che proseguono parallelamente: Superman e Wonder Woman si confrontano con l’opinione pubblica, Booster Gold, aiutato da Blue Beetle, è il cerca della propria redenzione mentre Batgirl e Harley Quinn procedono nell’indagine nella speranza di scoprire il colpevole del massacro avvenuto al Santuario. Si fa avanti e indietro per capire cosa sia successo nel Santuario, si cerca l’assassino per essere certi di non essere gli assassini e i lettori vengono chiamati a tornare sui propri passi, a rileggere le pagine indietro alla ricerca di nuovi indizi.

Ovviamente la storia può essere letta anche in pochissimi minuti, così facendo però si perderebbe sia il succitato coinvolgimento emotivo che la soddisfazione di notare quei dettagli che potrebbero, tra l’altro, contenere degli indizi sul mistero del Santuario. E questo, in una struttura classica da giallo deduttivo come quella di Heroes in Crisis, sarebbe una perdita di non poco conto.

Bam’s Version

AGE OF X-MAN: ALPHA di Zac Thompson, Lonnie Nadler e Ramon Rosanas.

Zac Thompson e Lonnie Nadler lanciano la seconda fase del ritorno degli “Uncanny X-Men” con questo “Age Of X-Man”. Tutto è iniziato proprio con Nate Summers, antagonista principale della serie titolare: l’Uomo-X ha trascinato il resto dei protagonisti in un suo delirio di onnipotenza e ora il mondo “normale” è orfano degli X-Men, catapultati in una realtà parallela dove il sogno mutante si è realizzato oltre ogni più rosea aspettativa.

L’Universo è diventato “Meraviglioso” e gli esseri umani hanno lasciato il posto ai mutanti: l’eccezione e l’anomalia del gene-X è diventata la norma e gli X-Men sono eroi amati da tutti. Da questa apparentemente semplice premessa, Thompson e Nadler creano una nuova utopia mutante ricca di dettagli, composta da uomini e donne eccezionali, che vivono la vita di tutti i giorni con i loro poteri, e i volti noti degli X-Men: Nathan Summers é il Cristo mutante, profeta alla guida del sogno, Nightcrawler conduce due vite di estremo successo, da un lato supereroe e dall’altro attore hollywoodiano, Angelo dirige l’Istituto Summers. Ma anche nel momento più alto della razza mutante, qualcosa va storto e, superato un certo punto della lettura, l’utopia inizia a mostrare il suo lato oscuro, il prezzo da pagare per mantenere vivo il sogno. Gli indizi lasciati dagli autori diventano tristi dogmi, compromessi terrificanti stretti in virtù della realizzazione del mondo perfetto di X-Man.

Nonostante dieci numeri di dubbia qualità, con ritmi altalenanti, “Age Of X-Man: Alpha”, fortunatamente, non soffre degli stessi difetti di “Uncanny X-Men”. Al team artistico a rotazione forsennata rimedia l’incredibile valorizzazione artistica del – giá talentuoso – Ramon Rosanas, rivitalizzato dai colori di Triónna Tree Farrell. Il disegnatore non si risparmia neanche in una vignetta e dà vita ad un mondo davvero unico e mai visto nell’Universo Marvel: gli anni ‘60 degli Originali X-Men di Lee & Kirby incontrano la modernità della tecnologia mutante e i colori “piatti” che riempiono i disegni fanno risaltare i personaggi, immersi in ambienti particolarmente curati. Per cercare un artista più vicino a questa evoluzione artistica, sotto questa nuova veste, Rosanas  si accosta moltissimo a Cliff Chiang – e la cosa può essere solo un bene.

Passare dagli “Uncanny X-Men” privi di mordente ed eccessivamente confusionari ad un one-shot dedicato ad introdurre una realtà alternativa può essere disarmante. Tuttavia, Thompson, Nadler e Rosanas centrano l’obiettivo, rendendo il mondo dell’Era di X-Man interessante e ricco di spunti narrativi da non sottovalutare. Avere la possibilità di costruire una piccola “realtà tascabile” costringe gli autori ad essere più intensi e coerenti sin da subito, rivelando i punti più interessanti del concept senza diluire eccessivamente il tutto. Ne va da sé che questo one-shot è privo di quelle sottotrame ingarbugliate e ballerine, che fanno volare l’occhio del lettore da una location all’altra pur di raccontare tutto e portare avanti piccole storie individuali. Al contrario, Thompson e Nadler preferiscono scrivere spunti di partenza interessanti per le miniserie che nasceranno da questo evento mutante, senza forzare l’introduzione ma raccontando una storia che, organicamente, costruisce un filone principale e le sue ramificazioni. Atmosfere beatnik, controcultura e un regime mascherato da utopia…”Age Of X-Man” può davvero rivelarsi una graditissima svolta nel 2019 mutante.

PETER CANNON: THUNDERBOLT #1 di Kieron Gillen e Caspar Wijngaard.

La Terra sembra essere perduta per sempre. Oscuri cefalopodi alieni hanno scatenato morte e distruzione sulla superficie del pianeta. L’invasione è totale, la sconfitta imminente. I meta-umani di Cina, Russia e Stati Uniti hanno messo da parte le loro differenze per combattere insieme e, quantomeno, tentare di respingere il nemico dallo spazio profondo. Ma hanno bisogno di un tassello mancante…Peter Cannon, alias Thunderbolt. Orfano di genitori, consumati dalla malattia che tentavano disperatamente di curare, Peter è stato cresciuto in un monastero tibetano. Dopo aver raggiunto il picco della perfezione fisica e mentale umana, ha ricevuto in eredità le antiche pergamene contenenti la conoscenza nascosta dei grandi saggi del passato. Capace di sbloccare il 100% delle sue funzioni cerebrali, Peter Cannon ha il compito di preservare questo incredibile dono e di usarlo per proteggere il mondo. Peccato che, di questo mondo corrotto, non gli importi nulla.

Kieron Gillen ritorna al mondo del fumetto supereroistico: lo fa dopo un break di parecchi anni, con più esperienza sulle spalle e tanta voglia di fare la differenza, raccontando qualcosa di diverso. Non a caso, Gillen sceglie di spezzare gli schemi con un personaggio che ha fatto da “base” per costruire l’Ozymandias di Alan Moore e Dave Gibbons in “Watchmen”.
Lo scrittore cerca di staccarsi – ma non troppo – dall’ombra del personaggio che ha ispirato e dall’opera ben più famosa che lo ha visto protagonista; ci sono richiami evidenti, come l’uso di pagine in griglie da nove e la passione per mostri tentacolari sguinzagliati sulla Terra. Ma superati questi elementi, “Peter Cannon: Thunderbolt” #1 sembra voler discutere ancora una volta sul ruolo dei supereroi nel mondo, con il protagonista che cerca in ogni modo di prenderne le distanze.
Peter Cannon non ha alcuna voglia di mischiarsi alla mondanità o prendere parte alle beghe tra le forze politiche che pregano il suo aiuto. Il suo intelletto superiore gli impedisce di immischiarsi in discussioni futili. Gillen riesce a guardare il mondo attraverso gli occhi di Cannon e persino la minaccia della distruzione del pianeta sembra patetica e banale. Arrogante, pieno di sé ed irritante, Thunderbolt rifugge la definizione di “eroe” anche quando deduce la strategia perfetta per risolvere il problema alieno. Solo Tabu, suo tutore e migliore amico, sembra notare la fugace umanità che si nasconde ancora nel suo spirito.

A Caspar Wijngaard e Mary Safro il compito di illustrare e colorare un mondo in rovina. Gli alieni sono minacciosi e dal design intrigante, così come gli eroi della Terra – tutti ispirati da controparti più famose ma capaci di risultare unici ed interessanti. I colori fluo potrebbero infastidire, ma in realtà donano carattere ad un fumetto che vuole intenzionalmente “essere diverso” dal resto; il tratto di Wijngaard si adatta a personaggi dallo stile essenziale ed espressivo, che riempiono pagine meticolosamente divise in classiche griglie di vignette, che scandiscono la narrazione in maniera efficace. L’azione e i dialoghi sono ben calibrati e lo sforzo collettivo del team creativo confeziona un climax che esplode nella rivelazione finale.

Ma come si fa, dunque,  a complicare la vita di un uomo al di sopra del mondo intero? Come si crea il vero incipit di trama che mette in moto la serie? Come catturi il lettore dopo aver mostrato chi è e cosa può fare il tuo protagonista? Cerchi il colpo di genio…e Gillen lo trova.
Il cliff-hanger è solo una ciliegina che chiude un interessantissimo primo numero, una storia anomalo in ogni sua parte, che gira su un protagonista detestabile e in grado di risolvere qualsiasi problema nel giro di pochi minuti. Kieron Gillen e Caspar Wijngaard raccontano di un supereroe all’ennesima potenza, infallibile, distaccato, un eremita moderno che potrebbe dominare il mondo e che, ora, potrebbe essere l’unico in grado di salvarlo da se stesso.

Wednesday Warriors #18 – Dai Guardiani della Galassia all’Immortale Hulk

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

NAOMI #1 di Brian Michael Bendis, David F. Walker & Jamal Campbell.

Quanto possono contare diciassette secondi nella vita di un’adolescente? Per Naomi, protagonista della serie omonima, i diciassette secondi che aprono il #1 si riveleranno fondamentali. Il brevissimo passaggio di Superman nella cittadina di Port Oswego – un fittizio paesino dell’Oregon – sconvolge la vita dei coloriti adolescenti della città, Naomi compresa. Ma c’è qualcosa che non va. Un evento così importante dovrebbe essere discusso e considerato come tale. Eppure, Port Oswego sembra tornare alla vita di tutti i giorni, rendendo anche l’arrivo di Superman “una cosa qualunque”, un evento da vivere solo ed esclusivamente in quel fugace attimo. Quello architettato da Brian Michael Bendis e David F. Walker è un vero e proprio mistero: perché nessun telegiornale, social network o sito internet parla di questo apparentemente comune, ma straordinario evento? Perché nessun “adulto” sembra sconvolto dall’arrivo dell’Azzurrone?
Naomi sembra essere l’unica a notare le stranezze che aleggiano a Port Oswego. Le sue reazioni sono quelle di un’adolescente con uno spiccato cool factor, eppure si intravedono le fragilità della ragazza, le sue insicurezze. Naomi ha tanto da dire ma non trova il modo, é insicura e si sente fuori posto, una sensazione fin troppo comune per chi, come lei, é stato adottato e non conosce i suoi genitori naturali. Decisamente infastidita dall’aver mancato ben due volte l’avvistamento di Superman, la protagonista vive l’evento attraverso le voci dei suoi amici e coetaenei, ricco cast di comprimari ma anche voci narranti, testimoni e fiore all’occhiello del numero per quanto riguarda l’aspetto artistico.
Jamal Campbell illustra e anima l’ambientazione con personaggi coloriti, sinceri nell’espressione della loro personalità ed emozioni: é una generazione hipster un po’ esagerata ma che rappresenta al meglio la “reale” Portland, base operativa degli stessi Walker e Bendis. Il disegnatore gioca con la tavola, separando i campi lunghi e creando sequenzialità all’interno di una singola, enorme splash page; non segue schemi fissi ma si nota la voglia di mettere al centro le reazioni e le espressioni dei protagonisti con strategici primi piani.
Non ci sono esplosioni, combattimenti adrenalinici tra eroi e villain, non ci sono ret-con colossali o stravolgimenti di status quo capaci di suscitare minacce di morte agli autori su Twitter. Semplice ed efficace, “Naomi” #1 è una storia slow burn, che rivelerà le sue carte poco alla volta, puntando su uno stile artistico giovane, vivace ed intrigante e su protagonisti in grado di catturare l’attenzione con la loro genuinità.

GUARDIANS OF THE GALAXY #1 di Donny Cates & Geoff Shaw.

Tra gli highlight del 2018 a fumetti, sarebbe criminale ignorare l’ascesa allo status di golden boy di Donny Cates. Specialmente per la Casa delle Idee, l’autore Texano ha saputo imprimere la sua aria da ribelle rock con il retrogusto da bravo ragazzo incompreso.
“Doctor Strange”, “Death of The Inhumans”, “Marvel Knights” ma soprattutto “Venom” e “Thanos” hanno creato le basi per un 2019 da vivere da protagonista assoluto.
Un 2019 che comincia con il rilancio dei Guardiani della Galassia: comincia, non a caso, da Thanos, «morto e contento».
I piú vicini Eventi Cosmici hanno concesso carta bianca a Cates, un’opportunità preziosa e da non sprecare. Non a caso, la parte artistica di questo pompato rilancio è affidata a Geoff Shaw, che ha ben fatto proprio su “Thanos” e che ha già disegnato la bomba “God Country”, serie che ha messo in moto la macchina dello stardom per entrambi.
Sin dalle primissime pagine, gli autori mostrano la loro voglia di esagerare, partendo innanzitutto dal cast. Silver Surfer, Nova, gli Starjammer, Starfox, Beta Ray Bill, il Superskrull, gli Shi’ar e molti altri ancora, riuniti intorno al cadavere del Titano Pazzo, tremanti alla rivelazione che mette in moto la catena di eventi della serie. Sembra di rivedere la “Lezione di Anatomia del Dottor Tulp” di Rembrandt nella versione più folle e contorta immaginabile. Da questa macabra introduzione, l’attenzione del lettore si sposta verso i Guardiani della Galassia o meglio, ciò che resta di loro: Star-Lord e Groot, che battibeccano animatamente, scambiandosi  (poco) amichevoli inviti a “fare in c%&o”. Cates sembra voler prendere le distanze dai predecessori, Duggan, Bendis, James Gunn incluso. La distruzione del nucleo dei Guardiani della Galassia permette allo scrittore di allargare il discorso, coinvolgendo volti nuovi e personaggi ammodernati, che cambiano dinamiche collaudate e stantie. L’introduzione solenne della trama principale, tra eredità violente e tensione tra alleati, ha portato un’aria gravosa che allontana le atmosfere amichevoli delle incarnazioni precedenti del gruppo, lasciando spazio ad un umorismo piú essenziale e decisamente incattivito.
Tuttavia, é sbagliato pensare che il #1 di questa serie sia dedicato soltanto alle teste parlanti: la parte centrale dell’albo coincide con la deflagrante dimostrazione di potenza action di Geoff Shaw. Grazie anche ai colori del veterano Marte Gracia, lo stile aggressivo del disegnatore si esalta nel gestire e muovere schiere di personaggi tutti diversi, schegge metalliche, raggi al plasma, fulmini cosmici e catene fiammanti. Anche graficamente, “Guardians Of The Galaxy” adotta un’immagine prepotente, grezza e sporca, ma non abbozzata o dozzinale. C’è del metodo nel portare su carta questo nuovo look, risultato del rinnovo del cast e della trama decisamente piú cruda e sprezzante, figlia della straripante personalità dello stesso autore.
Ogni nuovo elemento viene incastrato con ordine nel disordine, i nuovi protagonisti hanno una logica nella loro singola, specifica, sproporzionata personalità. Bisognerà vedere nei prossimi numeri se il risultato dell’operazione porterà davvero un cambiamento radicale alle dinamiche dei Guardiani della Galassia. Sta di fatto che Donny Cates e Geoff Shaw hanno confezionato questo debutto come un manifesto programmatico, con l’intenzione di cambiare registro narrativo, scuotere le fondamenta del Cosmo Marvel e divertirsi esagerando. Dopo le prime, densissime ed esaltanti 30 pagine, oserei dire che il futuro e la fortuna sorridono ancora agli audaci.

Gufu’s Version

THE IMMORTAL HULK #12 di Al Ewing, Joe Bennett e Eric Nguyen

Al Ewing è uno scrittore di razza, uno di quelli che conosce il proprio lavoro e il pubblico di riferimento. E da scrittore di razza qual è sa bene che, per quanto si possa studiare un intreccio avvincente, ricco di inventiva e svolte narrative, quello che davvero connette con il pubblico è colui che è chiamato a interpretarlo: che si tratti del protagonista o di un comprimario, un personaggio ben costruito, credibile, riesce a scavalcare qualunque artificio e ad afferrare il lettore. È con i suoi sentimenti e il suo vissuto che ci immedesimiamo, sono i personaggi quelli che amiamo, odiamo o amiamo odiare.
Cosciente di questo Ewing decide di imperniare tutta la sua narrazione sull’esplorazione del proprio eroe/antieroe di matrice Stevensoniana, Bruce Banner, l’incredibile Hulk, marginalizzando – delegandole un ruolo puramente strumentale – la catena di cause ed effetti, il plot, che tiene in moto la storia.
Se nei precedenti capitoli avevamo visto come tutto il mondo di Hulk, il suo microcosmo di alleati e nemesi, è un riflesso distorto del protagonista stesso, Immortal Hulk #12 è un passo nella psicologia frammentata di Hulk, che esplora il passato di Bruce Banner a partire dal rapporto conflittuale con le figure genitoriali caratterizzato da assenza (la madre) e violenza (il padre). È la storia di un bambino traumatizzato che è cresciuto fino a diventare un mostro combattuto tra la sofferenza (“Why Hulk have to hurt so much?” chiede il gigante di giada in lacrime) e il desiderio di essere amato.
Da un punto di vista formale questo dramma è reso impeccabilmente dal team creativo, che vede Joe Bennett ed Eric Nguyen alternarsi alle matite, nella sua interezza. Tutto è maniacalmente studiato e sincronizzato al fine di trascinare il lettore nel mondo terrificante di Hulk, mondo caratterizzato dalla continua dicotomia uomo-mostro, amore-paura sottolineata anche dalle scelte cromatiche complementari (rosso-verde) di Paul Mounts.
Vengono così mutuate soluzioni generalmente estranee a quelle del fumetto supereroico e più vicine al linguaggio dell’horror in salsa EC Comics: le continue reiterazioni, il tratteggio fitto e opprimente, i colori e le scelte di lettering – il monologo con caratteri da macchina da scrivere sembra uscire da un racconto pulp anni ‘50 – rimandano a un immaginario più introspettivo e meno extrapersonale. È l’esternalizzazione di un mondo interiore dove anche gli scontri fisici sono manifestazioni di un conflitto interno.
È indubbio che questa cura meticolosa nella definizione del protagonista, affiancata da un incedere drammaticamente lento della storia principale, siano il fattore principale che rende Immortal Hulk un Instant Classic.
Da non perdere.

BATMAN #63 di Tom King e Mikel Janìn

Come sopra, ma con Batman.

 

Wednesday Warriors #17 – Da Conan agli Invasori

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

INVADERS #1 di Chip Zdarsky, Carlos Magno e Butch Guice.

Strano concept, quello degli Invasori. Non sono mai stati totalmente a loro agio nella categoria “supergruppo”, preferendo rimanere in un limbo di mutuale rispetto, amicizia e cameratismo. Mantenere questi rapporti sarebbe, inoltre, decisamente più facile se si potessero evitare i grattacapi causati dal Re di Atlantide…
É proprio Namor il protagonista di questo debutto, scritto da Chip Zdarsky nella sua piú recente avventura con i Difensori e ripreso in questa occasione. Sempre piú spinto dalla sua voglia di scatenare la guerra definitiva contro la superficie, Namor continua l’odissea attraverso la vastità dell’oceano, alla ricerca compulsiva di alleati. C’è qualcosa di storto e nevrotico, in Namor, Zdarsky lo sottolinea con il continuo confabulare del Re con il consigliere Machan e tramite azzeccati flashback, disegnati da Butch Guice, che ci riportano alla Seconda Guerra Mondiale e ci fanno rivivere i traumi del passato. Tocca a Carlos Magno, invece, il compito di portarci nel presente e mostrarci come se la cavano gli altri Invasori, preoccupati dalla crescente tensione tra Atlantide e il Resto del Mondo.
La presenza della Torcia, Jim Hammond, permette l’inserimento di un’interessante sottotrama, che aumenta l’intrigo e amplia l’orizzonte della serie per il futuro. Capitan America e Bucky saranno i muscoli in azione dei prossimi numeri, decisi piú che mai a far chiarezza sullo status del loro (ex?) alleato.
C’é intesa tra le parti del team creativo e si nota: Guice e Magno si districano tra passato e presente, con stili agli antipodi: essenziale, d’impatto e dritto al punto il veterano Guice, barocco, dinamico ed iper-dettagliato Magno, entrambi sostenuti da uno script che costruisce solide fondamenta per una storia che pescherà a piene mani nella continuity del Marvel Universe; su tutto, peró, spicca proprio Namor, che Zdarsky ha reso di nuovo regale, maestoso, folle e pericoloso…come piace a noi.

UNCANNY X-MEN #10 di Matthew Rosenberg, Kelly Thompson, Ed Brisson e Pere Peréz.

Dopo tre mesi e dieci settimane, gli X-Men sono finalmente “disassembled”, divisi. Anzi, peggio. Ma non é necessario parlare del finale e dell’ennesimo cambio di status quo mutante per raccontare il tribolante ciclo narrativo iniziale della rinascita di “Uncanny X-Men”.  Sia chiaro: gestire una storia attraverso dieci capitoli settimanali non è affatto semplice e, purtroppo, avere tanti autori e tanti disegnatori in modo tale da non rallentare mai non assicura la perfetta riuscita del prodotto finale.
“Uncanny X-Men” ha sofferto di una trama macroscopica che ha coinvolto un cast 25 e passa X-Men, incapace di mantenere una logica interna che alternasse i momenti della storia in maniera ritmata, avvincente ed efficace. Più volte la storia dedicata al ritorno di X-Man e alla sua visione distorta del mondo è inciampata in sottotrame, personaggi inseriti per puro fan-service, cambiamenti e gli immancabili richiami all’Era di Apocalisse.
Il gran finale di “Disassembled” ne risulta così confusionario e caotico, efficace nel raggiungere il suo obiettivo ma poco gradevole nel complesso.
La critica non va al team creativo, che si é impegnato nell’arduo compito di chiudere e aprire nuove storyline mutanti per dare ai fan una nuova base di partenza; ma con questo ritmo frenetico e il veloce cambio di artisti ad ogni numero, la storia non ha mai avuto tempo di respirare e di far meditare il lettore. Il futuro appare spaccato a metá, con la serie principale che passerà cadenza bisettimanale e avrà più focus su Ciclope e Wolverine, mentre il resto dei mutanti farà un viaggio nell’Era di X-Man.
Il giudizio sul ritorno di “Uncanny X-Men”, pare strano dirlo dopo ben più di novanta giorni, è ancora rimandato.

Gufu’s Version

CONAN THE BARBARIAN #1 e #2 di Jason Aaron e Mahmud Asrar

Con un notevole sforzo produttivo e promozionale la Marvel Comics torna a pubblicare le avventure di Conan il Barbaro, il celebre personaggio creato da Robert E. Howard che negli ultimi anni era stato gestito, nella sua traduzione a fumetti, dalla Dark Horse in maniera più che eccellente.
Alle redini di questo progetto importante troviamo lo scrittore di punta in forza alla Casa delle Idee: quel Jason Aaron il cui Thor è fortemente debitore della scrittura di Howard.
Come già fatto su Thor, Aaron imposta il suo racconto su più piani temporali mostrandoci sia il Conan giovane e alle prime armi che la sua controparte ormai matura che siede sul trono di Aquilonia. In un progetto che sembra essere molto ambizioso, raccontare la vita e la morte di Conan, l’autore ci mostra contemporaneamente cause e conseguenze delle sue azioni.
Lo scrittore dell’Alabama parte, insolitamente, con il freno a mano tirato, colto da una prudenza, o da un timore reverenziale per il personaggio, difficilmente ravvisabile nel resto della sua produzione: il prologo del primo albo, un collage delle immagini più significative prese dalle storiche serie made-in-marvel “Conan the Barbarian” e “Savage Sword of Conan”, è una dichiarazione di intenti, un segnale che dice al lettore che anche per il Cimmero è tempo di Fresh Start nella filosofia del ritorno alle origini, a quelle storie rese popolari da autori quali Roy Thomas, Barry Windsor Smith e John Buscema.
Rifarsi al lavoro di questi giganti della storia della Nona Arte è sicuramente una scelta indovinata e comprensibile in quanto, dei tanti autori che hanno provato a raccogliere l’eredità di Howard, Thomas è probabilmente uno dei pochi che è riuscito a catturare l’essenza del barbaro più famoso dai tempi di Vercingetorige e Attila. La conseguenza però è quella di un primo albo ben scritto, con un interessante mix di humor e brutalità, ma assolutamente canonico e per lunghi tratti prevedibile: Aaron non cede alla tentazione di dire qualcosa di nuovo, non si azzarda a intaccare l’immutabile monoliticità del cimmero, ma si limita a riaffermarla riproponendo tutti i topoi della narrazione Howardiana; femme fatale compresa.
Un soggetto che sembra un mero pretesto per introdurre la figura di Conan al grande pubblico – lo stesso monologo della Strega Cremisi suona come il più classico degli spiegoni alla maniera degli stereotipati supercattivi dei film di serie B – un approccio acritico al materiale originale che evita accuratamente qualunque tipo di riflessione su certe asperità di un personaggio figlio di un’epoca e di una società (quella degli Stati Uniti anni ‘20 e ‘30) ben diversa da quella attuale.
Questa impressione data dal primo numero, viene però fortunatamente ribaltata dal secondo nel quale si comincia a percepire la portata del progetto di Aaron, la trama prende una svolta inaspettata, e non consequenziale a quella del primo numero e che lascia il lettore inizialmente perplesso, salvo essere ripresa nelle ultime pagine lasciando presagire una storia di ampio respiro destinata a concludersi tra parecchi mesi.
È in questo secondo capitolo che viene introdotto il tema cardine del Conan di Howard: la dicotomia tra barbarie e civilizzazione incarnate dalla figura del cimmero destinato a diventare Re di Aquilonia.
Ed è qui che Aaron introduce una prima, moderata, riflessione sul tema: l’ideale della barbarie rigeneratrice e portatrice di prosperità caro ad Howard, condito da una vena razzista sottolineata dall’odio di Conan per i Pitti, viene messo in discussione, sebbene non contraddetto, dal percorso di mutuo rispetto che viene a instaurarsi tra il nostro protagonista e i suoi avversari durante la sua permanenza nel loro villaggio. Assistiamo a un ribaltamento di prospettiva assolutamente inedito nella produzione di Howard (e molto raro in quella dei suoi successori) che lascia intravedere un personaggio più complesso e conflittuale rispetto a quello a cui siamo abituati.
Anche la traduzione in fumetto dello script di Aaron procede in direzione classicheggiante: il talentuoso Mahmud Asrar mette da parte certe velleità tipiche della sua produzione recente per affidarsi, con una sintesi efficace tra fumetto supereroico e illustrazione, a una composizione più monumentale e teatrale in una costante ricerca di momenti iconici da illustrare. Il risultato finale è molto simile a quell’ibrido tra fumetto e romanzo illustrato, caratterizzato anche dalla presenza di un narratore onnisciente nelle didascalie, che ha caratterizzato tutta la gestione Thomas/Buscema su Savage Sword of Conan. Una prestazione, quella del disegnatore Turco, valorizzata dalle scelte indovinate del colorista Matthew Wilson che opta per una palette che alterna terre e grigi con colori caldi accesi conferendo alle linee di Asrar il giusto tono, tra il fantastico e il polveroso, adatto allo Sword & Sorcery.
La gestione Marvel di Conan parte quindi in maniera molto prudente ma sicuramente ben confezionata, sin dalle splendide cover di Esad Ribić, lasciando presagire una lunga corsa che cercherà di bilanciare la fedeltà al personaggio con la necessità di raccontare qualcosa di nuovo.

Wednesday Warriors #16 – Da Batman a Venom

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN #62 di Tom King e Mitch Gerads

“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto.” (Ovidio – Metamorfosi. Libro X vv. 243-297)

Creato da Grant Morrison durante la sua fortunata run su Batman, il Professor Pyg era stato concepito dallo scrittore scozzese come una perversione del racconto di Pigmalione (Pyg/Pygmalion) per essere poi trasformato in un banale congegno narrativo, una giustificazione all’inserimento di scene più o meno splatter, dagli scrittori che lo hanno seguito.
Tom King ripropone la caratterizzazione originale del personaggio e la aggiorna secondo uno dei temi ricorrenti nella sua gestione del Cavaliere Oscuro: i villain di Batman ne sono un riflesso, l’altra faccia della medaglia dell’eroe.
Ne consegue che anche Bruce Wayne, come Pyg, è una versione dell’artista che crea il mondo che lo circonda e se ne innamora: e anche la donna che ha scelto come unica possibile compagna non sfugge a questa regola.

“Grazie alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera […] Spesso allunga le mani verso la sua opera per accertarsi che si tratti di carne o di avorio. La bacia e gli sembra di essere baciato, le parla, la stringe e crede che le sue dita affondino nelle membra che tocca: teme perfino che per la pressione spuntino dei lividi sulla pelle.” (Ovidio. op. cit.)

È forse una coincidenza il fatto che sulla storia di Pigmalione G.B. Shaw abbia creato una commedia che è stata poi tradotta sul grande schermo da George Cukor in My Fair Lady interpretato da Audrey Hepburn che, a sua volta, ha ispirato la figura di Selina Kyle, Catwoman, la donna amata da Bruce Wayne.

In una delle pagine più commoventi dell’intero ciclo King mette in testa a Batman un monologo che sintetizza tutto il percorso intrapreso finora: un percorso che mette al centro il desiderio di amore di un bambino che ha visto morire i suoi genitori e che, come un moderno Pigmalione, ha tentato di riportare quell’amore creandosi la propria famiglia.
Figure paterne (Alfred e Gordon), figli (i Robin) e la donna ideale (Selina); tutte figure messe in crisi nel corso di questo ciclo, tutti in pericolo, tutti imperfetti come lui. Una famiglia imperfetta costruita dalla prospettiva di un bambino che vuole essere felice ma che sa di non poterlo essere, una sorta di profezia autoavverante (l’Effetto Pigmalione) che porta Bruce Wayne a questo punto della sua storia.

Questo secondo capitolo di Knightmares (che doveva essere il primo ma è slittato di quindici giorni per motivi editoriali) non porta avanti il plot, inteso come il dispiegarsi degli eventi relativi al piano di Bane e dei suoi complici, ma si addentra ancor di più nella psiche fratturata di Batman e viene strutturato come un classico racconto “Enigma della camera chiusa” nel quale il nostro eroe è alla mercé del villain, confuso e spaventato, senza conoscere nient’altro che la sua condizione attuale.

Come al solito King gestisce la scrittura tenendo conto dei punti di forza del disegnatore di turno e l’arrivo di Mitch Gerads permette allo scrittore di impostare un racconto che ricorda, nella forma e nei contenuti, l’acclamata miniserie di Mister Miracle: la psiche di Bruce è quasi del tutto compromessa dagli accadimenti precedenti e il tema della follia, come già in Mister Miracle, è dominante assieme a quello dello smarrimento; il confine tra realtà e finzione (delirio?) è sfocato e indefinito.
Quella di Bruce è una delle menti più disciplinate dell’intero mondo dei fumetti, lo stesso albo in questione illustra come, anche a questo punto della storia, il più critico finora, riesca ad affidarsi a dei meccanismi di difesa per riuscire a sopravvivere: fa l’inventario degli oggetti a disposizione, le armi, razionalizza il dolore fisico e lo usa, analizza e mette in discussione i suoi sensi… Ci sono voluti 61 numeri allo scrittore per smontare, pezzo dopo pezzo, minuziosamente, questo meccanismo rodato che è la mente disciplinata di Batman; difficilmente un percorso più breve sarebbe stato credibile.
La composizione delle tavole è una rivisitazione della griglia a nove vignette utilizzata dai due su Mister Miracle: stavolta si tratta di tavole a tre strisce orizzontali che assecondano il ritmo di King ma danno maggior respiro all’azione. Il ritmo preparazione-pausa-risoluzione delle tre vignette si sviluppa stavolta in verticale offrendo una variazione meno claustrofobica alle soluzioni sviluppate precedentemente.

Dietro l’apparente semplicità dei soggetti dei singoli albi Tom King sta dipingendo un affresco che sarà completamente comprensibile solo a lavoro ultimato: un affresco che cerca di dare una nuova declinazione all’identità del Cavaliere Oscuro.

Bam’s Version

CAPTAIN MARVEL #1 di Kelly Thompson e Carmen Carnero.

Combattente, soldato, eroe, pilota, capitano, leader, guerriera, icona: “titoli” che ben si associano a Carol Danvers, eroina di punta della Casa delle Idee. Più volte, nel corso di questi anni, la Marvel ha tentato in tutti i modi di proporci la sua Wonder Woman.
Iniziò tutto con Kelly DeConnick nel 2012 e nel 2014, poi nel 2016 con la parentesi Alpha Flight di Fazekas e Butters, l’unico momento di vero cambiamento nel contesto narrativo. Si ritorna a un più tradizionale approccio supereroistico, infarcito di tie-in con eventi esterni e fondamentali ret-con nel 2017 con Margaret Stohl.
Cosa cambia, dunque, con questo #1 di Kelly Thompson?
Ogni numero di debutto, in un certo modo, soffre nel dover approcciarsi a vecchi e nuovi lettori:  Captain Marvel #1 è costretto, dunque, a farci un riassunto delle amicizie, del nuovo (che tanto nuovo non è) status quo, del suo rapporto con i Vendicatori e del suo riacceso fervore romantico per James Rhodes, ex War Machine. Carmen Carnero e Tamra Bonvillain ai disegni e colori si impegnano nel dare al Capitano una nuova atmosfera, action, dinamica, dai colori vibranti. La Thompson, di suo, ne approfitta per testare le voci dei personaggi e costruire un cliffhanger interessante, che promette un interessante twist per i prossimi numeri, con una svolta post-apocalittica decisamente insolita.

MARTIAN MANHUNTER #2 di Steve Orlando e Riley Rossmo.

Steve Orlando e Riley Rossmo riprendono dall’infuocato finale dello scorso numero.
Nel #1 abbiamo potuto prendere confidenza con le linee temporali che costituiscono il nucleo della storia: la prima, dedicata alla carriera da detective di John Jones e della collega Diane Meade, e la seconda, dedicata invece al passato da Manhunter su Marte. L’incipit di questo secondo capitolo fa scattare la narrazione alternata tra le due trame, giocata tutta attraverso i riferimenti ad un elemento comune, il fuoco. Un pericolo costante per J’Onnz, che continua a tormentarlo sulla Terra così come su Marte. È proprio sul pianeta rosso che il team creativo Orlando / Rossmo  dimostra la sua incredibile qualità e inventiva, ricreando una società viva, pulsante, fatta di luci ed ombre.
Orlando ci consegna un Martian Manhunter lontano dall’eroe stoico, imperturbabile e coraggioso; proprio come la società Marziana, dietro J’Onnz si nasconde sì un uomo (un alieno, anzi) di famiglia, un marito amorevole ed un padre affettuoso, ma anche un poliziotto costretto a sporcarsi le mani, ad intrattenersi con spiacevoli compagnie e a fare tutto il possibile per mantenere l’ordine su Ma’Aleca’Andra…o su Marte, che dir si voglia.
Rossmo sembra nato per disegnare alieni in grado di contorcersi, mutare a piacimento, gonfiarsi, sgonfiarsi e ancora una volta rimodellarsi, valorizzato ancor di più dai viola intensi, i verdi tossici e i gialli accesissimi dei colori di Ivan Plascencia.
Un #2, dunque, ancora più convincente dell’esplosivo #1: incredibile ma vero, “Martian Manhunter” mescola perfettamente noir hard-boiled con le stravaganze sci-fi dell’universo DC.

WEB OF VENOM: VENOM UNLEASHED #1 di Donny Cates, Kyle Hotz e Juan Gedeon.

Donny Cates è un furbo del fumetto: complice il suo straripante successo in Marvel, ha saputo ritagliarsi uno spazio extra per ampliare le sue storie.  “Web of Venom”continua a raccontare il mondo intorno ad Eddie Brock senza appesantire le trame (già fitte) sulla serie principale. Nell’ultimo appuntamento con la “Tela di Venom” abbiamo potuto assistere alla rinascita di Carnage, con conseguente stravolgimento di status quo per il simbionte scarlatto di Kletus Casady. Protagonista di questo numero è invece il simbionte stesso, regredito, dopo gli ultimi eventi, ad una forma primordiale, aggressiva e tuttavia “tenera”: un mastino nero pece si aggira per San Francisco, un molosso sulle tracce di un disturbante culto della morte che si annida nelle viscere della Golden City.

Una storia anomala, vissuta dal punto di vista animalesco del simbionte, ma semplice, diretta al punto, godibile e fondamentale per il futuro di “Venom”, arricchita dalle matite del veterano horror Kyle Hotz e da Juan Gedeon.

La giusta di action agghiacciante, furia simbiotica e qualche oscuro presagio mettono bene in chiaro i piani di Cates per Eddie Brock & Soci…

Wednesday Warriors #15 – da Captain America ad Aquaman

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

CAPTAIN AMERICA #6 di Ta-Nehisi Coates e Leinil Francis Yu.

La notte accoglie le macchinazioni di Alexa Lukin, antagonista principale di questo primo arco narrativo firmato Ta-Nehisi Coates; sotto il suo sguardo di ghiaccio, Capitan America ha trovato filo da torcere, finendo costretto ad affrontare la temibile Selene, a districarsi tra gli incidenti internazionali e a cozzare la testa con il Governo degli Stati Uniti. Il senso di sfiducia e la sua spada a doppio taglio sono il tema principale, la linfa vitale che l’autore ha voluto infondere a questo rilancio della Sentinella della Libertá. “Winter in America” ha saputo cogliere la miglior occasione possibile per scuotere Capitan America alle fondamenta, questo senza doverlo per forza trasformare in un fantoccio dell’HYDRA.
Accompagnato dal solido Leinil Francis Yu, meno caotico e dunque piú efficace nelle situazioni ad alta tensione, Coates ha trascinato Cap nell’America moderna, quella del ‘nostro’ mondo, che si odia visceralmente per il colore della pelle diverso, che non si fida del suo governo, che aspetta giunga sempre un salvatore a farla rinascere, a farla diventare Grande, di Nuovo. É specialmente il suo lavoro con Rogers a valorizzare ancora di piú la serie finora: difficilmente abbiamo visto il Capitano dubitare cosí tanto di se stesso, travolto dal senso di colpa figlio dell’Impero Segreto, inerme di fronte ad un paese che riconosce a malapena. Supportato da Sharon Carter, voce empatica della storia finora, Rogers non rinuncia allo Scudo, non smette di essere Capitan America, ma capisce che il mondo é diventato estremamente piú pericoloso e complesso, dove é necessario guardarsi le spalle da tutto e tutti, senza bandiere alle quali giurare fedeltá. L’inverno in America puó essere gelido, Capitan America lo sente, ma c’é chi, nel gelo, ci é cresciuto e ha saputo trasformarlo in un’arma.
Una nuova Guerra Fredda si staglia all’orizzonte, un volto noto del Marvel Universe é stato ucciso e, improvvisamente, con un incredibile colpo di coda, “Captain America” é tornato ad essere il miglior thriller politico a fumetti dai tempi di Ed Brubaker.

FREEDOM FIGHTERS #1 di Robert Venditti e Eddy Barrows.

Dallas, Texas, 22 Novembre 1963: il presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy viene assassinato da Lee Harvey Oswald con un proiettile alla testa, sparato da un fucile di precisione, durante il corteo presidenziale.
Dallas, Texas, 22 Novembre 1963, Terra-X: il regime nazista del Führer elimina brutalmente gli ultimi accenni di Resistenza sul suolo americano. In quello che verrá ricordato come il Massacro del Venerdí Rosso, il Reich afferma la sua conquista del territorio statunitense dopo la disfatta dei Freedom Fighter.
Non ho mai trovato un’ucronia o un mondo parallelo, distopico e alternativo che mi annoiasse: difficile dunque pensare che ci si potesse addormentare con questo primo numero di “Freedom Fighters”, maxi-serie che ricrea (in salsa DC Comics) l’America Nazista á la Philip K. Dick.  Ventitré pagine divise tra passato e presente, legate da un filo unico, quello della lotta alla tirannia e al totalitarismo. Venditti cambia registro: se il suo “Hawkman” trasuda azione, avventura e un certo qual gusto per le teorie multiversali, “Freedom Fighters” é la valvola di sfogo per i sottotesti politici, le linee di dialogo piú hard-boiled e, in generale, piú libertá senza dover star a preoccuparsi della continuity ogni due o tre pagine. Libero da certi vincoli,Venditti costruisce il mondo della propria storia tramite momenti scelti nel tempo, attimi che costruiscono un’immagine perfetta della realtá amara di Terra-X.
Eddy Barrows, Eber Ferreira e Adriano Lucas si ritrovano dopo “Detective Comics”, tirando fuori una ennesima prova della loro crescita artistica come team, una macchina ben oliata che illustra l’America che fu, glorifica l’ascesa del Führer e si esalta quando introduce i terrificanti Plaϟϟtic Men.
Un primo numero che incuriosisce e stuzzica, ma poca carne al fuoco per esaltarsi; fortunatamente, la splash page finale promette fuochi d’artificio in arrivo col prossimo numero. La missione di salvataggio é iniziata…é il momento di far rinascere lo Spirito Americano, Uncle Sam.

Gufu’s Version

AQUAMAN #43 di Kelly Sue DeConnick e Robson Rocha

Se c’è una parola con cui è possibile sintetizzare il rilancio di Aquaman è: “rinfrescante”.
Oltre a essere un becero gioco di parole sul supereroe acquatico il termine restituisce bene la novità portata da Kelly Sue DeConnick e Robson Rocha su uno dei personaggi DC Comics più difficili da gestire in assoluto. I due autori riescono infatti a portare l’alter ego di Arthur Curry lontano dai soliti binari – sovrano malvisto dal suo popolo, supereroe riluttante, lotte di potere, conflitto col mondo di superficie ecc… – catapultandolo, privo di memoria, in un misterioso villaggio, dal promettente nome di Unspoken Water, situato ancora non si sa dove nel nostro vasto mondo. Se è vero infatti che Johns, Parker e Abnett, i predecessori della DeConnick su Aquaman, hanno fatto un buon lavoro sul personaggio, è anche vero che tutto il mondo del “Re dei sette mari” è sempre apparso circoscritto alla ristretta cerchia geopolitica di Atlantide e poco più. Con la complicità del tratto e del senso della narrazione di Robson Rocha, la scrittrice riesce ad espandere il mondo di Aquaman fino a portarlo in questa nuova ambientazione a metà tra il fantasy e il mitologico mettendo il nostro eroe a confronto con divinità di un pantheon diverso da quello greco/latino ormai utilizzato fino alla consunzione. Gli autori si discostano, per quanto possibile, anche dai canoni del fumetto supereroico classico adottando una narrazione meno enfatica e asciutta nel suo svolgimento: ogni elemento del racconto, privo di qualsivoglia divagazione o ridondanza, è finalizzato e giustificato alla costruzione del climax di fine albo.
Senza voler dire troppo della trama mi limito a registrare come l’escamotage dell’amnesia dell’eroe, che induce il lettore a uno svolgimento della trama piuttosto canonico e che ha dozzine di precedenti nella storia del fumetto, del cinema e della letteratura, diventa poco più che strumentale col dipanarsi del mistero che si cela dietro al villaggio di Unspoken Water e della bella Caille. Tutto il racconto è pervaso da una gravitas, da un senso di incombenza, sottolineato dalle felici textures di Rocha capace nel caratterizzare i volti e le pose dei personaggi in maniera credibile ed espressiva.
Questo rilancio che, nelle intenzioni dell’editore, dovrà sfruttare la popolarità del film in uscita risulta quindi un ottimo punto di inizio per chiunque non conosca Aquaman e la sua storia riuscendo anche a dire qualcosa di nuovo ai lettori più navigati.

Wednesday Warriors #14 – da Spider-Man a Batman

In questo numero di Wednesday Warriors:

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BATMAN WHO LAUGH #1 di Scott Snyder e Jock

Snyder torna a far coppia con Jock e continua a tessere il suo personalissimo arazzo del DC Universe, la trama sembra sempre più imperniata intorno al Batman-che-ride: figura nata sulle pagine di Metal e che continua a imperversare nelle testate scritte dal Nostro.
Non serve però aver seguito tutte le peripezie di questa (per)versione di Batman tra le varie testate però, lo scrittore riesce a introdurre il personaggio ai nuovi arrivati senza scadere nel riepilogo/spiegone riuscendo anzi a sottolinearne ulteriormente la pericolosità agli occhi di chi già conosce la sua storia. Si fa anche in tempo a far esordire un’altra versione, poco originale a dire il vero, di Batman proveniente, sembrerebbe, dal Multiverso Oscuro: una sorta di Bat-Punitore chiamato “The Grim Knight”. Funzionale alla storia e poco più.
Snyder coglie l’occasione per ricordare a tutti di essere uno scrittore di razza, e non solo un architetto di mega-eventi, riuscendo a piazzare dei dialoghi brillanti e a tratti divertenti volti soprattutto a sottolineare le dinamiche tra Bruce Wayne e Alfred.
Jock adotta qui uno stile ancor più espressivo e attento all’impressione artistica che non alla descrittività formale; una sorta di lente distorta attraverso la quale vediamo Gotham City e i suoi abitanti. Un’atmosfera cupa sottolineata dalla palette di colori scelta da David Baron che non manca però di sottolineare i momenti chiavi e particolarmente intensi ricorrendo a forti contrasti tra colori piatti. I tre autori formano un team particolarmente affiatato che sembra avere ben chiare le proprie idee in merito alla direzione di questa miniserie che si presenta con un primo capitolo quantomeno interessante.

BATMAN ANNUAL #3 di Tom Taylor e Otto Schmidt

Tom Taylor si prende l’incarico, non semplice, di approfondire la figura di Alfred cercando di attenersi alle atmosfere e alla narrazione del personaggio impostata dal suo omonimo sulla serie regolare di Batman. L’Alfred di Taylor (e di King) è quanto di più simile a una figura paterna nella vita di Bruce Wayne; lo scrittore non mette da parte lo sferzante humor british che da decenni caratterizza, alle volte in maniera eccessivamente macchiettistica, il personaggio ma lo contestualizza e lo inscrive in una dinamica relazionale ben più complessa ed emotivamente coinvolgente. L’abilità dello scrittore qui è tale da riuscire a dire qualcosa di originale e nuovo di un argomento trattato da dozzine di scrittori in centinaia di storie sottolineando differenze e similitudini, contrasti e affetti di un rapporto padre-figlio.
In questo compito Taylor trova una sponda particolarmente efficace nel talentuoso Otto Schmidt, disegnatore che fa della sintesi narrativa e dell’eleganza nella composizione il suo tratto distintivo: Schmidt imprime un’umanità credibile nei suoi personaggi senza però perdere di vista le discriminanti iperboliche del fumetto supereroistico. Il risultato è un fumetto che si inserisce con stile nel filone del Nuovo Umanesimo che caratterizza la parte migliore della produzione supereroistica attuale.

Bam’s Version

X-MEN RED #11 di Tom Taylor e Roge Antonio.

Disprezzati, odiati, mutanti: Tom Taylor ha saputo ritornare alle origini degli X-Men e rilanciare quel messaggio sociale alla base del gruppo ideato da Stan Lee e Jack Kirby.
La conclusione della serie é il caotico climax da fumetto supereroistico, una lista dalla quale, man mano, si possono eliminare degli obiettivi raggiunti (esplosioni, helicarrier in caduta libera, frasi ad effetto, team-up); ma al nucleo di questa storia c’è il destino dell’umanità, tutta, dotata di gene-X o meno. Jean Grey e Cassandra Nova sono due opposti radicali, una figlia dedita al sogno di Xavier e una donna intenzionata a dar fuoco all’odio nel cuore degli uomini. Taylor ha sfruttato il momento e riflesso il nostro mondo, soffocato dalla rinnovata popolarità degli estremismi, supremazia e odio razziale per riversarli e affrontarli a muso duro, sfruttando i suoi X-Men Rossi.
Tutto ció senza sacrificare la personalità dei propri protagonisti, sfruttando al meglio veterani come Nightcrawler, Tempesta e Gambit e mettendo in luce nuovi mutanti come Gabby e X-23, Nezhno e Trinary: il cast ha saputo trovare la propria quadratura proprio perché responsabilizzato dall’enorme minaccia che ha dovuto affrontare.
Gli X-Men sanno di dover lottare per un’idea, di doverlo fare senza trovare supporto dal mondo che “li odia e li teme”, un cliché, in fondo, che il 90% degli autori mutanti ha saputo sfruttare all’interno delle proprie storie; Taylor ne ha fatto peró la spina dorsale del suo team di X-Men, ha reso l’odio razziale e mutante motore della crociata mutante, riuscendo a coinvolgere il lettore in un acceso parallelismo con il “nostro” mondo, aprendo gli occhi sulle stupide divisioni che noi stessi, inconsciamente, creiamo,  denunciando i pregiudizi che ci vengono inculcati…tutto, ovviamente, corroborato da sana action supereroistica, mi sembra logico.
Roge Antonio non ha la maturitá di un Mahmud Asrar per affrontare un importante epilogo come questo, mostrando parecchie lacune nelle scene piú caotiche, ma nulla che possa abbassare il voto ad un’ottima conclusione per la miglior serie mutante del 2018.

MILES MORALES: SPIDER-MAN #1 di Saladin Ahmed e Javier Garrón.

Per quanto ci dispiaccia ammetterlo, al mondo esistono dei dogmi, o quantomeno delle regole non scritte: l’Uomo Ragno ha alcuni punti salienti che permettono ad ogni autore di poter tirar fuori storie degne di essere raccontate. Prendete, ad esempio, Saladin Ahmed, autore in rampa di lancio in Marvel che chiude il suo 2018 con una nomination agli ’Eisner Award per la sua “Black Bolt” e il suo Uomo Ragno sugli scaffali d’America, con il #1 di “Miles Morales: Spider-Man”.
Parlando di dogmi, Miles Morales vive New York come Lee & Ditko comandano, da adolescente che gestisce la sua vita quotidiana e la sua vita da supereroe, tra amici, studio, la prospettiva di un nuovo interesse amoroso e le preoccupazioni verso i propri genitori. Raccogliere l’ereditá di Brian Michael Bendis é davvero un ingrato compito, ma Ahmed scrive il suo primo Uomo Ragno con eleganza e maestria: poter raccontare di uno Spider-Man afro-ispanico consente allo scrittore di far coincidere la sua esperienza da ragazzino di “razza mista” con un protagonista che ha sempre avuto questo tipo di sensibilitá. Miles è un supereroe ma anche un teenager: percepisce il mondo intorno a sé come tale, affronta l’America e il problema, figlio della moderna presidenza Trump, dei figli d’immigrati e non sa cosa può fare, come fermare questa ingiustizia. Si preoccupa, come faceva Peter Parker di fronte alle proteste studentesche. Deve analizzare la situazione e capire dov’è il potere e qual é la sua responsabilità. Come direbbero oltreoceano, Ahmed “gets it”, capisce il suo personaggio principale.
A questa premessa è da aggiungere un Javier Garrón in forma strepitosa, capace di non sfigurare al confronto con la “mamma” di Miles, Sara Pichelli: i colori di David Curiel complimentano un tratto dinamico, fresco e simbolo della new wave artistica Marvel. Anche nel design, Garrón pesca i look adatti alla generazione piú giovane di lettori, dalle capigliature all’abbigliamento; New York é diversa come non mai, i personaggi espressivi e vivi in tutte le loro emozioni, Spider-Man volteggia e sferra calci con grazia e decisione.
Il ritorno di Rhino mette in moto la trama principale di questo #1 praticamente perfetto e il lettore, senza aspettarselo, si trova di fronte ad un Uomo Ragno rinnovato ma fedele alle origini, libero di catturare nella tela una nuova fetta di pubblico.

 

Wednesday Warriors #13 – da Shazam a Doomsday Clock

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

SHAZAM! #1 di Geoff Johns & Dale Eaglesham

Shazam! #1 di Geoff Johns e Dale Eaglesham è un bellissimo ritorno per “Big Cheese”, supereroe ragazzino con straordinari poteri magici e tanta voglia di fare del bene e aiutare i meno fortunati.
Johns si scrolla di dosso l’aura solenne e politica di Doomsday Clock per abbracciare il lato campy e allegro, volutamente infantile e innocente, del fu Capitan Marvel. L’autore firma un debutto che tocca tutti i necessari “riassuntoni” per i nuovi lettori e, accompagnato da un ottimo, old-school Dale Eaglesham, consegna un #1 bello da vedere e genuinamente divertente da leggere. Rinasce la Marvel Family (ora alla ricerca di un nuovo nickname); in effetti, queste prime trenta pagine prendono vita e affascinano proprio grazie al legame che condividono i ragazzi, fratelli e sorelle che hanno vissuto vite turbolente e si sono ritrovati sotto un unico tetto.
Grazie a Billy Batson e ai poteri della Roccia dell’Eternità, anche loro possono diventare supereroi e, se non avete mai letto nulla della Famiglia Marvel , questo #1 è perfetto per voi.
Se siete fan di lunga data, il colpo al cuore è assicurato e la pagina finale vi farà immediatamente venire voglia di saltare al prossimo mese e scoprirne di più.

WINTER SOLDIER #1 di Kyle Higgins e Rod Reis.

Annunciata qualche mese fa con poche celebrazioni, la curiosità per Winter Soldier #1 è cresciuta nel sottoscritto con il passare dei mesi (e delle anteprime).
La fine dell’Impero Segreto ha lasciato un mondo di traumi alle spalle, un aspetto della vita che Bucky Barnes conosce bene; come per “Shazam!”, Kyle Higgins é qui costretto a passare per dei punti imprescindibili. Un veloce recap sulla vita del Soldato d’Inverno risulta necessario per chi non ha potuto vivere il debutto di Barnes sotto la gestione Brubaker in “Captain America’ o è rimasto lontano dal personaggio in questi anni.
Ritroviamo Bucky in un presente che lo vede “stretto”, limitato ad agire sotto copertura e a tagliare gli ultimi tentacoli dell’HYDRA, un incipit narrativo che non riesce ad esplodere se non nelle ultime pagine, dove il cliffhanger mostra già sviluppi e un potenziale inesplorato per il personaggio.
Rod Reis, collaboratore di lunga data di Higgins e sempre più versione moderna del primo, graffiante Sienkiewicz, brilla durante le scene d’azione iniziali e nell’illustrare la memoria frammentata del protagonista.
Winter Soldier #1 stenta a distinguersi dall’agguerrita competizione, dalle tante, importanti uscite del giorno, ma può affermarsi alla lunga distanza tra le miniserie più interessanti di questo inverno (ha-ha!).

MARTIAN MANHUNTER #1 di Steve Orlando e Riley Rossmo.

Nel fumetto ci sono regole scritte, molte, ma ancora più regole non scritte. Ci sono cicli e flussi ed uno, forse il più rilevante tra tutti, è fatto di costruzione e decostruzione, fasi della narrativa che si precedono e susseguono incessantemente, cambiando forma, mascherandosi…proprio come Martian Manhunter.
Steve Orlando apre questo nuovo #1 portandoci indietro di qualche anno. John Jones ha qualcosa da nascondere alla sua collega, la detective Diane Meade: il “Segugio di Marte” non è un eroe…non ancora. Orlando è deciso nel prendere le distanze dal Manhunter leader attuale della Justice League. L’indagine in corso sull’efferato omicidio si rivela incipit narrativo che ci permette di arrivare al nucleo del fumetto, il passato di Martian Manhunter e le sue zone d’ombra. Veniamo spostati su Marte, rigoglioso e brulicante di vita, di delinquenti qualunque, adolescenti in crisi ormonali e la vita quotidiana del nostro protagonista. Proprio su Marte, qualcosa nel lettore si spezza…ed ecco che l’eroico J’Onn J’Onnz che conosciamo, il Martian Manhunter, non è più chi pensavamo essere.
Complice un fenomenale Riley Rossmo, sempre più a suo agio con anatomie deformi, corpi in costante cambiamento e storture che vengono valorizzate dalla sua schizofrenica matita, Orlando trasforma un simbolo di virtù in un poliziotto bastardo, uno shock che sconvolge il lettore e lo trascina una crime story che scava nel passato, mostra lati oscuri e intrattiene nella sua esecuzione semplice e dritta al punto, arricchita da un artista che ha voglia di spingersi oltre; ad esempio, già in questo #1, Rossmo ci regala la miglior scena di sesso dell’anno.
Un debutto praticamente perfetto: Martian Manhunter si candida prepotentemente a storia da tenere d’occhio nel 2019 e Internet sembra già amarlo alla follia. Il sottoscritto pure.

>>>BATMAN: VITA CON ALFRED – LA PREMIAZIONE CON ELEONORA CARLINI, MATTIA DE IULIS E FABIO LISTRANI <<<

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DOOMSDAY CLOCK #8 di Geoff Johns e Gary Frank

Nel corso della vita di un recensore di fumetti ci sono delle occasioni in cui è necessario sbilanciarsi, distaccarsi dalla sobria analisi contingente – che lascia il giudizio definitivo su un’opera alle sue conseguenze storiche – e prendere una posizione.
Non si tratta semplicemente di gridare al capolavoro (cosa che non farò) o all’oltraggio (e non farò neanche questo) di fronte a un progetto ambizioso come Doomsday Clock quanto cercare di capirne l’effettiva magnitudo.
In quest’ottica, e sapendo di rischiare una grossa smentita, mi arrischio a dire che Doomsday Clock è importante oggi quanto Watchmen lo fu nel 1986.
Se i primi sei numeri di DC sono stati una studiata progressione necessaria a introdurre i personaggi di Watchmen all’interno dell’Universo DC in maniera credibile e approfondita dal settimo numero, al giro di boa, la narrazione ha cominciato a prendere una piega estremamente diversa. Il ritmo impostato da Johns e Frank nella prima metà della serie è studiato per creare la necessaria tensione che fa sì che il cambio di passo registrato dal settimo numero in poi sia percepito come una naturale e attesa conseguenza: una progressiva risoluzione di quanto sapientemente costruito fino ad oggi (sul discorso tensione-attesa-risoluzione vi rimando a un altro mio articolo QUI )
Il lavoro di Johns qui è estremamente politico non solo per via della presenza di Vladimir Putin Putin, Xi Jinping e per le dinamiche da Guerra Fredda impresse alla storia, ma per tutto il suo impianto linguistico e tematico.
Johns mette in discussione Watchmen, il fumetto supereroistico e se stesso in una lettura del mondo contemporaneo estremamente ficcante nella stessa misura in cui Watchmen, pur calato appieno nel suo tempo, riuscì a essere universale fino a rivelarsi profetico dei nostri tempi.
Come già detto abbondantemente Doomsday Clock pretende di essere ben più di un mero sequel di Watchmen, un espediente per monetizzare il successo di uno dei più grandi long seller della storia del fumetto americano, ma si pone in maniera dialettica al cosiddetto decostruzionismo del supereroe: se Alan Moore aveva smontato la figura del supereroe allora Johns si propone di ricostruirla smontando a sua volta l’opera del bardo di Northampton (che al mercato mio padre comprò).
E questa operazione è visibile anche da un punto di vista strettamente formale, Johns e Frank hanno inserito nella loro opera una serie di eccezioni progressivamente visibili alla griglia a nove vignette come a voler rappresentare visivamente lo scollamento dalla critica di Moore; in questo ottavo capitolo si nota come anche lo stile adottato da Johns nei dialoghi – che riecheggia fortemente la prosa di Moore – viri decisamente verso un approccio più asciutto e ortodossamente supereroistico conferendo alla narrazione un notevole cambio di ritmo.
Ma quello che colpisce di più in questa dialettica è l’aspetto tematico, al cinismo (se vogliamo chiamarlo così) di Watchmen viene contrapposto il simbolo per eccellenza del fumetto supereroico: Superman. Qui l’alter ego di Clark Kent incarna in tutto e per tutto l’ideale del supereroe – non a caso Gary Frank gli assegna le iconiche fattezze di Christopher Reeves -, la visione della giustizia in senso assoluto contrapposta non più al malvagio di turno ma alla complessità di un mondo ricco di sfumature. Lo scrittore statunitense utilizza il presunto complotto della “Superman Theory” per descrivere, con un ritratto calzante, l’attuale società in cui l’uomo medio non riconosce più i propri idoli e si confronta in maniera aggressiva creando così una società sempre più polarizzata.
Come detto sopra quindi Johns rimette sì in discussione il linguaggio e le tematiche di Watchmen ma non lo fa con lo scopo di affermare una superiorità della propria visione del mondo e del fumetto, al contrario rimette così in gioco tutto il fumetto supereroistico (a partire dallo stesso Rebirth) e, con esso, il proprio approccio a questa forma di espressione

Wednesday Warriors #12 – Da Heroes in Crisis ad Amazing Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

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HEROES IN CRISIS #3 di Tom King, Clay Mann e Lee Weeks

In questo terzo capitolo di Heroes in Crisis, Tom King interrompe il racconto incentrato sulla ricerca dell’assassino dei residenti al Santuario per fare un passo indietro e raccontarci le vittime in un flashback carico di tensione. Ricorrendo quello che è uno dei tratti distintivi della sua scrittura King approfondisce i profili psicologici di tre dei pazienti della struttura creata da Batman, Superman e Wonder Woman mostrando anche i meccanismi che regolano il funzionamento del Santuario. Lo scopo dichiarato di Heroes in Crisis infatti non è tanto quello di raccontare un “normale” evento supereroistico, grande o piccolo che sia, quanto di mostrare le conseguenze psicologiche ed emotive dei traumi sperimentati dai supereroi nello svolgere il proprio operato: assistiamo al drammatico conflitto interiore di Lagoon Boy, unico superstite dei Titans East, incapace di venire a patti con i propri sensi di colpa; vediamo Wally West alle prese con il dramma, accennato ma mai approfondito nel corso del Rebirth, della solitudine e della perdita della propria famiglia; e scopriamo il lato insicuro e autodistruttivo di Booster Gold solitamente nascosto dalla sua patina di arrogante sicumera.
Qui, salvo successive smentite, la pretesa di realismo della serie cede il passo alle necessità narrative: le dinamiche che regolano questa sorta di clinica psichiatrica sono l’antitesi di quello che normalmente prevede un normale processo di riabilitazione. L’isolamento, la ricerca autonoma della propria cura, la mancanza di contatto umano non sono gli strumenti più comuni, o adatti, nel normale trattamento di assistenza psicologica.
Indubbiamente il lettore più addentro alla continuity DC riesce ad apprezzare maggiormente determinate sfumature, a identificarsi maggiormente con le storie dei personaggi e a intuire la rilevanza di un certo personaggio che appare nell’ultima tavola, ma gli autori riescono bene a evidenziare i momenti cardine della trama anche agli occhi del lettore occasionale.
Clay Mann si prende un mese di pausa disegnando solo la prima e l’ultima tavola lasciando il resto dell’albo nelle mani capaci di Lee Weeks; quest’ultimo adatta il suo stile nel segno della continuità stilistica senza però snaturare la sua vena più marcatamente noir. Il risultato è splendidamente in linea col racconto disturbante di tre supereroi affetti da Sindrome da Stress Post Traumatico: i colori luminosi e caldi di Tomeu Morey agiscono in contrasto con le pennellate nere di Weeks e con il sottotesto tragico che il lettore già conosce conferendo alla storia un andamento inquietante.

AQUAMAN/JUSTICE LEAGUE: DROWNED EARTH #1 di Scott Snyder, Francis Manapul e Howard Porter

Si chiude con questo albo il crossover “Drowned Earth” che abbiamo seguito con attenzione in questa rubrica confermando le impressioni, positive e negative, date dai capitoli precedenti.
Scott Snyder conferma la sua vulcanica verve creativa finendone quasi vittima: tutto Drowned Earth è ricco di idee, spunti, conflitti e riflessioni che, per scelta o per mancanza di spazio, si accavallano e si sovrappongono finendo per congestionare, e a tratti appesantire, tutta la narrazione.
Tutta la saga manca di quel respiro epico di cui avrebbe bisogno mettendo in difficoltà anche due disegnatori veterani e ricchi di talento come Francis Manapul e Howard Porter, costretti a layout più fitti e carichi di balloon. Manapul si affida a un tratto più marcato, fatto di linee più spesse e chiuse rispetto al suo stile classico, per favorire la leggibilità della tavola riuscendo così a non perdere di efficacia; Porter invece vede maggiormente penalizzato il suo stile muscolare che, frammentato in vignette, ha poco spazio per esprimersi al meglio.
Al netto di queste osservazioni, da un punto di vista puramente strumentale, il crossover riesce però in tutti i suoi intenti: Snyder riesce a mettere su un evento dalla grande portata allestendo uno scenario fantasy-supereroico nel quale ambientare un ottimo prodotto di intrattenimento, dona spessore e centralità al personaggio di Mera, crea un nuovo status quo per Aquaman, introduce nuovi elementi nella mitologia di Atlantide e porta avanti al sottotrama che vede opposta la Justice League alla Legion of Doom.
Complessivamente si tratta di un prodotto riuscito ma che soffre di diverse criticità soprattutto in virtù delle potenzialità del materiale disponibile e non sfruttato appieno.

Bam’s Version

IRONHEART #1 di Eve L. Ewing, Luciano Vecchio e Kevin Libranda.

Arriva, per tutti i personaggi a fumetti, la prova del nove e, per Riri Williams, la prova è sopravvivere al debutto della sua serie regolare in solitaria.
Personaggio creato da Brian Michael Bendis e Stefano Caselli nel 2016 come “sostituto” momentaneo di Tony Stark, la giovane ragazza afro-americana ha riempito l’armatura di Iron Man per qualche anno e, solo recentemente, ha cambiato la sua identità e la sua apparecchiatura in quella di un’eroina tutta nuova, Ironheart.
Alle writing duties della serie troviamo l’altrettanto giovane e di colore Eve L. Ewing, scrittrice che debutta nel mondo dei fumetti con qualche incertezza di troppo: sono apprezzabili l’entusiamo e l’inventiva che derivano da un’occasione simile, ma la Ewing esagera condendo i dialoghi con termini tecnologici e fantascientifici, sacrificando intere sequenze e appesantendo lo scorrere della lettura proprio quando ci sarebbe bisogno di passare all’azione, disegnata dai funzionali ma non strabilianti Kevin Libranda e Luciano Vecchio.
Un vero peccato dover farsi forza e sopportare l’eccessiva verbosità già a metà dell’albo, tra macchinari ed esposizione narrativa, perché il fumetto trova un’anima quando è il “lato umano” ad essere esposto. La giovane Riri ha finalmente una voce sua, genuina e spontanea, che mostra preoccupazioni coerenti con la sua età e il suo status da adolescente geniale.
Un albo d’esordio che spacca il giudizio a metà ci costringe a rinviare il giudizio al mese venturo.

AMAZING SPIDER-MAN #10 di Nick Spencer, Humberto Ramos e Michele Bandini.

Nick Spencer porta a conclusione il suo terzo arco narrativo, Heist. In questi primi dieci numeri della serie, è diventato sempre più chiaro l’intento dello scrittore, che ha voluto costruire da zero il mondo intorno al suo Uomo Ragno. Dopo aver analizzato il protagonista principale ed i suoi comprimari, qui abbiamo un occhio di riguardo volto all’aspetto romantico e sentimentale, riproponendo un dualismo tanto caro agli amanti del Ragno anni ‘80.
Mary Jane Watson e la Gatta Nera sono protagoniste di una interessante analisi del loro ruolo nella vita di Spider-Man mentre, sullo sfondo, il Testa-di-Tela si trova a dover affrontare la Gilda di Ladri e Odessa Drake in ottime sequenze action firmate da Humberto Ramos.
Il lettore ripercorre parte della strana vita sentimentale dell’Uomo Ragno con un Michele Bandini che colma i vuoti di Ramos con uno stile meno frenetico e più morbido, dando a MJ il tempo di spiegare un ritorno di fiamma voluto tanto dai fan.
Spencer continua ad essere la voce perfetta per questo Spidey caciarone e battutaro e la serie si muove sempre di più verso la costruzione di una base stabile… da far crollare eventualmente in futuro *occhiolino occhiolino*.

DAREDEVIL #612 di Charles Soule e Phil Noto.

Death of Daredevil non è di certo un titolo originale. A memoria, ricordo almeno due o tre volte in cui abbiamo assistito alla “morte” dell’Uomo Senza Paura. Questa di Charles Soule è una delle più strane che abbia mai letto.
L’arco narrativo che pone fine ai due anni di gestione Soule è l’apice di una intera serie che non ha mai saputo trovare la sua identità, bloccata in uno strano limbo tra la classica run di “Daredevil” con Kingpin e l’audace ma verboso legal e procedural drama.
Soule chiude (?) l’ennesimo scontro tra il Diavolo e il Sindaco di New York e, se Phil Noto ha reso meno amara la lettura, questo ultimo capitolo si risolve con un’ulteriore beffa, che non solo lascia la trama in medias res, ma addirittura sembra scollarsi di parecchie responsabilità.
Ai posteri l’arduo compito di sbrogliare una matassa che non è stata affatto sciolta, un dono scomodo che Soule lascia ora a Jed Mackay e Chip Zdarsky.