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Karnak, il Maestro del punto debole

Più di 25.000 anni fa i Kree, una razza aliena originaria della Grande Nube di Magellano, erano già in lotta con gli Skrull, una specie aliena di mutaforma; per fronteggiarli generarono un’arma biologica formata da umani con straordinari poteri, gli Inumani, e Karnak è uno di loro.

Gli Homo sapiens inhumanus sono il frutto dell’esposizione di esemplari umani alle nebbie terrigene, processo che sviluppa poteri latenti; abbandonata dai loro stessi creatori perché ritenuti troppo pericolosa, la specie sopravvisse creando una civiltà parallela a quella umana, nascondendosi nella città segreta di Attilan sull’Himalaya.

Stan Lee e Jack Kirby presentarono la serie degli Inumani nel 1965 sul mensile dei Fantastici Quattro e ora, in pieno spirito di rilancio, la Casa delle idee ha deciso di puntare anche su di loro. Basti pensare che Freccianera, il loro leader, ha avuto un ruolo importante nel corso della saga di Infinity, dove pur di sconfiggere Thanos fa esplodere una bomba di nebbia terrigena su New York che, oltre a sconfiggere il nemico, creerà una nuova stirpe di inumani, i NeoUmani.

La terrigenesi è un processo a cui vengono sottoposti tutti gli Inumani, tutti tranne Karnak. Essere un Inumano ma di fatto non esserlo porta con sé una serie di frustrazioni e stati d’animo che lo portano a studiare le arti marziali alla continua ricerca di un punto debole, quella fragilità che è presente in qualsiasi cosa, persino nella morte che lui stesso riesce a sconfiggere.

Un personaggio così singolare ben si presta a un approfondimento psicologico ed è questo che Warren Ellis, famoso per aver inciso sulle proposte editoriali di Wildstorm Studios di Jim Lee e l’Avatar Press di William A. Christensen e per aver lavorato a diverse serie Marvel (tra cui Moon Knight), tenta di fare in questa miniserie.

Scavare nell’animo del Gran Magister della Torre della Saggezza è un’impresa ardua e interessante, quello che ne esce fuori è una figura cinica, a tratti sadica, ma saggia e molto acuta. La storia di questo volume, raccolta della miniserie in sei volumi dedicata al personaggio, è incentrata sul rapimento di un NeoUmano, ma si scoprirà essere tutto pretesto per ripresentarci e approfondire questo personaggio, che nel corso della storia Marvel ha avuto spesso un ruolo marginale. Il lavoro che Ellis fa è buono e funzionale consentendo ai due disegnatori che si sono cimentati in questa opera di realizzare delle tavole di forte impatto visivo e pregne di dinamismo.

Qui sopra possiamo vedere due estratti del volume con la sequenza dinamica dei combattimenti di Karnak, evidenziata da una linea gialla.

Per i primi due capitoli i disegni sono affidati a Gerardo Zaffino (figlio del più noto e prematuramente scomparso Jorge), il suo tratto caratterizzato da un sapiente uso del chiaroscuro graffiato esalta le atmosfere cupe di questa opera.

Più canonico è invece il disegno di Roland Boschi che cerca di portare a compimento al meglio delle sue forze l’opera lasciata incompiuta, a causa di problemi personali, dal suo predecessore. Trait-d’union del comparto visivo rimane la costante di Dan Brown ai colori che fa un buon lavoro enfatizzando le atmosfere dark usando, come pare essere molto in voga negli ultimi anni, una palette composta da colori desaturati e cianotici, che comunque hanno un buon effetto visivo.

Il volume proposto dalla Panini è un buon mezzo per poter conoscere un personaggio poco noto ai più in un’operazione di valorizzazione a mio avviso molto ben riuscita. Peccato che la serie sia stata chiusa dopo soli sei numeri, poteva essere interessante approfondire ulteriormente la figura di Karnak, ma immagino che non mancheranno occasioni per farlo, inserendolo in altri archi narrativi.

Warren Ellis, Gerardo Zaffino, Roland Boschi
Karnak, il punto debole in ogni cosa

136 pag., cartonato, colori
formato 17 x 26 cm
prezzo: 14,00

The Wild Storm vol. 1 – Una recensione convertita

Secondo l’autorevole opinione di mia madre, io ho un pessimo carattere. Tendo a non dare mai ascolto a nessuno, sono ipercritico e cerco sempre la contraddizione e l’errore in quello che mi viene detto. Eppure anche io ho i miei mostri sacri: uno di questi, per quanto riguarda la qualità e la storia dei fumetti americani mainstream, è Jim Shooter. Vero e proprio genio produttivo, ha segnato la storia dei comics per almeno trent’anni, scoprendo autori di rango assoluto e creando personaggi, case editrici e saghe ancora oggi indimenticate.

E somiglia anche a un cattivo di Dick Tracy: che volere di più?

Shooter oggi ha una sua casa editrice, soprattutto di ristampe di materiale d’annata. Essenzialmente si gode la meritata pensione, e ogni tanto concede qualche saggia intervista in cui dice cose giuste. In una di esse, rilasciata alla testata online AiPT, si permette qualche dichiarazione critica sulla Marvel e, soprattutto, sulla tendenza contemporanea alla decompressione delle storie.

Quindi Jim Shooter ci ha preso di nuovo? Beh, è più che evidente che non ha ancora letto The Wild Storm, la nuova maxiserie targata DC Comics, scritta da un certo Warren Ellis e disegnata da John Davis Hunt.

La Wildstorm

Era il 1991, quando sette disegnatori in forza alla Marvel Comics decisero che, se la gente comprava milioni di copie di fumetti effettivamente di merda, allora era giunto il momento di fare i soldi veri. Così fecero ciao ciao con la manina e fondarono la Image Comics, con lo scopo, appunto, di vendere fumetti di merda e guadagnare tanti dollari.

In piedi, da sinistra: Eric Larsen, Rob Liefeld, Todd McFarlane, Marc Silvestri e Jim Valentino; seduti (si spera) Wilche Portacio e Jim Lee.

Ed è ciò che in sostanza accadde. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, la Image è diventata la casa editrice di maggior qualità in USA (il che dimostra che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior), e uno di quei sette, Jim Lee, oggi ricopre un ruolo importantissimo alla DC Comics.

La sua proposta, ai tempi della Image, era l’universo Wildstorm, un mazzo di testate tutte praticamente uguali che parlavano di gruppi di supereroi. Lee buttò lì due idee di base:

1) Sulla Terra dai secoli dei secoli si combattono in segreto due razze aliene, i cherubini e i demoniti (indovina un po’ chi sono i cattivi e chi i buoni).

2) Non esistono supereroi indipendenti: o sei un agente del governo, oppure fai il galoppino per qualche multinazionale, dopo esserti licenziato dal tuo lavoro per il governo. Oppure ancora sei un cyborg e quindi l’equivalente di un frigorifero.

Chissà perché erano sempre tutti tanto incazzati.

Ben presto Lee, McFarlane e Liefeld abbandonarono il tavolo da disegno per la difficoltà a trovarlo tra i mucchi di banconote. McFarlane si mise a fare giocattoli, Liefeld a non pagare alcuni suoi cloni, e Lee decise che la cosa che gli riusciva meglio era fare l’uomo d’affari. Reclutò così gente come Alan Moore, James Robinson o Scott Lobdell, che rivoltarono il concept originale come un calzino; e, soprattutto, mise una serie inutile se non dannosa come Stormwatch in mano a un tizio di nome Warren Ellis, gli lasciò carta bianca e ottenne in cambio che quell’inglese ubriacone traghettasse il fumetto supereroistico americano nel nuovo millennio.

Stormwach di Warren Ellis fu il primo vero fumetto decompresso della storia dei comics, e qui torniamo a noi.

Torniamo a noi

Nel 1998, la DC paga fior di dollaroni a Lee per acquistare tutta la baracca, includendo i personaggi Wildstorm nel suo multiverso. Jim Lee nel frattempo scala la gerarchia divenendo il braccio destro di Dan DiDio, e nel 2016 decide di re-re-reinventare i personaggi del suo universo narrativo. E a chi altri poteva consegnarlo, se non all’uomo che aveva già saputo rendere indimenticabile quell’accozzaglia di supertizi anonimi e coloratissimi?

Warren Ellis riprende in mano l’universo Wildstorm, con la licenza di fare quello che vuole. E, come al solito, ci insegna come si fanno i fumetti. Sì, anche quelli decompressi.

Ellis riprende il concept originario dell’universo Wildstorm trasformandolo in una sorta di spy-story supereroistica di stampo complottista, in cui il mondo è dominato da agenzie segrete pseudo-governative e corporazioni multinazionali che, dietro le quinte, si sono spartite il potere. Nel calderone ci sono razze aliene, personificazioni metafisiche e speculazioni tecno-filosofiche sulla vera natura dell’universo. Se si pensa al materiale di partenza, e al fatto che Ellis in realtà non ne tradisce in nessun modo le premesse, sviluppandone con rispetto e intelligenza le conseguenze, non si può che gridare al miracolo.

Come in una sorta di sfida al presente, Ellis non rinnega lo stile decompresso, come abbiamo già detto, ma lo porta ai suoi limiti, utilizzandolo con la sapienza di chi sa di poter fare bene tutto quello che vuole. La narrazione è estremamente lenta, la scoperta e la presentazione dei personaggi principali avviene prendendosi i suoi tempi, al punto che al numero 8 della serie stiamo ancora scoprendo le premesse della serie. Ellis riesce a creare un’attesa paradossale: in fondo, chi conosce il pregresso dell’universo Wildstorm, sa già più o meno dove si andrà a parare; conosce già i personaggi, e le loro interazioni; eppure entra in questo nuovo universo come se fosse la prima volta. Una donna in una strana armatura tecnologica salva un uomo che cade da un grattacielo: e anche se noi conosciamo già quella donna e quell’uomo, e sappiamo chi sono e perché sono come sono, non possiamo fare a meno di scorrere avidamente le pagine per sapere cosa accadrà dopo.

Ellis riempie questa attesa con i dialoghi brillanti cui ci ha abituato, e una padronanza della narrazione a fumetti che ancora ci lascia a bocca aperta. Le sequenze d’azione sono di una potenza unica, e sfruttano al massimo le potenzialità del media fumetto, grazie anche alle matite pulite ed essenziali di Hunt, che quanto a capacità narrativa ricorda il miglior Quitely.

E quindi

E quindi, tornando al discorso di partenza, aveva ragione mia madre: per me, anche Jim Shooter sbaglia. La decompressione non è un male in sé: lo è se fine a se stessa, se usata per risparmiare sulle idee e allungare il brodo. Ma se fatta bene, la decompressione può donare al fumetto un respiro unico, permettendo di approfondire la tecnica narrativa e allo stesso tempo di renderla in qualche modo più pulita. Eppure, mia madre aveva torto: perché c’è qualcuno che non mi ha mai deluso e su cui non sono mai riuscito a trovare un pretesto per criticarlo: e quell’uomo è Warren Ellis, che mi ha convertito alla decompressione.

Fatevi un favore: leggete questa serie, pubblicata in Italia dalla RW Edizioni in volumi che raccolgono 6 numeri alla volta. Sia che siate, come me, vecchi che hanno conosciuto la Wildstorm delle origini, sia che siate sbarbatelli che non ne hanno mai sentito parlare: in entrambi i casi, troverete il meglio del fumetto americano contemporaneo e, perché no, futuro.


Warren Ellis
The Wild Storm, volume 1
RW Lion
cm 16.8×25.6, brossura, colore, 160 pagg.
€ 14,95

Injection vol. 1 – una recensione sincretistica

 

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Prima di recensire questo volume dell’Injection di Warren Ellis, lasciatemi fare un piccolo preambolo.

Premessa: del perché il cibo è un bisogno primario

Nella carriera di ogni artista arriva sempre un momento in cui si comincia a lavorare col pilota automatico e la voglia matta di incassare l’assegno. Nel mondo del fumetto seriale americano questo accade molto più spesso di quello che si vorrebbe.

È inevitabile e, soprattutto, umano. La vena creativa è una brutta bestia e tende a esaurirsi molto più facilmente di un mutuo ventennale da pagare ogni maledetto mese. Come biasimare uno scrittore se butta giù una storia a tirar via, quando i figli bussano a soldi e le maledette idee buone non si decidono ad arrivare?

Anche Alan Moore ha bisogno di fare la spesa.

... e di un barbiere

… e di un barbiere

È per questo che chi scrive non si sbrodola mai troppo per quegli scrittori che, all’esordio, ti tirano fuori il capolavoro. Tutti quanti, un giorno o l’altro nella vita, tirano fuori un’idea brillante. Qualcuno poi è capace di metterla giù in una forma espressiva qualsiasi e tirar su soldi e recensioni positive.

Ma il vero Autore, per il sottoscritto, lo vedi sul lungo periodo. Il vero Autore è quello che in una carriera trentennale riesce a gestire la propria creatività in modo da non invecchiare, artisticamente parlando, mai. Il vero Autore è quello che, pur rimanendo nel solco della propria sensibilità, poetica e, perché no, genere, sa farti vedere che ce n’è ancora.

E tutto questo discorso ci porta a Warren Ellis.

1 – Warren Ellis ha regnato

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Warren Ellis ho cominciato la sua carriera nel 1990. Sono 26 anni tondi. Andate a guardare la sua bibliografia, per favore, e ditemi quale altro scrittore di comics ha scritto tante cose altrettanto importanti, seminali, splendide, o anche semplicemente belle. Planetary, Autorithy, Nextwave, Transmetropolitan, Hellblazer, Thunderbolts, sono soltanto alcuni dei fumetti che ha saputo regalare e che, in qualche modo, hanno portato il mondo dei comics mainstream nel decennio successivo.

(E invece tutti ad andare in brodo di giuggiole per Neil Gaiman. Sì, ok, Gaiman ha scritto Sandman. Ok, Sandman è fantastico. Però poi? Qualcuno sa dirmi che ha fatto di rilevante Gaiman dopo Sandman? E non guardate su Wikipedia che non vale.)

Questo, però, è il passato. Injection, assieme a Trees e altra robetta, è il presente di Ellis, e non è detto che sia all’altezza. Sono pur sempre 26 anni, no?

2- Warren Ellis regna

No.

C’è un sottogenere che negli ultimi decenni sta proliferando nel mondo dell’intrattenimento americano, che è quello che chiamerei “il sincretismo letterario”. In pratica si prendono personaggi e ambientazioni variamente eterogenei e li si infila nello stesso contesto, guardandoli interagire e raccontando, attraverso di essi, una sorta di spirito del tempo.

Questo è il sincretismo per Google immagini: una festa hippie alle Hawaii. Poteva andare peggio

Questo è il sincretismo per Google immagini: una festa hippie alle Hawaii. Poteva andare peggio.

Nel cinema varie declinazioni di questo genere le abbiamo viste in film come Expendables oppure Ralph Spaccatutto; nella letteratura in Ready Player One, ma l’origine come sempre arriva dai fumetti.

Ecco, chiedete a chi se ne intende qual è stato fumetto che ha inventato questo genere, e la maggior parte delle persone vi parlerà della League of Extraordinary Gentlemen, di Alan Moore e Kevin O’Neill, datato 1999, oppure di Fables di Willigham/Buckingam datato 2002.

Ma il primo è stato, manco a dirlo, Warren Ellis.

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In Planetary vedevamo interagire diversi mondi provenienti dalla fiction, riuniti in una specie di sovra-narrativa chiamata “La Storia Segreta del Mondo” protetta da un gruppo di agenti segreti.

Injection è una variazione sul tema, e dopo le prime pagine non si può fare a meno di provare il timore che Ellis sia entrato nella fase pilota automatico. Poi però le cose cambiano.

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Injection parla di un gruppo di agenti segreti variamente psicotici che, nel tentativo prometeico di migliorare il mondo, ha commesso un grave errore, iniettando nel ventunesimo secolo un veleno mortale. Tra creature lovecraftiane, folclore inglese, strani casi di autocombustione e intelligenze non biologiche possedute dai fantasmi, i nostri eroi dovranno trovare il modo di rimediare.

Prima che il mondo sia distrutto.

Nel mezzo, Ellis inserisce di sfuggita e con la sua consueta nonchalance, teorie del Tutto che farebbero impallidire quella delle Stringhe. Il rapporto tra la scienza e la magia è la tela su cui Ellis dipinge il suo quadro; i personaggi, nella loro classicità, ti conquistano subito e la tattica narrativa è quella che ci si aspetta: dialoghi brillanti, colpi di scena al punto giusto, e la persistente sensazione che quel diavolo di Ellis ne abbia fatta un’altra delle sue.

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3- Ellis regnerà?

È ancora presto per capire se Injection potrà diventare un’altra pietra miliare nella carriera dello scrittore inglese: sicuramente però è possibile già dire che è un diavolo di bel fumetto, scritto da dio, disegnato da dio dal collaudato Declan Shalvey, e confezionato in Italia con la consueta cura dalla Saldapress, che fa un ulteriore e decisivo passo nella diversificazione della sua offerta editoriale.

Comprate Injection volume 1, insomma.

Warren Ellis ha già pianificato i primi due anni di WildStorm

Nella sua newsletter settimanale “Orbital Operations”, Warren Ellis ha dato dei dettagli in merito alla sua prossima gestione dell’etichetta WildStorm annunciata dalla DC Comics durante il New York Comic Con. Lo scrittore, che già aveva lavorato alla WildStorm negli anni ’90 ha spiegato il suo approccio alla supervisione della nuova WildStorm.

“Non mi guardo mai indietro. Molto, molto raramente ritorno sulle cose alle quali ho già lavorato” Ha detto Ellis “Ci stavo pensando lo scorso inverno – quello che non sapete, ovviamente, è che ho accettato questo incarico il primo Febbraio, dopo una lunga telefonata con Jim Lee – ed è avvenuta, non molto dopo capodanno, collegandosi a quello su cui stavo riflettendo durante dicembre. una di quegli strani sincronismi”

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“Non ritorno spesso sui vecchi territori. Non mi guardo indietro. Ho cominciato a chiedermi se non fossi diventato troppo dogmatico. Pensiero binario.” continua “e si è presentata quest’occasione e ho pensato, beh, ecco un modo di mettere alla prova quest’ipotesi”

La WildStorm nacque nel 1992 all’intermo della neonata Image Comics come espansione della testata WildCats creata da Jim Lee, stando a Ellis WildStorm era “uno strano mix di tutte quelle cose che piacevano a Jim lee e ai suooi amici. Le cose in quel mix che davano energia alla linea al tempo torneranno per essere applicate oggi”

Ellis ha dichiarato di aver già scritto i primi sei numeri della testata principale The Wild Storm e di aver delineato i primi due anni di tutta la linea editoriale. Lo scrittore ha sottoscritto un contratto per due anni con la DC Comics ma dichiara di avere “idea di cosa fare per il terzo anno”. Ha anche rivelato che Marie Javins (Convergence, DC Hero Girls, Deathstroke) è uno degli editor che lavorerà con lui agli albi.

La DC rilancia la WildStorm affidandola a Warren Ellis

Warren Ellis ritornerà a lavorare per la DC Comics su alcuni dei personaggi che l’hanno reso celebre. Lo scrittore inglese sarà infatti il curatore della nuova etichetta WildStorm

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WildStorm seguirà l’esempio della neonata Young Animal, curata da Gerard Way, con Ellis al timone della serie principale e alla supervisione degli altri titoli.

WildStorm debutterà a metà del prossimo Febbraio con un mensile chiamato The Wild Storm, scritto da Ellis e disegnato da Jon Davis-Hunt (Clean Room).La serie azzererà tutto quel che sappiamo sull’universo WildStorm reintroducendo i personaggi simbolo dell’imprint creato da Jim Lee: Grifter, Voodoo, The Engineer, Jenny Sparks e gli altri.

The Wild Storm sarà il trampolino di lancio per nuove serie come  Michael Cray, WildC.A.T.S.Zealot i cui team creativi non sono stati ancora annunciati.

Altri aggiornamenti verranno dati durante il New York Comic-Con

Ipse Dixit: Warren Ellis ci insegna il ventunesimo secolo

In questa rubrica raccogliamo e analizziamo quei fumetti del passato che, in qualche modo, ci hanno mostrato uno squarcio del nostro presente. Qui trovate la puntata precedente.

È l’anno del signore 2002 e un prolifico inglese di nome Warren Ellis ci stava regalando l’epopea di uno di quei personaggi che restano anche se non ci sono più.

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Spider Jerusalem è un giornalista drogato che si muove in un futuro distopico talmente iperbolico da risultare altamente probabile: un mondo in cui si usa il virus Ebola per produrre una bibita gassata e dove la gente paga bei soldoni per farsi trasformare in una nuvola senziente di nano-bot sessuomani. Un mondo in cui il progresso scientifico è servito soltanto a dar sfogo alle peggiori pulsioni dell’uomo, dal cannibalismo al sesso estremo; un mondo in cui il nostro Spider Jerusalem sguazza come un pesce, venerando l’unica divinità in cui ancora valga la pena credere: la Verità.

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È il suo profondo amore per la Verità che mette Spider Jerusalem nei guai, perché, ammettiamolo, la Verità è da sempre la peggior nemica del Potere.

E il Potere sa essere un gran figlio di puttana.

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Nel numero 56 della serie, il Potere, qui incarnato dall’orrendo Smiler, Presidente degli Stati Uniti, ha intenzione di farla finita con la Verità. E lo fa nell’unico modo che conosce: negandola, finché non gli arriva sotto casa.

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Quante volte abbiamo visto scene come questa?

Forse non molte. Anche Spider Jerusalem vorrebbe saperne di più, così accende la televisione per restare informato.

La televisione coprirà di certo un evento del genere, non è così?

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E mentre ci si chiede se Madre Natura sia una terrorista, le situazione precipita.

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Nel numero 57 scopriamo cosa accade. Lasciamo parlare la lunga sequenza d’apertura, muta e bellissima, disegnata da Darick Robertson.

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“E ora, su Amfeed… lo sport.”

E se pensate che una cosa del genere non potrebbe mai accadere, beh, ho una cattiva notizia per voi: è già accaduto.

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Kent State University, 1970

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E ne ho una peggiore: accadrà ancora.

Mark Gruenwald, il creatore dell’Omniverso

Una decina di anni fa i lettori di comics erano tutto un brodo per una saga di recente pubblicazione, in cui una coppia di scrittori, Dan Abnett e Andy Lanning, rivitalizzava il settore cosmico della Marvel, mettendo in campo un’operazione di recupero e razionalizzazione capace di rinvigorirne il brand in modo davvero magnifico. Quella saga si chiamava Annihilation.

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In Italia il primo numero uscì nel Febbraio del 2007, per mano, ovviamente, della Panini Comics, in un’edizione in volumetti davvero valida. Ancora straconsigliata, quella saga portò alla serie Guardians of the Galaxy che ha fatto guadagnare alla Marvel una pacca di soldi sotto forma di film. Oggi Abnett e Lanning non se li ricorda nessuno, visto che alla Marvel hanno ben pensato di togliere loro la serie e affidarla a Bendis. Un grosso applauso.

Non siamo qui riuniti, però, per parlare delle ingiustizie del comicdom. Siamo qui invece per parlare del numero 4 di Annihilation Nova, il prologo della saga, dove accade una cosa che ancora oggi a ripensarci mi piglia un coccolone.

Agevoliamo il filmato.

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Chi vediamo schiattare è Quasar, protagonista di una splendida serie dedicata a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000, durata un’ottantina di numeri e disegnata, tra gli altri, da un esordiente Greg Capullo. Oltre ad essere avvincente e intelligente, oltre a tratteggiare la figura di un eroe puro ma fallibile, Quasar fu un vero e proprio manifesto della filosofia autoriale del suo scrittore.

All’epoca di Annihilation, però, andava abbastanza di moda uccidere personaggi minori per dare più drammaticità alle storie. Credo che la maggior parte dei lettori abbia reagito alla dipartita di Quasar con una scrollata di spalle: in fondo, saranno stati almeno dieci anni che nessuno si filava più questa specie di versione Marvel di Lanterna Verde.

Giusto?

Sbagliato. Io ci rimasi letteralmente di sasso. Perché Quasar era, in fondo, l’ultimo segno della presenza, nell’Universo Marvel, del suo Creatore: Mark Gruenwald.

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Sì, avete letto bene: Mark Gruenwald fu il creatore dell’Universo Marvel. E non solo. Ma per spiegare meglio questa sconcertante affermazione, abbiamo bisogno di fare un passo indietro e uno di lato.

Un passo indietro

Gruenwald è generalmente noto come “quello che ha fatto mischiare le sue ceneri all’inchiostro di un fumetto”. È vero, lo ha fatto, dopo la sua tragica e prematura morte a quarantadue anni per uno scompenso cardiaco. Questo episodio ci dice sicuramente qualcosa dell’uomo, e della sua passione per il mondo dei comics; ma non scalfisce nemmeno lontanamente la sostanza del suo apporto al fumetto statunitense.

Un apporto che inizia molto prima che Gruenwald diventi scrittore di fumetti. Laureato in letteratura all’Università del Wisconsin (e sì, c’è gente che vive e lavora nel Wisconsin), il buon Gru inizia a farsi conoscere grazie ad un trattatello il cui nome è tutto un programma: A Treatise on Reality in Comic Literature (un Trattato sulla Realtà nella Letteratura a fumetti).

In questo testo del 1976 Gruenwald discute, con piglio da accademico, dei vari universi paralleli del Multiverso Marvel, sistemandoli secondo un ordine logico. Non entreremo nel dettaglio, per il momento. Poco dopo, però, Gruenwald fonda una fanzine che avrà storia breve ma imperitura importanza:

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In queste pubblicazioni, che varranno a Gruenwald l’attenzione della Marvel Comics, che a breve lo assumerà, per la prima volta in assoluto si guarda agli universi fittizi della Marvel e DC come a dei sistemi coerenti governati, nella loro molteplice manifestazione attraverso i singoli albi, da leggi generali e sempre valide. I viaggi nel tempo, le dimensioni magiche e mitologiche, persino gli errori di continuity e le storie immaginarie rientrano nello schema di Gruenwald.

Nasce l’Universo Marvel come un luogo governato da leggi. Un luogo che, in qualche modo, gode di una qualche forma di realtà (“la realtà nella letteratura a fumetti”, ricordate?) Una realtà che può essere analizzata e studiata con la stessa serietà con cui si studia il nostro mondo.

Con Gruenwald nasce il concetto di Universi Fumettistici. La DC ha un proprio universo, la Marvel un altro; anzi, la Marvel e la DC possiedono dei propri Multiversi, ovvero un insieme di universi paralleli somiglianti ma diversi per alcuni particolari.

Ad un livello più alto, afferma Gruenwald, esiste uno spazio che contiene tutti questi Multiversi. Non solo il Multiverso DC, non solo il Multiverso Marvel, ma le realtà dove sono ambientate tutte le storie letterarie mai inventate dal genio umano: l’Universo Disney, l’Universo di Harry Potter, l’Universo del Trono di Spade, eccetera.

Questo luogo si chiama Omniverso, e, a quanto pare, è possibile viaggiarci dentro.

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Per comprendere il piglio accademico di Gru basta guardare l’articolo dove ci si chiede da quale Universo provenga Howard the Duck.

Howard viene risucchiato dal suo mondo natale durante uno scontro pandimensionale tra l’Uomo Cosa e un supercattivo; si ritrova nella Terra Marvel senza possibilità di tornare indietro. I redattori di Omniverse dedicano un intero articolo a dimostrare che Howard non può arrivare dall’Universo Disney dove vive Paperino. I motivi sono molti, e qui ve li risparmieremo. Nell’articolo, comunque, i redattori perdono un po’ di tempo a definire le caratteristiche del mondo Disney, cercando di spiegare come sia possibile che in un solo pianeta possano coesistere città moderne come Paperopoli e i castelli medioevali di Biancaneve e soci (non è forse vero, infatti, che i topolini di Cenerentola si sono trasferiti nella fattoria di Nonna Papera?).

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La soluzione logica sta nella Foresta Incantata (o Foresta Nera), il nesso di ogni realtà, un luogo di potenti forze magiche che permettono ai personaggi di viaggiare tra i diversi mondi Disney. 

Il concetto di “nesso di tutte le realtà” non è nuovo: ne esiste uno nella palude della Florida dove vive Man Thing, perché non dovrebbe essercene un altro nella Black Forest? In fondo, ci insegna Gru, siamo pur sempre nello stesso Omniverso!

Un passo di lato

Tutto un delirio da nerd fanboy? Forse. O forse no.

Alan Moore prese molto sul serio le teorie di Gruenwald. Fu proprio il Bardo a dare consistenza alla teoria del Multiverso Marvel sulle pagine di Captain Britain, quando ci mostra tutti i Capitan Bretagna del Multiverso e dà un numero persino alla Realtà principale (Marvel 616, ovvero 61-6, Giugno 1961, mese di uscita del primo numero di Fantastic Four!)

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In realtà Alan Moore è molto affascinato dall’idea che i mondi fittizi coesistano in qualche forma e abbiano un loro grado di realtà, tanto da basare una delle sue serie più acclamate a affascinanti, Promethea, esattamente su questo concetto.

Non solo. Un altro autore di livello come Grant Morrison ritiene che i mondi fittizi siano in qualche modo reali, anche se fatti di inchiostro e a due dimensioni, e noi abbiamo accesso a essi tramite i fumetti e i libri. La nostra realtà ha tre dimensioni, e probabilmente siamo guardati da qualche lettore a quattro dimensioni… e tutto appartiene all’Hypertime. Praticamente tutte le serie di Morrison sviscerano in qualche modo questo concetto, a partire da quella che gli ha dato la notorietà.

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Per concludere la carrellata, lo stesso Warren Ellis, nella sua magnifica Planetary, ci descrive l’Omniverso raffigurandolo così:

Questa è la forma della realtà. Un fiocco di neve teoretico che esiste in 196.833 dimensioni spaziali. Il fiocco di neve ruota. Ogni elemento del fiocco di neve ruota. Ogni rotazione descrive un intero nuovo universo. Il numero totale di rotazioni è uguale al numero totale di atomi che compongono la Terra. Ogni rotazione crea una nuova Terra. Questo è il Multiverso.

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Certo, se lo dicono Moore, Morrison ed Ellis, suona veramente fico.

Ma il primo a dirlo è stato Mark Gruenwald. Che dite, possiamo ancora chiamarlo “il tizio che ha fatto mischiare le proprie ceneri ad un fumetto?”

Io preferisco chiamarlo “colui che creò l’Omniverso”.

1- Continua

Gruenwald fu, fino alla morte, una figura importantissima nella redazione della Marvel, come editore capo, scrittore e supervisore. Le sue idee hanno permeato per decenni l’intero panorama del fumetto in lingua inglese.

Ma Gruenwald non è stato solo un teorico. È stato anche uno scrittore pregevole. In futuro ci occuperemo delle sue opere più rappresentative, come Squadron Supreme, DP7, Quasar e Capitan America.

Trees di Warren Ellis, Vol. 1A – una rispettosa recensione

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Volume 1A? 1A? Ma che davvero?

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Un passo indietro

Di tanto in tanto in redazione si svolgono queste specie di Royal Rumble, Il Direttore Gagliardi entra con un pacco di albi nuovi di zecca da recensire e lo getta nel recinto dei collaboratori. In genere Andrea Topitti, che è quello dotato del patrimonio genetico più adatto, si aggiudica la roba migliore e a noi evoluzionisticamente più sfortunati non restano che le briciole.

Questo è più o meno quello che è accaduto in redazione l'ultima volta

Questo è più o meno quello che è accaduto in redazione l’ultima volta

Quando però sento parlare di Warren Ellis, qualcosa mi scatta dentro e utilizzo le mie migliori strategie per accaparrarmelo: comincio a lagnarmi come un bambino di due anni, in una maniera così fastidiosa che tutti si allontanano disgustati e finalmente posso portare a casa il mio trofeo.

L’agile volumetto che porto a casa raccoglie una manciata di numeri della serie sci-fi scritta dall’intramontabile Warren Ellis per i tipi della Image. Uno dei miei scrittori preferiti, per la mia casa editrice preferita. Poi c’è anche il disegnatore, un tizio, lì, ma non mi importano mai i disegnatori quando a scrivere è Warren Ellis. Quel maledetto inglese sarebbe capace di farmi piacere pure Marat Mychaels.

Marat è passato di qui

Marat è passato di qui

Trees, mi dice Internet, ha cominciato la sua pubblicazione nel Febbraio 2014; a Marzo 2016 vedrà la luce il numero 13, per una periodicità bimestrale. La Saldapress decide di dividere in due parti il primo volume.

Un madornale errore, direbbe Jack Slater.

Lo spirito dei tempi, parte uno

Recensire un volume di Warren Ellis è una cosa che ti mette in una posizione scomoda. Cioè, se mai non dovesse piacerti il fumetto, il rischio che sia tu a essere fatto male è molto alto. Bisogna andarci coi piedi di piombo, muoversi con delicatezza e controllare le parole.

Questo, ovviamente, se il fumetto non dovesse piacerti. Ma è il caso di Trees?

Difficile a dirsi. Trees appartiene a un filone tipicamente Saldapress, ma non possiamo fare a meno di dire che è un po’ lo spirito dei fumetti americani di questi anni ’10 del terzo millennio. Come ci dice direttamente il disegnatore Jason Howard:

“Che cosa farebbe una persona normale come noi dopo un enorme evento mondiale come…”

Che stringi stringi è la trama di una marea di comics oggi. Ad esempio provate a sostituire ai puntini frasi come “il risveglio degli zombi!”, oppure “il collasso delle realtà alternative!” e avrete le vostre risposte. Quasi sembra che per essere un buon scrittore oggi basti sapersi inventare qualcosa di originale da mettere al posto dei puntini e voilà, eccoti la nuova fighissima serie post-apocalittica!

L’arte è il termometro dei tempi e un motivo ci sarà. Il mondo dei comics oltreoceano sembra volerci raccontare di un tempo e un mondo che si sentono impotenti di fronte a problemi troppo al di là del campo d’azione delle singole persone. Deve essere così che ci si sente quando la tua più grande paura è che lo spread risalga e che il prezzo del petrolio continui a scendere, no?

Ellis, da vecchia volpe qual è, riempie i puntini a modo suo. Con queste cose qui:

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Gli alberi del titolo sono delle enormi strutture trasudanti melma, spuntate su tutto il pianeta e completamente indifferenti alla brulicante umanità che si affaccenda ai loro piedi. Alieni? Invasori multidimensionali? Zombi vegetali? Punizione divina? Non è dato saperlo.

Quello che è dato sapere è che l’umanità deve metabolizzare l’arrivo di questi cosi, e, come sempre, tirare avanti. Ellis ci porta in diverse città del mondo, tra cui la nostra Cefalù, e ci mostra cosa sta accadendo. Ben poco, diremmo noi, se in Italia rinasce il Partito Fascista, se in Cina la gente cerca di cambiare sesso, se in Africa scoppiano guerre civili e se in Artide si fanno esperimenti scientifici.

Lo spirito dei tempi, parte due

Ellis decide così di sparpagliare gli eventi in una serie di scenari riprodotti con un certo realismo, facendoci esplorare eventi e personaggi che, per forza di cose, risultano soltanto abbozzati. Abbozzati alla Ellis, ovviamente, ma comunque abbozzati.

Il problema della serie, a questo punto, è la pandemia di Tempo-dilatatismo che affligge i comic book americani. Ellis non sembra rendersi conto che se mi pubblichi una serie bimestrale, con quattro o cinque ambientazioni diverse, a ognuna puoi dedicare soltanto una manciata di pagine per albo; che se gli albi sono tra l’altro di 22 pagine e che se alcune di queste pagine sono delle (magnifiche!) panoramiche come questa:

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…beh, allora stai sbagliando qualcosa. Soltanto per introdurre lo scenario generale, i personaggi principali, i microeventi ci metti sei albi, che fanno dodici mesi, che fanno un anno intero.

D’altra parte, ma questo è un discorso generale, non è un caso se le vendite dei singoli albi in America sono in costante calo, mentre le vendite dei volumi in aumento. Trees è una serie che è evidentemente è destinata ad una fruizione in volumi abbastanza corposi; la Image in USA ha raccolto otto numeri. Ripeto, otto numeri.

Poi vi spiego perché lo ripeto.

Prima di giungere alle conclusioni vorrei però ritornare sui disegni. Poco sopra dicevo che di chi disegna le storie di Ellis mi importa poco, tanto le comprerei lo stesso. Però questo Jason Howard merita una menzione a parte. Il suo tratto piacevole e iperdettagliato è una gioia per gli occhi, e la costruzione della tavola è moderna e classica allo stesso momento.

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La sua capacità di gestire i paesaggi è un valore aggiunto per una serie che fa dell’incombere muto di questi “Alberi” il filo conduttore del dipanarsi delle trame.

Conclusioni

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Detto quanto sopra, bisogna concludere che Trees sarebbe un must-have se soltanto fosse possibile fruirla in un tempo meno dilatato. Di conseguenza, Trees sarà un must-have quando, presumibilmente, sarà concluso e potremo godercelo tutto assieme o almeno con una cadenza decente.

Ed è a questo proposito che facciamo un complimento e una tirata d’orecchie alla Saldapress.

Un complimento, perché il volume sarebbe anche tradotto molto bene e curato, se si prescinde da quel “forme di vite” nelle prime pagine che fa accapponare la pelle. E soprattutto per la decisione di promuoverlo mediante un albo gratuito, che dimostra la volontà di allargare il pubblico oltre la solita nicchia.

Ed una tirata d’orecchie perché… Volume 1/A? Ma che davvero?

Già questa serie è mostruosamente dilatata, come dicevamo sopra: e voi che potreste pubblicare subito un bel volumozzo, lo dividete in due? Scelta di cui fatichiamo davvero a immaginare le ragioni.

In definitiva, Ellis è Ellis, Howard è Howard, e Trees, se non siete di quelli impazienti, è un fumetto che fa tante promesse, tutte buone; ma per il momento, ne mantiene solo una piccola parte.

TREES, la nuova serie di Warren Ellis

Comunicato Stampa

Venerdì 11 marzo arriva IN OMBRA, primo volume della serie

Warren Ellis è uno degli autori più importanti del panorama fumettistico mondiale e ogni sua nuova opera è attesa con impazienza e curiosità. I fan italiani di Ellis potranno essere soddisfatti: venerdì 11 marzo arriva nel nostro paese TREES, la nuova serie dell’autore inglese e del disegnatore Jason Howard, pubblicata da saldaPress. Il volume 1/A raccoglie la parte inaugurale del primo story-arc della serie, intitolata IN OMBRA (pagg. 88, euro 12.50), e racconta la storia di un’invasione aliena molto inusuale.

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Sono passati dieci anni da quando gli sono sbarcati sulla Terra, ma non hanno ancora fatto nulla. Sono rimasti piantati al suolo come enormi alberi, sovrastando con la loro minacciosa presenza quella più modesta e quotidiana degli abitanti del nostro pianeta. Cosa faranno gli esseri umani, ora che sanno dell’esistenza di altre forme di vita intelligente nell’Universo? Sarà sufficiente abituarsi alla presenza di quegli enormi alberi? Forse no. O almeno, non è quello che pensano l’uomo che vuole candidarsi a sindaco di New York, il giovane pittore cinese appena giunto nella “zona culturale speciale”, la ragazza che vive a Cefalù sotto la minaccia di un gruppo di fascisti o il team di scienziati che opera nell’arcipelago artico di Svalbard. I giganteschi alberi, in fondo, sono ancora vivi. E forse rappresentano una terribile minaccia per l’umanità.

TREES è una serie in cui fantascienza, introspezione e avventura si mescolano in un delicato equilibrio narrativo, avvolgendo il lettore nel mistero che circonda la presenza dei giganteschi alberi alieni.

IN OMBRA sarà disponibile da venerdì 11 marzo in libreria, in fumetteria e nello shop online del sito saldapress.com.

Per informazioni:

saldaPress

 

Sito web: www.saldapress.com