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Back to Basics – L’Uomo Ragno

Benvenuti a questa nuova rubrica aperiodica di Dimensione Fumetto, come se non bastassero le millemila già iniziate e dimenticate. Ma non preoccupatevi, in redazione conosciamo il valore del riciclo e vi promettiamo che prima o poi amatissime rubriche come i Fumetti dalla Dimensione X, oppure Ipse Dixit, torneranno ad ammorbare gli schermi dei vostri dispositivi. Nel frattempo, però, rieccoci pronti con Back to Basics!


In questa rubrica andremo a rileggere i primi albi di personaggi storici, per scoprire qual era il loro concept iniziale, e quanto siano cambiati nel tempo. E inizieremo, ovviamente, con i primi numeri del personaggio più figo del bigoncio, quell’Uomo Ragno che oggi viene impropriamente chiamato Spider-Man!

Attenzione, amanti dello spoiler: vi anticipiamo già la fine della nostra indagine. L’Uomo Ragno dei primi numeri era qualcosa di completamente diverso da quello che oggi ci saremmo aspettati.

Naturalmente non vi ammorberemo con l’ennesima rilettura delle sue origini segrete, che ormai conoscono anche i leghisti. L’unica cosa che ci interessa qui porre all’attenzione è che la celeberrima frase «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» non viene assolutamente pronunciata dallo zio Ben, che dopotutto è solo il tipico vecchio zio capace al massimo di criticare le scelte tattiche della nazionale di calcio, come ce ne sono tanti. La frase compare invece nell’ultima vignetta:

Uomo Ragno

Tutte le immagini vengono da L’Uomo Ragno Classic, edizione Star Comics. Sì, siamo vecchi.

Come vedete, la frase è del narratore, e non è affatto detto che Peter Parker ci abbia mai pensato.

Anzi, a quel che sembra nei numeri successivi, probabilmente non gli passa neanche per l’anticamera del cervello!

Nel numero successivo (il primo, storico numero della collana Amazing Spider Man), il buon Peter riflette sui suoi guai recenti, e su quello più impellente di tutti: i soldi.

Uomo Ragno

Era zio Ben a tirare avanti la carretta di questa famiglia atipica, e ora che è dipartito le cose stanno per mettersi male. La prima cosa che viene in mente a Peter (e pure a noi, se fossimo nei suoi panni) è di rapinare qualche banca: ma se lo catturassero, cosa accadrebbe a zia May? La vecchia non vuole nemmeno che lui abbandoni gli studi per trovare un lavoro (grosso errore: se gliel’avesse lasciato fare, probabilmente ora Peter sarebbe, che so, Ministro dell’Istruzione). Non gli resta che una sola soluzione.

Uomo Ragno

Tornare a calcare le scene, esibendosi come Uomo Ragno, è la soluzione più semplice: la vecchia è fatta fessa, e in cambio di un paio d’ore di mossette sul trono della De Filippi Peter potrà continuare gli studi. Facile, no? Non proprio.

Le cose sembrano funzionare, ma a causa della kasta dei bankieri !1!!1 non è possibile ricevere assegni intestati a nomi inventati come Uomo Ragno, e quindi l’opzione America’s got Talent diventa impraticabile. E, come se non bastasse, ci si mette anche Jonah Jameson.

Uomo Ragno

Non è che il baffetto abbia tutti i torti, ma la cosa strana è che finora a Peter non è mai venuto in mente nemmeno per un secondo di fare il giustiziere mascherato. Non fa ronde, non combatte criminali, non si spenzola per la città vegliando sulla nostra tranquillità. No, Peter Parker indossa il costume solo per risolvere i suoi problemi finanziari.

Intanto Peter, in una scena degna di un film neorealista italiano, scopre la vecchia che impegna i suoi gioielli per pagare l’affitto: come potrete immaginare, non la prende bene.

Il taglio drammatico di questa scena fa venire i brividi. Peter vede la sua vita precipitare in un baratro e si sente completamente impotente. Il lettore dell’epoca doveva essere ancora più sconvolto, abituato com’era a supereroi sorridenti e dalle tasche piene.

Peter vuole continuare a essere l’Uomo Ragno non per fare del bene al mondo, ma per ricominciare a fare spettacoli e guadagnare, in qualche modo, dei soldi. L’obiettivo è ripulire la sua immagine dalle insinuazioni di Jameson, che gli impediscono di prendere nuove scritture.

Neanche a farlo apposta, il figlio di Jonah è un astronauta impegnato in un lancio che va male. L’unico che può salvarlo è l’Uomo Ragno, che si offre eroicamente e riesce nel suo intento. Verrebbe da pensare che Peter abbia finalmente scoperto il suo lato eroico, vero?

In realtà, in una delle ultime vignette, scopriamo qual è il motivo per cui si è convinto a salvare la vita a John Jameson.

Uomo Ragno

Riuscirà ora a ricominciare a lavorare? No, ovviamente. Jameson non ci casca e la sua campagna mediatica continua nonostante tutto.

Nell’ultima vignetta mostrata vediamo Peter sorridere, ed è la prima volta in quest’albo. Ecco una veloce carrellata delle sue espressioni facciali nel resto dell’albo.

Rabbia:

Preoccupazione:

Tristezza:

Fastidio:

E disperazione.

Uomo Ragno

Amazing Spider Man 1 si chiude così, con un Peter Parker sull’orlo della crisi di nervi, che si chiede se l’opzione migliore non sia quella di diventare un criminale.

Le cose non andranno meglio nel numero 2. Peter tenta inizialmente di entrare nei Fantastici Quattro, allettato dall’idea di guadagnare uno stipendio come supereroe: ma le cose non vanno come crede, e quando scopre che il quartetto non paga stipendi, li molla senza pensarci due volte.

Intanto, il Camaleonte ha dei piani e per realizzarli ha bisogno dell’Uomo Ragno.

Peter, appena sente parlare di soldi, scatta sull’attenti.

Fino a ora Peter Parker si è rimesso il costume all’unico scopo di guadagnare denaro. La trappola in cui lo getterà il Camaleonte porterà i due a scontrarsi, ma l’Uomo Ragno continuerà a esistere soltanto come mezzo per far soldi e uscire dalla povertà. Tant’è che, di fronte al fallimento, ecco come reagisce Peter:

Che se la prendano da soli, quella spia, ora!

La polizia riuscirà nell’intento di catturare il Camaleonte, senza che l’Uomo Ragno la aiuti più in alcun modo.

Passiamo rapidamente al numero 3, dove una splendida copertina ci rivela il nuovo criminale, l’Avvoltoio. Cosa porterà mai l’Uomo Ragno a scontrarsi con lui? E che, lo chiedete ancora?

I soldi, e che cavolo! Con i suoi poteri di Ragno, potrebbe avvicinarsi all’Avvoltoio e fotografarlo. E infatti è proprio per questo che si avvicina al vecchio Toomes.

Dopo un primo scontro, da cui, guarda un po’, esce sconfitto, Peter è comunque riuscito a fare le foto e a venderle. Tutto contento, paga un anno di affitto e inizia a prenderci gusto.

Potrà chiedere qualsiasi cifra!

Sarà soltanto nel numero 5, quando farà la sua apparizione il caro dottor Octopus, che vedremo per la prima volta l’Uomo Ragno alle prese con dei semplici rapinatori, senza alcuna prospettiva di guadagno personale.

Il Peter Parker dei primi numeri non era affatto un supereroe, ma un semplice ragazzo con enormi problemi di denaro che tenta di utilizzare i suoi poteri per risolverli. Così, come farebbe ognuno di noi. E forse è stata proprio questa la forza prorompente di questo personaggio, e la geniale intuizione di Stan Lee e Steve Ditko. Di quel personaggio oggi rimane davvero poco: Peter si è imborghesito, diremmo quasi, finendo per assomigliare a quella figura di supereroe che, all’epoca, aveva praticamente distrutto nel giro di una manciata di pagine.

Quando, decenni dopo, Brian Michael Bendis tentò di ricatturare in Ultimate Spider-Man la magia di questi primi numeri, riuscirà nel suo intento soltanto a metà. Per quanto la sua rilettura sarà rispettosa dell’originale, ben scritta e moderna, gli mancherà quella carica iconoclasta che, speriamo, la nostra rilettura ha saputo mostrare.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Marvels, Kurt Busiek e Alex Ross

Torna dopo una breve pausa la nostra rubrica sui pezzi d’arte fumettistica particolarmente pregevoli. Potete trovare le puntate precedenti qui.

Di Marvels si è parlato abbastanza, e quindi non vi tedieremo ancora con le lodi sperticate alla pittura di Alex Ross o alla scrittura di Busiek, permeata di fanciullesca meraviglia, rispetto, e profonda umanità. Il viaggio del reporter Phil Sheldon nella New York targata Marvel Comics, tra invasioni aliene, attacchi atlantidei, giganteschi divoratori di pianeti e nuove razze mutanti, è lo stesso viaggio di uno qualsiasi dei lettori che sono cresciuti sui fumetti di supereroi con la bocca spalancata per lo stupore.

In questa sede abbiamo invece scelto un singolo passaggio dell’intera opera che è particolarmente emblematico di come il fumetto possa racchiudere in poche, semplicissime vignette, una complessità di narrazione stupefacente.

È un momento particolarmente difficile per quelle che Sheldon chiama “le meraviglie”: le persone normali iniziano ad essere stufe dei continui scontri, dei danni alle cose, del rischio che corrono andando semplicemente al lavoro o a fare la spesa. Quando sei un inerme umano in un mondo di superesseri, è difficile distinguere tra buoni e cattivi.

Sheldon, giornalista del Bugle, si reca nell’ufficio di Jonah proprio nel mezzo di questa isteria anti-meraviglie. Galactus ha appena minacciato di mangiarsi la terra, e i Fantastici Quattro lo hanno scacciato per il rotto del Nullificatore Assoluto; ma il giorno dopo, invece di eleggerli alla presidenza del mondo, la gente dubita di ciò che è accaduto. D’altra parte tutto quello che la gente è riuscita a vedere è un tizio enorme con un grosso cappello viola che prende un gingillo da Mr. Fantastic e se ne va sulla sua improbabile astronave.  Il Daily Bugle è stato il primo giornale a mettere in dubbio la versione dei Fantastici Quattro, e Sheldon non è contento.

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Apparentemente, in questa vignetta, abbiamo due personaggi; ma in realtà i protagonisti della scena sono tre.

Il primo è il lettore. Costui sa meglio di chiunque altro che i Fantastici Quattro hanno salvato il pianeta Terra da una sorte terribile, e che per farlo hanno rischiato di morire; ma, ovviamente, non può dirlo. Non può intervenire.

Il secondo personaggio è Phil Sheldon. Sheldon è stato l’avatar del lettore per tutta la storia, donandogli il suo punto di vista di uomo comune. Sheldon, così, è portatore delle obiezioni del lettore al comportamento di Jonah, ma con una differenza fondamentale: Sheldon non sa, come il lettore, che i Fantastici Quattro hanno salvato il mondo; Sheldon crede nella loro onestà. Egli rappresenta il lato ingenuo del lettore, è l’incarnazione del suo sense of wonder e della sua capacità di farsi meravigliare.

Infine, il terzo personaggio è Jonah, che rappresenta lo scetticismo, l’incapacità di farsi ispirare, il sospetto ed il cinismo, e infine, il realismo. Il “ma…” che rimane sospeso nella bocca di Sheldon è lo stesso che aleggia nei pensieri del lettore.

Improvvisamente qualcuno irrompe nella stanza.

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Il lettore sa che Peter Parker è l’Uomo Ragno, ma niente, nella scena, ce ne dà il minimo segno. Non una didascalia, non un accenno, non una nota: il tratto fortemente realistico di Ross dipinge Parker come un ragazzo normalissimo. L’unico accenno è nel linguaggio del corpo, quella mano in tasca, la posa imbarazzata, come se nascondesse qualcosa. Un qualcosa che però possiamo sapere solo noi lettori.

In questa vignetta Busiek riesce a gettare, sul concept stesso dell’Uomo Ragno, una luce completamente nuova. Avendo parteggiato tutto il tempo per Phil Sheldon, il lettore si è identificato con lui, e non può fare a meno di gettare su Parker lo stesso suo sguardo indignato:

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Le espressioni dei volti sono da sole così eloquenti che non c’è bisogno di una sola parola in questa splendida vignetta. Busiek e Ross fanno appello a tutte le conoscenze del lettore e gli narrano decine di cose diverse in una sola, semplicissima, muta inquadratura.

Phil Sheldon è un fotografo di esperienza, che sin dagli anni ’40 ha documentato le attività delle Meraviglie con obiettività ma anche ammirazione. Ha dedicato la sua vita e il suo lavoro ad esse, e per loro ha anche perso un occhio.

Peter Parker è un giovane fotografo che guadagna denaro gettando fango su una di queste Meraviglie, l’Uomo Ragno. Non ci sorprende vedere il disgusto nello sguardo di Sheldon!

Eppure noi vediamo quel mezzo sorriso di Parker che gli si congela in faccia, agghiacciato dal rimprovero di Sheldon. Il lettore è chiamato da Busiek e Ross a pensare su due livelli: sul primo, disprezziamo Parker insieme a Sheldon, ma nel secondo, più profondo, il cuore ci si spezza quando pensiamo che Parker è innocente e assieme riceve il disprezzo due volte: come Parker, il fotografo che diffama l’Uomo Ragno, e come Uomo Ragno, diffamato dalle sue foto.

Quale forza interiore deve avere un ragazzo per poter sopportare tutto questo?

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Sheldon se ne va, indignato e borbottando all’indirizzo di Parker parole poco lusinghiere (il “weasel” originale è qui tradotto come “carognetta”: in realtà la parola indica la donnola, e più in generale una persona viscida, disonesta).

Peter si volta a guardarlo, ma non può fare altro. Probabilmente ammira onestamente il giornalista più anziano: in quel suo “Mr. Sheldon…” sospeso noi lettori possiamo leggere la sua personale tragedia, la maledizione di essere l’Uomo Ragno e la sorte amara di essere l’artefice della propria sfortuna, e tutto perché quel giorno si rifiutò di fermare un ladro!

Avevamo iniziato la lettura della sequenza parteggiando per Sheldon; ora vorremmo schiaffeggiarlo, raccontargli tutto quello che non sa su Peter Parker, e fargli rimangiare quel “carognetta”.

Quattro vignette, una manciata di baloon, tre personaggi più uno: solo i fumetti, in così poco spazio, con così pochi elementi, possono dire tanto, dirlo così bene, e dirlo ogni volta che lo rileggi.

Chapeau!

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 3, (11-15)

Continua il nostro viaggio nei retroscena della storia editoriale dell’Uomo Ragno. Da come si mettono le cose potremmo superare il numero 20 nel qual caso… contate qualche numero in meno!

Si comincia!

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11- Amazing 400 uscì nel pieno della seconda Saga del Clone, come si è già detto. La Seconda saga del Clone, ad oggi forse troppo infamata, fu una diretta conseguenza della Prima Saga del Clone, scritta da Gerry Conway e disegnata da Ross Andru.

E indovinate un po’ di chi è stata la colpa di questa sfortunata serie di eventi? E certo, sempre sua. Di Stan Lee.

Il fatto è che Stan non poteva praticamente più uscire di casa senza che qualcuno gli chiedesse conto di quella storia di Gwen. Il panettiere. Lo spazzino. Ormai usciva di casa e guardava a terra per non incrociare lo sguardo accusatorio di nessuno; ma nemmeno guardare il marciapiede funzionava.

"riportala in vita o galleggerai... anche tu... galleggerai..."

“Riportala in vita o galleggerai… anche tu… galleggerai…”

Così, non potendone più e sfruttando i suoi superpoteri da Presidente-cui-non-fregava-in-realtà-più-nulla della Marvel, telefonò a Conway e gli disse due semplici parole:

«Riportala indietro.»

Conway allora provò a proporre diverse soluzioni:

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“No” disse Stan.

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“No” disse Stan.

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“No” disse Stan.

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“Nemmeno” disse Stan.

Insomma, Gwen era realmente morta, Gwen non risorgeva in nessun modo, ma doveva tornare indietro. Punto e basta.

Fu così che Conway se ne uscì con la storia del clone di Gwen e di Miles Warren.

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Tutto sommato ne uscì una bella storia. Gonway inserì il clone di Peter giusto per renderla più dinamica, e mai avrebbe immaginato a cosa un giorno avrebbe portato.

Tra l’altro, Conway chiese a Lee cosa avrebbe dovuto infine farsene, di questo clone di Gwen, ma Lee, che secondo me a quel tempo era affetto da deficit dell’attenzione, aveva perso interesse nella cosa. Conway la eliminò dalla serie facendola partire per altri lidi. Contento Stan, contenti tutti!

12- Amazing era diventata la serie di punta, superando Fantastic Four, e quindi non poteva essere affidata al primo che capita. Laddove quindi autori molto più sperimentali come Starlin e Englehart facevano quel che volevano su altre serie, Amazing finiva in mano ai capoccia.

Il testimone di Editor in chief passò prima a Thomas, poi alla coppia Wein-Wolfman, poi al solo Wolfman. E indovinate chi scrisse la serie dopo Conway? Esatto, prima Wein e poi Wolfman.

Furono anni piatti, di gestione del personaggio, in omaggio all’ultimo desiderio di Lee prima di cambiare aria: non fare grossi cambiamenti alle serie, lasciarle sempre al punto in cui fossero riconoscibili per permettere un ricambio generazionale morbido. Così Spidey si trovava invischiato in inutili battaglie con personaggi vagamente ridicoli e inventati solo per cogliere qualche moda del momento.

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Personaggi come Rocket Racer, col terribile potere dello skateboard. La cosa incredibile è che questa gente dava filo da torcere all’Uomo Ragno!

Gli albi celebrativi invece erano utilizzati per rinarrare le origini segrete, con vari espedienti. Molto importante, col senno di poi, fu Amazing 200. Nella storia il ladro che uccise zio Ben rapisce la vecchia!

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Ecco un esempio di quanto fosse diventato pippa Spider-Man ai tempi di Wolfman. Sfiorato al fianco da una pallottola, cade come una pera troppo matura.

La storia (tra l’altro disegnata da Keith Pollard, uno dei disegnatori più sottovalutati dell’universo) assume un’importanza fondamentale perché alla fine zia May supera la sua paura da babbiona isterica per Spider-Man ed impara a fidarsi di lui.

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Quando, decenni dopo, si decise di rivelare che zia May sapeva dell’identità segreta di Peter, gli scrittori pensarono a questo come il momento in cui il sospetto si era insinuato nell’arteriosclerotica mente della vecchia. Alla buon’ora!

14- È pur vero che la questione dell’identità segreta di Peter Parker ha sfidato per anni ed anni la regola della sospensione dell’incredulità. Ok, Superman era peggio, con i suoi occhiali mimetici, ma davvero, si deve essere dei grandissimi imbecilli per non farsi sfiorare dal sospetto nemmeno una volta.

Iniziando dal fatto che sei l’unico sulla faccia della Terra che sia mai riuscito a fargli delle foto decenti. Uno potrebbe dire che questo non fa testo, perché allora dietro la maschera di Belen dovrebbe nascondersi Corona.

Ma vogliamo parlare di Amazing Spider Man 12?

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Quella volta però Peter era malato e ci prese talmente tante botte che tutti credettero che stesse solo facendo finta di essere Spider-Man. Seee, come no.

Nel numero 25 succede anche di peggio. Jameson, nella sua furia anti-ragno, non si fa nessuno scrupolo manco fosse Lex Luthor. E così stacca copiosi assegni per avere la pelle di Spidey, ad esempio finanziando gli Ammazza-Ragno di Smythe. Quando quest’ultimo vuole dimostrare la capacità del robot di rintracciare l’Uomo Ragno, indovinate un po’ addosso a chi finisce?

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Ovviamente, Smythe, da quel gran genio che è, attribuisce la cosa ad un bug. Perché la fuga di cervelli è un problema, ma mai quanto il restare degli idioti.

Eppure, ci sono personaggi insospettabili che conoscono l’identità di Peter. Cioè, gli amici intimi non ne hanno idea, ma il primo che passa sì. E Peter non se ne fa un problema.

Cioè, è possibile che Gwen non ne avesse idea, mentre Ka-Zar sì?!?

Amazing Spider Man 104

Amazing Spider Man 104

Per non parlare di personaggi sfigatissimi come Nate “X-Man” Grey…

Amazing Spider Man 420

Amazing Spider Man 420

E di gente che non ha mai avuto niente a che fare con Peter, come Thor:

Marvel Team Up n.7, in Italia su L'uomo Ragno Corno 123

Marvel Team Up n.7, in Italia su L’uomo Ragno Corno 123

il dottor Strange…

Marvel Team Up Annual n. 5, in Italia su Uomo Ragno Star 129. I disegni sono di Mark Gruenwald, quindi portate rispetto

Marvel Team Up Annual n. 5, in Italia su Uomo Ragno Star 129. I disegni sono di Mark Gruenwald, quindi portate rispetto

e l’Angelo!

Marvel Fanfare n.3, in Italia Speciale X-Men 2 Star Comics

Marvel Fanfare n.3, in Italia Speciale X-Men 2 Star Comics

Non ci sorprende che l’unico a soprendersi quando Peter fa coming out durante Civil War sia quel fesso di Jameson!

15- Amazing era la serie ammiraglia e non poteva che finire, come abbiamo già detto, nelle mani dei pezzi grossi. Nel 1976 fu inaugurata la seconda serie, intitolata Peter Parker, the Spectacular Spider-Man, che fu palleggiata tra diversi scrittori come Conway, Archie Goodwin (altro Editor in Chief), e Bill Mantlo.

Una roba strana

Una roba strana

Poi, nel 1978, un ragazzone di nome Jim Shooter riuscì ad avere il posto e decise che la Marvel doveva cambiare.

Quella di Shooter fu una gestione controversa, che da un lato permise agli autori di sperimentare il proprio stile in barba alla tradizione (e stiamo parlando di gente del calibro di Walter Simonson, Frank Miller, Chris Claremont, John Byrne); dall’altro lato però era convinto che nessuna serie potesse essere lasciata senza uno stretto controllo editoriale, e così assunse un esercito di supervisori che facevano da tramite tra lui e gli scrittori.

Fin qui, niente di male, ma Shooter aveva delle strane idee. Ad esempio per un periodo si fissò col fatto che nessuna storia doveva durare più di due numeri (vallo a dire a Claremont). Si impose così tanto che provocò la fuga di Byrne e Stern da Captain America, interrompendone una delle migliori run di sempre.

Shooter aveva un’idea molto precisa di come si dovesse disegnare una storia Marvel e, per mostrare a tutti la sua idea, decise di disegnare un albo così che fosse evidente. Indovinate quale serie fu prescelta per questa splendida dimostrazione? Ovviamente, Peter Parker, the Spectacular Spider Man n. 56

Pubblicato su L'uomo RAgno Corno II serie n. 53

Pubblicato su L’Uomo Ragno Corno II serie n. 53

Se vi sembra di non aver mai sentito parlare di Shooter come un disegnatore, è perché, probabilmente, non ne avete davvero mai sentito parlare. Shooter disegnava poco, e quel poco che disegnava, lo disegnava male.

A dire il vero, non era certo peggio di un Paul Kupperberg. Chi è Paul Kupperberg? Appunto!

A dire il vero, non era certo peggio di un Paul Kupperberg. Chi è Paul Kupperberg? Appunto!

Ma a parte il tratto legnoso, che a quei tempi non mancava di certo né alla Marvel né alla DC, ciò che Shooter davvero voleva insegnare erano le inquadrature e la scansione delle vignette. Shooter aveva una vera fissa per le inquadrature.

Le regole erano poche e semplici, ma auree.

Prima regola: la tavola deve essere composta da un numero minimo di 5 a un massimo di 9 vignette, possibilmente di dimensioni uguali o al limite multiple di due o tre. Tutte le tavole. Unica deroga: splash page.

Voilà cinque vignette, ma è come se fossero sei.

Ecco un’altra tavola di esempio.

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Quanto alle inquadrature, ne sono permesse praticamente solo due. Quella principale è ad altezza occhi. Le uniche deroghe sono da un angolo in alto della stanza, se proprio abbiamo bisogno di fare panoramiche.

Attenzione, queste inquadrature ardite potrebbero farvi girare la testa.

Attenzione, queste inquadrature ardite potrebbero farvi girare la testa.

 

Questo era, per Shooter, il manuale del buon disegnatore. C’è da ringraziare che nessuno gli abbia dato il minimo ascolto!

(3- continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, Bleedin’Cool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.

 

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 2, (6-10)

Eccoci giunti alla seconda parte di questo viaggio enciclopedico dietro le quinte della storia del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Giunti a metà strada ci rendiamo conto di come la storia di Spider-Man sia emblematica della storia della Marvel tutta.

6- L’arrivo di John Romita coincise quindi con un cambiamento del carattere di Peter e di tutti i comprimari. Peter entrò a far parte del gruppone e poco poco ci mancava che si mettesse lui a fare le smutandate ai secchioni. Soprattutto Gwen Stacy smise di essere un’algida stronza (copyright di DocManhatthan) per diventare la ragazza dallo stivaletto a mezza gamba che tutti quanti amiamo.

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Romita la vestì alla moda, le ficcò un cerchietto nero in testa e voilà, eccoti servito l’unico vero amore di Peter. Essì, perché, nelle intenzioni di Stan Lee, Gwen doveva rimanere l’unico vero amore di Peter.

D’altra parte Lee aveva un certo debole per le stanghe bionde, visto che ne aveva sposata una: Joanie Lee, a detta di molti, era una specie di incrocio tra Susan Storm e, appunto, Gwen Stacy. Quando Lee e Romita decisero di svelare il volto della misteriosa Mary Jane Watson, quindi, era soltanto perché mancava il vertice del classico triangolo amoroso puzzone che piaceva tanto agli adolescenti dell’epoca.

Praticamente, se negli anni ’60 avevano questa

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… noi negli anni 2000 abbiamo questo:

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Mala tempora!

E infatti, Mary Jane finì fidanzata con quello sfigato, drogato ed esaurito dai capelli a tapparella (però milionario) di Harry Osborn.

7- Quando leggi le storie della Marvel è tutto un chiedersi perché Kirby lasciò pinco, perché Ditko lasciò pallino, persino perché Herbe Trimpe lasciò caio e sempronio. Pochissimi si sono chiesti perché Stan Lee lasciò la scrittura dei fumetti pressoché definitivamente in quel 1972.

La verità è che Stan Lee lavorava nel campo dei fumetti da tantissimo tempo. Nato nel 1922, aveva iniziato prestissimo attraversando la guerra, la crisi economica, sempre dentro la Marvel, mettendoci la faccia anche quando doveva licenziare. Nel ’72 aveva 50 anni e quella è un’età in cui cominci a fare dei bilanci della tua vita.

A leggere alcuni suoi interventi dell’epoca ci si rende conto che il bilancio che l’Uomo doveva aver fatto sembrava fortemente in deficit. Ecco cosa diceva parlando del lavoro nei fumetti:

“Anche se hai successo, anche se raggiungi il vertice del successo nei comics, sarai comunque meno famoso e con minori certezze e minor potere di un professionista qualunque della televisione, alla radio, nel cinema o in qualsiasi altro settore. È un ambiente in cui il creatore… non è proprietario di ciò che crea.[…] Ciò che direi ad un cartoonist con un’idea è di pensarci due volte prima di darla ad un editore”.

Proprio in quel periodo il suo ufficio si stava svuotando delle facce che aveva amato. Kirby aveva mollato per un contratto più remunerativo alla DC; Ditko, come abbiamo visto, era alla Charlton; la mitica segretaria Flo Steinberg aveva cambiato lavoro; Sol Brodsky era andato a dirigere una rivista in bianco e nero. Tutti crescevano, tutti andavano altrove, e le pareti di quell’ufficio dovettero sembrare improvvisamente una prigione per il cinquantenne Stanley Lieber.

Il favoloso Bullpen... oh mio Dio, ma Herb Trimpe era Frankenstein!

Il favoloso Bullpen… ditemi se Don Heck non è uguale a Frankie di Carletto Principe dei mostri

Lee, alla fine, prese il coraggio a due mani e decise di provarci. Lasciò le serie che ancora scriveva (Thor, Capitan America, Fantastic Four, Spider-Man) e si mise a scrivere una sceneggiatura con il suo amico Alan Resnais, regista di un certo calibro. The Monster Maker, storia di uno scrittore di titoli-spazzatura che decide di dedicarsi a qualcosa di culturalmente più profondo, sarà una sceneggiatura vagamente autobiografica. Lee riuscirà a venderla per 25000 dollari, anche se poi non se ne farà nulla.

Più ricco, ma sconfitto, Lee tornò a scrivere Spider-Man dopo l’interregno di Roy Thomas, ma non durò a lungo. Per sua fortuna, forse, qualcosa poi cambiò. La Marvel aveva venduto i diritti di sfruttamento dei suoi personaggi ad un tal Lemberg, il quale mise in atto una campagna promozionale faraonica che faceva di Stan Lee l’uomo di punta. Fu organizzato addirittura un evento alla Carnegie Hall con momenti imbarazzanti come Herbe Trimpe, Barry Smith e Roy Thomas che suonano, l’uomo più alto del mondo, lettura di poesie di Lee e Brian Wilson dei Beach Boys.

La locandina però era fighissima

La locandina però era fighissima

Lee non ci fece una gran bella figura, ma il ruolo di uomo-immagine gli piacque molto. La Cadence, società che aveva acquistato la Marvel da Goodman, aveva una grossa divisione di riviste e una cosa tira l’altra, Lee finì ad occuparsi del settore Hollywood con la direzione della rivista Celebrity. Hollywood gli piacque così tanto che, beh, ci rimase fino ai giorni nostri.

8- Ma lasciamo Stan Lee e torniamo al nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Dopo la seconda e definitiva fuga dell’Uomo, Amazing finì sorprendentemente nelle mani del poco più che ventenne Gerry Conway, che aveva già lavorato su Ka-Zar e Thor. erano cose che accadevano in America negli anni ’70.

Conway, come molti giovanotti impertinenti, si ritrovò per le mani la seconda serie più venduta (all’epoca il primato era ancora di Fantastic Four) con il desiderio di spaccare il mondo. Anzi, più precisamente, con il desiderio di spaccare zia May.

Sì, perchè Conway prese in mano la serie con il preciso intento di far fuori zia May. Chi poteva dargli torto? Quella vecchia scassamaroni aveva avuto così tanti infarti in manco 100 numeri che tutti sapevano che persino Peter, sotto sotto, sperava di togliersela di torno il prima possibile. Pare che la filastrocca “ammazza la vecchia col crick” sia stata inventata da fan di Spider-Man.

Così Conway propone la cosa a Romita che invece aveva un’idea migliore. Ammazzare la vecchia potrà anche essere liberatorio, ma quanto sarà drammatico? Tutti la vogliono vedere morta. Ammazziamo qualcun altro. Ammazziamo qualcuno che non sia già con un piede nella fossa!

Ora, le testimonianze si fanno confuse. Romita qualche volta dice di essere stato lui a proporre Gwen, altre volte che l’idea sia stata di Conway. Fatto sta che a quest’ultimo scatta un meccanismo mentale e comincia a gasarsi. Ammazzare Gwen? Ma certo!

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Conway disse in diverse interviste che a lui Gwen non era mai piaciuta. Come già detto, Gwen era la tipica donna dei fumetti di Lee: fondamentalmente una sciacquetta lamentosa e anche un po’ ottusa, completamente dipendente dagli uomini. Conway invece non aveva occhi che per Mary Jane.

e come dargli torto?

e come dargli torto?

«Avevamo un personaggio esplosivo come Mary Jane» disse «e Stan l’aveva relegata a fare la fidanzata del migliore amico. Non ebbi più dubbi: era Gwen che doveva andarsene».

E così, Gwen se ne andò.

9- I fan non la presero poi così bene. Erano tempi pioneristici, quando coraggiosi ricercatori come Conway sperimentavano la tenuta della sanità mentale dei nerd, e facevano scoperte che non piacevano a nessuno. Tipo che qualcuno può minacciarti di morte perché hai ucciso un personaggio inesistente.

Annie_Wilkes

Quando la realtà supera la fantasia

Dice: ma Conway sarà stato difeso dalla Marvel tutta, che intanto contava i dollaroni delle vendite senza precedenti del numero 121 di Amazing. O no? Beh, no. Stan Lee stava tenendo una conferenza all’Università quando gli chiesero conto della morte di Gwen. L’Uomo cadde dalle nuvole e rispose:

«Se lo hanno fatto, io dovevo essere fuori città».

Stan Lee se l’era fatta addosso.

Conway ci rimase malissimo. Praticamente l’azienda lo aveva scaricato, lasciandolo tutto solo a prendersi gli insulti e le lettere minatorie dei fan che non ci stavano troppo con la testa. Ma era davvero possibile che Lee non sapesse della morte di Gwen Stacy? Il punto è che in quel periodo Lee faceva sì da supervisore capo, ma era anche impegnatissimo con le sue sgambate a Hollywood, e stava diventando sempre più distante dai fumetti. È emblematico il caso del naso di Iron Man.

Un giorno gli mostrarono i disegni di Mike Esposito di Iron Man, e Lee, che chissà a cosa pensava, chiese agli assistenti dove fosse il naso. Ad oggi nessuno sa cosa volesse dire, ma gli assistenti corsero a far disegnare il naso sull’armatura di Iron Man.

nose

Qualche mese dopo, Stan vide quel naso e disse: «Ma che è sta roba? Chi ce l’ha messa?», «Ma Stan, ce l’hai detto tu!» gli rispose un assistente. «Non dite stupidaggini. Levate questa roba.»

Lee se l’era semplicemente dimenticato. La sua attenzione per i fumetti andava scemando di giorno in giorno, così come la sua memoria.

10- Flash forward. Il povero Stan Lee perse il pelo ma non il vizio, e fece la stessa identica cosa molti anni dopo.

Si era in piena seconda saga del clone (che approfondiremo tra un po’) e nello staff dedicato a Spider Man era scattata una sorta di furia iconoclasta. L’idea di uccidere zia May stavolta non trovò nessun Romita a rilanciare, e così la decisione fu presa. L’albo scelto fu Amazing Spider-Man 400, scritto da Jean Marc DeMatteis e disegnato da Mark Bagley. Ancora oggi ce lo ricordiamo con le bruschette nell’occhio.

Seconda stella a destra... DeMAtteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

Seconda stella a destra… DeMatteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

L’albo raggiunse le edicole, tra l’altro, dietro questa copertina che, nell’intenzione dei grafici Marvel, doveva essere una sparafleshante figata e invece risultò essere la cosa più rattusa mai vista anche per gli standard degli anni ’90.

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini la ripropose tale e quale. Ricordo ancora che il mio edicolante ci mise due ore a capire che quello era un numero dell'Uomo Ragno

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini ovviamente evitò di riproporla, dimostrando ancora una volta che l’Italia è meglio dell’America

Fatto sta che la vecchia tirò le cuoia, e ovviamente molti fan corsero da Wallmart a comprare torce e forconi per fare la pelle alla Marvel. Stan Lee passava per una convention e in un istante fu circondato da gente inferocita.

E indovinate cosa disse?

«Io non ne so nulla. Se me lo avessero detto, l’avrei impedito!»

E invece Bob Budiansky, allora editore capo del settore Spider-Man (in quegli anni la Marvel era stata essenzialmente divisa in 5 sotto-case editrici), aveva lasciato un memo per l’Uomo. Semplicemente non se l’era sentita di fare una cosa del genere senza avvertirlo; o forse aveva parlato con Conway, chissà.

Fatto sta che numerosi testimoni riportano della risposta “da gentleman” di Stan che gli aveva augurato buona fortuna dandogli la sua benedizione.

Alla faccia del gentleman!

(2- continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, Bleedin’Cool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.