Tunué

Tra il sogno e l’angoscia: il Dormiveglia di Susine

Susine e il Dormiveglia, Tunué, Enna e Lefevre

Tutti nella nostra infanzia abbiamo avuto un’opera, per qualcuno un libro, per altri un cartone animato, per altri ancora un fumetto o un film, che per storia, immagini, o potenza comunicativa ha acceso la nostra fantasia e ci è diventata cara, una specie di faro luminoso che irraggiava le fantasie serali, o illuminava il sentiero del “da grande sarò…”.

Ricordo che a me bastava una illustrazione per inventare mille storie piene di colori e fantasie, ricche di avventure e romanticismo, e la mia me sognante di allora avrebbe trovato pane per in suoi denti in Susine e il Dormiveglia.

Susine vive da figlia unica con due genitori che finiscono le loro giornate litigando furiosamente e ignorandola. Solo la nonnina si prende cura con sincero affetto della bambina, ma un giorno, anche lei, se ne va. Susine grazie ai suoi racconti e alle sue canzoni però si consola perché sa che la realtà che vive è collegata ad altri mondi, come il mondo del Dormiveglia, sottile come una lama, difficilissimo da camminarci su, che divide la luce e l’ombra.

Allora un giorno Susine sola soletta nella sua stanza costruisce un fantastico Coprizucca Canalizzatore, lo appoggia allo schermo della Tv e… Si ritrova nel meraviglioso mondo del Dormiveglia, popolato da bizzarrissime creature con le ombre di tutti i colori. In questo meraviglioso luogo che può visitare quando più le piace si trova a vivere nuove avventure, tanto da sentire la mancanza del suo mondo di provenienza, ma quando torna a casa scopre che la sua realtà è ancora più triste di come la ricordasse, con i genitori ormai lontani irrimediabilmente l’uno dall’altra.

Così una sera di particolare tristezza Susine decide di tornare per sempre nel Dormiveglia, ma lo fa quando fuori è già buio e si ritrova in un mondo completamente inaspettato…

Susine e il Dormiveglia, Tunué, Enna e Lefevre

Così si conclude il primo episodio delle avventure della piccola Susine, creata dalla fantasia dello sceneggiatore Bruno Enna, nome notissimo nel panorama italiano per le sue collaborazioni con le riviste Disney, con le serie animate tra cui Monter Allergy e ultimamente con Bonelli.

La sua Susine si candida a essere l’erede di Alice: come lei la bambina trova una via di fuga dalla realtà opprimente che vive e si trova a viaggiare in un mondo in cui tutto è diverso da lei, persino la qualità dell’ombra.

Sarà additata e giudicata ma troverà anche buoni amici e capirà che ogni creatura deve combattere contro qualcosa per arrivare alla felicità. Susine forse ancora non sa di che natura è il nemico che dovrà affrontare, ma intanto scopre che ha una capacità tutta sua, ha il potere di regalare la felicità, l’elemento che in quel mondo meraviglioso porta a evolversi, quindi a crescere.

Anche qui la sovrana è una dittatrice, ma la sua prepotenza deriva dal non essere capace di ridere o, da un altro punto di vista, dalla sua paura di crescere, se mai dovesse provare felicità: uno strano alter ego della stessa protagonista  che, invece, non ricorda come si fa a essere felici e vorrebbe disperatamente tornare ad esserlo.

Come Alice, anche Susine rischia di doversi chiedere se le avventure che ha vissuto sono solo frutto di un sogno, ma per il momento il suo dormiveglia tra realtà e fantasia non genera mostri, ma solo nuovi ambienti e personaggi da conoscere e da cui imparare.

Quello che manca è la spensieratezza: leggendo si sente come un retrogusto di inquietudine, che non ci lascia scordare di come Susine sia una bimba incompresa nel suo mondo, che è costretta a frequentare uno psicologo-gufo, e che nel limbo tra sonno e veglia può ci capitare di incappare in qualche brutta situazione.

Il popolo che Enna immagina abitare il mondo del Dormiveglia è infatti a metà strada tra un sogno e un incubo, ma è per lo più innocuo e a tratti molto buffo, un vero spasso per l’illustratore che ha il compito di renderlo visibile a tutti. I disegni sono affidati alle mani autodidatta di Clément Lefèvre, capace di immaginare personaggi amabili e inquietanti quanto basta per una storia del genere, in bilico tra divertimento e angoscia. I colori che usa sono prevalentemente caldi e la maggior parte delle figure presentano caratteristiche decorative molto personali, come il vezzo dei capelli che sembrano piume o foglie e viceversa.

Gli occhi sono enormi, spropositati, e hanno una luce spiritata che non può non colpire la fantasia di un bambino, così come il vastissimo bestiario e il mare rosa e tutte le creazioni partorite dalla fantasia dell’autore.

Susine e il Dormiveglia, Tunué, Enna e Lefevre

Questo bel volume curatissimo edito dalla Tunué non è solo un libro illustrato da leggere in compagnia dei genitori, è un piccolo manuale su come aiutare a crescere i bambini di oggi, soccombenti all’eccesso di oggetti superflui ma disabituati all’indispensabile.

Fumetto o graphic novel: questo (non) è il problema – Intervista ad Andrea Tosti

Più vado avanti con gli anni e più mi pare che ogni incontro non sia casuale, ma tracci una pennellata in un punto preciso del quadro variegato della mia vita che acquista una forma sempre più definita. Ogni volta che conosco persone nuove mi chiedo quale tocco aggiungeranno al dipinto, se sarà di un rosso impastato di affetto o di un blu intriso di generosità o di un grigio denso di ostilità o di un bianco soffuso di indifferenza. Talvolta mi capita di imbattermi lungo la strada in qualcuno che ho incrociato in passato e poi non ho più rivisto per tanto tempo, e anche questo ritrovarsi mi pare non privo di senso. Così è accaduto che un bambino dagli occhi verdi che abitava vicino a casa mia sia diventato un giovane scrittore e io abbia partecipato alla presentazione del suo libro collegando in un cortocircuito temporale gli anni in cui l’ho salutato tante volte per strada con sua madre o nel laboratorio di ceramica vicino alla sua abitazione, al momento in cui ho condiviso con lui la soddisfazione per il suo saggio.

Ho avuto il grande piacere di leggere la sua opera durante l’estate scorsa e di prenderne numerosi spunti per il corso di fumetto che ho tenuto a Belmonte Piceno, al punto da portarla sempre con me a ogni lezione come una coperta di Linus. Insomma, questo incontro è stato per me particolarmente significativo ed è stata una fortuna ritrovare dopo un lungo tragitto quel bambino dai grandi occhi pieni di curiosità.

Sto parlando di Andrea Tosti, autore di Graphic Novel, un’imponente opera che tratta un ampio ventaglio di temi, dai protofumetti alla critica sul fumetto, dal rapporto del fumetto con il romanzo a quello con la musica, dalla relazione tra parola e immagine all’uso didattico dei fumetti, dai graphic novel europei a quelli italiani. La arricchiscono ulteriormente la prefazione di Marco Pellitteri, una testimonianza finale di Igort e numerosi contributi: di Matteo Piccioni su William Hogart, di Federica Lippi sulla storia del fumetto giapponese, sul kamishibai, sul gekiga, sulla serialità in Giappone, di Giulia Menzietti sul collegamento tra architettura e fumetto, di Vitantonio Troiani sulla “vignettizzazione”, sulla caricatura, sul fumetto diagrammatico, su arte e fumetto. Il libro risulta dunque un testo a tutto tondo sul fumetto e non solo sulla categoria commerciale diffusasi di recente in modo esponenziale, ovvero quella di “graphic novel”, una sorta di “veste buona” che alcuni vogliono fare indossare al fumetto per venderlo a un pubblico più colto, con un travestimento verbale per cui un serio, impegnato “graphic novel” è più accettabile e accattivante di un semplice, infantile “fumetto”.

La lettura dei capitoli, al di là della mole di pagine, è molto fruibile e interessante grazie alla ricchezza di informazioni, citazioni, esempi, immagini, riferimenti bibliografici e allo stile elegante e piacevole, in felice contrasto con la pesantezza erudita di molti altri saggi. Cercando di cogliere tra le pieghe del volume la personalità di chi lo ha scritto ho avuto l’impressione di una sincera passione e di un incessante lavoro di ricerca, quasi di una saggezza antica unita per rara combinazione con una giovane mente. L’assunto di fondo per cui chi legge i fumetti li adora proprio perché sono fumetti, oltre ogni tentativo di catalogazione, denominazione o interpretazione, mi è sembrato la più profonda e vera dichiarazione d’amore per questo medium.

Graphic Novel ha illuminato con un giallo solare i giorni delle mie vacanze, tanto che ho deciso di contattare Andrea per fargli sapere quanto ho apprezzato il suo lavoro e chiedergli un’intervista; la cordialità con cui ha accettato la mia richiesta e l’esaustività delle sue risposte hanno contribuito ad accrescere la mia simpatia e la mia stima nei suoi confronti.

Ed ecco il nostro dialogo a distanza.

Come ti sei appassionato ai fumetti, che pure sono considerati da alcuni «un mezzo dannoso, maledetto, banale e incapace di produrre senso»? 

Innanzitutto grazie dell’attenzione e delle domande. Spero di riuscire a dare delle risposte sensate e, soprattutto, sintetiche, su dei temi che mi hanno tenuto impegnato per alcuni, intensi anni.

La storia del come mi sono appassionato ai fumetti è, in realtà, molto banale e, credo, comune a tanti. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri e, anche se in misura nettamente minore, di fumetti. Quindi, essendomi sviluppato, sull’esempio dei miei genitori, come “lettore”, il salto ai fumetti è stato naturale e nient’affatto traumatico. Naturalmente sto parlando principalmente di quei fumetti considerati, spesso erroneamente, da bambini o ragazzini, come Topolino e le altre riviste di fumetti disneyani, Braccio di Ferro, Asterix ecc. Pur convivendo nella stessa casa non posso dire assolutamente che libri (intesi principalmente come romanzi) e fumetti godessero fra gli adulti della stessa considerazione, culturale e pedagogica. Eppure, alcuni divieti che mi sono stati giustamente posti, per esempio quando, troppo piccolo, prendevo in mano alcuni volumi di Crepax, mi hanno probabilmente convinto del fatto che il fumetto potesse essere considerato anche un mezzo adulto. Poi una serie di avvenimenti: l’apertura della prima fumetteria ad Ascoli, la mia città, l’incontro con altri appassionati, la scoperta delle classiche opere di “passaggio” (Watchmen, Maus, ma anche Tezuka o Otomo ecc.) e una passione che si è trasformata prima in domande, poi in studio.

Quali sono i fumetti che sono stati fondamentali per te e per quali motivi li ritieni significativi? 

Questa è una domanda cui è impossibile rispondere brevemente. Intervengono molti fattori, alcuni che fanno parte di un’esperienza condivisa da più di una generazione, come la scoperta di Maus o anche di Palestina, che ci hanno convinto (più o meno tutti, diciamo) del fatto che il fumetto è una roba seria. Però questi titoli, e altri continuamente citati in contesti simili, rischiano di trasmettere l’idea che si tratti di casi unici, quasi delle eccezioni o, come ho spiegato anche nel mio saggio, dei non-fumetti, qualcosa che ha un valore formale così alto da non poter essere considerato fumetto. I titoli che mi hanno segnato personalmente, per così dire, sono moltissimi. Posso citare i primi che mi vengono in mente, in ordine strettamente non cronologico.

I fumetti di Barks, la Trilogia della spada di ghiaccio, di Massimo De VitaLa storia del topo cattivoTeknophageRanma ½, tutto quello che quando ero adolescente era reperibile di Tezuka, Cybersix, Dylan DogFrom Hell… Questo per limitarmi ai fumetti letti fino alle superiori, diciamo. Ognuno mi ha colpito per un motivo diverso. Anche se ero molto piccolo quando lo lessi, per esempio, alcune scelte grafico-narrative degli episodi de La saga della spada di ghiaccio ancora mi tornano in mente come pietra di paragone quando leggo fumetti considerati più “seri”. La storia del topo cattivo, che oggi forse non rileggerei, mi insegnò come si potesse essere delicati nel trattare temi importanti anche con un mezzo apparentemente così caciarone, per lo meno per come era avvertito nell’opinione comune e in parte anche nella mia.

La tua opera è dedicata al graphic novel ma in realtà ha una struttura articolata e imponente, che si evince già dal sottotitolo: «Storia e teoria del romanzo a fumetti e del rapporto fra parola e immagine». Come è nato il progetto e quanto hanno influito sulle tue scelte le richieste della casa editrice Tunué?

Se si considera il numero di pagine esplicitamente dedicate alla nascita e all’affermazione del graphic novel il titolo del saggio potrebbe sembrare quasi un inganno. Ma, ovviamente, nulla nasce dal nulla, e più sono andato avanti nella progettazione del libro, prima, e nella scrittura dello stesso, poi, più ho sentito l’urgenza di allargare il discorso, di delineare non dico una consequenzialità (la storia del fumetto è anche notevolmente frammentaria) ma per lo meno una direttrice che collegasse il fumetto alla precedenti forme artistiche e narrative visuali e verbo-visuali. Il progetto nasce da una richiesta della casa editrice, che voleva mettere in catalogo un testo che facesse il punto su un contenitore, su di un’etichetta che negli ultimi anni aveva riscosso grande e trasversale successo, il graphic novel appunto. Il testo che ho consegnato alla fine credo andasse ben oltre le aspettative, anche semplicemente sotto il profilo della foliazione. Devo ringraziare soprattutto il curatore del volume, Marco Pellitteri, che mi ha sostenuto e incoraggiato nel realizzare un testo di sicuro non facile, soprattutto sotto il profilo dell’impegno personale.

Consideriamo l’idea centrale di tutto il tuo saggio: che cos’è il graphic novel? E perché in certi casi si usa l’espressione “graphic novel” piuttosto che “fumetto”?

 A questa domanda, a dispetto delle quasi mille pagine del mio libro, è molto facile dare una risposta diretta. “Graphic Novel” è semplicemente un modo diverso, più chic, più accettabile, di dire fumetto. È una definizione che alcuni autori hanno adottato per far sì che le loro opere potessero distaccarsi da una percezione comune, storicizzata, stratificata di questo medium, che vede il fumetto come forma di arte bassa (se di arte si può parlare) se non specificatamente dannosa. Un’etichetta che gli editori, ben contenti di penetrare nel più ampio mercato costituito dai consumatori di narrativa romanzesca, hanno accolto e promosso di buon grado. Ma è importante sempre ricordarsi che di fumetto stiamo parlando. Si parla di graphic novel come di un “fumetto lungo”, con “ambizioni romanzesche”, che tratta “temi importanti” e che permette di raggiungere un pubblico più alto. Tutte prerogative, queste che, come spiego nel mio saggio, il fumetto possedeva prima dell’invenzione di questo nuovo contenitore più adatto alle librerie e agli scaffali dei consumatori borghesi e colti. Un’etichetta nuova per un prodotto vecchio, se non antico, la cui adozione ha portato certo alcuni vantaggi: l’accendersi di un dibattito culturale sul fumetto che prima avveniva, quando avveniva, solo in ambiti più ristretti, la diversificazione del pubblico dei fruitori, la penetrazione nei luoghi precedentemente deputati solo alla narrativa verbale come scuole, biblioteche pubbliche ecc. Però, come sostengo anche nel saggio, questo apparentamento insistito al romanzo, al novel, con la conseguente focalizzazione su un numero ben preciso di temi e generi (il racconto bio-autobiografico, quello intimista ecc.) a lungo andare potrebbe, se non è già successo, portare come conseguenze l’indebolimento di alcune delle prerogative narrative più peculiari del fumetto, cioè quelle basate sulla narrazione principalmente visuale.

Nell’introduzione del tuo libro parti da una domanda che genera molte risposte: «Che cos’è il fumetto?», e più volte sostieni che il fumetto sfugga a leggi classificatorie. È dunque impossibile definire in modo esaustivo le caratteristiche di questo medium?

La questione credo sia più sottile. È impossibile, credo, ma non capisco perché se ne debba sentire questa grande necessità, fornire una definizione concisa di fumetto, come succede nel caso di altre forme artistiche: cinema, scultura, pittura. La pittura e la scultura, ad esempio, vengono definite dal gesto, dall’azione, dall’atto pratico che le genera. Nel fumetto convivono l’arte dello scrivere, del disegnare, del narrare spazialmente sulla stessa pagina ma anche la narrazione pagina dopo pagina. Si tratta di un dispositivo modernissimo, estremamente complesso, variegato e duttile. Una indagine storico-critica paragonabile a quella che è stata nei secoli dedicata alle altre arti o forme narrative avrebbe aiutato a definirlo sicuramente meglio, ma questa sua natura sfuggente è sicuramente componente intrinseca e affascinante di quello che il fumetto è e del modo, in parte altrettanto misterioso, attraverso cui lo fruiamo.

In che senso ci sono fumetti “standardizzati” o “addomesticati”?

Ci sono fumetti standardizzati o addomesticati, ma questo accade ed è sempre accaduto in tutti i campi della produzione artistica o letteraria. Non sempre è, necessariamente, un male. Ci sono prodotti di largo consumo che presentano delle caratteristiche fortemente standardizzate (penso, solo per fare un esempio, alla gabbia bonelliana) dentro i cui limiti imposti alcuni artisti, particolarmente intelligenti o creativi, riescono a creare piccoli gioielli. Non ricordo di aver usato questa terminologia specifica nel mio saggio, ma se l’ho fatto credo che abbia voluto rifermi a una certa normalizzazione che l’etichetta graphic novel ha introdotto nel campo della produzione fumettistica, normalizzazione cui ho accennato rispondendo a una domanda precedente di questa intervista.

Come dovrebbe essere, secondo te, un fumetto “fatto bene”?

Qui si entra ancora una volta nel campo dei gusti soggettivi. Ragionando a freddo, preferisco fumetti in cui la narrazione proceda soprattutto per invenzioni e stratagemmi narrativi visivi, cioè in cui la pagina sia utilizzata come uno spazio compiuto e autonomo in cui le vignette e i disegni nelle vignette dialoghino costantemente fra loro al di là della sequenzialità di matrice verbale. Detto questo, ci sono molti fumetti, in cui la componente di narrazione in prosa è preponderante e che si avvicinano più al campo dei libri illustrati, che ho amato molto. Sempre nell’ottica dell’indefinibilità del fumetto, è difficile definire uno standard. Sicuramente un fumetto in cui i disegni non “raccontano” ma “illustrano” mi interessa poco.

Anche la fruizione del fumetto suscita interrogativi e risposte non univoche: il fumetto “si guarda”? E in che senso invece il graphic novel “si legge”?

Mi ricollego alla domanda precedente, specificando ancora che i graphic novel altro non sono che fumetti. I fumetti si guardano quando la pagina viene concepita (penso ai fumetti di Chris Ware, ma anche a quelli di McGuire o David Aja) come un dispositivo temporale e narrativo, in cui è possibile passare dal totale (la pagina) al particolare (la vignetta o anche il singolo disegno nella vignetta) in un dialogo ininterrotto fra leggere e guardare.

La frammentarietà del racconto sequenziale per vignette, frammentarietà che il lettore, attraverso modalità ancora in parte misteriose, ricompone in una narrazione, può trovare compiutezza e unità nel tutto della pagina. Il guardare e il leggere possono coordinarsi per comporre un racconto comune, ma anche giocare di contrasto, di opposizione. Un fumetto in cui la “lettura” mima eccessivamente le strategie verbali procedendo un po’ troppo pigramente da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, lo ripeto ancora una volta, mi interessa meno. Ci sono diversi modi in cui l’occhio si muove attraverso le informazioni che un fumetto organizza come narrazione. Abbiamo già citato il passaggio, non univoco e non unidirezionale, dal tutto della pagina al dettaglio della vignetta, ma naturalmente anche la lettura sequenziale sx-dx ha un valore importantissimo, che però non andrebbe del tutto subordinato alla pagina. Poi, nel caso di fumetti costituiti da più di una tavola, anche il parziale “reset” introdotto dall’atto, ormai antico, di “voltare pagina” ha un valore narrativo tutto particolare. Per non parlare delle splash-page, ecc. Insomma, un bel casino, creativo e fecondo.

Nei confronti del fumetto esistono ancora pregiudizi e diffidenza. In quali modi e in quali contesti credi che si possa superare il perdurante atteggiamento di «imbarazzo culturale»?

Gli atteggiamenti di imbarazzo culturale nei confronti del fumetto sono, per fortuna, sempre più rari. Il fatto di poterlo chiamare con un più innocuo e disinnescante termine, “graphic novel”, invece che fumetto ha di certo aiutato. Manca però, per quanto riguarda le istituzioni culturali, pubbliche e private (testate giornalistiche generaliste, musei, corsi universitari, scuole ecc.) la formazione di figure specifiche che si possano occupare con precisa consapevolezza di questo medium. Prevale invece ancora un approccio da opinionisti per quanto riguarda i fumetti (e non solo, ahimé). Di questo argomento pare se ne possa occupare chiunque. Nel migliore dei casi, ma non sempre questo è il minore dei mali, chi parla di fumetto viene da contesti considerati attigui: penso a storici e critici dell’arte o della letteratura. Il confronto con altri ambiti è sempre auspicabile e, sulla carta, fecondo, ma si corre il rischio che il fumetto continui a essere giudicato attraverso filtri parziali: la sua artisticità, la “bellezza” dei disegni, la “letterarietà” delle sceneggiature e dei testi verbali. Tutti elementi che il fumetto contiene o può contenere, ma che non bastano sicuramente a definirlo. Il fumetto non deve essere “bello”, né “elegante”, se mi si passa una semplificazione nell’utilizzo di queste “categorie”, né dovrebbe essere giudicato per il suo valore pittorico o letterario. È quello che succede, in ambito cinematografico, quando si loda la “bella” fotografia di un film, o si pone l’attenzione in particolare su una sceneggiatura particolarmente ben scritta. Ci sono brutti film meravigliosamente scritti e magnificamente fotografati. In tempi anche recenti, inoltre, ci sono stati ancora episodi, nati soprattutto in ambito politico o giornalistico, in cui il fumetto ha destato scandalo perché si è occupato di temi (la morte, l’eutanasia ecc.) non considerati a questo adatti. Scandalo che proviene dalla percezione, si spera non più maggioritaria, che vede ancora il fumetto come un “qualcosa per bambini”. Ecco, come detto, questi casi sono sempre più rari, eppure si potrebbe persino rimpiangere la capacità perduta del fumetto, soprattutto nella sua nuova veste di “graphic novel” di generare scandalo. In fondo per molti anni, se non decenni o secoli, il fumetto ha dato ottime prove da una posizione minoritaria, bastarda, si è permesso sberleffi e affondi in quanto, appunto, poco considerato, preso sottogamba, fruito da minoranze, per lo più proletari o bambini e adolescenti. Oggi, che si affaccia quasi da pari sul palcoscenico del dibattito culturale pubblico, questa sua dimensione si sta un po’ perdendo.

In quali forme la scuola potrebbe dare il suo contributo allo sviluppo di una cultura visuale in cui rientrino anche i fumetti?

Semplicemente introducendo i fumetti come testi scolastici. Ce ne sono di adattissimi allo scopo. Inoltre sarebbe auspicabile, come si fa con i temi, spingere gli studenti a realizzarne di propri. Questo a volte avviene, ma per far sì che la cosa abbia un valore apprezzabile, bisognerebbe che gli insegnanti che promuovono, spesso con fatica, queste attività, siano formati per quanto riguarda questo campo così particolare o che, per lo meno, vengano coadiuvati da specialisti del settore. Non si tratta di un vezzo. Il fumetto, pur con una lunga storia alle spalle, ha davanti un futuro ancora molto interessante, grazie anche alla frontiera non solo del fumetto digitale ma anche di quello multimediale, spesso utilizzato per la comunicazione da grandi aziende.

Le nuove frontiere dei fumetti digitali possono cambiare o addirittura far perdere alcune caratteristiche proprie del fumetto?

Alcune caratteristiche proprie si perderanno, ma la cosa non è necessariamente un male. Il fumetto convive già da moltissimi anni, e molto bene, con il web, ma il più delle volte ci si è limitati a impaginare per un formato nuovo strategie e dispositivi narrativi consolidati. Ci sono però anche tantissimi esperimenti interessanti che sfruttano al massimo le possibilità del nuovo contenitore (o dei nuovi contenitori, considerano l’eterogeneità dei device). All’atto di sfogliare la pagina si è sostituito lo scroll, le vignette non sono più solo delle monadi immutabili ma sono diventate dei dispositivi multimediali che possono non solo contenere animazioni e musica, ma anche link ad altri siti, altre pagine, altri disegni, altri contenuti. Come sempre accade il futuro è tutto da scrivere e disegnare.

Il cuore dell’ombra – Chi ha paura dell’uomo nero?

Il cuore dell'ombra - Marco Cosimo D'Amico, Laura Iorio, Roberto Ricci

Spesso condanniamo la paura considerandola un sentimento da sconfiggere ed evitare, dimenticandone l’utilità. Esistono due tipologie di paura.
La paura nemica è quella che immobilizza e rallenta eccessivamente, facendoci dare il peggio di noi stessi e boicottando pertanto i nostri desideri.
La paura amica, invece, si chiama prudenza, ci aiuta a non compiere sciocchezze e a evitare di agire in maniera scriteriata.

Il cuore dell’ombra è una graphic novel che affronta il tema della paura nemica.

Opera vincitrice della medaglia d’argento alla decima edizione dell’International Manga Award, un importante contest giapponese ideato dal ministro degli esteri Tarō Asō che dal 2006 premia i fumetti stranieri, Il cuore dell’ombra, titolo originale Le cœur de l’ombre, è stato pubblicato per la prima volta in Francia dalla casa editrice Darguad Benelux nel 2016, successivamente in Italia nel luglio 2017 da Tunué nella collana Tipitondi, dedicata ai giovanissimi lettori (ma non solo), che propone formati speciali dai bordi tondi.

La trama

«Ninna nanna, ninna oh/questo bimbo a chi lo do?/Se lo do alla Befana, se lo tiene una settimana/Se lo do all’Uomo Nero, se lo tiene un anno intero»

Luc ripensa all’incidente con l’Uomo Nero, pag. 06

Questa filastrocca che noi tutti conosciamo, introduce la storia di Luc, un bambino fragile di dieci anni che si nasconde dietro i suoi grandi occhiali. Vive a Parigi con il suo papà, molto preoccupato, sua madre iperprotettiva e sua nonna materna molto particolare.

Luc è molto ansioso e pieno di paure assurde, questo perché è  tenuto lontano da qualsiasi cosa possa metterlo a rishio di essere sottratto alla sua famiglia come è successo a sua sorella Claire, scomparsa misteriosamente prima che lui nascesse. Luc ha paura di tutto.

Ha paura dei bulli, degli insetti, dei professori, delle malattie, degli animali, delle macchine, di stare tra la gente, di restare da solo ma sopratutto ha paura dell’Uomo Nero, un ombra con le sembianze di un uomo distinto ed elegante con i capelli impomatati che si nasconde nel suo armadio e tutte le notti lo terrorizza accostandosi al suo letto.

Una notte succede l’imprevedibile. L’Uomo Nero si avvicina così tanto a Luc che i due battono la testa insieme. Superata l’ilarità del momento, il fatto suscita grande stupore perché le ombre e i vivi non possono toccarsi e così in merito a un evento tanto eccezionale e preoccupante, l’Uomo Nero porta con sé Luc nel Regno delle Ombre.

L’Uomo Nero esce dall’armadio di Luc, pag. 07

Qui Luc viene a conoscenza di una realtà vista da una prospettiva diversa e intraprende un lungo e meraviglioso viaggio che lo porta ad affrontare e vincere la sua paura di vivere.

Considerazioni

L’Uomo Nero è l’altro grande protagonista indiscusso di questa storia, così come delle storie folkloristiche di vari paesi del mondo. Conosciuto in America come “Boogeyman”, in Messico come “El Cucuy”, “Croquemitaine” in Francia o ancora “Bunyip” in Australia…

Nomi diversi, fattezze diverse, ma stessa figura. Perfino in letteratura e nell’arte troviamo El Coco ispanico ben rappresentato nell’acquatinta Que viene el Coco di Goya. Il Babau raccontato da Italo Calvino. Quello (di Babau) mutaforma raccontato e disegnato da Dino Buzzati. Il Baubau di Stephen King, nella raccolta di racconti A volte ritornano. Il Messer Babau o Herr Korbes dei fratelli Grimm.

Luc ripensa all’ incidente con l’ Uomo Nero. Pag. 08

Le tavole e le matite delicate, colorate e decise, trasmettono in maniera  giocosa l’alternanza tra luce e ombra, realtà e immaginazione, delicatezza e paura, intimità e angoscia. Lo stile narrativo evoca atmosfere “burtoniane”, quelle stesse figure dall’aspetto grottesco che fanno sorridere con battute ironiche. Ambientazioni lugubri e bizzarre realizzate con una buona dose di neri e grigi marcati e graffianti per rappresentare i momenti di paura e smarrimento del protagonista. Tavole vivaci e cangianti che comunicano la transizione psicologica del piccolo Luc.

Il cuore dell’ombra è una bellissima favola che mira a insegnare a i più piccoli ad affrontare le proprie paure, ma è anche rivolto ai più grandi. Pensate a come il nostro modo di vivere e approcciarci con gli altri siano condizionati dalla paura che possa succederci qualcosa di brutto, suscitata dalle notizie di cronaca. Molti genitori adottano un metodo sbagliato e diseducativo, trasmettendo le loro ansie e paure ai bambini. Credendo di preservarli dai pericoli, in realtà paralizzano la capacità e la voglia di crescere dei loro figli. Il bambino deve essere guidato e accompagnato nella crescita. Educato a essere prudente, il bambino impara a riconoscere quella paura amica che gli impedisce di farsi del male senza rinunciare alla gioia della scoperta.

Luc e l’Uomo Nero battono la testa. Pag. 09

Gli autori

Marco Cosimo D’Amico

(Roma, 1976). Si forma presso la Scuola Internazionale di Comics, dove conosce Roberto Ricci. Parallelamente comincia la sua carriera di sceneggiatore nel mercato francese con Moksha (edizioni R. Laffont).

Roberto Ricci

(Roma, 1976). Pubblica le prime storie brevi per Heavy Metal (USA). Nel 2001 approda in Francia con la serie Les ames d’Helios (Delcourt) e inizia la carriera da storyboardista (Break Point, Delta, L’Ombra del Tempo). Nel 2008 lavora alla serie Moksha (Robert Laffont) sia come disegnatore che come sceneggiatore (al fianco di Marco D’Amico). Con Laura Iorio realizza l’albo June Christy. Tra il 2013 e il 2014 lavora come copertinista per la rivista Splatter. Attualmente è impegnato nella serie a fumetti Urban (Futuropolis).

Laura Iorio

(Frosinone, 1982). Nel 2009, dopo aver frequentato la scuola internazionale di Comics a Roma, pubblica il suo primo albo a fumetti, June Christy, in collaborazione con Roberto Ricci e Giancarlo Di Maggio. Parallelamente al lavoro di fumettista intraprende anche la carriera di illustratrice e partecipa a varie esposizioni collettive sia in Francia che negli Stati Uniti.


Marco Cosimo D’Amico, Roberto Ricci, Laura Iorio
Il cuore dell’ombra
Tunué 2017, Collana «Tipitondi» n. 51
cm 19.5×27, pagg. 56, colore, pagine stondate, € 16,90
ISBN 9788867902262

Il romanticismo di Nocturno e il filo rosso con Tony Sandoval

Leggere le opere di Tony Sandoval per me è un’esperienza emozionale, non pretendo che tutti condividano la mia passione, perché parlando di corde emotive è necessario sentire una particolare sintonia con l’autore, con le sue tematiche e il suo modo di rappresentarle, però per me è proprio così.

Nel caso di Nocturno, edito in Italia da Tunué, i fili rossi che mi legano a Sandoval si sono rafforzati, infatti il titolo di quest’opera era inserito nella lista dei “wished comics” che avevo consegnato al mio compagno per aiutarlo nella scelta del regalo di Natale. Non era neanche al primo posto, ma piuttosto sotto, mimetizzato. Eppure il mio ragazzo tra i tanti ha ordinato proprio lui, senza sapere niente della mia passione per l’autore messicano (che gli tengo nascosta per evitare gelosie) e quando ho tolto la carta rossa e me lo sono visto davanti ho capito che non poteva essere altrimenti.

Perché avevo inserito proprio questo titolo e non altri che pure non ho? Perché avevo letto da qualche parte la definizione “il fumetto più romantico di Sandoval”, e oggi non posso che essere d’accordo con essa.

Nonostante il Romanticismo non si possa ridurre a uno standard, in quanto «non è il logico, coerente sviluppo deduttivo di un’idea, né un gruppo circoscritto di fenomeni riducibili a un’unica causa, né un sistema di pensiero chiuso, ma un ‘modo di sentire’, a cui s’intona tutto un vario modo di pensare, di poetare e di vivere» (Enciclopedia Treccani), quello che comunemente è associato a questo termine è il contrario del «razionalismo classicista e illuminista, che esalta il sentimento, la fantasia, la spiritualità, l’originalità creativa».

Bene. Vediamo.

Il sentimento

Nocturno è una immensa dichiarazione d’amore, verso la donna, l’unica, quella che il destino ha scelto per noi e lei soltanto, riconoscibile tra mille perché sembra la più bella che si sia mai vista; e verso la musica, il rock nella fattispecie, se volete l’heavy metal, l’unico genere che riesca a far uscire le fiamme del sentimento che traboccano dal cuore. Il protagonista Seck incontra e perde entrambi prima di diventare il Nocturno, ma quando il suo corpo si avvicina all’una o all’altro fiamme, simboliche e non solo, avvolgono con veemenza il suo cuore e creano un fascio, un cammino, una connessione con l’oggetto del sentimento. Il cuore fiammeggiante che per noi latini non può che essere il cuore ardente dell’iconografia cristiana qui ha una valenza universale e altamente iconica, e rappresenta la passione che alberga negli uomini che sanno amare davvero.

La fantasia

La realtà descritta da Sandoval è fortemente impregnata da elementi surreali e irreali che si muovono in essa senza stupore: mostri volanti generati dalla chitarra, scheletri che camminano a fianco dei personaggi, spiriti elementali e fantasmi che interagiscono con naturalezza con i panorami e le svolte del racconto. Se nei primi lavori dell’autore potevano essere creature innaturali che portavano con loro sconcerto e paura, in Nocturno queste presenze sono inserite nel racconto come elementi necessari, contribuiscono a spiegare gli eventi e sembrano familiari come le ombre del subconscio che finalmente arrivano alla luce: le conosciamo e le riconosciamo, sappiamo perfettamente quello che vogliono dirci e le rispettiamo.

La spiritualità

Tutti i personaggi di Sandoval hanno una crescita spirituale e umana a cui assistiamo nel proseguimento della storia. Pur vivendo in una quotidianità spesso depravata, triste, ai limiti della legalità e della violenza bruta, i protagonisti, come Seck, posseggono una purezza interiore che li rende portatori di un ideale universale che salverà loro e altri dallo squallore della realtà: tutti i caratteri che seguono una passione o si fanno carico di un compito più elevato sapranno riscattarsi dalla sorte infausta che li aspetta dietro l’angolo. Per molti questo gioiello spirituale risiede nella musica, hanno una voce o una potenzialità espressiva che li eleva sopra la massa, che fa di loro una guida, un faro sopra al buio della brutalità umana che illumina le potenzialità dell’amore, della fratellanza, della bellezza. Seck perdendo sia la musica che l’amore della sua donna si ritrova imbrutito, istupidito, senza più capire il valore della vita, ma sarà lo spirito di una ragazza morta alla ricerca del suo amore perduto che lo salverà e lo riporterà alla civiltà, che può essere crudele, ma anche generosa e avvolgente.

L’originalità creativa

Il disegno di Sandoval è estremamente personale, può piacere o dispiacere, con le sue testone dalle fronti ampissime, gli occhi lontanissimi e piccoli, che possono sembrare deformi ma che posseggono una loro grazia originale; sicuramente però non si può non riconoscergli un’abilità compositiva e coloristica fuori dal comune. L’uso delle griglie e delle tecniche coloristiche sono sempre funzionali alla storia: finché il racconto segue uno scorrimento logico e cronologico le vignette sono canoniche, spaziate di bianco, e seguono una regia da manuale; quando gli eventi iniziano a farsi caotici o mostrano elementi meno tradizionali la griglia si scioglie, le linee di demarcazione di sovrappongono o diventano fluide. La stessa cosa si dica del colore: all’inizio di questo racconto, quando Seck vive una vita deprimente e senza sbocchi troviamo disegni in bianco e nero, sfumati di grigi che rendono tangibile la tristezza; ma quando Seck decide di reagire ed andarsene tornano i colori e tutto ritrova ordine. L’uso diverse delle tecniche, dalle campiture realistiche, all’acquerello sfumato, alle matite grigie, a quelle colorate, alle penne, sottolinea e rende tangibili i passaggi della storia e la esalta, mescolando realizzazioni diverse che arricchiscono e rendono unico questo lavoro.

Non lasciatevi fuorviare dalla mia personale passione e dal filo rosso che mi lega, verificate con i vostri sensi se leggere Sandoval crea un varco emozionale come le migliori opere romantiche sanno fare: Nocturno è senz’altro un’ottima scelta.


Tony Sandoval
Nocturno
casa editrice Tunuè, collana Prospero’s Books Extra
2012, nuova edizione cartonata 2017
240 pagine, b&n e colore, cartonato, prezzo € 24,90
ISBN 978-88-6790-229-3

L’albero rosso che fiorisce nell’anima di Shaun Tan

Questa storia edita dalla Tunué racconta un’intera giornata: un mattino come tanti in cui ti svegli e sembra che tutto sia buio e mesto; trascorri le ore nel solito modo, affrontando gli ostacoli giornalieri di lavoro, impegni, traffico e pensieri, senza un attimo per respirare aria libera, senza fermarsi a godere del momento, pensando che ogni giorno è uguale, senza note positive, senza raggi di sole, senza una mano che si allunga ad afferrare la tua e aiutarti con i pesi usuali. Poi a sera torni a casa, però, e sembra che tutto possa cambiare e lo spirito si ricarica di energie.

Questo racconto di una sola giornata può anche essere il racconto di una intera vita. Escludendo l’età verde delle spensierate illusioni che Leopardi a suo modo raccontava così bene, nel momento in cui si entra nel periodo della ragione si ha l’impressione di iniziare davvero a vivere, e nella maggior parte dei casi, è una vita dura, piena di sacrifici, delusioni, rimpianti: ed è questa esistenza, o il frammento di questa esistenza, che quest’opera illustra.

L’albero rosso di Shaun Tan, artista australiano di premiato successo anche se non di chiarissima, finora, fama, in Italia, non è sicuramente un fumetto, e si fa fatica anche a definirlo libro illustrato, in quanto il testo scritto che le immagini accompagnano si riduce a una manciata di parole: però è sicuramente un’opera che sembra arrivare dai sogni e dall’irrazionale e si pianta nella nostra mente di lettori parlando direttamente alla ragione, in un ciclo continuo.

Testo e illustrazioni sono compenetrati, i segni grafici galleggiano a fianco o all’interno delle tavole per completare il messaggio che queste portano con sé: raccontare il travaglio dell’uomo moderno, del suo coraggio nell’affrontare il giorno, la vita, la routine, consapevole dell’impossibilità di comprendere il reale o di esserne compresi, della solitudine che lo circonda, delle paure che cercano di bloccarlo, e dell’esistenza di qualcosa per cui inesorabilmente siamo disposti ad affrontare tanta fatica, che ci aspetta, che ci dà forza e sollievo: il nostro albero rosso che germoglia nel cuore.

Con una sensibilità poetica straordinaria Shaun Tan ci mostra tutto questo con illustrazioni praticamente mute, che possono occupare una o due pagine, con un potere comunicativo che non necessita di parole. Dalla stanza buia e fredda, dominata da rosa e verdi, il protagonista di questo poema in immagini compie una eroica odissea attraverso la sua giornata, affrontando le mostruose strutture cyberpunk della città, compiendo il proprio lavoro in un ambiente così immenso ed estraneo da farlo sembrare solo un granello di sabbia, senza smettere di ricordare se stesso, anche senza amici ad assisterlo, ridisegnandosi per non dimenticarsi e non perdersi. Davanti a tanta immensità ostile si rischia davvero di ritrovarsi svuotati e aridi come il guscio abbandonato di una chiocciola, tra giorni sempre uguali e infiniti.

Ma esiste qualcosa, chiamatela speranza, o passione, o amore, che lo aspetta e che ha riempito di colore e calore la sua solitaria camera. È il fulcro intorno a cui ruota la salvezza, la salute mentale e la felicità.

I disegni in quanto tali sono evocativi e graficamente affascinanti, che ricordano tanta parte della Storia dell’Arte mondiale: i colori sono pastosi, vividi. Spesso sia i fondali che i primi piani sono nitidi e ricchi di particolari, portando alla mente uno strano connubio tra arte del primo Novecento e quella fiamminga del ‘300, oppure misti di sabbia e nebbia, come i fondali dei quadri rinascimentali. I paesaggi naturali sono in numero inferiore rispetto alle strutture della geografia umana, con città in cui si muovono entità ultraterrene, come enormi pesci che ricordano da vicino i concetti di Natura Matrigna e natura oppressiva, genitrice di ansie e ossessioni. La figura protagonista ricorrente in ogni immagine si muove in questo spazio surreale, che a volte ha tratti naturalistici, altri bidimensionali e artificiosi, come un collage picassiano, e in cui domina una antropomorfizzazione degli oggetti che trasmette un senso di paura e di precarietà del Bene.

Per tutto il tempo della narrazione in immagini non vediamo mai il protagonista sollevare gli occhi, neanche quando lo vediamo osservare una fantastica macchina volante, o una strana creatura di carta, allonatanarsi nel cielo, come un’idea di libertà irrealizzabile. Solo nell’immagine finale finalmente alza gli occhi, e per quanto l’ultima tavola sia di una semplicità narrativa disarmante, quel sorriso è il punto di rilascio di tutta la tensione accumulata in precedenza, e punto chiave e di svolta di tutta l’opera.

Sfogliare le pagine create da Tan è come ripercorrere tanta parte del pensiero filosofico novecentesco, e per quanto tali rimandi possano apparire oggi triti e convenzionali sono ancora la base della nostra cultura e soprattutto impressiona come quello che tanti hanno cercato di esprimere con poesie, trattati e zibaldoni, traspiri così fortemente da un’opera di illustrazione, praticamente senza il media linguistico.

Inoltre, chi non è alieno dagli effetti della depressione e delle loro conseguenze potrà rivedersi in queste tavole e commuoversi di fronte all’albero rosso: il cuore, il raggio di sole, il sorriso che indica la salvezza e la luce che disperde il buio intorno.

Perché Shaun Tan sa toccare l’anima.

 

Il silenzio della musica – “Nottetempo” di Luca Russo

«Poiché il mondo è così infido/mi vesto a lutto».

Così recita la scritta in fiammingo posta sotto al quadro di Bruegel Il Misantropo (1568), in cui un vecchio vestito di nero, che dà il titolo all’opera, viene derubato da un uomo deforme posto all’interno di una sfera trasparente, simbolo del Mondo, in atto di sottrarre all’anziano una borsa significativamente a forma di cuore.

Proprio questo quadro “parla” al protagonista di Nottetempo, fumetto realizzato da Luca Russo per la collana Prospero’s Book Extra della casa editrice Tunué, sviluppato sotto forma di lungo soliloquio del personaggio principale, alla ricerca di una via di salvezza e di fuga dal dolore per la perdita dell’amata moglie, un’esperienza traumatica che lo ha svuotato di ogni gioia, privandolo anche dell’ispirazione per la sua attività di musicista e trasformandolo in un essere grottesco simile al vecchio di Bruegel, un misantropo a cui la vita ha strappato il cuore e ogni ragione di esistere.

La storia è un viaggio nella psiche del protagonista, diviso in quattro parti (Giulia e l’arte, L’ispirazione, La paura, I dubbi) nelle quali l’uomo parla a se stesso e alla donna scomparsa in un fluttuare tra presente e passato che riproduce il corso ondeggiante dei pensieri e delle memorie e le molteplici sfumature dei sentimenti legati allo sconvolgente dramma della perdita, dalla tristezza paralizzante al senso di vuoto e inutilità, dal timore di impazzire al desiderio di uccidersi, dalla paura del futuro all’angoscia di dimenticare per sempre i tratti del volto della persona cara, il suono delle sue parole, le movenze del suo corpo. A tutto ciò si aggiungono l’inaridimento della vena compositiva, il silenzio della musica nella mente del pianista, lo smarrimento della chiave per aprire la porta di una melodia in attesa di essere scoperta.

Ma più che attraverso i pensieri dell’uomo, disseminati in modo rarefatto ed essenziale nel corso delle pagine, la sofferenza viene espressa e concretamente incarnata da immagini che raffigurano per lunga tradizione questo stato di ineluttabile malessere: la notte agghiacciante, la tetra foresta di alberi spogli, il vortice che risucchia il musicista e i suoi spartiti, il pozzo in cui sprofonda, le foglie secche sull’acqua, le sagome di corvi spettrali.

L’incubo del lutto che getta l’anima nel buio della disperazione è raffigurato potentemente nell’atmosfera onirica e surreale di tutta la narrazione e nell’ampio indugio del disegnatore sui luoghi e sui paesaggi, sui quali l’occhio del lettore è invitato a soffermarsi e riflettere; infatti le tavole sono organizzate per lo più in due o tre vignette scontornate e sviluppate in forma orizzontale, con frequenti passaggi da momento a momento o da aspetto ad aspetto nello stesso posto e con ambientazioni che evocano la malinconia e la nostalgia del passato, come gli edifici, le calli e i canali di Venezia.

La notte avvolge questi ambienti reali o immaginari con netta prevalenza di tonalità cupe e fredde, che si spengono nel nero assoluto di alcune vignette o si riscaldano appena dove viene evocata la figura femminile della Musica o trascolorano nella forza del rosso di un sipario teatrale, irrimediabilmente destinato a chiudersi.

Nella tecnica compositiva del fumetto, basata sulla riproduzione in digitale della pittura a olio con una tavolozza creata appositamente da Russo, si rispecchia la vocazione pittorica dell’autore e si condensa la bellezza delle pagine, sulle quali i pennelli dell’artista, seppur virtuali, tratteggiano con tocchi intensi o sfumati tante piccole tele dai contorni indefiniti. Ne deriva un’esperienza visiva molto suggestiva e appagante, sapientemente combinata con il piacere tattile e anche olfattivo delle pagine di un volume curato e prezioso.

Si avverte per contrasto la struggente assenza delle note musicali, ormai soffocate nei recessi dell’animo del personaggio, ma quasi per ridare magicamente voce alla musica, che pervade tacitamente le scene del fumetto, si terrà un concerto in occasione del Lucca Comics iniziato oggi, in cui le melodie suonate dal giovane pianista Francesco Taskayali e le tavole di Luca Russo si uniranno in una combinazione che si preannuncia spettacolare ed emozionante.

Benvenuti a Oaxaca! In viaggio tra le “Rovine” di Peter Kuper

Chi ama viaggiare sa bene che ogni luogo lascia dentro chi lo visita un frammento di sé in forme diverse, dal ricordo alla nostalgia, dalla sensazione di piacere a quella di smarrimento, e fra tutti i posti almeno uno è quello per il quale un viaggiatore sarebbe pronto a fare le valigie, ripartire subito e magari viverci per il resto dei suoi giorni. Proprio questo amore profondo e indelebile per una terra che l’ha accolto per due anni, il Messico, ha spinto il celebre fumettista Peter Kuper a raccontare per immagini la sua esperienza nel Diario de Oaxaca (2009) e a scegliere nuovamente gli incantevoli paesaggi messicani come ambientazione per il recente fumetto Rovine (2015), da lui interamente sceneggiato e disegnato, vincitore del premio Eisner 2016 come Miglior graphic novel.

Rovine è una storia d’amore, un viaggio di formazione, la scoperta di un nuovo mondo ma anche il tentativo di porre le basi per un futuro di unità familiare: George e Samantha, una coppia di coniugi sempre più distanti tra loro, decidono di partire per un lungo viaggio verso la città messicana di Oaxaca, per un anno sabbatico e per riavvicinarsi. La loro avventura nasce dalla necessità di staccare la spina dalla vita frenetica di New York, una pausa che darà la possibilità a Sam di realizzare il suo libro, e a George di ritrovare se stesso dopo aver perso il suo lavoro. Il primo impatto con una differente realtà è piuttosto traumatico per l’uomo, mentre la moglie, dapprima felice di tornare in luoghi già conosciuti, sarà via via sopraffatta da ricordi dolorosi e dal suo desiderio di maternità.

Nei protagonisti il disegnatore proietta la propria personalità con suggestioni autobiografiche che modellano sia il personaggio femminile sia quello maschile, anche se nessuno dei due può essere del tutto identificato con l’autore, come lui stesso afferma in una conversazione radiofonica del 22 aprile 2017 su Radio Radicale. I coniugi sono caratterizzati all’opposto: lei è una sognatrice tormentata dal passato, per cui il suo viaggio a Oaxaca è un tuffo nel groviglio dei ricordi alla ricerca di una pace interiore e di un’ispirazione per il proprio romanzo autobiografico; lui è razionale e soffocato da una visione negativa della vita che lo spinge a negare la richiesta della moglie di avere un figlio per paura di gettare in un mondo crudele una nuova creatura.

La personalità per certi aspetti antitetica dei due è sottolineata non solo dai comportamenti e dai dialoghi ma anche da elementi visivi: l’aspetto fisico, i lineamenti del viso più dolci ed espressivi per Sam, più duri e spigolosi per George, il cui sguardo è impenetrabilmente nascosto dalle lenti degli occhiali; l’uso sapiente delle forme e dei colori dei balloon (già sperimentato nell’adattamento della Metamorfosi di Kafka), “a nuvoletta” con fondo azzurro per la donna sensibile e sentimentale, rettangolari su fondo bianco per l’uomo freddo e concreto; la scelta del corsivo per le battute di lei e del maiuscolo per lui, con l’utilizzo dello stesso font per tutto il fumetto.

La figura femminile appare nel complesso più statica, mentre è più evidente l’impronta personale di Kuper nel personaggio maschile, come rivelano il mestiere di entomologo svolto da George, che corrisponde alla passione del fumettista per il mondo degli insetti, e il suo interesse per la rivolta degli insegnanti contro il governatore Ulises Ruiz Ortiz, in stretta relazione con l’attenzione del disegnatore ai fatti contemporanei, testimoniata pure dalla rivista politica World War 3 Illustrated (cofondata da Kuper nel 1979).

Proprio la delicata tensione politica e sociale che si vive a Oaxaca è l’espediente perfetto per raccontare eventi realmente accaduti nel 2006 e culminati nella morte del giornalista statunitense Brad Will, raffigurato in Rovine sotto le spoglie di Alejandro Apolsky, forse il personaggio migliore, sebbene semplice comprimario. L’identificazione tra l’autore e il protagonista è sottolineata in particolare nel momento in cui George, diventando a tutti gli effetti un doppio di colui che lo ha creato, disegna in presa diretta gli insetti o gli insegnanti in sciopero con un tratto realistico e monocromatico che si distacca nettamente dallo stile grafico dominante. In effetti la mano di Kuper si contraddistingue per la caratterizzazione antinaturalistica, espressionista e caricaturale dei personaggi con ombreggiature marcate e una corporeità quasi bidimensionale in alcune inquadrature, inserite in vignette dalla forma perlopiù quadrata o rettangolare, ma con una libera varietà di soluzioni, da quelle aperte a quelle sovrapposte a quelle tagliate diagonalmente, fino alle splash page dedicate ad architetture e paesaggi tipici dell’America centrale.

Quello che più colpisce e ammalia l’occhio del lettore è l’uso del colore puro dei pastelli e degli acquerelli, un tripudio di dettagli rossi, gialli, verdi, azzurri, arancioni per gli uomini, gli animali, le case, la natura, che lasciano un senso di piacere nell’animo di colui che sfoglia le pagine. E chi, come me, ha avuto la fortuna di visitare il Messico potrà riscoprire fin dalle prime pagine il fascino multicolore di questo Paese e ritrovare la meraviglia inconfondibile dei suoi luoghi, resa da Kuper con la sensibilità propria di chi ama davvero ciò che rappresenta.

Tutta l’opera può essere letta come un omaggio dell’autore alla terra che lo ha ospitato con sua moglie e sua figlia dal 2006 al 2008, infatti lui stesso dichiara (sempre nell’intervista a Radio Radicale) di aver voluto dare una raffigurazione veritiera del Messico, al di là di visioni stereotipate che ne fanno un Paese corrotto e pervaso dalla criminalità, come ha nuovamente sostenuto pure Trump in un tweet del 27 agosto sul famigerato muro per separare USA e Messico. In realtà alcune situazioni del fumetto sembrano restituire un’immagine convenzionale di questo Stato, dai mercati affollati al traffico sregolato, dal culto dei morti alla maledizione di Montezuma, e anche alcuni passaggi della trama, come il collegamento tra Samantha e la storia degli Aztechi o l’incontro della donna con un affascinante artista locale, appaiono un po’ forzati e poco originali, tuttavia sono evidenti lo sforzo e il desiderio dell’artista di dipingere un ampio affresco di luoghi a lui tanto cari, magari a rischio di semplificare la complessità della cultura centroamericana.

Il messaggio finale del suo «romanzo a fumetti» non può che essere positivo: delle grandi civiltà del passato, come quella Maya o Azteca, restano solo rovine, ma dalle rovine del tempo e della vita si può ancora ricominciare e ricostruire edifici e anime più forti e resistenti. Questa testimonianza di tenacia è affidata, oltre alle vicende dei protagonisti, anche al volo della farfalla monarca, che scandisce la divisione in parti della narrazione principale, a conferma della passione entomologica di Kuper e dell’inesauribile ricchezza della sua opera.

Una farfalla vola in silenziosa migrazione dal Canada al Messico, con il solo pensiero di giungere alla meta prefissata e riprodursi, per poi morire, seguendo il suo istinto e superando luoghi grigi segnati dal progresso distruttivo degli uomini. La monarca è metafora del viaggio, del cambiamento e della fuga dal freddo dei rapporti affettivi, deteriorati dal tempo e dalle incomprensioni, verso un terreno fertile per la riscoperta dell’amore e la speranza di dar vita alla generazione futura (guarda caso le farfalle monarca sono, per i messicani, gli spiriti dei bambini defunti). La farfalla rappresenta inoltre Oaxaca, che agli occhi del lettore si dispiega con i suoi colori, la sua vivacità e la sensazione di libertà, soprattutto nella scena in cui George vede una monarca vittima di una larva di tachinide, parassita simbolo del politico Ortiz il quale, con i suoi continui soprusi e brogli, ha lentamente dissanguato la città messicana. La farfalla monarca è infine, grazie alle sequenze del volo verso la riserva naturale di Michoacàn, il mezzo ideale per ritrarre dall’alto, con distacco, con un occhio esterno e per questo imparziale, le passioni e le miserie umane, e oltrepassare con un battito d’ali le barriere, reali e mentali, create dagli uomini per prendere le distanze dagli altri uomini.

NOTA: Ho scritto questa recensione a quattro mani con Vincenzo Purpura, valido collaboratore di Dimensione Fumetto, che ringrazio molto per il suo utile contributo e per il proficuo scambio di idee.

 

 

ROVINE

Peter Kuper

 

Traduttore: V. Santoni

Editore: Tunué

Collana: Prospero’s books

Anno edizione: 2017

Pagine: 328 p., ill. , Rilegato

Euro: 34,90

EAN: 9788867902217

 

 

Era una notte buia e tempestosa – L’approdo

Sfogliando il libro di antologia che ho usato quest’anno a scuola, ho trovato alcune pagine dedicate al fumetto L’approdo di Shaun Tan; incantata dall’atmosfera surreale delle scene, ho deciso di leggere quest’opera e contemporaneamente, dato che per la prima volta nella mia carriera quasi ventennale di docente ho notato in un testo scolastico una particolare attenzione per il mondo dei fumetti, ho maturato l’idea da cui, come vi ho già raccontato, è nato il progetto Era una notte buia e tempestosa. Quasi nello stesso periodo, a fine gennaio, ho scoperto la vicenda di un giornalista iraniano della BBC, Ali Hamedani, bloccato nell’arrival dell’aeroporto di Chicago a causa del Muslim ban di Trump, e prendendo spunto dallo scatto in cui si fa fotografare con molte persone tra cartelli di solidarietà, ho scritto la recensione del libro di Shaun Tan, The Arrival nell’originale, scegliendo come titolo dell’articolo (rimasto nel mio cassetto fino a ora) la scritta di uno di quei cartelli, «All are welcome», che riassume il succo di tutta la storia.

Infatti questo fumetto è un wordless graphic novel, una narrazione silenziosa di migrazione, sradicamento e separazione dai propri affetti alla ricerca di un mondo migliore. Il protagonista è costretto da circostanze avverse, rappresentate dalla lunga coda di un mostro proiettata su un muro, a partire dalla propria patria e a lasciare la sua famiglia per iniziare una nuova esperienza in un luogo sconosciuto.

Nella prima parte del racconto Shaun Tan rappresenta con mirabile sapienza e delicatezza quel miscuglio di sentimenti come la nostalgia, l’incertezza, il timore, la speranza, tipici di chi abbandona temporaneamente o definitivamente la propria terra. Così gli basta allargare la prospettiva sempre di più per rendere il senso di solitudine dello straniero in mezzo ad altri stranieri, o far apparire nella sua valigia aperta il quadretto dei familiari a tavola per simboleggiare il carico di ricordi e sospiri che ogni migrante porta con sé.

Nella seconda parte però la sensazione di smarrimento cede il posto all’idea centrale dell’opera, ovvero che ognuno può ricominciare a costruire una nuova esistenza se ha la fortuna di ricevere l’appoggio e l’accoglienza del paese che lo ospita: il protagonista trova una casa e un lavoro e incontra altri esuli come lui che gli raccontano vicende di sfruttamento, guerra, fuga, scoprendo che ciò che li accomuna è il dolore, ma anche la possibilità di un riscatto in un contesto più favorevole. L’esperienza del personaggio diventa quindi una storia senza tempo e un simbolo di fratellanza e solidarietà; questo è il messaggio che l’artista australiano, figlio di genitori migrati dalla Malesia, vuole trasmettere ai lettori, affidandosi unicamente alla potenza delle immagini, in grado di arrivare al cuore di chi legge perché ognuno porta dentro di sé, nel suo passato, presente o futuro, una partenza, un tragitto, un arrivo.

La trama si sviluppa in una dimensione incantata e quasi sognante: i luoghi, le architetture, persino gli animali sono fantastici anche se richiamano scene o situazioni reali, come chiarisce l’autore stesso nella nota finale indicando alcuni influssi o fonti di ispirazione, dai quadri (per esempio, Going South di Tom Roberts, 1886) alle fotografie dei migranti arrivati a New York tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, ai film (Ladri di biciclette di De Sica, 1948).

Da questi pochi riferimenti, dal sito e dalle interviste dell’autore, nonché da un volume interamente dedicato agli sketch del fumetto, si intuiscono le doti peculiari di Shaun Tan: la passione per il proprio lavoro, condotto con una ricerca quasi maniacale della perfezione, il metodo certosino nella realizzazione delle singole vignette, l’attenzione minuziosa ai dettagli, l’impiego sapiente di tutti i mezzi a disposizione per dare voce a scene senza battute.

Ma quali strumenti utilizza per parlare senza parole al lettore? Prendiamo in considerazione la struttura delle tavole: prevale la gabbia franco-belga a dodici vignette, ma per evitare un andamento troppo monotono talvolta le vignette sono unite a due per sottolineare un incontro, una vicinanza, un dialogo, fino a sei o addirittura a nove per dare spazio ai paesaggi, ai quali sono dedicate anche molte delle ventuno pagine intere e delle ben nove splash pages doppie, che sembrano illustrazioni o piccole opere d’arte a sé stanti, nelle quali il disegnatore incanta gli occhi di chi guarda con il suo talento immaginifico. Le numerose pagine intere, oltre allo scopo descrittivo, assolvono anche a un fine narrativo, dilatando il tempo dove, ad esempio, si rappresenta su due pagine il ciclo delle stagioni, o proiettando il lettore nel passato. La tecnica del flashback, affidata al racconto dei migranti con i quali il personaggio principale entra in contatto, è sottolineata anche dalle campiture scure che circondano le vignette, in alternativa a quelle chiare della vicenda principale, e dai contorni delle vignette stesse, che le trasformano persino in fotografie dai bordi logori e consumati dal trascorrere degli anni e della memoria. In generale, le vignette non hanno mai un contorno definito, sono spesso piuttosto distanziate tra di loro per amplificare il ritmo narrativo e dare spazio all’immaginazione o alla riflessione del lettore; più volte l’artista crea un effetto di patina antica, tipico delle vecchie stampe d’epoca, attraverso macchie, stropicciature, angoli sbiaditi, e varia con sorprendente ricchezza i pochi colori impiegati, il bianco, il nero, il giallo, il seppia delle fotografie di una volta, cercando con estrema cura di trasmettere anche attraverso le sfumature cromatiche differenti sensazioni e stati d’animo.

La prospettiva dell’opera di Shaun Tan è edificante e carica di ottimismo: in un mondo che non esiste può accadere ciò che dovrebbe essere nella realtà, infatti l’uomo potrebbe accogliere gli altri uomini con ospitalità e fraternità perché tutti siamo o siamo stati o saremo migranti. Certo, mi direte, questa è la fantasia, ma nella cronaca quotidiana le cose vanno diversamente e al posto di occhi sorridenti e di abbracci calorosi ci sono persone indignate, violenze, muri, sofferenze indicibili. Di sicuro l’approdo è spesso traumatico e doloroso, ma credo che questo fumetto proponga un’alternativa all’odio e alla paura, una soluzione positiva, una possibilità di integrazione anche nel mondo contemporaneo.

Con questa speranza e con questo augurio, che rivolgo in particolare a tutti i giovani e ai miei alunni “vecchi” e nuovi, affinchè possano trovare un approdo favorevole in ogni porto della loro vita, voglio concludere Era una notte buia e tempestosa, senza dimenticare però i ringraziamenti finali al Liceo Linguistico di Ascoli Piceno, che mi ha ospitato quest’anno, e ai giovani redattori a cui va tutto il merito di questa iniziativa: Ilaria, Elisa, Vanessa, Giulia, Marco e Diego della classe 1^B; Martina, Alessia, Andrea e Francesco della classe 1^E; Angelica, Noemi, Erika, Federica e Dalila della classe 2^B.


Shaun Tan

L’approdo

Ed. Tunué, Collana Mirari
Formato: 19,5×27; 124 pp a colori; cartonato 24,90 €
ISBN 978-88-6790-188-3

Il meraviglioso ritrovo di Paola Camoriano

Paola Camoriano è una fumettista italiana che, sebbene non sia conosciuta al grande pubblico, ha un cursus honorum di tutto rispetto. Comincia a venti anni a disegnare per Il Giornalino, successivamente firma altri lavori per Periodici San Paolo, Star Comics, Paoline Editoriale Libri e ora Tunué. Insomma una persona che ha una grande dimestichezza con il disegno e che si vede. La sua mano sapiente riesce a dare uno spessore a ogni singolo personaggio: aprire Il ritrovo degli inutili, sfogliarlo e guardarlo vuol dire tuffarsi dentro un mondo a colori pastello in cui ogni dettaglio è perfettamente curato con una armonia sia di proporzioni sia di colori.

La graphic novel racconta la storia di Elettra, una ragazza con i capelli blu e tanti teschietti addosso, che vive in una mansardina, ha degli attacchi di panico e fa lavori precari. Suona il basso in un gruppo metal di provincia, ha una migliore amica pazza quanto lei e ha 29 anni. Mentre le sue coetanee le lanciano frecciatine dicendole che è ora di “sistemarsi” e di fare un figlio, lei ancora fatica a trovare la sua dimensione.

Un giorno suo zio muore e lei torna dalla città al paesino di provincia in cui è nata: qui ritrova la zia che la vizia e la coccola con mille torte e pasticcini, la madre, brillante donna in carriera, che le offre un posto di lavoro come sua assistente e che Elettra sdegnosamente rifiuta, e alcune vecchie conoscenze che le fanno battere il cuore.

All’interno di questa linea base si sviluppano altre trame e sottotrame, un corollario di personaggi affianca Elettra e i suoi amici più stretti nello svolgimento della storia. Alcuni personaggi hanno un ruolo importante e determinante, alcuni invece hanno solo la funzione di elargire qualche battuta e non si capisce il loro ruolo nella narrazione. La sovrabbondanza di personaggi, seppur caratterizzati molto bene graficamente, rende la storia troppo ricca di nomi e persone che non hanno uno scopo preciso e restano quindi un punto interrogativo.

Altra pecca all’interno della narrazione è, come già accennato la presenza di troppe trame e di troppi spunti di riflessione, che purtroppo restano sospesi e non vengono chiusi adeguatamente, la sensazione è che ci sia “troppa carne al fuoco” e che l’autrice abbia avuto fretta di concludere una parte della storia per cominciarne un’altra. Si crea quindi un puzzle di pezzi che combaciano parzialmente e lasciano la sensazione di non avere il quadro completo della situazione.

Molto interessante e direi emozionante è invece la scelta della canzoni che ascolta Elettra, che hanno rappresentato un tuffo nel passato e all’interno della migliore musica rock metal dagli anni ’90 e primi 2000.

Il ritrovo degli inutili si configura come un volume che è una festa per gli occhi, ma che ha dei piccoli difetti da sistemare. Tuttavia il tratto, i volumi e le linee della Camoriano sono così belli e delicati che ci aspettiamo al più presto un nuovo volume che, con i dovuti accorgimenti narrativi, potrebbe diventare una perla nel panorama del graphic novel italiano.

Tipitondi: le uscite di marzo

Di seguito i titoli in uscita il 23 marzo per i Tipitondi di Tunué:

Le due metà della luna
L’avventura di Alba, topolina aspirante sarta, che cerca di riportare la luna al suo posto e con essa la creatività e la fantasia degli abitanti di Croma.

Brina
Una gattina di città che, dopo una vacanza in montagna con i padroni, scopre la libertà della vita da randagio. Una storia simpatica e accattivante scritta da Giorgio Salati, noto sceneggiatore Disney.

Il buco nella rete
Un calcio troppo forte ad un pallone porterà Doriano in un luogo inaspettato, un villaggio rom dove conoscerà Miro. Un’amicizia che supera la diversità in un graphic novel capace di snodare tematiche attuali con la leggerezza che contraddistingue l’infanzia.

Monster Allergy Collection 2
Prosegue la pubblicazione in versione economica di Monster Allergy. Arrivano gli episodi 4-5-6 delle lunga storia di Zick ed Elena.