Studio Colorido

Penguin Highway – Il mistero degli adulti

Quest’anno il film d’animazione Penguin Highway ha vinto il Premio d’eccellenza nella categoria Animazione alla XXII edizione del Festival delle arti multimediali del Giappone, lo stesso festival organizzato dal Ministero per l’educazione, la cultura, lo sport, la scienza e la tecnologia giapponese (MEXT) che due anni fa aveva premiato come migliori opere Shin Godzilla di Hideaki Anno nella categoria Intrattenimento e your name. di Makoto Shinkai nella categoria Animazione. Si tratta quindi di un riconoscimento ufficiale, anzi istituzionale, che corona di alloro la testa di Hiroyasu Ishida, un regista ancora giovanissimo eppure con una reputazione ottima che ha già superato la fase della “giovane promessa”.

Nato il 3 luglio 1988, segno del Cancro, animale cinese Dragone, Hiroyashu Ishida compirà quest’anno 31 anni e ha già alle spalle una carriera che molti invece cominciano alla sua età. Il suo primo cortometraggio l’ha diretto mentre era in seconda superiore e frequentava il liceo artistico Asahigaoka di Nagoya, città vicino cui è nato, precisamente in un suo sobborgo affacciato sul mare e chiamato Mihama. Nel 2009, a 21 anni ha realizzato il cortometraggio Fumiko no kokuhaku (“La confessione di Fumiko”) che gli ha fatto vincere i primi premi sia in casa, alla XIV edizione del succitato Festival delle arti multimediali, sia all’estero, al Festival internazionale dell’animazione di Ottawa in Canada. Due anni dopo è stato fra i fondatori dello Studio Colorido, che ha iniziato le attività con spot televisivi e cortometraggi promozionali. A partire dal 2014 con il cortometraggio Paulette no isu (“La sedia di Paulette”) lo Studio Colorido diventa un habitué del programma notturno di animazione di qualità noitaminA, che poi prenderà Paulette proprio come sua mascotte.

Il cortometraggio Paulette no isu. noitaminA produrrà in seguito anche il primo mediometraggio dello studio, Taifuu no Noruda (“Il tifone Norda”) diretto da Youjirou Arai, che aveva lavorato come animatore per gli ultimi film di Hayao Miyazaki.

Arrivati nel 2019, a dieci anni dopo la fondazione  lo Studio Colorido conta tre sedi, un organico di 43 lavoratori (fra cui l’animatrice francofona Julia Derungs), numerosi cortometraggi, e finalmente un lungometraggio: Penguin Highway.

La sceneggiatura non originale è stata scritta dallo sceneggiatore e produttore teatrale Makoto Ueda, alla sua terza riduzione di un romanzo di Tomihiko Morimi dopo The Tatami Galaxy e Yoru wa mijikashi aruke yo otome. Stavolta si tratta di un copione molto, molto meno sperimentale ed estremo rispetto alle due opere precedenti, ma non per questo meno ricco. Anzi, delle tre sceneggiature della coppia Morimi-Ueda, quella di Penguin Highway è se possibile la più aperta a interpretazioni e letture metaforiche, essendo quella che presenta il maggior numero di elementi criptici se non assurdi.

Copertine di "Yo-jou han shinwa taikei" e "Yoru wa mijikashi aruke yo otome" di Tomihiko Morimi.

Le copertine dei due precedenti romanzi di Tomihiko Morimi Yo-jou han shinwa taikei e Yoru ha mijikashi aruke yo otome, entrambi pubblicati dalla Kadokawa Shoten, la casa editrice giapponese di fantascienza per eccellenza. Dal primo è stata tratta una serie tv animata arrivata anche in Italia col titolo The Tatami Galaxy, dal secondo è stato tratto un film animato esportato per ora solo in Corea del Sud. Le copertine sono illustrate da Yusuke Nakamura, disegnatore dal tratto inconfondibile.

L’assurdo incipit è la cosa meno assurda del film: in piena estate la cittadina di Aoyama-kun, un bambino diligentissimo e studiosissimo, viene invasa da una miriade di pinguini di origine ignota. A questo primo mistero si aggiungeranno nel corso della storia mostri informi, distorsioni spaziali, fenomeni fisici inspiegabili, creature ultraterrene e poteri sovrannaturali, o almeno così sembra dato che non è assolutamente chiaro cosa effettivamente succeda nel film.

Eppure, ecco il grandissimo risultato raggiunto dal giovanissimo regista Ishida: mettere in scena un film esplicitamente e volontariamente incomprensibile che però riesce comunque a colpisce lo spettatore utilizzando l’atmosfera, i personaggi, i colori, le musiche, gli oggetti e in generale tutto quello che non è trama, palesemente una scusa per mettere in scena tutt’altro.

In Penguin Highway c’è tantissima carne al fuoco, a partire dalla letteratura fantasy e fantascientifica occidentale (basti citare Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò dato che viene nominato anche nel film) mischiata con numerosi richiami al maestro Miyazaki sia visivi sia tematici (anche qua basti citare il viaggio in treno come metafora di crescita interiore), eppure il film non risulta mai pesante o noioso: semplicemente, dopo un po’ lo spettatore si accorge del gioco al rialzo esponenziale del regista e non resta quindi che seguirlo sospendendo, anzi annullando completamente l’incredulità.

Fotogrammi da "Penguin Highway" di Hiroyasu Ishida.

Due momenti di spiccato gusto miyazakiano in Penguin Highway.

Il territorio dove il regista vuole portare lo spettatore è quello del rapporto fra i due protagonisti, il bambino che si atteggia da adulto Aoyama-kun e la adulta insondabile come una bambina Sorellona, talmente adulto il primo che infatti viene chiamato sempre per cognome e talmente bambina la seconda che infatti viene chiamata sempre col soprannome. Il complesso rapporto fra i due, un gioco delle parti in cui lui indaga su di lei mentre lei spinge lui a indagare su sé stesso ed entrambi recitano uno stereotipo, rischia però di venire frainteso nella versione italiana, in cui l’infelice scelta di adattamento “tette” del termine originale giapponese oppai rischia di stravolgere per il pubblico italiano la natura del rapporto fra i due, e di farlo apparire come una sorta di attrazione paraerotica preadolescenziale di Aoyama-kun verso la Sorellona, come infatti è sembrato a molti, molti, molti spettatori.

In realtà la parola oppai fa parte del cosiddetto youjigo, cioè del linguaggio per i bambini, chiamato anche baby talk in ambito professionale psicologico. Fanno parte dello youjigo tutte quelle paroline infantili tipo wan-wan al posto di inu per “cane” o poppo al posto di tori per “uccello”, e corrispondono a “pappa”, “bua” o “nanna” al posto di “cibo”, “ferita” o “dormire” in italiano. Questo vuol dire che, proprio perché usa innumerevoli volte la parola oppaiAoyama-kun non è attratto come un adolescente dalle tette della donna bramata, ma come un bambino dal seno della madre amata.

Fotogrammi da "Penguin Highway" di Hiroyasu Ishida.

La scena del dente da latte è una delle tante che mostra il rapporto squisitamente materno che la Sorellona ha con Aoyama-kun.

Come in giapponese oppai si colloca a metà fra lo scientifico nyuubou e il colloquiale chichi, in italiano “seno” si colloca a metà fra lo scientifico “mammelle” e il colloquiale “tette” e forse sarebbe stata una scelta di adattamento migliore. La Sorellona svolge infatti in tutto e per tutto il ruolo di una madre per Aoyama-kun: lo sgrida, lo educa, gli toglie un dente da latte, ci mangia insieme, ci gioca insieme, ci studia insieme, crescono insieme, e ogni sua reazione o espressione è quella di una madre verso il figlio, e non di una ragazza procace verso un bambino precoce. A conferma di ciò, c’è che la vera madre di Aoyama-kun è un personaggio del tutto irrilevante nell’economia del film e che si vede per pochi secondi in tutto.

In qualche maniera, quindi, il “mistero della Sorellona” potrebbe essere il “mistero della madre”, questo sì veramente forte narrativamente e probabilmente massima fonte di ispirazione per le letterature di tutti i tempi e luoghi, da Medea alle tre Madri.

Penguin Highway è quindi un film solo superficialmente fantascientifico che ha al suo centro una storia potentemente sentimentale, come suggerito anche dalla splendida e dolcissima colonna sonora di Umitaro Abe, la quale rifugge totalmente gli strumenti elettronici e qualunque suono possa ispirare anche solo lontanamente l’idea di fantascienza, per affidarsi completamente a un’orchestra completa di 56 elementi, fra cui Abe stesso al pianoforte e alla fisarmonica.

Il meraviglioso tema portante di Penguin Highway di Umitaro Abe, dolce come il dolce rapporto madre-figlio descritto nel film e nella copertina stessa della colonna sonora.

Dato che i registi nati negli anni ’50-’60 si stanno pian piano avviano verso l’età della pensione, che Makoto Shinkai ha rifiutato ufficialmente il titolo di “nuovo Miyazaki” e che Hiromasa Yonebayashi dopo tre lungometraggi ancora non riesce veramente a uscire dalla poetica dello Studio Ghibli, potrebbe Hiroyasu Ishida ambire al titolo di giovane nuovo maestro dell’animazione cinematografica giapponese e portare quel ricambio generazionale necessario per salvare gli anime? Le premesse sono le migliori, dato che Ishida riesce a recuperare l’eredità sia visiva sia tematica della tradizione nipponica (in particolare dello Studio Ghibli) senza copiarla, ma anzi rielaborandola in un linguaggio assolutamente personale, ricchissimo, immaginifico, che si amplifica con le nuove suggestioni e le nuove possibilità tecniche offerte dall’animazione 2D digitale, già visibilissime e sfolgoranti in questo film e in particolare nell’immaginifica sequenza finale.

Resta solo da aspettare di vedere dove la “penguin highway” di Ishida, ovvero il suo istinto, lo condurrà, e seguire questa strada.


Copertina de "Il mistero dei pinguini" dei The Misfits.La canzone italiana del film Penguin Highway è Il mistero dei pinguini dei The Misfits – Cartoon Cover Band, vincitori del premio Red Phoenix a Lucca Comics & Games 2019.

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Le Perfume in 2.5 dimensioni

Come spesso accade la celebrità mondiale a certi oggetti o fenomeni viene data non tanto dallo scopritore, ma da chi riesce a imporli al mercato e a farli conoscere. Se oggi in tutto il mondo si usano le parole allegro e do re mi per la musica, o chef e mousse per la cucina, o manager e benchmark per l’economia è perché italiani, francesi e inglesi sono riusciti meglio di altri a interpretare e comunicare quei temi. Lo stesso è successo con i giapponesi e l’intrattenimento: termini come otaku e cosplay sono ormai nel dizionario italiano, e altre come senpai o waifu sono all’ordine del giorno sul web e per gli under 30. C’è poi un’espressione già molto comune in Giappone che non lo è ancora in Italia benché sia semplice e perfetta: 2.5 dimensioni, oppure 2.5D. Indica tutto quel mondo a metà fra il 2D (la finzione) e il 3D (la realtà), una terra di mezzo che i giapponesi conoscono molto bene non solo a livello narrativo, ma anche sociale. Ovviamente i giapponesi non hanno inventato il 2.5D, basti pensare a Mary Poppins o Tron, ma loro l’hanno elevato a condizione quotidiana e continua. Un paradigma di questo mondo contemporaneamente reale e immaginario è rappresentato dal gruppo musicale delle Perfume.

Screenshot del videogioco "Sonic the Hedgehog".

Il 2.5D ha uno specifico significato nel mondo dei videogiochi: rappresenta quella grafica in cui si simula il 3D attraverso il 2D, oppure si usa veramente il 3D però solo per sfondi o dettagli perché poi la meccanica di gioco resta piatta in 2D, come accade nella serie Sonic the Hedgehog.

Le Perfume sono un girl group composto da A~chan, Kashiyuka e Nocchi, tre cantanti e ballerine di Hiroshima che si sono auto-costituite come gruppo nel 2000, quando ancora andavano in classe insieme alle superiori e frequentavano un corso di arti performative alla scuola ASH della loro città. Come i giapponesi non hanno scoperto il 2.5D, tantomeno le Perfume ne sono state le prime rappresentanti.

La storia del 2.5D in Giappone inizia almeno nel 1989, quando Masamune Shirow disegna il capolavoro Ghost in the Shell con cui conclude il periodo della storia dell’arte giapponese figlio dello shock della bomba atomica e inaugura quello della commistione fra reale e virtuale. Il fumetto stesso è già il testimone fisico di questa rivoluzione, realizzato per metà a mano e per metà in CG, e i film che ne trarrà Mamoru Oshii amplificheranno ulteriormente questo metodo lavorativo.

Da allora l’intera cultura visiva giapponese si baserà sulla fusione fra reale/irreale, uomo/macchina, animato/inanimato. In quello stesso 1989 esce Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto, nel 1990 Sogni di Akira Kurosawa, nel 1995 Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno e nel 1998 serial experiments lain di Yasuyuki Ueda e Yoshitoshi ABe, giusto per citare gli esempi più illustri e lampanti. La poetica giapponese del 2.5D rappresenta un superamento delle opere dal vivo con inserti animati (o viceversa) di produzione statunitense: 2.5D vuol dire che un certo soggetto è contemporaneamente sia reale sia immaginario, senza chiara distinzione fra le due condizioni né superiorità di una sull’altra.

Immagine pubblicitaria di "Shin Godzilla" di Hideaki Anno.

Hideaki Anno ha dato la sua interpretazione filosofica del 2.5D con il film Shin Godzilla, il cui slogan era proprio «Realtà vs Finzione».

Le Perfume si inseriscono quindi in un filone concettuale che al loro debutto nel 2000 era già molto maturo e molto sfruttato. La peculiarità che rende queste tre cantanti dei casi-studio è che loro sono costantemente nella condizione di 2.5D, per statuto. Da quando sono state reclutate dal loro produttore, compositore e paroliere unico Yasutaka Nakata, le Perfume hanno smesso di essere ragazzine carine e hanno iniziato a recitare la parte delle androidi, con la stessa costanza del vecchio mago cinese di The Prestige che non esce mai dal ruolo nemmeno fuori dal palcoscenico.

Copertina di "Kareshi boshuuchuu" e fotogramma di "Vitamin Drop" delle Perfume.

Le Perfume degli esordi presentavano già elementi 2.5D: in alto la copertina del singolo del 2002 Kareshi boshuuchuu (“Ragazzo cercasi”), sotto un fotogramma del videoclip del 2004 Vitamin Drop in cui le cantanti sono sia reali sia disegnate.

A partire da Linear Motor Girl del 2005 a Polyrhythm del 2007 tutti i videoclip delle Perfume sono stati realizzati in chroma key inserendo le tre cantanti in mondi elettronici fatti di schede madri giganti, cavi che generano fiori e città vettoriali. A partire dal 2008 ai video in CG si affiancano quelli girati in scenografie reali che comunque rappresentano ambienti astratti, come le stanze lisergiche di One Room Disco o il banchetto rosa di Spice. In alcuni casi l’irrealtà è denunciata esplicitamente, come nel set televisivo di Secret Secret o in quello cinematografico di Natural ni koishite. Spesso poi si assiste alla moltiplicazione delle Perfume, essendo loro androidi e non umane, come nel grigio Nee o nel bianco Sweet Refrain.

Copertine di "GAME", "⊿", Spending all my time" e "Magic of Love" delle Perfume.

Quattro copertine di album e singoli delle Perfume. Le tre ragazze/androidi sono sempre in ambienti virtualizzati, 2.5D e robotici, come esemplificato nel videoclip di Spring of Life, manifesto della loro condizione non-umana.

La vicenda ha raggiunto la sua naturale evoluzione nel 2013 quando le tre Perfume sono diventate per la prima volta parte di un cartone animato: il loro singolo Mirai no museum è stato usato come sigla di coda per il 32esimo film di Doraemon Nobita no himitsu dougu museum e per gli episodi della serie TV per la prima metà di quell’anno, in cui compaiono le tre cantanti in versione cartone animato con lo stile grafico di Fujiko F. Fujio.

Al contrario della graziosa ED dell’anime, introdotta dalle Perfume stesse, il videoclip della canzone è bruttarello, ma le Perfume vi raggiungono lo stadio definitivo del 2.5D comparendo contemporaneamente sia reali sia disegnate. Nel video Nobita manda al giovane sé stesso del passato non il gattone robot, ma bensì le tre Perfume, parodiando la storia originale. Ad aggiungere un ulteriore raffinato livello interpretativo realtà/finzione ci sono le citazioni ai precedenti videoclip di Spring of Life e Spending all my time i quali presentavano già situazioni di surrealtà.

Immagine promozionale e copertina del singolo "Mirai no museum" delle Perfume.

In alto le Perfume coi costumini da detective per il film di Doraemon Nobita no himitsu dougu museum, e in basso la copertina del singolo Mirai no museum disegnata come fosse un volume del fumetto di Doraemon. Il booklet è in effetti un fumetto, o meglio quello che i giapponesi chiamano film comic, dato che presenta la storia del videoclip impaginata a fumetto usandone i fotogrammi come vignette.

Nel 2015 le Perfume hanno sperimentato la loro seconda incarnazione animata, stavolta in computer graphic e con la prestigiosa firma di Yoshiyuki Sadamoto. Non si è trattato però di una collaborazione con qualcuno dei numerosi progetti multimediali seguiti dal mangaka, bensì di uno spot TV pubblicitario per la casa automobilistica Mercedes Benz. Nell’immaginazione di Sadamoto le tre ragazze si sono trasformate in un ibrido umano-macchina, disegnando per loro costumi di scena che rispettano lo standard imposto: le cantanti hanno sempre capelli e abiti identici (rispettivamente A~chan capelli medi e gonna al ginocchio, Kashiyuka capelli lunghi e minigonna, Nocchi capelli corti e pantaloni), d’altronde essendo androidi e soggetti di finzione, come i personaggi degli anime non cambiano mai d’aspetto.

I costumi ideati da Yoshiyuki Sadamoto sono stati realizzati davvero e indossati dalle Perfume durante l’evento di presentazione della nuova vettura Classe A, un evento in 2.5D dato che le cantanti hanno condiviso il palco con le loro stesse in versione ologramma.

Altri due anni dopo, in questo 2017 le Perfume sono tornate nel mondo ibrido del 2.5D. Stavolta l’occasione si è presentata grazie all’azienda multinazionale YKK: la celebre produttrice di cerniere lampo ha infatti deciso di farsi pubblicità anche fra i più giovani sfruttando il loro stesso linguaggio, cioè quello degli anime. A fine 2014 la YKK ha infatti caricato sul suo sito e su YouTube un cortometraggio animato intitolato FASTENING DAYS in cui due bimbi, Yoji e Kei, salvano il mondo grazie al loro aggeggio spara-zip sul polso. In quest’occasione le Perfume hanno solo fornito la loro vecchia canzone Hurly Burly come sigla finale.

Fotogramma di "FASTENING DAYS".

Yoji & Kei save the day coi loro costumi in incognito, accompagnati dall’orsetto robot Oscar.

Il corto è stato realizzato dallo Studio Colorido, che ha ormai esperienza in questo genere di prodotti dato che aveva già curato le campagne pubblicitarie del gioco per smartphone Puzzle & Dragons e dei ristoranti McDonald’s. Stavolta si è trattato di un lavoro più complesso perché prevedeva l’elaborazione di una narrazione di senso compiuto: lo staff dello studio, guidato dal regista Hiroyasu Ishida, ha prodotto una storia molto semplice in cui la zip è usata come metafora delle relazioni sociali, e Yoji e Kei usano i loro bracciali tecnologici per tenere insieme le persone e le cose. Nella pratica i due bimbi sparano chilometri di zip e saltano dai palazzi come l’Uomo Ragno per restituire palloncini ai bambini e salvare la nonnetta Anna sulla sedia a rotelle.

Nel 2016 la YKK ha finanziato allo Studio Colorido un secondo cortometraggio, e se il primo era assurdo questo secondo lo è ancora di più, dato che stavolta Yoji, Kei e la new entry Kelly devono bloccare una nave da crociera alla deriva con le loro cernierine. È ancora più forte la metafora della zip che unisce persone, etnie e culture diverse, e anche stavolta ED con canzone delle Perfume, Hold Your Hand.

Infine, nel 2017 arriva FASTENING DAYS 3, se possibile ancora più assurdo dei precedenti e stavolta diviso in tre miniepisodi. La novità stavolta è l’arrivo delle Perfume come personaggi e doppiatrici: gli animatori dello Studio Colorido, stavolta guidati dal nuovo regista Tomotaka Shibayama, hanno ridisegnato le Perfume come personaggi ininfluenti sulla trama, le hanno collocate una per ogni miniepisodio, e hanno scelto come sigla finale Sweet Refrain che ha nel testo dei minimi collegamenti con le zip, tipo il verbo “allacciare”.

Le Perfume in "FASTENING DAYS 3".

Da sinistra: Kashiyuka passione pasticciera, Nocchi passione postina, e A~chan passione protezione civile.

Contemporaneamente al mondo dell’animazione, le Perfume entravano anche in quello della computer graphic, e ai massimi livelli. Oltre al produttore/autore, l’intero staff delle Perfume è composto da membri fissi: la coreografa, il regista, il tecnico degli effetti speciali, il grafico eccetera, costoro sono effettivamente “Perfume”, dato che la performance finale è il palese risultato di un forte lavoro di squadra precedente. Ne sono la prova le due esibizioni ai festival di arti multimediali contemporanee Cannes Lions del 2013 e SXSW ad Austin nel 2015. In entrambe le occasioni si è trattato di vere e proprie celebrazioni del 2.5D: nel primo caso è stato messo in scena un gioco di video mapping su abiti meccanizzati (si aprivano e chiudevano da soli) mentre le cantanti interagivano con i loro doppi in CG, mentre la seconda performance giocava su numerosi pannelli traslucidi sul palco (mossi dalle cantanti stesse) per creare giochi di luce psichedelici di enorme complessità che impedivano al pubblico di distinguere esattamente il vero dal falso.

Performance delle Perfume ai festival Cannes Lions 2013 e SXSW 2015.

Due momenti delle due performance tenute dalle Perfume ai festival di arti multimediali Cannes Lions 2013 e SXSW 2015.

E dopo l’animazione a mano e le performance artistiche in CG, a dimostrare l’amore per le Perfume anche nel mondo del fumetto ci ha pensato la rivista contenitrice settimanale Big Comic Spirits, che nel numero del 4 settembre 2017 ha dedicato al trio la copertina e uno speciale interno diviso in quattro parti: un’intervista con servizio fotografico, un approfondimento sulla loro carriera, un breve fumetto, e una galleria di omaggi alle Perfume da parte di alcuni fumettisti.

Fumetto di Kaoru Curryzawa dedicato alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Il fumetto di otto pagine è disegnato da Kaoru Curryzawa, scrittore ed editorialista dal tratto molto semplice perfetto per il suo umorismo gattofilo, e raccolta di tre micioni che visitano alcuni luoghi significativi delle Perfume guidati da tal Porsche Okite. Si tratta di un fumetto in 2.5D, dato che è un misto di disegno e fotografie e che Porsche Okite è un personaggio reale, cantante del gruppo musicale demenziale RomanPorsche. nonché grande esegeta di idol e fan delle Perfume fin dagli esordi.

Illustrazione di Kazuhiro Fujita dedicata alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Nelle pagine centrali a colori della rivista trovano spazio gli omaggi alle Perfume da autori più o meno famosi. Il primo è famosissimo: Kazuhiro Fujita, che ha pubblicato anche in Italia svariate opere fra cui Ushio e Tora e Karakuri Circus, i cui personaggi manovrano i fili di marionette proprio come fa Kashiyuka nell’immagine.

Illustrazioni di Noboru Takahashi e Ryo Inoue dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Due autori non ancora pubblicati in Italia: in alto Noboru Takahashi, celebre per le sue trucide storie di yakuza, e in basso il vignettista e illustratore Ryo Inoue.

Illustrazioni di Shohei Manabe e Niwa Tanba dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

A sinistra un omaggio alle celeberrime gambe di Kashiyuka da parte di Shohei Manabe, il cui L’usuraio è pubblicato in Italia da Planet Manga, e a destra un’illustrazione molto femminile dell’autrice di seinen femminili Niwa Tanba, inedita in Italia.

Illustrazioni di Yoshiyuki Sadamoto e Nemu Yoko dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Infine, a sinistra Yoshiyuki Sadamoto, che nel vestire le Perfume mischia le plugsuit del suo Neon Genesis Evangelion con la carrozzeria di un’automobile, e a destra la raffinata illustratrice Nemu Yoko, nota per il suo gusto grafico astratto e l’uso onirico del colore.

All’animazione, alla CG e ai fumetti ufficiali si aggiunge un enorme, sconfinato mare di amatori: su Pixiv, il deviantArt giapponese, le Perfume hanno un incredibile successo con quasi 10’000 fanart (a ottobre 2017) fra illustrazioni, mini-fumetti e altri contenuti multimediali, piazzandosi come le artiste musicali di gran lunga più popolari della community. Amate nella realtà, amate nell’irrealtà, amate anche in tutto quel che c’è in mezzo.

Il McDonald’s è il nuovo posto preferito degli otaku

Il Giappone è il paese degli otaku e le aziende lo sanno bene: a partire dai diffusissimi negozietti conbini per arrivare alle capillari campagne pubblicitarie televisive, non c’è aspetto dell’arte del commercio giapponese che non sia inclinato sul versante fumetti & animazione. L’ultima azienda in ordine di tempo a essersi interessata a una campagna pubblicitaria illustrata e animata è la catena di fast-food statunitense McDonald’s, che ultimamente si trova in cattive acque.

Campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015 con Kyary Pamyu Pamyu.

Kyary Pamyu Pamyu nella campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015: per essere un cartone animato non le manca assolutamente niente a parte l’essere disegnata, e anche su quello ci stanno lavorando, dato che nel videoclip della canzone dello spot tv le escono gli occhi dalle orbite come a un personaggio dei Looney Tunes.

McDonald’s è presente sul territorio giapponese fin dal luglio 1971 ed è contemporaneamente amatissima e odiatissima dai nipponici. Se con i suoi 2’975 ristoranti, una media di uno ogni 40’000 persone, la grande M in Giappone è terza per diffusione mondiale dietro solo a USA e Canada (in Italia il rapporto è 1/110’000), ed è ormai così comune che nel Kansai s’è meritata il soprannome accorciativo di Makudo, è anche vero che dal luglio 1972, ovvero a un anno esatto dall’apertura del primo negozio di Ginza, gli autoctoni per protesta vararono la catena MOS Burger, che ancora oggi si pone come rivale ufficiale, dichiarato e autarchico agli invasori yankee, usando per i propri panini solo ingredienti, tecniche di cottura e nomi giapponesi.

In questa battaglia degli hamburger, mentre MOS Burger approfondisce il suo legame con agricoltori & allevatori locali e costruisce i suoi ristoranti solo con travi di legno naturale di provenienza nazionale, McDonald’s Japan ha deciso di usare la strategia opposta rendendosi sempre più pop. Per prima cosa, ovviamente ci sono gli Happy Meal (in Giappone rinominati Happy Set) collegati a ogni franchise possibile immaginabile, e in particolare ai Pokémon della Nintendo e ai videogiochi della Bandai; per esempio, durante il mese di maggio 2016 gli Happy Set erano abbinati proprio alle cardass Bandai (carte collezionabili contenenti dati in chip, bande magnetiche o QR code) di Dragon Ball Super per i maschietti e Aikatsu! per le femminucce, cardass con cui poi i bimbi possono andare a giocare proprio con specifici cabinati Bandai proprio nelle sale giochi SEGA, vicino a cui spesso c’è proprio un ristorante McDonald’s in virtù di specifici rapporti commerciali: un circolo vizioso che si chiude benissimo e al cui interno girano tanti soldi.

Fotogramma della scena del McDonald's dal film "Dark Shadows" del 2012.

Nella scena più celebre del film Dark Shadows del 2012, diretto da Tim Burton e interpretato da Johnny Depp, il vampiro Barnabas Collins scambia la grande M del McDonald’s per l’iniziale di Mefistofele: potrebbe non avere tutti i torti.

Nonostante il genio diabolico riversato nell’ideazione di nuovi stratagemmi commerciali, McDonald’s Japan è comunque piagata dal problema della ricerca di nuovo personale, fattore cruciale per la catena dato che, esattamente come Tokyo Disneyland, ha la pessima fama di pagare poco e far lavorare tanto. Il problema è alla radice del sistema lavorativo giapponese, in cui oltre ai comuni contratti a tempo determinato/indeterminato e full time/part time, esiste una forma di assunzione nota come arubaito che corrisponde in tutto e per tutto a un lavoro a nero legalizzato, poiché non esistono tutele sindacali, orari fissi, ferie, salari minimi, scatti di carriera, assistenza sanitaria, tasse da pagare da parte del datore di lavoro né contributi da versare per il lavoratore (che quindi non matura la pensione); l’unica differenza con il nero è che si firma un “contrattino” dov’è specificata la paga oraria, per il resto il datore può manipolare il lavoratore come vuole finanche a licenziarlo seduta stante, e il lavoratore può andarsene altrettanto seduta stante se non è più a suo agio. Di conseguenza, nonostante la grande quantità di possibilità lavorative e la facilità di assunzione, il sistema dell’arubaito comporta che le grandi catene, quelle in cui si lavora molto, tendono a essere sempre a corto di personale perché i lavoratori, dopo esserci cascati una volta, preferiscono cercare posti meno stressanti. Questo vuol dire che McDonald’s Japan paradossalmente deve impegnare più risorse per cercare personale che non per cercare clienti, e nel tentativo di arginare questo problema enorme la catena ha ideato uno stratagemma semplicissimo: convincere i bambini a diventare clienti e tutti gli altri a diventare lavoratori.

In questo recente spot tv c’è la famiglia del Mulino Bianco che va da McDonald’s, la bimba ordina dei McNuggets e alla domanda della commessa «Quanti ne vuoi?», che in giapponese è omofona di «Quanti anni hai?», la bimba risponde «Quattro anni»! Ne conseguono infiniti awww da parte delle mamme, che dopo la visione dello spot diventano disponibilissime ad accompagnare i figli nel tempio del junk food.

Oltre alle sponsorizzazioni e collaborazioni esterne per un pubblico di bambini amanti dei videogiochi, la catena di fast-food ha infatti deciso di realizzare in proprio un prodotto che potesse attirare anche il target di adolescenti e adulti per poterli arruolare come lavoratori, e per farlo ha messo insieme i rispettivi interessi delle due fasce d’età con l’equazione (anime + idol) × campanilismo = ¥¥¥. Equazione che riporta perfettamente. McDonald’s Japan ha infatti commissionato allo Studio Colorido, un giovane studio di animazione con un giovane staff di animatori, una campagna pubblicitaria per la ricerca di nuovo personale composta da pubblicità cartacea, poster da affiggere nei negozi e spot virali da diffondere sul web.

Poster promozionale della campagna assunzioni 2016 di McDonald's Japan.

Il poster realizzato dallo Studio Colorido e appeso in tutti i ristoranti McDonald’s giapponesi per invitare una fetta di pubblico quanto più ampia possibile a venire a lavorare da loro: in alto c’è scritto «Diventiamo crew». Qui sono presenti le cinque categorie principali ricercate, ovvero (dall’alto a sinistra): gli studenti delle superiori, gli studenti universitari, i freeter (un eufemismo per chiamare i lavoratori occasionali e disoccupati di fatto, leggermente diverso dai NEET che sono disoccupati totali), le casalinghe (o i casalinghi, come specificato fra parentesi), e infine i senior ovvero gli anziani, una categoria di persone che in Giappone non raramente è costretta a lavorare anche in età avanzata perché le pensioni sono miserabili e devono arrotondare in qualche modo. I poster dei cinque personaggi sono affissi anche singolarmente insieme ad altre categorie, tipo coloro hanno già un altro arubaito, oppure gli stranieri: poiché in Giappone far lavorare uno straniero è molto complicato per le aziende, perché devono sobbarcarsi le pratiche per il permesso di soggiorno e comunicare all’Ufficio Immigrazione il motivo esplicito per cui vogliono assumere proprio uno straniero invece di un giapponese (razzismo, anyone?), molte aziende desistono; se McDonald’s Japan si sorbisce anche questo fastidio burocratico vuol dire che è davvero con l’acqua alla gola.

Non è la prima volta che lo Studio Colorido accetta una commissione commerciale, dato che l’anno scorso si è fatto conoscere proprio per i graziosi e riusciti spot tv del videogame per smartphone Puzzle & Dragons diretti da Youjirou Arai, e che precedentemente aveva lavorato a svariati progetti sempre per conto terzi. Fondato nel 2011, lo studio è finalmente approdato al primo lavoro originale, completo e autoprodotto Il tifone Noruda nel 2015, che ha mostrato come in soli quattro anni di lavoro gli animatori avevano già sviluppato uno stile ben definito e riconoscibile, con disegni morbidi palesemente debitori dello Studio Ghibli, ma personalizzati da una colorazione gentile dalle tinte aquerellate, grande presenza di luce bianca e totale assenza del colore nero puro, sostituito da tinte scurissime blu o marroni o grigie, ma mai completamente nere.

Trailer per due lavori realizzati nel 2013 dallo Studio Colorido per un produttore esterno: il primo Shashinkan (“Lo studio fotografico”) diretto da Takashi Nakamura e chiaramente debitore di Isao Takahata, e il secondo Hinata no aoshigure (“Pioggia col sole”, ma contiene dei giochi di parole) diretto da Hiroyasu Ishida e chiaramente debitore di Hayao Miyazaki.

Anche in questo caso lo spot animato è una mini-storia: una ragazza delle superiori viene introdotta a lavorare da McDonald’s da una studentessa universitaria, la quale diventerà la sua senpai e lascerà il lavoro, così che poi la ragazza delle superiori diventerà a sua volta la senpai di un’altra ragazza e la storia si ripete. Il McDonald’s è mostrato come il posto più bello della Terra, dove i dipendenti sono professionali sul lavoro e poi teneroni al party d’addio della collega: tutto meraviglioso.

Sarebbe stato semplicemente uno spot animato, se non fosse stato inserito un altro elemento particolarmente forte: le idol, che tirano più di un carro di buoi. Per il doppiaggio dello spot, McDonald’s Japan è andata a colpo sicuro ingaggiando il celebre gruppo canterino AKB48, composto da una marea di ragazzine con un enorme seguito di fan pronti a gettarsi col loro corpo sulle pozzanghere pur di non far sporcare le scarpette alle loro beniamine, e quindi tanto più disposti a lavorare da McDonald’s se gli viene chiesto con voce gentile come accade alla fine dello spot.

Dato che le voci recitanti sono solo due, si potevano scegliere i due membri più popolari del gruppo e assegnare a loro le parti, ma poiché le AKB48 sono in tutto quasi un centinaio e poiché ogni fan ha la sua preferita, la mente machiavellica dei giapponesi ha moltiplicato il già alto potenziale della combo anime + idol aggiungendo un elemento amato dai giapponesi quanto se non più degli italiani: il campanilismo. All’interno del gruppo di idol sono state selezionate nove ragazze in rappresentanza delle loro rispettive aree di provenienza, ovvero le otto regioni del Giappone più la zona di Kyoto tradizionalmente considerata socialmente, culturalmente ed economicamente una realtà a sé stante, un po’ come Napoli in Italia. Ecco quindi che le otto ragazze di Hokkaidou, Touhoku, Kantou, Chuubu, Kansai, Chuugoku, Shikoku e Kyuushuu doppiano la ragazzina delle superiori con il loro dialetto tradizionale in otto distinte versioni dello spot, e la ragazza di Kyoto doppia la studentessa universitaria in dialetto di Kyoto nella nona e ultima versione. È un successone: in un mese le otto versioni locali ricevono una media di 25’000 visualizzazioni, e la versione standard supera il milione, il tutto senza alcuna promozione esterna o passaggio televisivo.

Lo spot in versione standard della campagna assunzioni 2016 di McDonald’s Japan, dove con “standard” si intende la versione del Kantou, cioè nel dialetto di Tokyo, in quanto in realtà non esiste una vera e propria “lingua giapponese ufficiale” confermata dall’equivalente nipponico dell’Accademia della Crusca (fatti salvi i registri tecnici e formali), e si considera generalmente come “lingua giapponese standard” il dialetto di Tokyo. La cosa dipende dal fatto che oltre 30 milioni di persone abitano nel Kantou, cioè un quarto dell’intera popolazione giapponese, e anche chi non ci abita ci si reca ogni tanto perché ci sono concentrati tutti gli uffici, i divertimenti e i servizi del paese. È come se in Italia 15 milioni di persone abitassero tutte concentrate a Roma dentro il GRA e gli altri 45 comunque ci andassero spesso per lavoro o altro: ovviamente il dialetto romano spadroneggerebbe incontrastabile su tutti gli altri e si imporrebbe come lingua, ed è esattamente quello che succede in Giappone.

Per vedere se l’iniziativa di McDonald’s Japan e dei suoi pubblicitari ha avuto successo bisognerà aspettare le statistiche dell’anno prossimo e vedere se il numero dei ristoranti e degli impiegati sarà in aumento o in calo. Nel frattempo, però, sull’Internet giapponese sono partiti i commenti acidi, perché sulle BBS tipo 2channel o Matome i giapponesi si svestono completamente della loro celebre cortesia e si rivelano estremamente diretti o peggio; l’anno scorso sono addirittura partite delle indagini ufficiali sul servizio di chat LINE perché la sua diffusione fra i minorenni fece schizzare alle stelle i già numerosissimi casi di bullismo, violenza psicologica e suicidio giovanile che tormentano il Giappone. I commenti più gettonati sono stati:

Se il McDonald’s è davvero un posto così meraviglioso come viene rappresentato, allora perché la senpai lascia il lavoro?

Come mai la senpai si dimette? Forse perché nel frattempo si è laureata e quindi finalmente può trovarsi un lavoro migliore che friggere patatine? O, peggio ancora, forse perché si sposa e/o è rimasta incinta e McDonald’s Japan non offre il congedo di maternità?

Ma il più comune e al contempo più cattivo è:

Ma le AKB48 hanno mai lavorato al McDonald’s?

Il gruppo musicale femminile giapponese AKB48.

Gotta catch ‘em all!

In pratica alla fine haters gonna hate, come si suol dire. Nel frattempo McDonald’s Japan si trova in una grottesca situazione di crisi non perché non ha abbastanza gente davanti al bancone, ma dietro: viene quasi voglia di non andarci più per non soffocare di lavoro i dipendenti, le coronarie intasate di colesterolo ringrazieranno sicuramente.