Storia d’Italia a fumetti

Elvis: That’s (Not) All Right

Copertina di "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.Una volta John Lennon disse: «Prima di Elvis non c’era niente». È una tipica affermazione provocatoria lennoniana, anche perché è un po’ come dire che prima della pizza non c’era niente, mentre invece esisteva una millenaria tradizione indoeuropea che va dal poori al pane alla piadina. È pur vero però che la pizza ha raccolto questa tradizione e l’ha elevata alla forma perfetta e definitiva e universale: è proprio quello che è successo con Elvis Presley.

Nel 2015, a sessant’anni dal debutto discografico del cantante americano, gli autori francesi Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff hanno pensato di omaggiarlo con un volume intitolato Elvis, che quest’anno la Nicola Pesce Editore ha portato in edizione italiana. Le iniziative della giovane casa editrice guidata dal suo giovanissimo editore sono tutte, sempre, senza eccezione meritevoli e coraggiose, e basti citare la pubblicazione dell’opera omnia di Sergio Toppi e di Miguel Ángel Martín per avvalorare questa dichiarazione. Elvis, però, pone seri problemi di valutazione da un punto di vista fumettistico.

Per definire Elvis come “fumetto” bisogna allargare un bel po’ il significato della parola. Si tratta infatti di un bellissimo libro illustrato, dipinto da Lé Henanff quasi interamente con pastelli acquerellabili e basato in massima parte su fotografie rielaborate dall’artista. La successione di immagini segue l’ordine cronologico, ma è totalmente priva di qualsivoglia significato narrativo, e l’unica ombra di sceneggiatura è data dalle didascalie di Chanoinat, che rimpiazzano interamente i balloon.

Confronto fra l'Annunciazione di Simone Martini, "L'uomo che cammina" di Jiro Taniguchi e "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.

Sopra: un fumetto con immagini e parole, ma senza carta. Al centro: un fumetto con immagini su carta, ma senza parole. Sotto: immagini e parole su carta, ma senza fumetto.

Ma anche se le immagini sono composizioni grafiche più che vignette sequenziali, sono proprio le didascalie a dare il colpo di grazia alla possibilità di definire questo libro un “fumetto”. Leggendo Elvis viene alla mente in più occasioni la celebre Storia d’Italia a fumetti, per la cui realizzazione Enzo Biagi radunò professionisti di indubbio talento che solo di rado arricchirono le già esaurienti didascalie con ulteriori balloon. Anche in Elvis si racconta una storia vera tramite belle immagini e testi nelle didascalie, peccato che queste non abbiano alcun senso: in più casi ci si imbatte in informazioni del tipo «A gennaio Elvis partecipa a una trasmissione TV, a maggio a un’altra», oppure «Nel 19XX escono sette album: [segue lista di titoli]». Quale significato ha questo tipo di operazione? Quale lascito resta al lettore? Quale differenza c’è con una pagina di Wikipedia?

L’inconsistenza narrativa assume un valore ancora più evidente considerando il personaggio che vorrebbe raccontare. Elvis Presley è stato lo stupor mundi del XX secolo, lo shock che ha diviso culturalmente a metà il Novecento, e un personaggio di grandissima ricchezza narrativa potenziale data dalla sua indole contraddittoria. Presley è stato al contempo incendiario e pompiere, rivoluzionario e reazionario, modello positivo e negativo, e il tutto contemporaneamente: un personaggio dalle enormi possibilità narrative, e questo senza nemmeno parlare della sua musica.

Elvis Presley si esibisce per la prima volta nel 1957 al The Ed Sullivan Show col brano Hound Dog. Il suo talento sul palco era ed è ancora oggi assolutamente sconvolgente: al di là della qualità musicale, è la sua fisicità e il rapporto con il pubblico che lo rendono incredibile. Nella clamorosa esecuzione di Love Me Tender durante il concerto-evento That’s the Way It Is del 1970, il cantante riesce a tenere il palco, cantare il brano romantico, cambiare il testo, e contemporaneamente scherzare col pubblico fra un verso e l’altro della canzone, passando dal tono ironico al registro drammatico all’istante.

Nulla di tutto ciò si percepisce minimamente dalla lettura dell’opera. Presley viene chiamato «The King», ma non si sa perché; viene definito innovativo, ma non si sa per cosa; viene esaltato come icona, ma non si sa di chi. Gettare alle ortiche una così straordinaria possibilità narrativa è peggio che scrivere una brutta opera. Sì, è vero che «anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale», ma nel caso di Elvis la sceneggiatura non è nemmeno mediocre: è sciatta.

In realtà di anima in questo lavoro ce n’è, solo che viene esclusivamente dai disegni. Non a caso forse la parte più bella di tutte è il portfolio finale con gli schizzi e le prove colore, in cui Lé Henanff può esprimere liberamente il suo splendido tratto accademico e ultrarealistico fuori dalla inutile, forzata e controproducente griglia di vignette.

Vignette di "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.

Cos’è quel gomito? In quale delle tre vignette si trova?? A che servono le closure in questo caso???

In definitiva Elvis si candida a miglior volume per tavolino da caffè della casa editrice NPE: bellissimo da guardare, irritante da leggere, non dice nulla che i fan non conoscano, ma è ottimo da usare per rompere il ghiaccio e iniziare la conversazione sul genio che ha dato avvio alla cultura pop.