stan lee

Karnak, il Maestro del punto debole

Più di 25.000 anni fa i Kree, una razza aliena originaria della Grande Nube di Magellano, erano già in lotta con gli Skrull, una specie aliena di mutaforma; per fronteggiarli generarono un’arma biologica formata da umani con straordinari poteri, gli Inumani, e Karnak è uno di loro.

Gli Homo sapiens inhumanus sono il frutto dell’esposizione di esemplari umani alle nebbie terrigene, processo che sviluppa poteri latenti; abbandonata dai loro stessi creatori perché ritenuti troppo pericolosa, la specie sopravvisse creando una civiltà parallela a quella umana, nascondendosi nella città segreta di Attilan sull’Himalaya.

Stan Lee e Jack Kirby presentarono la serie degli Inumani nel 1965 sul mensile dei Fantastici Quattro e ora, in pieno spirito di rilancio, la Casa delle idee ha deciso di puntare anche su di loro. Basti pensare che Freccianera, il loro leader, ha avuto un ruolo importante nel corso della saga di Infinity, dove pur di sconfiggere Thanos fa esplodere una bomba di nebbia terrigena su New York che, oltre a sconfiggere il nemico, creerà una nuova stirpe di inumani, i NeoUmani.

La terrigenesi è un processo a cui vengono sottoposti tutti gli Inumani, tutti tranne Karnak. Essere un Inumano ma di fatto non esserlo porta con sé una serie di frustrazioni e stati d’animo che lo portano a studiare le arti marziali alla continua ricerca di un punto debole, quella fragilità che è presente in qualsiasi cosa, persino nella morte che lui stesso riesce a sconfiggere.

Un personaggio così singolare ben si presta a un approfondimento psicologico ed è questo che Warren Ellis, famoso per aver inciso sulle proposte editoriali di Wildstorm Studios di Jim Lee e l’Avatar Press di William A. Christensen e per aver lavorato a diverse serie Marvel (tra cui Moon Knight), tenta di fare in questa miniserie.

Scavare nell’animo del Gran Magister della Torre della Saggezza è un’impresa ardua e interessante, quello che ne esce fuori è una figura cinica, a tratti sadica, ma saggia e molto acuta. La storia di questo volume, raccolta della miniserie in sei volumi dedicata al personaggio, è incentrata sul rapimento di un NeoUmano, ma si scoprirà essere tutto pretesto per ripresentarci e approfondire questo personaggio, che nel corso della storia Marvel ha avuto spesso un ruolo marginale. Il lavoro che Ellis fa è buono e funzionale consentendo ai due disegnatori che si sono cimentati in questa opera di realizzare delle tavole di forte impatto visivo e pregne di dinamismo.

Qui sopra possiamo vedere due estratti del volume con la sequenza dinamica dei combattimenti di Karnak, evidenziata da una linea gialla.

Per i primi due capitoli i disegni sono affidati a Gerardo Zaffino (figlio del più noto e prematuramente scomparso Jorge), il suo tratto caratterizzato da un sapiente uso del chiaroscuro graffiato esalta le atmosfere cupe di questa opera.

Più canonico è invece il disegno di Roland Boschi che cerca di portare a compimento al meglio delle sue forze l’opera lasciata incompiuta, a causa di problemi personali, dal suo predecessore. Trait-d’union del comparto visivo rimane la costante di Dan Brown ai colori che fa un buon lavoro enfatizzando le atmosfere dark usando, come pare essere molto in voga negli ultimi anni, una palette composta da colori desaturati e cianotici, che comunque hanno un buon effetto visivo.

Il volume proposto dalla Panini è un buon mezzo per poter conoscere un personaggio poco noto ai più in un’operazione di valorizzazione a mio avviso molto ben riuscita. Peccato che la serie sia stata chiusa dopo soli sei numeri, poteva essere interessante approfondire ulteriormente la figura di Karnak, ma immagino che non mancheranno occasioni per farlo, inserendolo in altri archi narrativi.

Warren Ellis, Gerardo Zaffino, Roland Boschi
Karnak, il punto debole in ogni cosa

136 pag., cartonato, colori
formato 17 x 26 cm
prezzo: 14,00

Marvel Legacy: un volume da collezione

Il 2018 è ufficialmente l’anno della svolta della Casa delle Idee, provocata un po’ dal calo di vendite e tanto dalla mossa vincente che la DC ha saputo mettere in atto con il titolo di Rebirth.

La Marvel dunque prova a rilanciare il proprio universo fumettistico e dopo gli eventi di Infinity, che hanno generato il collasso di tutti gli universi lasciandone attivo uno solo e creando un mix variegato di Super Eroi che mescola con brio vecchie e nuove leve, ora si tenta di ridare lustro a tutto il parco testate con un’operazione volta a dare un nuovo, ennesimo, inizio, con la speranza di fidelizzare i vecchi lettori ma ancora di più di attirarne di nuovi.

Ma di questo argomento ha già parlato il nostro Valerio Spino qui; quello che farò io sarà fare una pura e semplice recensione del cartonato omonimo che la Panini ci ha proposto in occasione di questo importante evento editoriale.

L’albo si apre presentando Marvel Legacy #1, ovvero il racconto che dà il via a tutto il nuovo corso e che porterà non pochi stravolgimenti.

 


Molto stimolante è la collaborazione tra le firme più autorevoli della Marvel che si ritrovano unite nella stesura di questo racconto ognuno nella parte dedicata all’eroe del quale segue le gesta sulle testate ufficiali: è molto stuzzicante questo mix di stili, un po’ come quando vai al buffet di dolci e assaggi tutto per scegliere la fetta più grande poi!

La forza di questo volume però risiede in tutto il corposo comparto dedicato alle Origini degli Eroi Marvel, sceneggiatori e disegnatori si fanno carico di raccontare la genesi di quasi tutti i personaggi più importanti in uno spazio riservato che è di media sulle 3/5 pagine.
Un ottimo strumento per le nuove leve che così possono conoscere le origini dei loro personaggi preferiti e perché no interessarsi anche a quelli che fino a questo momento hanno snobbato.

In chiusura dell’albo la versione italiana della rivista Foom (acronimo che sta per Friends Of O’l Marvel, amici della vecchia Marvel) composta da un corposo apparato redazionale che spiega nei minimi dettagli tutta l’operazione Legacy con dettagli e retroscena.

Ho trovato particolarmente interessante l’operazione legata alla CoverCitazione dove gli artisti di oggi rivisitano, citando, le copertine storiche delle varie testate, con dei risultati davvero d’impatto e accattivanti.

Un volume cartonato da collezione che dovrebbero avere tutti, sia i vecchi che i nuovi amici della Casa delle Idee e che per me, neofita del settore, ha rappresentato una vera chicca.

X-Men: essere mutanti oggi

The X-Men, I did the natural thing there. What would you do with mutants who were just plain boys and girls and certainly not dangerous? You school them. You develop their skills. So I gave them a teacher, Professor X. Of course, it was the natural thing to do, instead of disorienting or alienating people who were different from us, I made the X-Men part of the human race, which they were. Possibly, radiation, if it is beneficial, may create mutants that’ll save us instead of doing us harm. I felt that if we train the mutants our way, they’ll help us – and not only help us, but achieve a measure of growth in their own sense. And so, we could all live together.
(Jack Kirby)

I wanted them to be diverse. The whole underlying principle of the X-Men was to try to be an anti-bigotry story to show there’s good in every person.

(Stan Lee)

Il passato

Per anni gli X-Men sono stati la “cenerentola” del parco delle testate Marvel. Nati nel 1963 da un’idea di Stan Lee & Jack Kirby, questo supergruppo di adolescenti mutanti (persone dotate di incredibili poteri fin dalla nascita a causa di anomalie del patrimonio genetico) non aveva mai riscosso particolare successo e la sua collana a fumetti venne chiusa nel 1970 per scarsità di vendite, col numero 66 della collana a loro dedicata, nonostante l’ottimo lavoro svolto negli ultimi tempi per la testata da parte di Neal Adams e Roy Thomas.

Negli anni fra il 1974 e il 1975 la serie tornò in vita, ma trasformata nei protagonisti e nei contenuti, dando spazio alle problematiche e alle avventure di un colorito gruppo multietnico di persone temute e cacciate dalla società a causa della loro diversità. La parte del leone, infatti, non la facevano i classici pupilli di Xavier che tutti conoscevano, ma cinque mutanti più o meno nuovi di zecca: il canadese Wolverine, il tedesco Nightcrawler, l’africana Tempesta, il russo Colosso, l’apache Thunderbird, l’irlandese Banshee. Una nuova genesi di X-Men, affascinanti, eterogenei e avvincenti, resi vividamente dal tratto di Dave Cockrum, proveniente dalle grandi fortune in casa DC con la rinnovata Legione dei Supereroi.

Quasi immediatamente la formazione di questi mutanti venne affidata all’abile verve narrativa di Chris Claremont, che realizzò un’intelligente miscela di avventure e introspezione, tingendo gli albi di atmosfere cupe, tragedie shakespeariane e quel tocco di epica che non guastava in un albo di supereroi, concependo saghe a lungo respiro, e un’incredibile serie di trame e sottotrame che, nel tempo, hanno fatto la fortuna degli X-Men. La miscela divenne esplosiva quando allo scrittore inglese si affiancò il disegnatore anglocanadese John Byrne, che con uno stile a metà tra il classico e l’innovativo, fece diventare Uncanny X-Men la testata più venduta d’America.

Capire le ragioni del fenomeno X-Men è piuttosto difficile, ma è indubbio che alla base ci sono progetti ponderati e rielaborati col passare degli anni, ottimi autori e, soprattutto, il genio e l’inventiva di Claremont che ha retto le redini del gruppo per oltre sedici anni. Grazie a lui il termine “mutante” è diventato una metafora del “diverso” nella società contemporanea. Da tutto e da tutti si difendono gli X-Men: dalla paura che il proprio fisico subisca ulteriori e incontrollabili mutazioni, dai loro nemici, anche dal mondo, che non li ama. In Giorni di un futuro passato e Dio ama, l’uomo uccide Claremont parla chiaro: ci sono politici e predicatori religiosi che pur di mietere consensi sono disposti ad anteporre l’odio contro di loro, i diversi. «Sapete chi sono i vostri bambini?» è il motto del candidato antimutante.

Le etichette saranno sempre più importanti del modo in cui si vive, nei fumetti come nella realtà, mostrando come il discorso di Claremont sia ancora vividamente attuale. Allora la “X” del professor Xavier, la stessa di extra: eXtrapoteri, eXtraterrestri, eXtracomunitari, la “X” di Malcom X, la “X” di chi non sa scrivere, di chi non ha un ruolo e un posto nella società, è il simbolo di questo gruppo di reietti di diversa nazionalità che si scoprono una famiglia.

 

Veniamo ad oggi

Il mondo mutante a oltre 40 anni di distanza da Giant-Size X-Men #1 mostra tutto il peso della sovraesposizione degli anni ’90, delle troppe testate e della continuity intricata. Allo stesso tempo, quelle tematiche che hanno reso grandi gli X-Men hanno fatto scuola e sono permeate nella formazione di quei bambini di un tempo oggi diventati autori ed editor adulti. In particolare col brand All New All Different (che ai più attenti ricorderà proprio lo slogan che campeggiava sulle copertine dei primi X-Men di Claremont), la Marvel ha puntato a sconvolgere e cambiare gli equilibri del Marvel Universe puntando spiccatamente su personaggi come Miles Morales, Kamala Khan, Amadeus Cho, Riri Williams, America Chavez, Lunella Lafayette, Sam Wilson, Jane Forster eccetera, e con ognuno di loro che rispecchia un “diverso” per la sua etnia, per la propria religione o l’età.

E a questo si aggiunge la volontà da parte delle capocce Marvel di puntare negli ultimi anni maggiormente i riflettori su Inumani e Vendicatori. In questo contesto diventa difficile comprendere quale sia il ruolo degli X-Men se assistiamo alla nascita di un gruppo come la cosiddetta Squadra Unione degli Uncanny Avengers di Rick Remender, dove un gruppo Vendicativo sembra più pronto e in grado di affrontare tematiche quali la discriminazione. Come afferma Scarlet Witch (ormai una ex-mutante dopo gli eventi di Axis) all’interno della serie:

Nascere mutanti o nascere all’interno di una cultura, di un’etnia o anche di una religione è ben diverso. Questi aspetti sono radicati nelle tradizioni, nella condivisione del passato, di valori e, per la religione […] della fede. Essere mutante […] non è solo il modo in cui si è ricevuto un superpotere ed è l’unica cosa che condividiamo universalmente. Ma a parte questa distinzione […] no, non penso che la condizione di nascita sulle quali non si ha alcun controllo dovrebbero essere usati per dividerci in categorie.

Appare chiaro come gli X-Men negli ultimi tempi siano stati come un pugile alle corde, l’ombra di quello che erano: avendo perso la loro identità, e il loro messaggio di perseveranza, di fronte a discriminazione e persecuzione, il messaggio è apparso debole.

Ma se avete cominciato di recente ad avvicinarvi ai fumetti e vi è venuta voglia di conoscere meglio X-Men anche grazie alle pellicole di Bryan Singer o se siete degli aficionados delle vicende mutanti e volete cercare qualche lettura in più degli ultimi cinque o sei anni, che fare? Soprattutto in un marasma editoriale e in un contesto così come quello di cui vi ho appena descritto? Ecco che Dimensione Fumetto viene in vostro soccorso con una selezione di tre titoli meritevoli in salsa mutante degli ultimi anni.

  • UNCANNY X-FORCE di Rick Remender con vari artisti del calibro di Jerome Opeña, Essad Ribic, Greg Tocchini, Phil Noto e Julian Totino Tedesco

Abbiamo tutti il potenziale di essere dei gran bastardi, Evan. La differenza è che tu non hai mai smesso di lottare. Hai combattuto per diventare l’uomo che tuo zio Cluster vedeva in te.

Uncanny X-Force di Remender è stata una delle migliori serie in circolazione negli ultimi anni. Durata 35 numeri, ha presentato le avventure della X-Force, la squadra segreta composta da Wolverine, Psylocke, Arcangelo, Fantomex e Deadpool che si occupa di portare a termine le missioni più sporche. In essa Remender ci mostra tutto il suo pessimismo e questo è un elemento della sua natura che viene espresso in molti modi nei suoi fumetti. In Uncanny X-Force un bambino deve morire per la sua natura e per il nome che porta. Infatti il filo rosso attorno a cui ruota la narrazione è da una parte una riflessione su quanto il male (o addirittura l’omicidio) sia accettabile da compiere per preservare il bene, su quanto pochi siano disposti a caricarsi sulle spalle cadaveri affinché altri possano ergersi a eroi; dall’altro ci racconta di come chi o cosa riesce a influenzare pesantemente la nostra vita e la lotta disperata dei protagonisti per spezzare questa catena. Di quanto siamo artefici del nostro destino e come ci autodefiniamo moralmente quando la generazione precedente direttamente o indirettamente ha fallito nella trasmissione dei valori.

A questo si uniscono altri elementi come viaggi in mondi alternativi, come quello dell’Era di Apocalisse, Deathlok, i Bretagna Corps e Brian Braddock, la Nuova Confraternita dei Mutanti Malvagi e altri, uniti ad archi di trasformazione che coinvolgono davvero ogni elemento del gruppo. Particolare la caratterizzazione di Deadpool, le cui battute e risate sono solo un modo per nascondere l’intima vulnerabilità, e che finirà, antiteticamente a quanto possa pensare il lettore (e unitamente a lui i restanti membri del gruppo), per incarnare nei momenti catartici la voce della ragione.

  • SCISMA di Jason Aaron con vari artisti + WOLVERINE E GLI X-MEN sempre di Jason Aaron con Chris Bachalo e Nick Bradshaw

Abbiamo sbagliato strada Scott. Da qualche parte, lungo il cammino. Quando abbiamo iniziato a pensare ai ragazzi come a truppe di combattimento.

La mini-serie Scisma, sceneggiata da Jason Aaron, si è rilevata un evento mutante molto importante, rappresentando il punto di rottura fra Ciclope e Wolverine, due X-Men spesso in contrasto, ma che allo stesso tempo si sono sempre rispettati per il benessere comune degli X-Men. Qual è il tema dello scontro ideologico tra i due mutanti? Come gestire i giovani X-Men, i bambini. In particolare Ciclope ha lasciato che la giovane Indie “Oya” Okonkwo uccidesse alcuni avversari. L’aver messo la ragazza davanti a una scelta così traumatica ha acuito le tensioni tra i due vecchi amici, facendo riemergere rancori sopiti. Alla fine di Scisma, Wolverine decide di prendere la sua strada e di aprire la Scuola Jean Grey, che sorgerà dove un tempo si trovava l’istituto di Charles Xavier che tanti anni prima vide nascere gli X-Men, rappresentando una casa per tanti giovani mutanti in fuga da sé stessi e dal proprio passato proprio come Wolverine.

Scisma rappresenta quindi il passaggio del testimone dalla dicotomia Xavier-Magneto a quella Ciclope-Wolverine degli ultimi anni. Aaron, grazie alla lunga durata della sua gestione su W&XM, ha potuto contare su trame a lunga gittata e sottotrame, marchio di fabbrica di Chris Claremont (che citerà marcatamente) portando numero dopo numero a compimento l’evoluzione della stessa Idie e di Quentin Quire (personaggio creato da Morrison nei suoi New X-Men e ripreso da Aaron) avviata in Scisma. Questi alla fine della serie si ritroveranno cambiati e maturati: la prima, costretta a sporcarsi le mani in giovane età e a odiare prima ancora che amare, troverà nei valori affettivi la chiave per una visione non nichilistica del suo futuro; Quire invece dimostrerà quanto aveva ragione Wolverine a prenderlo sotto la propria ala, raccattandolo da una prigione dello Shield e dalla custodia di Capitan America, nel dargli un’occasione per renderlo qualcosa di diverso da un “mostro di livello Omega”. Ma loro e due non saranno gli unici studenti della Scuola Jean Grey (infatti con loro ci saranno Broo, Kid Gladietor, Mille Occhi, Genesis, Shark-Girl, Glob Herman e Sprite) con un corpo docenti di dissidenti dalle file di Ciclope come Bestia, Tempesta, Kitty Pryde, Rechel Grey e l’Uomo Ghiaccio, i quali aiuteranno Wolverine nel duplice compito di preside e insegnante. Apporteranno anche un ulteriore tassello all’evoluzione del personaggio, che l’autore ha ampiamente curato dai tempi di Wolverine:Weapon X e dandoci un Logan finalmente in pace con sé stesso, con i cadaveri del suo passato e le mani troppe volte sporche di sangue, ergendosi a figura paterna ingombrante affinché i giovani mutanti non diventino un gruppo para-militare come vorrebbe Ciclope.

  • MAGNETO di Cullen Bunn e Gabriel Hernandez Walta

Ecco perché combatto. Nomi. Migliaia di nomi. I nomi dei mutanti strappati con la violenza a questo mondo. Ciascuno è una cicatrice che mi alimenta.

Magneto è un personaggio complesso, dalle molte vite e scritture, da supercriminale stereotipato a personaggio shakespeariano, sempre in bilico tra bene e male ed eternamente tormentato dai dubbi, grazie alle abili mani di Claremont, un terrorista, un partigiano, tante volte trovatosi a ritornare sui suoi passi, finendo per militare negli X-Men e guidarli in assenza di Xavier. Cullen Bunn prova a darci un’ulteriore riscrittura del personaggio, questa volta come un vero vigilante noir. Nei primi numeri di questa serie Bunn costruisce un hard boiled in chiave mutante, in cui un Magneto rasato a zero, dai lineamenti duri, vestito di nero, dai lunghi monologhi e disilluso verso gli ennesimi crimini umani contro i mutanti, prova a farsi giustizia da solo, trasformando ogni oggetto di ferro in un’arma e con un Cullen Bunn capace di alternare il presente di vendetta ai ricordi del passato, guidando il lettore nelle tragedie e nei fallimenti di cui è tempestato il passato di Magneto, svelandone anche una certa ipocrisia. La serie verso metà, nel passaggio da Walta ad altri disegnatori, finisce per perdere la carica innovativa dei primi numeri, virando su scenari più convenzionalmente classici, con elementi antieroistici, pur mantenendosi di buon livello.

Il futuro

Recentemente abbiamo assistito negli Stati Uniti all’ultimo rilancio della famiglia degli X-Men, ResurrXion, avviatosi con l’albo speciale X-Men Prime. Alcune testate sono già partite, come X-Men Gold realizzata da Marc Guggenheim, tra gli sceneggiatori della serie tv Arrow, i cui primi numeri sono stati disegnati da Ardian Syaf, licenziato da Marvel Comics d23opo la querelle dei messaggi anticristiani e antisemiti contenuti nel primo numero, e con protagonista il team guidato da Kitty Pryde e composto da Nightcrawler, Colosso, Tempesta, Rachel Grey (con il nuovo nome in codice di Prestige) e Vecchio Logan; X-Men Blue di Cullen Bunn e Jorge Molina (con l’aiuto dell’italiano Matteo Buffagni e di Julian Lopez) con al centro il team degli X-Men originali arrivati dal passato guidati da Magneto; Weapon X sceneggiata da Greg Pak e disegnata da Greg Land avrà per protagonisti Vecchio Logan e Sabretooth, a capo di un gruppo composto da Domino, Lady Deathstrike e Warpath che cercheranno di fermare un nuovo progetto Arma X e che coinvolgerà l’altra testata scritta da Pak, Totally Awesome Hulk; Jean Grey scritta da Dennis Hopeless e disegnata da Victor Ibanez, che vedrà la giovane Jean avere a che fare con la Forza Fenice. Altre invece arriveranno più avanti: Generation X, scritto da Christina Strain e disegnato da Amilcar Pinna; Cable, curata da James Robinson e Carlo Pacheco; Iceman, con alla guida la coppia costituita Sina Grace e dal disegnatore italiano Alessandro Vitti; Old Man Logan, che vedrà il solido duo Lemire-Sorrentino salutarci per il nuovo team composto Ed Brisson e Mike Deodato; Astonishing X-Men, sceneggiata da Charles Soule mentre ai disegni si alterneranno disegnatori diversi numero per numero.

Le testate già avviate, sebbene abbiano trovato un grosso riscontro di pubblico, dimostrando quanto ancora sia forte l’interesse verso i mutanti nonostante le ultime stagioni poco felici, non risultano per ora spiccare di originalità, con ammiccamenti non troppo velati agli anni di X-Chris e ai Novanta, riportando le X-testate a scenari piuttosto classici e puramente eroistici per i lettori navigati, anche se è ancora troppo presto per poter dare giudizi netti e bisognerà inoltre attendere i prossimi mesi per farsi un quadro più chiaro dell’andamento futuro di tutte testate.

Back to Basics – L’Uomo Ragno

Benvenuti a questa nuova rubrica aperiodica di Dimensione Fumetto, come se non bastassero le millemila già iniziate e dimenticate. Ma non preoccupatevi, in redazione conosciamo il valore del riciclo e vi promettiamo che prima o poi amatissime rubriche come i Fumetti dalla Dimensione X, oppure Ipse Dixit, torneranno ad ammorbare gli schermi dei vostri dispositivi. Nel frattempo, però, rieccoci pronti con Back to Basics!


In questa rubrica andremo a rileggere i primi albi di personaggi storici, per scoprire qual era il loro concept iniziale, e quanto siano cambiati nel tempo. E inizieremo, ovviamente, con i primi numeri del personaggio più figo del bigoncio, quell’Uomo Ragno che oggi viene impropriamente chiamato Spider-Man!

Attenzione, amanti dello spoiler: vi anticipiamo già la fine della nostra indagine. L’Uomo Ragno dei primi numeri era qualcosa di completamente diverso da quello che oggi ci saremmo aspettati.

Naturalmente non vi ammorberemo con l’ennesima rilettura delle sue origini segrete, che ormai conoscono anche i leghisti. L’unica cosa che ci interessa qui porre all’attenzione è che la celeberrima frase «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» non viene assolutamente pronunciata dallo zio Ben, che dopotutto è solo il tipico vecchio zio capace al massimo di criticare le scelte tattiche della nazionale di calcio, come ce ne sono tanti. La frase compare invece nell’ultima vignetta:

Uomo Ragno

Tutte le immagini vengono da L’Uomo Ragno Classic, edizione Star Comics. Sì, siamo vecchi.

Come vedete, la frase è del narratore, e non è affatto detto che Peter Parker ci abbia mai pensato.

Anzi, a quel che sembra nei numeri successivi, probabilmente non gli passa neanche per l’anticamera del cervello!

Nel numero successivo (il primo, storico numero della collana Amazing Spider Man), il buon Peter riflette sui suoi guai recenti, e su quello più impellente di tutti: i soldi.

Uomo Ragno

Era zio Ben a tirare avanti la carretta di questa famiglia atipica, e ora che è dipartito le cose stanno per mettersi male. La prima cosa che viene in mente a Peter (e pure a noi, se fossimo nei suoi panni) è di rapinare qualche banca: ma se lo catturassero, cosa accadrebbe a zia May? La vecchia non vuole nemmeno che lui abbandoni gli studi per trovare un lavoro (grosso errore: se gliel’avesse lasciato fare, probabilmente ora Peter sarebbe, che so, Ministro dell’Istruzione). Non gli resta che una sola soluzione.

Uomo Ragno

Tornare a calcare le scene, esibendosi come Uomo Ragno, è la soluzione più semplice: la vecchia è fatta fessa, e in cambio di un paio d’ore di mossette sul trono della De Filippi Peter potrà continuare gli studi. Facile, no? Non proprio.

Le cose sembrano funzionare, ma a causa della kasta dei bankieri !1!!1 non è possibile ricevere assegni intestati a nomi inventati come Uomo Ragno, e quindi l’opzione America’s got Talent diventa impraticabile. E, come se non bastasse, ci si mette anche Jonah Jameson.

Uomo Ragno

Non è che il baffetto abbia tutti i torti, ma la cosa strana è che finora a Peter non è mai venuto in mente nemmeno per un secondo di fare il giustiziere mascherato. Non fa ronde, non combatte criminali, non si spenzola per la città vegliando sulla nostra tranquillità. No, Peter Parker indossa il costume solo per risolvere i suoi problemi finanziari.

Intanto Peter, in una scena degna di un film neorealista italiano, scopre la vecchia che impegna i suoi gioielli per pagare l’affitto: come potrete immaginare, non la prende bene.

Il taglio drammatico di questa scena fa venire i brividi. Peter vede la sua vita precipitare in un baratro e si sente completamente impotente. Il lettore dell’epoca doveva essere ancora più sconvolto, abituato com’era a supereroi sorridenti e dalle tasche piene.

Peter vuole continuare a essere l’Uomo Ragno non per fare del bene al mondo, ma per ricominciare a fare spettacoli e guadagnare, in qualche modo, dei soldi. L’obiettivo è ripulire la sua immagine dalle insinuazioni di Jameson, che gli impediscono di prendere nuove scritture.

Neanche a farlo apposta, il figlio di Jonah è un astronauta impegnato in un lancio che va male. L’unico che può salvarlo è l’Uomo Ragno, che si offre eroicamente e riesce nel suo intento. Verrebbe da pensare che Peter abbia finalmente scoperto il suo lato eroico, vero?

In realtà, in una delle ultime vignette, scopriamo qual è il motivo per cui si è convinto a salvare la vita a John Jameson.

Uomo Ragno

Riuscirà ora a ricominciare a lavorare? No, ovviamente. Jameson non ci casca e la sua campagna mediatica continua nonostante tutto.

Nell’ultima vignetta mostrata vediamo Peter sorridere, ed è la prima volta in quest’albo. Ecco una veloce carrellata delle sue espressioni facciali nel resto dell’albo.

Rabbia:

Preoccupazione:

Tristezza:

Fastidio:

E disperazione.

Uomo Ragno

Amazing Spider Man 1 si chiude così, con un Peter Parker sull’orlo della crisi di nervi, che si chiede se l’opzione migliore non sia quella di diventare un criminale.

Le cose non andranno meglio nel numero 2. Peter tenta inizialmente di entrare nei Fantastici Quattro, allettato dall’idea di guadagnare uno stipendio come supereroe: ma le cose non vanno come crede, e quando scopre che il quartetto non paga stipendi, li molla senza pensarci due volte.

Intanto, il Camaleonte ha dei piani e per realizzarli ha bisogno dell’Uomo Ragno.

Peter, appena sente parlare di soldi, scatta sull’attenti.

Fino a ora Peter Parker si è rimesso il costume all’unico scopo di guadagnare denaro. La trappola in cui lo getterà il Camaleonte porterà i due a scontrarsi, ma l’Uomo Ragno continuerà a esistere soltanto come mezzo per far soldi e uscire dalla povertà. Tant’è che, di fronte al fallimento, ecco come reagisce Peter:

Che se la prendano da soli, quella spia, ora!

La polizia riuscirà nell’intento di catturare il Camaleonte, senza che l’Uomo Ragno la aiuti più in alcun modo.

Passiamo rapidamente al numero 3, dove una splendida copertina ci rivela il nuovo criminale, l’Avvoltoio. Cosa porterà mai l’Uomo Ragno a scontrarsi con lui? E che, lo chiedete ancora?

I soldi, e che cavolo! Con i suoi poteri di Ragno, potrebbe avvicinarsi all’Avvoltoio e fotografarlo. E infatti è proprio per questo che si avvicina al vecchio Toomes.

Dopo un primo scontro, da cui, guarda un po’, esce sconfitto, Peter è comunque riuscito a fare le foto e a venderle. Tutto contento, paga un anno di affitto e inizia a prenderci gusto.

Potrà chiedere qualsiasi cifra!

Sarà soltanto nel numero 5, quando farà la sua apparizione il caro dottor Octopus, che vedremo per la prima volta l’Uomo Ragno alle prese con dei semplici rapinatori, senza alcuna prospettiva di guadagno personale.

Il Peter Parker dei primi numeri non era affatto un supereroe, ma un semplice ragazzo con enormi problemi di denaro che tenta di utilizzare i suoi poteri per risolverli. Così, come farebbe ognuno di noi. E forse è stata proprio questa la forza prorompente di questo personaggio, e la geniale intuizione di Stan Lee e Steve Ditko. Di quel personaggio oggi rimane davvero poco: Peter si è imborghesito, diremmo quasi, finendo per assomigliare a quella figura di supereroe che, all’epoca, aveva praticamente distrutto nel giro di una manciata di pagine.

Quando, decenni dopo, Brian Michael Bendis tentò di ricatturare in Ultimate Spider-Man la magia di questi primi numeri, riuscirà nel suo intento soltanto a metà. Per quanto la sua rilettura sarà rispettosa dell’originale, ben scritta e moderna, gli mancherà quella carica iconoclasta che, speriamo, la nostra rilettura ha saputo mostrare.

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 2, (6-10)

Eccoci giunti alla seconda parte di questo viaggio enciclopedico dietro le quinte della storia del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Giunti a metà strada ci rendiamo conto di come la storia di Spider-Man sia emblematica della storia della Marvel tutta.

6- L’arrivo di John Romita coincise quindi con un cambiamento del carattere di Peter e di tutti i comprimari. Peter entrò a far parte del gruppone e poco poco ci mancava che si mettesse lui a fare le smutandate ai secchioni. Soprattutto Gwen Stacy smise di essere un’algida stronza (copyright di DocManhatthan) per diventare la ragazza dallo stivaletto a mezza gamba che tutti quanti amiamo.

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Romita la vestì alla moda, le ficcò un cerchietto nero in testa e voilà, eccoti servito l’unico vero amore di Peter. Essì, perché, nelle intenzioni di Stan Lee, Gwen doveva rimanere l’unico vero amore di Peter.

D’altra parte Lee aveva un certo debole per le stanghe bionde, visto che ne aveva sposata una: Joanie Lee, a detta di molti, era una specie di incrocio tra Susan Storm e, appunto, Gwen Stacy. Quando Lee e Romita decisero di svelare il volto della misteriosa Mary Jane Watson, quindi, era soltanto perché mancava il vertice del classico triangolo amoroso puzzone che piaceva tanto agli adolescenti dell’epoca.

Praticamente, se negli anni ’60 avevano questa

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… noi negli anni 2000 abbiamo questo:

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Mala tempora!

E infatti, Mary Jane finì fidanzata con quello sfigato, drogato ed esaurito dai capelli a tapparella (però milionario) di Harry Osborn.

7- Quando leggi le storie della Marvel è tutto un chiedersi perché Kirby lasciò pinco, perché Ditko lasciò pallino, persino perché Herbe Trimpe lasciò caio e sempronio. Pochissimi si sono chiesti perché Stan Lee lasciò la scrittura dei fumetti pressoché definitivamente in quel 1972.

La verità è che Stan Lee lavorava nel campo dei fumetti da tantissimo tempo. Nato nel 1922, aveva iniziato prestissimo attraversando la guerra, la crisi economica, sempre dentro la Marvel, mettendoci la faccia anche quando doveva licenziare. Nel ’72 aveva 50 anni e quella è un’età in cui cominci a fare dei bilanci della tua vita.

A leggere alcuni suoi interventi dell’epoca ci si rende conto che il bilancio che l’Uomo doveva aver fatto sembrava fortemente in deficit. Ecco cosa diceva parlando del lavoro nei fumetti:

“Anche se hai successo, anche se raggiungi il vertice del successo nei comics, sarai comunque meno famoso e con minori certezze e minor potere di un professionista qualunque della televisione, alla radio, nel cinema o in qualsiasi altro settore. È un ambiente in cui il creatore… non è proprietario di ciò che crea.[…] Ciò che direi ad un cartoonist con un’idea è di pensarci due volte prima di darla ad un editore”.

Proprio in quel periodo il suo ufficio si stava svuotando delle facce che aveva amato. Kirby aveva mollato per un contratto più remunerativo alla DC; Ditko, come abbiamo visto, era alla Charlton; la mitica segretaria Flo Steinberg aveva cambiato lavoro; Sol Brodsky era andato a dirigere una rivista in bianco e nero. Tutti crescevano, tutti andavano altrove, e le pareti di quell’ufficio dovettero sembrare improvvisamente una prigione per il cinquantenne Stanley Lieber.

Il favoloso Bullpen... oh mio Dio, ma Herb Trimpe era Frankenstein!

Il favoloso Bullpen… ditemi se Don Heck non è uguale a Frankie di Carletto Principe dei mostri

Lee, alla fine, prese il coraggio a due mani e decise di provarci. Lasciò le serie che ancora scriveva (Thor, Capitan America, Fantastic Four, Spider-Man) e si mise a scrivere una sceneggiatura con il suo amico Alan Resnais, regista di un certo calibro. The Monster Maker, storia di uno scrittore di titoli-spazzatura che decide di dedicarsi a qualcosa di culturalmente più profondo, sarà una sceneggiatura vagamente autobiografica. Lee riuscirà a venderla per 25000 dollari, anche se poi non se ne farà nulla.

Più ricco, ma sconfitto, Lee tornò a scrivere Spider-Man dopo l’interregno di Roy Thomas, ma non durò a lungo. Per sua fortuna, forse, qualcosa poi cambiò. La Marvel aveva venduto i diritti di sfruttamento dei suoi personaggi ad un tal Lemberg, il quale mise in atto una campagna promozionale faraonica che faceva di Stan Lee l’uomo di punta. Fu organizzato addirittura un evento alla Carnegie Hall con momenti imbarazzanti come Herbe Trimpe, Barry Smith e Roy Thomas che suonano, l’uomo più alto del mondo, lettura di poesie di Lee e Brian Wilson dei Beach Boys.

La locandina però era fighissima

La locandina però era fighissima

Lee non ci fece una gran bella figura, ma il ruolo di uomo-immagine gli piacque molto. La Cadence, società che aveva acquistato la Marvel da Goodman, aveva una grossa divisione di riviste e una cosa tira l’altra, Lee finì ad occuparsi del settore Hollywood con la direzione della rivista Celebrity. Hollywood gli piacque così tanto che, beh, ci rimase fino ai giorni nostri.

8- Ma lasciamo Stan Lee e torniamo al nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Dopo la seconda e definitiva fuga dell’Uomo, Amazing finì sorprendentemente nelle mani del poco più che ventenne Gerry Conway, che aveva già lavorato su Ka-Zar e Thor. erano cose che accadevano in America negli anni ’70.

Conway, come molti giovanotti impertinenti, si ritrovò per le mani la seconda serie più venduta (all’epoca il primato era ancora di Fantastic Four) con il desiderio di spaccare il mondo. Anzi, più precisamente, con il desiderio di spaccare zia May.

Sì, perchè Conway prese in mano la serie con il preciso intento di far fuori zia May. Chi poteva dargli torto? Quella vecchia scassamaroni aveva avuto così tanti infarti in manco 100 numeri che tutti sapevano che persino Peter, sotto sotto, sperava di togliersela di torno il prima possibile. Pare che la filastrocca “ammazza la vecchia col crick” sia stata inventata da fan di Spider-Man.

Così Conway propone la cosa a Romita che invece aveva un’idea migliore. Ammazzare la vecchia potrà anche essere liberatorio, ma quanto sarà drammatico? Tutti la vogliono vedere morta. Ammazziamo qualcun altro. Ammazziamo qualcuno che non sia già con un piede nella fossa!

Ora, le testimonianze si fanno confuse. Romita qualche volta dice di essere stato lui a proporre Gwen, altre volte che l’idea sia stata di Conway. Fatto sta che a quest’ultimo scatta un meccanismo mentale e comincia a gasarsi. Ammazzare Gwen? Ma certo!

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Conway disse in diverse interviste che a lui Gwen non era mai piaciuta. Come già detto, Gwen era la tipica donna dei fumetti di Lee: fondamentalmente una sciacquetta lamentosa e anche un po’ ottusa, completamente dipendente dagli uomini. Conway invece non aveva occhi che per Mary Jane.

e come dargli torto?

e come dargli torto?

«Avevamo un personaggio esplosivo come Mary Jane» disse «e Stan l’aveva relegata a fare la fidanzata del migliore amico. Non ebbi più dubbi: era Gwen che doveva andarsene».

E così, Gwen se ne andò.

9- I fan non la presero poi così bene. Erano tempi pioneristici, quando coraggiosi ricercatori come Conway sperimentavano la tenuta della sanità mentale dei nerd, e facevano scoperte che non piacevano a nessuno. Tipo che qualcuno può minacciarti di morte perché hai ucciso un personaggio inesistente.

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Quando la realtà supera la fantasia

Dice: ma Conway sarà stato difeso dalla Marvel tutta, che intanto contava i dollaroni delle vendite senza precedenti del numero 121 di Amazing. O no? Beh, no. Stan Lee stava tenendo una conferenza all’Università quando gli chiesero conto della morte di Gwen. L’Uomo cadde dalle nuvole e rispose:

«Se lo hanno fatto, io dovevo essere fuori città».

Stan Lee se l’era fatta addosso.

Conway ci rimase malissimo. Praticamente l’azienda lo aveva scaricato, lasciandolo tutto solo a prendersi gli insulti e le lettere minatorie dei fan che non ci stavano troppo con la testa. Ma era davvero possibile che Lee non sapesse della morte di Gwen Stacy? Il punto è che in quel periodo Lee faceva sì da supervisore capo, ma era anche impegnatissimo con le sue sgambate a Hollywood, e stava diventando sempre più distante dai fumetti. È emblematico il caso del naso di Iron Man.

Un giorno gli mostrarono i disegni di Mike Esposito di Iron Man, e Lee, che chissà a cosa pensava, chiese agli assistenti dove fosse il naso. Ad oggi nessuno sa cosa volesse dire, ma gli assistenti corsero a far disegnare il naso sull’armatura di Iron Man.

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Qualche mese dopo, Stan vide quel naso e disse: «Ma che è sta roba? Chi ce l’ha messa?», «Ma Stan, ce l’hai detto tu!» gli rispose un assistente. «Non dite stupidaggini. Levate questa roba.»

Lee se l’era semplicemente dimenticato. La sua attenzione per i fumetti andava scemando di giorno in giorno, così come la sua memoria.

10- Flash forward. Il povero Stan Lee perse il pelo ma non il vizio, e fece la stessa identica cosa molti anni dopo.

Si era in piena seconda saga del clone (che approfondiremo tra un po’) e nello staff dedicato a Spider Man era scattata una sorta di furia iconoclasta. L’idea di uccidere zia May stavolta non trovò nessun Romita a rilanciare, e così la decisione fu presa. L’albo scelto fu Amazing Spider-Man 400, scritto da Jean Marc DeMatteis e disegnato da Mark Bagley. Ancora oggi ce lo ricordiamo con le bruschette nell’occhio.

Seconda stella a destra... DeMAtteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

Seconda stella a destra… DeMatteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

L’albo raggiunse le edicole, tra l’altro, dietro questa copertina che, nell’intenzione dei grafici Marvel, doveva essere una sparafleshante figata e invece risultò essere la cosa più rattusa mai vista anche per gli standard degli anni ’90.

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini la ripropose tale e quale. Ricordo ancora che il mio edicolante ci mise due ore a capire che quello era un numero dell'Uomo Ragno

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini ovviamente evitò di riproporla, dimostrando ancora una volta che l’Italia è meglio dell’America

Fatto sta che la vecchia tirò le cuoia, e ovviamente molti fan corsero da Wallmart a comprare torce e forconi per fare la pelle alla Marvel. Stan Lee passava per una convention e in un istante fu circondato da gente inferocita.

E indovinate cosa disse?

«Io non ne so nulla. Se me lo avessero detto, l’avrei impedito!»

E invece Bob Budiansky, allora editore capo del settore Spider-Man (in quegli anni la Marvel era stata essenzialmente divisa in 5 sotto-case editrici), aveva lasciato un memo per l’Uomo. Semplicemente non se l’era sentita di fare una cosa del genere senza avvertirlo; o forse aveva parlato con Conway, chissà.

Fatto sta che numerosi testimoni riportano della risposta “da gentleman” di Stan che gli aveva augurato buona fortuna dandogli la sua benedizione.

Alla faccia del gentleman!

(2- continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, Bleedin’Cool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 1, (1-5)

Benvenuti alla nuova rubrica, sfacciatamente copiata, 20 cose (di cui forse non vi importava niente) su… Esordiamo con l’eroe per eccellenza, che hanno provato a venderci come il ragazzo con cui tutti si potevano identificare, nonostante fosse capace di realizzare complicate e rivoluzionarie invenzioni nella sua stanzetta con 4 soldi, nonostante si fidanzasse con supermodelle e ladre statuarie, nonostante fosse un fotografo di fama…

Spider Man!

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Che chiameremo Spider-Man soltanto perché, nel documentarci per questi articoli, abbiamo letto un fracco di interviste, articoli e libri in lingua originale. Pronti a partire?

1- Sulla creazione di Spider-Man se ne sono sentite di tutti i colori: Stan Lee dice Stan Lee, Steve Ditko dice Steve Ditko, finché un giorno Jack Kirby ha detto Jack Kirby. La questione è difficilissima da dipanare perché Lee è arcinoto per essere un po’ rintontito dall’età, e in ogni intervista dice una cosa diversa; il secondo non rilascia interviste, vive da recluso e non gliene può fregare di meno; il terzo è morto. Quella che segue è la versione più probabile dopo un lavoro di documentazione che mi è costato quasi il divorzio.

Dopo la creazione di Fantastic Four alla Marvel ci si rese conto che i supereroi tiravano, e Stan Lee si mise sotto a crearne di nuovi. All’epoca la Marvel non poteva lanciare nuove serie a causa di un accordo distributivo fatto con i piedi, così si decise di prendere le tre testate antologiche Journey into Mistery, Amazing Fantasy e Tales to Astonish e metterci dentro un supereroe nuovo di zecca. Alla prima e alla terza toccarono Thor e Ant Man; per la seconda, invece, a Stan Lee venne in mente di creare qualcosa che riguardasse i ragni. Come era solito fare a quell’epoca, chiese a Kirby di occuparsi del lato grafico, e da lì lui avrebbe sviluppato un background adatto (era praticamente il modo di lavorare alla Marvel, e tale rimase per decenni).

Kirby aveva pronto un vecchio personaggio chiamato Spider-Man che aveva discusso nel 1959 con Joe Simon, con il quale aveva ideato Capitan America. Questo tizio era poi diventato un supereroe chiamato The Fly, che trovò scarsa fortuna nelle edicole.

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Così iniziò a buttare giù cinque pagine della storia delle origini. Secondo Ditko, la storia parlava di questo nerboruto giovanotto che viveva con una vecchia zia e uno zio poliziotto in pensione, “il tipo simile al generale Ross”. Il suo vicino di casa, invece, era uno scienziato che conduceva strani esperimenti. In una splash-page, si vedeva l’eroe in costume. Si sa che utilizzava una pistola spara-ragnatele. Ecco come Ditko ricorda la cosa:

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Effettivamente la cosa non piacque affatto a Stan Lee, che aveva chiesto un ragazzo mingherlino e timido. Così portò quelle cinque tavole a Ditko, dicendogli di lavorarci sopra: tutto quel che segue, compreso il costume, fu opera sua e di Lee. A Kirby quindi dobbiamo probabilmente zia May. Argh.

2- Epperò la copertina del numero quindici di Amazing Fantasy, cioè la prima copertina della storia a rappresentare Spiderman, è stata disegnata da Kirby in persona, e inchiostrata da Ditko.

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Il fatto è che Kirby non soltanto disegnava le sue serie, ma dava lezioni a tutti su come si doveva lavorare. Potevi essere anche John Buscema ma Stan Lee, non appena arrivavi, ti diceva “vai da Kirby e fatti dire come devi fare”. E se Kirby poco poco non c’era, allora Lee ti metteva in mano un albo del Re e ti diceva “copia”. Sulle copertine Lee poi era particolarmente sensibile. Infatti Ditko una copertina l’aveva disegnata, ma a Lee non era andata bene.

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A me pare migliore quella di Ditko, ma probabilmente è colpa del mio occhio smaliziato del senno di poi. La copertina di Kirby, in effetti, riesce a suscitare di più una reazione del tipo “chi è quel giovanotto indisponente con la ragnatela scoppiettante che disturba la mia pubblica quiete!” In ogni caso bisogna dire che Kirby aveva dei grossi problemi a disegnare il costume di Spiderman, come si vede in quest’altra copertina.

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3- Quella di Steve Ditko è una figura avvolta nella leggenda. Taciturno e solitario, di lui si sa con certezza che è un fervente seguace di una filosofia molto particolare, l’Oggettivismo. Da conoscitore della materia posso affermare che si tratta di una sorta di ibrido mostruoso tra Nietsche, Carnap ed il Neopositivismo, e questo non è un complimento. L’etica di questo gruppo di pensatori, capitanato dalla fondatrice, la scrittrice russo-americana Any Rand, sfocia in uno spiccato individualismo, per cui ogni persona ha come unico scopo nella vita la persecuzione dei propri scopi, e l’unico vero dovere che un uomo ha verso l’umanità è il proprio lavoro. Ditko ancora oggi conduce una vita appartata e tutta dedita al proprio lavoro, senza scendere a compromessi.

Per l’Oggettivismo non importa se la tua vita diventa un inferno, tutto ciò che conta è fare la cosa che ritieni giusta.

Non vi ricorda qualcosa?

In effetti il primo Peter Parker, quello di Ditko, era un ragazzo che tentava di fare la cosa giusta nonostante ciò lo rendesse un paria della società. E quando diciamo paria, intendiamo quello che diciamo! Se si osservano bene i disegni di Ditko, vediamo un Parker quasi mai sorridente, sottile, quasi emaciato, non empatico. Lee stendeva sui disegni dei testi che smussavano molto questo aspetto del carattere di Peter.

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Con i suoi testi Lee trasforma un Peter Parker pieno di disprezzo in uno preoccupato di non far del male agli altri.

 

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Flash Thompson è in pericolo di vita e a Peter la cosa non sembra dispiacere affatto

 

Emblematica (e famosa) è la scena in cui Peter incontra dei manifestanti al campus e li tratta come se fosse stato morso da una Santanchè radioattiva.

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Notare la simpatica espressione del volto mentre Peter dice “Meglio che me ne vada, prima di dargli io qualcosa per cui protestare!”

Allora la domanda nasce spontanea: come è possibile che questo antipatico reazionario sia diventato l’idolo delle folle giovanili, in quello scorcio di fine anni ’60? La risposta è molto più semplice di quello che crediamo. Ed è: Stan Lee+Steve Ditko. La combinazione delle sensibilità artistiche di questi due personaggi e il loro metodo di collaborazione (in sostanza, Ditko disegnava le storie senza chiedere niente a nessuno, soprattutto nell’ultima fase, e Lee metteva i dialoghi) riuscì a creare un’alchimia unica. Peter Parker è ancora oggi quel personaggio unico nel suo genere proprio perché è sempre stato solo contro il mondo, funestato da tragedie personali che mai e poi mai però hanno intaccato il suo desiderio di fare il bene; e questo era il Peter Parker di Ditko.

Per Ditko Peter non avremme mai potuto essere davvero felice a causa dei suoi doveri come Spider Man

Per Ditko Peter non avrebbe mai potuto essere davvero felice a causa dei suoi doveri come Spider-Man

Ma poi lo amiamo perché, di fronte a queste tragedie, è sempre stato in grado di sparare battute, di regalarci un sorriso, di preoccuparsi per gli altri. E questo è il Peter Parker di Stan Lee.

4- Ma allora, perché diamine Ditko decise, di punto in bianco, di abbandonare la serie con il numero 38?

La vulgata vuole che la decisione nascesse dalla divergenza creativa sorta in seguito alla decisione di fare di Norman Osborn l’uomo che si celava dietro la maschera del Green Goblin. Oggi però questa teoria ha poco credito. Le divergenze sulla direzione che le storie avrebbero dovuto avere erano all’ordine del giorno: si dice che Ditko fosse contrario a far diplomare Peter, ad esempio.

Qualcuno ipotizza si trattasse di una questione di denaro. Se è vero che Martin Goodman, l’allora editore e proprietario della Marvel, era noto per essere un gran pitocco, al punto da far borbottare più di un autore, è anche vero che Ditko prendeva circa 30$ a pagina, il che, fatto un calcolo della serva, fa circa 10000$ l’anno. Al netto dell’inflazione, sono circa 82000$ attuali: non proprio uno stipendio da fame! Inoltre, passando alla Charlton di Dick Giordano, Ditko percepì uno stipendio più o meno simile.

Nel suo saggio A mini history: some background, Ditko scrive: «Io so perché ho lasciato la Marvel, ma nessun altro in questo universo lo sa. Potrebbe essere di moderato interesse sapere che Stan Lee scelse di non sapere, né di ascoltare, il perché lasciai». Il che ci lascia capire come la decisione avesse a che fare, in ogni caso, con Stan Lee.

La verità, probabilmente, è che i due non riuscissero più a lavorare insieme. La personalità di Lee era troppo strabordante e Ditko non era affatto un tipo semplice da accontentare.

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Per fare un esempio di che tipo è Ditko, vi racconterò di quando Jim Shooter, appena diventato EIC della Marvel, decise di riportarlo a casa.

Ditko mise le mani avanti rifiutandosi di occuparsi sia di Spider-Man che del Dr Strange. Si rifiutò anche di avere a che fare con supereroi “flawed”, dubbiosi, insicuri, in altre parole, Marvel. Si dimostrò disponibile a fare qualcosa per ROM the Spaceknight e i fumetti sul Wrestling! Fece quindi ROM, Machine Man e altra roba, finché Shooter non si armò di santa pazienza e gli propose un supereroe tutto suo, da creare ex-novo.

“Voleva un personaggio che non fosse stato morso da un qualcosa radioattivo, o da un altro pianeta, o cui fossero state iniettate sostanze chimiche. Qualsiasi cosa avesse fatto di speciale, voleva che fosse il risultato dei suoi propri sforzi, dei suoi pensieri. Se potenziato, potenziato in qualche modo nuovo, innovativo di cui lui stesso era autore. E perché doveva essere sempre un ragazzo? Perché no non uomo più anziano? Steve non voleva nemmeno un altro tipo nerboruto. Niente magione, niente Batmobile, niente costumi. E nemmeno un nome ufficiale da supereroe. Un nome reale, da persona vera- anche se avrebbe permesso che altri che non sapevano il suo nome civile lo chiamassero con qualche appellativo drammatico.”

Shooter ci pensò su e se ne uscì con Michael Alexander, un quarantacinquenne che ha speso una vita a superare i limiti umani. Ora può vedere il substrato quantico della realtà – il panorama dell’Id- che sta sotto al mondo reale. Combatte i poteri malvagi di questo mondo, che lo chiamano Glare o Glint. I buoni lo chiamano la Luce.

La reazione di Ditko? Non andava bene, troppo platonico, mentre lui era un aristotelico (cioè non credeva in alcun mondo oltre il nostro).

Fine. A questo punto non è tanto sorprendente che Ditko abbia lasciato Spider-Man, quanto piuttosto che sia durato 38 numeri!

4.1 Questo c’entra poco con Spiderman ma ve lo diciamo lo stesso. Shooter, che non era uno che buttava via niente, creò anni dopo un personaggio che, a parte le origini segrete, prendeva molto dalla richiesta iniziale di Ditko.

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Starbrand tra l’altro era la serie di punta del progetto New Universe. Indovinate chi creò un personaggio che doveva far parte di questo universo? Steve Ditko. E guardate di chi stiamo parlando:

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Poi il New Universe chiuse prima che Ditko potesse ultimare il primo numero, e così divenne parte del Marvel Universe. La serie però durò soltanto 12 numeri.

5- Ecco come la Marvel annunciò la partenza di Ditko sulla pagina della posta di Amazing Spiderman 38:

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“Jazzy Jhonny Romita” sarebbe diventato il nuovo disegnatore di Spider-Man, per portarlo in una nuova “Marcia Marvel verso la Grandezza!” Peccato che Jazzy John non volesse proprio saperne di Spider-Man!

Romita era da sette numeri disegnatore di Daredevil, serie che adorava particolarmente. D’altra parte, per Stan Lee, Romita era quello delle patate bollenti: quando Kirby mollò Capitan America, a chi credete che Lee avesse pensato per sostituirlo?

Non solo, ma a Romita Spider-Man non piaceva nemmeno. Come disse in un’intervista del 2002 a Comics Book Artist:

“La mia prima impressione di Spider-Man fu che era una sorta di Clark Kent con gli occhiali. Dissi a Stan: Questo sarebbe il tuo secondo albo per vendite? Non posso crederci!”

Che ci credesse o no, Stan aveva ormai deciso, ma prima di dargli l’incarico decise di tendergli un trappolone: così, nel numero 17 di Daredevil gli apparecchiò un’ospitata strategica.

Daredevil_Vol_1_17Appurato che sapeva disegnare il costume di Spider-Man (e non è facile, considerando che la cosa aveva creato fior di problemi pure a Kirby), il lavoro fu suo.

Romita lasciò Daredevil a malincuore ma sorretto dal pensiero che ci sarebbe tornato presto: era infatti convinto che l’addio di Ditko non sarebbe durato. Per questo voleva rendere il cambiamento più indolore possibile, e si mise a studiare gli albi di Amazing per essere più Ditkiano possibile. I primi albi non gli piacquero: trovò il tratto troppo scarno e i personaggi troppo semplicistici! Ma intorno al ventesimo numero cambiò idea, facendosi conquistare dal personaggio.

Lee, intanto, cambiò modo di lavorare, prendendo il controllo degli script oltre che dei dialoghi. Romita, dopo un paio di numeri, capì che Ditko non sarebbe tornato e quindi si appropriò dell’albo. I personaggi femminili esplosero, e Peter divenne molto meno scontroso. Basti guardare il confronto con queste due vignette, la prima presa dal n. 38 e la seconda dal 39, per capire il cambio di direzione!

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Numero 38: Gwen Stacy vede Harry e Flash, i due membri del club “Odiamo Peter Parker”!

Numero 39:

Numero 39: “Ricorda Flash, abbiamo deciso tutti di comportarci in modo amichevole con lui!” Notate come Gwen sia vestita con lo stesso identico vestito da suora laica di Ditko

 

(1-continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, BleedingCool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.

Fumetti dalla Dimensione X: Albi dei Super Eroi Corno N. 4

Non tutti i lettori di fumetti sono maniaci dell’ordine che imbustano ogni albo e lo ripongono in ordine cronologico. No, tra di loro si celano coloro che, letto un fumetto, lo buttano nel mucchio, a casaccio.

E quando questi mucchi crescono, e inglobano armadi, stanze, librerie… quando la massa critica di fumetti sparpagliati viene superata, allora si apre una porta….

La porta verso la Dimensione X.

A volte dalla Dimensione X saltano fuori albi che pregano di essere riletti. In questa rubrica, noi ridaremo vita a quegli albi, gli daremo pace, così da rimandarli di nuovo nella…..

Dimensione X!

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Nel 1973 mancavano quattro anni al giorno della mia nascita, e la Corno dava via gli albi a 200 lire. 200 lire!

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Io con 200 lire al massimo facevo una partita al coin-op di Wonder Boy nel bar sotto casa, mentre quelli ci si compravano un albo intero, a colori, di 64 pagine. L’unica consolazione è che 200 lire equivalgono a 10 centesimi e oggi i miei figli non ci si comprano nemmeno una Goleador, tiè. Di questo passo i miei nipoti per comprarsi un albo di supereroi dovranno fare un mutuo!

La gloriosa serie degli Albi dei Super Eroi pubblicava un pout-pourri di serie che la Corno non riusciva a ficcare da nessun’altra parte: Warlock, Red Wolf, Tomb of Dracula, Luke Cage, Licantropus. In questo numero fa il suo esordio Ka-Zar, alias lord Kevin Plunder, alias il Tarzan della Marvel. C’era bisogno di un Tarzan della Marvel? A quanto pare sì.

Noi saltiamo la prima storia dell’albo semplicemente perché disegnata da George Tuska tenendo il pennello nella narice sinistra.

Ka Zar, per protestare contro i maltrattamenti di animali compiuti da alcuni cacciatori, pesta a sangue dei cani

Ka-Zar, per protestare contro i maltrattamenti di animali compiuti da alcuni cacciatori, PESTA A SANGUE I CANI

Prima di arrivare al succo dell’albo, però, dobbiamo soffermarci su due storie realizzate dal dinamico duo, Stan Lee e -squillo di trombe- Jack Kirby!

La storia si apre con il faccione di Kraven il Cacciatore prima di DeMatteis, quando era ancora un fesso qualunque. Il bruttone, tra una caccia e l’altra, compra le riviste di gossip per cercare le sue prossime prede. Belen Rodriguez? Scarlett Johansson? Macchè, a lui piacciono quelli pelosi.

Un tempo, per caratterizzare meglio i personaggi, i buoni erano belli e i cattivi brutti. (Questo spiega la carica innovativa di un personaggio come la Cosa). Ka Zar è l'eccezione, essendo un cesso pure lui.

Un tempo, per caratterizzare meglio i personaggi, i buoni erano belli e i cattivi brutti. (Questo spiega la carica innovativa di un personaggio come la Cosa). Ka-Zar è l’eccezione, essendo un cesso pure lui

 

Ma non è il biondone nudista l’oggetto dei suoi desideri, bensì Zabu il suo cucciolo dai denti a sciabola.

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Nel suo appartamento sobriamente arredato, Kraven pontifica mentre fa l’aerosol con il suo Nebula 2000

Passato l’attacco d’asma, è venuto il momento di iniziare la caccia. Ka-Zar è lì che si fa i fatti suoi quando…

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Notare la didascalia, opera di certo degli abilissimi traduttori della Corno. «In una vasta giungla inesplorata (tranne dalla rivista Live) circondata dai ghiacciai alla deriva dell’Antartico». Il numero di telefono del megadirettore Gagliardi a chi trova il non-sense.

Sia quel che sia, Ka-zar se la vede con i mammuth, quando qualcuno lo attacca alle spalle!

Vorrei che i giovini dessero un'occhiata alla potenza della muscolatura di Zabu nella prima vignetta. Solo Kirby riusciva a esprimere l'energia in questo modo

Vorrei che i giovini dessero un’occhiata alla potenza della muscolatura di Zabu nella prima vignetta. Solo Kirby riusciva a esprimere l’energia in questo modo

La battaglia è aspra e Kraven usa tutto il suo repertorio.

Il saluto nazista!

Il saluto nazista! Ora capisco dove John Romita Jr ha imparato a fare le sue mani a pala.

Grazie allo spruzzo tranquillante (non chiedete) Kraven ha ragione della tigre. E il povero Ka-zar? Curnuto e mazziato, non può far altro che inseguire la nave del suo avversario per liberare Zabu. Ma mentre ci prova Kraven dimostra la sua contrarietà a forza di mazzate.

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La scelta stilistica è veramente da maestro. Kirby sceglie di non mostrare altro che le mani di Kraven e la testa di Ka-Zar e noi, come quest’ultimo, non ci capiamo più niente, se non che stiamo prendendo tante mazzate

Ma Ka-Zar non è certo l’ultimo degli sprovveduti!

Notate la simmetria con il trittico precedente. Ora è Kraven che non ci capisce più niente. Il piede di Ka-Zar avanza inesorabile per liberarsi della presa.

Notate la simmetria con il trittico precedente. Ora è Kraven che non ci capisce più niente. Il piede di Ka-Zar avanza inesorabile per liberarsi della presa. Sembrano i fotogrammi di un film, se non fosse che è meglio!

Ma Kraven è un grande infame e utilizza di nuovo lo spruzzo stordente, poi butta Ka-Zar nelle gelide acque dell’Oceano e se ne va tutto contento. Ka-Zar, in una botta di culo allucinante, viene trovato da aerei della Nato (sull’Antartico…) che gli buttano una zattera.

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Ormai in salvo, Ka-Zar è così cazzuto da PERCORRERE MIGLIAIA DI CHILOMETRI SULLA ZATTERA FINO AD ARRIVARE A NEW YORK. Chissà quanto aveva Stan Lee in geografia.

Baldanzoso come non mai, Ka-Zar trova l’albergo dove alloggia Kraven e chiede alla reception come ogni selvaggio cresciuto nella giungla è stato educato a fare.

33-1Il receptionist gli fa lezioni di dress code. Il petto nudo è troppo per un albergo di classe.

Invece l’idiota vestito col panciotto di leone va bene, eh? Pecunia non olet!

34-1Lo spruzzo tranquillante è l’arma definitiva, altro che la bomba H pezzotta della Corea del Nord. Ma Ka-Zar ha trattenuto il respiro e lancia il suo urlo di richiamo, così scopriamo che non solo hanno fatto entrare Kraven nell’albergo col suo vestito da idiota…

Niente da fare, il corpo di Zabu disegnato da Kirby mi ipnotizza.

Niente da fare, il corpo di Zabu disegnato da Kirby mi ipnotizza.

 

…MA GLI HANNO FATTO ANCHE PORTARE UNA TIGRE DAI DENTI A SCIABOLA IN STANZA. Con le pantofole.

È New York, bellezza. Arrivi e in men che non si dica ti risvegli drogato in una stanza d’albergo e la scritta sullo specchio “Benvenuto nell’AIDS”. E un rene in meno.

Comunque, sia quel che sia, i due si menano alla grande finché Kraven scappa. Dopo tavole su tavole d’azione Kirbyana, noi non possiamo che tacere. Guardate qua.

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Lasciando a malincuore Kirby e Ka-Zar, approdiamo all’ultima storia, davvero il clou dell’era Marvel, scritta da Lee e disegnata da Steve Ditko, e tratta nientepopodimenochè dal numero 83 di Journey into Mistery, che ospitava la prima storia di Thor (contro gli uomini di pietra di Saturno). Una storia a metà tra il ridicolo e il magnifico, in un modo che solo loro sapevano fare.43talesStan Lee, oltre ad andare male in geografia, doveva avere anche grossi problemi con la storia e la fisica. Dove infatti è risaputo che gli effetti di una bomba atomica sono più o meno questi:

Per Stan Lee erano invece un gran vantaggio. Se non ti davano superpoteri o, al limite, ti trasformavano in un bruto irascibile, poteva anche capitare che ti donassero un’intelligenza superiore alla norma.

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Invece di ringraziare gli uomini e andare a prendersi una laurea triennale in Scienze della Comunicazione, il Leone nel suo piccolo s’incazza e giura vendetta.

46 - 1Con la sola forza dell’imposizione del pensiero raduna gli animali di cui è Re e li aizza contro i malvagi umani. Alla Zebra, che gli fa notare come il potere delle strisce bianconere può servire a poco contro un kalashnikov (a meno che il tuo ds non si chiami Moggi, s’intende), il Leone risponde così:

46 - 2Zoccolate! Mozzichi di topi! Graffi di unghie! Scimmie incendiarie! Proboscidate in testa! Le bombe atomiche, a loro, gli spicciano casa.

Per fortuna degli animali, però, la demenza atomica del Leone finisce proprio sul più bello.

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Oggi come oggi una storia come questa sarebbe esposta al pubblico ludibrio, epperò… c’è qualcosa, forse nei freddi disegni di Ditko, forse nei testi didascalici di Lee, che lascia una certa inquietudine. Questa natura arrabbiata, decisa a sterminarci per autodifesa, colpisce nel segno. Ancora oggi non mi spiego come, ma solo Lee riusciva a cogliere nel segno così pur utilizzando stilemi, soluzioni e trovate al limite del ridicolo.

Cosa ci resta di questo albo? La sensazione che quelli fossero grandi tempi, in cui in edicola si poteva trovare un albo disegnato da Kirby e Ditko senza che nessuno ti rompesse su tutti i social network con il teaser, il teaser del trailer, il trailer del trailer e il trailer del teaser. Dove anche una storia piena di ingenuità poteva catturarti grazie ad un sense of wonder ancora intatto, a dei disegni stratosferici e umili insieme. Fumetti che oggi possiamo anche prendere un po’ in giro, ma che rileggeremo sempre con lo stesso animo allegro.

Nella scorsa puntata scrivevo che non riesco più ad essere indulgente con i fumetti della mia infanza. Beh, mi sbagliavo. Con gli Albi di supereroi n. 4, ci riesco ben volentieri, e lo guardo tornare nella Dimensione X con un certo dispiacere.

Ma il passaggio verso la Dimensione X è sempre aperto… e, prima o poi, quando ormai ci sentiremo al sicuro, un nuovo albo ne uscirà fuori, anelante…

…e solo dopo che lo avremo riletto, egli potrà tornare in pace nella…

DIMENSIONE X!