spider man

Spider-Man: un nuovo universo. Un weekend con Sara Pichelli!

Spider-man: un nuovo universo sarà disponibile dal 10 aprile in dvd, blu-ray, blu-ray 3d, 4k ultra hd e digital hd con Universal Pictures Home Entertainment Italia organizza un weekend imperdibile per gli amanti del fumetto e dell’animazione insieme a Sara Pichelli, premio Oscar per Spider-man: Un nuovo universo.

Sara Pichelli, co-creatrice del protagonista Miles Morales e orgoglio italiano in questa vittoria agli Oscar, parteciperà a diversi eventi in compagnia di Universal Pictures Home Entertainment Italia per celebrare l’uscita del film in tutti i formati home video e firmare delle esclusive tavole disegnate per chi effettuerà l’acquisto del prodotto. L’artista ha lavorato inoltre per diversi titoli Marvel, tra cui Namora e il più importante Ultimate Comics: Spider-man vol.2.

Il programma si divide in due tappe, Milano e Roma, per accontentare tutti i fan. Il weekend comincia a Milano, venerdì 12 aprile, con appuntamento alle 14.30 alla Fumetteria Super Gulp (Alzaia Naviglio grande, 54), a pochi passi dalla Darsena di Milano e dalla stazione di Porta Genova. A seguire, Sara Pichelli sarà al Mondadori Store di Via Marghera, 28 alle 16.30 per un altro imperdibile incontro con il pubblico.

Sabato 13 aprile, l’animazione da Oscar si sposta a Roma, con un appuntamento da Feltrinelli in Largo di Torre Argentina alle ore 16. Il giorno successivo, domenica 14, il programma si concluderà con un incontro presso la Feltrinelli di Viale Marconi, 188 alle ore 17.30.

L’attività permetterà agli amanti del fumetto e dell’amabile Spider-man di quartiere di conoscere l’autrice del nuovo protagonista Miles Morales, per celebrare il film d’animazione dell’anno e lasciarsi trasportare nelle fantastiche avventure dello Spider-verse!

Who Watches the Watchmen – Il Marvel Movieverse e la crisi della Casa delle Idee

Quando nel lontano 2008 la Marvel decise di occuparsi in prima persona della trasposizione cinematografica delle sue proprietà intellettuali, nessuno avrebbe mai potuto prevedere che l’industria di Hollywood sarebbe stata travolta dal Movieverse, un vero e proprio uragano e che, forse per davvero, “niente sarebbe stato più lo stesso”. Eppure, col senno di poi, la cosa sembra estremamente naturale: in sessant’anni di pubblicazioni a fumetti la Marvel ha accumulato un patrimonio di proprietà intellettuali sensazionali, e una tale quantità di storie già scritte dai migliori creativi che basta buttare un amo nel mare delle pagine prodotte, tirar su a caso, e puoi stare sicuro di trovare qualcosa di buono.

Il successo incredibile delle pellicole supereroistiche degli ultimi dieci anni ci racconta una cosa che dovremmo voler sentire tutti quanti: che quelle storie per cui uscivamo pazzi da ragazzi, e che ancora oggi rileggiamo con passione, al di là della confezione popolare e semplificata e, diciamolo, a volte un po’ troppo kitsch, era roba davvero buona. Non eravamo noi, i nerd: erano gli altri, che non sapevano cosa si perdevano!

Partendo da questo presupposto, in questo articolo vogliamo usare i film Marvel come una lente attraverso cui guardare alla produzione a fumetti della Marvel dagli anni ’60 a oggi, nel tentativo di gettarvi sopra una luce inedita.

Abbiamo quindi preso ogni singolo film, raggruppandolo per personaggi, facendoci una semplice domanda: quanti dei concept e delle idee espresse nel film sono prese dai fumetti e, soprattutto, da quale decennio della sconfinata produzione Marvel?

Per farlo abbiamo seguito le seguenti regole:

1- Ogni concept viene conteggiato una sola volta. Iron Man viene da un’idea degli anni ’60 e viene conteggiato solo per il suo primo film; in tutti i successivi in cui appare, non viene conteggiato.

2- Non vengono conteggiate le apparizioni dei personaggi nelle scene dopo i titoli di coda, ma soltanto quando prendono parte al film vero e proprio: Scarlet e Quicksilver sono contati quindi per Avengers: Age of Ultron e non per Winter Soldier.

3- Gli anni ’60 comprendono anche quello che è venuto prima (quindi Bucky o Cap valgono come anni ’60)

4- Lo stesso personaggio può essere conteggiato due volte quando una certa evoluzione nasce da storie differenti. Ad esempio, Bucky Barnes viene contato come proveniente dagli anni ’60 ma, quando diventa Winter Soldier, come proveniente dagli anni ’00 del 2000.

5- Oltre ai personaggi, vengono contati luoghi (Wakanda, Sakaar, Xandar, Knowhere), saghe (Civil War, World War Hulk), oggetti particolari (il Cubo Cosmico, l’armatura Silver Centurion, il martello Stormbreaker).

6- I personaggi vengono contati uno a uno e come gruppo (quindi si conta sia Avengers come gruppo sia i singoli membri).

7- I personaggi sono contati per la reale controparte, anche se si chiamano diversamente (il Ned Leeds di Homecoming conta come il Ganke dell’Ultimate Spider Man).

8- Infine, sono considerati solo i film dei Marvel Studios (per i film Fox sui mutanti vorremmo fare un articolo simile a parte).

Cominciamo quindi con la saga principale, quella di Iron Man.

Come spesso capiterà, gli anni ’60 sono la principale fonte per i film di Iron Man: praticamente tutti i personaggi della saga provengono da quel periodo. Gli anni ’70 ci regalano qualche cattivo, poi la linea precipita per riprendersi vagamente soltanto negli anni ’00 grazie ai personaggi di Warren Ellis e alla sua saga Extremis.

Il grafico è ancora più sconfortante, sebbene l’andamento sia simile, per la trilogia del Dio del Tuono. Praticamente tutti i personaggi provengono dagli anni ’60, a esclusione di alcuni che si sono affacciati nei fumetti nei primi ’70 (come la Valchiria); per il resto, qualcosa esce fuori dal Thor di Simonson. Gli anni ’00 ci regalano qualcosa che non riguarda Thor, ma Hulk, cioè il pianeta Sakaar e la saga World War Hulk.

A proposito di Hulk, per la cronaca riportiamo il grafico dell’unico film a solo del personaggio, che fa parte ufficialmente del Movieverse.

L’unica variazione viene dalla run di Bruce Jones, con le chat tra Mr. Green e Mr. Blue.

Ma andiamo a esaminare il grafico della trilogia di Capitan America.

A parte l’altissimo numero di personaggi provenienti dagli anni ’60, si può apprezzare una maggior vivacità del grafico, con contributi importanti dagli anni ’80 (era Gruenwald) e degli anni ’00 grazie al Winter Soldier di Bruebaker. Gli anni ’90 vengono totalmente ignorati, così come (ma ci siamo abituati) gli anni ’10.

E finalmente giungiamo alla saga cardine del Movieverse, cioè Avengers.

Essendo gran parte dei personaggi già calcolati in altre saghe, il dato indica piuttosto le trame e i villain, con poche eccezioni (come la Visione). L’exploit degli anni ’10 è un po’ bugiardo, visto che riguarda principalmente l’Ordine Nero di Thanos, ovvero dei personaggi usa-e-getta presi dalla run di Hickman. Gli anni ’80 ci regalano Infinity Gauntlet, i ’70 ovviamente Thanos. Tristissimo lo zero degli anni ’00: sembra che la lunga run di Bendis abbia influito davvero poco.

Per trovare un grafico dall’andamento meno prevedibile, dobbiamo andare a esaminare quello relativo alla saga di Guardiani della galassia, che consta, come sappiamo, di soli due film.

Guardians of the Galaxy è l’unico franchise che conta più elementi dagli anni ’70 che dai ’60: la cosa è ovviamente dovuta al rooster di personaggi che, con poche eccezioni, proviene dalla Marvel cosmica dell’era Englehart, Starlin e compagnia bella. Da notare l’impennata, più unica che rara, degli anni ’10, che deriva dalle idee della coppia Abnett-Lanning, ancorché tutte da esplorare ancora.

Presentiamo in rapida successione  grafici di Ant Man, Doctor Strange e Black Panther che seguono più o meno lo stesso copione:

Un ventata d’aria diversa ci arriva dal grafico di Spider Man Homecoming.

C’è da dire che il materiale filmico su Spider Man, con i suoi tre reboot, meriterebbe un’analisi a parte come il franchise mutante. L’esigenza, in quest’ultima versione di Peter Parker, di diversificarlo dalle precedenti ha spinto gli sceneggiatori ad attingere da fonti più recenti: soprattutto il lavoro fatto da Bendis nella versione Ultimate, permettendo ai vent’anni del nuovo millennio un exploit più unico che raro.

Sovrapponiamo le curve e aggreghiamo i dati, così da avere con un unico colpo d’occhio il trend generale.

Infine, la curva con i totali:

A guardare le conclusioni della nostra statistica, possiamo tirare qualche filo.

Ancora oggi, a sessant’anni e più, il cuore delle proprietà intellettuali Marvel è stato concepito da un ristretto numero di artisti a New York negli anni ’60 del Novecento. Stan Lee, Jack Kirby, Steve Ditko, Roy Thomas, Gerry Conway, e forse pochissimi altri, nell’arco di due decenni hanno letteralmente tirato fuori dalle proprie teste un patrimonio immateriale in grado di fruttare miliardi e miliardi di materialissimi dollari; e di far sognare, divertire, commuovere diverse generazioni di persone.

A questa considerazione va fatta una postilla importante: oltre al set di personaggi, ambientazioni, mitologie, a decretare il successo è stata anche la struttura narrativa utilizzata: le due continuity orizzontali e verticali, i supereroi con superproblemi, l’ambientazione delle storie in uno spazio di fantasia però radicato nella realissima New York. Le incursioni dei personaggi Marvel al Cinema non avevano mai portato i frutti attesi proprio perché, ogni volta, mancava questo o quell’elemento: è stato quando si sono decisi ad applicare per intero la Ricetta Marvel (e il momento è simbolicamente sancito nel cameo di Tony Stark nella scena dopo i titoli di coda di Incredibile Hulk) che l’Universo Marvel ha davvero sfondato sul grande schermo, incontrando il meritato successo di cui oggi gode.

Proseguendo sulla nostra linea, notiamo che gli anni ’70 a fumetti hanno già contribuito abbondantemente al Movieverse, ma non tanto quanto potrebbero: se il lavoro degli eredi del gruppo originale, come Steve Englehart o Jim Starlin, ha cominciato a dare i suoi frutti, resta ancora inutilizzata una serie di idee che aspetta solo di essere pescata.

Per quanto riguarda i picchi negativi degli anni ’80 e ’90, potremmo spiegarceli in molti modi.

Fumettisticamente parlando, quelli furono gli anni in cui al centro del lavoro creativo stavano i mutanti, un parco di personaggi che soltanto recentemente, con l’acquisizione della Fox da parte della Disney, sono entrati nelle disponibilità del Movieverse. Non è difficile immaginare per questo franchise un andamento del grafico ben diverso, con i picchi proprio nel periodo a cavallo tra gli ’80 e i ’90, quando Claremont e i suoi eredi come Larry Hama, Scott Lobdell, Fabian Nicieza, e perché no, Jim Lee e Rob Liefeld, hanno dato un contributo massiccio e duraturo.

Il grafico aggregato torna a ringalluzzirsi in vista degli anni ’00 del nuovo millennio: una spinta decisiva la fornisce il lavoro fatto sul defunto Universo Ultimate, che ha fornito versioni più moderne di molti personaggi (pensiamo all’Occhio di Falco del Movieverse, che è una sintesi efficacissima delle versioni 616 e Ultimate della versione fumettistica) e la spinta creativa fornita dalla (bistrattata) gestione Jemas-Quesada, che a costo di una perdita di coesione narrativa permise a molti autori di provare idee nuove e accattivanti (Civil War di Millar e il Winter Soldier di Bruebaker ne sono degli esempi lampanti).

Infine, il grafico ha un nuovo picco negativo in corrispondenza dell’ultimo decennio, che ha fornito ben poco (come già detto, ben poco sul piano della sostanza: il contributo è più che altro fatto di personaggi usa-e-getta come l’Ordine Nero di Thanos). Probabilmente possiamo guardare a questo picco negativo come uno spartiacque, ovvero il momento in cui il rapporto tra i due universi, quello fumettistico e quello filmico, si è rovesciato: non sono più i fumetti a generare contenuti e idee a uso dei film, ma l’esatto contrario. È così che si spiega il proliferare, nell’Universo fumettistico, di saghe riciclate: la seconda Civil War, la seconda Infinity War, sono concept che hanno fatto un viaggio allucinante, dal fumetto al film e di nuovo al fumetto, un riciclo che è un segno dei tempi.

Molto probabilmente il processo di rovesciamento del paradigma fumetto-film sarà un processo ancora molto lento. Nel Movieverse è ad esempio a lungo mancata una fetta consistente, un vero pilastro della cosmologia Marvel: i Fantastici Quattro, la cui serie fornirà materiale per i film per i prossimi dieci anni e più. Ma non voler vedere il progressivo strutturarsi di questo rovesciamento è coprirsi gli occhi. L’incarnazione fumettistica dell’Universo Marvel ha smesso di produrre idee potenti e durature da almeno 10 anni (con le dovute, ma sempre più rare, eccezioni), e si arrotola in reinvenzioni al limite della fan-fiction: basti guardare alla terribile sorte occorsa a Spider Man, condannato al succedersi di saghe al limite del ridicolo e autoreferenziali come Spider Island e Spider Verse.

Ormai il fumetto è diventato la periferia di un processo creativo che incontra il suo cuore nel cinema, il quale potrà pescare dalla miniera d’oro di idee generatasi in milioni di pagine di fumetto e andare avanti, prevediamo, ancora per molti anni.

Back to Basics – L’Uomo Ragno

Benvenuti a questa nuova rubrica aperiodica di Dimensione Fumetto, come se non bastassero le millemila già iniziate e dimenticate. Ma non preoccupatevi, in redazione conosciamo il valore del riciclo e vi promettiamo che prima o poi amatissime rubriche come i Fumetti dalla Dimensione X, oppure Ipse Dixit, torneranno ad ammorbare gli schermi dei vostri dispositivi. Nel frattempo, però, rieccoci pronti con Back to Basics!


In questa rubrica andremo a rileggere i primi albi di personaggi storici, per scoprire qual era il loro concept iniziale, e quanto siano cambiati nel tempo. E inizieremo, ovviamente, con i primi numeri del personaggio più figo del bigoncio, quell’Uomo Ragno che oggi viene impropriamente chiamato Spider-Man!

Attenzione, amanti dello spoiler: vi anticipiamo già la fine della nostra indagine. L’Uomo Ragno dei primi numeri era qualcosa di completamente diverso da quello che oggi ci saremmo aspettati.

Naturalmente non vi ammorberemo con l’ennesima rilettura delle sue origini segrete, che ormai conoscono anche i leghisti. L’unica cosa che ci interessa qui porre all’attenzione è che la celeberrima frase «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» non viene assolutamente pronunciata dallo zio Ben, che dopotutto è solo il tipico vecchio zio capace al massimo di criticare le scelte tattiche della nazionale di calcio, come ce ne sono tanti. La frase compare invece nell’ultima vignetta:

Uomo Ragno

Tutte le immagini vengono da L’Uomo Ragno Classic, edizione Star Comics. Sì, siamo vecchi.

Come vedete, la frase è del narratore, e non è affatto detto che Peter Parker ci abbia mai pensato.

Anzi, a quel che sembra nei numeri successivi, probabilmente non gli passa neanche per l’anticamera del cervello!

Nel numero successivo (il primo, storico numero della collana Amazing Spider Man), il buon Peter riflette sui suoi guai recenti, e su quello più impellente di tutti: i soldi.

Uomo Ragno

Era zio Ben a tirare avanti la carretta di questa famiglia atipica, e ora che è dipartito le cose stanno per mettersi male. La prima cosa che viene in mente a Peter (e pure a noi, se fossimo nei suoi panni) è di rapinare qualche banca: ma se lo catturassero, cosa accadrebbe a zia May? La vecchia non vuole nemmeno che lui abbandoni gli studi per trovare un lavoro (grosso errore: se gliel’avesse lasciato fare, probabilmente ora Peter sarebbe, che so, Ministro dell’Istruzione). Non gli resta che una sola soluzione.

Uomo Ragno

Tornare a calcare le scene, esibendosi come Uomo Ragno, è la soluzione più semplice: la vecchia è fatta fessa, e in cambio di un paio d’ore di mossette sul trono della De Filippi Peter potrà continuare gli studi. Facile, no? Non proprio.

Le cose sembrano funzionare, ma a causa della kasta dei bankieri !1!!1 non è possibile ricevere assegni intestati a nomi inventati come Uomo Ragno, e quindi l’opzione America’s got Talent diventa impraticabile. E, come se non bastasse, ci si mette anche Jonah Jameson.

Uomo Ragno

Non è che il baffetto abbia tutti i torti, ma la cosa strana è che finora a Peter non è mai venuto in mente nemmeno per un secondo di fare il giustiziere mascherato. Non fa ronde, non combatte criminali, non si spenzola per la città vegliando sulla nostra tranquillità. No, Peter Parker indossa il costume solo per risolvere i suoi problemi finanziari.

Intanto Peter, in una scena degna di un film neorealista italiano, scopre la vecchia che impegna i suoi gioielli per pagare l’affitto: come potrete immaginare, non la prende bene.

Il taglio drammatico di questa scena fa venire i brividi. Peter vede la sua vita precipitare in un baratro e si sente completamente impotente. Il lettore dell’epoca doveva essere ancora più sconvolto, abituato com’era a supereroi sorridenti e dalle tasche piene.

Peter vuole continuare a essere l’Uomo Ragno non per fare del bene al mondo, ma per ricominciare a fare spettacoli e guadagnare, in qualche modo, dei soldi. L’obiettivo è ripulire la sua immagine dalle insinuazioni di Jameson, che gli impediscono di prendere nuove scritture.

Neanche a farlo apposta, il figlio di Jonah è un astronauta impegnato in un lancio che va male. L’unico che può salvarlo è l’Uomo Ragno, che si offre eroicamente e riesce nel suo intento. Verrebbe da pensare che Peter abbia finalmente scoperto il suo lato eroico, vero?

In realtà, in una delle ultime vignette, scopriamo qual è il motivo per cui si è convinto a salvare la vita a John Jameson.

Uomo Ragno

Riuscirà ora a ricominciare a lavorare? No, ovviamente. Jameson non ci casca e la sua campagna mediatica continua nonostante tutto.

Nell’ultima vignetta mostrata vediamo Peter sorridere, ed è la prima volta in quest’albo. Ecco una veloce carrellata delle sue espressioni facciali nel resto dell’albo.

Rabbia:

Preoccupazione:

Tristezza:

Fastidio:

E disperazione.

Uomo Ragno

Amazing Spider Man 1 si chiude così, con un Peter Parker sull’orlo della crisi di nervi, che si chiede se l’opzione migliore non sia quella di diventare un criminale.

Le cose non andranno meglio nel numero 2. Peter tenta inizialmente di entrare nei Fantastici Quattro, allettato dall’idea di guadagnare uno stipendio come supereroe: ma le cose non vanno come crede, e quando scopre che il quartetto non paga stipendi, li molla senza pensarci due volte.

Intanto, il Camaleonte ha dei piani e per realizzarli ha bisogno dell’Uomo Ragno.

Peter, appena sente parlare di soldi, scatta sull’attenti.

Fino a ora Peter Parker si è rimesso il costume all’unico scopo di guadagnare denaro. La trappola in cui lo getterà il Camaleonte porterà i due a scontrarsi, ma l’Uomo Ragno continuerà a esistere soltanto come mezzo per far soldi e uscire dalla povertà. Tant’è che, di fronte al fallimento, ecco come reagisce Peter:

Che se la prendano da soli, quella spia, ora!

La polizia riuscirà nell’intento di catturare il Camaleonte, senza che l’Uomo Ragno la aiuti più in alcun modo.

Passiamo rapidamente al numero 3, dove una splendida copertina ci rivela il nuovo criminale, l’Avvoltoio. Cosa porterà mai l’Uomo Ragno a scontrarsi con lui? E che, lo chiedete ancora?

I soldi, e che cavolo! Con i suoi poteri di Ragno, potrebbe avvicinarsi all’Avvoltoio e fotografarlo. E infatti è proprio per questo che si avvicina al vecchio Toomes.

Dopo un primo scontro, da cui, guarda un po’, esce sconfitto, Peter è comunque riuscito a fare le foto e a venderle. Tutto contento, paga un anno di affitto e inizia a prenderci gusto.

Potrà chiedere qualsiasi cifra!

Sarà soltanto nel numero 5, quando farà la sua apparizione il caro dottor Octopus, che vedremo per la prima volta l’Uomo Ragno alle prese con dei semplici rapinatori, senza alcuna prospettiva di guadagno personale.

Il Peter Parker dei primi numeri non era affatto un supereroe, ma un semplice ragazzo con enormi problemi di denaro che tenta di utilizzare i suoi poteri per risolverli. Così, come farebbe ognuno di noi. E forse è stata proprio questa la forza prorompente di questo personaggio, e la geniale intuizione di Stan Lee e Steve Ditko. Di quel personaggio oggi rimane davvero poco: Peter si è imborghesito, diremmo quasi, finendo per assomigliare a quella figura di supereroe che, all’epoca, aveva praticamente distrutto nel giro di una manciata di pagine.

Quando, decenni dopo, Brian Michael Bendis tentò di ricatturare in Ultimate Spider-Man la magia di questi primi numeri, riuscirà nel suo intento soltanto a metà. Per quanto la sua rilettura sarà rispettosa dell’originale, ben scritta e moderna, gli mancherà quella carica iconoclasta che, speriamo, la nostra rilettura ha saputo mostrare.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Marvels, Kurt Busiek e Alex Ross

Torna dopo una breve pausa la nostra rubrica sui pezzi d’arte fumettistica particolarmente pregevoli. Potete trovare le puntate precedenti qui.

Di Marvels si è parlato abbastanza, e quindi non vi tedieremo ancora con le lodi sperticate alla pittura di Alex Ross o alla scrittura di Busiek, permeata di fanciullesca meraviglia, rispetto, e profonda umanità. Il viaggio del reporter Phil Sheldon nella New York targata Marvel Comics, tra invasioni aliene, attacchi atlantidei, giganteschi divoratori di pianeti e nuove razze mutanti, è lo stesso viaggio di uno qualsiasi dei lettori che sono cresciuti sui fumetti di supereroi con la bocca spalancata per lo stupore.

In questa sede abbiamo invece scelto un singolo passaggio dell’intera opera che è particolarmente emblematico di come il fumetto possa racchiudere in poche, semplicissime vignette, una complessità di narrazione stupefacente.

È un momento particolarmente difficile per quelle che Sheldon chiama “le meraviglie”: le persone normali iniziano ad essere stufe dei continui scontri, dei danni alle cose, del rischio che corrono andando semplicemente al lavoro o a fare la spesa. Quando sei un inerme umano in un mondo di superesseri, è difficile distinguere tra buoni e cattivi.

Sheldon, giornalista del Bugle, si reca nell’ufficio di Jonah proprio nel mezzo di questa isteria anti-meraviglie. Galactus ha appena minacciato di mangiarsi la terra, e i Fantastici Quattro lo hanno scacciato per il rotto del Nullificatore Assoluto; ma il giorno dopo, invece di eleggerli alla presidenza del mondo, la gente dubita di ciò che è accaduto. D’altra parte tutto quello che la gente è riuscita a vedere è un tizio enorme con un grosso cappello viola che prende un gingillo da Mr. Fantastic e se ne va sulla sua improbabile astronave.  Il Daily Bugle è stato il primo giornale a mettere in dubbio la versione dei Fantastici Quattro, e Sheldon non è contento.

marvels01

Apparentemente, in questa vignetta, abbiamo due personaggi; ma in realtà i protagonisti della scena sono tre.

Il primo è il lettore. Costui sa meglio di chiunque altro che i Fantastici Quattro hanno salvato il pianeta Terra da una sorte terribile, e che per farlo hanno rischiato di morire; ma, ovviamente, non può dirlo. Non può intervenire.

Il secondo personaggio è Phil Sheldon. Sheldon è stato l’avatar del lettore per tutta la storia, donandogli il suo punto di vista di uomo comune. Sheldon, così, è portatore delle obiezioni del lettore al comportamento di Jonah, ma con una differenza fondamentale: Sheldon non sa, come il lettore, che i Fantastici Quattro hanno salvato il mondo; Sheldon crede nella loro onestà. Egli rappresenta il lato ingenuo del lettore, è l’incarnazione del suo sense of wonder e della sua capacità di farsi meravigliare.

Infine, il terzo personaggio è Jonah, che rappresenta lo scetticismo, l’incapacità di farsi ispirare, il sospetto ed il cinismo, e infine, il realismo. Il “ma…” che rimane sospeso nella bocca di Sheldon è lo stesso che aleggia nei pensieri del lettore.

Improvvisamente qualcuno irrompe nella stanza.

marvels 2

Il lettore sa che Peter Parker è l’Uomo Ragno, ma niente, nella scena, ce ne dà il minimo segno. Non una didascalia, non un accenno, non una nota: il tratto fortemente realistico di Ross dipinge Parker come un ragazzo normalissimo. L’unico accenno è nel linguaggio del corpo, quella mano in tasca, la posa imbarazzata, come se nascondesse qualcosa. Un qualcosa che però possiamo sapere solo noi lettori.

In questa vignetta Busiek riesce a gettare, sul concept stesso dell’Uomo Ragno, una luce completamente nuova. Avendo parteggiato tutto il tempo per Phil Sheldon, il lettore si è identificato con lui, e non può fare a meno di gettare su Parker lo stesso suo sguardo indignato:

marvels 3

Le espressioni dei volti sono da sole così eloquenti che non c’è bisogno di una sola parola in questa splendida vignetta. Busiek e Ross fanno appello a tutte le conoscenze del lettore e gli narrano decine di cose diverse in una sola, semplicissima, muta inquadratura.

Phil Sheldon è un fotografo di esperienza, che sin dagli anni ’40 ha documentato le attività delle Meraviglie con obiettività ma anche ammirazione. Ha dedicato la sua vita e il suo lavoro ad esse, e per loro ha anche perso un occhio.

Peter Parker è un giovane fotografo che guadagna denaro gettando fango su una di queste Meraviglie, l’Uomo Ragno. Non ci sorprende vedere il disgusto nello sguardo di Sheldon!

Eppure noi vediamo quel mezzo sorriso di Parker che gli si congela in faccia, agghiacciato dal rimprovero di Sheldon. Il lettore è chiamato da Busiek e Ross a pensare su due livelli: sul primo, disprezziamo Parker insieme a Sheldon, ma nel secondo, più profondo, il cuore ci si spezza quando pensiamo che Parker è innocente e assieme riceve il disprezzo due volte: come Parker, il fotografo che diffama l’Uomo Ragno, e come Uomo Ragno, diffamato dalle sue foto.

Quale forza interiore deve avere un ragazzo per poter sopportare tutto questo?

marvels 4

Sheldon se ne va, indignato e borbottando all’indirizzo di Parker parole poco lusinghiere (il “weasel” originale è qui tradotto come “carognetta”: in realtà la parola indica la donnola, e più in generale una persona viscida, disonesta).

Peter si volta a guardarlo, ma non può fare altro. Probabilmente ammira onestamente il giornalista più anziano: in quel suo “Mr. Sheldon…” sospeso noi lettori possiamo leggere la sua personale tragedia, la maledizione di essere l’Uomo Ragno e la sorte amara di essere l’artefice della propria sfortuna, e tutto perché quel giorno si rifiutò di fermare un ladro!

Avevamo iniziato la lettura della sequenza parteggiando per Sheldon; ora vorremmo schiaffeggiarlo, raccontargli tutto quello che non sa su Peter Parker, e fargli rimangiare quel “carognetta”.

Quattro vignette, una manciata di baloon, tre personaggi più uno: solo i fumetti, in così poco spazio, con così pochi elementi, possono dire tanto, dirlo così bene, e dirlo ogni volta che lo rileggi.

Chapeau!

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 3, (11-15)

Continua il nostro viaggio nei retroscena della storia editoriale dell’Uomo Ragno. Da come si mettono le cose potremmo superare il numero 20 nel qual caso… contate qualche numero in meno!

Si comincia!

ultimate spiderman

11- Amazing 400 uscì nel pieno della seconda Saga del Clone, come si è già detto. La Seconda saga del Clone, ad oggi forse troppo infamata, fu una diretta conseguenza della Prima Saga del Clone, scritta da Gerry Conway e disegnata da Ross Andru.

E indovinate un po’ di chi è stata la colpa di questa sfortunata serie di eventi? E certo, sempre sua. Di Stan Lee.

Il fatto è che Stan non poteva praticamente più uscire di casa senza che qualcuno gli chiedesse conto di quella storia di Gwen. Il panettiere. Lo spazzino. Ormai usciva di casa e guardava a terra per non incrociare lo sguardo accusatorio di nessuno; ma nemmeno guardare il marciapiede funzionava.

"riportala in vita o galleggerai... anche tu... galleggerai..."

“Riportala in vita o galleggerai… anche tu… galleggerai…”

Così, non potendone più e sfruttando i suoi superpoteri da Presidente-cui-non-fregava-in-realtà-più-nulla della Marvel, telefonò a Conway e gli disse due semplici parole:

«Riportala indietro.»

Conway allora provò a proporre diverse soluzioni:

Bride-of-Frankenstein-Bride-Screaming

“No” disse Stan.

4532831

“No” disse Stan.

ghost-prank_650x400_61437134238

“No” disse Stan.

resurrezione

“Nemmeno” disse Stan.

Insomma, Gwen era realmente morta, Gwen non risorgeva in nessun modo, ma doveva tornare indietro. Punto e basta.

Fu così che Conway se ne uscì con la storia del clone di Gwen e di Miles Warren.

gwen-stacy-clone-by-conway-and-andru

Tutto sommato ne uscì una bella storia. Gonway inserì il clone di Peter giusto per renderla più dinamica, e mai avrebbe immaginato a cosa un giorno avrebbe portato.

Tra l’altro, Conway chiese a Lee cosa avrebbe dovuto infine farsene, di questo clone di Gwen, ma Lee, che secondo me a quel tempo era affetto da deficit dell’attenzione, aveva perso interesse nella cosa. Conway la eliminò dalla serie facendola partire per altri lidi. Contento Stan, contenti tutti!

12- Amazing era diventata la serie di punta, superando Fantastic Four, e quindi non poteva essere affidata al primo che capita. Laddove quindi autori molto più sperimentali come Starlin e Englehart facevano quel che volevano su altre serie, Amazing finiva in mano ai capoccia.

Il testimone di Editor in chief passò prima a Thomas, poi alla coppia Wein-Wolfman, poi al solo Wolfman. E indovinate chi scrisse la serie dopo Conway? Esatto, prima Wein e poi Wolfman.

Furono anni piatti, di gestione del personaggio, in omaggio all’ultimo desiderio di Lee prima di cambiare aria: non fare grossi cambiamenti alle serie, lasciarle sempre al punto in cui fossero riconoscibili per permettere un ricambio generazionale morbido. Così Spidey si trovava invischiato in inutili battaglie con personaggi vagamente ridicoli e inventati solo per cogliere qualche moda del momento.

RocketRacerASM172

Personaggi come Rocket Racer, col terribile potere dello skateboard. La cosa incredibile è che questa gente dava filo da torcere all’Uomo Ragno!

Gli albi celebrativi invece erano utilizzati per rinarrare le origini segrete, con vari espedienti. Molto importante, col senno di poi, fu Amazing 200. Nella storia il ladro che uccise zio Ben rapisce la vecchia!

ASM200_33

Ecco un esempio di quanto fosse diventato pippa Spider-Man ai tempi di Wolfman. Sfiorato al fianco da una pallottola, cade come una pera troppo matura.

La storia (tra l’altro disegnata da Keith Pollard, uno dei disegnatori più sottovalutati dell’universo) assume un’importanza fondamentale perché alla fine zia May supera la sua paura da babbiona isterica per Spider-Man ed impara a fidarsi di lui.

ASM200_47

Quando, decenni dopo, si decise di rivelare che zia May sapeva dell’identità segreta di Peter, gli scrittori pensarono a questo come il momento in cui il sospetto si era insinuato nell’arteriosclerotica mente della vecchia. Alla buon’ora!

14- È pur vero che la questione dell’identità segreta di Peter Parker ha sfidato per anni ed anni la regola della sospensione dell’incredulità. Ok, Superman era peggio, con i suoi occhiali mimetici, ma davvero, si deve essere dei grandissimi imbecilli per non farsi sfiorare dal sospetto nemmeno una volta.

Iniziando dal fatto che sei l’unico sulla faccia della Terra che sia mai riuscito a fargli delle foto decenti. Uno potrebbe dire che questo non fa testo, perché allora dietro la maschera di Belen dovrebbe nascondersi Corona.

Ma vogliamo parlare di Amazing Spider Man 12?

SpideyID1

Quella volta però Peter era malato e ci prese talmente tante botte che tutti credettero che stesse solo facendo finta di essere Spider-Man. Seee, come no.

Nel numero 25 succede anche di peggio. Jameson, nella sua furia anti-ragno, non si fa nessuno scrupolo manco fosse Lex Luthor. E così stacca copiosi assegni per avere la pelle di Spidey, ad esempio finanziando gli Ammazza-Ragno di Smythe. Quando quest’ultimo vuole dimostrare la capacità del robot di rintracciare l’Uomo Ragno, indovinate un po’ addosso a chi finisce?

ASM025_09

Ovviamente, Smythe, da quel gran genio che è, attribuisce la cosa ad un bug. Perché la fuga di cervelli è un problema, ma mai quanto il restare degli idioti.

Eppure, ci sono personaggi insospettabili che conoscono l’identità di Peter. Cioè, gli amici intimi non ne hanno idea, ma il primo che passa sì. E Peter non se ne fa un problema.

Cioè, è possibile che Gwen non ne avesse idea, mentre Ka-Zar sì?!?

Amazing Spider Man 104

Amazing Spider Man 104

Per non parlare di personaggi sfigatissimi come Nate “X-Man” Grey…

Amazing Spider Man 420

Amazing Spider Man 420

E di gente che non ha mai avuto niente a che fare con Peter, come Thor:

Marvel Team Up n.7, in Italia su L'uomo Ragno Corno 123

Marvel Team Up n.7, in Italia su L’uomo Ragno Corno 123

il dottor Strange…

Marvel Team Up Annual n. 5, in Italia su Uomo Ragno Star 129. I disegni sono di Mark Gruenwald, quindi portate rispetto

Marvel Team Up Annual n. 5, in Italia su Uomo Ragno Star 129. I disegni sono di Mark Gruenwald, quindi portate rispetto

e l’Angelo!

Marvel Fanfare n.3, in Italia Speciale X-Men 2 Star Comics

Marvel Fanfare n.3, in Italia Speciale X-Men 2 Star Comics

Non ci sorprende che l’unico a soprendersi quando Peter fa coming out durante Civil War sia quel fesso di Jameson!

15- Amazing era la serie ammiraglia e non poteva che finire, come abbiamo già detto, nelle mani dei pezzi grossi. Nel 1976 fu inaugurata la seconda serie, intitolata Peter Parker, the Spectacular Spider-Man, che fu palleggiata tra diversi scrittori come Conway, Archie Goodwin (altro Editor in Chief), e Bill Mantlo.

Una roba strana

Una roba strana

Poi, nel 1978, un ragazzone di nome Jim Shooter riuscì ad avere il posto e decise che la Marvel doveva cambiare.

Quella di Shooter fu una gestione controversa, che da un lato permise agli autori di sperimentare il proprio stile in barba alla tradizione (e stiamo parlando di gente del calibro di Walter Simonson, Frank Miller, Chris Claremont, John Byrne); dall’altro lato però era convinto che nessuna serie potesse essere lasciata senza uno stretto controllo editoriale, e così assunse un esercito di supervisori che facevano da tramite tra lui e gli scrittori.

Fin qui, niente di male, ma Shooter aveva delle strane idee. Ad esempio per un periodo si fissò col fatto che nessuna storia doveva durare più di due numeri (vallo a dire a Claremont). Si impose così tanto che provocò la fuga di Byrne e Stern da Captain America, interrompendone una delle migliori run di sempre.

Shooter aveva un’idea molto precisa di come si dovesse disegnare una storia Marvel e, per mostrare a tutti la sua idea, decise di disegnare un albo così che fosse evidente. Indovinate quale serie fu prescelta per questa splendida dimostrazione? Ovviamente, Peter Parker, the Spectacular Spider Man n. 56

Pubblicato su L'uomo RAgno Corno II serie n. 53

Pubblicato su L’Uomo Ragno Corno II serie n. 53

Se vi sembra di non aver mai sentito parlare di Shooter come un disegnatore, è perché, probabilmente, non ne avete davvero mai sentito parlare. Shooter disegnava poco, e quel poco che disegnava, lo disegnava male.

A dire il vero, non era certo peggio di un Paul Kupperberg. Chi è Paul Kupperberg? Appunto!

A dire il vero, non era certo peggio di un Paul Kupperberg. Chi è Paul Kupperberg? Appunto!

Ma a parte il tratto legnoso, che a quei tempi non mancava di certo né alla Marvel né alla DC, ciò che Shooter davvero voleva insegnare erano le inquadrature e la scansione delle vignette. Shooter aveva una vera fissa per le inquadrature.

Le regole erano poche e semplici, ma auree.

Prima regola: la tavola deve essere composta da un numero minimo di 5 a un massimo di 9 vignette, possibilmente di dimensioni uguali o al limite multiple di due o tre. Tutte le tavole. Unica deroga: splash page.

Voilà cinque vignette, ma è come se fossero sei.

Ecco un’altra tavola di esempio.

06

Quanto alle inquadrature, ne sono permesse praticamente solo due. Quella principale è ad altezza occhi. Le uniche deroghe sono da un angolo in alto della stanza, se proprio abbiamo bisogno di fare panoramiche.

Attenzione, queste inquadrature ardite potrebbero farvi girare la testa.

Attenzione, queste inquadrature ardite potrebbero farvi girare la testa.

 

Questo era, per Shooter, il manuale del buon disegnatore. C’è da ringraziare che nessuno gli abbia dato il minimo ascolto!

(3- continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, Bleedin’Cool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.

 

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 2, (6-10)

Eccoci giunti alla seconda parte di questo viaggio enciclopedico dietro le quinte della storia del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Giunti a metà strada ci rendiamo conto di come la storia di Spider-Man sia emblematica della storia della Marvel tutta.

6- L’arrivo di John Romita coincise quindi con un cambiamento del carattere di Peter e di tutti i comprimari. Peter entrò a far parte del gruppone e poco poco ci mancava che si mettesse lui a fare le smutandate ai secchioni. Soprattutto Gwen Stacy smise di essere un’algida stronza (copyright di DocManhatthan) per diventare la ragazza dallo stivaletto a mezza gamba che tutti quanti amiamo.

gwen-stacy-romita-dancing-124789

Romita la vestì alla moda, le ficcò un cerchietto nero in testa e voilà, eccoti servito l’unico vero amore di Peter. Essì, perché, nelle intenzioni di Stan Lee, Gwen doveva rimanere l’unico vero amore di Peter.

D’altra parte Lee aveva un certo debole per le stanghe bionde, visto che ne aveva sposata una: Joanie Lee, a detta di molti, era una specie di incrocio tra Susan Storm e, appunto, Gwen Stacy. Quando Lee e Romita decisero di svelare il volto della misteriosa Mary Jane Watson, quindi, era soltanto perché mancava il vertice del classico triangolo amoroso puzzone che piaceva tanto agli adolescenti dell’epoca.

Praticamente, se negli anni ’60 avevano questa

romita_sr_spiderman

… noi negli anni 2000 abbiamo questo:

tl4

Mala tempora!

E infatti, Mary Jane finì fidanzata con quello sfigato, drogato ed esaurito dai capelli a tapparella (però milionario) di Harry Osborn.

7- Quando leggi le storie della Marvel è tutto un chiedersi perché Kirby lasciò pinco, perché Ditko lasciò pallino, persino perché Herbe Trimpe lasciò caio e sempronio. Pochissimi si sono chiesti perché Stan Lee lasciò la scrittura dei fumetti pressoché definitivamente in quel 1972.

La verità è che Stan Lee lavorava nel campo dei fumetti da tantissimo tempo. Nato nel 1922, aveva iniziato prestissimo attraversando la guerra, la crisi economica, sempre dentro la Marvel, mettendoci la faccia anche quando doveva licenziare. Nel ’72 aveva 50 anni e quella è un’età in cui cominci a fare dei bilanci della tua vita.

A leggere alcuni suoi interventi dell’epoca ci si rende conto che il bilancio che l’Uomo doveva aver fatto sembrava fortemente in deficit. Ecco cosa diceva parlando del lavoro nei fumetti:

“Anche se hai successo, anche se raggiungi il vertice del successo nei comics, sarai comunque meno famoso e con minori certezze e minor potere di un professionista qualunque della televisione, alla radio, nel cinema o in qualsiasi altro settore. È un ambiente in cui il creatore… non è proprietario di ciò che crea.[…] Ciò che direi ad un cartoonist con un’idea è di pensarci due volte prima di darla ad un editore”.

Proprio in quel periodo il suo ufficio si stava svuotando delle facce che aveva amato. Kirby aveva mollato per un contratto più remunerativo alla DC; Ditko, come abbiamo visto, era alla Charlton; la mitica segretaria Flo Steinberg aveva cambiato lavoro; Sol Brodsky era andato a dirigere una rivista in bianco e nero. Tutti crescevano, tutti andavano altrove, e le pareti di quell’ufficio dovettero sembrare improvvisamente una prigione per il cinquantenne Stanley Lieber.

Il favoloso Bullpen... oh mio Dio, ma Herb Trimpe era Frankenstein!

Il favoloso Bullpen… ditemi se Don Heck non è uguale a Frankie di Carletto Principe dei mostri

Lee, alla fine, prese il coraggio a due mani e decise di provarci. Lasciò le serie che ancora scriveva (Thor, Capitan America, Fantastic Four, Spider-Man) e si mise a scrivere una sceneggiatura con il suo amico Alan Resnais, regista di un certo calibro. The Monster Maker, storia di uno scrittore di titoli-spazzatura che decide di dedicarsi a qualcosa di culturalmente più profondo, sarà una sceneggiatura vagamente autobiografica. Lee riuscirà a venderla per 25000 dollari, anche se poi non se ne farà nulla.

Più ricco, ma sconfitto, Lee tornò a scrivere Spider-Man dopo l’interregno di Roy Thomas, ma non durò a lungo. Per sua fortuna, forse, qualcosa poi cambiò. La Marvel aveva venduto i diritti di sfruttamento dei suoi personaggi ad un tal Lemberg, il quale mise in atto una campagna promozionale faraonica che faceva di Stan Lee l’uomo di punta. Fu organizzato addirittura un evento alla Carnegie Hall con momenti imbarazzanti come Herbe Trimpe, Barry Smith e Roy Thomas che suonano, l’uomo più alto del mondo, lettura di poesie di Lee e Brian Wilson dei Beach Boys.

La locandina però era fighissima

La locandina però era fighissima

Lee non ci fece una gran bella figura, ma il ruolo di uomo-immagine gli piacque molto. La Cadence, società che aveva acquistato la Marvel da Goodman, aveva una grossa divisione di riviste e una cosa tira l’altra, Lee finì ad occuparsi del settore Hollywood con la direzione della rivista Celebrity. Hollywood gli piacque così tanto che, beh, ci rimase fino ai giorni nostri.

8- Ma lasciamo Stan Lee e torniamo al nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Dopo la seconda e definitiva fuga dell’Uomo, Amazing finì sorprendentemente nelle mani del poco più che ventenne Gerry Conway, che aveva già lavorato su Ka-Zar e Thor. erano cose che accadevano in America negli anni ’70.

Conway, come molti giovanotti impertinenti, si ritrovò per le mani la seconda serie più venduta (all’epoca il primato era ancora di Fantastic Four) con il desiderio di spaccare il mondo. Anzi, più precisamente, con il desiderio di spaccare zia May.

Sì, perchè Conway prese in mano la serie con il preciso intento di far fuori zia May. Chi poteva dargli torto? Quella vecchia scassamaroni aveva avuto così tanti infarti in manco 100 numeri che tutti sapevano che persino Peter, sotto sotto, sperava di togliersela di torno il prima possibile. Pare che la filastrocca “ammazza la vecchia col crick” sia stata inventata da fan di Spider-Man.

Così Conway propone la cosa a Romita che invece aveva un’idea migliore. Ammazzare la vecchia potrà anche essere liberatorio, ma quanto sarà drammatico? Tutti la vogliono vedere morta. Ammazziamo qualcun altro. Ammazziamo qualcuno che non sia già con un piede nella fossa!

Ora, le testimonianze si fanno confuse. Romita qualche volta dice di essere stato lui a proporre Gwen, altre volte che l’idea sia stata di Conway. Fatto sta che a quest’ultimo scatta un meccanismo mentale e comincia a gasarsi. Ammazzare Gwen? Ma certo!

14llr2d

Conway disse in diverse interviste che a lui Gwen non era mai piaciuta. Come già detto, Gwen era la tipica donna dei fumetti di Lee: fondamentalmente una sciacquetta lamentosa e anche un po’ ottusa, completamente dipendente dagli uomini. Conway invece non aveva occhi che per Mary Jane.

e come dargli torto?

e come dargli torto?

«Avevamo un personaggio esplosivo come Mary Jane» disse «e Stan l’aveva relegata a fare la fidanzata del migliore amico. Non ebbi più dubbi: era Gwen che doveva andarsene».

E così, Gwen se ne andò.

9- I fan non la presero poi così bene. Erano tempi pioneristici, quando coraggiosi ricercatori come Conway sperimentavano la tenuta della sanità mentale dei nerd, e facevano scoperte che non piacevano a nessuno. Tipo che qualcuno può minacciarti di morte perché hai ucciso un personaggio inesistente.

Annie_Wilkes

Quando la realtà supera la fantasia

Dice: ma Conway sarà stato difeso dalla Marvel tutta, che intanto contava i dollaroni delle vendite senza precedenti del numero 121 di Amazing. O no? Beh, no. Stan Lee stava tenendo una conferenza all’Università quando gli chiesero conto della morte di Gwen. L’Uomo cadde dalle nuvole e rispose:

«Se lo hanno fatto, io dovevo essere fuori città».

Stan Lee se l’era fatta addosso.

Conway ci rimase malissimo. Praticamente l’azienda lo aveva scaricato, lasciandolo tutto solo a prendersi gli insulti e le lettere minatorie dei fan che non ci stavano troppo con la testa. Ma era davvero possibile che Lee non sapesse della morte di Gwen Stacy? Il punto è che in quel periodo Lee faceva sì da supervisore capo, ma era anche impegnatissimo con le sue sgambate a Hollywood, e stava diventando sempre più distante dai fumetti. È emblematico il caso del naso di Iron Man.

Un giorno gli mostrarono i disegni di Mike Esposito di Iron Man, e Lee, che chissà a cosa pensava, chiese agli assistenti dove fosse il naso. Ad oggi nessuno sa cosa volesse dire, ma gli assistenti corsero a far disegnare il naso sull’armatura di Iron Man.

nose

Qualche mese dopo, Stan vide quel naso e disse: «Ma che è sta roba? Chi ce l’ha messa?», «Ma Stan, ce l’hai detto tu!» gli rispose un assistente. «Non dite stupidaggini. Levate questa roba.»

Lee se l’era semplicemente dimenticato. La sua attenzione per i fumetti andava scemando di giorno in giorno, così come la sua memoria.

10- Flash forward. Il povero Stan Lee perse il pelo ma non il vizio, e fece la stessa identica cosa molti anni dopo.

Si era in piena seconda saga del clone (che approfondiremo tra un po’) e nello staff dedicato a Spider Man era scattata una sorta di furia iconoclasta. L’idea di uccidere zia May stavolta non trovò nessun Romita a rilanciare, e così la decisione fu presa. L’albo scelto fu Amazing Spider-Man 400, scritto da Jean Marc DeMatteis e disegnato da Mark Bagley. Ancora oggi ce lo ricordiamo con le bruschette nell’occhio.

Seconda stella a destra... DeMAtteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

Seconda stella a destra… DeMatteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

L’albo raggiunse le edicole, tra l’altro, dietro questa copertina che, nell’intenzione dei grafici Marvel, doveva essere una sparafleshante figata e invece risultò essere la cosa più rattusa mai vista anche per gli standard degli anni ’90.

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini la ripropose tale e quale. Ricordo ancora che il mio edicolante ci mise due ore a capire che quello era un numero dell'Uomo Ragno

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini ovviamente evitò di riproporla, dimostrando ancora una volta che l’Italia è meglio dell’America

Fatto sta che la vecchia tirò le cuoia, e ovviamente molti fan corsero da Wallmart a comprare torce e forconi per fare la pelle alla Marvel. Stan Lee passava per una convention e in un istante fu circondato da gente inferocita.

E indovinate cosa disse?

«Io non ne so nulla. Se me lo avessero detto, l’avrei impedito!»

E invece Bob Budiansky, allora editore capo del settore Spider-Man (in quegli anni la Marvel era stata essenzialmente divisa in 5 sotto-case editrici), aveva lasciato un memo per l’Uomo. Semplicemente non se l’era sentita di fare una cosa del genere senza avvertirlo; o forse aveva parlato con Conway, chissà.

Fatto sta che numerosi testimoni riportano della risposta “da gentleman” di Stan che gli aveva augurato buona fortuna dandogli la sua benedizione.

Alla faccia del gentleman!

(2- continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, Bleedin’Cool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 1, (1-5)

Benvenuti alla nuova rubrica, sfacciatamente copiata, 20 cose (di cui forse non vi importava niente) su… Esordiamo con l’eroe per eccellenza, che hanno provato a venderci come il ragazzo con cui tutti si potevano identificare, nonostante fosse capace di realizzare complicate e rivoluzionarie invenzioni nella sua stanzetta con 4 soldi, nonostante si fidanzasse con supermodelle e ladre statuarie, nonostante fosse un fotografo di fama…

Spider Man!

1595852-spiderman

Che chiameremo Spider-Man soltanto perché, nel documentarci per questi articoli, abbiamo letto un fracco di interviste, articoli e libri in lingua originale. Pronti a partire?

1- Sulla creazione di Spider-Man se ne sono sentite di tutti i colori: Stan Lee dice Stan Lee, Steve Ditko dice Steve Ditko, finché un giorno Jack Kirby ha detto Jack Kirby. La questione è difficilissima da dipanare perché Lee è arcinoto per essere un po’ rintontito dall’età, e in ogni intervista dice una cosa diversa; il secondo non rilascia interviste, vive da recluso e non gliene può fregare di meno; il terzo è morto. Quella che segue è la versione più probabile dopo un lavoro di documentazione che mi è costato quasi il divorzio.

Dopo la creazione di Fantastic Four alla Marvel ci si rese conto che i supereroi tiravano, e Stan Lee si mise sotto a crearne di nuovi. All’epoca la Marvel non poteva lanciare nuove serie a causa di un accordo distributivo fatto con i piedi, così si decise di prendere le tre testate antologiche Journey into Mistery, Amazing Fantasy e Tales to Astonish e metterci dentro un supereroe nuovo di zecca. Alla prima e alla terza toccarono Thor e Ant Man; per la seconda, invece, a Stan Lee venne in mente di creare qualcosa che riguardasse i ragni. Come era solito fare a quell’epoca, chiese a Kirby di occuparsi del lato grafico, e da lì lui avrebbe sviluppato un background adatto (era praticamente il modo di lavorare alla Marvel, e tale rimase per decenni).

Kirby aveva pronto un vecchio personaggio chiamato Spider-Man che aveva discusso nel 1959 con Joe Simon, con il quale aveva ideato Capitan America. Questo tizio era poi diventato un supereroe chiamato The Fly, che trovò scarsa fortuna nelle edicole.

Adventures_of_the_Fly_no_1

Così iniziò a buttare giù cinque pagine della storia delle origini. Secondo Ditko, la storia parlava di questo nerboruto giovanotto che viveva con una vecchia zia e uno zio poliziotto in pensione, “il tipo simile al generale Ross”. Il suo vicino di casa, invece, era uno scienziato che conduceva strani esperimenti. In una splash-page, si vedeva l’eroe in costume. Si sa che utilizzava una pistola spara-ragnatele. Ecco come Ditko ricorda la cosa:

17jcpbcc4cm21jpg

Effettivamente la cosa non piacque affatto a Stan Lee, che aveva chiesto un ragazzo mingherlino e timido. Così portò quelle cinque tavole a Ditko, dicendogli di lavorarci sopra: tutto quel che segue, compreso il costume, fu opera sua e di Lee. A Kirby quindi dobbiamo probabilmente zia May. Argh.

2- Epperò la copertina del numero quindici di Amazing Fantasy, cioè la prima copertina della storia a rappresentare Spiderman, è stata disegnata da Kirby in persona, e inchiostrata da Ditko.

Amazing_Fantasy_Vol_1_15

Il fatto è che Kirby non soltanto disegnava le sue serie, ma dava lezioni a tutti su come si doveva lavorare. Potevi essere anche John Buscema ma Stan Lee, non appena arrivavi, ti diceva “vai da Kirby e fatti dire come devi fare”. E se Kirby poco poco non c’era, allora Lee ti metteva in mano un albo del Re e ti diceva “copia”. Sulle copertine Lee poi era particolarmente sensibile. Infatti Ditko una copertina l’aveva disegnata, ma a Lee non era andata bene.

amazing-fantasy-15-cover

A me pare migliore quella di Ditko, ma probabilmente è colpa del mio occhio smaliziato del senno di poi. La copertina di Kirby, in effetti, riesce a suscitare di più una reazione del tipo “chi è quel giovanotto indisponente con la ragnatela scoppiettante che disturba la mia pubblica quiete!” In ogni caso bisogna dire che Kirby aveva dei grossi problemi a disegnare il costume di Spiderman, come si vede in quest’altra copertina.

d1de37ed13040ae7bb15c3324402115e

 

3- Quella di Steve Ditko è una figura avvolta nella leggenda. Taciturno e solitario, di lui si sa con certezza che è un fervente seguace di una filosofia molto particolare, l’Oggettivismo. Da conoscitore della materia posso affermare che si tratta di una sorta di ibrido mostruoso tra Nietsche, Carnap ed il Neopositivismo, e questo non è un complimento. L’etica di questo gruppo di pensatori, capitanato dalla fondatrice, la scrittrice russo-americana Any Rand, sfocia in uno spiccato individualismo, per cui ogni persona ha come unico scopo nella vita la persecuzione dei propri scopi, e l’unico vero dovere che un uomo ha verso l’umanità è il proprio lavoro. Ditko ancora oggi conduce una vita appartata e tutta dedita al proprio lavoro, senza scendere a compromessi.

Per l’Oggettivismo non importa se la tua vita diventa un inferno, tutto ciò che conta è fare la cosa che ritieni giusta.

Non vi ricorda qualcosa?

In effetti il primo Peter Parker, quello di Ditko, era un ragazzo che tentava di fare la cosa giusta nonostante ciò lo rendesse un paria della società. E quando diciamo paria, intendiamo quello che diciamo! Se si osservano bene i disegni di Ditko, vediamo un Parker quasi mai sorridente, sottile, quasi emaciato, non empatico. Lee stendeva sui disegni dei testi che smussavano molto questo aspetto del carattere di Peter.

amazingfspiderman7ditko547.jpg~320x480

Con i suoi testi Lee trasforma un Peter Parker pieno di disprezzo in uno preoccupato di non far del male agli altri.

 

steveditko-asm-05

Flash Thompson è in pericolo di vita e a Peter la cosa non sembra dispiacere affatto

 

Emblematica (e famosa) è la scena in cui Peter incontra dei manifestanti al campus e li tratta come se fosse stato morso da una Santanchè radioattiva.

politics-01

Notare la simpatica espressione del volto mentre Peter dice “Meglio che me ne vada, prima di dargli io qualcosa per cui protestare!”

Allora la domanda nasce spontanea: come è possibile che questo antipatico reazionario sia diventato l’idolo delle folle giovanili, in quello scorcio di fine anni ’60? La risposta è molto più semplice di quello che crediamo. Ed è: Stan Lee+Steve Ditko. La combinazione delle sensibilità artistiche di questi due personaggi e il loro metodo di collaborazione (in sostanza, Ditko disegnava le storie senza chiedere niente a nessuno, soprattutto nell’ultima fase, e Lee metteva i dialoghi) riuscì a creare un’alchimia unica. Peter Parker è ancora oggi quel personaggio unico nel suo genere proprio perché è sempre stato solo contro il mondo, funestato da tragedie personali che mai e poi mai però hanno intaccato il suo desiderio di fare il bene; e questo era il Peter Parker di Ditko.

Per Ditko Peter non avremme mai potuto essere davvero felice a causa dei suoi doveri come Spider Man

Per Ditko Peter non avrebbe mai potuto essere davvero felice a causa dei suoi doveri come Spider-Man

Ma poi lo amiamo perché, di fronte a queste tragedie, è sempre stato in grado di sparare battute, di regalarci un sorriso, di preoccuparsi per gli altri. E questo è il Peter Parker di Stan Lee.

4- Ma allora, perché diamine Ditko decise, di punto in bianco, di abbandonare la serie con il numero 38?

La vulgata vuole che la decisione nascesse dalla divergenza creativa sorta in seguito alla decisione di fare di Norman Osborn l’uomo che si celava dietro la maschera del Green Goblin. Oggi però questa teoria ha poco credito. Le divergenze sulla direzione che le storie avrebbero dovuto avere erano all’ordine del giorno: si dice che Ditko fosse contrario a far diplomare Peter, ad esempio.

Qualcuno ipotizza si trattasse di una questione di denaro. Se è vero che Martin Goodman, l’allora editore e proprietario della Marvel, era noto per essere un gran pitocco, al punto da far borbottare più di un autore, è anche vero che Ditko prendeva circa 30$ a pagina, il che, fatto un calcolo della serva, fa circa 10000$ l’anno. Al netto dell’inflazione, sono circa 82000$ attuali: non proprio uno stipendio da fame! Inoltre, passando alla Charlton di Dick Giordano, Ditko percepì uno stipendio più o meno simile.

Nel suo saggio A mini history: some background, Ditko scrive: «Io so perché ho lasciato la Marvel, ma nessun altro in questo universo lo sa. Potrebbe essere di moderato interesse sapere che Stan Lee scelse di non sapere, né di ascoltare, il perché lasciai». Il che ci lascia capire come la decisione avesse a che fare, in ogni caso, con Stan Lee.

La verità, probabilmente, è che i due non riuscissero più a lavorare insieme. La personalità di Lee era troppo strabordante e Ditko non era affatto un tipo semplice da accontentare.

Steve_Ditko

Per fare un esempio di che tipo è Ditko, vi racconterò di quando Jim Shooter, appena diventato EIC della Marvel, decise di riportarlo a casa.

Ditko mise le mani avanti rifiutandosi di occuparsi sia di Spider-Man che del Dr Strange. Si rifiutò anche di avere a che fare con supereroi “flawed”, dubbiosi, insicuri, in altre parole, Marvel. Si dimostrò disponibile a fare qualcosa per ROM the Spaceknight e i fumetti sul Wrestling! Fece quindi ROM, Machine Man e altra roba, finché Shooter non si armò di santa pazienza e gli propose un supereroe tutto suo, da creare ex-novo.

“Voleva un personaggio che non fosse stato morso da un qualcosa radioattivo, o da un altro pianeta, o cui fossero state iniettate sostanze chimiche. Qualsiasi cosa avesse fatto di speciale, voleva che fosse il risultato dei suoi propri sforzi, dei suoi pensieri. Se potenziato, potenziato in qualche modo nuovo, innovativo di cui lui stesso era autore. E perché doveva essere sempre un ragazzo? Perché no non uomo più anziano? Steve non voleva nemmeno un altro tipo nerboruto. Niente magione, niente Batmobile, niente costumi. E nemmeno un nome ufficiale da supereroe. Un nome reale, da persona vera- anche se avrebbe permesso che altri che non sapevano il suo nome civile lo chiamassero con qualche appellativo drammatico.”

Shooter ci pensò su e se ne uscì con Michael Alexander, un quarantacinquenne che ha speso una vita a superare i limiti umani. Ora può vedere il substrato quantico della realtà – il panorama dell’Id- che sta sotto al mondo reale. Combatte i poteri malvagi di questo mondo, che lo chiamano Glare o Glint. I buoni lo chiamano la Luce.

La reazione di Ditko? Non andava bene, troppo platonico, mentre lui era un aristotelico (cioè non credeva in alcun mondo oltre il nostro).

Fine. A questo punto non è tanto sorprendente che Ditko abbia lasciato Spider-Man, quanto piuttosto che sia durato 38 numeri!

4.1 Questo c’entra poco con Spiderman ma ve lo diciamo lo stesso. Shooter, che non era uno che buttava via niente, creò anni dopo un personaggio che, a parte le origini segrete, prendeva molto dalla richiesta iniziale di Ditko.

250px-Star_Brand_1

Starbrand tra l’altro era la serie di punta del progetto New Universe. Indovinate chi creò un personaggio che doveva far parte di questo universo? Steve Ditko. E guardate di chi stiamo parlando:

6dbb428a40270e30f2e1af2488e02fa3.jpg

Poi il New Universe chiuse prima che Ditko potesse ultimare il primo numero, e così divenne parte del Marvel Universe. La serie però durò soltanto 12 numeri.

5- Ecco come la Marvel annunciò la partenza di Ditko sulla pagina della posta di Amazing Spiderman 38:

spidey38-letters

“Jazzy Jhonny Romita” sarebbe diventato il nuovo disegnatore di Spider-Man, per portarlo in una nuova “Marcia Marvel verso la Grandezza!” Peccato che Jazzy John non volesse proprio saperne di Spider-Man!

Romita era da sette numeri disegnatore di Daredevil, serie che adorava particolarmente. D’altra parte, per Stan Lee, Romita era quello delle patate bollenti: quando Kirby mollò Capitan America, a chi credete che Lee avesse pensato per sostituirlo?

Non solo, ma a Romita Spider-Man non piaceva nemmeno. Come disse in un’intervista del 2002 a Comics Book Artist:

“La mia prima impressione di Spider-Man fu che era una sorta di Clark Kent con gli occhiali. Dissi a Stan: Questo sarebbe il tuo secondo albo per vendite? Non posso crederci!”

Che ci credesse o no, Stan aveva ormai deciso, ma prima di dargli l’incarico decise di tendergli un trappolone: così, nel numero 17 di Daredevil gli apparecchiò un’ospitata strategica.

Daredevil_Vol_1_17Appurato che sapeva disegnare il costume di Spider-Man (e non è facile, considerando che la cosa aveva creato fior di problemi pure a Kirby), il lavoro fu suo.

Romita lasciò Daredevil a malincuore ma sorretto dal pensiero che ci sarebbe tornato presto: era infatti convinto che l’addio di Ditko non sarebbe durato. Per questo voleva rendere il cambiamento più indolore possibile, e si mise a studiare gli albi di Amazing per essere più Ditkiano possibile. I primi albi non gli piacquero: trovò il tratto troppo scarno e i personaggi troppo semplicistici! Ma intorno al ventesimo numero cambiò idea, facendosi conquistare dal personaggio.

Lee, intanto, cambiò modo di lavorare, prendendo il controllo degli script oltre che dei dialoghi. Romita, dopo un paio di numeri, capì che Ditko non sarebbe tornato e quindi si appropriò dell’albo. I personaggi femminili esplosero, e Peter divenne molto meno scontroso. Basti guardare il confronto con queste due vignette, la prima presa dal n. 38 e la seconda dal 39, per capire il cambio di direzione!

ditko-after-ditko 1

Numero 38: Gwen Stacy vede Harry e Flash, i due membri del club “Odiamo Peter Parker”!

Numero 39:

Numero 39: “Ricorda Flash, abbiamo deciso tutti di comportarci in modo amichevole con lui!” Notate come Gwen sia vestita con lo stesso identico vestito da suora laica di Ditko

 

(1-continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, BleedingCool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.

Fantastic Four – quando la Marvel disonorò il padre e la madre

Tanto tempo fa, prima del Principio, la Terra fu popolata da mostri.

where-monsters-dwell-2-17

strange-tales-95-3

monster-pants-gruto

TOS024001_col

Laddove i mostri non c’erano, proliferavano le modelle.

1035753

Erano anni tristi e cupi per il mondo del fumetto americano. Il passaggio di Frederich Wertham aveva lasciato solo macerie, e, appunto, mostri e modelle. La DC Comics pubblicava ancora supereroi, ma con storie come quelle non si andava da nessuna parte.

Poi, però, accadde un miracolo. Un Uomo e un Re s’incontrarono e crearono l’Universo.

jack-kirby-fantastic-four

jack-kirby-fantastic_four_annual_06

E videro che era cosa buona.

Fantastic Four fu l’equivalente fumettistico di un Big Bang. Non serve stare qui a spiegare perché e percome questa serie abbia letteralmente creato il mondo del fumetto fantascientifico e supereroistico americano. Se non lo sapete da voi, è perché siete ignoranti. Andate a studiare.

Alla Marvel lo sapevano benissimo; e per anni, anche quando il Re e l’Uomo se n’erano andati, anche quando la serie non vendeva più niente, l’hanno comunque portata avanti.

Quante copie delle variant di X-Men, di Wolverine, di Punisher, sono state vendute al solo scopo di far sopravvivere Fantastic Four? Non lo sappiamo, ma quante che fossero, era giusto così.

Per tanti tanti anni chiudere Fantastic Four sarebbe stato l’equivalente dell’abbattere la casa di Leopardi per far posto a quella di Fabio Volo. Fantastic Four era una bandiera, il simbolo in carta e inchiostro del fatto che la Marvel, una volta, era stata davvero la Casa delle Idee. Chiudere Fantastic Four sarebbe stato come chiudere la Marvel.

Finché la Marvel non ha chiuso Fantastic Four.

4523553-fanfour2014645_dc11-0

Embè, direte voi? La Marvel chiude serie di continuo, e poi le rilancia,  rilancia,  rilancia rilancia rilanciarilanciarilancia finché poi alla fine… niente, continua a rilanciarle. Chiude le serie per sempre -occhiolino-, ci narra l’ultima-occhiolino- storia. E niente -occhiolino occhiolino- sarà più come prima.

Occhiolino.

Ad esempio la serie di Thor chiuse per ben due volte, tornando dopo un anno o due.

Guardate come si era ridotto... quella, più che altro, fu un'eutanasia

Guardate come si era ridotto… quella, più che altro, fu un’eutanasia

La chiusura di Fantastic Four, però, non è stata come tutte le altre occhiolino-chiusure. È vero che le vendite si erano quasi dimezzate rispetto a pochi anni prima. Gli ultimi numeri viaggiavano attorno alle 30000 copie distribuite contro una media di 40000 negli anni precedenti. Il calo c’è stato, ma non insostenibile se pensiamo che è esattamente come quando vendevano serie che la Marvel continua a vendere come un successo (ad esempio la blasonata Ms Marvel, nel settembre 2014, vendeva 32000 copie). Come in tutte le cose, è una questione di marketing. E il problema è semplice: la Marvel ha semplicemente bandito il marchio Fantastic Four da qualsiasi operazione di marketing. Attenzione, non è che ci abbia puntato poco: li ha letteralmente cancellati.

Una cosa che, a memoria, aveva fatto solo con personaggi di cui non possedeva più i diritti, come ROM o i Micronauti.

Come è stato possibile?

Come sempre, la colpa è di Stan Lee.

Per ricostruire questa storia bisogna tornare indietro nel tempo, fino ai rampanti anni ’80. Mentre in Italia i giovinastri si intabarravano in giubbini Monclair, scarpe Nike e cinturoni con la fibbia ElCharro, un fantasma si aggirava per gli Stati Uniti. Quel fantasma era Stan Lee, che cercava di appioppare i diritti cinematografici dei personaggi Marvel.

La Marvel non se la passava benissimo, a quei tempi. Le vendite non erano granché, a eccezione di qualche titolo di punta. La Clarence, che possedeva la casa editrice, voleva monetizzare le proprietà intellettuali in qualsiasi campo possibile, a partire dal cinema. Affidò questo compito a Stan Lee e l’Uomo, che tanto ci aveva divertito come scrittore di fumetti, fece talmente tanti casini come responsabile del settore licensing che ancora oggi la Disney paga la sua incompetenza.

Stan Lee riuscì a vendere i diritti cinematografici di Fantastic Four a un tizio di nome Bernd Eichinger, per una cifra ridicola (qualcosa come 250.000 dollari). Eichinger era un tedescone che aveva prodotto La Storia Infinita e che aveva un certo fiuto per gli affari.

L’accordo prevedeva che i diritti sarebbero durati nove anni e si sarebbero rinnovati automaticamente una volta che fosse stato girato un film. Ma gli anni passavano e Eichinger non riusciva a convincere nessuno a spendere i propri soldi per produrre il film. Oltretutto non si trattava di personaggi con superpoteri “facili” da riprodurre con gli effetti speciali dell’epoca, soprattutto la Torcia Umana e Mister Fantastic: investire 50 milioni per un film di supereroi tutto sommato sconosciuti e con il rischio che la resa fosse imperfetta scoraggiava qualsiasi produttore. Eichinger stava per perdere i diritti e così subaffittò il licensing a Roger Corman per fargli produrre un film in fretta e furia, con un budget di 2 milioni di dollari.

Questo:

the-fantastic-four-cast-pose-from-1994

Il risultato fu incredibilmente rattuso ma raggiunse il suo unico scopo, che era quella di non far scadere i diritti. La Marvel in seguito comprò i negativi della pellicola e li bruciò in pubblica piazza. Tutti gli attori e la troupe sparirono dalla circolazione. No, quest’ultima cosa non è vera, ma scommetto che la Marvel lo avrebbe fatto davvero se avesse avuto l’immunità penale.

(Però, sia detto per inciso, Destino appariva così:)

1994_Doom

Tenetelo a mente

Così Eichinger si tenne i diritti e riuscì a girare il film alla Tweintieth Century Fox, che si mise di buzzo buono e, dopo vari tentativi, affidò la pellicola a Tim Story e guadagnò 300 milioni di dollari con un film veramente brutto.

nonostante Jessica Alba

…nonostante Jessica Alba

La pellicola ebbe anche un seguito, Fantastic Four e Silver Surfer, leggermente migliore ma non ci voleva poi tanto.

(Nel film Destino appare così:)

Corman batte Story 3-0

Corman batte Story: 3-0

Anche in questo caso la Fox incassa, solo di botteghino, 330 milioni di dollari a fronte di una spesa di 130.

La Marvel all’epoca era tutta un brodo per questi film. Ancora credeva ingenuamente che avrebbero portato lettori alle serie, tant’è che si sforzava di far assomigliare i personaggi di carta a quelli cinematografici con espedienti spesso ridicoli. Fatto sta che nemmeno la carta dei contratti si era asciugata e già le testate dei FF raddoppiarono.

Poi il tempo ci ha insegnato che il cinema non ha un vero e proprio impatto duraturo sulle vendite dei fumetti, e la Marvel capì di essere seduta su una miniera d’oro che non sapeva sfruttare. I film di Spider Man della Sony e degli X-Men della Fox, oltre ai già citati Fantastic Four, avevano dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che i personaggi funzionavano sul grande schermo, incassavano uno sfracello di soldi e vendevano tanti pupazzetti. Era ora di fare il grande salto, così presero i pochi personaggi che Stan Lee non aveva già regalato e ci fecero dei film in proprio.

Il resto è storia. Dopo Iron Man la Marvel cominciò a guadagnare soldi a palate; e quando guadagni soldi a palate, la Disney ti compra. È una legge della fisica. Negli anni ’60 la Marvel aveva ridefinito il canone per i fumetti supereroistici; negli anni ’10 del secondo millennio ha fatto la stessa cosa in campo cinematografico. D’improvviso tutti vogliono fare film di supereroi, ma nessuno li fa bene come la Marvel.

La Fox stava svaccando completamente il franchise dei mutanti prima di riprendersi (contro ogni previsione) dopo First Class. La Sony invece ha rovinato il brand di Spider Man con la versione twilight di Marc Webb. Stavolta però la Marvel non era affatto contenta. Ora che con i suoi supereroi si guadagnava soldi veri, non quei quattro becchi derivanti dalle serie a fumetti, ma miliardi di dollari (letteralmente), non erano più tanto contenti quando altri facevano film con i loro personaggi. Così, cominciarono ad accadere cose strane.

Accadde ad esempio che sulla copertina dello speciale per il 75° anniversario della Marvel Comics non comparissero né i Fantastici Quattro né gli X-Men. Gli si preferirono Nova, Captain Marvel, Groot…

Marvel_75th_Anniversary_Magazine_Vol_1_1_Textless

(Giusto per fare uno sciocco confronto, ecco le copertine variant che furono realizzate solo cinque anni prima, per il 70° anniversario)

AmazingSpdier-Man_603_70thFrame

Poco dopo Rick Johnston, famoso blogger americano specializzato nel campo dei comics, pubblica un memorandum interno alla Marvel riguardante le istruzioni per la produzione di card:

marvel-600x778

(Per chi non mastica l’inglese: Cari autori, provate solo a disegnare qualsiasi cosa che odori lontanamente di Fantastici Quattro, e vi crocifiggeremo in sala mensa)

Le voci si rincorrono. Mentre la Fox continua imperitura a produrre un quarto film dei Fantastic Four, un bel reboottone noto soprattutto per essere il primo film che si sapeva da molto prima che avrebbe fatto cagare (sembra ne avesse fatto cenno anche Nostradamus nelle sue terzine), la Marvel bandisce sempre di più i personaggi dal suo merchandising. Guardate questa T-shirt:

unnamed-22-600x800

Nessuna traccia di X-Men o Fantastici Quattro… e la cosa ancora più sconvolgente è che si tratta della copertina del primo numero della serie storica di Secret Wars. Questa:

unnamed-32-600x913

Eccezion fatta per Spider-man, tutti i personaggi che non appartengono all’universo cinematografico della Marvel sono stati semplicemente rimpiazzati.

Stessa cosa per questa maglietta:

pG1120black-600x789

Che nasce da questa copertina:

secret-wars-8cover-600x911

Reed Richards, la Cosa e la Torcia Umana sono semplicemente stati cancellati. La cosa non vi fa tristezza?

La Marvel, attraverso le dichiarazioni di Tom Breetvort e altri, ha sempre negato tutto, ma il bando è evidente. Dicono che non c’è niente di strano, che la serie vendesse poco. Per le cancellature, però, non viene fornita nessuna spiegazione.

E non sarà un caso che tra le millemila nuove serie scaturite da quella vaccata di Secret Wars, serie che sono andate a ripescare saghe che avremmo tutti voluto dimenticare, non ce ne sia una, che sia una, dedicata ai Fantastici Quattro.

È vero che i personaggi continuano a svolgere un ruolo importante nel Marvel Universe fumettistico; è vero che il dottor Destino ne è uno dei protagonisti assoluti. Ma resta il fatto che la Marvel li sta letteralmente cancellando dalle sue copertine. È come se prendessi le foto del Natale della mia infanzia e cancellassi i miei genitori.

Tutto questo porta con sé una serie di riflessioni. Quella più amara è che ormai il settore fumetto non è altro che un correlato del core business dell’azienda, che è il cinema. Al pari dei pupazzetti, delle maschere di carnevale, il fumetto è un mezzo di promozione dei personaggi e se questo significa che i Fantastici Quattro devono sparire dalle copertine per non promuovere un film della concorrenza, che sia. Se bisogna cancellarli anche dal passato, ridisegnando ex novo copertine storiche, amen.

È il progresso, bellezza. E tu non puoi proprio farci niente.

È molto probabile che, prima o poi, Fantastic Four riapra. Sono però pronto a scommettere che ciò accadrà quando anche l’ultimo DVD del film della Fox sarà stato tolto dagli scatoloni delle offerte speciali degli ipermercati; quando i diritti torneranno alla Disney, che finalmente ne farà quello straordinario film di fantascienza supereroistica che aspetta solo di essere girato. Nel frattempo, la Cosa e la Torcia probabilmente militeranno in qualcuna delle incarnazioni dei Vendicatori, giusto per non farci sentire troppo la mancanza.

Jean Marc DeMatteis, una bibliografia multiforme

Oggi, 15 Dicembre, cade il genetliaco di Jean Marc DeMatteis, che è praticamente mio padre. Fumettisticamente parlando.

dematties

Voglio dire che tra gli anni ’80 e gli anni ’90 ovunque ti girassi trovavi un fumetto scritto da questo francesone baffuto. Davvero. Avete presente Fantozzi che, cercando le prove del tradimento della Pina, apre cassetti e armadi pieni di pane in ogni forma? Ecco, se mia madre si fosse mai preoccupata di sfogliare gli albi di cui era zeppa la mia stanza, avrebbe sospettato una relazione con il buon Jean-Marc.

Cioè, se credete che Bendis sia sovraesposto oggi, è perché non avete vissuto gli anni ’80 con Byrne e DeMatteis. Con una differenza fondamentale, e cioè che Jean Marc, a rileggerlo oggi, non ha perso un’oncia di smalto.

Davvero. Nel campo dei supereroi ci piace tanto osannare questa o quella run, e ricordare coi lacrimoni storie che, a rileggerle oggi, si prova una gamma di sensazioni che va dalla tedesca Freudeshande (la vergogna che si prova per empatia verso una cosa veramente vergognosa) al giustificazionismo nostalgico (“eh, dovevi leggerla ai tempi, oggi ci pare ‘na schifezza ma allora era veramente rivoluzionaria”).

Invece le storie di DeMatteis all’epoca ti sembravano bellissime; e oggi ancor di più. Gli riusciva di tutto: se voleva farti ridere, ti faceva sganasciare, se voleva farti piangere, ti strappava il cuore, e se voleva farti riflettere, beh, ti faceva entrare in una libreria a comprare tomi di Freud col sorriso sulle labbra.

DeMatteis è stato un talento cristallino. E visto che molti di voi hanno la terribile sfortuna di essere giovani e ignoranti, ecco una breve bibliografia di quello che potete leggere della sua sconfinata opera.

Defenders, vol. I, 92-131

00005.scan edit di aquila

A guardare questa tavola il sentimento di Freudeshande scorre potente, ma non bisogna farsi ingannare. Questo Hulk che gioca coi pupazzi è l’Hulk di quei tempi, un bambinone che parla in terza persona con la fissa per le tette di Betty (più o meno). Peter David è di là da venire. I Defenders uscivano da una lunga run di Peter Gillis che li aveva infarciti di storie dal sapore camp e calzemaglie di serie C come la Valchiria e il Nottolone. Come se non bastasse ai disegni c’era Don Perlin, detto er Quercia per il dinamismo del suo tratto. Eppure in una manciata di numeri DeMatteis riesce a rendere interessanti personaggi come Hellcat, Daimon Hellstorm e persino il Gargoyle; e imbastisce una trama a lungo termine, quella della Mano a sei Dita, che ci parla di satanismo, di incesto, della profonda provincia americana, dei sogni infranti, della droga, della vecchiaia.

La serie fu pubblicata ai tempi dall’eroico Paolo Accolti Gil su All american Comics a partire dal numero 14, e mai più ristampata in Italia. Ma basta scartabellare un po’ per trovarla nell’usato.

Moonshadow, 1-12

Moonshadow12.jpg~original

A quei tempi pubblicare 12 numeri di una sorta di fiaba fantascientifica e psicanalitica, dipinta dal talento di John J. Muth, non era cosa da tutti. De Matteis aveva provato a proporlo per decenni a Jim Shooter, dotando il protagonista, il figlio di un alieno e di una hippy, di superpoteri. Shooter però evidentemente non ci ha visto dei dollari dentro e l’aveva rifiutato finché DeMatteis non si è rivolto alla DC Comics, che all’epoca aveva più voglia di rischiare. E così, via i superpoteri ed eccoci servito un capolavoro senza età.

In Italia è stata colpevolmente inedita per decenni, finchè la RW Lion non ci ha messo una pezza nel 2012, nell’ambito della collana DC Omnibus.

Captain America, Vol. I, 261-300

Captain_America_Vol_1_292

De Matteis si trovò la scomoda eredità della run di Stern-Byrne e assolse al compito con grande nonchalance. Coadiuvati dagli ottimi disegni di Micke Zeck, ci regalò un ritratto del Teschio Rosso ancora oggi insuperato. Si tratta di una saga organica, in cui il Capitano si trova di fronte la piena contraddizione del suo ruolo di bandiera di un paese che della libertà ha fatto una facciata. Non si può dimenticare che, nell’intenzione originale di Jean Marc, Cap doveva morire nel numero 300, spossato dalla vecchiaia; sarebbe stato sostituito nientemeno che da Corvo Nero, ovvero un pellerossa nativo americano. Il vero Spirito dell’America, per DeMatteis. Ovviamente, a Shooter la cosa non piacque e non se ne fece niente.

Tutta la run è stata pubblicata sui primi numeri della serie Capitan America e i Vendicatori della Star Comics, e, che io sappia, mai più ristampata.

Justice League International

JLI

In coppia con un altro grande di quei tempi, Keith Giffen, e disegnato da gente del calibro di Kevin Maguire e Adam Huges, De Matteis ci regala i frizzanti ed esilaranti dialoghi di questa serie, che in una manciata di numeri demolì totalmente i canoni delle storie di supergruppi. I problemi economici di Booster Gold e di Blue Beetle, quelli caratteriali di Guy Gardner, la Justice League Antartica, prendono il sopravvento sulle avventure e i combattimenti e ci regalano uno spaccato assolutamente inaspettato della narrativa supereroistica. Personaggi come Mangha Khan e G’nort non possono essere raccontati in una bibliografia, ma soltanto letti.

La serie è stata ristampata di recente dalla RW Lion. Andate a comprarla, o voi che non sapete di cosa parlo.

Spider Man

È impossibile quantificare le storie che il De Matteis ha realizzato sul personaggio. Vi basti sapere che, con buona pace dei vari Slott, Conway, DeFalco, Stracchino, Jenkins e compagnia cantante, De Matteis è stato in assoluto il migliore scrittore dell’Uomo Ragno. Non importava se a disegnare ci fosse Sal Buscema o Mark Bagley; nè se le direttive dall’alto lo costringessero a muoversi in scenari ridicoli, come la saga del Ladro di Vita (se non sapete di cosa parlo, ritenetevi fortunati) o della Saga del clone. De Matteis ha sfornato sempre e comunque storie più che interessanti, dando dignità a saghe decisamente indecenti.

A volo d’uccello possiamo ricordare:

index

L’Ultima Caccia di Kraven, una storia che doveva in origine essere di Batman e che De Matteis (per una volta) si trovò accettata alla Marvel. Chi ha letto le storie di Peter Parker in quel periodo ricorda come questa storia sia stata un fulmine a ciel sereno. Una storia adulta, narrata con tecniche che avrebbero influenzato i fumetti mainstream per decenni (l’uso di didascalie frammentate, il flusso di coscienza), e la riabilitazione di un personaggio come Kraven che ci ricordavamo solo per il gonnellino leopardato.

Ristampato di recente dalla Panini, non può mancare in qualsiasi scaffale che voglia darsi un certo tono.

180-1

Il bambino dentro, la saga che ci ha consegnato il Goblin più inquietante e tormentato della storia del Ragno. Harry Osborn ne esce tratteggiato come mai prima: un personaggio lacerato dalla memoria del padre, dall’amicizia per Peter, dall’amore per il figlio e dall’eredità pesante di follia che ha ricevuto. Il tutto intrecciato con la straziante storia di Vermin, un personaggio già introdotto ai tempi di Capitan America e qui sviluppato come una cavia per mostrarci l’effetto orrendo che gli abusi sessuali possono avere sulla mente di un bambino. Da leggere e rileggere, oggi come ieri.

Anche questa storia è stata ristampata di recente. Compratela, sciocchi!

asm400_dies

La morte di zia May. Dopo decenni in cui non sopportavamo più questa vecchia petulante e pallosa, augurandoci la sua morte tra atroci sofferenze, De Matteis scrive una storia in cui riesce a farcela amare, a farci piangere per la sua dipartita, a farci immedesimare nella perdita di Peter; e anche in quella di Ben Reilly, che in silenzio piange lacrime nascoste. Se non è un miracolo questo.

De Matteis ha scritto anche molto, molto altro: una buona run di Daredevil, di X Factor, di Silver Surfer. Dove vai, con lui, non sbagli. Oggi scrive per la televisione, ha resuscitato insieme al compare Giffen la Justice League International (Justice League 3000 e 3001) e, a giudicare dal suo sito internet, sembra una persona felice. Beh, se lo merita.

Auguri Jean Marc, noi vecchietti ti vogliamo ancora bene!

Le Storie infinite: quando i fumetti non possono morire

graphic-novel

Un Preambolo

Nel XIII secolo dopo Cristo la Morte era vista come una cosa abbastanza seria.

trionfo-morte-clusone

Non proprio una fan dei Cure col visetto carino, eh?

Erano anni in cui se non avevi assistito alla morte di almeno un tre quattro fratellini, allora non eri nessuno. Si crepava per un’influenza, per le continue guerre, carestie, per gli sghiribizzi del potente di turno. Uscivi di casa e non era raro vedere morti per la strada, in attesa di qualcuno che li caricasse su un carro per portarli all’ossario. Sulla Morte la Chiesa aveva creato un business solido: tutti potevano crepare da un momento all’altro, e tutti avevano paura dell’Inferno, dal mendicante all’Imperatore. Si pagavano bei quattrini per un lasciapassare per il Paradiso; e se non c’erano i quattrini, la chiesa s’accontentava della devozione assoluta.

Ecco come poteva la Chiesa, che non aveva lo straccio d’un esercito, far sì che gli Imperatori s’inchinassero ai loro piedi.

Poi nella metà del 1200 circa Francesco d’Assisi ti piazza questo colpo tra capo e collo, scrivendo il Cantico delle Creature in una lingua che tutti comprendevano.

«Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare».

M’immagino i vescovi cadere dallo scranno: come si permetteva costui di lodare il signore per nostra “sorella Morte”? Sorella? La Morte doveva incutere paura, non familiarità. La paura è la madre della fedeltà.

Ma Francesco era davvero così ammirato, così estasiato per l’Universo intero che anche la Morte gli piaceva. Nessun uomo poteva sfuggirle, ma nessun uomo doveva temerla, se fosse morto con cuore innocente.

Ci voleva un gran coraggio ad amare la Morte.

Da Francesco d’Assisi ad Akira Fudo

Facciamo un salto in avanti di circa 750 anni. È il 1991 e, scartabellando nella mia edicola di riferimento tra i Marvel della Star Comics, mi capita tra le mani un albo in bianco e nero, smilzo, intitolato Devilman.

DAVILMAN__001

Ora, io Devilman me lo ricordavo così:

index

Ma devo dire che non è che avessi mai seguito attentamente la serie tv, quindi non mi accorsi subito della differenza. Certo, tutte quelle tette, fredda violenza e squartamenti solo nel primo numero avrebbe dovuto vagamente insospettirmi ma oh, avevo 14 anni, le tette obnubilavano qualsiasi capacità di giudizio, anche se poi si trasformavano in tette-serpenti (giuro).

Nei mesi che seguirono divorai il primo manga della mia vita con una voracità straziante. Quel fumetto si rivolgeva a una parte di me che non credevo di avere mai avuto, trattandomi come un adulto cui scuotere ogni certezza. Credo che Devilman sia stato scritto e disegnato da Go Nagai con lo scopo preciso di essere letto da un quattordicenne per trasformarlo in un uomo.

Quando vidi quei brandelli di cadavere innalzati sulle picche e Akira Fudo abbracciare quella testa mozzata, simbolo della fine di ogni suo rapporto con la cosiddetta “umanità”, non credevo ai miei occhi. Ancora mi aspettavo da un momento all’altro, che so, che fosse tutto un sogno, un reboot, un deus ex machina, qualcosa, accidenti!

E invece, poco dopo, uscì l’ultimo, straziante albo, e la serie morì.

Non morì per scarse vendite, ma morì perché quella era la sua fine naturale, perché senza quella fine tutta la storia non avrebbe avuto alcun senso.

“Nostra sora morte d’una serie, da la quale nulla historia a fumetti dovrebbe skappare”.

Il mio primo manga fu Devilman e fu allora che imparai che una serie a fumetti poteva finire e che anzi, una fine poteva essere bellissima.

Da Akira a Peter, e ritorno

Ora qualcuno forse conoscerà la canzone di Elio “Mio Cugino”. Favoriamo il video.

Ecco, immaginate che io vi venga a raccontare che mio cuggino una volta è morto.

background

Poi un’altra volta è ancora morto e stava nel bozzolo;

index

poi mio cuggino aveva una fidanzata bionda che una volta è morta;

Gwen_stacy_dies

poi aveva anche un migliore amico che una volta è morto;

index

e anche il papà del suo migliore amico una volta è morto;

Norman_Osborn_(Earth-616)_''dies''

poi mio cuggino s’è sposato con una modella, che una volta è morta con l’aereoplano; e ha una zia che una volta è morta;

index

poi una volta è stato sposato; poi mio cuggino una volta ha fatto un patto col diavolo. E una volta s’è messo un vestito che era alieno. Anche il vestito alieno una volta è morto. Mio cuggino è stato punto da un ragno radioattivo che una volta è morto. Ah, e poi mio cuggino un’altra volta ancora è morto, ma nessuno se ne è accorto perché nel suo cervello è entrato un tizio che, beh, una volta è morto.

Mio cuggino si chiama Peter Parker. La sua serie a fumetti non è mai morta. E quando devi fargli succedere qualcosa per circa 50 anni, più volte al mese, senza mai vederne la fine, beh, questo è quello che capita.

Capita che la serie non sarà mai morta, ma tutto quello che c’era dentro, quello una volta è morto.

Il punto, dicevamo, è che ci vuole un gran coraggio ad amare la Morte.

Non solo Parker

Per fortuna gli americani non sono soltanto mieicuggini. Sì, di norma qualsiasi serie venda abbastanza sopra al punto di pareggio è deputata al proseguimento ad libitum. Qualsiasi. Cioè, Witchblade è arrivata al n. 187!

Però Watchmen finì dopo 12 numeri. Non uno di più: e non perché non vendesse. Non perché la DC non avesse provato a farla continuare. Watchmen finì perché i suoi autori ritenevano che una buona storia non è poi così tanto buona se non contempla una fine.

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perchè era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso i suoi gusti a nessun figlio

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perché era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso a nessuno il suo corredo genetico.

(Bisogna dire che Dave Sim, nel pubblicare il suo Cerebus, già nel 1976 disse che avrebbe avuto una fine: ma avendola datata al numero 300, non fa testo).

Watchmen rappresenta, almeno per quanto riguarda le serie mainstream americane (cioè il 99% del mercato) un cambiamento fondamentale nel modo di concepire il fumetto dell’industria americana: dalla concezione McDonald alla concezione Karamazov.

La concezione McDonald concepisce gli albi come hamburger: basta impacchettarli tutti più o meno alle stesso modo, metterci un marchio sopra e voilà, venderanno sempre a prescindere. In questo ambito gli autori valgono più o meno come il cuoco del fast-food: se fa male, è licenziato, se fa bene, non è licenziato. Quello che conta è il brand: Spider Man, Batman, X-Qualcosa. I personaggi scompaiono e non importa più cosa gli accada: sono un’etichetta da attaccare. Il prototipo del personaggio McDonald, nemmeno a dirlo, è lui:

Mickey-Mouse-9

La concezione Karamazov concepisce invece le storie come un’unità irripetibile che ha un’inizio e una fine. Gli autori valgono come Dostojevskij: se non ci fosse stato lui non ci sarebbe stata l’opera. Pioniera in questo campo fu Karen Berger con la sua Vertigo e coraggiosissima fu la scelta di porre fine al Sandman di Gaiman, serie di punta dell’etichetta DC che garantiva buoni guadagni e che fu comunque chiusa. Un fumetto seriale, di successo, che non ha avuto paura di sacrificare il guadagno all’importanza di dare un senso alla storia, chiudendola quando era giunto il momento narrativamente giusto.

Tra queste due concezioni c’è una via di mezzo, la McDonald-Karamazov. L’autore prende il personaggio e A: ne fa quel che vuole, purché sia un What If (ad esempio Il ritorno del Cavaliere Oscuro), e B: ne fa quel che vuole, purché alla fine ci restituisca il personaggio pronto per altre storie (per decenni la serie di Devil è stata gestita in questo modo).

In tutti e tre i casi la nostra cara Morte, la Morte, la Morte, la Morte puttana, è la discriminante: tutte le serie che prevedono una fine sono serie Karamazov, tutte le altre sono serie McDonald. Persino le case editrici si sono ormai polarizzate: le big two insistono sulla filosofia McDonald mentre le altre, prima tra tutte la Image (con le dovute eccezioni), editano solo storie a termine.

E il bello è che per gli autori, andare a scrivere per Marvel e DC non è più un punto di arrivo ma, piuttosto, un trampolino di lancio. Se funzioni sulle serie McDonald ti paghi il mutuo, ti fai un nome e poi puoi permetterti il grande salto verso la tua serie Karamazov, che ti dà libertà, soddisfazione, e diritti d’autore sulle trasposizioni televisivo-cinematografiche.

Salve, sono Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

Ciao, mi chiamo Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

 

Se l’America starnutisce, l’Italia prende il raffreddore

E l’Italia, come sta messa?

Sempre restando nell’ambito mainstream (leggi Bonelli, ma anche Astorina e Max Bunker Press) la concezione McDonald è stata rigida e dominante molto più a lungo di quanto sia accaduto negli Stati Uniti. Praticamente la totalità delle serie italiane da edicola usciva con lo specifico intento di arrivare a +Tex con la numerazione, e il pubblico italiano, ormai, considera la chiusura un vero e proprio smacco, come la retrocessione. Basti pensare agli alti lai lanciati per la chiusura di serie come Saguaro e Adam Wild.

Pionieri nel campo furono case editrici come la Eura editoriale e la Star Comics, che nel corso degli anni ’10 del terzo millennio si lanciarono in proposte che adoravano la Morte nel modo più corretto.

L’Eura con John Doe (a breve ristampato per la BAO), e, in seguito, con Detective Dante, sperimentò un formato editoriale più snello e una concezione a “stagioni”, con diversi falsi finali seguiti, infine, da un finale vero, con il numero 99.

rosenDT

Non è un caso che in due delle serie fin qui citate, John Doe e Sandman, la Morte sia un personaggio vero e proprio

La Star Comics dal canto suo riempì le edicole con vere e proprie miniserie in formato Bonelli, alcune delle quali restano nel cuore di chi le ha lette.

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista.

 

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri.

Se tre indizi fanno una prova, il legame stretto che si crea tra quei fumetti che, per primi, hanno osato presentarsi come opere conchiuse, opere-Karamazov, e la Morte come concetto o protagonista non deve essere un caso.

Star Comics e Eura hanno smesso di fare questo tipo di proposta. D’altra parte per confezionare un albo popolare italiano, con tutte quelle pagine, quella cura, e il delirante sistema distributivo, ci vogliono spalle fortissime, grandi professionalità e bei soldoni da investire. Troppi per le disponibilità delle due case editrice, ma non per realtà più importanti come la Panini Comics e, infine, della Bonelli che sembra più avanti dei suoi stessi lettori.

Da anni, infatti, la Bonelli sembra aver imparato la lezione e ha sposato la filosofia Karamazov (ben prima dell’arrivo di Recchioni: guardate che non tutto quello che non vi piace è colpa sua, eh). Alcune tra le serie migliori degli ultimi anni sono nate come miniserie e, se non ci inganniamo, un giorno la filosofia-Karamazov balzerà in testa alla classifica, mentre le serie McDonald saranno sempre meno.

Laddove però noi fumetti la tendenza sembra in parte andare verso la concezione Karamazov, sia detto per inciso che nel cinema si va esattamente in direzione opposta.

Saghe che sembravano chiuse perfettamente sono state riesumate con l’intento di renderle infinitamente riproducibili; e se vi viene in mente Star Wars, ci avete azzeccato. Ma l’opera di Lucas è solo uno dei tentativi di riportare in vita quello che era meglio tenere “morto”. L’ultimo Indiana Jones, il nuovo Ghostbusters; e, più tardi ma mai abbastanza, il già annunciato ritorno di Harry Potter.

Alla fine della fiera, il sottoscritto ha utilizzato un metodo tutto personale per far finire l’infinito: smettere di leggere nel punto più adatto. E in fondo, per quanto oggi mi strapperei le palle degli occhi piuttosto che leggere un altro albo dell’Uomo Ragno; in fondo, dico, è bello sapere che è ancora lì, pronto a riempire gli occhi di altri bambini troppo poveri per comprarsi lo smartphone.