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“La Rabbia” tra le strade di Quindici – Intervista a Vivenzio e Falzone

rabbia shockdom copertinaUna vetrina, come può essere quella del Napoli COMICON, può essere il punto di svolta per giovani autori e artisti; scalciando, graffiando, prendendo a morsi editori e colloqui, i Nuovi Fumettisti Italiani sono i nomi più rumorosi, anche confrontandosi con grandi ospiti.
La voglia di andare avanti nel mondo del fumetto e far sentire la propria voce valica confini immensi e, dietro piccoli e grandi stand, i volti di chi presenta le proprie storie sono pieni di grinta ed energia.

Salvatore Vivenzio, classe 1997, e Gabriele Falzone, 1996, sono due ragazzi che hanno già unito le forze nel bell’esperimento di Gamble, pubblicato dall’Associazione Lettori Torresi nel 2017.
Da una storia urban con uno strano e suggestivo plot twist fantasy, Vivenzio e Falzone decidono adesso di raccontarci di Cesare, ragazzo di Quindici, provincia di Avellino, mescolando le punte autobiografiche dello stesso Salvatore Vivenzio ai racconti generazionali che circolano nel paese irpino.
Cresciuto in una zona che cerca di rialzarsi dal terremoto e vive, male, sotto il dominio camorrista, il protagonista di La Rabbia, pubblicato da Shockdom, affronta il mondo sul ring, innamoratosi da giovane della boxe e deciso a trovare la propria forma di riscatto con i guantoni alla mano.

Grazie ancora a Shockdom, ho potuto intervistare gli autori dell’opera.


Salvatore, la mia prima domanda è molto semplice: quanto è difficile parlare, raccontare del tuo paese, della tua famiglia e di come questi due elementi siano così profondamente connessi?

Vivenzio – Molto spesso è difficile raccontare storie personali… Per me, La Rabbia è un viaggio catartico, un percorso a ritroso per comprendere da dove vieni, chi sei realmente.
Una cosa che mi è sempre stata detta, sin da piccolo, è che non puoi sapere dove vai se non sai da dove vieni.
A volte può essere difficile e complicato, ma fare questa strada all’indietro credo sia necessario.

So bene quanto La Rabbia sia legata al contesto famigliare, alla figura paterna, la tua in particolare; pensi che il processo di scrittura ti abbia permesso un nuovo approccio, ti abbia dato nuova luce e fatto conoscere meglio tuo padre?

Vivenzio – Sicuramente sì, con La Rabbia ho sentito di recuperare le radici e il rapporto con la mia famiglia, della quale ho scoperto addirittura cose che non conoscevo, ho conosciuto sfumature nascoste.
L’aspetto e il legame personale è stato importante e fondamentale.
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La Rabbia, tra l’altro, è un fumetto convenzionato proprio con il Comune di Quindici. È stata una sorta di esperienza collettiva, dunque, per un piccolo paesino che ha vissuto una graphic novel dedicata a un periodo storico, si può dire, abbastanza buio.
Hai ricevuto qualche segno dal paese, da chi ti conosce da piccolo, da chi si è voluto complimentare… Quanto si è fatta sentire Quindici durante la lavorazione della storia?

Vivenzio – [ride] Diciamo che ho ricevuto segni d’affetto ma anche alcuni un po’, come dire, ambigui.
Scherzi a parte, c’è stato un po’ di rumorio perché, come ben sai, a volte non si vuole si parli di certe cose, poi il paese è piccolo e la gente parla, puoi immaginare cosa voglia dire discutere di camorra e simili.
C’è stato chi si è avvicinato e mi ha detto “Ah, ma io mi ricordo di te, di quand’eri piccolo, che bello vederti fare queste cose, scrivere” così come c’è stato chi mi ha detto che era meglio non dare una certa immagine del paese.
Io ho semplicemente cercato di raccontare un paese, per me comunque, molto affascinante e pieno di contraddizioni, con molte sfumature negative e positive allo stesso tempo.
Era l’ambientazione adatta a raccontare la storia di Cesare.

Per quel che riguarda il pugilato invece, un tema molto importante ne La Rabbia, avevi qualche base o hai incominciato da zero?

Vivenzio – Io di pugilato non sapevo quasi nulla! La storia è nata perché, con il disegnatore Simone D’Angelo, era partita l’idea di realizzare un fumetto sulla boxe, ma gli dissi “Guarda, io di boxe non so nulla…dammi un paio di mesi che mi informo, almeno!” e iniziai a leggere Jack London, Il Pugile di Reinhard Kleist, qualche film, tra cui i miei preferiti, Toro Scatenato di Martin Scorsese e un docu-film chiamato When We Were Kings dedicato all’incontro tra George Foreman e Muhammad Alì a Kinshasa.rabbia pagina 2

Voglio spostarmi adesso sul lato artistico e fare qualche domanda a Gabriele [Falzone].
Tu vivi a Milano ma hai saputo raccontare la quotidanità e le strade di Quindici. Quanto ti ha aiutato Salvatore nello scoprire le sfumature urbane del paese?

Falzone – Grazie a Salvatore ho potuto vivere un po’ Quindici anche da lontano.
Oltre alle reference visive, come le fotografie che ogni tanto mi mandava, ho sentito soprattutto il bisogno di provare a girare le strade e proprio insieme, dopo un suo invito, abbiamo girato Quindici e mi sono subito innamorato dei vicoli, dei palazzi, c’era quasi del romanticismo nel vedere residui del terremoto ancora oggi.
Poi vedere l’attaccamento affettivo di Salvatore per il proprio paese ti aiuta a mettere in chiaro molte cose sul come poi disegnarlo.

Mettiamo un po’ da parte l’aspetto romantico de La Rabbia, perché, come detto prima, in questa storia il pugilato ne è una componente importante, lo trasforma quasi in un racconto di sport; c’è un’energia particolare, di potente nella boxe.
Artisticamente parlando, a chi ti sei ispirato, da chi hai appreso lezioni per canalizzare il movimento e la forza del pugilato sulla tavola?

Falzone – Guardando proprio ai fumetti, devo assolutamente citare di nuovo Reinhard Kleist, ho assimilato il suo uso delle vignette storte durante gli incontri, per aggiungere dinamismo.
Tecnicamente, il mio approccio al bianco & nero viene da autori come John Paul Leon, Tommy Lee Edwards…posso solo sognare di arrivare a quei livelli, ma per ora direi ho raggiunto un buon risultato! [ride]
Poi ho cercato di studiare al meglio le risposte del corpo ai pugni, tramite YouTube, video di incontri, mi sono guardato in giro, ecco.

Tu e Salvatore Vivenzio avete già collaborato in precedenza, con Gamble, una storia profondamente diversa ma che si può accomunare tramite l’ambientazione urbana, sebbene anche qui in un contesto lontano
Come è cambiata l’esperienza tra i due lavori, Gamble e La Rabbia?

Falzone – Diciamo che la differenza principale è puramente geografica, dato che Gamble era ambientato in America e La Rabbia in Italia; ho voluto dare compattezza, una rigidità tutta italiana alle tavole e alle ambientazioni de La Rabbia che in Gamble non traspariva, dati gli obiettivi larghi, tanta dilatazione.
Se c’è qualcosa che La Rabbia ha ereditato [da Gamble] è il tratto sporco, che puoi notare nelle mura, nelle strade…

Qual è il prossimo passo, che idee ci sono per il futuro?

Vivenzio – Beh, da Gamble saprai che dopo la grande rivelazione del fumetto avevamo lasciato tutto molto aperto, quindi, se ce lo finanzieranno [ride], ci farebbe piacere ritornare a quel progetto.
Comunque sia, ci sono davvero mille idee: qui al COMICON è appena uscito l’antologico del collettivo La Stanza (Ultimi Giorni nda.), è uscito La Veglia con Chiara Raimondi per Associazione Lettori Torresi, qualche progetto web.
Fortunatamente sia io che Gabriele siamo molto giovani e la strada è ancora lunga.

Il vuoto intorno a Sandra – Provaci ancora Fabio

Il vuoto intorno a Sandra è una graphic novel edita da Shockdom scritta e disegnata dall’esordiente Fabio Valentini.

L’adolescenza è un topos letterario di cui tutti si sentono di scrivere, ma in pochi riescono a eccellere per contenuti, prosa e approfondimento.

Il vuoto intorno a Sandra racconta la storia di una adolescente, Sandra, e della sua vita per un arco di circa sette anni, dall’adolescenza alla sua fine, quando la maturità e le scelte di vita sono portate a compimento.

Sandra è un’adolescente sfigata, racchia, cicciotta e con dei genitori oppressivi che stanno sempre a sindacare sulle sue scelte di vita. Ha due amiche, che amiche non sono: eccessive e sregolate la usano solo per scroccare passaggi in macchina e la considerano la ruota di scorta. Negli anni Sandra decide di cambiare, si toglie i chili di troppo e l’aria da sfigata, passa dell’essere cozza all’essere una ragazza attraente. Ma questo non le evita di essere presa in giro da coetanei e dai fidanzati.

Oltre alle difficoltà della crescita e del trovare una strada, altri problemi affliggono la povera Sandra. Prende psicofarmaci, è bulimica e tutte le sue scelte sono state imposte da altri. Insomma un vortice di problemi che la investe in pieno, di difficile risoluzione e da cui si rialzerà solo con il passare degli anni.

L’autore del fumetto probabilmente ha fatto davvero sua la linea di pensiero di Carver “lavorare per sottrazione”. Probabilmente però ha sottratto troppo. Sia a livello di illustrazione sia a livello di narrazione ci sono troppe cose sospese. Le tavole sono scarne, ridotte all’osso, se da una parte possiamo accettare questo minimalismo se funzionale alla storia qui è davvero troppo essenziale. La camera di Sandra non ha nessun tratto distintivo, è solo una stanza con pochi mobili, i vestiti che indossa sono sempre gli stessi, potreste dire «anche negli anime si indossa sempre il fuku», ma in un’opera a fumetti vedere una ragazza adolescente sempre con la stessa maglietta e pantalone, è un po’ avvilente. Vabbeh che si rappresenta una sfigata cronica, ma un po’ di buon gusto per i riguardi del lettore ci vuole.

La componente psicologica è vacua e inconsistente. Un picco si ha quando Sandra prende gli psicofarmaci e comincia ad avere un dialogo con le sue patologie, ma il discorso si esaurisce dopo poche vignette e i tratto minimal non riescono a rendere la potenza del disagio interiore. Stesso discorso vale per la bulimia, un disturbo di quella forza e di quella identità si riassume in due vignette su Sandra che vomita. Tutta la tristezza, la disperazione, l’odio per se stessa vengono strappate via dalla storia. Parte del problema è sicuramente dovuto al fatto che l’autore è uomo e la protagonista è una ragazza, ci vuole infatti molta sensibilità per mettersi nei panni dell’altro sesso, sopratutto una sensibilità maggiore per parlare di patologie psichiatriche non semplici. In generale sembra che l’autore abbia preso una serie di esperienze che gli sono state raccontate e le abbia messe insieme.

Nell’ultimo arco temporale analizzato, Sandra studia psicologia a Londra e si è appena trasferita in un tipica casetta british a due piani con living a piano terra e zona notte al secondo piano. Oltre al cliché dell’italiana a Londra che trova la sua dimensione, anche qua si è sorvolato sulla condizione dell’emigrato italiano medio e dei suoi sentimenti per la terra natia, del desiderio di tornare a casa che contrasta con la voglia di emanciparsi da un Paese che gli ha offerto poco. Provate a farvi un giro sui gruppi Facebook di italiani all’estero. Tutti e dico tutti vorrebbero tornare in Italia se avessero un lavoro stabile.

In definitiva, questa graphic novel è scorrevole, si legge agilmente e presenta tantissimi spunti. Purtroppo ci sono molte cose che andavano approfondite, molte tavole che andavano arricchite. I margini di miglioramento sono ampissimi e siamo sicuri che Fabio Valentini ci stupirà con la sua prossima opera. Occorre colo qualche piccola attenzione in più.

The Mighty and Deadly Iron Gang: cultura del fumetto a secchiate

The Mighty And Deadly Iron Gang di Officina Infernale a.k.a Andrea Mozzato, edito da Shockdom per la collana Fumetti Crudi, è uno di quei fumetti che o lo ami o lo odi.

O ti piace o non ti piace.

Col suo stile e la sua narrazione non lascia spazio a mezze misure.
La storia di The Mighty And Deadly Iron Gang narra la storia della leggendaria Iron Gang, un gruppo di superuomini che operava nella seconda metà degli anni Sessanta e scomparsa nel nulla nei Settanta.

A narrare le gesta della “gang” sarà Micheal Reese, ex supereroe conosciuto come Thunderstriker (ora un detective privato), a cui viene recapitato un pacco contenente VHS, filmati, ritagli di giornale e fotografie sulla banda, portandolo a indagare su di essa e portando il lettore dentro la più epica storia che si possa raccontare. Unica “regola” nella struttura narrativa dell’opera: i vari capitoli che lo compongono sono composti da sole 6 pagine.

Quello che colpisce, sia a prima vista che durante la lettura, è l’apparato grafico di Mozzato che distrugge e disintegra tutto il resto: non vi sono griglie di vignette o rigide composizioni, bensì anarchia pura del visuale. Col suo stile ultra pop e graffiante, l’autore, scardina tutto quello che si è abituati a vedere in un fumetto “canonico” creando un vortice ultra violento di colori, segni e dinamismo.

Come specifica nella prefazione l’autore, l’intento, con The Mighty And Deadly Iron Gang, non è quello di fare un fumetto sui super eroi o farne uno che ne dissacri gli stereotipi, ma quello di buttare dentro le pagine del volume tutte le influenze visive e suggestioni che Mozzato ha colto nel corso degli anni leggendo fumetti.

Come in una secchiata d’acqua violentissima, al lettore viene prepotentemente gettato in faccia un mix di Simon Bisley, Jack Kirby, Mike Mignola, Frank Miller, I Fantastici 4, Spiderman, Batman, Ultron e mille altri elementi ancora, rielaborati da Mozzato in un estetica fortemente pop e underground, tipica delle fanzine sotterranee e delle copertine doom/sludge/metal e vomitati addosso al lettore.

Oltre agli elementi di “disegno puro”, ricorrente è l’uso della tecnica del collage, di prendere elementi già esistenti, rielaborarli e reinserirli nel fumetto per aumentarne potentemente l’apparato visivo. Tecnica, questa del collage, perfettamente in linea con il concetto del mix visivo che l’autore usa come filo conduttore di tutta l’opera e tecnica, sempre quella del collage, usata frequentemente nelle opere di Officina Infernale, basti pensare a Black Church.

Il risultato è un fumetto sui supereroi che non è un fumetto sui supereroi, un collage visuale di spunti visivi che creano un’opera divertente ed epica all’insegna della potenza visiva.
O lo si ama o lo si odia.

Mooned… Non voglio mica la Luna, solo intervistare Palloni!

Questo mese, causa una noiosissima degenza in ospedale che mi ha costretto a lunghe ore di contemplazione del soffitto, ho avuto occasione di leggere moltissime graphic novel (complici anche i miei amici che puntualmente mi recapitavano le opere ordinate su Amazon o in fumetteria). Leggere una graphic novel per un appassionato di fumetti è un’attività diversa rispetto alla lettura di un manga o dei comics americani, pretendi qualcosa in più, come se stessi guardando un film e ci sono troppi parametri ai quali sei costretto a fare riferimento. Così, lo sventurato e affezionatissimo scrivente, costretto in ospedale e circondato da parenti che ti rincuorano con il sempreverde “Ti trovo meglio” o ancora “Quando esci organizziamo qualcosa (l’equivalente di “ci sentiamo presto”), inizia a ravanare sui social, su Youtube, sui siti specializzati, alla ricerca del romanzo grafico che possa allietare la degenza e uccidere il tempo.

Molte opere le ho consumate in fretta, apprezzandole e concludendo che tutto sommato non potevo ritenermi deluso degli acquisti (anzi, in qualche occasione ho riconosciuto che qualche volume avrebbe potuto ritenersi un “must have”) e poi… C’è Mooned. La mia prima reazione è stata di incredulità: quello è un uomo arenato sulla Luna! Che ci fa un uomo adagiato sulla Luna?

Mi documento sull’autore e sull’opera: solo giudizi positivi. Ok, devo dare un’occhiata. Rimango immediatamente colpito dal soggetto, la leggo tutto d’un fiato e concludo con un sospirato…Woooow! Avete presente la sensazione che provi quando un prestigiatore realizza un gioco di cui non capisci dove sia il trucco? Ecco, ho reagito più o meno così. Inizio a recuperare qualche passaggio narrativo, a esaminare nuovamente i disegni e la mia conclusione è stata che Mooned è un’opera… Diversa! Negli ultimi anni non mi sono capitati mai lavori del genere tra le mani, devo conoscere l’autore!

Mooned di Lorenzo Palloni

Ci arriveremo, ma immagino che  in molti vi state chiedendo cosa sia Mooned e perché mi abbia colpito così tanto. D’accordo, due brevi paroline sui contenuti, ma non ho intenzione di spoilerare nulla! Protagonista della storia è un cosmonauta che, a seguito di un incidente con la sua astronave, rimane bloccato su una Luna e lì si adagia in attesa del suo compagno di viaggio, certo che questi giungerà a salvarlo per riportarlo a casa. Il protagonista vivrà l’intera avventura nell’attesa del suo secondo, che non accenna a manifestarsi (il perché dovrete scoprirlo leggendo il volume). Tutta la storia è ambientata in questo minuscolo satellite, e in un primo momento si potrebbe ritenere che il tutto sia una sorta di stand up comedy: ma in questo scenario costretto e angusto i personaggi si susseguono freneticamente e la piccola Luna diventa il posto più affollato che si possa immaginare.

Da un piccolo concept ne scaturisce un mondo: sotto il profilo narrativo Mooned è talmente geniale da far apprezzare al lettore soprattutto l’abilità nello storytelling dell’autore. Le situazioni si susseguono a ritmo alternato: talvolta le tavole sono piene di frenesia mentre in altre c’è talmente tanta quiete da consentire al lettore di accompagnare il protagonista nelle sue riflessioni, con le sue angosce, speranze e qualche paranoia. Il sentimento attorno al quale gravita la storia è la speranza. E questa speranza (mal riposta) pone nel dubbio il lettore su quanto giusto sia avere delle forti aspettative. Ma di questo ne abbiamo parlato con l’autore, Lorenzo Palloni, che con estrema gentilezza ci ha concesso una gradevolissima intervista che qui vi riportiamo.

Mooned di Lorenzo Palloni

 

Ciao Lorenzo, grazie innanzi tutto per averci concesso parte del tuo prezioso tempo!

Grazie a voi, è un piacere!

Ho letto Mooned tutto d’un fiato, a dire il vero più di una volta, e la mia reazione è stata…”Questa è un’opera diversa!”

Wow, ti ringrazio, per un autore è senz’ombra di dubbio uno dei giudizi più entusiasmanti che si possano ricevere.

Parliamo di Mooned, la sua nascita per intenderci…

Solitamente inizio con un concetto, poi racconto la storia. Il concetto attorno al quale gravita Mooned era, inizialmente, l’assenza di speranza in termini assoluti: ognuno deve convincersi di dover raggiungere i suoi obiettivi con le proprie forze.

Eppure al protagonista capitano diverse occasioni per “salvarsi” (anche se immaginarie).

Esatto. La realtà è diversa rispetto a ciò che egli crede e sebbene riceva numerose possibilità di salvataggio Rico Ferris (il protagonista: ndr) rimane ancorato alla sua mal riposta speranza. La cosa bella è che il messaggio alla base del fumetto, in via di produzione, è cambiato nella misura in cui sono cambiato io. Dentro ci ho messo ogni evento degno di nota in due anni e mezzo di vita, trasfigurandolo nell’universo cosmo-demenziale di Rico: era impossibile che, raccontando e riflettendoci su, il messaggio non cambiasse.

Mi tengo alla larga da dettagli sulla trama per non spoilerare nulla ai lettori, ci racconti di come hai scelto i protagonisti e li hai poi caratterizzati?

Certo. A me piace, nei miei lavori, “sbucciare il personaggio” (fantastico: ndr), ovvero togliere tutte le certezze e le sicurezze che lo identificano agli occhi di se stesso, cercare di caratterizzarlo e di far sì che questi appaia nei suoi tratti essenziali ma soprattutto che si riveli al lettore in ogni suo aspetto. Questo è fondamentale. E mi diverte molto farlo soffrire, in questo processo, e con lui, il lettore.

Ok, ora parliamo del comparto grafico. Puoi risponderci in generale e non facendo riferimento solo a Mooned. Usi uno stile conforme a tutte le tue opere oppure lo adegui al soggetto? Che tipo di disegnatore sei?

Non mi sento un disegnatore. Mi sento di più uno storyteller. A me sta a cuore raccontare una storia, poi ovviamente anche Mooned ha richiesto un certo stile per il comparto grafico. In particolare ho usato la “penna pennello” per addolcire un tratto che, per mia natura, è molto spigoloso. Per rispondere alla tua domanda: adeguo il segno alla storia, le conferisce un’identità unica, più dello stile di scrittura, che è per la maggior parte delle volte riconoscibile e riconducibile all’autore. Non è una strategia che paga in termini di riconoscibilità autoriale, ma ripeto che a me sta molto a cuore la storia. Leggo più libri di prosa che fumetti, è in parte per questo che non sono legato a un principale stile visivo. Lo storytelling è e rimane il mio obiettivo principale.

Domanda da un milione di dollari: ogni artista ha un suo predecessore che lo ha ispirato, chi è l’autore che ti ha motivato nell’intraprendere questo percorso, sempre che ce ne sia uno?

Non c’è un autore in particolare che mi abbia ispirato a intraprendere la professione di fumettista, ma se devo citarne uno che ha avuto una forte influenza sulla mia formazione non posso non menzionare Mazzucchelli (Batman: Anno 1 : ndr). Ho letto moltissimi comics e fumetti supereroistici, sebbene poi nella mia carriera mi stia occupando di altri soggetti più autoriali.

Ci sveli qualche progetto per il futuro?

A dire il vero ce ne sono fin troppi, sono iper impegnato e dovrò realizzare una serie di lavori a breve termine che mi impegneranno notevolmente: un libro horror per Edizioni Inkiostro in uscita a Lucca, un webcomic di divulgazione scientifica per ErcComics, nuovi libri per il mercato francese, nuove serie per Mammaiuto e, last but not the least, l’insegnamento di un nuovo corso di sceneggiatura alla Scuola di Comics Firenze. Vi terrò aggiornati!

Noi saremo ovviamente qui a seguirti e a chiederti nuovamente info sui tuoi lavori. Ma comunque ci vedremo al Pescara Comic Convention di Luglio, giusto?

Certamente, sarò presente.

Autograferai il mio volume di Mooned?

Ovviamente!

Un sentito grazie a Lorenzo Palloni, alla sua disponibilità, simpatia e professionalità. Inutile dirvi che continueremo a seguire questo artista e a documentarvi sui suoi lavori!

 

 

 

 

 

 

From Here to Eternity: perché anche i fumetti sono rock!

Copertina di "From Here to Eternity" di Francesco Guarnaccia.Avete presente la sensazione di salire su un palco, imbracciare una chitarra e darci dentro con il rock? No? Beh, però non si può nascondere che tutti (o quasi) l’abbiamo sognato. Magari da giovani (inizio a rilento ad abituarmi all’idea che mi sto avvicinando agli “enta”) a qualcuno di noi è capitato di avere una band, con i compagni del liceo o del quartiere magari e, perché no, un live potrebbe essere stato anche vissuto. I protagonisti della graphic novel di Francesco Guarnaccia, From Here to Eternity (Shockdom, 2015) tentano di vivere il sogno della musica ma, ex abrupto, rimangono sprovvisti di una figura chiave: il front man! Così, all’esito di deludenti provini, sono costretti a ingaggiare niente meno che… un anziano, il quale li condurrà progressivamente verso la gloria.

Basta con gli spoiler, credo di aver rivelato fin troppo e l’opera merita di essere letta per le ragioni che vi spiegherò appresso. Dapprima, From Here to Eternity può essere agevolmente consigliato a un pubblico “maturo” (nel senso fumettistico del termine) perché qualitativamente si tratta di un ottimo prodotto, sotto il comparto grafico e narrativo. Ma è consigliatissima anche per coloro che approcciano al fumetto per la prima volta, essendo coinvolgente e al contempo piuttosto leggera come lettura, l’ideale per chi ha voglia di divertirsi su delle pagine colorate.

From Here to Eternity colpisce soprattutto per il comparto grafico: il tratto è essenziale e l’autore si diverte soprattutto a creare una vivace commistione di colori che creano un’atmosfera molto psichedelica e al contempo entusiasmante. Le immagini non sono particolarmente elaborate, sembra quasi che l’artista sia proclive a desiderare una sintesi grafica a vantaggio di un gioco cromatico che rende l’intero fumetto accattivante e gradevole.

Vignetta di "From Here to Eternity" di Francesco Guarnaccia.

Sotto il profilo narrativo Guarnaccia mostra di aver acquisito una maturità notevolissima. La scelta di un anziano come interprete dopotutto è stata azzardata finanche dalla Pixar nell’animazione con Up e in From Here to Eternity riesce a spingere il lettore a sfogliare le pagine una dopo l’altra per assistere a una gag o a un expolit narrativo al quale non era pronto. L’intera trama è ben calibrata e indice di equilibrio, proprio di chi è consapevole di voler trasmettere al lettore una sensazione particolare, ben definita, che potrete apprendere meglio solo tuffandovi nell’opera.

Le ragioni che mi hanno indotto ad accostarmi a From Here to Eternity non le riconosco ancora. Credo sia stata soprattutto curiosità, almeno all’inizio. Sul web, in particolare su YouTube, ho letto qualche recensione, ma sono abbastanza persuaso del fatto che ad avermi convinto sia stato soprattutto il comparto grafico, i giochi di colore che creano un brio cromatico esaltante, e quel tratto sintetico, ma accattivante che troverebbe un corrispettivo, nell’animazione, nella filmografia di Bruno Bozzetto.

Guarnaccia ha realizzato un ottimo prodotto, che si indirizza agevolmente a una pluralità indefinita di lettori. Consigliatissimo, magari tenendo su gli auricolari con un bel sottofondo punk…


Francesco Guarnaccia
From Here to Eternity
Shockdom Edizioni
cm 17×24, colore, 132 pagg., € 15,00
ISBN 9788896275863

Che vita di Mecha – Il bello delle recensioni in anteprima

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In questo momento in cui grandi nuove scoperte si affacciano nel mondo del fumetto, non stupisce che anche le case editrici italiane, affermate nella pubblicazione delle novità statunitensi, rivolgano la loro attenzione al Belpaese, alla ricerca di autori su cui potere investire, che possano dare una ventata di aria fresca al panorama fumettistico italiano.

SaldaPress, che ci ha abituato ad atmosfere apocalittiche con The Walking Dead o a supereroi tremendamente reali con Invincible, a sorpresa esce con un annuncio davvero interessante per Lucca 2016: la pubblicazione di Che vita di Mecha: C’era una volta la fumetteria di Stefano “The Sparker” Conte.

L’albo tratta le vicende di un piccolo robot di nome Volt che si ritrova, suo malgrado, a dividere la vita fra l’aspirazione di diventare un fumettista ed il suo lavoro in fumetteria. Questa storia, apparentemente semplice, assume diverse connotazioni, dal grottesco al divertente, a causa dei vari personaggi che affollano e affolleranno la vita di Volt.

Già in questo primo numero conosciamo la Madre del protagonista, rappresentata come un vero e proprio Darth Vader, e il suscettibile proprietario della fumetteria di Volt, un gatto con maschera e mantello di Batman, particolarmente incline a mutevoli sbalzi d’umore. A questi si aggiungeranno tutto uno stuolo di personaggi pittoreschi, i clienti della fumetteria , che loro malgrado si troveranno a interagire con un maldestro Volt.

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Stefano non è un novello autore della scena fumettistica, quindi non consideratelo tale. Volt aveva già preso vita nelle pagine (virtuali e non) dell’editrice Shockdom, che negli ultimi anni è stata una miniera di scoperte per quanto riguarda gli autori nostrani. Conte sa il fatto suo in quanto a narrazione comica, infatti in Che vita di Mecha  (che abbrevierò in CVDM per praticità), ci sono tante situazioni che fanno sorridere e divertire, ma non si scende mai nella comicità volutamente e puramente assurda; si tratta di storie che hanno le loro radici ben piantate nella realtà, che, se estremizzata, riesce ad essere la migliore fonte di divertimento spontaneo e immediato.

Come detto sopra, Stefano gestisce i tempi comici in modo molto abile. In particolare ci sono diversi siparietti, principalmente improntati sulla grande dinamicità della scena stessa, che l’autore riesce a rendere in modo davvero impeccabile. A questa comicità di tipo “slapstick” (che non è assolutamente un termine negativo) se ne alterna un’altra, che fa leva sulla cultura Pop anni ’80, tanto cara a molti dei lettori di fumetti odierni, tramite citazioni che vanno dalla resa grafica di alcuni personaggi, alla parodia vera e propria dei cliché a cui eravamo abituati da piccoli.

Inoltre, The Spark, è in grado di creare fin da subito divertenti tormentoni ; uno su tutti le “108 arti oscure dell’amore materno”, geniali nella loro descrizione e che spero sinceramente non vengano abusate troppo nei prossimi numeri. Alla storia principale vengono poi affiancati a fine volume degli one-shot comici che già da soli valgono il prezzo di copertina.

Il fumetto è in bianco e nero e lo stile dell’autore è perfetto per le vicende narrate; sicuramente è da lodare la sua bravura nel ricreare le espressioni dei personaggi (ricordiamo che Volt è un robot senza bocca, quindi è parecchio arduo dargli delle espressioni ben definite) e nel rendere la loro dinamicità all’interno della pagina; la vignetta qui sotto ne è un ottimo esempio.

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Lo stile sarebbe nulla se non ci fosse una buona storia a supportarlo, ma per adesso è ancora presto per pronunciarsi. L’unica cosa certa è che Stefano Conte mette tutta la sua esperienza di vita negli episodi narrati, avendo lavorato egli stesso in una fumetteria; questo si nota soprattutto perché alcune situazioni sono completamente paradossali ma allo stesso tempo perfettamente credibili.

In conclusione CVDM rientra in quella schiera di fumetti che ti incuriosiscono  semplicemente a colpo d’occhio, sia per una buona immagine accattivante in copertina, sia per dei personaggi che ti ispirano una naturale simpatia. Il fatto che questo sia il primo numero di una (speriamo lunga) serie ovviamente limita la visione del fumetto nella sua complessità, ma le premesse sembrano essere buone e quindi ciò che possiamo fare ora è aspettare l’anno nuovo e vedere come le vicende di Volt continueranno in questa nuova pubblicazione bimestrale, che spero potrà regalarci ancora altre sorprese.

Quindi, congratulazioni a Stefano con la promessa di rivederci l’anno prossimo!

[Crunch Ed] – Paranoiæ

Paranoiæ 01Si tratta della prima opera completa (storia e illustrazioni) di Giulio Rincione, in arte Batawp, fumettista e illustratore palermitano.

Ma di cosa parla Paranoiæ?
Alan è un ragazzo affetto da frequenti crisi che lo portano ad uno stato di depersonalizzazione. Non riesce ad uscirne, e sembra che l’unica cosa che riesca a realizzare è il fatto di essere entrato, non sa dove, da solo, lasciando l’amore della sua vita, Emily, in superficie. Il dottor Bau decide di aiutarlo. Inizierà così uno dei viaggi più profondi mai fatti, tra ansie, ricordi e paure che porteranno Alan dritto al cuore delle sue paranoie e ad una profonda rivelazione. 

A volte capita di arrivare in un punto della vita in cui non possiamo scappare dal confronto con noi stessi. Il dialogo con le nostre paure diventa l’unica via d’uscita.
È in quel momento che dobbiamo scendere fino al nucleo, fino al centro, fino alla radice del problema. Una camminata insidiosa lungo il cono rovesciato dell’inferno dantesco, mentre dietro di noi la tempesta incombe e minaccia di scatenarsi sulle nostre teste senza lasciarci il tempo necessario per capire.

Paranoiæ non parla di paranoie, ma di quello stato d’animo che inevitabilmente si manifesta. Il quotidiano, la routine, la scelta di ricominciare o meno. La capacità di accettare la realtà o rifugiarsi in un posto dove si è soli e indifesi in un faccia a faccia infinito con i propri mostri.

Paranoiæ 03Le pennellate decise di Giulio Rincione ci costringono a non staccare gli occhi dalle pagine e ad immergerci apparentemente nella storia di Alan. In realtà Giulio ci obbliga a guardarci allo specchio e ad affrontare il nostro viaggio.

Ci invita ad analizzare la nostra realtà, a individuare una nostra Emily e un nostro Dottor Bau. Ci invita anche ad essere sia Alan che Emily in una danza di stati d’animo alternati.

È un libro a fumetti che non è solo un libro a fumetti ma un insieme di immagini oniriche che si sviluppano direttamente nelle nostre menti.
Come scrive Marco Rincione nell’introduzione del libro Paranoiæ è il calco latino della parola greca paránoia, che indica letteralmente un uso distorto (pará) della mente (noûs).

Spesso, durante la lettura, vi sembrerà di sentire lo stesso dolore del protagonista e non basteranno i colori caldi del cielo e quelle distese di mare azzurrissimo a distrarvi. Ripiomberete nel nero, grattando con le unghie fino a risalire.

Ma non bisogna avere paura, perché è un viaggio che tutti prima o poi dobbiamo affrontare. Ognuno con le proprie tempeste e le proprie ancore. Non dimenticate che Emily potrebbe aspettarvi dove l’avrete lasciata quando avete aperto il libro.
Emily sarà sicuramente ancora lì quando lo chiuderete.

Se alla fine del libro vi direte “non ci ho capito niente” vorrà dire che Rincione ha colpito il vostro centro.

Perché dopo averlo chiuso, in realtà, non starete più pensando ad Alan ma vi starete già chiedendo se siete dentro o fuori.

Il vero scopo di Paranoiæ non è capire la storia, ma viverla.

Paranoiæ 02

Paranoiæ
Editore: Shockdom
Autore: Giulio Batawp Rincione
Collana: Fumetti Crudi
Formato: 18×28, 160 pp, col
Prezzo: 20 euro
Data di uscita: novembre 2015

Articolo originalmente pubblicato su Crunched © Giulia Cristofori

Emilio Pilliu e le sue Monkeys

Emilio-PilliuMonkeys è una raccolta di sexy scimpanzé, o forse sono buffe scimmiette? A giudicare da quello che si vede in giro sui vari social sono principalmente delle bellissime illustrazioni di uomini e donne in pose seducenti e la cosa mi ha subito incuriosito: il tratto molto personale e facilmente riconoscibile, le linee pulite, morbide ed essenziali danno vita a delle illustrazioni accattivanti e dotate di personalità.

Ma nello specifico cosa rappresenta questo nuovo progetto del disegnatore sardo Emilio Pilliu?

È un progetto che nasce totalmente per caso. Mi stavo esercitando con l’anatomia maschile quando, durante una chiacchierata con un amico, ho deciso di realizzare una serie di illustrazioni. È successo poi che ho cominciato a dare ad ognuno di questi corpi il volto di amici o conoscenti, e queste immagini hanno cominciato a girare sui vari social. Diciamo che è stato un successo e non mi aspettavo un riscontro simile, è stata una sorpresa. Attualmente ho realizzato una settantina di illustrazioni che a quota cento verranno raccolte in un volume cartaceo.

Perché hai deciso di chiamare il tuo progetto Monkeys?

Perché i miei soggetti, seppur erotici, hanno una certa ironia, alcuni sono buffi, e immaginarli come delle scimmiette era divertente.

Emilio non è nuovo per noi di Dimensione Fumetto, nel 2014 infatti è stato nostro ospite con una We-sail-together---Emilio-Pilubellissima illustrazione di Ponyo per il nostro primo Concorso di illustrazione con tema “Reinterpreta lo Studio Ghibli“. Ma dicci, c’è qualche autore a cui ti ispiri per i tuoi lavori?

I miei primi maestri furono i disegnatori di Topolino, uno su tutti Giorgio Cavazzano, negli anni ’90 ho scoperto però il design di Street Fighter e dei videogiochi Capcom, e in seguito i manga; e da lì la folgorazione. I miei studi sono frutti di esercizio da autodidatta e di una continua ricerca di un tratto che fosse sintetico, di impatto e che mi rappresentasse in modo inconfondibile.

Il tuo esordio lo dobbiamo a un mostro sacro dell’editoria italiana, Paola Barbato e con Davvero.

Sono arrivato a Davvero, il fumetto online di Paola Barbato, tramite un amico: la mia collaborazione iniziò come colorista. Propostomi come disegnatore mi furono affidati due episodi, di cui realizzai sia i disegni che la colorazione. Con questo progetto è iniziato per me un percorso in continua crescita e tutt’ora in corso. Nel novembre 2015 la Shockdom ha pubblicato lo SmartComiX ALterEgo, con disegni miei su testi della Barbato, e ora mi sono imbarcato nell’avventura di Monkeys sperando che possa continuare ad avere il successo che sta avendo in rete.

Beh secondo me le qualità ci sono, quindi aspetto curioso l’uscita del cartaceo di Monkeys!