Sergio Bonelli Editore

Tex #695 – L’Ultima Vendetta

Tex #695

Il 2018 è l’anno del settantennale di Tex e l’albo in uscita a settembre è quello che marca il fatidico compleanno. Per l’occasione, seguendo una tradizione consolidata negli anni, la Bonelli ha deciso di proporlo come albo speciale a colori.

Qualche anno fa Alfredo Castelli, figura storica del fumetto italiano e creatore di Martin Mystère, spiegava che per Sergio Bonelli l’albo speciale di una serie della sua casa editrice doveva essere anche quello più normale di tutti: trattandosi di un’occasione che può attrarre nuovi lettori, molti dei quali a digiuno della storia del personaggio, lo speciale doveva funzionare come un biglietto da visita. Non era il posto dove sperimentare o giocare con i cliché della testata, doveva essere invece quanto di più onesto e canonico possibile.
Non che la serie regolare del ranger preferito dagli italiani si discosti mai particolarmente dai canoni impostati da Gian Luigi Bonelli e Galep nel 1948, sia chiaro.

Non è un caso quindi che alla realizzazione di questo albo specialmente normale (o normalmente speciale se preferite) siano stati chiamati due degli interpreti più fedeli e apprezzati della storia più o meno recente di Tex: Mauro Boselli, curatore e sceneggiatore principe della testata stessa, e Giovanni Ticci, storico disegnatore del ranger, coadiuvati dai colori di Oscar Celestini.
L’Ultima Vendetta è quindi una storia estremamente canonica nella bibliografia texiana ma non per questo priva di interesse, tutt’altro.

Il soggetto è abbastanza lineare: un giovane ragazzo della tribù dei Pima viene ferito da alcuni loschi personaggi mentre cerca di raggiungere Tex nei territori Navajo per chiedere il suo aiuto. Una volta soccorso, il ragazzo rivela di essere stato inviato da suo padre, Moss Keegan, una vecchia conoscenza di Tex ai tempi della loro rivalità nel mondo dei rodeo. Tex racconta quindi ai propri pards la storia che lega lui e Keenan.

Si tratta di uno dei classici “racconti attorno al fuoco”, qui un lungo flashback di circa 64 pagine, che hanno caratterizzato la lunga vita editoriale di Tex: il tipo di soggetto ideale per presentarci il Tex attuale e contemporaneamente mostrarci una parte della sua storia da giovane, quella raccontata proprio alle origini da Bonelli padre e Galep.

Boselli e Ticci ci regalano quello che potrebbe essere definito un Tall Tale (i racconti esagerati che caratterizzano la narrativa popolare dell’alba degli Stati Uniti) dedicato a Tex in cui il nostro eroe è rappresentato nella sua veste più iconica.

Ticci è il decano della testata, quello che interpreta in maniera più efficace l’aspetto emotivo, più ideale e meno cronachistico, del nostro eroe. Il suo segno, fatto di tratti nervosi ed espressivi, campiture nere a pennello, e linee raramente chiuse, indulge poco nella descrittività, salvo dove strettamente necessario, ma trasmette atmosfera. Le composizioni di Ticci – che spesso ricordano i dipinti di artisti come Remington, Russell o Schreyvogel – non lasciano spazio a formalismi decorativi ma sono più tese al racconto, alla messa in scena e al linguaggio del corpo; così come il Joe Shuster delle prime storie di Superman, il disegnatore suggerisce e lascia al lettore il compito più importante: quello di immaginare.

Da parte sua Boselli segue un’altra regola aurea della Bonelli: tutto deve essere spiegato più volte, nulla deve essere lasciato al caso o al dubbio. Per cui i personaggi parlano abbondantemente, le didascalie spiegano con dovizia, anche laddove i disegni basterebbero a raccontarci una storia. Lo scrittore milanese è erede e interprete di una tradizione editoriale che dà un enorme peso alla componente letteraria del fumetto, al testo scritto, ma che non vuol essere (solo) un mero strumento al servizio del lettore più distratto, che diffida delle sue capacità di interpretazione. La componente letteraria in Tex demanda ai dialoghi, alle didascalie e ai balloon di pensiero, il lavoro fondamentale della caratterizzazione psicologica, questo è il sintomo dell’importanza che i personaggi, dal protagonista alla comparsa, sono il vero perno della narrazione bonelliana; più importanti della “semplice” esposizione dell’intreccio. In Tex sono i personaggi a fare la storia e non viceversa.


Oscar Celestini contribuisce a questa narrazione quasi mitologica con una scelta coloristica discreta ma efficace, la palette di colori utilizzata è generalmente composta da colori caldi ma smorzati e mai, se non sul finale, troppo luminosi o vivaci; al centro di questo “western dai toni pastello” spicca, come il simbolo di un supereroe, la vivacissima camicia gialla di Tex.
In tutta la storia vediamo infatti quanto Tex sia dalla parte della giustizia, sempre, e come questa non sempre coincida con la legge e con gli uomini di legge. Da giovane fuorilegge, nel flashback, il giusto Tex combatte contro gli ingiusti e fa altrettanto da adulto, ormai un ranger, contrapponendosi alle ingiustizie, sia che vengano perpetrate da criminali che da sedicenti servitori dello Stato.
Il racconto di Boselli e Ticci aggiunge quindi un nuovo tassello alla leggenda di Tex, un albo che celebra un’icona del fumetto e conferma il suo ruolo da “Superman dell’editoria italiana”.
Lunga vita a Tex.

TEX n.695 – L’ULTIMA VENDETTA
uscita: 07/09/2018
Soggetto: Mauro Boselli
Sceneggiatura: Mauro Boselli
Disegni: Giovanni Ticci
Copertina: Claudio Villa
Colori: Oscar Celestini

Tex: Giustizia a Corpus Christi – Sulla giovinezza e l’invincibilità

Giustizia a Corpus Christi è il nuovo capitolo della serie di storie, scritte da Mauro Boselli, dedicate alla gioventù di Tex: una sorta di Year One del nostro ranger preferito che si snoda tra le varie testate “Texiane” partendo da Nueces Valley  per proseguire con Il vendicatore e arrivare a Il magnifico fuorileggeQuesto nuovo episodio si colloca cronologicamente tra Il vendicatore e Il magnifico fuorilegge e vede Tex impegnato nella caccia del resto della banda che lo ha messo nei guai con la giustizia per una falsa accusa.

Coadiuvato dal talentuoso quanto versatile Corrado Mastantuono, lo scrittore imbastisce una trama solida dall’impianto classico e lineare, ma non per questo priva di sorprese: le possibilità offerte dal formato, più grande rispetto al classico bonellide, e dal colore permettono al duo di autori di mettere su carta una sensibilità cinematografica pregna dell’iconografia tipica del cinema western. Siamo più dalle parti di John Ford che non di Sergio Leone: la composizione delle tavole, caratterizzata da inquadrature grandangolari e vignette widescreen, ha il respiro ampio dell’epopea della Frontiera, epica nella quale si svolge un altro capitolo della grande avventura dei nostri eroi. Su tutto il racconto infatti aleggia un’aura quasi mitologica, come si addice alla narrazioni delle origini di un’icona del fumetto, fatta di grandi spazi, grandi imprese e grandi personaggi.

A riportare l’umanità all’interno della storia ci pensa Corrado Mastantuono con la sua capacità di rendere tridimensionali e realistici i personaggi da lui disegnati: l’espressività dei volti, la naturalezza delle pose e la messa in scena generale offrono alla sceneggiatura di Boselli degli interpreti credibili quanto efficaci. Risalta, come è doveroso che sia, la caratterizzazione del giovane Tex: più impulsivo, sbruffone e meno esperto che, non a caso, si affida spesso ai consigli e ai piani di James Callahan – ranger realmente esistito ed entrato a far parte della mitologia Texiana ne Il vendicatore. 


Qui forse si evidenzia l’unica pecca del fumetto: avendo a disposizione un Tex alle prime armi si sarebbe potuta intaccare un po’ quell’aura di invincibilità del protagonista che caratterizza la gestione Boselli, comunque fedele a quella di Gian Luigi Bonelli, cogliendo così l’occasione per dare qualche brivido in più al lettore. Tutti sappiamo che “alla fine Tex vince sempre” però ci piace essere ingannati nel frattempo, mentre sospendiamo la nostra incredulità e fingiamo di preoccuparci davvero per le sorti del nostro beniamino. In questo senso le due pagine finali riescono a sortire quest’effetto, pur lasciandoci con qualche interrogativo, e donano all’intera storia un accento ironico che si addice al racconto delle avventure del giovane Tex.

Questo ulteriore tassello del “Tex: Year One”, come tutti gli altri capitoli della quadrilogia, è sicuramente un must per tutti i fan del ranger bonelliano, ma è anche consigliato agli amanti del buon fumetto di avventura ben scritto e altrettanto ben disegnato.


Mauro Boselli (testi), Corrado Mastantuono (disegni), Matteo Vattani (colori)
Giustizia a Corpus Christi – Tex romanzi a fumetti n. 7

Uscita: 23 febbraio 2018
cartonato, cm 22×30, 48 pagg., colore

 

Martin Mystère, le Nuove Avventure a Colori – Un reboot di mezza età

Sapete, arriva nella vita quel fatidico momento in cui bisogna tirare giù un paio di conti.

Non arriva per tutti allo stesso momento, ma non se ne può fare a meno. È quando ti rendi conto che nel tuo futuro non c’è più abbastanza spazio per contenere tutti i sogni e le aspettative cui eri abituato. È il momento in cui devi fare una cernita delle speranze, e tenerti soltanto quelle plausibili.

È il momento in cui ti chiedi esattamente quale sia stato il momento della tua vita in cui le  cose hanno preso una certa piega; quando fai l’elenco delle cose che avresti voluto cambiare, quando ti sforzi di immaginare dove saresti ora se potessi tornare con la mente nel corpo e nell’epoca dei vent’anni.

È la crisi di mezza età, baby, e non puoi farci niente. Chi scrive, che ha da poco passato i 40 inverni, ne sa qualcosa. Essendo il pubblico dei fumetti fortemente concentrato nella mia fascia anagrafica, è molto probabile che anche voi, che siete qui a leggere, ne sappiate ben qualcosa.

Ebbene, anche i personaggi dei fumetti soffrono della crisi di mezza età.

A noi, personaggi del mondo che chiamiamo “realtà”, la crisi si annuncia con le prime rughe di espressione. Per loro, personaggi del mondo che chiamiamo “immaginazione”, arriva quando le vendite cominciano a calare.

Per noi, la crisi di mezza età si conclude con l’acquisto di una macchinona, oppure con l’accettazione rassegnata.

Per loro, invece, si conclude usualmente con un bel reboot. Il reboot è immensamente meglio della nostra sorte: perché loro, fortunelli, possono davvero ringiovanire ed evitare gli errori commessi.

Qualcuno si sente chiamato in causa?

Martin Mystère, che nelle edicole italiane ci gira da più di 30 anni, ha avuto un bel reboot di mezza età, che si è concretizzato in questa maxiserie di 12 volumi, appena conclusasi per i tipi della Bonelli.

Ora, potremmo banalmente recensirla, ma cosa cambierebbe? Il danno ormai è fatto, perché la serie si è conclusa e chi l’ha presa fino all’ultimo ormai avrà già una sua idea. Qui invece ci interessa capire cosa sia mai passato per la mente delle teste pensanti bonelliane.

Quando il gruppo di scrittori ha cominciato a riunirsi nei patinati saloni della SBE, si sarà chiesto, proprio come un quarantenne qualsiasi: “Se dovessimo inventare oggi il BVZM, cosa cambieremmo? Cosa gli ha impedito di diventare un best seller internazionale che ci riempie le tasche?”

Questo articolo cercherà di capire, dopo la lettura della serie, qual è stata la loro risposta.

  • Someday over the rainbow

La prima  cosa che deve essergli balzata all’occhio è il malinconico bianco e nero con cui Martin Mystère è stato pubblicato. Figlio di un’epoca ormai superata, in cui il perbenismo e la barbosità veterofumettistica la facevano da padrone, il bianco e nero è stato una scelta che non ha pagato. Forse rendeva gli albi troppo economici, facendoli sembrare dei prodotti di bassa qualità, quasi come un “Il tromba” delle edizioni Squalo. Molto meglio 96 pagine tutte a colori sfavillanti, come è in uso ultimamente. Pazienza se adesso un solo numero ti costa come mezzo abbonamento a Netflix.

C’è da dire che Il Buon Vecchio Zio Marty aveva già esplorato le tonali lande del colore, in uno splendido Speciale che faceva proprio del colore il protagonista delle storie. Ma quella è roba di venti anni fa, quindi non c’è da farci caso.

  • Le spalle comiche non fanno ridere

Sì, Java, sto parlando con te

Diciamoci la verità, un Neanderthal in smoking che si esprime a grugniti deve avergli fatto mettere le mani nei capelli. Ma cosa aveva avuto in mente Castelli? Un personaggio del genere può andar bene in un film di Ringo Starr, non certo in una serie dei fanta-archeologia popolata di alieni, antiche razze estinte, santoni dai poteri magici e città mistiche di altre dimensioni.

Java è stato un grave errore, e oltretutto sembra la pubblicità di un linguaggio di programmazione. Molto meglio sostituirlo con un hipster nerboruto e logorroico probabilmente immortale; quella sì che è una roba che funziona.

  • Le donne devono essere gnocche

Una cosa che  colpisce dell’immaginario di questa serie è che ogni personaggio femminile, senza nessuna esclusione, è una gnocca pazzesca. Che si parli di blogger nerd, di accademiche paraplegiche, di avvocati, di androidi millenari o lupi mannari gitane, la galleria di eroine sembra tirata fuori di peso da un catalogo Victoria’s Secret.

La cosa non ci sorprende, comunque: tutti noi quarantenni rimpiangiamo di non aver passato la giovinezza in mezzo a delle supermodelle. Il nuovo Martin se la spessa alla grande, bontà sua.

  • -“Cosa desideriamo, Clarice?”, -“Quello che vediamo tutti i giorni, dottor Lecter”

Un altro problema che i Mysteriani devono aver riscontrato nelle storie del BVZM classico è la lontananza dalla vita di tutti i giorni dei giovani. Il Detective dell’Impossibile passava troppo tempo tra rovine azteche, paradossi temporali, e vestigia polverose di Mu, tralasciando quello che davvero fa audience: i superpoteri e i talent show.

Se poi ci metti un talent show dei superpoteri hai fatto il botto: ed ecco quindi Martin che, come un novello Fedez, siede sul banco dei giudici.

  • Pochi, maledetti, e subito

Come ben sa chiunque frequenti la scuola, a qualunque titolo, una delle piaghe giovanili dei nostri decenni è il deficit di attenzione: i nostri figli si distraggono facilmente, rifuggendo qualsiasi narrazione che li tenga occupati per troppo tempo. Il vecchio BVZM ci ha messo circa 200 numeri, cioè 200 mesi, quasi dieci anni, per definire il set della propria mitologia.

A questa velocità  crescono i fili d’erba e i peli della barba, si saranno detti i Mysteriani. Molto meglio condensare il tutto in 12 numeri, e quando diciamo tutto intendiamo proprio tutto: un bel Bignami Mysteriano, che fior di italiani ci hanno passato la maturità coi Bignami, altroché. Intere biblioteche di (fanta)archeologia frullati insieme e distillati minuziosamente come un raffinato prodotto omeopatico: il risultato, in effetti, fa lo stesso effetto dell’oscillococcinum sul raffreddore stagionale.

Conclusioni

Una volta il sottoscritto ha provato a scrivere un racconto in cui rebootava se stesso, per vedere dove avrebbe potuto arrivare se avesse cambiato qualcosa. Da piccolo volevo fare il miliardario di mestiere, e così ho cercato le scelte che mi hanno impedito di realizzare il mio piccolo innocente sogno.

Uno qualsiasi dei momenti che cambiavo, nel racconto, mi portavano da qualche parte, ma nessuno mi dava la garanzia che, pur miliardario, potessi essere felice come sono ora, con la mia famiglia, i miei amici, e il lavoro che ho. Alla fine ho rinunciato, pensando che con ogni probabilità non morirò miliardario, ma morirò Francesco.

Con ogni probabilità Martin Mystère un giorno chiuderà, e quando chiuderà, non lo farà da best seller. Almeno, però, chiuderà come Buon Vecchio Zio Marty, allontanandosi con il suo amico Java e Diana Lombard verso qualche remota regione di un mondo in bianco e nero. Allora, forse, potremo ripensare a questa maxiserie di 12 numeri a colori e farci una bella risata sulle scemenze che la crisi di mezza età ti mette nella testa.

Il commissario Ricciardi al Bookcity di Milano

In occasione di Bookcity, Maurizio de Giovanni incontra i lettori per parlare del suo commissario Ricciardi, protagonista dell’ultimo volume edito da Einaudi (Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi) e de Il Senso del dolore, il primo volume della serie del commissario Ricciardi a fumetti, pubblicata per Sergio Bonelli Editore.

L’appuntamento è per sabato 18 novembre alle ore 14 presso la Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Milano, in via Pierlombardo 14. Assieme a de Giovanni interverranno il giornalista e curatore della serie Bonelli Luca Crovi, l’attrice Federica Fracassi e il direttore editoriale di Sergio Bonelli Editore, Michele Masiero, che si interrogheranno sulla relazione tra letteratura e fumetto.

Spiega Maurizio de Giovanni: “Di fronte a un testo scritto siamo attivi. Mentre leggiamo un libro non possiamo fare altro: chiacchierare, navigare sui social, guardare un film. Anche per questo narrativa, cinema, telefilm e fumetti hanno linguaggi molto diversi. Quello che come scrittore posso rendere attraverso la narrativa è in primo luogo proprio l’interiorità dei personaggi. Ne racconto i sentimenti, più che le azioni. Quando invece si lavora su linguaggi visivi, è necessario affidare l’interiorità alle espressioni dei personaggi, ai loro volti e alle loro interazioni. Così Il commissario Ricciardi a fumetti non è traduzione in realtà della mia inventiva letteraria. Ma la traduzione di quanto io avevo immaginato in un’altra fantasia”.

Il commissario Ricciardi a fumetti, Sergio Bonelli Editore

Gli albi del commissario Ricciardi prodotti da Sergio Bonelli Editore e curati da Luca Crovi saranno disponibili in edicola e in libreria nell’autunno 2017 a cadenza quadrimestrale. Ogni singolo episodio proporrà una fogliazione di 158 pagine di fumetto, arricchito nella versione libraria da inediti apparati redazionali. Il primo volume, Il Senso del dolore, con sceneggiatura di Claudio Falco e disegni di Daniele Bigliardo, ambientato a Napoli nel 1931, quando marzo sta per finire ma della primavera non c’è ancora nessuna traccia. La città è scossa dal vento gelido e da una notizia: il grande tenore Arnaldo Vezzi – voce sublime, artista di fama mondiale– viene trovato cadavere nel suo camerino al Real Teatro di San Carlo prima della rappresentazione di Pagliacci. La gola squarciata da un frammento acuminato di uno specchio andato in pezzi. A risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli.

Nel progetto del Commisario Ricciardi a fumetti sono stati coinvolti infatti come sceneggiatori Claudio Falco, Sergio Brancato e Paolo Terracciano. Questi tre superesperti delle trame tessute da Maurizio de Giovanni hanno discusso con lui su come adattarle al linguaggio del fumetto e ricrearle affidandole ai disegni di quattro artisti come Daniele Bigliardo, Lucilla Stellato, Alessandro Nespolino e Luigi Siniscalchi. Attraverso i loro pennelli, la Napoli degli Anni Trenta ha preso vita. Daniele Bigliardo ha realizzato gli studi preparatori dei personaggi e firmerà anche le copertine della serie.  I colori sono stati affidati alla Scuola Italiana di Comix di Napoli che ha animato con il suo lavoro la varia umanità che circonda il commissario Ricciardi così come la complessità della brulicante città partenopea negli interni e negli esterni. Per ogni storia e ogni Stagione, che compongono i primi quattro episodi, è stato studiato un colore specifico. La squadra di coloristi è composta da Ylenia Di Napoli, Mariastella Granata, Francesca Carotenuto, Marco Matrone e Andrea Errico ed è stata coordinata da Mario Punzo e Giuseppe Boccia.

http://shop.sergiobonelli.it/libri/2017/10/02/libro/le-stagioni-del-commissario-ricciardi-il-senso-del-dolore-1001816/ 

 

Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Giulio Einaudi editore

Il Natale è appena trascorso e la città si prepara al Capodanno quando, sul palcoscenico di un teatro di varietà, il grande attore Michelangelo Gelmi esplode un colpo di pistola contro la giovane moglie, Fedora Marra. Non ci sarebbe nulla di strano, la cosa si ripete tutte le sere, ogni volta che i due recitano nella canzone sceneggiata: solo che dentro il caricatore, quel 28 dicembre, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. Gelmi giura la propria innocenza, ma in pochi gli credono. La carriera dell’uomo, già in là con gli anni, è in declino e dipende ormai dal sodalizio con Fedora, stella al culmine del suo splendore. Lei, però, cosí dice chi la conosceva, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Da come si sono svolti i fatti, il caso sembrerebbe già risolto, eppure Ricciardi è perplesso. Mentre il fedele Maione aiuta il dottor Modo in una questione privata, il commissario, la cui vita sentimentale pare arrivata a una svolta decisiva, riuscirà con pazienza a riannodare i fili della vicenda. Un mistero che la nebbia improvvisa calata sulla città rende ancora piú oscuro, e che riserverà un ultimo, drammatico colpo di coda.

http://www.einaudi.it/libri/libro/maurizio-de-giovanni/rondini-d-inverno/978880622554 

Bonelli presenta: Giacomo Bevilacqua in Lavennder e Giancarlo Berardi in Julia

Il prossimo 9 novembre arrivano in libreria e in fumetteria due nuovi volumi della casa editrice di via Buonarroti. Si parte con LAVENNDER, un thriller mozzafiato scritto, disegnato e colorato da Giacomo Keison Bevilacqua, l’autore di “A Panda piace” e “Il suono del mondo a memoria”, qui alla sua prima esperienza bonelliana. E, sempre per rimanere a tema gialli, si procede con JULIA. IL MIO NOME È MYRNA HARROD, un nuovo capitolo della saga a fumetti ideata da Giancarlo Berardi, con i colori inediti realizzati appositamente per questa edizione da libreria.

In LAVENNDER, la graphic novel scritta e disegnata da Giacomo Keison Bevilacqua, ci troviamo trasportati in una vacanza in paradiso, tra le acque cristalline dell’oceano. Un’isola perfetta, incontaminata, deserta… O forse no? Cosa succede la notte all’accampamento di Gwen ed Aaron? Cosa rappresentano gli strani disegni sulla casa sull’albero? Dietro a una facciata idilliaca e uno scenario da cartolina, i due giovani intravedono qualcosa di inquietante e misterioso. Qualcosa che si muove tra le fronde, nel fitto della foresta. E sembra spiarli. C’è forse qualcun altro insieme a loro, in quel luogo remoto? Un volume a colori arricchito da un’appendice speciale dove Bevilacqua racconta come è nata questa storia a partire da una stretta di mano durante Lucca Comics e da una notte insonne a New York.

Oltre a Gwen, un’altra protagonista femminile dovrà questo mese affrontare l’orrore. Perché ci sono donne che non è facile dimenticare e altre che si desidererebbe non aver mai conosciuto… Myrna Harrod appartiene a entrambe le categorie. Serial killer intelligente e spietata, si nasconde sotto falso nome a Garden City, spiando la vita di Julia. Per catturarla, la brillante criminologa dovrà inoltrarsi nei tortuosi meandri della mente del mostro… JULIA. IL MIO NOME È MYRNA HARROD, con la copertina di Cristiano Spadoni e i disegni di Gustavo Trigo, Marco Soldi, Luca Vannini, Laura Zuccheri, raccoglie due storie di Berardi dedicate alla nemica n. 1 della dottoressa Kendall, NELLA MENTE DEL MOSTRO e BENTORNATA, MYRNA! L’introduzione, sempre a cura di Berardi, si intitola Piccoli criminali crescono e rievoca una storia personale e intima del suo autore.

 

LAVENNDER

Soggetto: Giacomo Keison Bevilacqua

Sceneggiatura: Giacomo Keison Bevilacqua

Disegni: Giacomo Keison Bevilacqua

Copertina: Giacomo Keison Bevilacqua

Colori: Giacomo Keison Bevilacqua

Uscita: 09/11/2017

Tipologia: Cartonato

Formato: 19 x 26 cm, colore

Pagine: 144

ISBN code: 978-88-6961-216-9

Prezzo: 23 euro

 

 

 

JULIA. IL MIO NOME È MYRNA HARROD

 

Soggetto: Giancarlo Berardi

Sceneggiatura: Giancarlo Berardi

Disegni: Gustavo Trigo, Marco Soldi, Luca Vannini, Laura Zuccheri

Colori: Gloria Martinelli, Spartaco Lombardo

Uscita: 09/11/2017

Tipologia: Cartonato

Formato: 19 x 26 cm, colore

Pagine: 264

ISBN code: 978-88-6961-214-5

Prezzo: 25 euro

 

Mercurio Loi a passeggio per Roma

Nella vita, nel mondo, infinite sono le strade, imprevedibili i crocevia… Una passeggiata al tramonto, prima che scenda la sera e arrivi il coprifuoco, può essere l’occasione per lo storico perdigiorno Mercurio e il suo compagno di avventure Ottone di lasciarsi trasportare da quello che offre il caso, proprio come i flâneur di Baudelaire. Ma, scegliendo una strada al posto di un’altra, i nostri si ritroveranno tra strani personaggi e antichi ricordi…

È una storia a bivi quella che arriva in edicola e in fumetteria per Sergio Bonelli Editore dal 24 ottobre con il sesto volume dedicato alle avventure del professore Mercurio Loi, che questa volta si troverà ad indagare, letteralmente parlando, A passeggio per Roma.        

Ma in questo caso il personaggio nato dalla fantasia di Alessandro Bilotta non sarà accompagnato solo dal fido Ottone. Saranno infatti gli stessi lettori a consigliargli la giusta via, perché l’uomo è libertà e possibilità di scegliere, anche se a volte la libertà può portare alla disperazione e la scelta sbagliata può rivelarsi fatale…

La penna di Alessandro Bilotta e i disegni di Sergio Ponchione daranno così vita a un episodio originale e labirintico: funambolico quanto il professore di storia di Mercurio (che si avventura in equilibrio su una corda tesa tra i terrazzi di due palazzi romani); oscuro quanto Pasquino, eroe mascherato; bizzarro come un curioso personaggio che si aggira in Piazza della Rotonda ed è ossessionato dai rompicapi.

 

Mercurio Loi è nato due anni fa tra le pagine delle Storie, grazie alla penna dello scrittore romano Alessandro Bilotta. Ma quel numero solo gli stava troppo stretto e per il suo autore è stato inevitabile seguire il professore per altre avventure, a passeggio tra le nuove pagine che andava via via a visitare. Un po’ Sherlock Holmes, un po’ Dr House, Mercurio Loi è un gentiluomo brillante e ironico, un dandy che percorre senza meta precisa le vie della città eterna come un flâneur ante litteram, per dirla con Baudelaire. È un osservatore attento, il professor Loi, e con la sua irrefrenabile curiosità finisce costantemente per essere coinvolto in vicende misteriose, macchinazioni diaboliche, società segrete e persino… fantasmi.

Il senso del dolore – prima Graphic novel di Sergio Bonelli Editore

Presentazione in anteprima presso il Teatro Acacia di Napoli mercoledì 11 ottobre alle ore 18:30 e, sempre l’11 ottobre dalle ore 9 alle ore 13, lo scrittore Maurizio de Giovanni interverrà all’inaugurazione dei corsi di Sociologia delle Tecnologie Culturali e di Sociologia e Storia dei Media dell’Università di Napoli “Federico II”.

Per la prima volta nella sua storia Sergio Bonelli Editore debutta nel mondo delle Graphic Novel e lo fa proponendo ai lettori quattro avventure a fumetti del Commissario Ricciardi, celebre personaggio nato dalla penna di Maurizio de Giovanni.

Così il 19 ottobre arriverà in libreria, un mese prima che in edicola, il primo volume della serie, Il Senso del dolore, con sceneggiatura di Claudio Falco e disegni di Daniele Bigliardo, ambientato a Napoli nel 1931, quando marzo sta per finire ma della primavera non c’è ancora nessuna traccia. La città è scossa dal vento gelido e da una notizia: il grande tenore Arnaldo Vezzi – voce sublime, artista di fama mondiale– viene trovato cadavere nel suo camerino al Real Teatro di San Carlo prima della rappresentazione di Pagliacci. La gola squarciata da un frammento acuminato di uno specchio andato in pezzi. A risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli.

 

L’uscita del volume sarà anticipata da un evento organizzato da Sergio Bonelli Editore in collaborazione con Librerie Mondadori: la presentazione in anteprima presso il Teatro Acacia di Napoli, in via Raffaele Tarantino 10, l’11 ottobre alle ore 18:30 alla presenza di Maurizio de Giovanni, del direttore editoriale Sergio Bonelli Editore Michele Masiero, del curatore Luca Crovie degli autori della serie. Nel progetto sono stati coinvolti infatti come sceneggiatori Claudio Falco, Sergio Brancato e Paolo Terracciano. Il primo ha firmato vari episodi della serie a fumetti di “Dampyr”, mentre gli altri due da anni fanno parte della squadra che scrive la serie televisiva “Un posto al sole” per Rai3.  Questi tre superesperti delle trame tessute da Maurizio de Giovanni hanno discusso con lui su come adattarle al linguaggio del fumetto e ricrearle affidandole ai disegni di quattro artisti come Daniele Bigliardo, Lucilla Stellato, Alessandro Nespolino e Luigi Siniscalchi. Attraverso i loro pennelli, la Napoli degli Anni Trenta ha preso vita. Daniele Bigliardo ha realizzato gli studi preparatori dei personaggi e firmerà anche le copertine della serie.  I colori sono stati affidati alla Scuola Italiana di Comix di Napoli che ha animato con il suo lavoro la varia umanità che circonda il commissario Ricciardi così come la complessità della brulicante città partenopea negli interni e negli esterni. Per ogni storia e ogni Stagione, che compongono i primi quattro episodi, è stato studiato un colore specifico. La squadra di coloristi è composta da Ylenia Di Napoli,Mariastella Granata, Francesca Carotenuto, Marco Matrone e Andrea Errico ed è stata coordinata da Mario Punzo e Giuseppe Boccia.

 

Ma già dal mattino dell’11 ottobre i lettori potranno incontrare l’autore dalle ore 9,00 alle ore 13,00presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli “Federico II” in Vico Monte della Pietà 1, in occasione dell’inaugurazione dei corsi 2017/2018 di Sociologia delle Tecnologie Culturali e di Sociologia e Storia dei Media del prof. Sergio Brancato. Dopo l’introduzione del Magnifico Rettore Gaetano Manfredi e del Direttore del Dipartimento prof.ssaEnrica Amaturo, sarà infatti lo scrittore Maurizio de Giovanni -proprio in occasione dell’uscita del primo volume de Il commissario Ricciardi a fumetti– a interrogarsi coi presenti sul tema della letteratura che attraversa i media. L’iniziativa è destinata agli studenti ma aperta a tutti.

 

Spiega Maurizio de Giovanni: “Di fronte a un testo scritto siamo attivi. Mentre leggiamo un libro non possiamo fare altro: chiacchierare, navigare sui social, guardare un film. Anche per questo narrativa, cinema, telefilm e fumetti hanno linguaggi molto diversi. Quello che come scrittore posso rendere attraverso la narrativa è in primo luogo proprio l’interiorità dei personaggi. Ne racconto i sentimenti, più che le azioni. Quando invece si lavora su linguaggi visivi, è necessario affidare l’interiorità alle espressioni dei personaggi, ai loro volti e alle loro interazioni. Così Il Commissario Ricciardi a fumetti non è traduzione in realtà della mia inventiva letteraria. Ma la traduzione di quanto io avevo immaginato in un’altra fantasia”.

 

Racconta Michele Masiero, Direttore Editoriale Sergio Bonelli Editore: Per noi l’uscita delle avventure del Commissario Ricciardi a Fumetti è una grande gioia. Inizialmente non sapevamo che de Giovanni fosse appassionato di fumetti e ne siamo rimasti particolarmente felici, visto che noi siamo a nostra volta grandi fan del Commissario Ricciardi. Una delle cose più belle di questa collaborazione è che la scrittura di de Giovanni è particolarmente emozionale e approfondisce la psicologia dei personaggi, come accade per i fumetti Bonelli che a loro volta guardano alla grande letteratura popolare. Così abbiamo unito le forze, cercando di mettere insieme le migliori qualità di entrambi. Ed è nato il Commissario Ricciardi a fumetti”.

 

Daniele Bigliardo aggiunge: “La trasposizione dal racconto scritto a quello per immagini non è mai indolore. Le scelte che si compiono nell’adattamento tra un media e l’altro sono ardue e coinvolgono, non senza sacrificio, l’immaginario e l’operato dell’autore. Quando si legge un romanzo ciascuno immagina il volto dei protagonisti e dover operare questo tipo di scelta, assegnando un volto “definitivo” a personaggi tanto letti ed amati, è di per sé complesso. Anche individuare una forma grafica specifica da utilizzare per le storie ha richiesto un certo impegno: volevo che fosse allo stesso tempo un fumetto Bonelli e contemporaneamente qualcosa di più. Ho meditato a lungo sulle tecniche da utilizzare: la semplice matita, la mezzatinta, il colore. Mi sono letteralmente scervellato per capire come impostare la pagina e come partire. Poi dopo avere fatto varie prove è bastato un incontro alla Scuola Italiana di Comix di Napoli con tutti i disegnatori, gli sceneggiatori, Maurizio de Giovanni e lo staff Bonelli e tutto mi è sembrato più chiaro”.

 

Investigatore anomalo, mal sopportato dai superiori per la sua insofferenza agli ordini ed evitato dai sottoposti per il carattere introverso, Ricciardi, un uomo condannato a guardare e amare da una finestra, coltiva nell’animo tormentato un segreto inconfessabile: fin da bambino vede i morti nel loro ultimo attimo di vita e ne sente il dolore del distacco.

 

La serie

 

Gli albi del commissario Ricciardi prodotti da Sergio Bonelli Editore e curati da Luca Crovi saranno disponibili in edicola e in libreria nell’autunno 2017 a cadenza quadrimestrale. Ogni singolo episodio proporrà una fogliazione di 158 pagine di fumetto, arricchito nella versione libraria da inediti apparati redazionali.

 

La sequenza delle prime quattro storie sarà la seguente:

 

“Il senso del dolore” (soggetto di Maurizio de Giovanni, sceneggiatura di Claudio Falco, disegni di Daniele Bigliardo)

 

“La condanna del sangue” (soggetto di Maurizio de Giovanni, sceneggiatura di Sergio Brancato, disegni di Lucilla Stellato)

 

“Il posto di ognuno” (soggetto di Maurizio de Giovanni, sceneggiatura di Paolo Terracciano, disegni di Alessandro Nespolino)

 

“Il giorno dei morti” (soggetto di Maurizio de Giovanni, sceneggiatura di Claudio Falco, Paolo Terracciano e Sergio Brancato, disegni di Luigi Siniscalchi)

Storia del west made in Bonelli

La realtà e la leggenda del capolavoro a fumetti di Gino D’Antonio in libreria e in fumetteria dal 28 settembre grazie al volume curato da Graziano Frediani, Luca Barbieri e Luca Boschi 

Brett, Pat, Bill, Ben, Brett junior e le donne che, a testa alta, li accompagnano (Sicaweja, Brenda, Belinda, Lily, Ursula) non sono figure bidimensionali e lontane, bensì umanissimi e credibili compagni di viaggio e d’avventura. Una famiglia dalle radici forti come una sequoia. Un caposaldo, nella storia del fumetto e della nostra Casa editrice.

Davide Bonelli

Nel giugno del 1967 esce il primo numero di quella che sarebbe diventata l’opera più famosa di Gino D’AntonioStoria del West. L’ambizione dell’autore era di raccontare il West in modo storicamente rigoroso, senza per questo perdere di vista l’avventura.  È così che i MacDonald diventano una delle famiglie più importanti nella storia del fumetto mondiale, ma anche nella storia della famiglia Bonelli.

In occasione dei cinquant’anni della serie, dal 28 settembre arriva in libreria e in fumetteria il volume – riccamente illustrato e curato da tre esperti dell’Ovest americano come Graziano FredianiLuca Barbieri e Luca Boschi – che racconta quella fantastica avventura editoriale durata 75 albi.

Tre generazioni di un’immaginaria famiglia di pionieri intrecciano così le proprie vite con quelle dei personaggi reali che hanno segnato l’avventurosa Conquista dell’Ovest americano. Nell’arco di un secolo, Brett MacDonald e i suoi discendenti crescono, invecchiano, muoiono, restando fedeli (per quanto possibile) ai propri ideali di lealtà, giustizia, rispetto per sé e per gli altri, mentre un’onda di violenza e prevaricazione cambia definitivamente il volto di un Paese che non è, come prometteva, l’anticamera del Paradiso. L’avvincente epopea della “Storia del West” è stata scritta da un Maestro del fumetto internazionale, Gino D’Antonio (1927-2006), che l’ha anche illustrata con l’aiuto di validissimi amici-colleghi. Un capolavoro senza tempo, dove ogni leggenda nasconde un’anti-eroica verità: “Quelli che hanno fatto il West erano esseri umani, bianchi o rossi che fossero, con qualità e difetti comuni a tutti”.

STORIA DEL WEST
Testi: Luca Barbieri, Luca Boschi, Graziano Frediani

Copertina: Gino D’Antonio

Uscita: 28/09/2017

Tipologia: Cartonato

Formato: 18,5 x 25, colore

Pagine: 224

ISBN code: 978-88-6961-193-3

Prezzo: 32 euro

 

Online e sui social:

https://www.facebook.com/SergioBonelliEditoreUfficiale/

http://shop.sergiobonelli.it/libri/2017/09/12/libro/storia-del-west-1001721/

LEGS WEAVER. LE DAME NERE e DRAGONERO. MINACCIA ALL’IMPERO

 

Sono arrivati in libreria e in fumetteria due volumi di Sergio Bonelli Editore destinati ai fan della mitica Legs, coprotagonista di molte avventure di Nathan Never, e di Ian Aranill, Scout dell’Impero Erondariano ed erede della nobile ed antica casata dei Varliedàrto, celebre protagonista della saga di Dragonero ideata da Luca Enoch e Stefano Vietti.

LEGS WEAVER. LE DAME NERE, scritto da Antonio Serra (che firma anche la prefazione) e coi disegni di Teresa Marzia, Gianmauro Cozzi, Mario Alberti, Simona Denna, Francesca Palomba, raccoglie cinque albi della serie regolare di questa straordinaria “eroina”, che hanno una forte continuità narrativa perché vedono Legs impegnata ad affrontare le sue terribili nemiche: le Dame Nere. Rebecca Lawrence Weaver, che come la Sigourney di Alien è una donna forte, indipendente e autonoma, è il celebre personaggio creato dai papà di Nathan Never, Medda, Serra e Vigna. Ama le armi e le arti marziali e ha avuto un passato burrascoso, prima di diventare una delle più abili Agenti Speciali Alfa. Condivide casa e lavoro con l’affascinante May Frayn, con lei anche in queste avventure in cui le due si troveranno alle prese con le Dame Nere, una pericolosa organizzazione criminale di sole donne il cui imprevedibile, spaventoso scopo si profilerà con l’incedere di questa saga action fantascientifica al femminile.

 

In DRAGONERO. MINACCIA ALL’IMPERO, scritto da Luca Enoch con disegni di Giancarlo Olivares seguiamo invece Dragonero, Gmor e Sera che, giunti a Vàhlendàrt, capitale dell’impero erondariano, per assistere allo “Sposalizio Celeste” – l’evento astronomico che segna l’inizio del nuovo anno – sventano un attentato contro il principe ereditario. Questo incidente segna l’inizio di una torbida vicenda di cospirazioni, intrighi e omicidi, tutta interna al Palazzo Imperiale. Ma la ricerca dei complici e dei mandanti dell’attentato condurrà Ian, con il sostegno della sorella Myrva e del mago Alben, dalle stanze del palazzo fino negli abissi dell’Inframondo, un regno di oscurità e di magia arcana, dove è facile perdersi per sempre… La nuova strenna di Dragonero, un libro appositamente colorato con in più una storia inedita di 30 pagine.

Monolith – Donne e motori, e bambini e deserti

Il 12 agosto è una data importante per la Sergio Bonelli Editore. Infatti, distribuito in più di duecento copie da Vision Distribution, esce Monolith, prima produzione cinematografica della casa editrice di fumetti milanese. Uno sforzo produttivo non indifferente, che vede la partecipazione di Sky Cinema HD, Valentine e, ovviamente, la Bonelli, che del soggetto di Monolith, ideato da Roberto Recchioni, ha curato anche una versione a fumetti disegnata da Lorenzo LRNZ Ceccotti e sceneggiata dallo stesso Recchioni e Mauro Uzzeo.

Il film è stato già ampiamente pubblicizzato attraverso trailer sia al cinema sia in televisione: Monolith a inizio film viene presentata come l’automobile più sicura del mondo. Il film comincia con uno spot pubblicitario in cui un ibrido tra Elon Musk e Steve Jobs introduce tutte le feature dell’auto: indistruttibile, con vetri antiproiettile, blindatissima e una volta entrata in modalità difesa anche impenetrabile. Non solo: l’auto è intelligente, ed è governata da una intelligenza artificiale chiamata Lilith (Lilith, per quei due o tre che non lo sapessero, è stata la prima donna creata, la prima sposa di Adamo. Lilith però dimostrò di non essere una buona sposa in quanto non in grado di essere sottomessa, per questo fu scacciata dal paradiso terrestre). Questa intelligenza artificiale gestisce l’auto attraverso un pilota automatico ed è controllata da remoto mediante una app per cellulare.

La protagonista del film è Sandra, ex cantante di musica pop, che rimane in città con il bambino figlio di una precedente relazione del marito, mentre il consorte, produttore musicale, è andato fuori città per seguire le registrazioni di un nuovo singolo in uscita.  Mentre è in videochiamata con il marito però comincia ad avere un dubbio: e se lui la stesse tradendo con una sua amica? Decide di raggiungerlo a Los Angeles, ma qualcosa va storto, il figlio rimane chiuso dentro la macchina inaccessibile mentre lei non può fare nulla per liberarlo.

Iniziando ad analizzare la pellicola da un punto di vista prettamente cinematografico (e mettendo quindi da parte il fumetto), possiamo dire che Monolith, diretto da Ivan Silvestrin, rappresenta un grande sforzo produttivo nel panorama cinematografico italiano, ma anche un’occasione non colta appieno.

In genere quando ci troviamo di fronte a questo genere di film ci aspettiamo un colpo di scena dopo l’altro, qualcosa che ci tenga letteralmente incollati allo schermo. Il film invece più che giocare sulle emozioni sul filo del rasoio gioca principalmente sul senso di colpa di una giovane mamma che non sa cosa fare per proteggere il figlio, una ragazza emotivamente instabile che prende tutte le decisioni sbagliate e che rischia di trasformare paronie e peccati veniali in peccati mortali.

Sebbene l’attrice principale sia calata nel ruolo e dia un’ottima interpretazione, la sceneggiatura non le dà appigli per fare di più, per svoltare e fare la differenza: possiamo dire che questo film è davvero realistico, la mamma non fa altro che cercare di aprire o sfondare l’auto usando la forza bruta, ma si sa che non ce la farà, viene spiegato all’inizio del film che questa macchina è inespugnabile. Allora perché continua? Semplicemente perché in questo film non c’è Beatrix Kiddo, ma una ragazza normale, non un supereroe, ma una bionda che lotta contro la tecnologia e contro il senso di colpa di non essere “abbastanza”.

Il film nonostante la sua godibilità lascerà gli appassionati del genere a bocca asciutta. Molti espedienti narrativi non sono stati usati: si è scelto il nome Lilith per l’intelligenza artificiale e lo spettatore più smaliziato poteva aspettarsi una sorta di sfida tra le due donne, quella di carne ed emotiva e la fredda di chip e bulloni. Invece la lotta tra tecnologia e umanità non si è consumata. Lilith rimane muta alle richieste di Sandra e si comporta come un frullatore dispettoso. Altra pecca è la mancanza di un vero atteggiamento materno da parte di Sandra: Sandra ama il suo bambino e per tutto il film ripete che è colpa sua se sta male, ma quello che salta agli occhi di una donna è che non si comporta esattamente come una madre. Il film è stato scritto da quattro uomini  e la mancaza di un elemento femminile si nota: Sandra reagisce come reagirebbe qualunque uomo, ma non come farebbe  una qualunque madre.

Stilisticamente Monolith ha molti punti di forza, che però non rescono a salvarlo dall’essere un’occasione mancata: visivamente Monolith, la possente e sicurissima automobile, è una bellezza per gli occhi. Concepita dalla mente di Lorenzo Ceccotti, è stata pensata per essere realmente una macchina funzionante su strada: il design della carrozzeria, la dashboard sul cruscotto, la meccanica interna conferiscono allo spettatore un senso di reale, di vero, di “possibile”, strizzando l’occhio al futuristico, ma rimanendo ancorato alla realtà. Non a caso l’automobile che vediamo nel film è realmente una Monolith funzionante, su cui la CGI opera solamente sulla dashboard frontale. In ogni inquadratura in cui l’automobile appare diventa automaticamente la protagonista della scena, sorprendendo sempre per il suo incredibile design.

Altro punto di forza della pellicola è indubbiamente l’attrice protagonista del film Katrina Bowden, che regge unicamente sulle sue spalle il film per tutta la sua durata, rimanendo sempre nel personaggio.

Bellissima la scelta delle location: un deserto sperduto che restituisce un senso di smarrimento e desolazione.

Il film, purtroppo, pecca molto nella regia. Complice una sceneggiatura piatta e quasi del tutto priva di svolte narrative accattivanti, la regia di Silvestrin risulta prevedibile, immobile e a tratti troppo descrittiva, che non interpreta la disperazione che prova la protagonista durante tutto il film. Nel corso della visione di Monolith, lo spettatore non viene coinvolto nel dramma che Sandra si trova a vivere, vuoi per l’assenza di sviluppi narrativi interessanti, vuoi per uno stile di regia troppo lento che vuole probabilmente essere “realistico” nella descrizione delle vicende, ma che, nell’insieme della finzione, tende a smorzare il legame dello spettatore con il film. Per tutta la durata della pellicola, purtroppo non si avverte la tensione tra Sandra e Monolith, non c’è interazione tra i due e soprattutto non c’è pathos.

In conclusione Monolith è un coraggioso esperimento cinematografico italiano che merita tutta l’attenzione e il supporto possibile e che speriamo possa essere un apripista per produzioni indipendenti future.