sean michael wilson

Musashi: il samurai, l’uomo, il mito

Musashi, l'Età dell'Acquario

Musashi Miyamoto è uno dei personaggi più affascinanti e amati della storia giapponese. Il romanzo storico di Eiji Yoshikawa, dei primi anni del ‘900, intitolato appunto Musashi, è tra i più ricercati e pubblicati in patria, perché racconta la vita, romanzata, di questo samurai solitario e del suo Bushidō. A Musashi si è ispirato Takehiko Inoue per il suo Vagabond, cha racconta la vita di Takezo, dalla sua infanzia ribelle all’ombra di un padre troppo rigido, alla sua sfida personale di diventare “il più forte di tutti” e di come nel tempo questa esigenza cambi e si trasformi attraverso la filosofia e l’arte.

In realtà ben poco si sa della vita di Musashi, che di per sé è già un “nome d’arte”: non si sa con esattezza dove sia nato, ma si sa che suo padre era davvero ritenuto uno spadaccino estremamente abile, restando un punto di scontro nell’animo del figlio, e che il suo nome inizia a diventare noto dopo la battaglia di Sekigahara, che determinerà la vittoria del clan Tokugawa e la sua ascesa al potere. Musashi combatté a soli sedici anni in questo scontro, ma dalla parte avversa ai vincitori, quindi per questo fu mal visto e ricercato per molti anni.

Le uniche informazioni relativamente certe sulla sua vita le abbiamo grazie al libro scritto di suo pugno, Il libro dei cinque anelli, che è stato trasposto in fumetto e pubblicato in Italia dalle Edizioni L’età dell’Acquario e di cui abbiamo parlato qui. La stessa casa editrice ha pubblicato anche Musashi, la storia della vita di questo straordinario samurai, che si ispira al libro The Lone Samurai, scritto da William Scott Wilson, e basata sul racconto autobiografico dello stesso Musashi.

Nel fumetto a parlare però non è lo spadaccino, ma il figlio adottivo Miyamoto Iori, che davanti al monumento commemorativo innalzato nei pressi di Kokura, località dove Musashi è morto, racconta la vita di suo padre, senza celare le ombre e le incertezze che a essa sono legate. Egli racconta di come la sua celebrità sia dipesa dagli scontri vittoriosi contro coloro che erano ritenuti i più forti samurai del tempo, e di come abbia vinto non solo con la forza, ma soprattutto con astute strategie che si basavano sulla psicologia dell’avversario.

Musashi, l'Età dell'Acquario

Il volume dunque si presenta come un resoconto riassuntivo delle imprese più memorabili di Musashi e della sua evoluzione umana, tratteggiando il profilo di una personalità stupefacente, dotata sul piano fisico ma anche intellettivo di talenti e molteplici virtù, ricordando infatti di come lo spadaccino fosse ammirato anche come poeta, scrittore, filosofo, pittore, scultore, calligrafo e costruttore. Brevemente vengono anche introdotti i personaggi che ha incontrato o con cui si è scontrato, altrettanto degni di nota e meritevoli di stima.

Dunque, se si è curiosi di conoscere la vita e la personalità di Musashi, questo fumetto è consigliabilissimo, ma se oltre ai fatti si desidera anche capire la portata storica e umana di questa figura si può rimanere un po’ delusi. La sceneggiatura di Sean Michael Wilson infatti non approfondisce molto la psicologia e le motivazioni della gesta del samurai, in parte anche per la scelta del racconto posteriore ed esterno agli eventi. La narrazione affidata a Iori infatti è flemmatica, senza picchi, in un certo senso molto giapponese e in linea con la modestia che un figlio deve mostrare parlando della vita di un padre, ancora di più se questi viene considerato ammirevole o discutibile.

Musashi, l'Età dell'Acquario

Al lettore però resta la voglia di capire meglio e saperne di più. Un esempio su tutti, nel racconto dello scontro di Musashi contro i cento (così si narra) allievi del dojo Yoshioka in cerca di vendetta per la sconfitta dei loto maestri, non si sente nessun pathos, nessuna epicità, ma invece fu proprio durante questo scontro per la sopravvivenza di uno contro “cento” che Musashi diede vita alla sua arte, il Niten Ichi-ryu,  cioè lo stile dei “Due cieli in uno”, perché di fronte alla forza del numero degli avversari lo spadaccino per la prima volta combatté con entrambe le mani, impugnando una spada lunga e una corta.

Questo aspetto è del tutto ignorato nel racconto, mentre si sottolineano le linee d’ombra presenti nei suoi scontri, tutti brevissimi, in cui, soprattutto in quello celeberrimo contro Kojiro Sasaki, oppositori hanno supposto scorrettezze usate in nome della vittoria.

Anche il disegno affidato a Michiru Morikawa soffre di questa mancanza di accuratezza: a partire dagli sfondi, che sono sempre piuttosto approssimativi, l’uso dei retini anche per esprimere il movimento, al posto delle linee grafiche, e la caratterizzazione dei personaggi che manca di epicità. Musashi non riesce a emergere sugli altri, la sua figura non risulta carismatica né elaborata per essere risaltata. Inoltre le scene di combattimento, e gli scontri, risultano poco chiare e frettolose, tanto che il lettore deve intuire cosa è successo, più che restarne impressionato.

Non bisogna comunque confondersi: Musashi non è una brutta opera o mal congeniata, è anzi utile per conoscere il personaggio, la sua celebrazione, la sua umanità; ma per chi ha già letto il romanzo a lui dedicato o conosce già la sua storia, aggiunge poco, e lascia deluso chi si aspetta una glorificazione della gesta e del nome di un samurai tanto amato.

47 ronin: una storia d’onore

La storia dei 47 ronin, samurai senza padrone di Asano Naganori, ha fondamenti storici certi: ci sono prove documentali che tra il 1702 e il 1703 sia avvenuto l’Akō Jiken.

Una storia vera che è divenuta leggenda, come certo in Giappone succede, perché la rettitudine e l’onore della popolazione nipponica sono proverbiali.

Le tombe dei 47 samurai privati del loro signore, a Sengaku-ji, sono meta di un vero e proprio pellegrinaggio che il 14 dicembre di ogni anno diventa un festival che ricorda l’evento. Perché nel tempio sono tutti riuniti: i ronin con il loro daimȳo.

La storia ha ispirato artisti di tutti i campi, al punto che c’è un nome dato a tutte le opere legate a questo fatto storico: Chūshingura (忠臣蔵 Il tesoro dei fedeli).

Fin da subito infatti fu creato uno spettacolo di marionette bunraku visibile in Giappone già a metà del XVIII secolo. Più o meno dello stesso periodo le prime rappresentazioni della storia nel teatro kabuki.

La storia fu poi portata in occidente dall’olandese Isaac Titsingh già alla fine del ‘700.

Nel XX secolo tutta una serie di film, dal 1908, fino a quello con Keanu Reeves del 2013; il balletto di Maurice Bejart del 1986; le serie televisive giapponesi, l’opera lirica, il brano dei Jefferson Airplanes e il racconto di Borges (L’incivile maestro di cerimonie Kotsuké no Suké in Storia universale dell’infamia).

Senza contare le stampe che hanno visto questo episodio illustrato fin da subito.

E nel 2013 ben due produzioni a fumetti, forse sull’onda del clamore cinematografico: una ad opera di Mike Richardson e disegnata da Stan Sakai (Usagi Yojimbo), supervisionata da Kazuo Koike e pubblicata da Dark Horse (di ReNoir l’edizione italiana); l’altra scritta da Sean Michael Wilson e illustrata da Akiko Shimojima.

Quest’ultima è stata portata in Italia dal L’età dell’Acquario nell’ambito di un percorso più ampio di cui abbiamo già parlato.

La storia degli Akō-rōshi (i 47 ronin per gli occidentali), emblematica della lealtà, del sacrificio, della perseveranza e dell’onore del popolo giapponese è stata ben sceneggiata dallo scozzese Sean Michael Wilson. Che ha dedicato finora la sua vita professionale principalmente ad alcune opere basate sulle tradizioni, soprattutto marziali, del Sol Levante.

La storia è raccontata in un modo diretto e crudo e con dovizia di particolari. Wilson conosce bene i meccanismi della corte di Edo, dove i diversi daimȳo, cioè i signori feudali del territorio giapponese, erano obbligati a passare un periodo per servire lo shogun. Asano, piccolo feudatario della città di Akō, doveva essere istruito sui cerimoniali. In realtà erano in due gli allievi del cerimoniere Kira Yoshinaka: oltre ad Asano c’era Kamei di Tsuwano. Ma i servi al seguito di Kamei corruppero (segretamente?) Kira, che prese di mira il solo Asano. Questi, portato al limite della sopportazione, assale Kira, compiendo il grave reato di sguainare un’arma nelle stanze dello shōgun.

Wilson attinge alle cronache del primo consigliere di Asano, Ōishi Yoshio, che sarà anche il leader dei 47 ronin. Ed è attento ai particolari: l’utilizzo della wakizashi; il colpo attutito dall’eboshi di Kira; la lama conficcata nello stipite della porta; l’intervento dei dignitari per salvare Kira che, pur ferito, sopravvive.

E non cerca di dare nessuna spiegazione, che è basata sui fondamenti della cultura giapponese. Ōishi riporta l’inevitabile seppuku di Asano, il suo personale struggimento per essere rimasto ad Akō; la rassegnazione della moglie; la sottile e lenta preparazione della vendetta.

Il dettaglio della cerimonia del seppuku di Asano ha dell’ineluttabile. Come ineluttabile sembra essere la decisione dei fedeli servitori di Asano di non arrendersi.

Qual è l’onore più grande? Quello di difendere la verità e l’affetto per il proprio padrone? O quello di seguire acriticamente le tradizioni e le leggi?

La grandezza di questa storia è proprio nell’equilibrio che trova fra questi due onori. I 47 ronin infrangeranno la tradizione che li vuole sottomessi alla decisione dello shogun ma solo per un onore più grande. Lo faranno con un piano che mostra un altro aspetto della storia e della tradizione nipponica: l’arte della guerra. Lo faranno con pazienza e conquistandosi l’ammirazione di tutti i dignitari onesti della corte imperiale. Utilizzando per uccidere Kira la stessa lama usata da Asano per uccidersi. E alla fine sintetizzeranno tutto nel loro seppuku, testimoniando una forza e un senso dell’onore senza pari.

E troveranno il riposo accanto al loro padrone.

Wilson riesce a rendere con grande forza le sfaccettature della storia, tra la psicologia dei singoli e il legame con la tradizione. Come ho letto in un altro libro: Conoscere questa storia vuol dire conoscere il Giappone.

La sceneggiatura è aderente alla storia tradizionalmente tramandata dallo stesso Yoshio, e tratteggia in modo efficace i personaggi. Sia i principali che alcuni dei comprimari, in particolare alcuni dei 47 ronin. Con poche nette pennellate o con poche frasi che sembrano buttate là. E stimola in modo convincente ad approfondire: conoscere le persone coinvolte nell’episodio, la storia e le tradizioni giapponesi dell’epoca, lasciate intravedere con un bel gioco di chiaroscuri nella scrittura.

Quello che non mi è parso sufficiente e rende il lavoro non del tutto meritevole dal punto di vista artistico, è l’opera della mangaka Akiko Shimojima. Pur avendo vinto con The secrets of Ninja un Bronze Award all’International Manga Award nel 2016, sempre con Sean Michael Wilson, il tratto non riesce a esprimere né la drammaticità degli eventi, né la dinamicità delle scene.

Rimane sempre molto piatto, e fa pensare a un’occasione perduta. Infatti non riesce a riprodurre graficamente il pathos di cui la storia e la sceneggiatura sono intrise.

Spesso il disegno manca di spessore, non è né troppo dettagliato, né sufficientemente dinamico.

Sembra riferirsi a quel filone di disegnatori quasi seriali, di cui abbiamo avuto modo di parlare su queste pagine, ad esempio in occasione dei Manga delle Scienze. Studi e autori che producono spesso anche fumetti commerciali, usati per pubblicità o albi aziendali. Sufficientemente efficaci nel racconto e nella caratterizzazione grafica dei personaggi, ma non sempre in grado di trasmettere l’enfasi di storie significative.

Su opere seriali, ci si può aspettare una qualità non sempre elevata, ma in una graphic novel, che poi vuol toccare un evento storicamente così rilevante, soprattutto dal punto di vista emotivo, avere un disegno non all’altezza di una pur buona sceneggiatura è un vero peccato.

Tecnicamente sulle tavole c’è poco da eccepire: la gabbia è ben strutturata e adeguata ai passaggi narrativi; il ritmo è ben riprodotto.

È proprio la qualità del disegno a non essere del tutto convincente, al punto che (ma è una sensazione) diversi passaggi sembrano ritoccati con software per grafica vettoriale, soprattutto nelle espressioni dei visi. E non è una cosa piacevole.

Comunque una storia che merita di essere conosciuta ed è già ricca di particolari in questo fumetto, che può essere un approccio a un evento che consente di approfondire molti aspetti di una mentalità che il Giappone ha portato fino ai nostri giorni.

I 47 ronin
Sean Michael Wilson, Akiko Shimojima
cartonato, b/n, 160 pagine
Edizioni L’età dell’Acquario
2018, 16€

Il libro dei cinque anelli: Musashi a fumetti

Lindau è una casa editrice di nicchia. Pubblica libri di letteratura e saggistica e prende il nome da una città situata su un’isola del Lago di Costanza, che ottenne i privilegi di città libera.

Negli anni 2000 ha acquisito e lanciato una serie di case editrici satellite. Tra queste L’età dell’Acquario ha un taglio chiaramente “alternativo”. Ma tra i titoli, presenta una collana denominata Altrimondi, nella quale propone diverse opere a fumetti.

In particolare, hanno finora tradotto cinque opere di Sean Michael Wilson, sceneggiatore scozzese, vincitore di alcuni premi nel fumetto indipendente. Tutte riguardano le arti marziali giapponesi.

Pur non essendo un praticante, da sempre sono incuriosito dai diversi aspetti della cultura giapponese, e reputo molto interessante il tentativo di mettere insieme i manga con le arti marziali. In fondo gli ideogrammi giapponesi sono più vicini alle immagini che alle parole. E molte arti marziali hanno avuto origine in Giappone. In particolare l’arte della spada e il combattimento con due spade, esplorato da Miyamoto Musashi (1584-1645).

Sean Wilson ha attinto diverse volte alla cultura giapponese, sceneggiando le riduzioni a fumetti di alcuni episodi della storia giapponese: la ribellione di Satsuma, l’arrivo delle black ships, ma concentrandosi ancora di più sulle opere legate alla filosofia e alle arti marziali.

Per i suoi lavori è spesso partito, come in questo caso, dalle traduzioni del suo quasi omonimo William Scott Wilson. Il traduttore americano ha anche scritto la prefazione, inquadrando subito i contenuti.

Questa frequentazione dei due Wilson con la cultura giapponese si sente in tutta l’opera.

Il testo di Musashi è piuttosto semplice e lineare, per lo meno nella traduzione italiana (io ho letto quella delle Edizioni Mediterranee del 1984, ristampata nel 2001). Un racconto della propria esperienza e del proprio percorso di formazione, durato tutta la vita, come per molti maestri di arti marziali. Un testo classico che lascia poco spazio all’interpretazione, per lo meno nei contenuti generali. Wilson riesce a far emergere i dettagli, a tradurre il manuale in un fumetto apprezzabile, mostrando Musashi che dispensa gli insegnamenti nel suo dojo direttamente ai suoi allievi. Ma senza proporre uno stucchevole e impersonale elenco di regole.

Infatti nella sceneggiatura alterna molto bene il racconto che Musashi fa della sua vita con gli insegnamenti. Mette le parole del maestro in bocca ai suoi allievi, descrive le lezioni tecniche direttamente nei combattimenti. Riesce a rendere un manuale abbastanza accattivante da poter essere definito un graphic novel. E mantiene il potere evocativo del testo di Musashi. Inserendo continuamente riferimenti alla cultura giapponese, alle tradizioni, agli ideogrammi e al loro significato.

Forse i passaggi multipli da una lingua all’altra fanno perdere le sfaccettature e le sfumature del linguaggio. Come il fatto, ad esempio, che gli ideogrammi giapponesi possano avere interpretazioni diverse, e quindi avere diverse chiavi di lettura a seconda del contesto, nel nostro caso almeno quello bellico e filosofico.

La personalità di Musashi, la complessità del suo essere guerriero e monaco, pittore e poeta, emerge bene dall’opera.

Il fumetto è anche ben ritmato, caratteristica non facile da realizzare in un prodotto di questo tipo. Incarna quello che lo stesso Musashi dice nel libro del vento:

Quando i movimenti appaiono troppo veloci o troppo lenti significa che non si sta seguendo il ritmo giusto. I gesti di un maestro sono sempre armoniosi. […] Gli artisti che la sanno lunga riescono a danzare e cantare per ore e ore grazie al loro ritmo perfetto.

La sensazione però è che la parte grafica non sia del tutto all’altezza del testo originale e della sceneggiatura che lo traduce. Chie Kutsuwada, mangaka di stanza nel Regno Unito, dichiara nella sua biografia di utilizzare principalmente uno stile shojo/yaoi.

E in effetti lo fa anche in quest’opera. Ma in questo modo l’aspetto dei personaggi è poco evocativo. I guerrieri sono fin troppo puliti e slanciati, nei combattimenti il sangue è minimo.

L’aspetto di Musashi nel fumetto poco ha a che fare con l’autoritratto che il maestro di spada fece di sé. La barba è quasi fastidiosa.

Il tratto è pulito, le ombre quasi inesistenti, i dettagli per lo più poveri, con rare eccezioni.

Questo ha il pregio di non fare in modo che il disegno tolga la centralità al testo, che meglio esprime il pensiero di Musashi, ma dà la sensazione di non aggiungere niente, di non riuscire a interpretarlo adeguatamente.

Rimane quasi sempre asettico.

Allo stesso tempo, in qualche modo, ben si adatta al carattere zen della filosofia e degli insegnamenti di Musashi e alle stesse arti marziali. Però non dà il senso del contatto con il mondo tradizionale giapponese.

Alcuni passaggi comunque sono davvero meritevoli, in particolare l’utilizzo di dettagli naturali, animali o insetti. Il pesce nella parte dell’acqua, farfalle e api nel vento. E nella integrazione degli ideogrammi nei disegni stessi.

Quindi la sensazione non è che la qualità della grafica sia bassa in generale, ma eccessivamente variabile, con alcuni passaggi buoni, mentre la gran parte dell’esecuzione sia quasi frettolosa.

In conclusione, l’opera è godibile, funziona, sostanzialmente coglie lo spirito iniziale, anche se è poco bellica rispetto al testo originale. Il consiglio è di leggerla parallelamente e di cogliere i passaggi grafici più interessanti. Può essere un interessante confronto, anche se in generale la parte grafica non è completamente convincente. E certamente un modo per esservi introdotti.

Visto che Il libro dei cinque anelli è un testo da rileggere più volte, per coglierne le diverse sfaccettature e gli insegnamenti, se una di queste è attraverso il fumetto può essere interessante.

 

Miyamoto Musashi, W.S. Wilson, S. M. Wilson, Chie Kutsuwada
Il libro dei cinque anelli
Edizioni L’età dell’Acquario
152 pagg, 15.2×22.8 cm,  bianco e nero, brossurato con alette
16 €