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Le Storie infinite: quando i fumetti non possono morire

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Un Preambolo

Nel XIII secolo dopo Cristo la Morte era vista come una cosa abbastanza seria.

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Non proprio una fan dei Cure col visetto carino, eh?

Erano anni in cui se non avevi assistito alla morte di almeno un tre quattro fratellini, allora non eri nessuno. Si crepava per un’influenza, per le continue guerre, carestie, per gli sghiribizzi del potente di turno. Uscivi di casa e non era raro vedere morti per la strada, in attesa di qualcuno che li caricasse su un carro per portarli all’ossario. Sulla Morte la Chiesa aveva creato un business solido: tutti potevano crepare da un momento all’altro, e tutti avevano paura dell’Inferno, dal mendicante all’Imperatore. Si pagavano bei quattrini per un lasciapassare per il Paradiso; e se non c’erano i quattrini, la chiesa s’accontentava della devozione assoluta.

Ecco come poteva la Chiesa, che non aveva lo straccio d’un esercito, far sì che gli Imperatori s’inchinassero ai loro piedi.

Poi nella metà del 1200 circa Francesco d’Assisi ti piazza questo colpo tra capo e collo, scrivendo il Cantico delle Creature in una lingua che tutti comprendevano.

«Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare».

M’immagino i vescovi cadere dallo scranno: come si permetteva costui di lodare il signore per nostra “sorella Morte”? Sorella? La Morte doveva incutere paura, non familiarità. La paura è la madre della fedeltà.

Ma Francesco era davvero così ammirato, così estasiato per l’Universo intero che anche la Morte gli piaceva. Nessun uomo poteva sfuggirle, ma nessun uomo doveva temerla, se fosse morto con cuore innocente.

Ci voleva un gran coraggio ad amare la Morte.

Da Francesco d’Assisi ad Akira Fudo

Facciamo un salto in avanti di circa 750 anni. È il 1991 e, scartabellando nella mia edicola di riferimento tra i Marvel della Star Comics, mi capita tra le mani un albo in bianco e nero, smilzo, intitolato Devilman.

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Ora, io Devilman me lo ricordavo così:

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Ma devo dire che non è che avessi mai seguito attentamente la serie tv, quindi non mi accorsi subito della differenza. Certo, tutte quelle tette, fredda violenza e squartamenti solo nel primo numero avrebbe dovuto vagamente insospettirmi ma oh, avevo 14 anni, le tette obnubilavano qualsiasi capacità di giudizio, anche se poi si trasformavano in tette-serpenti (giuro).

Nei mesi che seguirono divorai il primo manga della mia vita con una voracità straziante. Quel fumetto si rivolgeva a una parte di me che non credevo di avere mai avuto, trattandomi come un adulto cui scuotere ogni certezza. Credo che Devilman sia stato scritto e disegnato da Go Nagai con lo scopo preciso di essere letto da un quattordicenne per trasformarlo in un uomo.

Quando vidi quei brandelli di cadavere innalzati sulle picche e Akira Fudo abbracciare quella testa mozzata, simbolo della fine di ogni suo rapporto con la cosiddetta “umanità”, non credevo ai miei occhi. Ancora mi aspettavo da un momento all’altro, che so, che fosse tutto un sogno, un reboot, un deus ex machina, qualcosa, accidenti!

E invece, poco dopo, uscì l’ultimo, straziante albo, e la serie morì.

Non morì per scarse vendite, ma morì perché quella era la sua fine naturale, perché senza quella fine tutta la storia non avrebbe avuto alcun senso.

“Nostra sora morte d’una serie, da la quale nulla historia a fumetti dovrebbe skappare”.

Il mio primo manga fu Devilman e fu allora che imparai che una serie a fumetti poteva finire e che anzi, una fine poteva essere bellissima.

Da Akira a Peter, e ritorno

Ora qualcuno forse conoscerà la canzone di Elio “Mio Cugino”. Favoriamo il video.

Ecco, immaginate che io vi venga a raccontare che mio cuggino una volta è morto.

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Poi un’altra volta è ancora morto e stava nel bozzolo;

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poi mio cuggino aveva una fidanzata bionda che una volta è morta;

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poi aveva anche un migliore amico che una volta è morto;

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e anche il papà del suo migliore amico una volta è morto;

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poi mio cuggino s’è sposato con una modella, che una volta è morta con l’aereoplano; e ha una zia che una volta è morta;

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poi una volta è stato sposato; poi mio cuggino una volta ha fatto un patto col diavolo. E una volta s’è messo un vestito che era alieno. Anche il vestito alieno una volta è morto. Mio cuggino è stato punto da un ragno radioattivo che una volta è morto. Ah, e poi mio cuggino un’altra volta ancora è morto, ma nessuno se ne è accorto perché nel suo cervello è entrato un tizio che, beh, una volta è morto.

Mio cuggino si chiama Peter Parker. La sua serie a fumetti non è mai morta. E quando devi fargli succedere qualcosa per circa 50 anni, più volte al mese, senza mai vederne la fine, beh, questo è quello che capita.

Capita che la serie non sarà mai morta, ma tutto quello che c’era dentro, quello una volta è morto.

Il punto, dicevamo, è che ci vuole un gran coraggio ad amare la Morte.

Non solo Parker

Per fortuna gli americani non sono soltanto mieicuggini. Sì, di norma qualsiasi serie venda abbastanza sopra al punto di pareggio è deputata al proseguimento ad libitum. Qualsiasi. Cioè, Witchblade è arrivata al n. 187!

Però Watchmen finì dopo 12 numeri. Non uno di più: e non perché non vendesse. Non perché la DC non avesse provato a farla continuare. Watchmen finì perché i suoi autori ritenevano che una buona storia non è poi così tanto buona se non contempla una fine.

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perchè era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso i suoi gusti a nessun figlio

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perché era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso a nessuno il suo corredo genetico.

(Bisogna dire che Dave Sim, nel pubblicare il suo Cerebus, già nel 1976 disse che avrebbe avuto una fine: ma avendola datata al numero 300, non fa testo).

Watchmen rappresenta, almeno per quanto riguarda le serie mainstream americane (cioè il 99% del mercato) un cambiamento fondamentale nel modo di concepire il fumetto dell’industria americana: dalla concezione McDonald alla concezione Karamazov.

La concezione McDonald concepisce gli albi come hamburger: basta impacchettarli tutti più o meno alle stesso modo, metterci un marchio sopra e voilà, venderanno sempre a prescindere. In questo ambito gli autori valgono più o meno come il cuoco del fast-food: se fa male, è licenziato, se fa bene, non è licenziato. Quello che conta è il brand: Spider Man, Batman, X-Qualcosa. I personaggi scompaiono e non importa più cosa gli accada: sono un’etichetta da attaccare. Il prototipo del personaggio McDonald, nemmeno a dirlo, è lui:

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La concezione Karamazov concepisce invece le storie come un’unità irripetibile che ha un’inizio e una fine. Gli autori valgono come Dostojevskij: se non ci fosse stato lui non ci sarebbe stata l’opera. Pioniera in questo campo fu Karen Berger con la sua Vertigo e coraggiosissima fu la scelta di porre fine al Sandman di Gaiman, serie di punta dell’etichetta DC che garantiva buoni guadagni e che fu comunque chiusa. Un fumetto seriale, di successo, che non ha avuto paura di sacrificare il guadagno all’importanza di dare un senso alla storia, chiudendola quando era giunto il momento narrativamente giusto.

Tra queste due concezioni c’è una via di mezzo, la McDonald-Karamazov. L’autore prende il personaggio e A: ne fa quel che vuole, purché sia un What If (ad esempio Il ritorno del Cavaliere Oscuro), e B: ne fa quel che vuole, purché alla fine ci restituisca il personaggio pronto per altre storie (per decenni la serie di Devil è stata gestita in questo modo).

In tutti e tre i casi la nostra cara Morte, la Morte, la Morte, la Morte puttana, è la discriminante: tutte le serie che prevedono una fine sono serie Karamazov, tutte le altre sono serie McDonald. Persino le case editrici si sono ormai polarizzate: le big two insistono sulla filosofia McDonald mentre le altre, prima tra tutte la Image (con le dovute eccezioni), editano solo storie a termine.

E il bello è che per gli autori, andare a scrivere per Marvel e DC non è più un punto di arrivo ma, piuttosto, un trampolino di lancio. Se funzioni sulle serie McDonald ti paghi il mutuo, ti fai un nome e poi puoi permetterti il grande salto verso la tua serie Karamazov, che ti dà libertà, soddisfazione, e diritti d’autore sulle trasposizioni televisivo-cinematografiche.

Salve, sono Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

Ciao, mi chiamo Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

 

Se l’America starnutisce, l’Italia prende il raffreddore

E l’Italia, come sta messa?

Sempre restando nell’ambito mainstream (leggi Bonelli, ma anche Astorina e Max Bunker Press) la concezione McDonald è stata rigida e dominante molto più a lungo di quanto sia accaduto negli Stati Uniti. Praticamente la totalità delle serie italiane da edicola usciva con lo specifico intento di arrivare a +Tex con la numerazione, e il pubblico italiano, ormai, considera la chiusura un vero e proprio smacco, come la retrocessione. Basti pensare agli alti lai lanciati per la chiusura di serie come Saguaro e Adam Wild.

Pionieri nel campo furono case editrici come la Eura editoriale e la Star Comics, che nel corso degli anni ’10 del terzo millennio si lanciarono in proposte che adoravano la Morte nel modo più corretto.

L’Eura con John Doe (a breve ristampato per la BAO), e, in seguito, con Detective Dante, sperimentò un formato editoriale più snello e una concezione a “stagioni”, con diversi falsi finali seguiti, infine, da un finale vero, con il numero 99.

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Non è un caso che in due delle serie fin qui citate, John Doe e Sandman, la Morte sia un personaggio vero e proprio

La Star Comics dal canto suo riempì le edicole con vere e proprie miniserie in formato Bonelli, alcune delle quali restano nel cuore di chi le ha lette.

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista.

 

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri.

Se tre indizi fanno una prova, il legame stretto che si crea tra quei fumetti che, per primi, hanno osato presentarsi come opere conchiuse, opere-Karamazov, e la Morte come concetto o protagonista non deve essere un caso.

Star Comics e Eura hanno smesso di fare questo tipo di proposta. D’altra parte per confezionare un albo popolare italiano, con tutte quelle pagine, quella cura, e il delirante sistema distributivo, ci vogliono spalle fortissime, grandi professionalità e bei soldoni da investire. Troppi per le disponibilità delle due case editrice, ma non per realtà più importanti come la Panini Comics e, infine, della Bonelli che sembra più avanti dei suoi stessi lettori.

Da anni, infatti, la Bonelli sembra aver imparato la lezione e ha sposato la filosofia Karamazov (ben prima dell’arrivo di Recchioni: guardate che non tutto quello che non vi piace è colpa sua, eh). Alcune tra le serie migliori degli ultimi anni sono nate come miniserie e, se non ci inganniamo, un giorno la filosofia-Karamazov balzerà in testa alla classifica, mentre le serie McDonald saranno sempre meno.

Laddove però noi fumetti la tendenza sembra in parte andare verso la concezione Karamazov, sia detto per inciso che nel cinema si va esattamente in direzione opposta.

Saghe che sembravano chiuse perfettamente sono state riesumate con l’intento di renderle infinitamente riproducibili; e se vi viene in mente Star Wars, ci avete azzeccato. Ma l’opera di Lucas è solo uno dei tentativi di riportare in vita quello che era meglio tenere “morto”. L’ultimo Indiana Jones, il nuovo Ghostbusters; e, più tardi ma mai abbastanza, il già annunciato ritorno di Harry Potter.

Alla fine della fiera, il sottoscritto ha utilizzato un metodo tutto personale per far finire l’infinito: smettere di leggere nel punto più adatto. E in fondo, per quanto oggi mi strapperei le palle degli occhi piuttosto che leggere un altro albo dell’Uomo Ragno; in fondo, dico, è bello sapere che è ancora lì, pronto a riempire gli occhi di altri bambini troppo poveri per comprarsi lo smartphone.