Rumiko Takahashi

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Ranma 1/2

Torna Quel gran pezzo dell’Ubalda, la rubrica di critica fumettistica dedicata all’analisi di singole pagine di straordinario valore: stavolta è il turno della commedia degli equivoci Ranma 1/2 di Rumiko Takahashi, che quest’anno festeggia il 30esimo anniversario.

I precedenti articoli di questa rubrica sono consultabili a questo link.


Non c’è alcun dubbio sul fatto che Ranma 1/2 sia stato e sia tuttora uno degli ambasciatori più importanti per la diffusione della cultura del manga fuori dal Giappone. Chiunque abbia anche solo una vaga idea del mondo otaku ha certamente letto qualche pagina del fumetto, o visto un episodio del cartone animato, o comunque sa dell’esistenza di Ranma 1/2 e lo conosce a grandi linee. È più di un titolo celebre: è iconico.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Una parte minima del cast di Ranma 1/2, qui raffigurata in maniera molto appropriata come una troupe di artisti circensi.

Il suo eccezionale ruolo di testimonial è dovuto a un allineamento planetario di fattori che lo hanno reso il titolo giusto al momento giusto.

Per prima cosa Ranma 1/2 è capitato nel momento più propizio possibile per l’esportazione internazionale. L’opera è stata infatti pubblicata a puntate con enorme successo da Rumiko Takahashi sulla rivista Shounen Sunday fra il 1987 e il 1996, cioè proprio contemporaneamente ai primi tentativi di diffusione del manga in Occidente sbocciati a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questa felice coincidenza ha reso il fumetto un prodotto molto spinto dalla casa editrice giapponese Shougakukan e molto ambito da quelle straniere: Granata Press lo pubblicò in prima edizione straniera in Italia dal 1990, poi Viz Media negli USA dal 1992, Glénat in Francia e Planeta DeAgostini in Spagna dal 1994, e così via.

La prima e l'ultima edizione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi sulla rivista "Mangazine" e in volume.

La primissima e l’ultimissima apparizione di Ranma 1/2 in Italia: a sinistra il quarto numero di Mangazine del giugno 1990 che conteneva il capitolo con l’arrivo di Ryoga, a destra la nuova edizione edita da Star Comics a partire da novembre di quest’anno in occasione del 30ennale della serie.

Ci sono poi numerosi espedienti tecnici che sono stati sfruttati dalla Takahashi in Ranma 1/2 al massimo delle loro possibilità.

È un fumetto episodico: questo lo rende fruibile sempre, a partire da un punto qualunque e in un ordine qualunque, senza preoccuparsi della continuity.
La continuity è minima: né la trama né le psicologie dei personaggi evolvono, e le vicende sono arricchite solo dal continuo aumento dei personaggi.
I personaggi sono tutti fissi, caratterizzati in maniera definita, immutabile e progressivamente più assurda, arrivando a vette di non-sense totale considerando che fin dall’inizio sono già totalmente assurdi i protagonisti.
I protagonisti Ranma & Akane sfruttano lo stratagemma narrativo standard noto come URST (UnResolved Sexual Tension), ovvero la palese presenza di attrazione romantica che però non si concretizza mai e non si arriva mai a conclusione.
Non si arriva mai a conclusione perché la trama non esiste: tutto quel che bisogna sapere viene spiegato in un flashback da sei paginette nel secondo capitolo e stop.

La trama è un altro degli aspetti vincenti di Ranma 1/2, il che è paradossale essendo un’opera di durata decennale però riassumibile in poche parole. Ranma è un atleta di arti marziali che in Cina è caduto in una fonte maledetta e da allora muta in donna quando si bagna con l’acqua fredda e non torna uomo finché non si bagna con l’acqua calda; la situazione genera infiniti qui pro quo con la promessa sposa Akane, con i compagni di scuola, e con altri soggetti caduti in altre fonti maledette. Di meno: Ranma si trasforma per magia in uomo o donna a contatto con l’acqua calda o fredda, e questo rende la sua vita rocambolesca. Di meno ancora: Ranma cambia sesso quando si bagna, ilarità ne consegue.

L’estrema semplicità di base contribuisce al successo trasversale universale del fumetto. L’autrice Rumiko Takahashi dichiarò di aver avuto in mente di realizzare una storia con protagonista un ermafrodito da ben prima di iniziare Ranma 1/2, ma l’idea assolutamente geniale che fa brillare quest’opera è stata quella di abbinare la più assurda delle situazioni, ovvero il cambio di sesso continuo, con la più quotidiana delle situazioni, ovvero il contatto con l’acqua. Questo (di nuovo) paradossale dualismo fra il massimo dell’impossibile e il massimo del possibile rende Ranma 1/2 un fumetto comprensibile da chiunque e destinato a tutte le età, tutti i generi, tutte le condizioni sociali, tutte le culture, tutti i tempi, tutto il mondo.

Ma nonostante la leggibilità universale del fumetto, (ancora) paradossalmente un altro punto di forza di Ranma 1/2 è di essere una vetrina della cultura giapponese. Le arti marziali, i doujo, la scuola, i club scolastici, le case tradizionali, i bagni pubblici, i nikuman, il ramen, la macchina per cuocere il riso, gli okonomiyaki, il cibo cinese, i lungofiume, il jinbei, le divise scolastiche, gli ideogrammi, i kimono, gli animali carini… Una quantità enorme di aspetti della vita quotidiana giapponese viene veicolata da Ranma 1/2 nella maniera più naturale possibile.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Quanti occidentali hanno scoperto dell’esistenza delle terme e dei bagni pubblici giapponesi tramite Ranma 1/2, e in particolare con la famigerata puntata Sfida ai bagni pubblici?

C’è poi un aspetto della vita quotidiana giapponese che è stato invece rivoluzionato da Ranma 1/2: la percezione della donna. Come è stato notato da svariati studi, l’opera della Takahashi è lo step femminista più importante dai tempi del Gruppo del 24, e propone per la prima volta consapevolmente nella letteratura giapponese fumettistica (e non solo) donne realistiche che si arrabbiano, sono pigre, rifiutano il romanticismo, hanno intenti risoluti, mangiano, sono sessualmente mature, e in generale non si comportano in maniera diversa dagli uomini. In compenso non c’è un solo personaggio maschile che non sia tarato da un qualche vizio di forma. È un processo di riscrittura dei ruoli di genere portato avanti dalla Takahashi negli anni ’80 insieme col suo grande amico e collega Mitsuru Adachi e ancora in corso.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Genma-panda, Soun, Ranma, Ryoga-porcellino e Happosai insieme con le tre sorelle Tendou, rappresentative di tre tipi umani da commedia dell’arte: Kasumi dolce casalinga, Nabiki conta i soldi e Akane grazioso maschiaccio.

Essendo Ranma 1/2 un fumetto l’aspetto grafico non può essere trascurato, e anche questo è un grande asso nella manica dell’autrice. La Takahashi nel 1978 aveva già consegnato alla leggenda del manga un personaggio graficamente iconico come Lamù, e nel 1980 disegna la casalinga perfetta Kyoko Otonashi di Maison Ikkoku. Con Ranma 1/2 però il livello grafico sale al massimo qualitativo della sua autrice, che dalla successiva opera Inuyasha in poi perderà la squisita morbidezza del pennello che caratterizzava questo periodo. Cresciuta sotto l’influenza di Ryouichi Ikegami e dei fumettisti della rivista Garo come Yoshiharu Tsuge, la Takahashi ha sempre e solo usato il pennello per dipingere le sue tavole, e alla fine degli anni ’80 la sua mano raggiunge i massimi esiti.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Nelle illustrazioni la Takahashi sfrutta il colore in maniera ricca, spesso ironica, sempre efficace. La bicromia dei capelli di Ranma maschio e femmina è un tocco di genio tipografico.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Nelle pagine del fumetto il tratto morbido tipicamente anni ’80 con corpi burrosi e vestitini prémaman si sposa con momenti di inaspettata leggerezza ed eleganza.

Infine un aspetto apparentemente minimo e invece basilare per la riuscita commerciale dell’opera: il titolo perfetto. Ranma 1/2 è il titolo perfetto: né troppo lungo né troppo corto, uguale in tutto il mondo, non necessita di traduzione, suona benissimo, criptico ed esplicito insieme, contiene un termine giapponese (esotico) e uno matematico (ordinario), e riassume persino la trama.

Inoltre il termine “ranma” è un gioco di parole multiplo carpiato. Com’è stato spesso osservato, in base alla scelta degli ideogrammi può essere la parola 乱麻 ranma che vuol dire “anarchia, caos”, oppure un nome proprio sia maschile sia femminile; nel caso di Ranma, il suo nome è scritto 乱馬, cioè “confusione” e “cavallo” (in riferimento al suo codino). Anche il cognome Saotome, solitamente non analizzato, è molto interessante. Per prima cosa la parola 早乙女 saotome vuol dire “mondina”, cioè una ragazza che sta sempre immersa nell’acqua fredda. La parola inoltre è composta da 乙女 otome “fanciulla” e 早 haya che solitamente vuol dire “presto”, ma quando non è coniugato (come in questo caso) vuol dire “già”; in pratica il protagonista si chiama “Ranma che è già una ragazza (sempre in mezzo all’acqua)”. Infine, il 欄間 ranma è anche un elemento dell’architettura tradizionale giapponese, e precisamente quel pannello decorativo traforato fissato fra le travi e le porte scorrevoli che divide e insieme connette le stanze fra di loro.

Tre ranma in case tradizionali giapponesi.

Tre ranma: se ne trovano di più o meno decorati, ma sono comunque sempre traforati. Il ranma divide e insieme connette due stanze: due parti di un unico insieme, esattamente come le due identità di Ranma convivono nello stesso corpo.

Il tocco finale per rendere ancora più ambiguo e complesso il significato della parola ranma è che nel titolo giapponese è scritta non con gli ideogrammi, ma col sillabario fonetico, らんま, il che consente a ogni lettore di leggerci quel che vuole. Insomma, usando solo una parola e un numero Rumiko Takahashi riesce a convogliare già nel titolo una quantità incomparabile di significati stratificati.

Ma nonostante Ranma 1/2 possa vantare un tempismo perfetto, un meccanismo narrativo eccellente, un canovaccio semplicissimo, un concept universale, una capacità di diffusione culturale esemplare, una posizione femminista forte, una grafica memorabile e pure un titolo iconico, (sempre) paradossalmente non è stata nessuna di queste doti succitate a consentire a Rumiko Takahashi di portare avanti un fumetto comico per ben 407 episodi raccolti in 38 volumi pur senza uno straccio di trama, nemmeno minima, nemmeno nell’incipit com’era stato per la gara sportiva in Lamù. È la straordinaria qualità della narrazione sulle pagine del fumetto a generare quella lettura veloce, semplice, piacevole e al contempo ricca, divertente e indimenticabile di Ranma 1/2, tale da renderlo uno dei più importanti titoli in assoluto della storia del fumetto giapponese.

La qualità della scrittura di Rumiko Takahashi è magistrale e raggiunge in Ranma 1/2 livelli insuperati nel coniugare semplicità ed efficacia. Ne è un ottimo esempio una storia divisa in tre capitoli alla fine del volume 29: la sfida dei 10 yen fra Nabiki Tendou e Kinnosuke Kashaou. Si tratta di un episodio poco noto perché non ha per protagonisti Ranma & Akane e non è mai stato trasposto in animazione, ma rivela appieno tutto il talento della Takahashi.

[lettura da destra a sinistra]

Tavole di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

All’inizio della storia Nabiki Tendou viene presentata al lettore come una ragazza molto pragmatica: pensa solo ai soldi, è una tirchia incredibile e accetta la corte dei suoi spasimanti solo per sfruttarli cinicamente e avere benefici.

Vignetta di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Un misterioso personaggio però assiste alle gesta di Nabiki.

Tavole di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

È Kinnosuke Kashaou, accompagnato dal maggiordomo April (un pupazzo da ventriloquo) ed erede della scuola di combattimento Kashaou che consiste nel godersi la vita a spese altrui. Kinnosuke manda una lettera di sfida/invito a Nabiki: l’appuntamento sembra andare bene, ma quando torna a casa Nabiki scopre che l’edificio è tutto ipotecato (e il panda venduto a un circo) perché il genio della truffa Kinnosuke ha intestato ai Tendou tutte le spese folli compiute durante l’appuntamento.

Tavole di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Nabiki decide quindi di vendicarsi e sfida Kinnosuke invitandolo a uscire con lei, a condizione che il primo dei due che spenderà 10 yen dovrà pagare l’intero costo di questo e del precedente appuntamento. Fra costose cene, costosissimi divertimenti e costosissimissimi elicotteri a noleggio, riuscirà la spilorcia Nabiki a far scucire 10 yen allo spilorcio Kinnosuke?

I tre capitoli sono un susseguirsi serrato e instancabile di gag, letteralmente a ogni singola vignetta, con alcune trovate di puro genio fumettistico, come nelle prime due pagine del primo capitolo dove «per proteggere la privacy della vittima» il suo volto è censurato e la voce distorta (ovvero i suoi balloon sono scritti con un altro font). Ma non è tanto e solo il talento comico dell’autrice a mandare avanti la narrazione, quanto la sua capacità di convogliare questo talento nella maniera migliore possibile. Per farlo la Takahashi sfrutta al meglio le eredità shounen e shoujo e il ritmo grafico della narrazione.

Copertine della rivista "Garo" e del fumetto "Spiderman" di Ryouichi Ikegami.

La Takahashi ha dichiarato che le sue maggiori influenze artistiche derivano dalla lettura di fumetti prettamente shounen, come quelli di Garo (a sinistra), una rivista a dir poco alternativa pubblicata fra il 1964 e il 2002 che ha ospitato titoli come Kamui di Sanpei Shirato, Kitarou dei cimiteri di Shigeru Mizuki e Midori di Suehiro Maruo, tutte letture estremamente forti. In particolare, la molla che ha fatto scattare nell’autrice la fascinazione per i fumetti è stato Spider-Man di Ryouichi Ikegami del 1970 (a destra), versione nipponica del supereroe statunitense tutta dipinta a pennello.

Confronto fra "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi e "Le rose di Versailles" di Riyoko Ikeda, "Il poema del vento e degli alberi" di Keiko Takemiya e "Il cuore di Thomas" di Moto Hagio.

Al contempo però si è soliti dire che uno dei massimi meriti di Rumiko Takahashi è stato di riuscire a superare la dicotomia dei manga shoujo/shounen proponendo una terza via che li unifica: questo è evidente nella struttura grafica delle tavole, che risente tanto dell’organizzazione cinematografica rigorosa dei fumetti jidai-geki come Kamui, quanto di quella libera degli shoujo. Un esempio lampante è l’uso dei personaggi a figura intera che entrano nella pagina, a volte “camminandoci dentro”, scavalcando le vignette (sopra). L’espediente era comune già fra le autrici del Gruppo del 24, che lo usavano per far risaltare un personaggio sul resto, come ne Le rose di Versailles di Riyoko Ikeda, Il poema del vento e degli alberi di Keiko Takemiya e Il cuore di Thomas di Moto Hagio (sotto).

Questa fusione fra fumetto di trama e fumetto di personaggi uniti con il genere comico raggiunge un livello narrativo esemplare in una pagina del terzo capitolo.

Tavola di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

L’intera pagina è un’unica lunga gag autoconclusiva. Nella prima vignetta Nabiki chiede un anello come pegno d’amore e ha lì pronto con sé un distributore di anelli da 10 yen; Kinnosuke sta per comprarne uno, ma poi si accorge del cestino della spazzatura, stacca una scintillante linguetta da una lattina e la porge a Nabiki come «un anello d’amore che i soldi non possono comprare». Il commento di Ranma: «Che ostinato!».

Sembra una pagina assolutamente anonima con una sola gag, ma presenta in realtà un umorismo così articolato da essere scindibile in almeno cinque fasi:

  1. la gag inizia con una parodia romantica (la richiesta di un pegno d’amore)
  2. prosegue con una trovata da Looney Tunes (il distributore che spunta dal nulla)
  3. poi con una svolta umoristica pirandelliana (sentimento del contrario, l’immondizia contrapposta al gioiello)
  4. raggiunge l’apice con un motto di spirito freudiano (la giustificazione di Kinnosuke)
  5. e infine si chiude con il commento del coro greco (le parole di Ranma, che interpreta il punto di vista del lettore).

L’impostazione è assolutamente cinematografica, con le vignette che cambiano inquadratura con stacchi molto secchi e quindi ritmati, dal piano americano (quinta vignetta) al dettaglio (sesta vignetta), seguendo sempre con chiarezza i parlanti: la forma segue la funzione. Anche i due protagonisti hanno un che di cinematografico, essendo vestiti con gli abiti standard dei personaggi nei drammi sentimentali giapponesi anni ’70.

Al contempo la libertà di composizione delle vignette e del contenuto delle vignette stesse, compreso un oggetto esterno sospeso nella closure fra la sesta e la settima vignetta e un riquadro inserito all’interno della settima vignetta, rimandano a un tipo di esperienza narrativa più libera, segnalata anche dallo scintillio ironico dell’immondizia, che ha una sua onomatopea (“kira kira”, ovvero “brill brill”).

Quello che tiene uniti insieme l’umorismo, l’impostazione cinematografica e la libertà compositiva è il ritmo grafico narrativo, che in Ranma 1/2 raggiunge una sintesi perfetta di semplicità e funzionalità.

Analisi di una tavola di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Tutte le vignette della pagina sono strutturate secondo una semplicissima composizione grafica standard a V, tipica del repartee, in cui solitamente la parte alta è occupata dai balloon e quella bassa dai personaggi. Le vignette sono concatenate fra loro attraverso questo espediente grafico, e osservando la pagina intera si nota come il ritmo si alleggerisce progressivamente da più a meno fitto man mano che si va verso il basso: in termini cronologici, questo vuol dire che le prime vignette, anche se più numerose, si leggono più velocemente, mentre le ultime prendono più spazio sulla pagina e richiedono più tempo al lettore, allentando il ritmo e concedendogli una pausa.

Analisi di una tavola di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

La struttura a V è utilizzata anche per la composizione grafica degli elementi nelle vignette: leggendo Ranma 1/2 gli occhi del lettore si muovono costantemente secondo direttrici diagonali per seguire di volta in volta i dialoghi e i personaggi, la cui espressività del volto è necessaria alla compensione generale. Durante il percorso visivo sono inseriti degli elementi palesemente evidenziati con espedienti grafici (onomatopee, contrasto b&n, ingrandimento) per esaltarne l’importanza.

Ed ecco che il punto principale dell’intera arte dello storytelling di Rumiko Takahashi è proprio in questo costante ritmo a zig-zag: attraverso la forzatura continua degli occhi del lettore, l’autrice genera mini-cliffhanger a ogni singola riga di fumetto inducendo un senso di crescendo continuo che non si interrompe nemmeno alla fine della pagina. Tutte, tutte, tutte le vignette di tutte, tutte, tutte le pagine di Ranma 1/2 sono strutturate in una scala infinitamente ascendente tramite l’uso della struttura a V, del flusso narrativo a zig-zag e dei mini-cliffhanger. In questo caso, nella terza vignetta Kinnosuke sembra sul punto di spendere i fatidici 10 yen, ma nella quinta vede il cestino dell’immondizia; la quarta vignetta con le reazioni di Ranma & Akane quindi serve allo scopo esatto di esaltare il lettore, prendere tempo e spingere la quinta vignetta sul bordo della pagina per usarla come mini-cliffhanger.

Ranma 1/2 è composto da 38 volumi tutti in un crescendo continuo che non finisce mai, come in una sorta di scala Shepard narrativa, e in questo senso i contestati finali aperti che la Takahashi attribuisce alle sue opere sono perfettamente giustificati dal fatto che lo scopo della storia non è di arrivare a una conclusione, ma di evitare la conclusione.

Anche se Lamù è piu originale, Maison Ikkoku più romantico, La saga delle sirene più profondo, One Pound Gospel più commovente, Inuyasha più di successo, Rinne più alla moda e le storie brevi più interessanti, fra tutte le opere di Rumiko Takahashi Ranma 1/2 vanta un tempismo perfetto, un meccanismo narrativo eccellente, un canovaccio semplicissimo, un concept universale, una capacità di diffusione culturale esemplare, una posizione femminista forte, una grafica memorabile, un titolo iconico e soprattutto un’arte dello storytelling impeccabile che lo rendono un capolavoro che dopo trent’anni è ancora oggi fresco come il primo giorno, paradossalmente.

Ranma ½ New Edition n. 1: grosso guaio in casa Tendo

Dopo l’annuncio al Napoli Comicon 2017 il giorno tanto atteso sta per arrivare: l’uscita del n. 1 di RANMA ½ New Edition èdisponibile dal 2 Novembre 2017. Tutti pronti per la nuova, bellissima edizione, di uno dei capolavori della “Principessa del manga”, Rumiko Takahashi?

Un padre e un figlio, un panda e una ragazza, acqua fredda e acqua calda, arti marziali e sentimento: ecco gli ingredienti per introdurre il grande ritorno di RANMA 1/2, una serie che poteva scaturire solo dalla mente vulcanica di Rumiko Takahashi, che torna finalmente in fumetteria con una nuova edizione tutta da scoprire! Un bel giorno Soun Tendo, titolare di una palestra di arti marziali, informa le tre figlie che il suo vecchio amico Genma è in arrivo dalla Cina (dove ha trascorso un periodo di addestramento) insieme al figlio Ranma… promesso sposo a una di loro in seguito a un accordo tra i due padri! Ed ecco che, annunciati da un tremendo fragore, i due “ospiti” fanno irruzione in casa Tendo: niente sarà più come prima!

Dal 2 Novembre RANMA ½ New Edition n. 1 è disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Rumiko Takahashi è una mangaka giapponese, nata a Nigata il 10 Ottobre 1957. Probabilmente la più celebre autrice della scena manga contemporanea, ha al suo attivo una lunga serie di successi – tutti pubblicati da Edizioni Star Comics –, a cominciare da LAMÙ (1978) e proseguendo con MAISON IKKOKU (1980, disponibile in perfect edition), RANMA ½ (1987), INU YASHA (1996, disponibile in new edition), fino ad arrivare a RINNE, iniziato nel 2009 e attualmente in corso. Tra i mangaka più prolifici del Giappone, pubblica regolarmente editoriali di diversi argomenti sulla rivista «Shonen Sunday», la stessa che ospita le sue storie.

 

Tra gli altri volumi unici e serie di Rumiko Takahashi presenti nel nostro catalogo ricordiamo anche LAMÙ COLOR SPECIAL, KAGAMI GA KITA – LO SPECCHIO, IL BOUQUET ROSSO, GLI UCCELLI DEL DESTINO, RINNE, INU YASHA New Edition.

NEVERLAND 309

RANMA ½ New Edition n. 1

Rumiko Takahashi

13×18, B, b/n e col., pp. 352, € 7,00

Data di uscita: 02/11/2017, in fumetteria, libreria e Amazon

Isbn 9788822607102

Lamù Color Special: Lamù ci piaci tu!

Lamù è una icona assoluta per i giovani degli anni ’80. La bellissima aliena con i capelli verdi, le cornine e il costumino tigrato è entrata nell’immaginario collettivo dei giovani e ha trasmesso il suo fascino anche alle generazioni successive. Ma Lamù non è solo bellissima, è anche matta come un cavallo: come recita la sigla del celebre cartone animato, «nessuna al mondo è matta come lei».

Copertina di "Lamù Color Special" di Rumiko Takahashi.Che cos’è Lamù Color Special:

Lamù Color Special non è una riedizione del manga dal primo episodio all’ultimo, ma è una raccolta di episodi, per cui non aspettatevi di leggere il primo incontro tra Lamù e Ataru, ma una successione di episodi spesso non in ordine cronologico.

Il volume Lamù Color Special è composto da 300 spassosissime pagine, dove la maestra Rumiko Takahashi dà il meglio di sé come autrice e come disegnatrice. Il volume è una raccolta delle storie che la Maestra aveva colorato personalmente.

Il taglio è ovviamente comico, Lamù è la bella aliena proveniente dallo spazio che si innamora di Ataru, un ragazzo che frequenta le superiori, che a sua volta si innamora di ogni bella ragazza che vede passare.

Lamù era nata come personaggio secondario: Ataru doveva essere il protagonista assoluto, ma il grandissimo successo riscosso l’ha resa protagonista. All’interno del volume sono tanti i personaggi di contorno che negli episodi emergono e diventano di primo piano.

La maestra Takahashi in Lamù esprime al meglio il suo genio comico, con situazioni surreali, battute al fulmicotone, situazioni sexy e imbarazzanti, con doppi sensi audaci, che lo rendono un manga adatto a un pubblico adolescente e adulto.

I personaggi rispecchiano in pieno le caratteristiche e gli stilemi tipici dei protagonisti del periodo.

Ataru è pigro, indolente e sempre appresso alle gonnelle. Vuole sposare la compagna di scuola Shinobu e realizzare la sua vita felice. Per molti versi richiama Nobita, il protagonista di Doraemon, anche lui pasticcione a alle prese con creature soprannaturali.  Lamù invece rappresenta la rottura con l’immagine “stereotipata” della donna giapponese premurosa e sottomessa. Ama Ataru, ma non perde occasione di sgridarlo e inveire contro di lui con il suo carattere fumantino. Shinobu è l’eterna fidanzata, quella che ama, si dispera, piange e perdona ogni mancanza e ogni colpo di testa di Ataru, quella che non perde mai l’amore e la speranza di vedere realizzato il sogno della famiglia giapponese tradizionale.

La Takahashi ha un talento eccezionale per creare situazioni che portano scompiglio, giocare con la sessualità dei personaggi, prendere in giro i suoi protagonisti e giocare con le loro debolezze e i loro eccessi. In alcuni episodi eccede con il grottesco stigmatizzando i vizi umani, per poi farli crollare seppellendoli con una risata.

Illustrazione di "Lamù" di Rumiko Takahashi.

Leggere Lamù Color Special è un’esperienza davvero unica e divertente. La maestra Takahashi ha una ironia pungente e mai scontata che mette alla berlina i vizi umani e le credulonerie tipiche della cultura giapponese.

Tavola di "Lamù" di Rumiko Takahashi.Il volume è formato da 17 capitoli a colori, in appendice trovate una intervista alla Takahashi e i commentari della Maestra ai vari episodi.

Insomma un ottimo compendio per chi non ha mai letto la serie completa.

Lamù Color Special è una perla per la vostra collezione, un volume da leggere e sfogliare in qualsiasi momento dell’anno e che vi riporterà allegria anche nei momenti tristi.

Vi ricordiamo poi che Lamù e la sua follia sono anche disponibili su Man-ga!

Speriamo che il manga abbia un grande successo e la Star Comics ristampi a breve l’edizione integrale! Noi fan la aspettiamo!

What if… Yuri!!! on ICE disegnato da mangaka famosi

Il successo che sta avendo lo spokon Yuri!!! on ICE si avvicina sempre più a conquistare l’aggettivo “clamoroso”, e per adesso è già a “incredibile”. Basti ad esempio il fatto che nella prima settimana di vendita i DVD e Blu-ray hanno superato le 50’000 unità: una cifra incredibile considerando che persino i blockbuster tipo Sword Art Online arrancano sulle 10’000, incredibile considerando che è una serie rivolta al pubblico femminile più sparuto di quello maschile, e incredibile considerando che è il primo anime non yaoi a presentare anche relazioni omoaffettive narrate con naturalezza e non per il service sessuale. Yuri!!! on ICE è un anime sportivo ben fatto in cui la storia d’amore tra allenatore e sportivo nasce e cresce non tra uomo e donna, ma tra due uomini: incredibile.

Schizzo di Mitsurou Kubo per il cofanetto DVD/Blu-ray di "Yuri!!! on ICE".

Lo schizzo della fumettista Mitsurou Kubo per il cofanetto DVD/Blu-ray di Yuri!!! on ICE. L’anime è stato interamente ideato, scritto e disegnato dalla Kubo nonostante non ne esista (ancora) il fumetto.

Questa esplosione di popolarità per un anime dedicato a uno sport relativamente poco popolare come il pattinaggio sul ghiaccio ha portato il fandom giapponese a celebrate la serie al suo solito modo, ovvero usando la creatività. Oltre alle comuni doujinshi, che pure ovviamente ci sono, sono partiti su Twitter vari hashtag dedicati alla serie, il più divertente dei quali è un what if dedicato alla reinterpretazione di Yuri!!! on ICE con lo stile grafico di mangaka famosi. I risultati si possono ammirare seguendo il relativo hashtag, ma sono così tanti che DF ha selezionato quelli più interessanti e ispirati a fumettisti noti in Italia, divisi in quattro categorie: classici, commedie, shounen e shoujo. I tweet originali sono linkati sul nome dell’autore omaggiato.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Osamu Tezuka.

Per prima cosa non si poteva non iniziare con il padre fondatore del manga come lo si intende oggi: Osamu Tezuka, qui reinterpretato con il suo stile grafico morbido per rappresentare il combattivo pattinatore russo Yuri Plisetskij.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Shigeru Mizuki.

Altro nume tutelare dei manga è Shigeru Mizuki, il fumettista stranoto al grande pubblico in patria per la sua esplorazione dei mondi del sovrannaturale giapponese con la sua serie storica Kitarou dei cimiteri: qui anche il cast di Yuri!!! on ICE prende sembianze spettrali.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Fujiko Fujio.

Coi suoi occhiali e il suo modo di fare bislacco Yuri Katsuki non poteva non ispirare fanart nello stile del quattrocchi comico più celebre dei manga, ovvero il Nobita di Fujiko Fujio: in alto c’è scritto il nome di un ciuski di Victor/Doraemon, ovvero i “pattini per chiunque dovunque”.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Rumiko Takahashi.

Dopo tre classici, tre autori di commedie. Nonostante i cambi di temi e di stili che hanno generato reazioni discordanti fra i fan, un posticino per Rumiko Takahashi si trova sempre nel cuore di ogni otaku, e il suo stile anni ’80 è ancora oggi splendido.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Mitsuru Adachi.

Un altro figlio degli anni ’80 è Mitsuru Adachi, uno dei massimi autori giapponesi per gli spokon e non solo.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Yoshito Usui.

Un autore anni ’90 è invece Yoshito Usui, il cui divertentissimo Crayon Shin-chan ha avuto una vita travagliata in Italia, ma è un must assoluto in Giappone.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Hirohiko Araki.

Quanto agli shounen, il genio assoluto: ovviamente il folle Hirohiko Araki, la cui opera iconica Le bizzarre avventure di JoJo nel 2017 compie 30 anni.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Yoshikazu Yasuhiko.

Un altro caposaldo della cultura pop giapponese è Yoshikazu Yasuhiko, che ha consegnato alla storia il rivoluzionario design di Mobile Suit Gundam.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Suzue Miuchi.

Infine, in rappresentanza degli shoujo due grandi miti: il primo è quello ultracinquantennale de La maschera di vetro di Suzue Miuchi, ancora lungi dal concludersi.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Naoko Takeuchi.

L’altro è quello di Sailor Moon di Naoko Takeuchi, che ha festeggiato il suo ventennale con una nuova serie tv dai giudizi contrastanti.

In tutto il mondo Yuri!!! on ICE ha conquistato la stima dei pattinatori professionisti, e pattina che ti pattina Yuri è arrivato anche in Italia grazie alla trasmissione sottotitolata sulla piattaforma Crunchyroll (fra l’altro #ceancheunpodItalia col personaggio di Michele Crispino): un’ottima alternativa divertente e romantica al baseball e al calcio, per gli amanti degli anime sportivi e non solo.

Unmei no Tori – Risate e misteri

Ecco il secondo volume autoconclusivo di Rumiko Takahashi edito dalla Star Comics. Unmei no Tori è certamente un volume più spensierato di Kagami ga kita, sia per tematiche sia per disegni.

Unmei no Tori è una raccolta di storie brevi. I protagonisti sono persone di mezza età o comunque sposate, quindi con delle responsabilità, non sono ragazzini al loro primo amore. E forse questa patina un po’ malinconica dona a Umnei no Tori quel tocco in più e quella comicità che strapperà più di un sorriso ai lettori.

La prima storia  è Positive Cooking. La massaia Takahashiana è una massaia felice nella vita matrimoniale ma che vuole qualcosa di più. Per questo motivo comincia a seguire un corso di cucina e a invitare le amiche a casa. Il nonnino di famiglia, ovverosia il suocero, comincia a sentire puzza di bruciato…e NO! Non sono dorayaki bruciati ma…la voglia di libertà della signora! Fino ad oggi la protagonista Haruyo ha badato all’anziana suocera, al suocero e al suo adorato marito Shinichi ma ora il vento di cambiamento fa tremare l’anziano, e se Haruyo piantasse tutto per diventare una star della cucina in tivù? Riusciranno i nostri uomini a tenersi stretta la cara Haruyo?

La seconda storia è Alla tua età. Un arzillo padre di famiglia sulla soglia dei sessant’anni perde la moglie e rimane vedovo. Il suo dolore però dura poco, ecco arrivare una giovane ragazza a ridestare gli umori del nostro vecchietto. Ma sarà vero amore? E i figli saranno contenti?

La terza storia è quella che dà il nome al volume: Gli uccelli del destino. Il protagonista è un barista anche lui di mezza età con una dote sovrannaturale: riesce a vedere degli uccelli fantasma che si posano sopra le persona a cui sta per succedere una disgrazia. In principio tenta di salvarli dal loro destino ma infine desiste, sembra che una volta che gli  uccelli del destino ti hanno preso di mira sei costretto alla disgrazia. Ma sarà davvero così? O ci sarà un modo per uscirne fuori?

La quarta storia è La lista delle felicità che potrebbe chiamarsi anche “Quanti danni fanno le corna”.  In un quartiere residenziale giapponese cominciano a crearsi incresciosi episodi, un piromane brucia gli usci delle case, si organizzano ronde notturne per cercare il colpevole. Chi può essere così spietato da bruciare uno zerbino? E cosa lo spinge a perpetrare questo orribile atto ogni venerdì invece di sfasciarsi di saké? Lo scoprirete leggendo questa divertente storiella.

Ultimo racconto è I dolori del vicino, che anche questo potrebbe essere chiamato “le corna del vicino sono sempre più lunghe”. Hazama si è trasferito da poco per lavoro lasciando la sua dolce mogliettina (incinta) lontana da lui. Qualcosa nel vicinato non quadra. L’amministratrice lo ammonisce riguardo a una vicina, che è poi la moglie del capo, dicendo che su di lei girano strane voci. Dopo qualche tempo Hazuma viene ricattato con delle foto compromettenti che potrebbero minare la sua pace coniugale e la sua vita lavorativa.

Le storie sono carine e divertenti, affrontano in maniera delicata e ironica la vita coniugale giapponese. Ovviamente non approfondiscono molto i temi della vita da sposati ma sono comunque spiritosi freschi ed interessanti. Queste storie brevi non sono ovviamente l’apogeo della carriera della Takahashi ma portano a un punto preciso, ovvero far divertire il lettore per due ore. Le storie sono naif e ti trasportano in un mondo fatto di piccoli imprevisti, situazioni melodrammatiche ed happy end degni della tradizione della adorata mangaka Takahashi.

Insomma se avete voglia di distrarvi con delle storie simpatiche non resterete delusi. Visti i protagonisti sarà adatto alle persone più mature ma anche i giovani apprezzeranno la comicità della Takahashi.

Kagami ga Kita- un divertissement per i nuovi lettori

Kagami ga Kita è una raccolta di storie brevi della mangaka Rumiko Takahashi. In questo volume ci vengono presentate cinque storie dal tema fantastico e sovrannaturale con sfumature gotiche. Non sono racconti con fate amorevoli, ma storie che degradano al nero e al grottesco.

I racconti parlano di persone comuni che a un tratto si trovano ad avere a che fare con qualcosa di macabro o innaturale che investe le loro vite.  

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Nella prima storia, che dà nome al volume, Lo Specchio, due ragazzini  hanno la capacità di assorbire la cattiveria nelle persone mediante, appunto, uno specchio che hanno sul palmo della mano.

La seconda storia, Revenge Doll, vede un mangaka che, alle prese con i classici problemi di lavoro, si vede recapitare una bambola che può maledire le persone, cosa potrà farci? Funzionerà? E sarà in grado di risolvere i suoi guai?

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Nella terza storia, Le mille facce di una stella, una giovane idol è coinvolta in un omicidio. Lei crede di aver assassinato un uomo e fugge braccata dalla polizia, mentre va in onda l’ultimo episodio del telefilm in cui è protagonista.

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La quarta storia, Un fiore carino, vede come protagonista una casalinga disperata, vittima di uno stalker che le manda fiori…puzzolenti! Suo marito è lontano, questa giovane cadrà in tentazione oppure rimarrà fedele?

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L’ultima storia, With Cat, vede come protagonisti due ragazzi adolescenti, ed è forse la più aderente allo stile di narrazione della Takahashi: i due giovani tontoloni sono alle prese con la maledizione di un gatto.

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C’è poi un piccolo extra in cui la nostra amata Rumiko parla dei suoi esordi come fumettista. La storia è davvero godibile e divertente e svela molti retroscena.

Per quanto riguarda il giudizio complessivo sull’opera, ci sono due chiavi di interpretazione. La  prima chiave è quella di chi ha già letto altre storie della Takahashi, ed è quindi abituato al suo estro e alla sua comicità: per questi lettori fedeli i racconti hanno poco mordente, non sono molto accurati e risultano poco incisivi. Pare che l’autrice non abbia voluto dare il massimo nelle storie brevi e il loro sviluppo lascia poco soddisfatti. Infatti i personaggi principali sembrano solo abbozzati e i secondari sfumati rispetto agli standard a cui siamo abituati.

Tuttavia chi invece è alle prese per la prima volta con la Maestra, troverà le storie horror al punto giusto e divertenti, le narrazioni brevi sono godibili e riescono a convincere il lettore meno smaliziato che riuscirà anche a farsi una risata in alcune scene. Non solo: gradirà moltissimo l’ultima storia sulla passione dell’autrice per i manga.

Il tratto della Maestra è sempre espressivo e peculiare, un suo perfetto marchio di fabbrica che la distingue dalle mangaka contemporanee. La cura della fisicità è buona anche se alcuni personaggi sembrano troppo simili tra di loro. La cura degli interni è evidente e rispecchia lo stile della classe media giapponese.

Insomma un volume che consiglio a chi viene dall’universo shoujo e vuole mettersi in gioco con un volume leggero di una grande maestra del manga giapponese.

 

Rumiko Takahashi nella “Eisner Hall of Fame”?

Il Comic-Con International ha annunciato che i giudici dei prestigiosi Eisner Awards hanno scelto due autori che entreranno nella Hall of Fame nel 2016. Questi sono Carl Burgos (il creatore della Torcia Umana) e Tove Jansson (Moomin). Tra gli altri 14 candidati altri quattro verranno introdotti . Questi i nomi: Lynda Barry, Kim Deitch, Rube Goldberg, Edward Gorey, Bill Griffith, Matt Groening, Jack Kamen, Francoise Mouly, George Perez, Antonio Prohias, P. Craig Russell, Jacques Tardi, Herb Trimpe e, appunto, Rumiko Takahashi.

Rumiko-Takahashi

Già nel 2014 la Takahashi aveva ricevuto una nomination per questo riconoscimento che fino ad oggi ha premiato solo quattro autori giapponesi: Osamu Tezuka (2002), Kazuo Koike (2004), Goseki Kojima (2004) e Katsuhiro Otomo (2012).

Rumiko Takahashi, Naoki Urasawa e tanti altri per i 35 anni di Big Comic Spirits

Quest’anno la rivista Big Comic Spirits della Shogakukan celebrerà il suo 35° anniversario con un numero speciale: il nono numero del 2016 infatti vedrà pubblicata una storia one-shot realizzata da più autori.

Big Comic Spirits 35 anniversario

Naoki Urasawa (Pluto, 20th Century Boys), Katsutoshi Kawai (Monkey Turn, Tomehane! Suzuri Kōkō Shodōbu), Kôji Kumeta (Joshiraku, Sayonara, Zetsubou-Sensei), Rumiko Takahashi (Inuyasha, Ranma ½), Keiko Nishi (Kyudo Boys, Katsu Curry no Hi), Akiko Higashimura (Kuragehime, Kakukaku Shikajika), Fujihiko Hosono (Crusher Joe, Gallery Fake) e Norifusa Mita (Dragon Zakura, Investor Z).

Inoltre Masami Yuuki (Patlabor) pubblicherà uno one-shot di Kyūkyoku Chōjin R.

Il primo numero di Big Comic Spirits e del 14 ottobre 1980 e sulle sue pagine sono state pubblicate le opere dei suddetti dedicate ad un pubblico più maturo:

Naoki Urasawa (20th Century Boys, Master Keaton, Happy!, Yawara!)
Katsutoshi Kawai (Tomehane! Suzuri Kōkō Shodōbu)
Rumiko Takahashi (Maison Ikkoku)
Fujihiko Hosono (Gallery Fake, Denba no Shiro)

Benvenuti in Giappone 03 – Aldiquà & aldilà

La religiosità giapponese non si riconosce in un singolo culto, bensì oscilla fra lo Shintoismo e il Buddhismo in virtù di un fenomeno storico noto come sincretismo, e solitamente si fa riferimento allo Shintoismo soprattutto per gli eventi gioiosi o quotidiani come nascite, matrimoni e preghiere, e al Buddhismo per le faccende luttuose o straordinarie come morti, cimiteri o esorcismi. In particolare, la versione giapponese della religione buddhista conosce due cerimonie funebri: la prima è il funerale, che si svolge uno o due giorni dopo la morte della persona (e successive veglia funebre, cremazione e inumazione nella tomba familiare) presso il tempio a cui è legata la famiglia del defunto, dove i familiari e solo i familiari si presentano vestiti rigorosamente ed esclusivamente di nero dalla testa ai piedi (una regola che in Occidente sta venendo meno, ma che in Giappone è ancora rigidissima), con la sola eccezione degli studenti che si presentano in divisa scolastica essendo considerata in tutto e per tutto un abito formale. Finito il funerale, i familiari vanno a mangiare tutti insieme un ricco pasto a casa o al ristorante; amici, colleghi e conoscenti del trapassato possono intervenire solo alla veglia, come si vede anche nel film del 2008 Departures: a loro la presenza nel tempio è vietata.

Confezioni di tè da regalare in occasione di cerimonie buddhiste.

Confezioni di tè da regalare in occasione di cerimonie buddhiste, aka funebri: si parte dai 30 € per arrivare ai 150 €.

La seconda cerimonia funebre è il cosiddetto Shijuukunichi, cioè “giorno numero 49” perché si svolge appunto il 49esimo giorno dopo la morte, giorno del decesso incluso, in quanto il 7×7=49esimo giorno è quello in cui l’anima del defunto raggiunge il luogo dove si trova il Buddha, l’equivalente orientale dei Campi Elisi. La cerimonia dello Shijuukunichi è molto più informale: i familiari si possono presentare vestiti come preferiscono, alla fine del rito in memoria del caro estinto ci si scambiano dei doni (tradizionalmente scatole di tè pregiato avvolte in stoffa viola, il colore del lutto per il Buddismo) e poi di nuovo si va a mangiare in allegria. Questo festoso convivio post-cerimonia deriva dal semplice fatto che per le famiglie giapponesi è molto raro trovarsi tutti insieme, dato che invece è storicamente molto comune, molto più che per quelle italiane, essere disperse per tutto il territorio nazionale, soprattutto per motivi di lavoro: le aziende tendono infatti a spostare i propri dipendenti in sedi quanto più lontane da quella dove sono stati assunti (non ho idea del perché).

La sigla iniziale della prima serie animata del 1968 di Gegege no Kitarou, la cui canzone, scritta da Mizuki in persona, è diventata così celebre da essere stata mantenuta anche nelle successive produzioni del 1971, 1985, 1996 e 2007.

Se lo Shijuukunichi è un evento gioioso, allora tanto vale festeggiarlo: il 17 gennaio 2016 cade lo Shijuukunichi di Shigeru Mizuki, morto lo scorso 30 novembre a 93 anni, una di quelle persone che ha letteralmente costruito l’intera cultura pop giapponese dal secondo dopoguerra in poi. Mizuki non era un cantante o un attore, ma uno scrittore e disegnatore: qualche volta ha fatto solo il primo mestiere, qualche volta solo il secondo, ma la maggior parte delle volte li ha svolti entrambi insieme scrivendo fumetti che oggi sono dei capisaldi mondiali della Nona arte, in particolare a tema bellico come il dramma Verso una nobile morte e a tema folk come la commedia Kitarou dei cimiteri. Dire che Mizuki è famoso in Giappone è riduttivo: è celeberrimo, e Kitarou dei cimiteri è una di quelle quattro-cinque cose che tutti, ma proprio tutti hanno letto almeno una volta nella vita, nonché il punto di partenza di tutti, ma proprio tutti i fumetti giapponesi a tema fantasy-horror, a partire dal di dopo successivo Bem il mostro umano per arrivare alla grande stagione horror anni ’80 col suo vertice nella saga delle sirene di Rumiko Takahashi, passando per Hayao Miyazaki e Yu degli spettri, fino al recente xxxHOLiC delle CLAMP e a tutti quei fumetti in cui i protagonisti vedono gli spiriti e chiunque altro no (ormai uno stereotipo), compresi quelli di shinigami tipo BLEACH.

La nascita dell’opera si deve alla fusione di vari elementi: tornato dalla seconda guerra mondiale, Mizuki cominciò a mettere su carta quelle storie fantastiche che la vecchia matta del paese gli raccontava da bambino, e integrandole con le leggende narrate nel kamishibai (una sorta di teatrino per bambini con figurine di carta al posto delle marionette) e con profondi e rigorosi studi di entoantropologia, le convertì dal 1959 al 1969 nel racconto episodico di Kitarou e di suo padre (resuscitato in forma di bulbo oculare antropomorfo), esseri sovrannaturali che abitano fra il mondo degli umani e quello degli spiriti. Il risultato è Kitarou dei cimiteri (o Gegege no Kitarou a seconda delle versioni), ovvero il più vasto, ricco e affascinante affresco sul folklore giapponese, un’opera di assoluto valore letterario, narrativo e documentario paragonabile alle raccolte dei fratelli Grimm o di Calvino, con la differenza che le storie raccolte da Mizuki non sono distinte fra loro, ma continuative poiché inserite in una cornice narrativa generale come nel Decameron di Boccaccio. Inoltre, Kitarou dei cimiteri illustra meglio di qualunque saggio tecnico quanto la popolazione giapponese viva a contatto diretto con l’aldilà. Non c’è giapponese giovane o vecchio che non creda nel sovrannaturale o che non abbia storie di personali incontri ravvicinati del terzo (se non addirittura del quarto) tipo con gli obake, che letteralmente vuol dire “i trasformati” ed è il nome generico per indicare qualunque tipo di ente non dimostrabile scientificamente, immateriale o no, diviso dai giapponesi nelle tre categorie principali:

  1. 幽霊 yuurei (“spirito flebile”), ex esseri umani la cui anima dopo la morte continua a vagare sulla Terra, l’equivalente dei fantasmi occidentali;
  2. 妖怪 youkai (“mistero inquietante”), ex esseri umani o animali che hanno sofferto una qualche terribile sofferenza e, spinti dalla rabbia o dall’odio o dal dolore o comunque da un motivo interno, si sono mutati in creature altre tramite l’intercessione del divino;
  3. 怪物 kaibutsu (“cosa misteriosa”), ex esseri umani o animali che per una maledizione, o l’interazione con il male, o il contatto con un oggetto, o comunque per un motivo esterno si sono trasformati in mostri; sono le creature della saga delle sirene della Takahashi, ma anche i mostri in senso occidentale e quindi anche le creature di Carletto il principe dei mostri, il cartone animato di Fujiko Fujio che non a caso in originale si chiama Kaibutsu-kun.

Mizuki si concentrò soprattutto sugli youkai, che sono le creature in qualche modo più drammaticamente e narrativamente affascinanti essendo il frutto di una mutazione generata dai sentimenti e dalle pulsioni umane, e questo gli ha consentito di scrivere per dieci anni un’opera ancor oggi continuamente adattata per il piccolo e il grande schermo, in animazione e anche dal vivo. Al lavoro di questo autore geniale, che da mancino ha reimparato a scrivere e disegnare con la destra dopo aver perso il braccio sinistro in guerra, il suo paesello natale nella prefettura di Tottori ha dedicato un grande museo e spazi celebrativi. Inoltre, vari luoghi a memoria sono sorti più o meno spontaneamente in diverse località del Giappone: uno di questi si trova a Kurashiki, amena cittadina storica della prefettura di Okayama.

Il quartiere Bikan chiku di Kurashiki è un unicum per l'archeologia urbana giapponese dato che presenta miracolosamente conservata una zona piuttosto vasta sopravvissuta negli ultimi secoli a incendi, terremoti, guerre, modernizzazioni e bombardamenti americani che in Giappone (per via dell'alta quantità di edifici in legno) hanno letteralmente raso al suolo le città, anche quelle non colpite da bomba atomica. Il quartiere è facilmente riconoscibile per la peculiare soluzione di rivestimento degli edifici, intonacati di bianco e poi decorati con quadrettature ortogonali o a 45°. Non fa eccezione il palazzo dove si trova lo spazio dedicato a Kitarou dei cimiteri, chiamato molto didascalicamente 妖怪 youkai "spirito sovrannaturale" + 館 yakata "palazzo" = 妖怪館 youkaikan "palazzo degli spiriti".

Il quartiere Bikan chiku di Kurashiki è un unicum per l’archeologia urbana giapponese dato che presenta miracolosamente conservata una zona piuttosto vasta sopravvissuta negli ultimi secoli a incendi, terremoti, guerre, modernizzazioni e bombardamenti americani, che in Giappone (per via dell’alta quantità di edifici in legno) hanno letteralmente raso al suolo le città, anche quelle non colpite da bomba atomica. Il quartiere è facilmente riconoscibile per la peculiare soluzione di rivestimento degli edifici, intonacati di bianco e poi decorati con quadrettature ortogonali o a 45°. Non fa eccezione il palazzo dove si trova lo spazio dedicato a Kitarou dei cimiteri, chiamato molto didascalicamente 妖怪 youkai “spirito sovrannaturale” + 館 yakata “palazzo” = 妖怪館 youkaikan “palazzo degli spiriti”.

All'ingresso si trova questa nostalgica saletta con arredamento di legno, sedie Thonet 214 e stufetta con bollitore dell'acqua calda come in Ranma ½ o Kamikaze Girls, dove bere birra locale accompagnata d'inverno da yaki'imo (patate dolci abbrustolite) e d'estate da kakigoori (l'equivalente della granita).

All’ingresso si trova questa nostalgica saletta con arredamento di legno, sedie Thonet 214 e stufetta con bollitore dell’acqua calda come in Ranma ½ o Kamikaze Girls, dove bere birra locale accompagnata d’inverno da yaki’imo (patate dolci abbrustolite) e d’estate da kakigoori (l’equivalente della granita).

All'interno c'è un bel negozietto che vende roba sia collegata a Okayama patria di Momotarou e delle pesche, sia a tema cartoni animati però declinati in stile Okayama patria del jeans: ecco quindi i prodotti ufficiali dello Studio Ghibli e di molti altri franchise realizzati a forma di pesca o in stoffa denim, le cui prime fabbriche giapponesi aprirono appunto in questa prefettura.

All’interno c’è un bel negozietto che vende roba sia collegata a Okayama patria di Momotarou e delle pesche, sia a tema cartoni animati però declinati in stile Okayama patria del jeans: ecco quindi i prodotti ufficiali dello Studio Ghibli e di molti altri franchise realizzati a forma di pesca o in stoffa denim, le cui prime fabbriche giapponesi aprirono appunto in questa prefettura.

In un angolo c'è una statua a grandezza naturale di Kitarou e suo padre che ci invitano a entrare. Il cartello recita "La magione dei mostri è al primo piano" (o secondo per il modo di contare dei giapponesi).

In un angolo c’è una statua a grandezza naturale di Kitarou e suo padre che ci invitano a entrare. Il cartello recita “La magione dei mostri è al primo piano” (o secondo per il modo di contare dei giapponesi).

Ed ecco quindi la scala per salire al primo/secondo piano (quello che è). La ringhiera di legno è foderata con quella tipica stoffa verde a riccioli bianchi vista in tanti cartoni animati (e spesso usata da ladri e ninja, chissà perché) e alle pareti sono appresi numerosi poster delle serie tv, film e quant'altro è stato tratto da Kitarou dei cimiteri.

Ed ecco quindi la scala per salire al primo/secondo piano (quello che è). La ringhiera di legno è foderata con quella tipica stoffa verde a riccioli bianchi vista in tanti cartoni animati (e spesso usata da ladri e ninja, chissà perché) e alle pareti sono appresi numerosi poster delle serie tv, film e quant’altro è stato tratto da Kitarou dei cimiteri.

Pareti dello Youkaikan di Kurashiki.

Eccoci al piano superiore. Il visitatore viene subito accolto da gadgettistica (tipo i cuscini a forma di testa di Kitarou o le cartoline) appoggiata a degli inquietanti shouji (pannelli scorrevoli di carta) da cui ci guardano innumerevoli occhi. Forse questo museo (chiamiamolo “museo”, ma ripeto, non è un museo ufficiale, ma uno spazio allestito in onore di Mizuki) è in riorganizzazione dato che fino a qualche mese fa c’erano molti più prodotti, nonché un angolo video dove un televisore trasmetteva a loop gli episodi del cartone animato. Per fortuna invece sono ancora presenti alle pareti le stupende stampe (non originali) in cui Shigeru Mizuki riprende i soggetti paesaggistici tradizionali delle immagini di viaggio ukiyoe, declinandoli secondo il suo gusto e inserendovi mostri che spaventano gli umani. Sono immagini di grande qualità grafica che svelano il profondo studio compiuto da Mizuki non solo sul folklore, ma anche sull’arte giapponese. Sotto le riproduzioni delle stampe c’è un oggetto così brutto che fa il giro e diventa bello: un orologio a forma di Padre/bulbo oculare immerso come suo solito a fare il bagno in una coppa di sake caldo (il modo tradizionale di berlo). Le tavole bianche rettangolari sugli shouji mostrano le creature fantastiche non inventate da Mizuki (cioè praticamente tutte a parte il ristretto gruppo dei protagonisti) e le fiammelle azzurre mettono a confronto l’iconografia degli spiriti con la loro rappresentazione nel fumetto.

Questa mappa mostra dove vivono alcuni youkai celebri nelle varie zone del Giappone. È bellissima.

Questa mappa mostra dove vivono alcuni youkai celebri nelle varie zone del Giappone. È bellissima.

Ma la parte più interessante (e anche abbastanza folle) del museo è la galleria fotografica, che non è una galleria di foto: è una galleria per farsi le foto. All'ingresso c'è questo tendone nei colori rappresentativi di Kitarou, le bande gialle e nere. Notare sul soffitto i lampadari a forma di Padre/bulbo oculare e il terrificante spettro chiamato 一反 ittan "unità di misura del terreno corrispondente a un decimo di ettaro (10×100 metri)" + 木綿 momen "cotone" = 一反木綿 ittan momen, che come tutti gli spettri di Mizuki è basato e documentato sul folklore popolare e, come dice il nome, è uno spettro in forma di lungo nastro di stoffa che vola e spira per le notti ventose. Nel fumetto Kitarou lo usa spesso come cavalcatura: inquietantissimo, ma non il più inquietante, che invece aspetta dentro.

Ma la parte più interessante (e anche abbastanza folle) del museo è la galleria fotografica, che non è una galleria di foto: è una galleria per farsi le foto. All’ingresso c’è questo tendone nei colori rappresentativi di Kitarou, le bande gialle e nere. Notare sul soffitto i lampadari a forma di Padre/bulbo oculare e il terrificante spettro chiamato 一反 ittan “unità di misura del terreno corrispondente a un decimo di ettaro (10×100 metri)” + 木綿 momen “cotone” = 一反木綿 ittan momen, che come tutti gli spettri di Mizuki è basato e documentato sul folklore popolare e, come dice il nome, è uno spettro in forma di lungo nastro di stoffa che vola e spira per le notti ventose. Nel fumetto Kitarou lo usa spesso come cavalcatura: inquietantissimo, ma non il più inquietante, che invece aspetta dentro.

Ecco l'interno: un corridoio stretto pieno di sagome dei personaggi, costumi, parrucche, maschere, scenografie, oggetti di scena, spettri ovunque, chincaglieria e prendipolvere vari. Lungo il corridoio sono distribuiti alcuni set, tipo quello con lo youkai più inquietante di tutti: il 塗り nuri "copertura" + 壁 kabe "muro" = 塗り壁 nurikabe "muro intonacato", che per via del gioco di parole del verbo nuru che indica " ricoprire" sia in senso reale sia metaforico, nurikabe può essere inteso sua come "muro ricoperto [di intonaco]" sia come "muro che ricopre [il malcapitato che ci si appoggia]". Il nurikabe è un muro che abbraccia, avvolge e pian piano assimila la persona che ci si appoggia. Brivido.

Ecco l’interno: un corridoio stretto pieno di sagome dei personaggi, costumi, parrucche, maschere, scenografie, oggetti di scena, spettri ovunque, chincaglieria e prendipolvere vari. Lungo il corridoio sono distribuiti alcuni set, tipo quello con lo youkai più inquietante di tutti: il 塗り nuri “copertura” + 壁 kabe “muro” = 塗り壁 nurikabe “muro intonacato”, che per via del gioco di parole del verbo nuru che indica ” ricoprire” sia in senso reale sia metaforico, nurikabe può essere inteso sua come “muro ricoperto [di intonaco]” sia come “muro che ricopre [il malcapitato che ci si appoggia]”. Il nurikabe è un muro che abbraccia, avvolge e pian piano assimila la persona che ci si appoggia. Brivido.

Allo Youkaikan non c'è il cartello "non toccare", anzi tutto è messo lì apposta per essere usato. Pareti e i mobiletti della galleria sono pieni di oggetti terribili come lampade e soprammobili di gusto macabro, e soprattutto tanti, tantissimi GATTI MORTI. Cioè, sono gatti di peluche, ma buttati lì per essere usati come oggetti di scena per le foto fanno veramente paura.

Allo Youkaikan non c’è il cartello “non toccare”, anzi tutto è messo lì apposta per essere usato. Pareti e i mobiletti della galleria sono pieni di oggetti terribili come lampade e soprammobili di gusto macabro, e soprattutto tanti, tantissimi GATTI MORTI. Cioè, sono gatti di peluche, ma buttati lì per essere usati come oggetti di scena per le foto fanno veramente paura.

L'ultima parte fotografabile della galleria è quest'angolo col vecchio-bambino e armadietti vari che non ho aperto. Il cartello in alto a sinistra recita "Sola andata per quel mondo": inutile dire che «quel mondo» è l'oltretomba.

L’ultima parte fotografabile della galleria è quest’angolo col vecchio-bambino e armadietti vari che non ho aperto. Il cartello in alto a sinistra recita “Sola andata per quel mondo”: inutile dire che «quel mondo» è l’oltretomba.

L'ultima parte della galleria è infotografabile (a parte se non si hanno adeguate attrezzature) perché è totalmente all'oscuro: è allestita come un cimitero pieno di lapidi, tele di ragno, ombrelli rotti, scheletri vari e anche qui ovviamente ittan momen e gatti morti a pacchi. L'unica fonte di luce sono delle fioche lucine di Natale blu e delle lampade sparse qua e là. Fra gli oggetti di scena sono presenti questo specchio dove appare un sorriso altrui e la casetta dove dorme il Padre.

L’ultima parte della galleria è infotografabile (a parte se non si hanno adeguate attrezzature) perché è totalmente all’oscuro: è allestita come un cimitero pieno di lapidi, tele di ragno, ombrelli rotti, scheletri vari e anche qui ovviamente ittan momen e gatti morti a pacchi. L’unica fonte di luce sono delle fioche lucine di Natale blu e delle lampade sparse qua e là. Fra gli oggetti di scena sono presenti questo specchio dove appare un sorriso altrui e la casetta dove dorme il Padre.

Insomma non un vero museo, ma più un posto dove passare un’oretta in allegria, nonché un buon modo per mantenere la memoria di Shigeru Mizuki, come giustamente merita, e addentrarsi nel mondo degli spiriti giapponesi che abitano sia questo sia l’altro mondo.


Una versione estesa dello stesso testo è pubblicata qui.

Benvenuti in Giappone 02 – Interno & esterno

La storia del genere umano ci insegna che i conflitti non avranno mai fine in un interminabile ciclo di corsi e ricorsi definiti dalle peculiarità dei popoli. Di queste peculiarità, la più forte è forse la religione dato che si propone di dare un senso a tutto quello che esiste (al contrario della scienza che vuole darne una spiegazione), e proprio perché si occupa di tutto quello che esiste la religione occupa un posto principale nella mentalità di un popolo. Non fa eccezione quello giapponese, dove la tradizione religiosa ha forgiato il pensiero di generazioni.

Se però in Occidente le grandi religioni monoteiste hanno influenzato le genti con la loro presenza del divino, in Giappone è stata la sua non presenza a caratterizzare le abitudini degli abitanti, tant’è vero che una buona parte degli stereotipi e dei modi di fare dei nipponici sono spiegabili dalla frase:

In Giappone Dio non c’è quindi nessuno vede il tuo dentro, ma tutti vedono il tuo fuori.

Per quanto possa sembrare spiazzante, a ben vedere questa è quella che, parlando di Giappone, è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Sette dèi della Fortuna.

Gli Shichifukujin, letteralmente “Sette dèi della Fortuna”, sono citati in molte opere come Lamù, mentre in altre come Yu degli spettri e Abenobashi sono presenti le Quattro bestie sacre.

La tradizione religiosa giapponese, ovvero lo Shintou “via del divino” (dove con «via» si intende “percorso iniziatico”, esattamente come il kendou è la “via della spada”) contempla un esteso pantheon di divinità che hanno le proprie storie e i propri intrecci narrativi esattamente come il pantheon degli antichi greci-romani, ed esattamente come per gli antichi greci-romani queste divinità se ne stanno in cielo o in mare o nei boschi e hanno un comportamento umano con umani vizi & virtù e non interferiscono con la moralità degli esseri umani, cioè non vedono dentro il cuore degli esseri umani, cioè per i giapponesi l’essere umano è libero dal giudizio divino. Questi vuol dire che mentre la caratteristica principale del dio delle religioni monoteiste occidentali è proprio il suo essere trascendente e immanente insieme, gli dèi giapponesi sono solo trascendenti e non bisogna rendere conto loro di nulla. Invece, ed ecco il nocciolo della questione, è agli altri che bisogna rendere conto, perché gli altri mi vedono e mi giudicano. Nessuno vede il mio aspetto interiore, ma tutti vedono il mio aspetto esteriore.

Ponyo e Sosuke in barca.

Ponyo e Sosuke salpano verso la morte, stando all’interpretazione alternativa del film.

L’assenza di Dio, di religioni oppressive e di chiese-marionettiste sembrerebbe il sogno di John Lennon, un mondo senza religioni, e invece paradossalmente la mancanza di un dio superiore con cui confrontarsi ha impedito quel processo storico per cui i cristiani, gli ebrei e gli islamici si sono riconosciuti tutti inferiori a Dio e quindi tutti suoi figli, tutti fratelli, tutti uguali. Che poi questa idea sia costantemente disattesa da continue guerre è palese, ma almeno il concetto c’è. In Giappone invece non c’è un dio sotto il quale tutti gli uomini sono uguali, anzi le diseguaglianze sociali sono terribili e la legge non è uguale per tutti (proprio nel senso forense dell’espressione), il che si è trasformato nei secoli in una ripidissima piramide sociale come in Occidente non si vede dai tempi dei vassalli, valvassori e valvassini. Eppure, l’assenza di un dio a cui rivolgere le proprie grida di dolore ha forgiato la popolazione giapponese alla resistenza a tutto. Se prima le scene post-tsunami nel film Ponyo sulla scogliera mi sembravano assurde e ridicole, con tutte quelle persone sulle navi tutte festanti nonostante avessero appena subito una catastrofe, oggi realizzo che non sono poi così distanti dalla realtà giapponese: i nipponici hanno questo modo di reagire davanti ai problemi con la parola shouganai che letteralmente vuol due “non c’è rimedio”, ma che si usa per dire “eh pazienza” o “che ci vuoi fare” o “ormai è andata così”.

Inutile stare a piangere, e non lo fanno: durante le alluvioni a Ibaraki dello scorso settembre, delle migliaia di sfollati visti in tv non c’è n’era uno che è uno che versava una singola lacrima. Anche gli anziani che avevano perso tutto, la casa, la terra, i ricordi di intere generazioni, al massimo raccontavano quanto si erano impauriti e preoccupati di riuscire a sopravvivere, ma non erano disperati, non piangevano gridando pietà a un dio e in generale tutti erano già nello spirito di rimboccarsi le maniche e ricostruire. La forza d’animo dei giapponesi è straordinaria, sono dotati di una tempra incredibile e di una volontà fuori dal comune, come i molti fumetti e cartoni animati sportivi mostrano da decenni: gli allenamenti disumani dei personaggi di Mimì e la nazionale di pallavolo o della Signorina in Punta al Top! GunBuster forse non vengono eseguiti davvero dai ragazzi giapponesi (o almeno lo spero per loro), ma sono un riferimento narrativo di primaria importanza per la formazione morale esattamente come lo sono le fiabe in Europa. Da questo punto di vista il culmine dell’insegnamento è dato da Tommy, la stella dei Giants, risalente al 1966 eppure ancora notissimo per l’incredibile e stoica tenacia con cui il protagonista affrontava i più duri allenamenti sotto la neve o indossando telai di molle per rendere più difficili i movimenti e fortificarsi, nonché per essere l’anime dove è stato inventato il cosiddetto chabudaigaeshi o table-flip, cioè l’azione di ribaltare il tavolino a causa di un improvviso accesso di rabbia come viene fatto dal padre di Tommy, e che in Giappone è diventato ormai così proverbiale e così noto da aver generato anche un campionato di ribaltamento del tavolino.

Non sono poi solo gli sportivi a impegnarsi al massimo: il tema del dare tutto sé stessi (evidentemente perché non c’è un dio che ti aiuta) è tipico anche degli shoujo manga, cioè dei fumetti per ragazze, rappresentato in pieno da Maya Kitajima, la protagonista de La maschera di vetro – Il grande sogno di Maya in sequenze impressionanti/deliranti come la preparazione al ruolo teatrale di una immobile bambola di porcellana per il quale Maya si riveste di una corazza di taglienti bambù così da impedirsi i movimenti.

Tommy in imbracatura.

Tommy is not amused.

Siccome in Giappone non c’è Dio, fino a prova contraria nessuno conosce veramente le mie vere intenzioni. Proprio per questo la lingua giapponese ha elaborato due paroline di basilare importanza per capire la società nipponica, o quantomeno il modo in cui essa vede sé stessa: hon’ne (“origine + suono = suono originale”) e tatemae (“costruzione + davanti = facciata”) sono le parole con cui i giapponesi identificano quello che veramente pensi di una cosa, ma non lo dici, e quello che dici pubblicamente di una cosa. L‘hon’ne te lo tieni per te, il tatemae è quello che fai quando conversi con gli altri, ed è un’abitudine così radicata da non avere mai, mai, mai la certezza di star parlando onestamente con il proprio interlocutore, a volte anche con le persone più intime e fidate. C’è sempre un tatemae che impedisce di scorgere l’hon’ne, che d’altronde è ignoto a tutti, compreso a Dio che non c’è e alle divinità che non leggono nel cuore. I fumetti e i cartoni animati hanno sublimato spesso questo tatemae: due esempi celebri e vistosi li si ritrovano nella “maschera di vetro” del già citato Il grande sogno di Maya e soprattutto nell’A.T. Field di Neon Genesis Evangelion, che non a caso sta per “Absolute Terror Field”, cioè la barriera invalicabile non tanto per una questione fisica, ma di personale e insormontabile fobia sociale, un elemento cruciale tramite il quale l’anime dello studio Gainax viene percepito dal pubblico giapponese come una storia di formazione più che di fantascienza.

Il mantenimento del tatemae è una necessità sociale assoluta di origine storicizzata come ben spiegato qui: mi limiterò a riportare il dato di fatto che, stando alle dichiarazioni dei giapponesi stessi (e alle storie brevi di Rumiko Takahashi), per gli uomini sposati avere l’amante è più comune che non averla, ma il fenomeno è tollerato perché finché non si danneggia effettivamente la moglie allora la relazione extraconiugale è accettabile. In Occidente si dice che per i giapponesi non esiste il concetto di peccato, ma non è vero: Dio non c’è quindi non esistono i sette peccati capitali cristiani, non esiste il peccato morale, ma esiste il peccato come colpa sociale dovuta al danneggiamento altrui, perché gli altri ti guardano e ti giudicano. Come dice Satsuki in X delle CLAMP, non si uccidono gli altri esseri umani perché poi porteresti danneggiamento ad altri esseri umani rendendoli tristi, e non perché compi un atto orribile che lacera la tua anima come dice il professor Lumacorno in quel corso di catechismo che è Harry Potter e il Principe Mezzosangue.

Satsuki eremita.

Satsuki l’eremita fa chiaramente parte degli Illuminati.

Se davvero Dio non c’è, per logica non è più il giudizio divino, ma bensì il giudizio umano, il giudizio altrui a definire il comportamento. Per questo i giapponesi tendono a mostrarsi sempre perfetti, e per questo anche le città giapponesi sono sempre pulite e ordinate, fra l’altro tenute pulite e tenute ordinate dai cittadini stessi e non dall’amministrazione cittadina (il che dovrebbe fare da esempio ai cittadini italiani, sempre in attesa che sia “qualcun altro” a svolgere il proprio lavoro). Un’altra conseguenza positiva del peso del giudizio altrui è che la microcriminalità è bassissima, ma in questo caso il rovescio della medaglia è l’inumana e sproporzionata umiliazione pubblica a cui viene sottoposto chi delinque, non solo i criminali, ma anche i ragazzini beccati a commettere piccoli furti. Forse questo dipende dal fatto che, come mi è stato detto una volta, «la base della società giapponese è la vergogna»: si è portati a non delinquere per l’incredibile gogna pubblica a cui si è sottoposti per qualunque sciocchezza. Poiché l’umiliazione con i vicini di casa, con i colleghi, con i compagni di scuola, con i genitori, con tutti gli altri può raggiungere livelli così forti, ecco che tutti tendono a dare il meglio di sé stessi, a impegnarsi di più, a studiare di più, a lavorare di più, in una competizione che porta il Giappone a eccellere a livello mondiale in molti campi, ma che al contempo non trova sfogo nella meditazione o nella consolazione religiose e che sfora nel patologico e nelle relative tragiche conseguenze, molto note anche agli occidentali e ai lettori di fumetti, come sa bene chi legge Bakuman. ripensando allo zio del protagonista.

Rei e Asuka in ascensore.

Ecco LA scena.

Per fortuna non tutti sono allineati su questa strada autodistruttiva: Eikichi Onizuka di GTO con aspetto malavitoso e cuore puro offre un modello virtuoso di superamento della convenzione sociale, e un altro insegnante tanto inquietante fuori quanto sensibile dentro è Korosensei di Assassination Classroom, così metaforicamente alieno alla società da essere un alieno vero e proprio. A ben vedere il dualismo fra dentro e fuori è forse uno dei temi in assoluto principali e più caratteristici della narrativa giapponese e, quindi, di fumetti e cartoni animati: i robot dentro umani e fuori meccanici, le maghette che cambiano di età o talento quando si trasformano, e gli orfanelli dall’aspetto angelico benché rosi dal tormento interiore sono esempi di come il mascheramento dell’aspetto interiore, sconosciuto agli dei e agli uomini, sia stato il cardine su cui si è mosso l’intrattenimento giapponese da mezzo secolo a questa parte. Il culmine è rappresentato ovviamente da Neon Genesis Evangelion, che è il culmine di molte cose, e le cui protagoniste Rei e Asuka sono i prototipi e al contempo i modelli perfetti dei tipi di personaggio noti rispettivamente come tsundere (fredda fuori, ma calda dentro) e yandere (brillante fuori e oscura dentro). Una continua recita, un continuo interpretare un ruolo, un continuo giuoco delle parti sul teatro della vita, lo stesso dell’episodio 26, i cui spettatori sono gli altri uomini e non Dio, perché in Giappone Dio non c’è.


Una versione diversa dello stesso testo è pubblicata qui.