Rovine

Come Odisseo nella terra dei Feaci

 Ospite, queste parole con animo amico le hai dette,

come padre a figliuolo: non le scorderò.

Ma adesso rimani, anche se il viaggio ti preme,

e preso un bagno e ristorato nel cuore,

gioioso torna alla nave, portandoti un dono

bello, di pregio, che ti sia mio ricordo,

come ne donano agli ospiti gli ospiti amici.

(Odissea, libro I, versi 307-313, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Telemaco si rivolge alla dea Atena, che gli si è presentata sotto le spoglie di un re per esortarlo a partire alla ricerca di notizie sul padre Odisseo, da tanti anni lontano da casa. Nelle sue parole il giovane esprime un dovere fondamentale della civiltà greca arcaica, ovvero l’ospitalità offerta allo straniero che, essendo “inviato” da Zeus, deve essere accolto, lavato, rifocillato, ascoltato secondo un preciso rituale e alla sua partenza deve essere salutato con uno scambio di doni per rinsaldare anche per il futuro e per i propri discendenti questo vincolo sociale. All’opposto, la violazione dell’ospitalità è considerata un reato grave e può persino scatenare una guerra, come quella di Troia, scaturita dal fatto che Paride, ospite alla corte di Menelao, non solo ha sedotto la moglie del re, Elena, ma l’ha pure portata via.

A distanza di millenni, nella nostra realtà quotidiana che cosa è rimasto dell’antico legame della xenia greca? Di certo si è rarefatto, ha perso la sua sacralità, è stato dimenticato o sostituito dai colloqui incorporei del web, tuttavia rimane essenziale per ognuno di noi intessere rapporti duraturi e reciprochi con altri individui che per caso o necessità incrociamo nel nostro percorso; è importante ristabilire le norme dell’accoglienza ospitale, basate sulla solidarietà e la generosità, come pure è bello dare e ricevere qualcosa in segno di amicizia. Per questo voglio raccontarvi le mie attività dell’anno scolastico appena terminato, nelle quali mi è capitato di conoscere persone nuove, ospitarle ed essere ospitata, scambiare dei regali materiali e immateriali, sempre con l’ausilio dei fumetti che da qualche anno ormai accompagnano la mia vita e il mio lavoro di insegnante.

 

 

Fumettisti in erba

Quando entro per la prima volta in una scuola che non conosco l’impressione iniziale nasce da un’esperienza liminare: ci sono atri freddi e vuoti in cui mi sento spaesata, e ingressi raccolti e animati in cui mi sembra di trovarmi in un ambiente familiare.

Quest’ultima è la sensazione che ho provato varcando la soglia della scuola media Da Vinci di Fermo, dove a febbraio ho tenuto la lezione conclusiva di un corso di fumetto organizzato in occasione della Settimana della creatività. Infatti, grazie al progetto realizzato a Belmonte Piceno, sono stata contattata da Giorgio Litantrace, giovane e attivissimo professore di questo Istituto, e dopo una lunga fase di preparazione in cui sono stati coinvolti gli altri due docenti del corso, Veronica Antonucci e Andrea Cittadini Bellini, finalmente ho avuto il piacere di spiegare a tanti ragazzi attenti, educati e curiosi alcune caratteristiche del medium, come il rapporto tra parole e immagini, e di illustrare dei fumetti, classici e recenti, a me particolarmente cari, come Contratto con Dio di Will Eisner.

Dopo la parte teorica è venuto il momento del disegno ed è stato entusiasmante notare con quanta voglia e passione i ragazzi hanno espresso la loro creatività e hanno veicolato attraverso meravigliose vignette e immagini (inserite in piccola parte in questo articolo) la spontaneità e la genuinità proprie dell’età preadolescenziale.

In questa esperienza credo di aver offerto ma soprattutto avuto numerosi doni, tra cui l’occasione di riflettere sul valore della comunicazione, intesa nel senso etimologico di «mettere in comune»: dalla pianificazione delle attività, al materiale per le lezioni, all’approvazione finale del corso, c’è stato un intenso scambio tra noi docenti allo scopo di rendere interessante e proficuo il nostro lavoro e lasciare un segno indelebile nelle menti degli alunni. Un altro aspetto significativo è stata la possibilità, per nulla scontata, di collaborare con un’altra scuola e di trovare in essa una sincera e cordiale accoglienza per la quale voglio esprimere ancora la mia riconoscenza; nella mia carriera di insegnante si è trattato di una gradita novità che spero possa creare legami ospitali e dare seguito a future iniziative.

I love latino

A gennaio per molti studenti di terza media è tempo di trovare la rotta per un nuovo viaggio che, come quello di Telemaco, li porterà a diventare adulti; per orientarli le scuole superiori organizzano degli incontri in cui è possibile visitare laboratori e strutture e avere informazioni sul piano di studio dei vari indirizzi. Quest’anno ho avuto l’opportunità di partecipare alle due giornate di orientamento della mia scuola, il Liceo Scientifico di Ascoli Piceno, con il compito di mostrare in pochi minuti la bellezza del latino a tantissimi giovani studenti accompagnati da genitori e altri parenti.

Con il prezioso supporto di alcune studentesse delle mie e di altre classi ho spiegato che il latino permea la nostra lingua e, per quanto ritenuto da molti difficile, inutile e ormai morto, continua a vivere tenacemente e a essere usato in molti modi, dall’account Twitter di Papa Francesco alla trasmissione radiofonica finlandese Nuntii Latini; insomma la sua rilevanza, malgrado la diffidenza o il disprezzo di tanti, è talmente grande e sentita che sono state tradotte nella lingua degli antichi Romani opere di ampia diffusione, tra cui i fumetti di Uderzo, dedicati alle avventure di Asterix e i suoi compagni, e il primo dei fortunati romanzi a fumetti della serie Diario di una schiappa.

Mi auguro di aver convinto coloro che mi hanno ascoltato o almeno di aver trasmesso nel breve tempo a disposizione una scintilla della mia passione per il latino, uno dei più grandi regali ricevuti dai miei genitori, che mi hanno quotidianamente infuso l’amore per la cultura, e dai miei eccezionali docenti, che me lo hanno pazientemente insegnato e fatto amare insieme con il greco.

Nelle mattinate dell’orientamento ho confermato la mia idea della scuola come realtà nella quale i ragazzi sono ricevuti e trattati come amati ospiti ma in cambio devono rispettare i loro doveri, impegnarsi, studiare per dare la giusta direzione ai piccoli passi che giorno dopo giorno, ostacolo dopo ostacolo, li porteranno a grandi risultati: per aspera ad astra, per mezzo delle difficoltà fino alle stelle, come dice il motto della mia scuola.

Viaggio in Oriente: andata…e ritorno

Non sono mai andata in Asia ma quest’anno l’Oriente “è venuto” da me per due volte.

Vi ho già parlato dell’incontro con Mario Pasqualini, che è stato ospitato dai miei alunni e ha portato a loro un inestimabile omaggio: la possibilità di immergersi nella cultura giapponese annullando per un po’ le distanze tra il loro mondo e quello del Sol Levante. La speranza di far seguire una collaborazione a distanza purtroppo non si è concretizzata ma il patto di ospitalità, nato dalla comune passione per i fumetti, è ormai stretto e la memoria rimane viva in attesa di tempi propizi per rivedersi.

Nelle ultime settimane di scuola mi è capitato ancora di entrare in contatto con l’Oriente, dato che ho ricevuto l’incarico di insegnare l’italiano a una ragazza cinese arrivata nel nostro Paese da qualche mese. Le sfide ardue sono le più emozionanti, e di sicuro da questi incontri ho imparato molto anch’io perché il bisogno di comunicazione si è manifestato nella sua forma più essenziale e basilare tra non poche difficoltà, quasi al limite dell’incomunicabilità. È stato piuttosto complicato relazionare due sistemi linguistici così differenti, partire dalle fondamenta della grammatica e costruire su di esse le frasi, aggiungendo man mano qualche mattone all’articolata architettura dei periodi. Ma un modo immediato per suscitare l’interesse della mia alunna ed evitare il suo comprensibile scoraggiamento è stato quello di portarle dei fumetti e verbalizzare le azioni delle vignette, dai Peanuts a Rovine di Peter Kuper; per superare ulteriormente le barriere ho scelto anche dei fumetti cinesi, come Reverie di Golo Zhao e I racconti dei vicoletti di Nie Jun. Non so se avrò l’opportunità di farle lezione anche l’anno prossimo, ma se i miei insegnamenti le hanno permesso di aprirsi agli altri e comunicare nella nostra lingua i suoi bisogni e i suoi pensieri, ho assolto i miei obblighi di ospitalità.

L’insegnamento di Omero

[…] questi è un misero naufrago, che c’è capitato,

e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus

gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.

(Odissea, libro VI, versi 206-208, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Nausicaa, la principessa dei Feaci, popolo ospitale per eccellenza, parla alle ancelle ordinando di dare da mangiare e da bere a Odisseo, approdato dopo una tempesta nella loro terra. Lo straniero viene cibato, lavato, vestito e condotto alla reggia del re Alcinoo, dove durante il banchetto in suo onore narra le proprie peregrinazioni e prima di partire di nuovo riceve dal re una nave per raggiungere la sua patria.

Nel mondo dell’antica Grecia dunque il dovere dell’ospitalità, fondato su solidarietà, reciprocità, gratitudine e ricordo, è sacro, tanto da segnare il confine tra civiltà e inciviltà. Ancora oggi l’ideale proposto da Omero può riacquistare un senso attraverso la tessitura di legami profondi e durevoli ed è possibile amare e rispettare l’ospite perché sotto le sue sembianze, come nell’incontro tra Telemaco e Atena, magari potremmo intravedere qualche divinità.

 

 

 

 

 

Benvenuti a Oaxaca! In viaggio tra le “Rovine” di Peter Kuper

Chi ama viaggiare sa bene che ogni luogo lascia dentro chi lo visita un frammento di sé in forme diverse, dal ricordo alla nostalgia, dalla sensazione di piacere a quella di smarrimento, e fra tutti i posti almeno uno è quello per il quale un viaggiatore sarebbe pronto a fare le valigie, ripartire subito e magari viverci per il resto dei suoi giorni. Proprio questo amore profondo e indelebile per una terra che l’ha accolto per due anni, il Messico, ha spinto il celebre fumettista Peter Kuper a raccontare per immagini la sua esperienza nel Diario de Oaxaca (2009) e a scegliere nuovamente gli incantevoli paesaggi messicani come ambientazione per il recente fumetto Rovine (2015), da lui interamente sceneggiato e disegnato, vincitore del premio Eisner 2016 come Miglior graphic novel.

Rovine è una storia d’amore, un viaggio di formazione, la scoperta di un nuovo mondo ma anche il tentativo di porre le basi per un futuro di unità familiare: George e Samantha, una coppia di coniugi sempre più distanti tra loro, decidono di partire per un lungo viaggio verso la città messicana di Oaxaca, per un anno sabbatico e per riavvicinarsi. La loro avventura nasce dalla necessità di staccare la spina dalla vita frenetica di New York, una pausa che darà la possibilità a Sam di realizzare il suo libro, e a George di ritrovare se stesso dopo aver perso il suo lavoro. Il primo impatto con una differente realtà è piuttosto traumatico per l’uomo, mentre la moglie, dapprima felice di tornare in luoghi già conosciuti, sarà via via sopraffatta da ricordi dolorosi e dal suo desiderio di maternità.

Nei protagonisti il disegnatore proietta la propria personalità con suggestioni autobiografiche che modellano sia il personaggio femminile sia quello maschile, anche se nessuno dei due può essere del tutto identificato con l’autore, come lui stesso afferma in una conversazione radiofonica del 22 aprile 2017 su Radio Radicale. I coniugi sono caratterizzati all’opposto: lei è una sognatrice tormentata dal passato, per cui il suo viaggio a Oaxaca è un tuffo nel groviglio dei ricordi alla ricerca di una pace interiore e di un’ispirazione per il proprio romanzo autobiografico; lui è razionale e soffocato da una visione negativa della vita che lo spinge a negare la richiesta della moglie di avere un figlio per paura di gettare in un mondo crudele una nuova creatura.

La personalità per certi aspetti antitetica dei due è sottolineata non solo dai comportamenti e dai dialoghi ma anche da elementi visivi: l’aspetto fisico, i lineamenti del viso più dolci ed espressivi per Sam, più duri e spigolosi per George, il cui sguardo è impenetrabilmente nascosto dalle lenti degli occhiali; l’uso sapiente delle forme e dei colori dei balloon (già sperimentato nell’adattamento della Metamorfosi di Kafka), “a nuvoletta” con fondo azzurro per la donna sensibile e sentimentale, rettangolari su fondo bianco per l’uomo freddo e concreto; la scelta del corsivo per le battute di lei e del maiuscolo per lui, con l’utilizzo dello stesso font per tutto il fumetto.

La figura femminile appare nel complesso più statica, mentre è più evidente l’impronta personale di Kuper nel personaggio maschile, come rivelano il mestiere di entomologo svolto da George, che corrisponde alla passione del fumettista per il mondo degli insetti, e il suo interesse per la rivolta degli insegnanti contro il governatore Ulises Ruiz Ortiz, in stretta relazione con l’attenzione del disegnatore ai fatti contemporanei, testimoniata pure dalla rivista politica World War 3 Illustrated (cofondata da Kuper nel 1979).

Proprio la delicata tensione politica e sociale che si vive a Oaxaca è l’espediente perfetto per raccontare eventi realmente accaduti nel 2006 e culminati nella morte del giornalista statunitense Brad Will, raffigurato in Rovine sotto le spoglie di Alejandro Apolsky, forse il personaggio migliore, sebbene semplice comprimario. L’identificazione tra l’autore e il protagonista è sottolineata in particolare nel momento in cui George, diventando a tutti gli effetti un doppio di colui che lo ha creato, disegna in presa diretta gli insetti o gli insegnanti in sciopero con un tratto realistico e monocromatico che si distacca nettamente dallo stile grafico dominante. In effetti la mano di Kuper si contraddistingue per la caratterizzazione antinaturalistica, espressionista e caricaturale dei personaggi con ombreggiature marcate e una corporeità quasi bidimensionale in alcune inquadrature, inserite in vignette dalla forma perlopiù quadrata o rettangolare, ma con una libera varietà di soluzioni, da quelle aperte a quelle sovrapposte a quelle tagliate diagonalmente, fino alle splash page dedicate ad architetture e paesaggi tipici dell’America centrale.

Quello che più colpisce e ammalia l’occhio del lettore è l’uso del colore puro dei pastelli e degli acquerelli, un tripudio di dettagli rossi, gialli, verdi, azzurri, arancioni per gli uomini, gli animali, le case, la natura, che lasciano un senso di piacere nell’animo di colui che sfoglia le pagine. E chi, come me, ha avuto la fortuna di visitare il Messico potrà riscoprire fin dalle prime pagine il fascino multicolore di questo Paese e ritrovare la meraviglia inconfondibile dei suoi luoghi, resa da Kuper con la sensibilità propria di chi ama davvero ciò che rappresenta.

Tutta l’opera può essere letta come un omaggio dell’autore alla terra che lo ha ospitato con sua moglie e sua figlia dal 2006 al 2008, infatti lui stesso dichiara (sempre nell’intervista a Radio Radicale) di aver voluto dare una raffigurazione veritiera del Messico, al di là di visioni stereotipate che ne fanno un Paese corrotto e pervaso dalla criminalità, come ha nuovamente sostenuto pure Trump in un tweet del 27 agosto sul famigerato muro per separare USA e Messico. In realtà alcune situazioni del fumetto sembrano restituire un’immagine convenzionale di questo Stato, dai mercati affollati al traffico sregolato, dal culto dei morti alla maledizione di Montezuma, e anche alcuni passaggi della trama, come il collegamento tra Samantha e la storia degli Aztechi o l’incontro della donna con un affascinante artista locale, appaiono un po’ forzati e poco originali, tuttavia sono evidenti lo sforzo e il desiderio dell’artista di dipingere un ampio affresco di luoghi a lui tanto cari, magari a rischio di semplificare la complessità della cultura centroamericana.

Il messaggio finale del suo «romanzo a fumetti» non può che essere positivo: delle grandi civiltà del passato, come quella Maya o Azteca, restano solo rovine, ma dalle rovine del tempo e della vita si può ancora ricominciare e ricostruire edifici e anime più forti e resistenti. Questa testimonianza di tenacia è affidata, oltre alle vicende dei protagonisti, anche al volo della farfalla monarca, che scandisce la divisione in parti della narrazione principale, a conferma della passione entomologica di Kuper e dell’inesauribile ricchezza della sua opera.

Una farfalla vola in silenziosa migrazione dal Canada al Messico, con il solo pensiero di giungere alla meta prefissata e riprodursi, per poi morire, seguendo il suo istinto e superando luoghi grigi segnati dal progresso distruttivo degli uomini. La monarca è metafora del viaggio, del cambiamento e della fuga dal freddo dei rapporti affettivi, deteriorati dal tempo e dalle incomprensioni, verso un terreno fertile per la riscoperta dell’amore e la speranza di dar vita alla generazione futura (guarda caso le farfalle monarca sono, per i messicani, gli spiriti dei bambini defunti). La farfalla rappresenta inoltre Oaxaca, che agli occhi del lettore si dispiega con i suoi colori, la sua vivacità e la sensazione di libertà, soprattutto nella scena in cui George vede una monarca vittima di una larva di tachinide, parassita simbolo del politico Ortiz il quale, con i suoi continui soprusi e brogli, ha lentamente dissanguato la città messicana. La farfalla monarca è infine, grazie alle sequenze del volo verso la riserva naturale di Michoacàn, il mezzo ideale per ritrarre dall’alto, con distacco, con un occhio esterno e per questo imparziale, le passioni e le miserie umane, e oltrepassare con un battito d’ali le barriere, reali e mentali, create dagli uomini per prendere le distanze dagli altri uomini.

NOTA: Ho scritto questa recensione a quattro mani con Vincenzo Purpura, valido collaboratore di Dimensione Fumetto, che ringrazio molto per il suo utile contributo e per il proficuo scambio di idee.

 

 

ROVINE

Peter Kuper

 

Traduttore: V. Santoni

Editore: Tunué

Collana: Prospero’s books

Anno edizione: 2017

Pagine: 328 p., ill. , Rilegato

Euro: 34,90

EAN: 9788867902217