Roberto Recchioni

Dylan Dog 383: Profondo nero – Bianco, nero, rosso, giallo, Argento

Copertina di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.A un mese esatto dalla sua uscita nelle edicole e alla vigilia della pubblicazione del successivo volume 384, dopo che già tutti gli altri ne hanno parlato molto bene, molto così-così e molto male, e dopo aver suscitato dibattiti già a partire dalla sua copertina inusualmente argentata, eccoci qua a parlare del volume 383 di Dylan Dog intitolato Profondo nero e a cui ha lavorato la crème del fumetto Bonelli, a cui si è aggiunto come guest star uno dei personaggi più importanti della cultura pop italiana del XX secolo: il regista, sceneggiatore e icona vivente Dario Argento.

Chi scrive non ha mai letto per intero un volume di Dylan Dog, non ha alcuna cultura della Sergio Bonelli Editore al di là del prenderne in mano qualche numero ogni tanto, non ha nessuna venerazione né tanto meno avversione verso Roberto Recchioni, non ha nemmeno mai visto il celebre film Dellamorte Dellamore che, essendo tratto da un romanzo di Tiziano Sclavi ed essendo interpretato dallo stimato Rupert Everett, potrebbe essere una buona introduzione per poi passare al fumetto. In compenso, chi scrive è un appassionato adorante amante di Dario Argento, e il resto di questa recensione potrebbe benissimo essere un lungo amarcord sul genio del regista romano. Sarà sufficiente ricordare l’aneddoto della scoperta di Argento: fine anni ’90, Liceo artistico, due ore di buco senza insegnante, la classe in aula video a vedere un film nell’attesa, qualcuno sceglie Profondo rosso, all’inizio l’intera scolaresca scherza e ride per la musica incongruente, le scene ultrarecitate, la falsità cinematografica esibita, e poi pian piano l’atmosfera si fa così tesa, la trama così intrigante e la messinscena così inquietante che nessuno osa più fiatare fino all’ultimo secondo. Cult immediato.

Tavola di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.Se lo scopo puramente celebrativo dell’operazione Profondo nero era di mettere insieme Dylan Dog con Dario Argento, allora ha funzionato perché il volume ha visto la luce con grande enfasi. Se lo scopo biecamente commerciale era di attirare i fan di Argento per vendere più copie, beh, ha funzionato lo stesso dato che sono qua col volume in mano. Infine, se lo scopo nobilmente artistico era di unire il massimo referente dell’horror fumettistico italiano con il massimo referente dell’horror cinematografico italiano, allora il risultato è più deludente rispetto agli altri due scopi.

Non è del tutto scontato capire il perché questo volume potenzialmente esplosivo non lo è granché, dato che si mantiene su un registro talmente medio-piatto da fornire pochi appigli di critica, sia positiva sia negativa. Prima della sua uscita, si poteva supporre che Profondo nero sarebbe stato terribile perché la curva discendente nella produzione artistica di Dario Argento è così verticale, così avvilente, che non c’è motivo alcuno per cui il regista di un film di rara bruttezza come Dracula 3D possa di colpo partorire un capolavoro. Certo, dato che La terza madre in fondo non è da buttare, forse Argento può ancora avere qualcosa da dire e con i giusti collaboratori può uscire un lavoro interessante.

In effetti ecco che con il volume in mano i timori legati all’avvizzita creatività di Argento sono scomparsi: la trama molto semplice e funzionante si basa su un elemento effettivamente perturbante quale è l’unione di eros e thanatos rappresentato dal BDSM. Gli elementi di contorno sono dei classici così classici che non si capisce bene se siano cifra stilistica, autocitazione o stanca riproposizione, ma in fondo non è importante: le mani guantate dell’assassino, le belle donne seminude, il sangue a fiotti, il teatro, le lame, la dimensione onirica e le belle arti (in questo caso rappresentate dal personaggio della fotografa e dal dipinto di Hans Holbein Lais di Corinto) sono topoi argentiani che fa sempre piacere ritrovare ben usati. Anche la citazione hitchcockiana di pagina 81 è perfettamente in contesto. Dario Argento non dirige più film degni del suo nome da trenta anni, però poi dà alle stampe questo buon fumetto: è un giallo.

Dipinto "Lais di Corinto" di Hans Holbein.

Lo splendido dipinto Lais di Corinto del pittore rinascimentale tedesco Hans Holbein, su cui pesa fortemente l’ascendenza tecnica, cromatica, compositiva e costumistica di Raffaello. L’originale è al Kunstmuseum di Basilea in Svizzera e non nel tetro castello del fumetto.

Se il soggetto di Argento funziona, pur non brillando particolarmente, è però il resto a risultare in qualche maniera stonato. La sceneggiatura di Stefano Piani (probabilmente responsabile unico o quantomeno prevalente dei dialoghi, nonostante anche Argento vi sia accreditato) è tutto sommato funzionante, ma presenta salti repentini e immotivati nello sviluppo dei personaggi, tipo nell’improvvisa esplosione di passione di Dylan per la coprotagonista Beatrix, e soprattutto ha dei serissimi problemi di continuum fra una pagina e l’altra e a volte anche fra una vignetta e l’altra, con passaggi più che improvvisi e involontari effetti comici, come fra pagina 53 e 54 quando Dylan torna a casa di Chasity senza alcun motivo apparente se non per mandare avanti forzosamente la trama: è un giallo.

Tavola di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.I problemi di storytelling però potrebbero essere parziale responsabilità dell’illustratore Corrado Roi, la cui incontestabile e umbratile qualità grafica è contestabilissima quando decide di rompere la famosa gabbia bonelliana in alcuni punti non sempre pertinenti, e poi di non romperla in altri costringendosi a disegnare vignette del tutto inutili: la parte bassa di pagina 31 è totalmente riempitiva? Qual è la differenza fra la penultima e l’ultima vignetta di pagina 52? Quale effettivo significato narrativo ha, nel contesto in cui è inserita, la terza vignetta di pagina 76? È inoltre curioso notare come un disegnatore così dotato, potente e riconoscibile poi fallisca miseramente nel disegnare scritte, lettere e font, tipo nella prima imbarazzante vignetta di pagina 23: è un giallo.

Sarebbe interessante analizzare i layout delle tavole per capire dove iniziano e finiscono le responsabilità di soggettista, sceneggiatore, disegnatore e del curatore Recchioni, ma forse servirebbe comunque a poco, perché Profondo nero è chiaramente un lavoro di concerto dalla palette cromatica molto ricca che mette insieme il rosso della passione e del sangue finto da set cinematografico, il giallo dell’intreccio whodunit, il nero delle malizie e miserie dei personaggi, il bianco della pagina, della tela e della carta fotografica, e l’argento di Argento (e di Gigi Cavenago, autore di una copertina meravigliosa che ha ricevuto giustamente un apprezzamento unanime). Un volume ovviamente imperdibile per i fedelissimi del regista, importante per i lettori di Dylan Dog, non fondamentale per tutti gli altri.


Dario Argento, Stefano Piani, Corrado Roi
Dylan Dog 383: Profondo nero
Sergio Bonelli Editore, 2018
cm 16×21, pagg. 100, b/n, brossura, € 3.50

Il giro di vite – Un grande classico a fumetti

Il Giro Di Vite è un romanzo di Henry James diventato un classico della letteratura inglese e punto fermo per gli studi di letteratura sulla teoria del punto di vista. Scrivere di quest’opera scomoderebbe manuali e saggi di critica letteraria, Henry James ha costruito un romanzo perfetto, che coinvolge dalla prima all’ultima pagina, di una intensità senza pari che lascia sulle spine il lettore fino alla fine.

Una giovane istitutrice accetta di lavorare nella tenuta di Bly e badare a due bambini di otto e nove anni. Il suo datore di lavoro è un importante uomo di affari di Londra, che dal primo incontro affascina la ragazza che ha un solo obbligo morale verso di lui: qualsiasi cosa accada ai bambini, non vuole esserne informato. La giovane si affeziona subito ai ragazzi ma qualcosa comincia a insospettirla, i bambini si comportano in modo strano, diventano sfuggenti. Si viene a scoprire che l’istitutrice che l’ha preceduta è morta misteriosamente e con lei un altro ragazzo che lavorava alla tenuta di Bly.

L’istitutrice comincia a provare un vago senso di inquietudine, comincia a vedere spiriti all’interno della casa. Ma sono davvero spiriti, oppure la giovane ragazza è in preda a un delirio paranoide?

Da questo romanzo è stato tratto un film che possiamo definire un piccolo gioiello del genere Horror.

 

Il Giro di Vite edito da Star Comics fa parte della collana I maestri del mistero a cura di Roberto Recchioni. Sceneggiato da Dario Sicchio e disegnato da Elisa Di Virgilio, Letizia Cadonici e Sakka, cerca di raccontare la storia tramite il formato della graphic novel.  L’intento è lodevole, un libro come quello di Henry James non è spesso molto conosciuto al pubblico delle fumetterie, e certo il nome di Recchioni attira un vasto pubblico e stuzzica la curiosità dei lettori.

il giro di vite istritutrice

Dal punto di vista grafico, le tavole rendono perfettamente il clima di ansia e terrore che si respira a Bly, come il cambio di di espressione nel volto dell’istitutrice, prima solare e poi sempre più tetro, o gli spiriti e la tenuta che sono resi in maniera davvero superba. Il lettore tavola dopo tavola nota il cambiamento di atmosfera e la pressione psicologica dell’istitutrice che comincia a dubitare di se stessa e dei bambini.

il giro di vite arrivo del bambino

Tuttavia se il mezzo grafico è molto ben impostato la sceneggiatura non è riuscita a rendere tutto l’intricato meccanismo del cambio di punti di vista, che è proprio la forza del romanzo di Henry James, quello che induce il lettore a una seconda lettura una volta terminato per ripercorrere tutta la storia nella tenuta di Bly.

Altra pecca è che il fumetto, per essere compreso adeguatamente, ha avuto bisogno del prologo e degli approfondimenti forniti dallo sceneggiatore. Questo è un peccato in quanto, secondo l’opinione di chi scrive, una graphic novel dovrebbe essere conclusa e essere compresa senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Naturalmente sappiamo che ridurre un’opera di 300 pagine a un solo centinaio comporta dei tagli importanti e quindi non si può pretendere di ritrovare la trama integrale, tuttavia un piccolo sforzo per rendere più completa la storia poteva essere fatto.

Non è un lavoro da buttare, anzi, la consiglio a chiunque voglia avvicinarsi alla Letteratura con la L maiuscola e a chi voglia immergersi in un lettura da cui si riemerge shockati e tremanti.

La fine della ragione – Una recensione che vale uno

Preludio

Molto prima de La fine della ragione mi capitò di recensire una storia di Roberto Recchioni per Dylan Dog. La recensione non era positiva, e Recchioni mi rintracciò su Facebook protestando per un passaggio dell’articolo che, a suo parere, era fuori luogo. Rileggendo il pezzo mi resi conto che aveva ragione, e chiesi al direttore di rimuovere quelle tre parole che, con la recensione in sé, avevano poco a che fare. Recchioni mi ringraziò e tentai di approfittarne per squadernargli un’intervista di quelle che, in passato, hanno fatto fuggire molti altri autori. Recchioni ha accettato, si è sorbito quattro o cinque domande e poi, semplicemente, non ha più risposto.

In seguito ho ripensato ai sentimenti che ho provato nel rendermi conto che Recchioni aveva deciso di non rispondere più alle mie domande per l’intervista, senza nemmeno scrivere un messaggio in cui dicesse “basta, mi hai rotto le palle”. Ho sentito un oscuro demone agitarsi nei recessi del mio cervello rettile. Ha levato il naso dalla palude dei miei sogni frustrati, annusando l’odore della preda facile.

«Come si è permesso quello sssssscrittore da quattro soldi di non rispondere alle tue domande?»

«Ki si krede di esssssssssere? Sssssssolo perchè gli pubblicano i fumetti?»

La fine della ragione

A un primo sguardo, La fine della ragione sembra un instant comic, un fumetto prodotto velocemente per cavalcare un momento storico (lo stesso Recchioni ha detto che la stesura è avvenuta in un periodo breve anche se estremamente intenso). In questa impressione c’è sicuramente un fondamento di verità, ed è forse dalla sua urgenza che il volume trae i suoi difetti; come spesso accade, però, è dall’urgenza che prende anche i suoi maggiori pregi.

Chiariamo subito le cose: La fine della ragione è un fumetto politico, ed esce oggi perché tra poco ci sono le elezioni politiche. La fine della ragione è un fumetto politico perché esprime una presa di posizione forte e ragionata su un tema di interesse generale. La fine della ragione è un fumetto politico perché esplora quel particolare sottogenere che è la distopia, che da sempre ha scopi politici.  Quindi, chi è convinto che i fumetti debbano occuparsi soltanto di supereroi, ragazzine tettute o di pistoleri, non lo compri e smetta di leggere questa recensione. Qui si crede che il fumetto possa e debba occuparsi di tutto quello che abbia importanza: supereroi, ragazzine tettute, pistoleri, e politica.

Il fumetto politico ha una sua onoratissima tradizione che parte da Mafalda e arriva fino a Kobane Calling, passando per Robert Crumb attraverso Spiegelman e Alan Moore e arriva a un autore romano che i generi non li teme, li studia e ce ne presenta la sua personale variante.

Recchioni così raccoglie la sfida ed entra nel fumetto di persona, parla direttamente al pubblico e si prende la responsabilità dell’idea che vuole comunicare, come vuole la tradizione del genere. Nel farlo l’autore tradisce, se non altro, una certa inesperienza nell’ambito, che lo spinge a mutuare alcune soluzioni stilistiche che non gli appartengono, come le incursioni pop, il citazionismo o gli stralci di dialetto romanesco un po’ sopra le righe, che rimandano a Zerocalcare. Molto più efficace risulta Recchioni quando decide di essere se stesso e di utilizzare la propria poetica al servizio del Messaggio. Così i suoi personaggi carichi ed essenziali, rielaborati dal mito popolare (la Madre), sono portatori molto più sinceri del Messaggio, sull’altare del quale Recchioni ha deciso di sacrificare trama, intreccio, profondità, struttura e, soprattutto, equilibrio: il continuo cambio di registro, dal dramma all’ironia, non avviene sempre in modo fluido. Eppure, in un paio di trovate (il giuramento di Ippocrate!), emerge il Messaggio scandito con una voce inconfondibile, personale, e per questo, autorevole: la voce di Roberto Recchioni.

Il Rettile riporta la testa fuori dalla palude, sbuffando fuori bile e detriti d’osso masticato.

«E chi è Recchioni per poter essssprimere le sssue opinioni? Cossssssa ha più di te? Le tue opinioni valgono come le ssssssssue!»

Il comparto grafico è furbo e intelligente: Recchioni utilizza una serie di strumenti di sicuro impatto, elaborando uno stile che unisce la sintesi con alcuni barocchismi digitali che hanno il pregio di impreziosire le pagine anziché affogarle. Emerge, anche qui, la volontà di focalizzare l’attenzione sul messaggio più che sulla forma, che è completamente al servizio della tesi. Traspare una sorta di studiata spontaneità, l’equivalente disegnato di un flusso di coscienza che, in qualche tavola, mostra la corda, vuoi per una calibrazione imprecisa, vuoi, ancora, per il carattere sperimentale (per Recchioni) dell’opera.

La fine della ragione, con tutti i suoi difetti (che, a dirla tutta, emergono soltanto quando si smette di leggerlo per leggerlo e si comincia a leggerlo per scriverne una recensione), è un passo avanti per il Recchioni autore, che aggiunge la sua voce a un dibattito politico oggi essenziale per la sopravvivenza di questa scalcagnata democrazia italiana.

Ecco che il Rettile torna alla carica.

«E tu ssssei qui a incensssssarlo ancora? Che ha detto Recchioni di tanto importante? Guarda ke tu ne ssssssai più di lui sssssull’argomento, e potresssssti scrivere un fumetto molto migliore, più argomentato, ma sssssolo che non ne hai il tempo! Devi lavorare e portare avanti la famiglia, tu!»

Caro Rettile, lasciati dire una cosa che ho capito di recente. È vero, Recchioni non sarà tanto diverso da me, forse non vale più di me. Magari è per questo che si è scocciato della nostra intervista e mi ha piantato senza una parola: perché non è poi diverso dalle tante persone che ci circondano. Però sa fare i fumetti, ne sa fare di tanti tipi, e sa pure fare in modo che dei suoi fumetti si parli. Si è sbattuto per farli, scendendo a dei compromessi che io non avrei accettato, facendo sacrifici a cui io non ero pronto, dandosi motivazioni a farli più forti di quelli che mi sono dato io. Lo rende un uomo migliore di me? No, di certo; ma sicuramente un autore migliore di me. E quindi, no, mio caro: ci sono momenti, luoghi, e ambiti, in cui uno non vale uno.

E se non sei capace di capirlo, allora è proprio vero che si sta avvicinando la fine della ragione.

John Doe ristampa vol. 6 ovvero: come eravamo

In occasione dell’uscita del sesto volume dedicato a John Doe la Bao Publishing festeggia oggi il John Doe Day. Noi di Dimensione Fumetto collaboriamo al party portando pizzette, patatine e questo viaggio nel tempo.

Poco più di un anno fa usciva il primo volume della ristampa riveduta e corretta di John Doe. Noi ve ne parlammo qui, e già allora si capiva quanto fossimo contenti. Oggi questa ristampa si conclude con il sesto volume, che ripropone i numeri 20-24, la saga conclusiva di quella che fu la prima stagione di John Doe.

Nell’articolo già linkato siamo stati abbastanza esaurienti nello spiegare perché, senza ombra di dubbio, questa serie meritasse una ristampa di questo tipo; e timidamente abbiamo tentato di far capire, a chi non la conoscesse, quale fosse stata la sua portata innovativa nel panorama del fumetto popolare italiano. Stavolta vi invitiamo direttamente a salire sulla nostra DeLorean modificata, attivare il flusso canalizzatore e precipitarvi con noi a 88 miglia orarie verso l’edicola sotto casa, nel giorno del Signore 20 maggio, anno 2015. Lanciamoci in questo viaggio nel passato, perché siamo sicuri che là fuori ci sia ancora qualcuno che non ha capito davvero cosa significò John Doe per il fumetto italiano da edicola. E allora vediamolo, questo fumetto italiano, in quel 2005 in cui infuriava Calciopoli e ci preparavamo a vincere il nostro quarto campionato mondiale.

Nel 2005 le edicole ancora servivano a vendere giornali e riviste; non c’erano ancora i tendaggi di Gratta e Vinci che promettevano vite da turisti, il manifesto garriva ancora tra le braccia degli anziani alla bocciofila e gli albi facevano bella mostra di sé nelle prime file. Lì, tra qualche tonnellata di manga e mazzi di comics spiegazzati, ancora campeggiava il settore bonellide.

Ed eccolo lì, inossidabile, il buon Tex Willer, splendidamente in forma nel numero 535, per la penna di Nizzi e le matite dei Cestaro. Seconda parte di un’avventura iniziata nel 534, la storia vede impegnati Tex e Kit Carson nelle indagini per la morte di due pastori Navajos, rimanendo incastrati in una faida tra due famiglie di allevatori. Non siamo nel Gargano, ma nel selvaggio West, dove volano lo stesso pallottole.

Malvagi messicani maneggiano mefistofeliche mine!!

E il nostro eroico ranger non può fare a meno di spiegarci per filo e per segno quello che già vediamo con i nostro occhi.

Sparatorie, inseguimenti a cavallo, e alla fine Tex sbatte in galera il malvagio coi baffetti. Cosa chiedere altro dalla vita?

Basta guardare un po’ più in là, dove è appena uscito il nuovo sfavillante numero 278 di Martin Mystère, dal promettente e insolito titolo Gli illuminati. Numero introdotto dalle parole del nostro Castelli, che sono già tutto un programma:

Castelli spende diverse parole a spiegarci le motivazioni artistiche della scelta, e quasi ci ha convinto, ma poi in un impeto di sincerità da vero galantuomo ammette:

In altre parole, Castelli ammette candidamente che le ultime storie hanno fatto un po’ cagare e il motivo è che dopo vent’anni non sanno più che inventarsi.
Andiamo bene.

Meno male che il nostro edicolante di fiducia nel 2005 ancora non stava per chiudere e ci permetteva di sfogliare gli albi prima di comprarli! Grazie a Castelli, che ci ha risparmiato la perdita di tempo e denaro, e lasciamo i lidi Bonelli alla ricerca di qualcosa di diverso.

Basta scartabellare un po’ per trovare così il numero 699 (urgh) di Diabolik! Chissà cosa combina di bello il Diavolo col mascara. Ancora prima di aprire l’albo ci aspettiamo di leggere di un furto impossibile fatto con macchinari antiquati e rampini, travestimenti perfetti, Eva Kant rapita o in pericolo e coltelli lanciati a velocità SWISS. Avremo ragione?

Buon vecchio Diabolik, già prima di comprarlo l’hai già letto, almeno in questo caldo 2005. Cerchiamo altrove, nella speranza di trovare qualcosa che non sappiamo ormai a memoria.

In quel caldo 2005 Ratman era ancora un’isola felice, sebbene facesse un po’ storia a sé. Purtroppo in questo infausto maggio Ratman esce con questo numero speciale in cui vari autori umoristici si cimentano con una breve avventura del nostro Deboroh Walker, dimostrando una volta per tutte che i personaggi di Ortolani possono funzionare soltanto se a scriverli e disegnarli è, appunto, Ortolani.

Cos’altro accade nel mondo del fumetto italiano? Lazarus Ledd percorre il viale del tramonto, con un’avventura intimista incentrata su una sua possibile paternità (LL n.142); tornando ai lidi Bonelli, dobbiamo passare attraverso serie come Zagor, che nel suo numero 529 ci presenta ancora, nel terzo millennio, albi con uno stile di questo tipo:

…o Dylan Dog, che nel suo duecentoventicinquesimo mese di uscita viene contattato dalla sua duecentesima cliente giovane e bella che finisce a letto con lui, coinvolgendolo nel frattempo nella duecentoventicinquesima indagine che si conclude con il duecentoventicinquesimo finale aperto.

Non tutte le speranze sono perdute: se in quel triste maggio non usciva Napoleone, la splendida serie di Ambrosini, potevamo consolarci con Julia numero 80, in cui la splendida Audrey Hep… ehm criminologa americana ritrova la sorella Norma e vive un’indagine parigina nello sfavillante mondo della moda, benedetta dalle magnifiche matite di Sejas.

Il maggio 2005 del fumetto italiano da edicola ha alti e bassi, grandi professionalità, storie terribilmente rassicuranti, eroi che vivono avventure da cui usciranno indenni e immutati. Eh sì, in questo maggio il fumetto italiano ha scelto il mega televisore del cavolo, ha scelto la carriera, la lavatrice, ha scelto un futuro; ha scelto la vita.

E John Doe, cosa ha scelto?

Perché John Doe dovrebbe fare una scelta del genere? In fondo, ha tutto un altro ordine di problemi.

D’altra parte è questo quello che succede quando passi 24 numeri a farla in barba alla Morte, alla Guerra, alla Fame e alla Pestilenza. Quando ti muovi nel mezzo di personificazioni ontologiche come il Destino, quando ti porti a letto il Tempo e ordisci piani machiavellici per tenere nascosta la Falce dell’Olocausto grazie all’aiuto di un Giannizzero Nero di nome Dago. Alla fine non puoi evitare troppo a lungo la resa dei conti.

È ardua la salita su per questa Torre Nera, ma sappiamo già che John Doe non si tirerà indietro. Ha già vinto, ma c’è una cosa ancora che deve fare: vendicare un amico.

Burchielli graffia la tavola con ferite nere come la pece, immergendo l’epopea di John Doe in una sorta di rarefatto scenario western. La pagina ha infranto le sbarre della gabbia bonelliana, riempiendosi di un’aria strana, malsana e  fresca, velocizzando il ritmo della narrazione, ma concedendo allo sguardo ampi spazi su cui soffermarsi.

Lo storytelling scandisce i tempi narrativi, rallentando e accelerando alla bisogna, e accompagnando la lettura in un montaggio che restituisce al fumetto quelle che ci avevano fatto credere fossero prerogative del cinema.

Eccolo lo scioglimento, la Morte in tutta la sua sensuale bellezza. E qui noi ci fermiamo, che al mondo c’è ancora qualcuno che non ha letto questa storia, né nel 2005 né oggi. John Doe chiude la sua prima serie qui, e, che dire, Ninetta mia, finire di maggio, e finire così, ci vuole tanto, troppo coraggio.

A John Doe, come ormai speriamo di avervi dimostrato, il coraggio, in quell’ingessato 2005, non mancò. Bartoli, Recchioni, e Carnevale, Rosenzweig, Burchielli e la Barletta, Mammuccari e Venturi, Fortunato e Di Gianfelice, Accardi e tutti gli altri, che hanno reso unica questa prima stagione di John Doe, seppero spaccare il fumetto italiano e dimostrare che si poteva osare. Quello che di buono c’è in edicola oggi, in questo freddo dicembre 2017, deve qualcosa a quelle pagine e a quegli autori.

John Doe scelse di non scegliere la vita: scelse qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni, quando ha il coraggio?

Roberto Recchioni presenta: I maestri del mistero

Roma, ottobre 2017 – Dopo I Maestri dell’Orrore e I Maestri dell’Avventura, arriva in libreria la collana Roberto Recchioni presenta: I Maestri del Mistero.

Il ritratto di Dorian Gray, Il mastino di Baskerville, Il giro di vite e I delitti della Rue Morgue e altri racconti nella più fedele trasposizione a fumetti mai realizzata, racchiusa in quattro volumi di pregio curati da Roberto Recchioni (Dylan Dog, Orfani) e pubblicati da Edizioni Star Comics.

Un appuntamento imperdibile per gli amanti dei classici della letteratura del mistero che, oltre alla storia a fumetti, potranno immergersi in un vasto apparato critico.

Le copertine sono state realizzate da Roberto Recchioni.

La collana sarà presentata a Lucca Comics & Games e sarà disponibile per intero, comprensiva dei quattro volumi, a novembre in libreria.

Il ritratto di Dorian Gray

Sceneggiatura: Giovanni Masi

Disegni: Marianna Ignazi

 

Il Mastino di Baskerville

Sceneggiatura: Giulio Antonio Gualtieri

Disegni: Federico Rossi Edrighi

 

I delitti della Rue Morgue e altri racconti

Sceneggiatura: Michele Monteleone, Jacopo Paliaga

Disegni: Oscar

 

Il giro di Vite

Sceneggiatura: Dario Sicchio

Disegni: Elisa di Virgilio, Letizia Cadonici, Sakka (Roberta Sacca)

 

Scheda tecnica: 16x21cm, cartonato, 112 pagine b/n, € 14,00 per ciascun volume

 

CAPUT MUNDI – I MOSTRI DI ROMA

Roma, settembre 2017 – Editoriale Cosmo, la casa editrice che ha portato in edicola e in libreria fumetti come Altai & Jonson e Flash Gordon, annuncia l’arrivo di Caput Mundi – I mostri di Roma, serie nata da un’idea di Roberto Recchioni (curatore editoriale di Dylan Dog) che racconta la sanguinosa lotta per il potere in corso all’Ombra del Colosseo. Il primo numero, intitolato Città di lupi, sarà in edicola dal 21 settembre.

Caput Mundi – I mostri di Roma segna la nascita dell’Universo Cosmo, una dimensione immaginaria dove si svolgeranno le vicende e dove potranno incontrarsi i vari personaggi pubblicati dall’editore. Tra questi, Pietro Battaglia, vampiro siciliano, assassino e nemico di tutti, che attraversa e manipola i momenti più oscuri della storia italiana, creato da Roberto Recchioni e dal disegnatore Leomacs.

La serie sarà realizzata dal seguente team creativo: Giulio Antonio Gualtieri (curatore editoriale), Marco Mastrazzo (copertine), Michele Monteleone, Dario Sicchio, Giovanni Masi, Giulio Antonio Gualtieri e Roberto Cirincione (sceneggiatura), Pietrantonio Bruno, Francesca Ciregia, Antonio Mlinaric, Ludovica Ceregatti, Stefano Manieri, Fabiana Mascolo, Alessio Moroni (disegni), con il contributo ai layout di Elisa Di Virgilio.

Monolith – Donne e motori, e bambini e deserti

Il 12 agosto è una data importante per la Sergio Bonelli Editore. Infatti, distribuito in più di duecento copie da Vision Distribution, esce Monolith, prima produzione cinematografica della casa editrice di fumetti milanese. Uno sforzo produttivo non indifferente, che vede la partecipazione di Sky Cinema HD, Valentine e, ovviamente, la Bonelli, che del soggetto di Monolith, ideato da Roberto Recchioni, ha curato anche una versione a fumetti disegnata da Lorenzo LRNZ Ceccotti e sceneggiata dallo stesso Recchioni e Mauro Uzzeo.

Il film è stato già ampiamente pubblicizzato attraverso trailer sia al cinema sia in televisione: Monolith a inizio film viene presentata come l’automobile più sicura del mondo. Il film comincia con uno spot pubblicitario in cui un ibrido tra Elon Musk e Steve Jobs introduce tutte le feature dell’auto: indistruttibile, con vetri antiproiettile, blindatissima e una volta entrata in modalità difesa anche impenetrabile. Non solo: l’auto è intelligente, ed è governata da una intelligenza artificiale chiamata Lilith (Lilith, per quei due o tre che non lo sapessero, è stata la prima donna creata, la prima sposa di Adamo. Lilith però dimostrò di non essere una buona sposa in quanto non in grado di essere sottomessa, per questo fu scacciata dal paradiso terrestre). Questa intelligenza artificiale gestisce l’auto attraverso un pilota automatico ed è controllata da remoto mediante una app per cellulare.

La protagonista del film è Sandra, ex cantante di musica pop, che rimane in città con il bambino figlio di una precedente relazione del marito, mentre il consorte, produttore musicale, è andato fuori città per seguire le registrazioni di un nuovo singolo in uscita.  Mentre è in videochiamata con il marito però comincia ad avere un dubbio: e se lui la stesse tradendo con una sua amica? Decide di raggiungerlo a Los Angeles, ma qualcosa va storto, il figlio rimane chiuso dentro la macchina inaccessibile mentre lei non può fare nulla per liberarlo.

Iniziando ad analizzare la pellicola da un punto di vista prettamente cinematografico (e mettendo quindi da parte il fumetto), possiamo dire che Monolith, diretto da Ivan Silvestrin, rappresenta un grande sforzo produttivo nel panorama cinematografico italiano, ma anche un’occasione non colta appieno.

In genere quando ci troviamo di fronte a questo genere di film ci aspettiamo un colpo di scena dopo l’altro, qualcosa che ci tenga letteralmente incollati allo schermo. Il film invece più che giocare sulle emozioni sul filo del rasoio gioca principalmente sul senso di colpa di una giovane mamma che non sa cosa fare per proteggere il figlio, una ragazza emotivamente instabile che prende tutte le decisioni sbagliate e che rischia di trasformare paronie e peccati veniali in peccati mortali.

Sebbene l’attrice principale sia calata nel ruolo e dia un’ottima interpretazione, la sceneggiatura non le dà appigli per fare di più, per svoltare e fare la differenza: possiamo dire che questo film è davvero realistico, la mamma non fa altro che cercare di aprire o sfondare l’auto usando la forza bruta, ma si sa che non ce la farà, viene spiegato all’inizio del film che questa macchina è inespugnabile. Allora perché continua? Semplicemente perché in questo film non c’è Beatrix Kiddo, ma una ragazza normale, non un supereroe, ma una bionda che lotta contro la tecnologia e contro il senso di colpa di non essere “abbastanza”.

Il film nonostante la sua godibilità lascerà gli appassionati del genere a bocca asciutta. Molti espedienti narrativi non sono stati usati: si è scelto il nome Lilith per l’intelligenza artificiale e lo spettatore più smaliziato poteva aspettarsi una sorta di sfida tra le due donne, quella di carne ed emotiva e la fredda di chip e bulloni. Invece la lotta tra tecnologia e umanità non si è consumata. Lilith rimane muta alle richieste di Sandra e si comporta come un frullatore dispettoso. Altra pecca è la mancanza di un vero atteggiamento materno da parte di Sandra: Sandra ama il suo bambino e per tutto il film ripete che è colpa sua se sta male, ma quello che salta agli occhi di una donna è che non si comporta esattamente come una madre. Il film è stato scritto da quattro uomini  e la mancaza di un elemento femminile si nota: Sandra reagisce come reagirebbe qualunque uomo, ma non come farebbe  una qualunque madre.

Stilisticamente Monolith ha molti punti di forza, che però non rescono a salvarlo dall’essere un’occasione mancata: visivamente Monolith, la possente e sicurissima automobile, è una bellezza per gli occhi. Concepita dalla mente di Lorenzo Ceccotti, è stata pensata per essere realmente una macchina funzionante su strada: il design della carrozzeria, la dashboard sul cruscotto, la meccanica interna conferiscono allo spettatore un senso di reale, di vero, di “possibile”, strizzando l’occhio al futuristico, ma rimanendo ancorato alla realtà. Non a caso l’automobile che vediamo nel film è realmente una Monolith funzionante, su cui la CGI opera solamente sulla dashboard frontale. In ogni inquadratura in cui l’automobile appare diventa automaticamente la protagonista della scena, sorprendendo sempre per il suo incredibile design.

Altro punto di forza della pellicola è indubbiamente l’attrice protagonista del film Katrina Bowden, che regge unicamente sulle sue spalle il film per tutta la sua durata, rimanendo sempre nel personaggio.

Bellissima la scelta delle location: un deserto sperduto che restituisce un senso di smarrimento e desolazione.

Il film, purtroppo, pecca molto nella regia. Complice una sceneggiatura piatta e quasi del tutto priva di svolte narrative accattivanti, la regia di Silvestrin risulta prevedibile, immobile e a tratti troppo descrittiva, che non interpreta la disperazione che prova la protagonista durante tutto il film. Nel corso della visione di Monolith, lo spettatore non viene coinvolto nel dramma che Sandra si trova a vivere, vuoi per l’assenza di sviluppi narrativi interessanti, vuoi per uno stile di regia troppo lento che vuole probabilmente essere “realistico” nella descrizione delle vicende, ma che, nell’insieme della finzione, tende a smorzare il legame dello spettatore con il film. Per tutta la durata della pellicola, purtroppo non si avverte la tensione tra Sandra e Monolith, non c’è interazione tra i due e soprattutto non c’è pathos.

In conclusione Monolith è un coraggioso esperimento cinematografico italiano che merita tutta l’attenzione e il supporto possibile e che speriamo possa essere un apripista per produzioni indipendenti future.

Battaglia: Ragazzi di morte – Una recensione che sa

Copertina di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so.

Io so perché sono un intellettuale, che legge fumetti e libri e giornali da 34 anni senza sosta, in ogni momento della giornata. Io conosco il fumetto italiano degli ultimi tre decenni, conosco la storia italiana perché la insegno e perché la amo.

Conosco l’opera e la vita di Pier Paolo Pasolini perché ho letto di lui e su di lui, ho visto i suoi film e i film su di lui.

Io so perché ho scoperto la serie di Pietro Battaglia da quando l’Editoriale Cosmo ci ha messo le mani sopra, ne ha ristampato il già edito e ne ha prodotto e continua a produrne albi nuovi, che trasudano energia, coraggio, amore. L’energia di chi affonda le mani nel corpo della storia, smonta e rimonta i miti trasformando la Storia in fiction, così da ricavarne un senso compiuto. Il coraggio di chi affronta i propri temi con la purezza dell’animo privo di pregiudizi, senza sovrastrutture: un tipo di animo che a Pasolini sarebbe piaciuto.

Io so.

Io so che trattare di Pasolini è come maneggiare una bomba innescata (così come era avvenuto per Padre Pio), come un’operazione chirurgica sulla spina dorsale dell’Italia, quando un millimetro più in là rischia di uccidere il paziente. Io so che ci vuole la sfrontatezza di un ragazzo di vita per rendere quella figura, tragica ed eroica, un personaggio della vicenda di un vampiro italiano, senza sminuirne la vicenda, senza renderlo una macchietta.

Io so che mostrarlo così, come ha fatto il team di Battaglia, soggetto Roberto Recchioni, ideazione grafica di Leomacs, sceneggiatura Luca Vanzella e disegni di Valerio Befani e Pierluigi Minotti; mostrarlo con il crudo realismo di cui costoro sono stati capaci, la sua attività artistica, il rapporto con la madre, con gli amici, la sua sessualità, la sua terribile, terribile morte senza colpevoli; io che fare tutto questo e farlo così, sembrava un’impresa impossibile.

Tavola di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so chi ha ucciso Pasolini e lo sanno anche gli autori di questo fumetto. Lo so perché ho letto i suoi scritti e ho capito che non serve dare un nome ai mandanti, anzi, che farlo sminuirebbe la portata universale della sua morte. Lo so perché Pasolini è stato schiacciato e triturato da quel meccanismo sociale di depravazione di tutto ciò che è bello che ha odiato e combattuto per tutta la vita, tramite le uniche armi che possedeva, la parola e l’immagine. Io so che quelle figure mascherate che ne decretano l’omicidio non hanno bisogno di nomi e cognomi perché non sono persone, ma ingranaggi di un mondo che noi permettiamo, e che quindi in qualche modo vogliamo.

Io so che lo scioglimento finale è un triste omaggio alla storia di quest’uomo; un modo di rendergli giustizia almeno sulle pagine di un fumetto. Io so che se oggi questo albo e questa storia possono uscire nelle edicole di tutta Italia e raccontare l’enormità di quello che racconta, è anche perché a qualcosa, Pasolini, è servito.

Io so, perché scrivo su un bel sito di critica fumettistica, che se soltanto un lettore distratto leggerà questo noioso articolo, e si incuriosirà di questo bellissimo albo, e poi cercherà di conoscere l’opera e la vicenda di Pier Paolo Pasolini, e ne comprenderà anche solo un decimo di quanto dice; io so che se tutto questo accadesse, l’Italia sarebbe, per un sessantamilionesimo, un luogo migliore.

Orfani: Terra – In un futuro distopico il mondo muore

Presentazione

Orfani è una serie a fumetti di genere fantascientifico bellico, creata da Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari, della Sergio Bonelli Editore in albi mensili a colori. Pubblicata dal 16 ottobre 2013, la serie narra  le vicende di una squadra di giovani combattenti, nota come ORFANI, impegnata in una guerra fra il genere umano e una razza aliena. Orfani è la prima serie di fumetti interamente a colori pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore ed è composta da 54 albi suddivisi in sei stagioni: OrfaniOrfani: RingoOrfani: Nuovo MondoOrfani: JuricOrfani: Terra e Orfani: Sam.

Lancio

Ho sentito parlare per la prima volta di Orfani nelle puntate, del 23 e 30 novembre 2014, di Fumettology – I miti del fumetto italiano, una serie di documentari dedicata ai principali personaggi del fumetto italiano, prodotta dalla Fish-Eye Digital Video Creation e andata in onda sulla Rai tra il 2012 e il 2014.

Il fumetto è stato trasposto televisivamente in una serie motion-comic con regia di Armando Traverso e co-prodotta da Rai Com, che poi è andata in onda su Rai 4 a partire dal 6 dicembre 2014, suddivisa in dieci episodi da venti minuti.

La pubblicazione di Orfani è stata preceduta da una campagna pubblicitaria ben studiata. Tutti ne hanno parlato, forum e siti internet, TV, radio, il Lucca Comics. La rivista Repubblica XL n.91 gli ha dedicato un’anteprima con tanto di cover alternativa dedicata. Inoltre Bonelli e Multiplayer.it, hanno collaborato per il numero zero, distribuito nelle fumetterie e nei negozi Gamestop.

Descrizione

Orfani è uno dei progetti più costosi e ambiziosi mai realizzati dalla casa editrice milanese. Sappiate che sono stati investiti complessivamente 1.300.000 euro circa nella produzione e nel lancio della sola prima stagione.

Il linguaggio  grafico e narrativo sono innovativi, ma l’utilizzo dei colori per l’intera serie è la vera grande novità, visto che solitamente con i colori si celebrano occasioni speciali, come per esempio i numeri dei centenari.

È vero che negli ultimi anni collane come Dylan Dog Color Fest e Color Tex hanno introdotto questa pratica in nuove forme, ma si tratta comunque di albi speciali, e non di serie regolari.

Sfogliando Orfani, è lampante la somiglianza delle armature dei personaggi con il videogioco Halo, di cui Recchioni è un fan. Questa non è l’unica ispirazione, infatti gli autori hanno preso spunto anche da opere letterarie come Il signore delle mosche di William Golding, Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein, Guerra eterna di Joe Haldeman, e da film come Alien, Il grande uno rosso, Full Metal Jacket, Star Wars e Terminator 2.

Dalla cenere

Attualmente si è conclusa la quinta stagione, Orfani: Terra, di cui voglio parlarvi.

Uscita in edicola del 14 gennaio, celebra il debutto di uno straordinario copertinista, Gipi. Le sue illustrazioni sono esaustive, come quella della copertina di Orfani: Terra – 1: Dalla cenere. Uno sfondo desolato e spettrale dove si ergono gli scheletri di grattacieli sopravvissuti all’evento catastrofico che ha dato inizio a tutto. Le carcasse dei veicoli coperti di ruggine confermano una società moderna ormai estinta. In primo piano Cain, protagonista della storia, che con una mazza in mano e sguardo duro, ci racconta un futuro distopico.

La storia è ambientata in una nazione nord americana, anziché in Europa come nelle prime due stagioni. Due fratelli romani, Emiliano e Matteo Mammucari, ci raccontano di due fratelli dai nomi biblici, Cain e Abe, del capo gruppo Max e i suoi compagni Fango, Rat e Bug. Questi ragazzi si ritrovano schiavizzati dallo Sceriffo, un uomo spietato che li costringe a lavori pesanti e rischiosi nella discarica. Ma Cain non intende arrendersi al suo destino. Suo fratello aveva ragione, dalle ceneri è nata la Città Nuova, sfavillante e ricca, ma questa terra promessa non è facile da raggiungere e Cain dovrà lottare.

I disegni, dal tratto deciso e marcato, sono di Alessio Avallone, già conosciuto nei numeri 6 di Orfani: Ringo e Orfani: Nuovo Mondo. I colori sono di Giovanna Niro, che ha donato energia alle tavole con i toni del blu per trasmettere ancor più disperazione e angoscia, e i toni del rosso per trasmettere rabbia e dolore.

Seminare tempesta

Protagonista del secondo capitolo, dal titolo Seminare tempesta, è Miranda, una ragazzina “randagia” che a differenza degli altri non ha il collare. Dopo aver stretto amicizia con Cain lo aiuta a scappare. Il resto del gruppo lo raggiunge per non subire una punizione al campo. Miranda li guida nel suo rifugio, Il Giardino, dove Cain e gli altri possono rifornirsi di viveri, medicinali e di una barca per poter affrontare il viaggio insidioso verso la sospirata Città Nuova. Lo Sceriffo frattanto, come un mastino che brama il suo osso, è sulle tracce dei poveri fuggiaschi.

Questa volta, ai fratelli Mammucari si aggiunge ai testi Giovanni Masi, che ha già collaborato per Orfani: Nuovo Mondo. Il team creativo si completa con Luca Genovese alle matite e Luca Saponti ai colori, insieme hanno donato fluidità e ritmo all’ opera.

 

 

 

Oltre il muro

Con il terzo e ultimo capitolo della stagione, Oltre il muro, la sceneggiatura a fianco dei due fratelli passa in mano a Mauro Uzzero.

I disegni sono stati realizzati da Matteo Cremona, il cui talento ha donato valore alle tavole. I colori di Stefania Acquaro completano il lavoro impeccabile. 

La copertina è un tuffo al cuore. Max, Bug, Cain, sulla barca. Davanti a loro il Muro, intorno a loro i cadeveri di chi ha tentato di superarlo. Gli uomini dello Sceriffo catturano Miranda e Cain abbondona gli altri, deciso a seguire il suo cuore. Max è un ragazzo deciso e determinato, ma crede ancora nell’amicizia, così insieme a Bug e Fango tornano indietro. I colpi di scena che si susseguono lasciano con il fiato sospeso. Come andrà a finire?

 

Conclusioni

La sceneggiatura dei Mammucari ha cambiato il ritmo della narrazione. Mentre in Orfani: Ringo e Orfani: Nuovo Mondo i dialoghi sono ridotti all’essenziale lasciando spazio alle scene di azione, in Orfani: Terra i dialoghi sono preponderanti.

Da notare a pag. 26 del capitolo Dalla cenere, il richiamo alla leggenda metropolitana sulle cartucce Atari. In seguito a una crisi, il 26 settembre 1983 la defunta società fece distruggere centinaia di migliaia di cartucce della console Atari 2600, sopratutto Pac-man e E.T. the extra terrestrial, in una discarica del Nuovo Messico.

Il vasto staff di professionisti che ha colloborato alla realizzazione di Orfani: Terra ha caratterizzato l’opera rendendola unica. I diversi stili suscitano un crescente coinvolgimento da parte del lettore. Al di là della storia che segue il filo narrativo della saga, è evidente la presenza di un sottotesto come ha già dichiarato Recchioni.

Nel caso specifico di Orfani: Terra, fa riflettere come in un mondo cinico e spietato come quello descritto, valori come l’amicizia e la solidarietà possano fare la differenza e nutrire flebili speranze di cambiamento.

Proveranno a fermarci? Ci alzeranno muri contro? Chi se ne frega! I muri si scavalcano.

I maestri dell’avventura – Uno studio in rosso

Uno studio in rosso - Sherlock Holmes

Per recensire I maestri dell’avventura editi da Star Comics, nel caso specifico Uno studio in rosso, tratto dai racconti di Sir Arthur Conan Doyle, vorrei partire dalla fine: dalla postfazione scritta dal curatore della collana Roberto Recchioni. Dal commento all’opera, è evidente che Recchioni ama Sherlock Holmes, e ama particolarmente questa prima storia, in cui si assiste a una vera e propria presentazione, non solo del notissimo ed eccentrico detective ma del suo stesso archetipo, e quello della sua “spalla”, il Dottor Watson. Il resto del racconto può essere ignorato, non è all’altezza dei successivi per prosa e qualità stilistica, il suo valore è tutto lì: nell’aver dato vita a Holmes e al suo assistente. E con loro a un universo di seguaci che non accenna a diminuire nel tempo.

Anche il fumetto segue questo tipo di ragionamento: la sceneggiatura di Giulio Antonio Gualtieri si sofferma, giustamente, sulle prime pagine, sull’incontro, sui prodromi del legame tra l’investigatore e il dottore, semplifica e snellisce tutta la parte relativa all’indagine e al caso, mantenendo solo i punti importanti, rendendo la lettura appassionante e mai pesante.

Uno studio in rosso - Sherlock Holmes

Per chi non conoscesse la trama, il Dottor Watson, dopo aver preso parte alla guerra afgana e aver riportato una brutta ferita viene rimpatriato e, cercando una casa a Londra, fa la conoscenza di Sherlock Holmes, di professione incerta, possessore di incredibili doti e conoscenze, ma anche di voragini inconcepibili nella cultura comune. I due iniziano a convivere: Watson, cercando di trovare nuovi stimoli esistenziali, si fa coinvolgere nelle passioni di Holmes quando, un giorno, l’altro viene interpellato dalla polizia per risolvere un caso inaudito. Un uomo, un elegante americano, è stato ritrovato morto in una casa disabitata, senza tracce di violenza e senza apparenti indizi sul perché.

Ovviamente Holmes riuscirà a trovare, non senza arroganza e irritante sicurezza, tutti i fili della trama e saprà scoprire il colpevole, iniziando così una carriera, almeno letteraria, senza precedenti.

Il testo originale di Conan Doyle non è scevro di difetti, presenta forzature nello svolgimento e risulta molto meno entusiasmante di quella di questo adattamento a fumetti. Qui la lettura risulta fluida, porta a interessarsi a quello che succederà, rende curiosi di assistere ai dialoghi e agli avvenimenti. Lo sceneggiatore ha il pregio, tra l’altro, di usare e mantenere un livello linguistico vicinissimo all’originale, frizzante, con tutti gli elementi eleganti e ironici dello spirito british.

I disegni continuano la linea adottata dalla sceneggiatura, e non solo la sostengono, ma sicuramente la integrano. Federico Rossi Edrighi è bravissimo con il suo mezzo e, all’inizio, è quasi spiazzante: infatti le vignette sono tutte rese a tratto di penna, senza sfumature, quasi senza retini, i diversi materiali o le ombre sono dati dall’inclinazione o dalla sovrapposizione del tratto. Ne risulta una leggerezza delle immagini che stupisce, mentre l’occhio del lettore è inesorabilmente attratto dall’unico elemento che ha diritto al nero totale, cioè Holmes.

Uno studio in rosso - Sherlock Holmes

La parte grafica, come accennato, non solo aderisce, ma completa la sceneggiatura con passaggi e immagini significative. Una per tutte, la figura di Watson che lascia il laboratorio, dopo il primo incontro, riflessa nel vetro dell’ampolla in cui Holmes sta conducendo esperimenti: non è solo una trovata originale, ma è il punto di vista dell’investigatore, sia fisico (Holmes che ritorna ai suoi studi e guarda le figure uscire) che interiore (Holmes è interessato al dottore, come fosse anche lui un esperimento da svolgere), raccontato così, di striscio quasi, senza uso di parole, lasciando la verbalizzazione al lettore.

Uno studio in rosso - Sherlock Holmes

Londra, il 221 B di Baker Streeet, gli interni, i luoghi reali o quelli immaginari sono tutti pervasi dal tratteggio o dal reticolo, spesso da linee zigzagate con apparente distrazione, mentre Holmes è sempre nero, preciso, netto, elegante, e catalizza l’attenzione, sempre. Un personaggio tanto noto, non ha bisogno di particolare elaborazione, forse, basta la sua personalità a riempire la scena, ma non è da tutti rendere questa impressione attraverso il disegno.

Interessante, inoltre, è notare come il rapporto bivalente Holmes-Watson, che, ricordiamo, ha creato il precedente per moltissime altre coppie letterarie, anche in altri generi, è evidenziato da caratteristiche opposte. Per Holmes ci sono colori scuri, linee spezzate, angoli acuti, spigoli: il naso è aquilino, i capelli neri lucidi tirati indietro dalla “v” della fronte squadrata, il mento è appuntito; mentre Watson nasce da linee arrotondate, il naso è a patata, i capelli chiari e morbidi sulla fronte, il mento smussato. Aspetti esteriori che richiamano il loro carattere, l’interiorità che emerge all’esterno: poco originale forse, ma perfettamente aderente ai personaggi e al loro messaggio.

Perché è evidente che anche gli autori materiali dell’opera amano Holmes: lo rendono brillante, simpatico addirittura, anche se solo come può esserlo una persona perfettamente conscia della propria intelligenza e superiorità rispetto alla media. Il prodotto finale è, dunque, non solo un bel fumetto da gustare, ma anche un omaggio all’opera di Sir Conan Doyle e al suo immortale protagonista.

Uno studio in rosso - Sherlock Holmes

Ma Conan Doyle odiava Sherlock Holmes, quindi la situazione era del tutto diversa. Ha cercato di ucciderlo perché non lo sopportava più, e il personaggio, dopo questo primo racconto, ha sempre mostrato tutti i difetti che giustificavano tale avversione: per strani e incredibili meccanismi che conosce chi ha provato a scrivere, capita che un personaggio abbia tale e tanta personalità da non dipendere più dalle mani del suo autore e vivere di vita propria. Il rapporto Doyle-Holmes era pessimo: per gli autori di quest’opera invece, Holmes è chiaramente una figura positiva e amabile, e tutto il lavoro fa trasparire gli indizi di questa affezione.

Leggendo i romanzi originali non posso fare a meno di essere d’accordo con lo scrittore, a me Holmes non piace: sempre Recchioni ha dichiarato che non si legge Sherlock Holmes per Conan Doyle, si legge perché si ama Sherlock Holmes. Bene, io non leggo Sherlock Holmes, ma la versione Gualtieri-Rossi Edrighi è pregevole, mi ha conquistato, e in questo caso leggerei Sherlock Holmes per i suoi autori e non per il personaggio.