Rizzoli Lizard

Enemigo: Taniguchi in salsa sudamericana

“Enemigo” è il termine spagnolo per “nemico”. Un nemico da inseguire per mezzo mondo e da eliminare, per vendetta personale, ma non solo.

Rizzoli Lizard propone, per la prima volta in volume italiano, l’edizione integrale di questo lavoro di Jirô Taniguchi. All’epoca dell’uscita di Enemigo (1985), Taniguchi non era ancora definitivamente affermato come autore di collegamento tra il manga e il fumetto europeo.

L’opera è già uscita in volume in Francia nel 2007. Nell’intensa prefazione scritta in quella occasione, Taniguchi spiega chiaramente le distanze che nel 1985 si evidenziavano tra i manga e le sue tentazioni occidentali.

Dichiara infatti la sua vicinanza al fumetto europeo:

Non ho difficoltà a dire che all’epoca (di Enemigo, n.d.r) ero molto interessato ai fumetti europei.

citando tra gli influssi subiti quelli di Mœbius, Bilal, Schuiten, ma anche Giardino e Micheluzzi.

Taniguchi appare infatti già profondamente legato ai lavori di tanti autori europei, come conferma Vittorio Giardino nella prefazione alla presente edizione, azzeccatamente intitolata Le tracce del futuro maestro.

Si tratta dunque di un’opera del primo Taniguchi. Almeno del primo Taniguchi autore completo, appena antecedente a Bocchan e Blanca.

Il lavoro sui testi è fatto insieme a M.A.T., misterioso collettivo di writers, che a lungo negli anni ’80 del secolo scorso ha imperversato sul fronte del manga, su cui però è davvero difficile trovare informazioni.

Enemigo racconta la storia di un detective privato giapponese trapiantato a New York. Kenichi, ex soldato, viene chiamato in causa per salvare il fratello, presidente di una multinazionale caduto in mano ai guerriglieri in uno stato immaginario tra la foresta equatoriale e le Ande, il cui nome fa forse riferimento alla lingua Nauhatl, il Nasencio. Dopo la caduta del solito regime dittatoriale, la multinazionale giapponese Seshimo è incaricata di trasformare migliaia di ettari di giungla in coltivazioni. Progetto osteggiato dal vecchio dittatore Marquez, supportato dalle potenze straniere che temono l’ingresso di materie prime a basso costo nel mercato internazionale. L’Enemigo, appunto, che ha rapito Yuji Seshimo e continuato a portare la guerra nel paese, prima di scappare a New York. Vistosi sconfitto in patria, ha cercato rifugio altrove per riorganizzare le forze e sferrare un secondo attacco.

E lì, viene ritrovato dal fratellastro detective, nella sua città di adozione. Dopo aver salvato il fratello, anche dalle minacce interne alla stessa Seshimo, completa la sua opera. Mette in pratica tutte le sue conoscenze di guerriglia per impedire all’ex dittatore di tornare in patria e vendicarsi anche dei lutti personali, e incidentalmente si vendica della morte della segretaria, vero deus ex machina dell’intera storia.

La storia quindi si muove tra questi due scenari. New York, in cui sono ambientati prologo ed epilogo, e Nasencio, teatro degli scontri bellici. A sua volta diviso tra la giungla, le montagne e la capitale.

Politica internazionale, tematiche ambientali, economia e storie personali si incrociano in un intreccio tra la spy story e la lotta di liberazione in stile Commando. Con tutti gli elementi: avidità e vendette familiari, ex commilitoni traditori, tragedie da vendicare. Su uno sfondo che non risulta lontano dagli attuali scenari sudamericani, tra spinte democratiche e ingerenze internazionali, più o meno esplicite. Ma collegato in parte agli avvenimenti di quegli anni, con i Contras in Nicaragua e le dittature in Brasile, Argentina, Cile, che avranno fine qualche anno dopo la conclusione del fumetto.

Enemigo ha un intreccio molto più vicino al fumetto europeo e americano, che a quello giapponese: la stessa figura del detective privato è lontana dalla cultura giapponese. I titoli dei capitoli in spagnolo lo confermano ulteriormente.

Il personaggio principale richiama quello di un altra opera che Taniguchi sviluppa negli stessi anni con Natsuo Sekikawa: il detective Jotaro Fukamachi, protagonista di Trouble is My Business. Anche se il background, il modo di affrontare la vita e la professione sono piuttosto diversi, i due detective hanno in comune una forma di cinismo, che lascia però spazio alle relazioni personali, e lo sguardo perennemente velato. Come se facessero controvoglia tutto quello che fanno, ma alla fine lo portano a termine con professionalità e una determinazione inaspettata. Un hard boiled, tipico di quel periodo dell’opera di Taniguchi.

Tra i personaggi della vicenda non mancano delle figure stereotipate: dall’ex commilitone traditore, alla segretaria che si rivela una vera combattente, ma trova la morte e dà lo spunto per la vendetta. E ovviamente il prete rivoluzionario. Tutte vengono tratteggiate, da un Taniguchi già maturo, nel modo più adatto al genere e al contesto, e non certo con la sensibilità sopraffina che lo caratterizzerà nelle opere più intimiste, ma sono ben strutturate e funzionali al carattere dell’opera. Compare anche il cane, spesso compagno dei personaggi di Taniguchi. In questo caso un cane da combattimento, adeguato al contesto.

Il tratto ricalca la crudezza della storia. Abituati agli acquerelli e alle tinte pastello delle storie che hanno reso famoso Taniguchi, abbiamo qui a che fare con dei retini scuri e tratteggi talvolta ricchi più di ombra che di luce.

Anche le pagine a colori non sollevano.

Completano, fanno da prologo a qualche capitolo. Sembrano dei momenti più tecnici che sostanziali.

Il tratto ricorda anche altri mangaka, a volte quello di Ryōichi Ikegami, che diventerà famoso qualche anno dopo, e dimostra la duttilità di Taniguchi, che dà alla sua opera una grande dinamicità e fisicità, a volte sensuale, e non solo nelle scene più esplicite.

Gli sguardi, le espressioni, che poi consentiranno ai personaggi del Taniguchi più poetico di toccare il cuore di tanti lettori, pur essendo già presenti, si alternano con scene d’azione dettagliate e assai dinamiche.

Altrettanto dinamiche sono le gabbie delle pagine, completamente a servizio della storia, e che mostrano già una capacità scenografica quasi cinematografica. Interessante la scelta degli adattatori di riportare la traduzione delle onomatopee nello spazio tra le vignette, senza occuparlo, utilizzando il grigio.

Nonostante il registro diverso, non è diversa l’attenzione di Taniguchi per i dettagli ambientali, quelli della giungla, dei villaggi andini, ma anche dell’ambiente urbano, e per la caratterizzazione dei personaggi: è lo stesso Vittorio Giardino nella prefazione a trovare la somiglianza tra il prete guerrigliero e il “suo” Max Friedmann.

Il volume si completa con tre interventi: di François Schuiten, di Baru e dello stesso Taniguchi intervistato da Nicolas Finet. Questi redazionali risultano molto utili per il lettore che conosce marginalmente Taniguchi per entrare nel merito dell’autore, ma anche per chi ha negli occhi le opere che lo hanno reso famoso, per contestualizzarne e comprenderne il percorso artistico. L’opera

appare lontana dalla vena intimista che ricolleghiamo a lui oggi in Europa (Baru)

e

lascia trasparire il timing e il senso del ritmo che gli sono propri (Schuiten).

Nelle stesse parole dell’autore si comprende la genesi di Enemigo, ma anche, più in generale, il contesto personale e culturale in cui l’opera è nata.

Una faccia ulteriore di un maestro del manga, che ne dimostra ancora una volta la duttilità e la capacità narrativa.


M.A.T., Jirô Taniguchi
Enemigo
Rizzoli Lizard, 12/02/2019
304 pagg, brossura, b&n e colore, € 20,00
ISBN 9788817108799

Era una notte buia e tempestosa – Un sacchetto di biglie

Questa è una storia di dolore, paura e smarrimento, ma anche la testimonianza di una guerra vissuta attraverso gli occhi di un bambino e colpisce proprio per l’ingenuità e la freschezza con la quale egli la osserva e la racconta.

Perché i bambini, si sa, “non vedono il male laddove non c’è”, e riescono comunque ad andare avanti nella propria vita con spensieratezza e tranquillità.

Il protagonista del romanzo Un sacchetto di biglie, un ragazzino ebreo figlio di parrucchieri che vive con i suoi genitori e con suo fratello Maurice a Parigi, non è altri che lo scrittore stesso, Joseph Joffo, nell’età della sua infanzia. La sua vita scorre tranquillamente tra giochi, scherzi e studio fino a quando la Francia viene invasa dai tedeschi. A questo punto la famiglia si separa: i due fratelli vanno a vivere a Mentone, mentre i genitori restano a Parigi. Dopo la guerra, i familiari si ritrovano e Joseph inizia a pensare di scrivere la sua esperienza vissuta durante la Seconda Guerra Mondiale; è così che nascono Un sacchetto di biglie (1973) e una serie di racconti che non sempre si ambientano sotto il nazismo, tra cui Anna e la sua orchestra (1975) e La jeune fille au pair (1993).

A differenza del libro, il fumetto, sceneggiato e disegnato da Kris e Vincent Bailly, ci offre uno spaccato importante della vita quotidiana di quell’epoca e contemporaneamente grazie al linguaggio semplice adottato da Joffo ci fa riflettere su come due bambini possano trovare cose belle anche nei momenti più brutti.

Rispetto al romanzo i personaggi hanno una rappresentazione più dettagliata: come nel libro la narrazione è interna e il narratore coincide con l’autore. Gli elementi che rimangono invariati sono la trama, che presenta dei salti e varie digressioni, e il tempo della storia nel quale si svolgono i fatti narrati.

I personaggi principali sono Joseph, il narratore, il fratello Maurice, i loro genitori e altri membri della famiglia Joffo. Joseph è un ragazzino ingenuo e tranquillo, ma coraggioso e riflessivo, mentre Maurice è tutto il contrario del fratello, infatti è impulsivo, spaccone e furbo; i genitori dei due bambini sono stimabili e gentili, ma quando serve sono rigidi e severi, soprattutto il padre.

Per quanto riguarda l’aspetto grafico, i disegnatori hanno realizzato il fumetto con una particolare tecnica caratterizzata da colori accesi e linee irregolari e poco marcate.

Soprattutto quello che salta all’occhio sono le vignette disegnate con molti particolari e le battute dei personaggi scritte con caratteri regolari, tranne in alcuni casi in cui si vuole sottolineare qualcosa di importante, come esclamazioni o discorsi in cui i protagonisti si riferiscono a usanze della loro epoca (ad esempio, canzoni patriottiche o espressioni gergali).

In particolare di tutto il fumetto si notano una serie di vignette che descrivono l’avvicinamento dei soldati tedeschi alla parrucchieria dei Joffo; il motivo è da ricercarsi nei colori usati, soprattutto il nero per le divise, nella precisione nei dettagli e nelle linee di contorno marcate e ben definite, cosa che accade per una sola volta nelle pagine della storia proprio perché i disegnatori vogliono rendere l’idea dell’arrivo imminente dei nazisti nella vita della famiglia.

Il romanzo e il fumetto quindi descrivono il mondo selvaggio, orribile e insano della Seconda Guerra Mondiale visto e raccontato con una semplicità disarmante da un bambino di soli nove anni.


Francesco Zocchi ha presentato

Un sacchetto di biglie

Autori: Kris, Vincent Bailly
Traduzione: Giovanni Zucca
Edizione: Rizzoli Lizard, 2013, 144 pagine, brossura
Prezzo: euro 15,00

Fuggire, di Guy Delisle – una recensione umana

Fuggire, di Guy Delisle, pubblicato in Italia dalla Rizzoli Lizard, è molte cose. È una narrazione biografica, è un topos letterario, è una riflessione su come sia possibile narrare la noia (e solo il fumetto può farlo così bene); ma per chi scrive è soprattutto il racconto dell’eroismo delle persone reali.

Fuggire

 

Cristophe André è una di quelle persone che va in giro per il mondo ad aiutare gli altri. Non so se a voi sembra poco. Durante una delle sue missioni per Medici Senza Frontiere, l’associazione di medici-eroi che ha deciso che le cure mediche vanno portate soprattutto lì dove la gente non ne ha, Cristophe viene rapito dalle stesse persone che voleva aiutare. Fuggire è la sua storia, raccolta e trasformata in fumetto da Guy Delisle, l’autore canadese che in Italia è maggiormente noto per la sua narrazione della dittatura nordcoreana nel volume Pyongyang.

Fuggire può essere una lettura davvero impegnativa, a volerne approfondire ognuna delle caratteristiche che spiccano. A beneficio del nostro lettore, ne faremo un piccolo elenco, nella speranza che egli ne sappia cogliere qualcuna in più.

1- Il Rapimento

Quello del Rapito è un topos cinematografico e letterario di tutto rispetto. L’uomo strappato alla propria vita, e consegnato ad una prigionia che ha lo scopo di ridurlo a merce di scambio, è un concetto di grande potenza e Delisle dimostra di saperlo benissimo. La sua scelta di farsi portavoce di una testimonianza reale dona al racconto uno spessore difficile da trovare altrove. Il rapporto tra Cristophe e i suoi rapitori è autentico, e restituisce l’immensa distanza che intercorre tra due culture diverse, e tra due lingue che non si incrociano mai: non c’è mai un contatto umano tra rapitore e rapito. La distanza che li divide è abissale, incolmabile. Le azioni di questi sono sempre di difficile comprensione, e Delisle non si lascia mai andare a un facile didascalismo: quello che accade al di fuori dei pensieri di Cristophe non è mai spiegato.

Fuggire

 

Eppure la posizione del Rapito incontra dei momenti di crisi in cui, pur nella propria impotenza, Cristophe ci dimostra che è possibile essere persone migliori anche nelle circostanze più difficili. Splendidi e incredibilmente sinceri sono due momenti precisi: quando Cristophe ha l’occasione di prendere in mano un fucile, e quando riesce a parlare con la propria casa, scoprendo la cifra richiesta come riscatto. Le reazioni di Cristophe ci disegnano una persona reale, ma anche un eroe, nel senso più puro e “banale” del termine.

2- La Fuga

Altro luogo letterario da manuale, la fuga del prigioniero qui ci regala dei momenti di riflessione che riecheggiano la narrazione (addirittura) di Primo Levi. Delisle ci apre uno squarcio nei pensieri di Cristophe quando questi trova, per un caso fortuito, l’occasione di fuggire: mostrandoci un uomo come tutti gli uomini, capace di adattarsi a qualsiasi situazione, spaventato dall’ignoto anche se questo significa libertà. «Rischio di peggiorare la mia situazione?» si chiede Cristophe: non è quello che ci chiederemmo tutti? Non è forse parte della natura umana quella di fare buon viso a cattivo gioco, sempre o quasi sempre, purché si abbia un tetto sulla testa e una zuppa nel piatto?

E non è forse la capacità dell’eroe quella di rischiare tutto, con la possibilità di restare senza nulla, pur di affermare un principio, quello che è meglio essere liberi al freddo che prigionieri al caldo? Così che il semplice gesto di alzarsi e aprire una porta, diventa, nelle pagine di un fumetto, l’epica vittoria dell’uomo contro la propria meschinità.

«Niente può più fermarmi» pensa Cristophe, mentre cammina per una strada in una città sconosciuta, mettendo in gioco se stesso.

3- L’Altro

Pensiamo ai rapitori di Cristophe, forse dei militanti ceceni, sicuramente armati. La vicenda rischierebbe di porgere il destro di alti lai a certa propaganda sul fatto che interi popoli siano composti da criminali, o loro fiancheggiatori. Ma la realtà non è mai semplice. E poiché questo racconto nasce da ciò che è davvero accaduto, ci racconta l’Altro nella sua intera complessità.

Così Cristophe, nemmeno a farlo apposta, incontra nel popolo ceceno due facce diverse, praticamente opposte: incontra il Male e il Bene, e nel Male dei rapitori cerca il Bene, mentre nel Bene dei suoi salvatori paventa il Male. Così che il racconto si libera del rischio di essere semplificato con grazia e naturalezza, nel suo stesso svolgimento, senza la minima forzatura. È commovente scoprire come anche al di là del fossato scavato dalla diversità delle lingue, dall’incomprensione culturale, sia possibile gettare un ponte fatto di piccoli gesti umani: piccoli, sì, ma dal significato tanto grande da mettere a rischio delle vite.

E alla fine è un po’ questo il messaggio che traspare dalle pagine di Fuggire: che la grandezza di un gesto eroico si incarna sempre in atti apparentemente insignificanti, senza pubblico, senza ricompensa, e spesso inutili: come dire un semplice no anche quando è contro i tuoi interessi immediati; oppure offrire riparo e cibo a uno sconosciuto che non parla nemmeno la tua lingua.

4- Narrare la noia

La nostra recensione potrebbe finire qui, parlando della straordinaria unicità di questa vicenda: ma faremmo un torto enorme a Delisle se, dopo aver lodato la sua capacità di sintesi, la scelta dei temi e dei momenti, e la naturalezza del messaggio consegnatoci, non dicessimo qualcosa sulla prova narrativa in cui si è cimentato con successo.

La prigionia di Cristophe è, in sostanza, un lungo susseguirsi di giorni tutti uguali, monotono avvicendarsi di pasti e attese, pensieri e congetture, con pochissime svolte narrative. Delisle si è trovato di fronte a un dilemma di quelli che scoraggerebbe molti: narrare la noia senza annoiare.

 

La scelta tecnica è quella del tratto semplice ed essenziale, steso su una paletta di colori uniforme; il lentissimo scorrere del tempo è simulato da vignette ripetute. L’unico elemento che scandisce il tempo sono i pensieri di Cristophe: Delisle li libera dalla gabbia dei baloon, lasciandoli aleggiare per la vignetta, in modo da riempirne gli spazi vuoti e i tempi dilatati.  I luoghi della vicenda vengono così permeati dalla mente di Cristophe, trasformandosi in stanze del suo universo interiore, tanto che l’assenza di eventi fisici resta compensata dal fluire delle emozioni: pensieri come fatti concatenati, che intessono un intreccio capace di tenere il lettore avvinghiato alle pagine.

Magia del fumetto, di cui Delisle è straordinario interprete.

Capita raramente di avere la fortuna di vivere un’esperienza così sfaccettata, spendendo quattro soldi. Fuggire non vi farà pentire un solo secondo del tempo che gli avrete dedicato; e per chi scrive, aver impiegato un pomeriggio intero a recensirlo è stato un vero privilegio.

 

Un anno: primavera. Taniguchi alla francese

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Un anno: primavera © Rizzoli Lizard

Soffia la brezza leggera della primavera; soffia l’aria tiepida e si fa strada dolcemente tra le nuvole dell’inverno, diffondendo ovunque il profumo d’erba e di mare. Si risveglia la natura, ma non sboccia la piccola Capucine, ancora avvolta nel torpore dell’infanzia che non cede il passo a una nuova età. Un fiore tardivo che richiede attenzione e riguardo, perché possa anch’esso dispiegare i petali e lasciarsi carezzare dal caldo vento di un’estate imminente.

Che Jirô Taniguchi sia un uomo dal cuore sensibile ce lo testimoniano tutte le sue opere.

Che riesca a riversare questa sensibilità nelle sue tavole, è evidente sfogliando uno qualsiasi dei volumi che ha disegnato.

Quindi non è una sorpresa che dai disegni e dai colori pastello di questo libro trasudi poesia.

Non una poesia aulica e magari un po’ metafisica, come quella de I Guardiani del Louvre, ma la poesia che permea la vita reale. La vita della famiglia di Capucine Touret, una bambina di otto anni, affetta da Sindrome di Down.

Seguiamo questa vita per una stagione, la primavera. Questo è infatti il primo di una serie di quattro volumi (purtroppo i successivi tre non sono stati ancora pubblicati a distanza di sette anni dal primo), la cui idea è quella di raccontare un intero anno.

Di Capucine sentiamo i pensieri, che fanno spesso da didascalia alle immagini. Pensieri di una bambina diversamente abile, come con grande ipocrisia diciamo oggi, ma che nella sua semplicità ci guida attraverso gli eventi e le emozioni della storia. Lei che non si sente ritardata, ma che si trova in un mondo che la tratta come tale, a volte brutalmente.

Che poi storia non è…. Come spesso Taniguchi ci ha abituato, tutto sembra normale, quasi senza una sceneggiatura.

E Morvan segue un po’ lo stesso stile, riesce a scrivere una storia e una sceneggiatura che si adattano benissimo al disegno e alla poetica di Taniguchi: è la vita stessa che scorre, con eventi quotidiani. E somiglia alla nostra vita, con le piccole e grandi situazioni, le piccole e grandi paure, i piccoli e grandi tradimenti, i momenti di crescita che si nascondono nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.
È una primavera in cui succedono cose normali: la festa di compleanno, il cagnolino avuto in regalo, la scuola, le quotidiane tensioni tra i genitori, le attività pomeridiane dalla terapista. Ma le cose normali sono quelle che ci caratterizzano, che viviamo più spesso, e ci formano. E magari fanno da sfondo alle cose speciali che ci capitano (o che decidiamo di fare).

unanno3Di Capucine vediamo i disegni, a loro volta didascalici, che rappresentano solo quelli a cui vuole bene: maa, paa, i nonni, la tata Sandrine, il cane Maschietto e Durududù, l’amico immaginario che conosciamo nella prima pagina e che Capucine decide di abbandonare nell’ultima, perché così «tutti penseranno che ho fatto progressi».

Di Capucine quasi non vediamo l’handicap perché Cap non ha i tratti caratteristici della sindrome, e tutti sono preoccupati di farle «fare progressi». Ma non può essere ignorato, fa da sfondo a tutto, è presente in ogni dialogo, anche quando Capucine non c’è, e determina anche quello che succede (è per riprendere lei dalla terapista che il paa mette in discussione la sua fedeltà…).

E in fondo di Capucine, per tutto il libro, abbiamo il punto di vista. Anche se nella narrazione ci sono eventi di cui la ragazzina non è protagonista, o dove non è neppure presente.

Dal punto di vista grafico, nel disegno dei personaggi, nel tratto, nei dettagli delle scene, nella colorazione delicata che sottolinea i passaggi della storia è il Taniguchi che conosciamo. La differenza rispetto ad altre opere si nota nel taglio delle vignette e nella gabbia delle pagine. Si capisce che il fumetto è pensato con uno stile più europeo: non ci sono splash page, le vignette sono tutte ben delineate. Ma anche qui Taniguchi riesce a interpretare in modo personale ed efficace. Ad esempio utilizza la gabbia per aiutare il lettore a dare il ritmo alla storia: nelle pagine in cui la divisione è fittissima (ho contato anche quindici vignette in una sola tavola) le inquadrature cambiano continuamente, dando grande dinamicità al racconto, anche se magari gli eventi in sé non sono così significativi.

Infatti, nella trama non ci sono momenti drammatici o particolari, è una specie di flusso di coscienza, che si alterna tra la infantile inconsapevolezza di Capucine e la figura del padre, che sembra un po’ l’antagonista della situazione, il personaggio negativo.

Nel corso del volume piano piano è proprio lui ad arretrare sempre di più dal piano aulico e sereno dell’inizio. I suoi primi piani si fanno prima tristi e poi duri. Vive con distacco la quotidianità della figlia, è stanco del lavoro, è l’unico che vuole tirarsi fuori dalla vita di Capucine, che sente il peso del suo status.

È lui a trattare con durezza la figlia, a non accettarne il ritardo, a farsi sopraffare dai problemi di tutti i giorni, a rompere l’equilibrio infatuandosi della terapista.

È l’elemento di realtà in una quotidianità che si specchia attraverso lo sguardo semplice e per questo sognante di Capucine.

La madre Stephanie sembra voler fare da collante tra il mondo pratico e dinamico dei normali, come suo marito, e quello fantastico e semplice di sua figlia. Due mondi che in una sola primavera, da adiacenti che erano, si allontanano progressivamente. E Stephanie si sfilaccia sempre di più, fino a scomparire anche fisicamente nelle ultimissime pagine, in cui i sogni di Capucine, che dice addio al suo amico immaginario per mostrare anche a se stessa di essere cresciuta, si alternano con la praticità del padre Stephane (solo una “i” di differenza dalla moglie), che si sente lontano dalle donne della sua famiglia, ma non riesce a fare il passo per rompere definitivamente.

La progressiva consunzione della serenità iniziale è forse imputabile all’origine europea dell’opera.
Fa pensare a tanti fumetti o film italiani e francesi in cui a prevalere è una forma di angoscia di cui non ci si libera mai.

Spesso invece le opere di Taniguchi, magari anche aventi per protagonisti dei perdenti, si chiudono con un seme di speranza.

Quindi, sospesi tra queste due possibili evoluzioni, dobbiamo aspettare di leggere le altre stagioni per sapere se prevarrà la poesia di un mondo a misura di una bambina down o dovremo arrenderci alla realtà.

Dati editoriali:

Autore: Jean-David Morvan (storia), Jiro Taniguchi (disegni)
Editore
: Rizzoli Lizard
Provenienza
: Francia, 2009
Formato
: 21,5×28,7, cart., 72 pag., col.
Data di Pubblicazione: 2011

I Guardiani del Louvre – Un artista tra le opere d’arte

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Chi conosce Jirô Taniguchi non si stupirà nel sentire che ancora una volta la storia di un suo fumetto nasce da una sua esperienza personale.

Infatti, nonostante l’autore abbia attraversato nella sua carriera moltissimi generi, dalla fantascienza al giallo, dal western al pulp, secondo me dà il meglio di sé nella produzione più poetica e intimista.

Come è accaduto nel suo primo fumetto in cui mi sono imbattuto, L’uomo che cammina, la sensazione che crea la lettura è quella che l’autore si identifichi completamente nel personaggio principale, che è una «persona qualunque», e per questo crea un immediato contatto con il lettore, che a sua volta è portato a identificarvisi. Pertanto il personaggio diventa in qualche modo elemento profondo di contatto con il mondo dell’autore.

È una modalità che il maestro ha utilizzato più volte nelle opere di cui è stato anche scrittore e sceneggiatore, e che, insieme alla «normalità» dei disegni, crea in lettori «normali» come il sottoscritto una sensazione di pace e di serenità. Sembra di leggere storie profondamente ancorate alla realtà (che Taniguchi studia attentamente prima di proporre nelle sue opere), ma sapientemente portate in una dimensione introspettiva, fino a diventare onirica, grazie alle situazioni e ai personaggi delicati, ai disegni puliti e rassicuranti. Basti pensare a racconti brevi come L’olmo, o a storie più complesse come Quartieri lontani.

© Christophe Beauregard http://www.christophe-beauregard.com/en/jan-2015/

Taniguchi studia maniacalmente le inquadrature, gli sfondi, le atmosfere, cerca di renderle nel modo più realistico, che la storia sia ambientata in Giappone o altrove. Lo ha fatto in passato ad esempio ne La vetta degli dei, ambientata nell’Himalaya, e lo fa qui, con I Guardiani del Louvre, riproducendo gli scorci di Parigi, le sale del Louvre e le altre ambientazioni con dettagliato e poetico realismo. Inoltre da sempre i suoi personaggi hanno un aspetto realistico ma occidentale, a testimoniare la profonda passione nei confronti del fumetto europeo, specie quello franco-belga. E in questo caso sono anche perfettamente coerenti con l’ambiente…

La storia è semplice: un fumettista giapponese, di ritorno dalla Fiera Internazionale del Fumetto di Barcellona (che si tiene effettivamente ogni anno a maggio ed è giunta alla 34a edizione nel 2016) decide di fermarsi a Parigi per altri cinque giorni per visitarla. Viene però preso da una forte influenza ed è costretto a trascorrere i primi giorni nel letto dell’albergo, con tutte le difficoltà di comunicazione e organizzazione del caso. Già in questa premessa e nelle pagine che descrivono la malattia si intravede la dimensione onirica, con gli stessi colori e le stesse forme grafiche che poi ritroveremo nel corso della storia.

Rimessosi in salute, decide di dedicare tutto il tempo rimasto alla visita del Louvre, perché, come dice lui stesso, «per qualche motivo non vi ha mai messo piede». Pur convalescente, si avventura tra la folla e, in preda alla febbre, scivola in una «dimensione che esiste solo nella sua mente, assai più vicina alla realtà che al sogno».

Da quel momento attraversa nei due versi, continuamente, una soglia che lo porta a visitare il Museo nella realtà e nel sogno, pertanto passa dalle sale affollatissime a parti chiuse al pubblico («il sistema di condizionamento»!), dall’incontro con personaggi del passato, anche personale, ai dialoghi con il suo cicerone, che scoprirà essere la Nike di Samotracia.

Così il Louvre diventa un vero e proprio tempio (Taniguchi stesso lo chiama così nel titolo del Capitolo 5) della cultura e dell’arte, di cui la Nike, nelle vesti di una donna dominata dal colore rosa e vestita come in epoca Tudor, è il guardiano-guida, quasi una dantesca Beatrice senza la quale l’autore non riesce a orientarsi. Lei ne conosce i segreti, sia inteso nel senso di loci, sia inteso nel senso dell’essenza del Museo. È lei a dire «il Louvre è un labirinto onirico che esiste al confine tra sogno e realtà».

E il protagonista incontra, in questo labirinto in cui si perde ogni volta che entra, nei giorni successivi, santi e sacerdoti di questo tempio. I santi sono soprattutto i pittori, che, in una escalation, vanno dal giapponese Asai Chū, in qualche modo antesignano dello stesso Taniguchi per il rapporto con l’arte e la cultura occidentale, fino all’incontro con Van Gogh. In realtà quest’ultimo non compare nel Museo, ma quando il protagonista decide di spostarsi a Auvers-sur-Oise, ultima residenza del pittore olandese. Così emerge un altro fattore: è il sogno a seguire l’uomo, non è legato al luogo, ma sembra essere una dimensione che l’uomo porta dentro di sé, proiettandola sui luoghi che visita.

Al suo ritorno al Louvre, il giorno successivo, incontra Antoine de Saint-Exupery, vestito da aviatore ma identificato come «lo scrittore», uno dei sacerdoti del tempio, che gli racconta la storia di Jaujard e Schommer, salvatori delle opere del Louvre dall’invasione nazista. E tra le opere salvate c’è la Nike, che infatti in questa parte del racconto diventa molto più reale, quasi carnale, perché se ne sente il coinvolgimento fisico in questa parte della storia.

L’ultimo incontro del protagonista è con la moglie morta, alla quale aveva promesso di andare insieme a visitare il Louvre, senza però averne avuto la possibilità. E in qualche modo c’è, nel tempio del Louvre, una redenzione, una storia di salvezza. Lei lo “libera” dalla sensazione di tristezza ovattata, che, ce se ne accorge solo qui, permea tutta la storia. La tristezza viene a galla solo nell’ultimo capitolo, dopo averci accompagnato sottotraccia per tutta l’opera. Quando se ne capisce il motivo, con le lacrime agli occhi, si scioglie il senso di angoscia, si comprende il significato di questa visita parigina, che all’inizio della storia sembrava quasi una forzatura. Nelle prime pagine, in una didascalia, l’autore-protagonista dice «ho salutato gli altri e sono andato a Parigi», con un senso di rottura improvvisa ed incompresa, che si ricompone qui. Nonostante sia la «terza volta a Parigi», non ha mai visto il Louvre perché doveva vederlo con la moglie. La Nike glielo profetizza: «presto arriverà la persona che lei sta aspettando».

È nel momento in cui si realizza la promessa fatta che si torna nella realtà; una realtà dalla quale il protagonista si è sentito lontano per tutta la storia, tanto che a un certo punto è lui stesso a esprimere i dubbi del lettore: «chissà… forse non mi sono mai mosso dal letto dell’hotel e sto delirando in preda alla febbre…». Il dubbio viene al lettore, e se lo trascina, fino quasi alla fine. Il labirinto del Museo è in realtà il labirinto che ognuno ha dentro di sé, misterioso ma popolato di guide e di guardiani, che restano punti fermi, come l’olmo di un altro racconto di Taniguchi. Così alla fine il dubbio si scioglie, nel modo meno doloroso: in realtà non importa se le cose siano successe fisicamente o no, perché è quello che noi sentiamo a succedere realmente.

Taniguchi sa essere come al solito delicato e commovente, senza essere stucchevole, in questo seguendo le orme di altri maestri giapponesi, come Miyazaki, e contribuendo egli stesso a tracciare un solco che lo distanzia dalla visione occidentale. Il tema della morte è trattato con rispetto e sollievo, perché il ricordo e l’arte possono essere entrambe forme di immortalità.

Corot

Jean-Baptiste-Camille Corot, Souvenir de Mortefontaine

Dal punto di vista grafico, in quest’opera il colore, delicato, quasi acquerellato, sostituisce il tratto che ha definito i dettagli in altre opere di Taniguchi dal profondo carattere poetico.

Tuttavia non si perde il gusto del particolare: le tavole, in questo formato anomalo perché edito in Francia dalle stesse Edizioni Louvre, permettono il contatto con la realtà fisica anche nei momenti in cui la storia è più onirica.

Si distinguono infatti nei disegni le cesellature delle decorazioni barocche dei soffitti del museo, i dettagli delle statue sui palazzi parigini, ma anche alcune minuzie tecniche, come le tubature della centrale termica del Louvre o i particolari della stanza dell’hotel. Questo crea anche il contrasto con gli eterei guardiani, di forma indistinta e di colori irreali.

Le inquadrature, come d’altra parte il taglio delle vignette nelle pagine, sono molto dinamiche, cambiano continuamente, nell’ambito della stessa pagina. Contribuiscono entrambe, da una parte a dare il senso del sogno, perché sono irregolari e variabili, dall’altra a mantenere il contatto con la realtà, perché toccano ed evidenziano, anche se in modo fuggevole, i dettagli fisici delle scene.

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© Jirô Taniguchi/Futuropolis – Musée du Louvre

Il registro cromatico cambia per raccontare con le immagini i diversi momenti storici in cui si ritrova il personaggio. Così nella foresta dove incontra Jean-Baptiste-Camille Corot, il tratto e il colore ricordano lo stile del paesaggista francese. Durante l’incontro con Van Gogh i colori e lo stile dell’artista olandese tornano nelle pagine di Taniguchi. Perfino il personaggio Van Gogh sembra tratteggiato con lo stile del Van Gogh pittore. I colori mancano solo nel racconto del salvataggio delle opere nel 1939, sostituiti con un seppia che sa di storia e di “età oscura”. Taniguchi sottolinea forse che in quell’epoca l’arte e il sogno sono stati oscurati dalla grettezza umana, visti solo nel loro valore monetizzabile.

E i guardiani del titolo non sono stati sufficienti a preservare il sogno e l’arte dalla barbarie umana. Al punto da non comparire mai nella parte della storia che fa riferimento al 1939, sostituiti dagli efficientissimi guardiani in carne ed ossa che hanno imballato e portato via le opere d’arte. Solo in una delle vignette virate seppia compaiono i guardiani indistinti e colorati, quella in cui la Nike ricorda come è stata salvata lei stessa, quasi a sottolineare il legame con il presente e con un sogno che neppure la brutalità della guerra ha spento.

Il fumettista, alter ego dell’autore, si trova realmente tra le opere di uno dei musei più famosi al mondo, al quale ha voluto rendere omaggio. In effetti il Louvre può essere considerato uno dei luoghi dove è concentrata la massima espressione dell’arte occidentale, alla quale Taniguchi rende onore, e di cui non nasconde l’influenza sulla sua opera.

Credo che sia per questo che ne ha fatto il luogo deputato al contatto tra la realtà e il sogno. Un contatto che diventa fruttuoso e rigenerante per la vita dell’uomo soltanto se non si perde né, da una parte, in un materialismo becero e insensibile, né, dall’altra, in un astrattismo irreale. Questo il ruolo dell’artista, e quindi anche del fumettista: riuscire a tenere vivo questo contatto, sempre in equilibrio, facendolo percepire a tutti gli uomini.

Quindi in qualche modo, tra i guardiani del Louvre, insieme agli «spiriti che dimorano nelle cose», possiamo annoverare Taniguchi, tutti gli artisti, ma anche un po’ tutti coloro che vogliono vivere la propria vita, vagando nella «realtà onirica», lasciando una traccia reale nel sogno degli altri.

Incontro con Silvia Rocchi e Francesca Riccioni – “Il segreto di Majorana”

Comunicato Stampa – 

Cinema Caffè Lanteri

Presenta

Il segreto di Majorana

Di Silvia Rocchi e Francesca Riccioni

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Venerdì 16 Ottobre ore 19.30

Incontro con le autrici e inaugurazione della mostra di tavole originali

Venerdì 16 ottobre il Cinema Caffè Lanteri di Pisa per il suo secondo appuntamento della serie Fumetti&PopCorn, dedicata al fumetto e all’illustrazione, è lieto di ospitare la presentazione del nuovo libro a fumetti “Il segreto di Majorana” firmato da Silvia Rocchi e Francesca Riccioni edito da Rizzoli Lizard. Come di consueto l’incontro, moderato da Virginia Tonfoni de Il Manifesto, è accompagnato dall’inaugurazione della mostra delle tavole originali tratte dal libro che rimarrà visibile al pubblico fino al 1 Novembre.

Con il suo inconfondibile tratto pastoso, proprio della matita a cera, pieno di liricità e poesia, e dalla gamma cromatica ridotta a pochi semplici colori ma efficaci a restituire certe atmosfere, Silvia Rocchi ci regala un’intensa biografia intima, disegnando quella che può essere la prospettiva di una scelta esistenziale, che – come nella tesi proposta da Leonardo Sciascia nel suo La scomparsa di Majorana – avrebbe portato Ettore Majorana, uno dei geni della fisica nucleare, a scomparire nel nulla nella primavera del 1938. Silvia Rocchi, già ospite lo scorso anno al Lanteri con un’altro ritratto biografico a fumetti su Tiziano Terzani, e Francesca Riccioni, che con Tuono Pettinato ha realizzato le biografie di Galileo Galilei e Alan Turing (anche quest’ultimo presentato al Lanteri) sempre per Rizzoli Lizard, dimostrano grande maestria e consapevolezza nell’affrontare il racconto a fumetti di un genere così complesso. In questo caso, affidando l’intreccio narrativo a due storie – quella di Ettore, appunto, e quella di due personaggi contemporanei, Leo e Amanda – si interrogano sulle dinamiche interiori di una risoluzione grave come quella di una scomparsa volontaria, scatenata da un conflitto insanabile tra i propri desideri e l’inalterabile realtà del quotidiano.

La serata avrà luogo con il valido supporto di Maurizio Vaccaro di Radiocicletta, media partner dell’evento.

 

Mostra di tavole originali dal 16 Ottobre al 1 Novembre

 

Cinema Caffè Lanteri

Via San Michele degli Scalzi 46, Pisa

www.cinemalanteri.com | info@cinemalanteri.com

Torna Corto Maltese con un’avventura inedita

Comunicato Stampa – 

Vent’anni dopo la scomparsa di Hugo Pratt, dal 1° ottobre il “gentiluomo di fortuna” torna a incantare i lettori con un’avventura inedita scritta da Juan Díaz Canales e disegnata da Rubén Pellejero

 Corto Maltese – Sotto il sole di mezzanotte

Prefazione di Tristan Garcia

 (Rizzoli Lizard, pp. 112, € 20)

  «Non mi disturba l’idea che un giorno qualcuno possa decidere di continuare le avventure di Corto Maltese», raccontava Hugo Pratt a Dominique Petitfaux nel libro di conversazioni All’ombra di Corto.

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Corto Maltese parte per un viaggio nel “Grande Nord” americano sulle tracce di Jack London, lo scrittore che il bel marinaio taciturno aveva già incrociato nel 1905 in Manciuria, negli ultimi giorni della guerra russo-giapponese narrata ne La Giovinezza.

Dopo Mu – La città perduta pubblicata nel 1992, il celebre marinaio vivrà dunque la sua trentesima avventura, che sarà pubblicata in contemporanea in Italia da Rizzoli Lizard, in Francia da Casterman e in Spagna da Norma Editorial.

 «Ora, per una curiosa piroetta della storia, in quest’uomo di ieri ritroviamo l’uomo di domani», scrive Tristan Garcia nella prefazione. «Basta guardare la carta geografica. Che forma hanno oggi i territori attraversati da Corto Maltese in La casa dorata di Samarcanda? La Turchia, la Siria, l’Afghanistan, l’Iran? Assomigliano a ciò che erano cento anni fa, all’epoca in cui vi si aggirava il nostro eroe: un immenso caos umano in cui le linee di confine non hanno più valore, in cui schieramenti politici, etnici e confessionali si sovrappongono, come lucidi impilati di traverso su un tavolo da disegno, mescolati al punto da rendere illeggibile la cartografia del mondo. In un mondo così, Corto Maltese torna a essere una possibilità».

 Juan Díaz Canales (Madrid 1972) è uno dei più importanti sceneggiatori del fumetto mondiale. La saga Blacksad, creata con l’illustratore Juanjo Guarnido, ha venduto più di un milione di copie, vincendo il premio L’Eisner Award e, per due volte, il premio del Festival Internazionale di Angouleme.

Rubén Pellejero ha iniziato la carriera di illustratore negli anni Settanta. È autore con Jorge Zenter della serie Dieter Lumpen, pubblicata in Italia su “L’Eternauta” e poi su “Corto Maltese”. Il suo Le silence de Malka è stato premiato come migliore opera straniera al Festival del fumetto di Angoulême.

 Gli autori saranno in Italia il prossimo autunno, in occasione di Lucca Comics & Games, festival internazionale del fumetto, del cinema d’animazione, dell’illustrazione e del gioco, in programma dal 29 ottobre al primo novembre 2015.

LIZARD
21 x 28 cm
pp. 112
Cartonato
Euro 20,00
Ottobre 2015