Rebuild of Evangelion

Intervista a Fabrizio Mazzotta (prima parte)

In occasione dell’Etna Comics 2018 di Catania, nella giornata di sabato 2 giugno l’Associazione Culturale EVA IMPACT ha tenuto il panel Sci-Fi Anime AttackEvangelion, Cowboy Bebop e Trigun: i tre alfieri del rinascimento anime all’alba del terzo millennio.

Oltre alle bravissime artiste Lorenza Di Sepio e Giulia Adragna, al panel ha partecipato in veste di ospite d’onore anche Fabrizio Mazzotta, celeberrimo doppiatore e direttore del doppiaggio, che ha lavorato a Evangelion sia per la serie TV, sia per i film cinematografici, sia per il Rebuild.

Conferenza di EVA IMPACT all'Etna Comics 2018 con ospiti Lorenza di Sepio, Giulia Adragna e Fabrizio Mazzotta

Durante il panel l’Associazione Culturale EVA IMPACT ha conferito a Fabrizio Mazzotta il titolo di “Amico di EVA IMPACT” per aver contribuito con la sua grande professionalità al successo di Evangelion in Italia, e ha successivamente avuto l’onore di fare una divertente chiacchierata con una delle voci più caratteristiche del doppiaggio italiano.

Vi presentiamo l’intervista, a cura di Ilaria Azzurra Caiazza, Mario Pasqualini e Filippo Petrucci, in un doppio articolo: la prima parte, pubblicata qui su Dimensione Fumetto, è incentrata sulla carriera di doppiatore di Fabrizio Mazzotta; la seconda parte, pubblicata su Distopia Evangelion, è dedicata al ruolo di direttore del doppiaggio di Mazzotta sia su Evangelion sia sull’altro capolavoro di Hideaki Anno, il recentissimo Shin Godzilla.


Buonasera, Fabrizio! Grazie per aver partecipato al nostro panel e per averci concesso questa intervista. Partiamo con la più classica delle domande: com’è iniziata la tua carriera nel mondo del doppiaggio?

Prima di intraprendere la carriera di attore-doppiatore ero un attore cinematografico e televisivo. C’era l’esigenza, dopo aver terminato la produzione del film o del telefilm, di doppiarmi da solo, quindi ho conosciuto l’ambiente del doppiaggio. Poi, col passare degli anni, mi sono piaciuti molto questo mondo e le sue dinamiche lavorative, quindi ho dedicato le mie forze a fare doppiaggio: col passare del tempo da semplice doppiatore ho iniziato a fare l’adattatore al doppiaggio, scrivendo quindi i copioni, e poi sono diventato anche direttore di doppiaggio; lo faccio ormai da vent’anni e più!

Il tuo curriculum è molto lungo e ricco di ruoli molto diversi fra di loro. Credi che avere una voce così peculiare ti abbia favorito nella tua carriera o al contrario ti abbia precluso dei ruoli che avresti desiderato interpretare?

Chiaramente la mia voce peculiare mi permette di doppiare personaggi caratteristi, specialmente cartoni animati e magari personaggi buffi o particolari, però è anche vero che chi ha un vocione bello profondo non può interpretare i ruoli che faccio io. È tutto relativo! Probabilmente c’è una specie di preclusione e chiusura verso il cartone animato nell’ambiente, e magari certi ruoli da caratterista non mi vengono assegnati perché sono troppo legato, nell’immaginario, al cartone animato… però mi va bene così!

Com’è cambiato il lavoro del doppiaggio dai tuoi esordi a oggi?

Anche il mondo del doppiaggio è specchio dei tempi: ci sono dei ritmi più veloci oggi, più industriali. Sotto certi aspetti è una cosa naturale perché i tempi cambiano, sotto certi altri però un po’ più di tempo sarebbe necessario per curare al meglio certi prodotti.

Ti dividi tra il lavoro del doppiatore al leggio e quello del direttore di doppiaggio: dove finisce la responsabilità di uno e dove comincia quella dell’altro nel lavoro finito? Il doppiatore è un mero esecutore delle indicazioni del direttore o può prendersi qualche licenza?

Qualche licenza il doppiatore se la può prendere, sempre rispettando i ruoli per semplificare il processo: come il doppiatore fa il proprio lavoro, così anche il direttore di doppiaggio; c’è comunque uno scambio di idee, ma i due ruoli sono separati. Io quando faccio doppiaggio demando quasi tutto al direttore, quindi è molto più semplice.

Tra gli innumerevoli personaggi a cui hai donato la voce, quali ricordi con particolare affetto e quali con antipatia?

Parlare di antipatia forse è esagerato e comunque preferirei non fare esplicitamente nomi, ma ce n’è stato qualcuno che non mi interessava doppiare, e magari ha anche avuto successo… Tra quelli che ricordo con maggior simpatia, c’è sicuramente Eros di C’era una volta… Pollon; dopo trent’anni ovviamente mi sono affezionato a Krusty il Clown, ma devo dire che per me Eros è il cavallo di battaglia.

C’è molta differenza tra il doppiaggio di un personaggio animato e quello di un personaggio in carne e ossa? Quale preferisci tra le due possibilità?

Dipende dai ruoli, anche perché io non faccio differenze tra un personaggio animato o un attore in carne e ossa; si tratta di saper recitare e io non faccio distinzioni.

Il tuo ruolo di Krusty il Clown ne I Simpson è assolutamente iconico: che tipo di lavoro hai fatto su questo personaggio, anche in rapporto al doppiatore originale, e che rapporto hai con Krusty dopo tanti anni?

Io in genere cerco sempre di seguire il doppiatore originale: quando ho doppiato la serie prodotta da Spielberg, Pinky and the Brain, io seguivo in tutto e per tutto il doppiatore originale, Rob Paulsen, che era bravissimo, straordinario, e io cercavo di andargli appresso, ma non sono riuscito a equivalergli pur provandoci in tutti i modi. Nel caso de I Simpson invece il doppiatore originale di Krusty è Dan Castellaneta e devo dire che per me è stato più facile seguirlo, ci riesco di più: di base seguo lui poi, dopo trent’anni di lavoro su questo personaggio, qualcosa metto sempre qualcosa di mio; ecco, per Krusty mi sforzo un po’ perché non è la mia voce naturale, però per il resto ormai mi è facile doppiarlo.

Ormai Krusty è un personaggio nelle tue corde. Confrontando il doppiaggio originale con la tua interpretazione si nota che cerchi di avvicinarti molto, ma si sente la tua nota, la tua impronta. Proseguendo con le domande, quale reputi sia stato il tuo primo ruolo importante? E perché proprio Eros di C’era una volta… Pollon?

[Risata] Nei cartoni animati sicuramente Eros! Prima però avevo fatto Mizar in UFO Robot Goldrake, e prima ancora il mio primo ruolo come protagonista nel doppiaggio fu quello di Danny, nella serie TV americana La famiglia Partridge: avevo iniziato questo mestiere da poco, avevo 12 o 13 anni… Doppiare Eros comunque è stato l’apoteosi, il culmine della carriera!

Quest’anno si festeggiano i 40 anni di UFO Robot Goldrake in Italia: puoi raccontarci i tuoi ricordi relativi al doppiaggio di Mizar?

Io racconto sempre questo aneddoto: Goldrake fu uno dei primissimi cartoni giapponesi in Italia, scelsero me per doppiare Mizar e, cominciata la lavorazione, ai doppiatori mostravano tutti gli episodi spezzettati in anelli, in spezzoni di filmato e in bianco e nero. Non dico che non mi piacesse, ma non mi faceva né caldo né freddo, non mi interessava, e quando potevo andavo via dalla sala e curiosavo in una sala accanto dove doppiavano un telefilm che mi interessava. Quando invece iniziò ad andare in onda in TV, in ordine cronologico e a colori, mi piacque molto perché era un cartone d’impatto e nuovissimo per quei tempi, e per questo mi appassionai anche al suo doppiaggio.

A gennaio abbiamo incontrato Liliana Sorrentino, con cui hai lavorato negli anni Ottanta per C’era una volta… Pollon, e successivamente a fine anni Novanta per Neon Genesis Evangelion. Com’è stato tornare a lavorare con Liliana all’epoca, e farlo nuovamente per i film del Rebuild of Evangelion?

Quando abbiamo lavorato insieme su Pollon, io e Liliana eravamo entrambi al leggio, attori e doppiatori. Anni dopo invece, per Evangelion, io ero dall’altra parte del vetro in quanto direttore di doppiaggio rispetto a Liliana, doppiatrice di Ritsuko Akagi, e quindi i ruoli erano un po’ diversi, ma c’è sempre stato un buon rapporto. A ogni modo Liliana è sempre molto professionale, in quanto ascolta le indicazioni del direttore.

Fabrizio Mazzotta riceve il diploma "Amico di Eva Impact" da Ilaria Azzurra Caiazza a Etna Comics 2018.

 

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Intervista a Liliana Sorrentino (prima parte)

Il Japan Day 2018, organizzato da Animanga Italia e che ha avuto luogo sabato 27 gennaio a Torino, è stato dedicato ai 40 anni dello sbarco nel nostro paese di UFO Robot Grendizer, da noi conosciuto come UFO Robot Goldrake.

L’ospite d’onore è stata la grandissima Liliana Sorrentino, attrice, doppiatrice, direttrice del doppiaggio, che ha donato la propria voce a innumerevoli personaggi, tra cui Pollon in C’era una volta… Pollon, Joanie Cunningham in Happy Days, Maria Grace Fleed in Goldrake, Sayaka Yumi in Mazinga Z e Ritsuko Akagi in Evangelion.

L’Associazione Culturale EVA IMPACT, che ha collaborato all’organizzazione dell’evento e ha contribuito con un intervento dedicato alle influenze di Go Nagai su Hideaki Anno ed Evangelion, ha conferito a Liliana Sorrentino il titolo di “Amica di EVA IMPACT” per aver donato voce e anima alla figura drammatica della dottoressa Ritsuko Akagi di Evangelion, interpretandola con passione e professionalità, e ha avuto l’onore di fare una lunga chiacchierata con una delle voci protagoniste del doppiaggio italiano.

Ilaria Azzurra Caiazza consegna la targa "Amica di EVA IMPACT" a Liliana Sorrentino al Japan Day 2018.

Vi presentiamo l’intervista, a cura di Ilaria Azzurra Caiazza, Mario Pasqualini e Filippo Petrucci, foto scattate da Paolo Cavazza, in un doppio articolo: la prima parte, pubblicata qui su Dimensione Fumetto, è incentrata sulla carriera di doppiatrice di Liliana Sorrentino; la seconda parte, pubblicata su Distopia Evangelion, è dedicata al doppiaggio del personaggio di Ritsuko Akagi in tutto il franchise di Evangelion.


Ilaria Azzurra Caiazza: Buongiorno, Liliana! Grazie per essere qui con noi e per concederci questa intervista. Partiamo con la più classica delle domande: come è iniziata la tua carriera da doppiatrice?

Liliana Sorrentino: La mia carriera è iniziata seguendo mio fratello Claudio, che già faceva questo lavoro; io chiedevo sempre a mia madre di portarmi al cinema perché per me la sala di doppiaggio era come il cinema, gli somigliava, solo che non c’erano le poltrone.
Per un film serviva un pianto di bambina e dissero a mia mamma: «Visto che c’è Liliana, lo facciamo fare a lei?»
Io avevo 4 anni ed ero piccola: ero in braccio a mia madre e quando mi dicevano di piangere io ridevo. Poi mi hanno tolto dalle braccia di mia madre e ho cominciato a piangere come una disperata… «Incidi! Incidi! Incidi!» e così è nata la mia carriera.

Collage di ruoli di Liliana Sorrentino.Ilaria: Quest’aneddoto è bellissimo, grazie per avercelo raccontato! Nella tua lunga carriera hai doppiato, fra gli altri, le piccole Gretel von Trapp di Tutti insieme appassionatamente, Jane Banks di Mary Poppins, Fiorellino di Fiorellino giramondo, Pollon di C’era una volta… Pollon, Heather Locklear di Melrose Place e Ritsuko Akagi di Neon Genesis Evangelion, che sono tutti personaggi dai capelli biondi: è un caso o vieni scelta dai direttori di doppiaggio per affinità tricotica?

Liliana: Assolutamente no, anche perché adesso sono bionda, ma c’è stato un momento della mia vita in cui ero birichina con il colore dei capelli ed ero una volta bionda, una volta nera, una volta rossa, una volta mechata… Perché? Perché mi divertiva molto cambiare e anche perché quando facevo teatro spesso e volentieri mi facevano cambiare colore. I doppiaggi delle attrici e dei personaggi animati che hai nominato sono nati sempre ed esclusivamente da una scelta vocale e anche dal fatto che ho sempre avuto questa facilità nel cambiare la voce, sia per poter fare le voci più mature che per le voci molto di testa o con un certo tipo di caratterizzazione. Ammetto che molte volte mi hanno chiesto, visto che ora sono bionda: «Le hai doppiate tutte bionde? Perché?»

Ilaria: Come è cambiato il doppiaggio da quando eri bambina agli anni ’90 e fino a ora? Quali sono secondo te grandi pregi e difetti di questi tre periodi?

Liliana: In passato si faceva un doppiaggio molto più selettivo, molto più curato; c’era molto più tempo per lavorare e c’era un parterre di voci che non abbiamo più, da Peppino Rinaldi a Pino Locchi a Rita Savagnone e chi più ne ha più ne metta: erano dei grandissimi doppiatori.
Oggi si corre. Io vado al cinema perché amo andarci cinema e non faccio attenzione al doppiaggio perché divento spettatrice e non mi interessa il lavoro in quel momento; in ogni caso, ahimè, noto che non c’è più -o quantomeno c’è poco- un doppiaggio fatto con il cuore e con l’anima, perché purtroppo bisogna correre, c’è poco tempo. Prima un film si doppiava in due settimane se non tre, adesso in quattro giorni, cinque giorni: il doppiaggio è cambiato anche in questo.
Inoltre un tempo non si facevamo mai le colonne separate, adesso si lavora ognuno per conto proprio e questo è bruttissimo perché ti trovi a lavorare spiazzato, non sai sempre quello che devi fare o dire perché non sai se l’ha già fatto il tuo collega o la tua collega. In questo devo dire che non amo molto il doppiaggio di adesso, anche se, quando si ha più tempo, si riescono ancora a fare delle cose buone.

Ilaria: Forse viene anche meno il senso di lavoro in gruppo.

Liliana: Sì, prima si era una grande famiglia, si stava tutti insieme e ci si conosceva tutti; anche adesso ci conosciamo e siamo una grande famiglia, però il doppiaggio è diventato un lavoro da “singolo”. Al giorno d’oggi siamo anche diventati tanti, proprio tanti… Prima si era in pochi e c’erano poche società di doppiaggio, mentre adesso ci sono un numero improbabile di doppiatori e di società. Prima ci si conosceva e si cresceva insieme, adesso c’è molta rivalità, è diventato molto più asettico, ecco.

Cartolina di Liliana Sorrentino.Ilaria: A uno sguardo superficiale il doppiatore sembra lavorare da solo e in completa autonomia, ma in realtà non è così. Puoi parlarci del lavoro di doppiaggio in funzione del rapporto tra doppiatore e direttore del doppiaggio?

Liliana: Il lavoro di doppiaggio è sempre basato sulla collaborazione tra il direttore e il doppiatore; uno dei compiti del direttore è proprio quello di armonizzare tutto il lavoro, in quanto ha visto tutto il film, conosce tutta la trama e ha scelto tutte le voci: la sinergia tra il doppiatore e il direttore è sicuramente uno degli ingredienti indispensabili per un buon doppiaggio.

Ilaria: C’è molta differenza tra il doppiaggio di un personaggio animato e quello di un personaggio in carne e ossa? Quale preferisci tra le due possibilità?

Liliana: Io preferisco decisamente gli umani, anche perché è un doppiaggio più facile. Anche il personaggio animato alla fine ti diverte; io mi diverto perché ne invento la voce, perché invento una risata, perché invento una qualsiasi espressione, però è molto più faticoso perché purtroppo non ci sono movimenti labiali veri. È quasi sempre un battito continuo e lì subentra anche il discorso dell’adattamento: se non c’è un buon adattamento non puoi fare molto, come del resto anche quando doppi gli umani… Se c’è un cattivo adattamento ti puoi fare viola, gialla e verde dallo sforzo, ma si riesce a fare poco.

Ilaria: Quali differenze ci sono fra doppiare e dirigere un doppiaggio?

Liliana: Mi piace ancora tanto fare la doppiatrice, stare davanti al leggio, però mi piace anche occuparmi della direzione perché mi dà la possibilità di far sì che diventi un’orchestra: io scelgo le voci, le sento, dico: «Sì, lui sta bene con questa voce…»
È come uno spartito musicale, no?

Ilaria: Ci deve essere armonia.

Liliana: Sì, ci deve essere armonia. E questo mi piace molto, moltissimo.

Ilaria: Hai partecipato a titoli iconici come pure a tante piccole produzioni: quali ruoli ricordi con particolare affetto e quali con antipatia?

Liliana: I miei personaggi mi sono quasi sempre piaciuti, vuoi per un motivo o per un altro: perché mi piaceva l’attrice che doppiavo o perché mi piaceva il film o perché c’era una sfida nel doppiare quel particolare personaggio. Mi divertirebbe molto farlo, ma non ho mai doppiato tanti film di vampiri per un motivo ben preciso: io chiudo gli occhi se vedo delle scene che mi danno fastidio, ma con gli occhi chiusi non si può doppiare; bisognerebbe andare in cuffia, ma non si può fare.
Ho sempre avuto questo problema: «Ti odio, però ti amo perché ti vorrei doppiare».

Copertina del box di "Bia, la sfida della magia".Ilaria: È arrivata una domanda in questo momento da Roma, in tempo reale: il nostro socio Massimo ci chiede se è vero che durante il doppiaggio di Bia, la sfida della magia tu e Cinzia De Carolis vi siete scambiate i ruoli per fare uno scherzo al direttore del doppiaggio…

Liliana: È vero, è verissimo: quando eravamo più giovani io e Cinzia avevamo una vocalità abbastanza simile, ma eravamo identiche -e lo siamo tuttora- quando ridiamo, abbiamo lo stesso modo di ridere. Eravamo davanti al leggio a dire sempre «Bia, Bia…», a un certo punto eravamo entrambe stufe e Cinzia disse: «Facciamo qualcosa, facciamo qualcosa!» e ci siamo scambiate le battute!
Abbiamo provato i nostri personaggi e quando ci hanno chiesto se eravamo pronte abbiamo risposto: «Sì, sì, incidiamo! Incidiamo!» e abbiamo letto ognuna le battute dell’altra. Abbiamo chiesto all’assistente se andasse bene ottenendo risposta positiva e il direttore disse: «C’è qualcosa che non sono riuscito a capire, però… Sì, sì, va bene, va bene».
Poi la risentimmo e noi: «Ma no, guarda che va benissimo! È perfetta! È perfetta!».
In realtà, io e Cinzia l’abbiamo fatto più di una volta!

Ilaria: Ah, ecco!

Liliana: Una volta sola l’abbiamo fatta franca, altrimenti sarebbe stata un po’ critica come situazione. Però è vero!

Ilaria: Bello anche questo aneddoto! Per quanto riguarda la tua voce, riesci a modularla e a cambiarla notevolmente tra un personaggio e l’altro, ma come ti prepari al doppiaggio?

Liliana: Tutte le mattine, prima di andare a lavorare, io ho da sempre un’abitudine: incomincio a scaldare la voce, faccio degli esercizi leggendo o parlando a voce alta, poi con la voce più bassa… Il lavoro per il personaggio che vado a doppiare è molto all’impronta; l’unica cosa che curo, ma non a livello maniacale, è lavorare molto con la mia voce. Negli anni ho cambiato la mia vocalità, io ero molto più leggera, avevo una voce molto più giovanile, non per età ma proprio per emissione vocale. Poi ci ho lavorato su, ho scaldato e ho fatto più matura la mia voce, però se voglio faccio ancora le voci giovanili e di testa. Ogni volta faccio solo questo, ecco: scaldo la voce, la preparo e poi quando vado in sala fa tutto da sola.

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Ilaria Azzurra Caiazza, Liliana Sorrentino e Filippo Petrucci al Japan Day 2018.

Evangelion Exhibition – Per voi, tutto il nostro essere

Se c’è una cosa che i giapponesi sanno fare veramente, ma veramente bene è celebrare il lavoro. In un Paese che non festeggia affatto il primo maggio (e d’altronde avrebbe ben poco da festeggiare), il lavoro è visto come la massima realizzazione dell’uomo: «il lavoro rende liberi», vivere per lavorare. L’esaltazione del lavoro avviene tramite una continua propaganda che non si svolge per vie politiche o militari, ma bensì artistiche e sociali: non c’è giorno che la TV giapponese non mandi in onda servizi sul dietro-le-quinte del lavoro di artigiani, carpentieri, pescatori, manager, operai; nei programmi culturali non si analizzano tanto opere d’arte o eventi storici, ma piuttosto il lavoro degli artisti e degli storici; persino nei programmi d’intrattenimento il lavoro la fa da padrone, raccontando la giornata di cuochi di ristoranti o le riprese sul set con gli attori. In libri, fumetti e cartoni animati il tema principe è l’impegno del protagonista nel suo lavoro (o sport, che è uguale); nei videogiochi RPG, poi, le sotto-quest si basano spesso su lavori che il giocatore deve svolgere per qualcuno. Insomma, in Giappone dal lavoro non si sfugge.

Uno dei modi più peculiari con cui in Giappone il lavoro viene esaltato e fatto conoscere è la sua comunicazione diretta attraverso la museologia. Mostre ed esposizioni sono spesso concepite non con scopo culturale o divulgativo, ma per far conoscere il lavoro necessario a produrre le opere: esibire come si arriva all’opera finita più ancora che esibire l’opera in sé. Non fa eccezione la mostra itinerante intitolata Evangelion ten (“Mostra su Evangelion”, titolo internazionale: Evangelion Exhibition), che dal 2013 gira le principali città del Giappone. Partita da Tokyo il 7 agosto 2013 nello spazio per eventi dei grandi magazzini Matsuya di Ginza, la mostra ha finora toccato 14 tappe: la quattordicesima, e per ora ultima, è stata quella nella Mirai Hall, un teatro all’interno del centro commerciale Æon Mall a Okayama dove si è svolta a cavallo fra aprile e maggio scorsi, per poi proseguire verso nuove mete.

Volantino della mostra Evangelion Exhibition.

Fronte e retro del volantino della mostra Evangelion Exhibition, uguale in tutte le tappe tranne ovviamente che per i dati su giorni, orari e luogo. Le illustrazioni dei cinque children che galleggiano addormentati (nell’LCL?) sono state disegnate apposta per la mostra, mentre lo schizzo sullo sfondo (riportato a colori anche sul retro del volantino) è uno studio del designer Mahiro Maeda.

L’evento è stato realizzato dallo Studio Khara in collaborazione con il quotidiano Asahi Shibun dopo l’uscita cinematografica del film Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo, quando il regista Hideaki Anno entrò in una sorta di stato catatonico pericolosamente simile a quello affrontato da un suo personaggio in una sua opera, ovvero quella Asuka fisicamente e psicologicamente distrutta dallo scontro fra se stessa e il resto del mondo: Evangelion Exhibition è quindi anche un momento per fermarsi a osservare il lavoro svolto finora prima di ripartire verso il gran finale.

In effetti il tema stesso della mostra non è il grande franchise Evangelion, non è l’opera in sé, ma bensì la celebrazione del lavoro che c’è dietro: un lavoro enorme e straordinario. In un allestimento che comprende oltre 1’300 opere esposte, gli unici prodotti finiti sono due brevi video animati, di cui uno è solo uno spezzone incompleto: tutto il resto non è altro che il lavoro necessario per arrivarci. Per i fan di Evangelion è un viaggio emozionante, per tutti gli altri è quantomeno istruttivo su cosa vuol dire veramente realizzare un cartone animato.

Immagini dalle mostre Evangelion Exhibition di Parigi e Treviso.

La Evangelion Exhibition ha avuto delle tappe all’estero, fra cui alcune in Australia (come a Melbourne) e alcune in Europa come Parigi al Japan Expo 2015 e a Treviso per il festival Nipponbashi 2015, due eventi tenutisi a inizio luglio a una settimana di distanza l’uno dall’altro. A Parigi era presente anche il fumettista Yoshiyuki Sadamoto e l’allestimento era molto bello, con i palazzi di Neo Tokyo 3 su cui erano appese le opere (in alto), mentre a Treviso la sede era più convenzionale, ma con riproduzioni tridimensionali come la lancia di Longino e disegni originali, al contrario delle stampe di Parigi (in basso). In ogni caso, le edizioni straniere della Evangelion Exhibition erano solo degli assaggi, dato che presentavano un numero di opere molto limitato: a Treviso, dove c’è stata l’esposizione più ricca, c’erano 92 opere (di cui solo 38 originali), mentre la mostra itinerante giapponese ne espone oltre 1’300. Si ringrazia Distopia Evangelion per i dati e le fotografie.

DF ha avuto il privilegio più unico che raro di poter esplorare Evangelion Exhibition e riprenderne fotograficamente gli interni. L’autore desidera ringraziare lo staff della mostra, l’emittente televisiva locale OHK che ne ha curato l’allestimento a Okayama, e Hiroaki Iwano responsabile dell’Ufficio sviluppo progetti della OHK.

Campagna pubblicitaria per la Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Evangelion Exhibition non è certo arrivata di soppiatto: dopo 13 tappe trionfali in altrettante città giapponesi, l’arrivo a Okayama è stato ampiamente pubblicizzato. Nel centro commerciale Æon Mall, dove si tiene l’evento, tutte le superfici disponibili sono state tappezzate con le immagini promozionali, compresi i pilastri, le scale mobili e persino il pavimento, con OH!-kun, la mascotte del canale televisivo OHK, in cosplay dell’unita Eva-01.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

L’ingresso della Okayama Mirai Hall, un teatro all’interno di Æon Mall che all’occorrenza può essere svuotato in platea delle poltroncine per ospitare eventi temporanei, come in questo caso. Davanti alle porte c’è una cornice per farsi foto pronte per Instagram, mentre ai lati ci sono le cartoline dette tsutefude dipinte a mano dai fan di Evangelion: si tratta di scritte calligrafiche realizzate con gli strumenti tipici dello shodou (calligrafia giapponese), ma multicolore e graficamente significative. Per esempio, per la Evangelion Exhibition i fan hanno scelto la propria battuta o parola preferita della serie e l’hanno interpretata graficamente scrivendola in modo artistico. L’ennesima dimostrazione di amore verso questa saga.

Biglietti della mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Il biglietto della mostra era acquistabile sia in preordine (sopra) scontato nei combini Lawson, quelli che si vedono anche nei film del Rebuild of Evangelion e con cui Evangelion ha un forte legame commerciale, oppure direttamente alla biglietteria della mostra (sotto), con sopra la Rei in versione Evangelion: 3.0 you Can (Not) Redo che era anche sulla locandina e che poi tornerà all’interno della mostra.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Ecco l’ingresso della mostra. Subito si viene accolti nell’atmosfera di questo allestimento attentamente studiato: pareti bianche e nere non ortogonali, grafica essenziale, oscurità generale. Eppure non è l’aspetto visivo, bensì quello uditivo a colpire maggiormente il visitatore: fin dall’ingresso e per tutta la lunghezza dell’esposizione si sentono in sottofondo brani per quartetto d’archi, le urla di Shinji provenienti da una qualche fonte lontana, e soprattutto il battito cardiaco. Un ambiente semibuio, stretto e accompagnato dal battito del cuore: siamo in una placenta materna, o forse nell’entry plug, che è uguale. La stessa scelta di curare più la parte uditiva che quella visiva sottolinea ancora di più il senso di ritorno nel grembo materno. La video installazione all’ingresso con forme acquatiche e colori caldi, gli stessi che si vedono guardando il sole con gli occhi chiusi, confermano che siamo nel ventre della bestia.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Evangelion Exhibition è divisa in cinque parti. La prima, con pareti di colore nero, si intitola La storia di Evangelion ed è dedicata alle prime tre incarnazioni del franchise: la serie televisiva animata Neon Genesis Evangelion del 1995~1996, il fumetto omonimo di Yoshiyuki Sadamoto del 1995~2014, e i due film Death & Rebirth e The End of Evangelion del 1997. Nonostante siano passati ben 22 anni dal suo debutto in Giappone (e 20 anni dal debutto italiano), la serie TV ha ancora un fascino straordinario, e osservare da vicino alcuni acetati originali dipinti a mano dagli artisti è veramente emozionante. Colpisce il fatto che sono molto piccoli, circa in formato A5 (solo per le scene in cui la macchina da presa si muove sono stati usati disegni più grandi), e soprattutto che mancano le linee nere di contorno: quelle sono disegnate a parte su un altro acetato sovrapposto, il che fornisce un’idea di quanto era difficile realizzare un cartone animato con i metodi giapponesi prima dell’introduzione del computer: ogni singolo fotogramma era in realtà composto sempre da almeno tre acetati, ovvero sfondo, colore dei personaggi e bordo nero dei personaggi, più altri se questi muovono parti del corpo (come ad esempio la bocca per parlare, cioè quasi sempre), e tutti devono combaciare. Fin dall’inizio la mostra comunica chiaramente al visitatore la difficoltà del lavoro. Altri elementi interessanti di questa sezione sono le stampe anastatiche delle tavole di Sadamoto e il primissimo modellino di studio della sala di comando della NERV, di carta piegata, con annotazioni a matita (in basso a destra).

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

A sinistra alcuni fotogrammi esposti (fra cui il bacio di Misato a Shinji, Rei dell’episodio 26 coi piccioni che le beccano la fetta di pane, e l’unità Eva-01 che stringe in pugno Kaworu), al centro un modello di studio dell’unità Eva-01, a destra alcune tavole di Yoshiyuki Sadamoto.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La seconda parte è la più corposa e forse la più interessante della Evangelion Exhibition. Si intitola Finché Evangelion non è pronto, e come dice il titolo racconta le fasi di lavorazione dal concept iniziale al prodotto finito: come portare in animazione un’idea. Per prima cosa quindi ecco cinque pannelli che raccontano per sommi capi il progetto e i soggetti dei primi tre film di Rebuild of Evangelion (in mezzo), dopo di che inizia la parte principale: la celebrazione del lavoro. Per illustrare che cosa vuol dire davvero animare è stata scelta una breve scena tratta da Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance, ovvero il combattimento contro l’Angelo Sahaquiel. Questo spezzone, della durata di circa tre minuti, ha richiesto un lavoro a dir poco straordinario agli animatori per realizzare la corsa di tre robot in campagna e in città e lo scontro col nemico. La mostra spiega chiaramente le fasi di lavorazione, che sono 1) copione 2) image board, dove si buttano giù i primi schizzi 3) flusso di immagini, dove si scelgono le soluzioni migliori 4) layout degli sfondi 5) storyboard 6) layout dei personaggi 7) animazione a mano di persone e cose 8) animazione a mano degli effetti, come ad esempio le esplosioni 9) animazione in 3DCG,dove si inseriscono i robot 10) digitalizzazione dei modellini, per esempio degli ambienti o oggetti 11) time sheet, dove si analizza e verifica la durata di ogni inquadratura. Undici fasi, migliaia di disegni, decine di migliaia di ore di lavoro.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Ecco le fasi 5 e 6: in alto, lo storyboard della sequenza presa in esame, in basso i layout dei personaggi in cui si definiscono pose ed espressioni. Per il fan poter consultare da vicino questi disegni pieni di note e cancellature equivale a capire il processo creativo degli artisti. Lo storyboard in particolare è un documento eccezionale, perché mostra chiaramente lo studio dietro a ogni movimento di macchina da presa, meticolosamente disegnato.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

In alto, le ultime tre fasi del lavoro: al centro l’inserimento dei robot animati al computer (ma comunque precedentemente disegnati nel dettaglio fotogramma per fotogramma), a destra la digitalizzazione dei modellini (in questo caso, le casette che compongono Neo Tokyo 3, a centinaia e tutte diverse disegnate una per una, come si vede nel poster di destra a fianco al televisore), e infine a sinistra il time sheet. In basso, il lavoro finito: dopo aver ammirato centinaia di disegni in cui gli animatori hanno disegnato fino all’ultimo filo d’erba e frammento di terra delle colline calpestate dalle unità Eva, alla fine nei due schermi televisivi è possibile vedere il risultato. Lo schermo di destra mostra la scena completa, mentre quello di sinistra è quadripartito con le varie fasi del making of di animazione a mano e in CG. Le urla disperate di Shinji che si sentono lungo tutto il percorso espositivo vengono da questo video.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La terza parte della mostra è intitolata Settei di Evangelion: nell’animazione giapponese i settei sono i disegni preparatori di persone, cose e ambienti, le interazioni fra di loro (come le proporzioni), e le variazioni (come i cambi d’abito). In quest’area ci sono solo disegni originali a mano dell’intera saga, dalla prima serie TV all’ultimo film: benché i primi disegni siano vecchi di oltre vent’anni e ampiamente pubblicati e noti, anche qui i fan non potranno non rimane spiazzati nel vederli da vicino, ammirandone la fattura e soprattutto la loro freschezza ideativa a decenni dalla realizzazione. Una Rei Ayanami a grandezza naturale, la stessa che appare sulla locandina e sul biglietto, domina inquietante sull’area addormentata nella sua capsula di LCL.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La quarta e penultima parte della mostra si intitola Rebuild of Evangelion nei disegni originali, e il titolo parla da sé. Nel percorso serpentino disegnato dagli angoli acuti fra i pannelli sono esposti i disegni originali realizzati dagli artisti dello Studio Khara: sono francamente impressionanti, quasi commoventi, e sono anche la conferma più lampante di cosa intende dire il regista della serie Hideaki Anno quando parla di Evangelion come di «un’opera otaku», ovvero che unisce un intrattenimento di alto livello a una maniacale (veramente maniacale) cura tecnica per il dettaglio. Da questo punto di vista gli studi grafici degli Angeli, esposti in una stanzetta nera a parte, e soprattutto i disegni dei paesaggi sono eccezionali: nella parte dedicata all’Operazione Yashima nel film del 2007 Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone, il puntiglio con cui sono disegnati i cavi dell’alta tensione non è paragonabile a nient’altro realizzato nell’animazione mondiale (se non, forse, ad Akira del 1988). Questo è forse autocompiacimento tecnico, ma è anche amore per il lavoro, e certamente assume un forte valore metaforico: la complessità del reale composto da migliaia di dettagli stratificati uno sull’altro.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La rappresentazione metaforica del reale come stratificazione di dettagli è resa palese nello scorporo esemplificativo di un singolo fotogramma del film Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance che resta a schermo per meno di due secondi. Il risultato finale è “semplicemente” una fila di pali della luce, ma per arrivarci gli animatori hanno disegnato otto pali, tutti diversi e descritti con un dettaglio impressionante che scende fino alla filettatura dei bulloni. I disegni sono poi stati digitalizzati, ricalcati, colorati, composti e persino fortemente sfocati progressivamente per dare il senso della profondità, sacrificando il talento degli artisti. Giorni di lavoro per pochi istanti di film: è il meraviglioso inferno che l’animazione condivide con la stop motion, altra tecnica artistica di inusitata complessità e, infatti, usata spesso nei film di kaijuu tanto amati da Hideaki Anno.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

L’ultima parte della mostra, la più breve, è dedicata all’ultima incarnazione ufficiale di Evangelion in ordine di tempo: il cortometraggio until You come to me. realizzato nel 2014 dal regista Tadashi Hiramatsu nell’ambito del progetto Japan Anima(tor)’s Expo dedicato alla valorizzazione di artisti emergenti o sperimentali. Anche qua sono esposti i disegni preparatori e il cortometraggio, che è l’unico lavoro finito di tutta la mostra (la scena di Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance era solo un breve spezzone) e quindi, non casualmente, è posto come ultimissima opera in fondo a tutto. L’arte come risultato finale di un enorme lavoro precedente, l’opera come punta dell’iceberg di un intero mondo sommerso.

Ovviamente all’uscita della mostra è presente anche uno shop per acquistare i sempre numerosissimi gadget della saga (compresi quelli esclusivi acquistabili solo in quel posto, come è stato in tutte le tappe), ma quello che resterà al visitatore alla fine della visita alla Evangelion Exhibition non sarà tanto il (bellissimo) portachiavi di peluche di Leliel, ma piuttosto la netta sensazione che tutti gli anni di lamentele su lamentele su Internet, in cui i fan si chiedono quando uscirà il quarto e conclusivo film del progetto Rebuild of Evangelion o ironizzano sui tempi di Anno, sono solo inutili e quasi offensivi discorsi a vuoto.

L’animazione è la più archetipa, nobile e purtroppo anche negletta forma d’arte cinematografica: necessita di un lavoro semplicemente incredibile per poi ottenere un risultato che nel migliore dei casi è amato e apprezzato solo dal fandom e nel peggiore ridotto dal grande pubblico a film per bambini: il destino di ogni film Disney, ad esempio. Eppure probabilmente nessuno al mondo ha mai realizzato animazione di qualità senza avere una ardente passione dietro: è un lavoro troppo enorme per essere “solo un lavoro”. La visione dal vivo dei disegni preparatori dei film di Evangelion chiarifica quanto tempo, quanto impegno e quanto lavoro ci sia dietro: vale la pena di aspettare, pure servissero altri venti anni per vedere la prossima opera. D’altronde anche i film animati Disney hanno solitamente bisogno di tre, quattro, cinque anni o più di lavoro nonostante si avvalgano di uno staff di centinaia di persone: lo Studio Khara, di dimensioni ben più contenute, ha già fatto i miracoli riuscendo a proiettare nei cinema i primi tre film del Rebuild of Evangelion con soli rispettivamente uno, due e tre anni di lavorazione a fronte di un prodotto finale di qualità sensazionale. Forse vale la pena mettersi il cuore in pace e attendere senza fretta che Hideaki Anno e il suo staff ragionino con calma su questo fatidico quarto film: solo così potrà essere un grande lavoro, un lavoro degno di essere celebrato.

Immagine promozionale di "Evangelion 3.0+1.0".

Il cartello «Prossimamente: Nuova versione cinematografica di Evangelion :||» che campeggia muto sul sito dello Studio Khara da anni. Non resta altro da fare che aspettare e fidarsi di Anno e del suo staff. L’emozione continuerà!


Tutte le immagini sono © 2017 カラー / Khara / Project Eva.

Il triplo spazio significante di Neon Genesis Evangelion

Il seguente articolo è stato scritto per il volume Evangelion Impact, dal nome dell’omonima mostra che raccoglie opere di alcuni tra i migliori artisti italiani influenzati da Neon Genesis Evangelion, arricchito da interventi di esperti di animazione nipponica e appassionati della saga. Dimensione Fumetto ringrazia per la disponibilità Ivan Ricci che ha ideato e curato mostra e volume, l’Associazione Culturale EVA IMPACT per la promozione di Evangelion Impact, e Distopia Evangelion per i redazionali e l’editing.


Secondo gli antropologi, la prima arte sviluppata dall’Homo sapiens è stata l’Architettura: subito dopo i bisogni primari di nutrizione, respirazione e riproduzione, che gli animali possono svolgere con il loro corpo, c’è il bisogno di ripararsi dalle intemperie per evitare la morte. In effetti quasi tutti gli animali si scelgono, scavano o costruiscono la tana e quindi fanno Architettura, solo alcuni sono sensibili al ritmo e quindi fanno Musica, meno ancora producono oggetti e quindi fanno Scultura, e solo rarissimi esemplari di pochissime specie hanno un intuito visivo e quindi fanno Pittura. L’unione di queste quattro arti base, poi, è solo dell’uomo.

Frontespizio della seconda edizione di "Saggio sull'architettura" di Marc-Antoine Laugier.

La “capanna rustica” è un concetto di teoria dell’Architettura formulato a metà del XVIII secolo dall’abate francese Marc-Antoine Laugier che illustra il legame fondamentale fra la natura e l’uomo, espresso nell’atto del costruire.

Ecco quindi che l’Architettura, ovvero la gestione dello spazio a tutti i livelli (dal disporre le posate nel cassetto al costruire un grattacielo), riguarda intimamente l’intera specie umana: lo sanno molto bene i più grandi artisti di qualunque campo, che organizzano spazialmente le loro opere soprattutto quando vogliono parlare degli aspetti più profondi dell’uomo. Da questo punto di vista uno dei massimi vertici è stato raggiunto dal regista Alfred Hitchcok, che nel suo film Psycho organizza l’intero set in maniera spazialmente significativa, e in particolare nella casa di Norman Bates divide le stanze con un significato psicanalitico, dandone una grandissima e ricca alla madre/super-io, una piccola e spoglia a Norman/io, e nascondendo i segreti nella sporca cantina/inconscio. Anche questa è Architettura.

Casa Bates in "Psycho" di Alfred Hitchcock.

La casa dei Bates in Psycho di Alfred Hitchcock, con la madre di Norman alla finestra.

Spazi reali, spazi irreali

Probabilmente Hideaki Anno è un ammiratore di Hitchcock, o quantomeno ne ha colto l’insuperabile lezione, dato che anche nelle sue opere l’organizzazione dello spazio gioca un ruolo di primaria importanza narrativa dentro e fuori i personaggi. Quelli di Anno non sono sfondini, ma luoghi allegorici collegati all’interiorità dei personaggi.

Se in Punta al Top! GunBuster la scuola era ancora una scuola standard, l’astronave un’astronave standard e il robot un robot standard, nell’ultimo episodio la superficie di Giove, la doppia cabina dei piloti e la Terra sono elementi estremamente carichi di senso in sé stessi, al di là di come sono usati e delle battute dei personaggi: i luoghi sono essi stessi personaggi.

In Nadia – Il mistero della pietra azzurra il discorso si estremizza e Anno divide lo spazio in luoghi comuni della quotidianità, come Parigi, il mare o l’isola, luminosi e diurni, e luoghi speciali del sogno, come l’aviorimessa di Jean, la cabina di Nemo o la sala delle colonne di Atlantide: accessibili solo a poche persone, spesso oscuri o notturni, fuori dalla normalità.

Ne Le situazioni di Lui & Lei i luoghi sono palcoscenici e i personaggi sono attori che cambiano maschera in base a dove si trovano: Yukino Miyazawa e Soichiro Arima hanno ruoli, battute e atteggiamenti diversi non in base alla trama, ma in base al luogo dove si trovano.

In Shin Godzilla sia i luoghi attraversati dal mostro sia quelli attraversati dagli uomini hanno un valore metaforico, come il Museo della Scienza nel finale che riprende uno dei grandi temi di Miyazaki prima e Anno poi: la scienza come soluzione e insieme causa dei problemi.

Stazione di Tokyo e grattacieli di Marunouchi.

La Stazione di Tokyo con i grattacieli del quartiere Marunouchi, dove si svolge la scena finale di Shin Godzilla. I lavori di restauro conclusi nel 2012 hanno restituito all’edificio le cupole dei padiglioni laterali, distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e in seguito sostituite da anonime tettoie.

Il massimo valore spaziale raggiunto da Anno è però, ovviamente, quello di Neon Genesis Evangelion. Il mondo in cui si muovono i personaggi è estremamente complesso ed è coinvolto attivamente nella storia. In pratica, raccontare i luoghi di Neon Genesis Evangelion corrisponde in tutto e per tutto a raccontarne la trama, i personaggi e le loro psicologie, e nella stessa maniera psicanalitica di Hitchcock: luoghi del super-io, dell’io, dell’inconscio.

I luoghi della storia

Nonostante nei fatti vengano mostrati solo il Giappone e il Polo Sud, dove nel 2000 pare ci sia stato un qualche disastro ambientale, dai discorsi dei personaggi si evince che esistono anche la Germania, gli Stati Uniti d’America e in generale il resto del mondo, connesso attraverso una rete politica, militare e spionistica che ha un suo vertice nella NERV, l’ente preposto all’eliminazione di creature forse aliene forse no dette Angeli. La NERV è collocata all’interno di un geofront, ovvero un’enorme grotta sotterranea artificiale sferica quasi interamente riempita di terra dal fondo in su: nello spazio residuo si trovano le strutture dell’ente, ovvero degli edifici fra i boschi intorno a un grande lago. Nella parte interrata, dall’edificio principale della NERV parte un lungo tunnel verticale che scende in profondità fino a una cripta in cui è conservata una creatura misteriosa, che è l’obiettivo a cui puntano tutti gli altri Angeli per ricongiungercisi. La crosta terrestre sopra la grotta sotterranea è artificiale e composta da 22 lastre rinforzate protettive, sopra cui è adagiata una città chiamata Neo Tokyo 3 (la prima Tokyo è andata distrutta nel disastro del 2000, la capitale Tokyo 2 è in un luogo sicuro fra le montagne) e composta da edifici in parte veri e in parte no: all’arrivo di un Angelo i primi vengono retratti sottoterra per proteggerli, mentre i secondi sono cavi e ospitano armi e oggetti vari per delle creature forse aliene forse no dette Evangelion, prodotte dalla NERV a scopo difensivo contro gli Angeli e gestite tramite supercomputer nella sala di comando. I combattimenti fra Evangelion e Angeli possono produrre forti danni a Neo Tokyo 3 e aree limitrofe, fino a cambiarne orografia e idrografia in caso di attacchi insistenti o violenti.

Il geofront di "Neon Genesis Evangelion".

Panorama all’interno del geofront. Sotto c’è la sede della NERV immersa in un ameno paesaggio, sopra gli edifici di Neo Tokyo 3 pendono dal tetto/suolo su cui sono praticate delle aperture che consentono l’ingresso della luce solare. Gli edifici sottosopra sono la palese ispirazione per il castello di Dios di Utena la fillette révolutionnaire, di due anni successivo a Neon Genesis Evangelion, e la parete della grotta dipinta d’azzurro cielo precede di tre anni il film The Truman Show, giusto per citare le influenze più immediate ed evidenti.

I luoghi dei personaggi

Alla trama della storia se ne affianca un’altra, parallela, che riguarda i personaggi, e anche questa è riassumibile con i luoghi. Gendo siede in uffici bui dove complotta piani misteriosi per i quali ha bisogno del figlio Shinji, che arriva alla NERV dove inizia a pilotare un Evangelion, ma si ritrova prima all’ospedale e poi a casa della sua superiore che lo ospita con l’altra pilota Asuka, con cui va a scuola insieme all’altra collega Rei, la quale abita in una squallida zona residenziale. Quando non sono a scuola, i ragazzi sono alla NERV a pilotare gli Evangelion all’interno di una cabina posta nella loro nuca, sotto l’armatura di metallo che ricopre il corpo organico e dà loro l’aspetto di robot giganti: la cabina è una capsula piena di liquido, che la fa sembrare una placenta e spinge i piloti a entrare in rapporto con sé stessi.

Un o-furo, vasca da bagno giapponese.

Un o-furo, cioè la tipica vasca da bagno della casa giapponese. Poiché l’edilizia nipponica si basa su misure standard (quelle del tatami e suoi sottomoduli shaku da 30,3 cm), anche la vasca da bagno è di dimensione standard e solitamente molto compatta, a volte lunga meno di un metro costringendo chi ci entra a sedersi con le gambe piegate. Inoltre, è estremamente comune usare sali da bagno termali colorati e profumati, come in questo caso. Uno spazio limitato, in cui si sta seduti, in acqua calda, gialla, odorosa, da soli, a pensare: le similitudini con la capsula Entry Plug e il liquido LCL sono evidenti.

I luoghi dell’anima

Tutti questi luoghi sono entrati nel mito assoluto dei fan della serie, e molti altri ancora: il campo dei cocomeri, l’ascensore, la piattaforma della stazione, il cimitero, e poi quelli introdotti nella nuova quadrilogia cinematografica come il centro marino, le bare sulla Luna o le rovine della NERV con il pianoforte. Ci sono poi i luoghi reali: Tokyo ridotta a un cumulo di rovine sottomarine, Odawara trasformata nel porto di Neo Yokosuka, e soprattutto Hakone, la zona vulcanica nel Giappone centrale dov’è collocata Neo Tokyo 3 e sulle cui colline si svolgono i combattimenti fra Evangelion e Angeli. Ma ancora di più, ci sono luoghi di transizione che sono irrilevanti per la trama, ma di fondamentale importanza per i personaggi: il treno su cui scappa Shinji, i campi di fiori, i pali della luce, gli spogliatoi, la sala ristoro coi distributori automatici, il bar della NERV, e poi tutti quei luoghi più mentali che fisici come la camera della madre di Asuka o l’ombra del dodicesimo Angelo. Buona parte della potenza di Neon Genesis Evangelion sta nella straordinaria iconicità dei suoi spazi, muti eppure così espliciti da essere quasi prolissi: la tendina di Rei con i miseri averi che contiene (scatoloni, medicine, una lampada) è da sola sufficiente a spiegare e raccontare il personaggio molto più di quanto si potrebbe fare con le parole.

Fotogrammi fotografici dall'episodio 26 di "Neon Genesis Evangelion".

Le famose 18 fotografie dell’episodio 26 di Neon Genesis Evangelion. Per illustrare il dialogo/flusso di coscienza in cui Shinji denuncia il suo dramma interiore, Hideaki Anno usa foto di luoghi reali che sono anche luoghi mentali. Regioni solitarie, posti abbandonati, spazi della quotidianità, aree di lavori in corso, zone deturpate: i luoghi dell’anima.

Spazi orientati, spazi orientali

Vale la pena di specificare che mentre nelle lingue occidentali la parola “spazio” deriva etimologicamente dal latino spacium composto dal fonema mediterraneo spa (“andare verso, allargarsi”) e da pàndere (“aperto”), e quindi presuppone che ci sia qualcuno o qualcosa che si espande, in Oriente invece la parola che si usa è 空間 (in giapponese si legge kuukan), ovvero letteralmente “intervallo di vuoto”, che non implica la presenza di niente ed esiste a prescindere che qualcuno lo attraversi o meno. Neon Genesis Evangelion è pieno di “intervalli di vuoto”. Alcuni sono metaforici: c’è un intervallo di vuoto fra Gendo e il figlio abbandonato, un intervallo di vuoto fra Shinji e i soffitti sconosciuti, un intervallo di vuoto fra Rei e tutto quel che la circonda, un intervallo di vuoto fra l’immagine di Asuka e la sua interiorità, un intervallo di vuoto sulla soglia della casa di Misato. Alcuni intervalli sono fisici e sono i salti di scala fra una grandezza e l’altra in un sistema di scatole cinesi: nel mondo c’è una città dentro cui c’è una grotta dentro cui c’è una base militare dentro cui c’è un robot dentro cui c’è un essere dentro cui c’è una capsula dentro cui c’è un ragazzo dentro cui c’è il suo cuore, e il grandissimo mondo e il piccolissimo cuore sono connessi così che il cuore da solo è in grado di salvare o distruggere il (proprio) mondo. Infine, tutti questi spazi multidimensionali (città-NERV-cripta sull’asse verticale, posti storici e significativi sul piano orizzontale, matrioska di luoghi concentrici sul cuore del pilota), già molto complessi così, sono disposti a loro volta secondo un’organizzazione spaziale tipicamente giapponese. Le residenze nobiliari del periodo Heian, 1000 anni fa, erano costruite secondo lo stile shindenzukuri in cui il palazzo centrale, severo e squadrato, era circondato da edifici minori e in contrasto con il giardino vivace e dalle forme morbide. La sede della NERV è costruita proprio così, con una piramide nera in mezzo, edifici minori a fianco, e un lussureggiante bosco con lago tondeggiante tutt’intorno.

Confronto fra l'architettura shindenzukuri e quella di "Neon Genesis Evangelion".

Sopra: la celebre e perduta villa Higashi Sanjoudono a Kyoto rappresentava l’esempio più perfetto di shindenzukuri. Contornata da un muro/confine del mondo, l’area era composta da un palazzo centrale di forma razionale collegato alle sue dépendance da vari corridoi aperti e chiusi. Per contrasto, il lago e il bosco erano di forme organiche solo apparentemente casuali. Al centro: un’ala del Palazzo Imperiale di Kyoto si affaccia su un giardino; notare come la proporzione fra gli elementi è studiata alla perfezione per costruire immagini armoniche secondo direttrici diagonali, dalla veranda alla progressione di alberi e dal tetto alla spiaggetta. Esattamente la stessa composizione si ripete nel geofront (sotto), anche questo segnato da linee diagonali sia dell’ambiente sia degli edifici stessi, come nell’iconica piramide.

In un mondo in cui vengono messe in scena le più primitive e intime paranoie umane, il regista Hideaki Anno decide di descriverle attraverso la più primitiva e intima delle arti, ovvero l’Architettura prima ancora di musica, immagini e parole, immaginando una società/super-io, una grotta/io e una capsula/inconscio. È una scelta di grande impatto, perché dà allo spettatore la possibilità di sentirsi circondato dalla storia sempre: ogni volta che ci si trova in una città al tramonto, su un lago al chiaro di Luna, o da soli su un treno, si è di nuovo dentro Neon Genesis Evangelion, uno spazio che è entrato nel cuore.

Felicità! I primi 10 anni dello Studio Khara

Hideaki Anno, l’auteur che con le sue opere ha cambiato il senso stesso dell’animazione giapponese, pubblicò sul suo sito web il giorno 1 agosto 2006 una lista di offerte di lavoro per radunare lo staff artistico & tecnico e poter così formare un nuovo studio di animazione con un nome greco (lingua che affascina il regista): χαρα, che si legge “khara” e vuol dire “felicità”. Da allora sono passati dieci anni, e in questo decennio lo Studio Khara è diventato di colpo il massimo rappresentante mondiale dell’arte dell’animazione giapponese, superando la Production I.G. che si è lasciata alle spalle i fasti di Ghost in the Shell e ora si limita ad adattare fumetti pre-esistenti, la Madhouse che sta ancora campando di rendita dopo la dipartita di Satoshi Kon, e persino lo Studio Ghibli che con l’incerto addio ai lungometraggi di Hayao Miyazaki sembra essere entrato in una fase di stallo. Nella polverizzazione in una miriade di studi piccolipiccolissimi e addirittura mononucleari che stanno caratterizzando questi anni ’10, lo straordinario successo mondiale raggiunto dallo Studio Khara col suo progetto Rebuild of Evangelion meritava di essere celebrato: a novembre si è tenuta una mostra a Tokyo, e a ottobre la rivista otaku per eccellenza Newtype ha pubblicato un dossier speciale con interviste ai personaggi principali dello studio.

La mostra

Immagine promozionale ufficiale della mostra per il 10ennale dello Studio Khara.

L’immagine promozionale ufficiale della mostra per il 10ennale dello Studio Khara, coi personaggi vestiti come al Ballo delle Debuttanti.

L’esposizione Kabushikigaisha Khara 10 shuunen kinenkan (un tecnicissimo “Mostra celebrativa per il 10ennale della Società per azioni Khara”) è stata allestita per la durata di una sola settimana, dal 23 al 30 novembre, al La Foret Harajuku a Shibuya, un edificio costruito nel 1978 per ospitare sia un grande magazzino sia spazi didattici e creativi; la collocazione nel quartiere più internazionale e frizzante di Tokyo ha automaticamente reso il La Foret il punto di riferimento della moda giovanile e dei brand emergenti, e trasformato le sue gallerie espositive in laboratori per artisti under 30. Hideaki Anno ormai non è più under 30 da un bel po’, ma lo Studio Khara e buona parte del suo pubblico sì, quindi non si tratta di una collocazione peregrina.

Immagini dalla mostra per il 10ennale dello Studio Khara.

Immagini dalla mostra per il 10ennale dello Studio Khara. In alto: l’allestimento interno severissimo e sobrissimo come se fossimo nella sede della NERV, con telai d’alluminio a reggere i disegni e l’uso esclusivo di colori piatti fra cui spadroneggia, ovviamente, il rosso sangue. In basso: gadget, ci mancherebbe! A sinistra il grafico col DNA di Godzilla piegato a origami (elemento cruciale del film Shin Godzilla), a destra la torta stampata con i protagonisti del Rebuild of Evangelion, senza alcun senso… o forse sì, dato che la baumkuchen è proprio la torta a cui pensa Shinji quando Asuka gli dice di pensare in tedesco.

La mostra ha celebrato dieci anni di lavoro intorno ai tre grandi progetti su cui lo studio si è concentrato: Rebuild of Evangelion, Shin Godzilla e Nihon animator mihon’ichi. Si è trattata di un’occasione eccezionale per poter ammirare non tanto nuovi prodotti o anteprime, ma piuttosto per osservare a distanza ravvicinata il lavoro che gli artisti radunatisi al cenacolo di Anno hanno prodotto in questi dieci intensi anni: disegni preparatori, storyboard, oggetti di scena, acetati originali e altre vestigia otaku, un termine che in Giappone sta venendo pian piano normalizzandosi e avvicinandosi al senso di “appassionato di manga/anime/videogiochi/eccetera” che ha in Occidente; lo stesso Hideaki Anno ormai usa il termine maniakku (dall’inglese maniac) quando vuole dare un senso denigratorio al concetto di fan. D’altronde, Anno è il primo degli otaku e l’ultimo dei maniakku: i primi intendono la loro passione come un’arte che, nei casi migliori, raggiunge tali straordinari livelli di complessità e stratificazione da diventare un soggetto di studio (e di tesi di laurea su Neon Genesis Evangelion sono pieni gli archivi delle facoltà di Studi Orientali di tutto il mondo) e di condivisione collettiva trans-generazionale; anche i secondi intendono la loro passione come un’arte e una ricchezza personale che dà soddisfazione, ma non avendo complessità, non necessitando di approfondimento e in generale non venendo condivisa (se non limitatamente nel tempo e nello spazio) resta una divertimento personale.

L’enorme complessità narrativa, tecnica e grafica dietro il lavoro di Hideaki Anno e dello Studio Khara lo rende decisamente otaku. L’otaku non venera il suo idolo: lo studia.

Il dossier

Copertina del numero di novembre 2016 di "Newtype".

Il numero di novembre 2016 di Newtype con in copertina la nuova serie Mobile Suit Gundam: Orfani sangue & acciaio. Non c’è Anno o Eva che tenga: se c’è Gundam, in copertina ci va Gundam, è pur sempre la serie otaku definitiva.

Newtype” è una parola che indica lo stadio successivo dell’evoluzione dell’Homo sapiens nell’universo fantascientifico di Mobile Suit Gundam, che essendo la serie più otaku che esista ha fornito ispirazione nel 1985 per la nascita della rivista dedicata alla cultura otaku, Newtype. Coerentemente con il glorioso nome che porta, questo mensile non solo presenta e racconta manga & anime: li studia, e li produce persino (sulle pagine centrali sono stati pubblicati fumetti di grande raffinatezza fra cui The Five Star Stories di Mamoru Nagano, Elementalors di Takeshi Okazaki e Kobato. delle CLAMP). Per il decennale dello Studio Khara, il cui lavoro è sempre stato celebrato dalla rivista con toni entusiastici, non poteva mancare uno speciale di approfondimento, intitolato 10th – 10 anni di Studio Khara, e poi e stampato su otto pagine completamente tinte di un accecante color rosso sangue, come il mare di Eva 3.XX.

La prima parte del servizio è una doppia paginona impostata come un’infografica in cui si snocciolano nomi, numeri e immagini del soggetto trattato: una presentazione dell’azienda, tutte le copertine di Newtype dedicate allo Studio Khara, la timeline dei suoi lavori e l’elenco di tutti i premi e gli eventi in giro per il mondo in cui è stato coinvolto.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le prime due paginone del servizio 10th – 10 anni di Studio Khara, e poi sul numero 11/2016 di Newtype.

Dettaglio di una pagina del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La timeline dei lavori dello Studio Khara.

Dettaglio di una pagina del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La mappa con gli eventi nel mondo a cui ha partecipato lo Studio Khara. A quanto pare Mahiro Maeda è stato quest’anno al Japan Expo di Parigi: a quando un’ospitata a Lucca?

La seconda parte del servizio è quella dedicata all’ultima fatica dello Studio Khara Kidou keisatsu Patlabor REBOOT (titolo internazionale, letterale: Mobile Police Patlabor Reboot), e presenta un’intervista doppia al giovane regista Yasuhiro Yoshiura (classe 1980) e allo storico character designer e fumettista della serie Masami Yuki. Yoshiura è già stato il regista degli episodi 11 e 29 di Nihon animator mihon’ichi, un progetto volto a scoprire e valorizzare animatori giovani o totalmente emergenti finanziandone la realizzazione di cortometraggi, e questa nuova incarnazione della serie sui robot verosimili ne è l’ennesimo episodio (il 36esimo, ma non conteggiato e considerato “extra”).

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La doppia pagina dedicata al reboot della storica serie Patlabor. A sinistra, una raccolta di fotogrammi tratti dagli ultimi episodi di Nihon animator mihon’ichi realizzati finora (il progetto avanza con ritmo aperiodico).

Nell’intervista, intitolata Del costruire ponti (un modo di dire giapponese dal significato opposto a quello di generation gap) Yoshiura non nasconde la sua grande gioia per l’aver lavorato a questo video e per il successo on-line che ha ricevuto in Giappone, mentre Yuki sottolinea che questa collaborazione fra il franchise ideato dal gruppo Headgear e lo Studio Khara era predestinata, dato che in questo periodo Yoshiura è nei suoi 30 anni proprio come lo era lui quando iniziò a disegnare il fumetto di Patlabor, e che la prima serie OAV Patlabor uscì nel 1988 proprio in contemporanea con la prima serie OAV di Hideaki Anno, Punta al Top! GunBuster.

Il trailer ufficiale di Kidou keisatsu Patlabor REBOOT: colorazione sfumata in puro stile Khara, gran sfoggio di animazione in CGI, e dialoghi metanarrativi del tipo «Non siamo mica in un cartone animato di robot!». Il video completo, della durata di 8 minuti e 32 secondi, è stato pubblicato in DVD & Blu-ray lo scorso 26 ottobre e resterà disponibile gratuitamente on-line fino al 28 febbraio 2017.

La terza parte del servizio è chiaramente la più interessante, poiché contiene l’intervista doppia a Hideaki Anno e Kazuya Tsurumaki, emblematicamente intitolata Questa non è una fabbrica, questo è un laboratorio: è chiaro il riferimento alle note dichiarazioni di Anno stesso circa il pronosticato futuro tutt’altro che roseo dell’animazione giapponese, privo com’è di una chiara direzione artistica.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le prime due pagine della lunga intervista a Hideaki Anno e Kazuya Tsurumaki intitolata Questa non è una fabbrica, questo è un laboratorio. Sulle colonne a destra e sinistra ci sono gli auguri grafici dello staff dello Studio Khara per il suo decennale: si tratta di una pratica molto comune in Giappone, dove gli artisti non lasciano semplicemente autografi e dediche ai fan, ma vere illustrazioni su supporti solitamente quadrati chiamati shikishi (gli stessi recentemente usati anche da Leiji Matsumoto per delle opere di beneficenza in Italia). L’uso degli shikishi non si limita solo agli artisti visivi: anche scrittori, attori e cantanti lasciano i loro scarabocchi al fan in fila o al ristoratore che ha cucinato per loro.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le ultime due pagine dell’intervista a Anno & Tsurumaki. A destra: in alto il primo schizzo reso noto di Ryuu no haisha, in basso altri fotogrammi di Nihon animator mihon’ichi. A sinistra: altri saluti e ringraziamenti e un giocoso Godzilla di Mahiro Maeda. Al centro, Tsurumaki e Anno nella sede dello Studio Khara, col poster di Shin Godzilla e, nella teca, una testa che pare tanto quella dei giganti di Nausicaä della Valle del vento.

Nell’intervista, dal carattere più informale che celebrativo, Anno racconta che dopo essersene andato dalla Gainax gli erano rimasti solo due punti fermi: il suo braccio destro Kazuya Tsurumaki e la volontà di tornare su Neon Genesis Evangelion per offrirne una nuova versione con quello che i giapponesi chiamano un “plus alfa”, cioè un qualcosa in più rispetto a quanto già c’era (ad esempio, nel videogioco Street Fighter EX plus α ci sono personaggi e missioni in più rispetto alla versione arcade), e a questo scopo preciso ha fondato lo Studio Khara, pensato come un progetto a termine: è stato aperto apposta per Eva e chiuderà quando finirà Eva. Tsurumaki si è subito unito allo studio (non appena concluso il suo impegno lavorativo per Punta al Top 2! Diebuster), portando l’organico iniziale a cinque persone, chiuse in una stanza in affitto a lavorare sulle poche idee chiare di Anno: realizzare qualcosa che fosse il frutto del lavoro in team, che esprimesse le personalità degli autori, e che fosse di alta qualità. All’inizio si erano pensate varie opzioni, fra cui ad esempio realizzare film per la tv completamente in digitale, e a quanto pare fu Tsurumaki ad avere l’idea di realizzare una «Nuova versione cinematografica» pensata appositamente per chi non conosceva Neon Genesis Evangelion. È a questo punto che sono stati pubblicati gli annunci di lavoro, e subito lo studio si è riempito di talenti, in particolare la sezione CG che è quella con l’organico maggiore. Nonostante il fervore di Tsurumaki, che considera Neon Genesis Evangelion come qualcosa di speciale, nonostante il successo artistico e commerciale dei film, e nonostante la grande qualità e crescita degli artisti dello studio, Anno ha comunque ribadito allo staff la sua intenzione di chiuderlo ogni singola volta che è riuscito a concludere un lavoro; il fatto che ora sono in lavorazione dei nuovi titoli potrebbe quindi essere una potenziale spia del fatto che Evangelion 3.0+1.0 è ancora lontano da venire, dato che nei piani di Anno sarà l’ultima, conclusiva e definitiva opera dello studio.

Tsurumaki ricorda che fra le altre cose che Anno ripete spesso ai dipendenti dello Studio Khara ci sono le massime celebri di Hayao Miyazaki (che probabilmente hanno per lui un valore quasi religioso), come ad esempio «Curati sempre delle difficoltà dello staff», il che dà anche un’idea del metodo di lavoro di Anno, notoriamente granitico su quello che ritiene prioritario e contemporaneamente aperto al dialogo su tutto il resto. In questa linea di principio si iscrive anche il progetto Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), poiché si tratta di una questione prioritaria per Anno, ovvero la sopravvivenza degli anime che lui stesso ha messo in discussione, e allo stesso tempo è un modo per valorizzare la creatività altrui; è quindi un’idea ambiziosa, anche economicamente parlando, dato che Anno stesso ammette che è stato possibile realizzarla solo grazie alle cospicue possibilità economiche dello Studio Khara e di Dwango, partner del progetto e società che gestisce Niconico douga (lo YouTube giapponese), essendo un lavoro artistico non a fine di lucro, che coinvolge numerose maestranze esterne allo studio, e privo di ritorno di merchandise.

Dai numerosi cortometraggi di Nihon animator mihon’ichi sono comunque emerse molte interessanti realtà, una delle quali diventerà una vera serie tv a partire dal prossimo febbraio 2017, ovvero Ryuu no haisha (titolo internazionale: The Dragon Dentist) ideato da Ootarou Maijhou. Il nuovo progetto sarà sceneggiato da Maijou e diretto da Tsurumaki, che assicura avrà un appeal completamente diverso rispetto al cortometraggio originale: avrà un nuovo design e sarà composto da un unico film da 90 minuti diviso in due parti, da 45 minuti l’una, che saranno trasmesse su NHK BS Premium, lo stesso canale satellitare che ospita la ritrasmissione celebrativa di Neon Genesis Evangelion.

L’altro lavoro attualmente in corso allo Studio Khara è il reboot della storica serie crossmediale Patlabor, ideata a fine anni ’80 dal gruppo di creativi Headgear, capitanato da Mamoru Oshii. Nell’intervista, Anno dichiara che dopo la fine della seconda serie di OAV c’erano già dei progetti per una terza serie, poi non realizzata, e quindi si è pensato di recuperare quel materiale e di ricominciare il lavoro da lì. Essendo però lo Studio Khara al momento troppo impegnato nei suoi progetti, l’esecuzione pratica della serie verrà affidata a personale esterno, fra cui giovani studenti freschi di scuola di cinema, appositamente per mantenere lo spirito avanguardistico che aveva ispirato la nascita della serie.

Quanto al Rebuild of Evangelion, Anno parla dell’argomento in maniera tangente, dichiarando sbrigativamente che ha già altri progetti per il dopo-Eva e concentrando il suo discorso sull’aspetto della fruizione dell’animazione contemporanea. Alla domanda del giornalista sul perché Evangelion 1.0 è uscito in Giappone solo in formato DVD e non Blu-ray, Anno dichiara che allo stato attuale del mercato, cambiato tantissimo negli ultimi venti anni, i «light user» (ovvero il pubblico generalista) tendenzialmente non fruiscono dello schermo HD, ma piuttosto si avviano sempre più verso o il grande schermo del cinema o il piccolo schermo di smartphone e tablet, sottintendendo che il Blu-ray è un prodotto per gli otaku e non per il grande pubblico, e che se hanno pubblicato i Blu-ray di 2.0 e 3.0 è stato solo per ragioni di mercato. A riprova di ciò, Anno cita il fatto che negli scaffali dei videonoleggi, ancora oggi il principale riferimento dell’home-video in Giappone (le vendite e lo streaming on-line hanno numeri molto più bassi rispetto al mercato dei videonoleggi), i Blu-ray sono ancora rarissimi e ancor meno noleggiati benché il formato sia in commercio da ormai quasi quindici anni, quando invece il DVD ebbe un enorme impatto fin dalla sua immissione sul mercato e soppiantò completamente la VHS nel giro di pochissimo tempo. Quanto ai televisori HD di ultima generazione, Tsurumaki ne ha un’opinione molto critica: oltre a detestare quelli che saltano le “scene noiose” quando guardano un film in DVD, il regista è preoccupato dal fatto che i bambini delle scuole elementari stanno crescendo con nuovi televisori il cui telecomando consente di skippare o rivedere parti di programmi televisivi mentre vengono trasmessi (la televisione giapponese è completamente registrata e gli show dal vivo sono estremamente rari, nell’ordine di un paio l’anno e solo sul canale nazionale NHK G), oppure di giocare con mini-videogame che si svolgono durante i film o i programmi, relegando il contenuto a un quadratino in alto a sinistra e perdendo di fatto il gusto della visione secondo il ritmo scelto dal regista. Una volta, al cinema, suo figlio gli chiese se non poteva rimandare indietro e rivedere una scena. Stando a Tsurumaki, anche il culto per le sigle iniziali & finali dei cartoni animati sta venendo meno, sempre più spesso skippate, decretando di fatto il tramonto delle anisong.

Anno non è da meno: anche lui ritiene deleterio che i giovani disprezzino la tv a priori, magari a favore di media non necessariamente migliori come Internet, perché in questa maniera non affinano la capacità di scelta delle cose più interessanti da quelle meno interessanti. Il regista ritiene infatti che ormai il mercato dell’animazione giapponese si sia cristallizzato in tre poli distinti: principalmente prodotti solo per maniakku o prodotti solo per bambini, a cui si aggiunge la terza categioria più rara dei prodotti d’intrattenimento. Questa divisione così settaria e schiava del mercato ha portato gli studi d’animazione a essere fabbriche, una definizione che lo Studio Khara rifiuta categoricamente preferendo definirsi laboratorio (o studio come suggerito dall’impaginazione di Newtype), rivendicando come il loro intero lavoro sia realizzato completamente a mano, usando il computer solo per le fasi tecniche. Anno specifica chiaramente che lo Studio Khara si trova nella posizione più unica che rara di essere a metà strada fra le due categorie “maniakku” e “intrattenimento”: è proprio questo il punto di forza dell’intero franchise di Neon Genesis Evangelion e anche di Shin Godzilla, quest’ultimo definito come «il lavoro che mi ha risvegliato».

Questo è otaku.

Dettaglio di una pagina dall'enciclopedia di "Neon Genesis Evangelion".

Dettaglio di una pagina dall’enciclopedia di Neon Genesis Evangelion: è lo schema dei movimenti dell’Eva 02 e dell’Angelo Gaghiel nell’episodio 8 L’arrivo di Asuka in Giappone. Ecco, questo è essere otaku: studiare.

Quanto ai progetti per il futuro, i due autori non sembrano molto preoccupati: Tsurumaki trova interessantissimo guardare Disney Channel e Cartoon Network e gli piacerebbe realizzare dentro lo Studio Khara un anime per i più piccoli, magari una versione per bambini di Neon Genesis Evangelion estemporaneamente intitolata Eva Kids, mentre Anno dichiara semplicemente che intende realizzare opere in piena libertà, con l’unica condizione che siano opere originali e non adattate da fumetti o romanzi. Quest’ultima potrebbe sembrare una dichiarazione in contrasto col fatto che finora Studio Khara ha realizzato principalmente opere derivative come Rebuild of Evangelion e Shin Godzilla, sfruttando idee del passato e inserendosi nella moda dei reboot e prequel/sequel che impazza nell’entertainment statunitense, ma Tsurumaki e Anno sono convinti che il punto principale del loro lavoro sia nei contenuti e che la forma scelta per esprimerli, compreso il riuso di franchise già esistenti, sia un fatto totalmente secondario.

Insomma, quello che possiamo aspettarci da questi due autori non sono tanto forme diverse o innovative, il che è coerente col loro disprezzo per l’abbandono della fruizione tradizionale dei cartoni animati in tv, quanto piuttosto idee diverse e innovative. Il loro lavoro lo dimostra chiaramente: basta guardare gli iconici episodi 25 e 26 di Neon Genesis Evangelion, in cui il tradizionale guscio da anime di robottoni si rompe impietosamente rivelando i veri scopi di Anno.

Dettagli di due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Gli shikishi celebrativi per il decennale dello Studio Khara. Partendo in alto a destra verso il basso, il primo è di Hideaki Anno che disegna la sua mascotte King, e il secondo con l’Eva 01 nella croce è di Mahiro Maeda; il primo della seconda colonna con l’occhio con la pupilla a spirale è di Kazuya Tsurumaki.

I dieci anni dello Studio Khara si sono svolti proprio durante un passaggio cruciale per l’animazione giapponese: non ci sono più i vecchi maestri e non sembrano essercene di nuovi, e quei pochi che ambiscono a diventarlo si esprimono ancora con la lingua dei loro predecessori con tantissimi furti e pochissime innovazioni. Non resta che augurare quindi buon anniversario allo Studio Khara e alla coppia Anno & Tsurumaki, sperando che continuino a sorprendere il pubblico di tutto il mondo donando loro, ancora e sempre, felicità.

Il secondo Second Impact: Evangelion torna in TV

Contravvenendo alle sue regole più basilari, il canale televisivo NHK BS Premium, canale satellitare dell’emittente di stato nipponica NHK, ha cominciato a ritrasmettere dalle ore 23:45 di venerdì 16 settembre la storica serie animata Neon Genesis Evangelion.

Illustrazione di Yoshiyuki Sadamoto dei protagonisti di "Neon Genesis Evangelion".

I quattro protagonisti della storica serie tv Neon Genesis Evangelion nell’interpretazione del character designer e mangaka Yoshiyuki Sadamoto: manca l’odiosa canticchiante miagolante Mari, introdotta nei film della serie Rebuild of Evangelion.

Considerando la mole enorme di serie animate trasmesse, non c’è da stupirsi se la televisione giapponese non ripropone mai e poi mai i vecchi anime. Le emittenti nipponiche, infatti, hanno in palinsesto mediamente circa 30-40 serie contemporaneamente, o anche di più, cioè ogni settimana (in qualunque giorno della settimana) ci sono nuovi episodi della serie in corso: non c’è fisicamente spazio per ritrasmettere i vecchi anime, come invece fa Italia 1, dove la stagione autunnale inizia puntuale con l’arrivo di Radish sulla Terra. Anche quando cadono gli anniversari di serie estremamente famose si preferisce spendere soldi per produrre nuova animazione piuttosto che ritrasmettere quella vecchia, così da avere nuovo materiale per l’home video e il merchandising e assicurarsi un ritorno economico che la ritrasmissione di serie vecchie non dà: è il caso dei due remake Sailor Moon Crystal e Dragon Ball Super. Inoltre in Giappone è ancora molto diffuso il videonoleggio, che prospera grazie ai suoi prezzi bassissimi, e quindi ognuno può facilmente rivedersi le sue serie vecchie preferite quando e quanto vuole noleggiandone i DVD.

Recentemente però, in maniera del tutto eccezionale, due anime storici e ancora oggi estremamente popolari stanno venendo ritrasmessi in tv: sono Card Captor Sakura e Neon Genesis Evangelion. Il primo è ripartito lo scorso 6 aprile in occasione del ventennale della pubblicazione del fumetto originale, ed essendo composto da 46 episodi andrà avanti al ritmo di uno a settimana ogni mercoledì pomeriggio fino a metà febbraio 2017. Il secondo è ricominciato il 16 settembre a mezzanotte meno un quarto (ora giapponese), ed essendo composto da 26 episodi durerà fino alla fine di marzo 2017. In entrambi i casi, la versione proposta stavolta al pubblico è stata totalmente e meravigliosamente rimasterizzata sia nel video, trasportato in HD 1080p per adattarsi all’attuale standard televisivo nipponico, sia nell’audio, rieditato in un potente Dolby Surround 5.1ch che fa tremare gli shouji delle case giapponesi a ogni passettino dei personaggi.

Blu-ray box e DVD box di "Neon Genesis Evangelion".

I due meravigliosi cofanetti commemorativi di Neon Genesis Evangelion del 2015. A sinistra, il Blu-ray box in acrilico blu con dieci dischi contenenti tutta la serie rimasterizzata video & audio sia nella versione televisiva sia nella versione director’s cut, i due film Death & Rebirth e The End of Evangelion, oltre otto ore di contenuti extra fra cui il film Love & Pop (precedentemente disponibile solo in VHS e dal 2016 in cofanetto deluxe), un tomo da 176 pagine e pure i poster con le copertine a grandezza naturale delle edizioni LD e VHS: l’edizione dei ricchi. A destra, il DVD box in acrilico rosso con otto dischi contenenti tutta la serie esattamente com’era andata in onda in tv non restaurata, il solo film riassuntivo Death & Rebirth, e un booklet-sottiletta da 36 pagine, stop: l’edizione dei poveri.

In realtà questo splendido restauro in altissima definizione di Neon Genesis Evangelion non è stato realizzato appositamente per la tv: altro non è che la versione del faraonico cofanetto Blu-ray uscito lo scorso anno a celebrazione del ventennale della serie nonché del fatidico Anno Domini 2015 in cui si svolge la vicenda. Considerando il prezzo piuttosto elevato del cofanetto, intorno ai 400 € (giustificato effettivamente dalla sterminata ricchezza di contenuti), i fan meno abbienti sono stati molto contenti di poter apprezzare questa versione HD da casa, benché non gratuitamente: come Card Captor Sakura, anche Neon Genesis Evangelion viene trasmesso sul satellite a pagamento dell’emittente di Stato NHK. Si tratta di un dettaglio non trascurabile: mentre la serie delle CLAMP anche nel 1998 venne diffusa dalla NHK (in chiaro), la prima trasmissione nel 1995 della serie di Hideaki Anno avvenne invece sul canale privato concorrente TV Tokyo. Il passaggio da una rete privata a quella nazionale potrebbe essere il segnale definitivo dell’accettazione ed elevazione di Neon Genesis Evangelion a icona riconosciuta e accettata della società giapponese anche da parte dell’establishment più conservatore: in Giappone, trasmettere Neon Genesis Evangelion in seconda serata su NHK corrisponde, in Italia, a trasmetterlo in seconda serata sulla Rai.

Illustrazione per il progetto "Godzilla vs. Evangelion".

Ancora non s’è capito se questa collaborazione Godzilla vs. Evangelion è solo un gioco e una trovata commerciale o se porterà davvero a qualcosa di concreto, ma intanto continuano gli omaggi: in questo caso, una divertente illustrazione di Akira Amemiya e Yuuji Kaneko.

Più criptica è invece la scelta di riproporre la serie in tv proprio ora, in un periodo senza ricorrenze di sorta. Potrebbe trattarsi di una reazione all’enorme successo di Godzilla Resurgence pure diretto da Hideaki Anno, uscito a fine luglio e già diventato dopo appena due mesi un’opera di culto otaku con tanto di proiezioni con luce in sala accesa e pubblico che risponde alle battute dei personaggi e interagisce col film, come avviene per il The Rocky Horror Picture Show al cinema Mexico di Milano.

In ogni caso, si tratta di una ritrasmissione celebrativa: non c’è nessuno stacco pubblicitario, e alla fine di ogni episodio è presente una nuova rubrica intitolata Evanashi, scritto irregolarmente エヴァ噺 fondendo insieme la parola “Eva” e il desuetissimo ideogramma hanashi che vuol dire “discorso, conversazione”: si tratta di mini-interviste a personaggi noti dello spettacolo e dell’arte che raccontano la loro esperienza con l’animazione in generale e con Neon Genesis Evangelion in particolare. Nella prima puntata è stato ospite l’attore comico Kouji Imada, che ha raccontato di essere cresciuto con i robottoni di Go Nagai, e nella seconda ci sarà Chiaki Kuriyama, l’attrice celebre in Occidente per il ruolo di Gogo Yubari in Kill Bill. Non è escluso che nelle ultime puntate lo spazio Evanashi potrebbe svelare qualche novità sul futuro del franchise, magari sul quarto e ultimo e attesissimo film del progetto Rebuild of Evangelion: non resta che aspettare la fine di marzo, e nel frattempo… l’emozione continua!

Godzilla Resurgence – Il vangelo del nuovo millennio

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.

Le mappe sono state realizzate appositamente per questo articolo, si prega di citarne la fonte qualora utilizzate altrove.


Hideaki Anno è una di quelle tipiche persone che non lasciano indifferenti. C’è chi lo detesta e c’è chi lo venera, ma l’atteggiamento più comune (soprattutto tra i sui fan) è di odiarlo e amarlo insieme. Nel bene e nel male, però, anche i suoi critici più severi non possono evitare di essere sopraffatti dalla sua principale caratteristica: la necessità di comunicare. Anno ha un’urgenza incontenibile e insopprimibile di dialogare con gli altri, ed essendo un artista per farlo usa le sue opere. In tutti i suoi lavori ci vuole sempre dire qualcosa, non ci vuole convincere su una tesi o ingannare su un argomento, ci vuole solo dire qualcosa.

A volte l’urgenza comunicativa di Anno assume dei toni narrativamente così potenti da perforare gli occhi e il cuore dello spettatore, in particolare nelle sue opere più drammatiche, ovvero Punta al Top! GunBuster e Neon Genesis Evangelion, con le iconiche scene della morte di Smith o dell’orto di cocomeri. Ma ci sono due scene, sempre tratte dalle stesse serie, che rappresentano probabilmente i culmini dell’epos di Anno: la prima è la discesa su Giove per attivare la bomba BM-III, la seconda è l’Operazione Yashima per sconfiggere l’angelo Ramiel. Entrambe queste scene, di una potenza narrativa sconvolgente, hanno le loro radici in un film giapponese del 1954: Godzilla.

Il finale del primissimo film su Godzilla del 1954 diretto da Ishirou Honda, qui nella versione americana leggermente rimaneggiata, con l’aggiunta dell’attore Raymond Burr con funzione di narratore.

Le scene della discesa su Giove e dell’Operazione Yashima hanno così tanti punti di contatto con Godzilla da farle apparire come sue dirette discendenti: il bianco e nero, la foschia, la calata negli abissi, l’attivazione della bomba e la sua stessa forma, le linee verticali e il sacrificio nella prima scena, e le batterie di cannoni, il nemico gigantesco, l’avanzare lento, la distruzione della città, il raggio di fuoco, i piloni elettrici e i cavi dell’alta tensione nella seconda. Nessuna novità: Anno è un grande fan della saga di Godzilla, realizzata dalla casa di produzione Toho in ventotto film, più due americani.

Se l’origine stessa della creatività di Anno è da rintracciarsi in Godzilla, allora un film di Godzilla diretto da Anno non potrà che essere un ritorno alle origini per il regista, un must-see per i suoi fan, e un punto di svolta eccezionale nella saga: il 29 luglio 2016 è uscito nelle sale cinematografiche giapponesi il 29esimo film del “re dei mostri”, intitolato Godzilla Resurgence e diretto da Hideaki Anno: DF c’era ed è andato a vederlo al primissimo spettacolo del day one.

Le origini

La produzione di Godzilla Resurgence è nota. Nel 2015 il regista ha divulgato un lungo messaggio/spiegazione/confessione dove annuncia di aver sospeso Rebuild of Evangelion e iniziato Godzilla Resurgence, e da cui emergono tre letture: Anno ha attraversato un periodo terribile proprio mentre i fan in tutto il mondo si chiedevano quando sarebbe uscito il film conclusivo di Rebuild of Evangelion; inoltre, Anno crede nel suo lavoro, e i poster scritti fitti fitti appesi nei cinema giapponesi, come i manifesti scritti fitti fitti delle avanguardie all’inizio del Novecento, mostrano un uomo che ha un’urgenza insopprimibile di comunicare col resto del mondo; eppure, infine, Anno non è in grado di stabilire un legame con gli altri se non attraverso la sua immaginazione: è un otaku, e i mostri salvano la sua vita invece di metterla in pericolo.

Certo, nel messaggio il regista ringrazia la moglie, gli amici e Hayao Miyazaki per essergli stati vicini (Miyazaki gli offrì di doppiare la parte del protagonista in Si alza il vento), ma sono due righe su quarantuno totali, il che mostra molto poco metaforicamente quanto il mondo reale occupi meno di un ventesimo della vita di Anno, e la sua immaginazione fantastica gli altri diciannove.

Fotogramma della sigla di "Otaku no video".

Il fotogramma conclusivo della sigla di Otaku no video, sorta di documentario semi-autobiografico dello Studio Gainax: il personaggio in mezzo, il cui sogno è diventare Otaking, pare proprio ispirato ad Anno.

Lo staff

Avendo interrotto la lavorazione di Rebuild of Evangelion, Anno si è potuto permettere di convocare il suo staff abituale anche in questa produzione: con il design di Mahiro Maeda, la supervisione agli effetti speciali di Shinji Higuchi, le musiche di Shiro Sagisu, la produzione artistica dello Studio Khara, Anno ha rimesso insieme la squadra di Neon Genesis Evangelion riservandosi per sé la sceneggiatura e il ruolo di soukantoku (総監督), cioè di “regia generale”, cioè la regia intesa nel senso occidentale del termine (la parola “regia” in giapponese, kantoku 監督, indica la direzione di un certo settore, come ad esempio il direttore della fotografia).

Il risultato è un film così stilisticamente simile a Neon Genesis Evangelion che se prima la campagna di marketing Godzilla vs. Evangelion appariva semplicemente come un gioco, adesso che il film è uscito sembra una possibilità assolutamente concreta.

Il cast di "Godzilla Resurgence" alla première del film.

Hideaki Anno con il cast di Godzilla Resurgence alla première del film (con un bellissimo blood red carpet): tutti in posa godzillesca, meno lui. Notare che il mostro ha le palme delle mani rivolte verso l’alto, e non verso il basso come ogni animale “naturale”: è un dettaglio molto curioso e molto sospetto, forse a indicare la “innaturalità” di Godzilla. Forse, però, è un riferimento a un altro essere nero e misterioso con le palme delle mani rivolte verso l’alto: il fantasma Senza-Volto de La città incantata, considerato il personaggio più criptico e carico di significati di Hayao Miyazaki.

La trama

Attenzione: contiene spoiler importanti.

Nella Baia di Tokyo viene ritrovata la barca di uno scienziato misteriosamente scomparso: a bordo, di lui restano solo le scarpe, gli occhiali, un origami e dei documenti.

Successivamente avviene un incidente nella Tokyo Aqualine, il tunnel stradale sottomarino che unisce Kawasaki con Chiba ai due lembi della baia, che crolla per cause sconosciute producendo enormi danni. Molto presto, però, l’enorme macchia di sangue che inonda il tratto di mare sopra il tunnel chiarisce che si tratta dell’attacco di un essere vivente sconosciuto: viene subito riunito il Consiglio dei Ministri e riunito un team operativo di biologi ed esperti di vari settori per decidere il da farsi. Nel frattempo l’essere risale la baia fino al quartiere Oota di Tokyo ed emerge dal mare: è un mostro gigantesco ed informe, simile a una salamandra gigante, senza arti anteriori e con enormi branchie da cui secerne sangue a cascate. Nessuna struttura umana riesce a fermarlo, nemmeno i palazzi di cemento: dopo aver attraversato il quartiere seminando distruzione, ed aver sviluppato improvvisamente delle rudimentali zampe, di notte torna in mare e scompare.

Il giorno dopo sul web si scatena il panico: dov’è passato il mostro, oltre ai danni fisici, il livello di radioattività è pericolosamente alto. Gli Stati Uniti d’America offrono sostegno al Giappone e mandano una funzionaria governativa: costei è a conoscenza dei documenti lasciati dallo scienziato scomparso, che stava studiando una bestia misteriosa denominata “Godzilla” prima di suicidarsi.

La mattina del terzo giorno di nuovo il mostro emerge dal mare: è Godzilla, ma durante le 24 ore precedenti si è ulteriormente modificato diventando una sorta di tirannosauro che cammina in posizione eretta. Godzilla avanza verso il centro di Tokyo, distruggendo tutto quello che incontra. Nel pomeriggio raggiunge Kawasaki, ma le autorità non possono autorizzare un attacco militare perché la zona non è stata ancora completamente evacuata. Di notte Godzilla arriva alla Stazione di Tokyo e, non essendoci civili, l’esercito può finalmente attaccarlo, ma così facendo scatena la sua rabbia: il mostro emette fuoco dalle fauci, incendiando la città per chilometri, e raggi dalla schiena, falciando gli aerei militari e affettando i grattacieli. Esaurita la sua rabbia e la sua energia, Godzilla entra in stato vegetativo. Tokyo è in fiamme.

Mappa dell'area in cui è ambientato il film "Godzilla Resurgence".

La mappa della Baia di Tokyo con l’area in cui è ambientato il film: in azzurro il tunnel sottomarino Tokyo Aqualine, in verde il quartiere di Oota, in rosso il percorso di Godzilla del primo giorno e in giallo il percorso del terzo giorno.

Il quarto giorno il team esecutivo internazionale studia un piano sfruttando la momentanea inattività di Godzilla. Gli americani propongono l’uso della bomba atomica, ma i giapponesi si rifiutano preferendo metodi meno invasivi basati su tre conclusioni fondamentali a cui sono arrivati. Dalle ricerche idrogeologiche si apprende che Godzilla era probabilmente un normale rettile marino che si è cibato di scorie nucleari fuoriuscite da barili gettati in mare 60 anni prima. Dall’analisi dei campioni di tessuto del mostro si scopre che l’essere è dotato di capacità rigenerativa istantanea asessuata. Infine, grazie agli studi genetici dello scienziato scomparso, il team riesce a mettere a punto un piano denominato Operazione Yashiori. Il piano prevede di bloccare il mostro facendogli crollare addosso dei palazzi, e, mentre è immobilizzato, iniettargli delle sostanze che coagulino il suo sangue fino ad annichilirlo.

Il quinto giorno ha inizio l’Operazione Yashiori: treni carichi di esplosivo vengono mandati contro Godzilla svegliandolo, i grattacieli di Marunouchi vengono abbattuti sul mostro, autocisterne gli iniettano il coagulante. Godzilla si immobilizza: è sconfitto.

L’accoglienza

Dopo la première cinematografica a invito tenutasi il giorno 25 luglio, alcuni critici giapponesi hanno scritto in anteprima delle recensioni per le loro testate: erano tutte più che entusiastiche, addirittura il giornalista di RO69 (pronuncia all’inglese “R-O-Rock”) ha gridato al «capolavoro senza precedenti» seguito da svariati punti esclamativi. I commentatori occidentali, pur non avendo visto la pellicola, sono stati più moderati, ritenendo che probabilmente l’entusiasmo dei giapponesi è, appunto, dei giapponesi, i quali vedono in questo film qualcosa di eclatante per loro e solo per loro, e molto più «noioso e politicizzato» per il resto degli spettatori mondiali.

Come al solito, la verità sta nel mezzo. Da un lato il film è assolutamente spettacolare sotto moltissimi aspetti, e visivamente è un instant classic, col suo uso straordinariamente avvincente di tutte le tecniche possibili, dalla ripresa in IMAX al filmato di repertorio, dai video su YouTube e Niconico all’iPhone. Al contempo, però, la sua fruizione per una platea internazionale è effettivamente difficile, inficiata da un uso continuo di vistosi simboli e astruse metafore, nonché dalla scrittura estremamente verbosa: il film è totalmente parlato dal primo all’ultimo minuto, e a schermo appare una quantità inimmaginabile di scritte, sia didascalie sia materiali che i personaggi leggono. Per rendere l’idea, il copione del film è lungo 244 pagine, cioè oltre il doppio della dimensione standard per un film da due ore.

I titoli e gli slogan

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Se c’è una cosa che piace ad Anno sono i kanji, ovvero gli ideogrammi della lingua giapponese.

Il nome di Godzilla originariamente non aveva degli ideogrammi ed era scritto con un sillabario fonetico, cosicché non avesse alcun significato preciso: per i giapponesi, un nome vuoto è un nome inconoscibile e ha dell’inquietante. Anno ha scelto per il nome del mostro degli ateji, ideogrammi applicati forzatamente per puri criteri fonetici: Godzilla in giapponese si pronuncia Gojira e si scrive 呉爾羅, ovvero “fare/dare qualcosa”, “tu” ed “espandersi”. L’interpretazione è libera.

Una delle immagini promozionali di Godzilla Resurgence: sotto c'è scritto «Grande successo, ora nei cinema!».

Una delle immagini promozionali di Godzilla Resurgence: sotto c’è scritto «Grande successo, ora nei cinema!».

Più interessante ancora è leggere i kanji sulla locandina: se inizialmente c’era solo la scritta ニッポン対ゴジラ Nippon tai Gojira («Giappone vs. Godzilla»), questa nei poster recenti ha guadagnato degli ateji ed è diventata 現実対虚構 Genjitsu tai kyokou («Realtà vs. immaginazione»), il che fornisce una basilare chiave di lettura per il film perché la parola kyokou non indica l’immaginazione fantastica, il fantasy, un mondo altro: kyokou indica una fantasticheria immaginata dall’uomo, una fabbricazione umana, una cosa innaturale. È Godzilla: «un’opera dell’uomo».

Infine, la questione dei titoli. Quello occidentale è Godzilla Resurgence, scelto e scritto sulla locandina da Anno stesso e quindi ufficiale a tutti gli effetti, soprattutto perché il “God” (contenuto in “Godzilla”) e la “resurrezione” compongono un triangolo col fatto che il mostro “resuscita” il terzo giorno, come Gesù.

Il titolo giapponese invece è シン・ゴジラ Shin Godzilla, di nuovo un titolo con shin, che è la parola preferita di Anno perché in giapponese ha molti significati, di cui almeno tre estremamente ricchi: 新 shin “nuovo”, 神 shin “dio” e 真 shin “vero”. Ma c’è un quarto significato, sempre tralasciato, che invece si rivela essenziale: 進 shin significa “avanzare” ed è parte di 進化 shinka “evoluzione”, come “teoria dell’evoluzione”, e queste parole assumono tutto un nuovo senso alla luce dello sviluppo del personaggio di Godzilla lungo la durata del film.

Fotogramma del film "Godzilla Resurgence".

Godzilla avanza in linea retta, incurante degli edifici, nella conurbazione di Tokyo (qui è nel quartiere Sakae di Yokohama).

La simbologia

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

La scrittura di Godzilla Resurgence è di una ricchezza straordinaria. Praticamente ogni elemento del film è imbevuto di significato, aspetto che oggettivamente lo appesantisce, ma al contempo lo rende anche estremamente affascinante. D’altronde Godzilla è sempre stato una allegoria della condizione attuale del Giappone, fin dal primo film del 1954 caratterizzato da quello che era il tema principale di quel periodo, ovvero la forte paura verso il nucleare. Questo nuovo film non fa eccezione, e oltre ai significati legati al nuovo, al divino, al reale e all’avanzare, Anno ha intrecciato nella sua sceneggiatura almeno tre livelli di lettura simbolica del film.

Il primo significato è quello più evidente, colto anche dai recensori stranieri: la macchina burocratica e la sua pesantezza di fronte alle questioni militari. In un film composto per oltre un terzo da riunioni, tavole rotonde e trattative diplomatiche, è facile cogliere le critiche di Anno alla lentezza della burocrazia giapponese, caratterizzata da un formalismo e una rigidità irritanti e ben superiori alla pur criticata controparte italiana. Ancora di più l’inefficienza si nota al confronto con le potenze straniere e di fronte all’eventualità militare: il discorso di Anno è ambiguo, né pro-militarista né anti-militarista, e sembra voler aprire un dibattito con lo spettatore, soprattutto in un periodo in cui il Giappone sta riflettendo se modificare la Costituzione in tema di Difesa.

Il secondo aspetto è quello colto maggiormente dai giapponesi e sottolineato di più sui media e nelle interviste con attori e registi: il rapporto fra Godzilla Resurgence e il terremoto del Touhoku del 2011. Le immagini delle barche accatastate, dei palazzi crollati, delle distese di macerie, delle tegole che sobbalzano, persino delle mappe coi livelli di radioattività, sono ricostruzioni estremamente vivide della distruzione post-terremoto, tsunami e incidente alla centrale nucleare 1F.

Foto di Fukushima dopo lo tsunami dell'11 marzo 2011 a confronto con un fotogramma di "Godzilla Resurgence".

Sopra una foto di Fukushima dopo lo tsunami dell’11 marzo 2011, sotto un fotogramma di Godzilla Resurgence: dove finisce la realtà e dove inizia la finzione?

Forse, però, l’elemento simbolico più interessante è il terzo livello di lettura, ovvero il legame della trama con la storia giapponese: ci sono tantissimi elementi storici che emergono qua e là e che Anno ha rielaborato in forma metaforica nella sceneggiatura. Ad esempio, l’arrivo di Godzilla dalla baia di Kamakura è estremamente significativo, perché l’antica città di Kamakura è il luogo dove dal 1185 installò la sua sede lo shougun, cioè il generalissimo durante il Medioevo giapponese, praticamente il dittatore militare della nazione e re della guerra, e quindi di morte e distruzione: parallelismo immediato con Godzilla. Allo stesso modo, nel 1274 e 1281 gli invasori mongoli attaccarono due volte il Giappone dal mare, proprio come l’invasore Godzilla attacca due volte il Giappone dal mare. Tokyo è stata incendiata svariate volte, fra cui nel 1923 dopo il celebre terremoto del Kantou (lo stesso di Si alza il vento), e ancora oggi ha il soprannome di “città delle fiamme”.

Oltre agli avvenimenti storici, poi, numerosi sono i rimandi alla cultura giapponese, e spicca in particolare il cambio d’abito dei membri del governo. Dopo aver passato i primi venti minuti del film a discutere in giacca e cravatta in stanze silenziose, i ministri indossano una tuta e passano all’azione: non è solo un cambio d’abito, è un cambio di ruolo, di funzione e di atteggiamento mentale in un paese in cui, nel 1615, lo shougun Tokugawa Ieyasu varò delle leggi in cui imponeva quali vestiti e quali colori poteva o non poteva indossare ogni classe sociale. In Giappone l’abito fa il monaco.

Un altro aspetto interessante, anche questo comprensibile solo a chi è addentro alla cultura giapponese, è il fatto che Godzilla arrivi alla Stazione di Tokyo, la principale fermata della Linea Yamanote. Si tratta della circolare di Tokyo, ed è stata costruita secondo un percorso a forma di sagoma di mano destra di Buddha, come se l’Illuminato adagiasse la sua mano sulla città per proteggerla: distruggere la Stazione di Tokyo vuol dire interrompere la protezione divina alla città, e quindi soccombere. Al contempo, l’uso dei grattacieli di Marunouchi come “arma offensiva” è al contempo estremamente significativa: distruggere una «opera dell’uomo» per distruggere un’altra «opera dell’uomo» (con tutti i ragionamenti successivi sul grattacielo come simbolo del capitalismo).

Mappa della Linea Yamanote con i luoghi del film "Godzilla Resurgence".

Il centro di Tokyo, o meglio il centro della zona urbana di Tokyo: ad essere pignoli, “Tokyo” è il nome della prefettura, cioè della regione, e non della città, che è divisa nella zona urbana in 23 città distinte (benché fuse fra loro), e nella zona extra-urbana in una miriade di città-satellite. Nella mappa, in verde luminoso il percorso della Linea Yamanote, la linea ferroviaria circolare a forma di mano destra di Buddha (in verde trasparente sono indicate le “dita”); in giallo il percorso di Godzilla del terzo giorno, e in rosso la Stazione di Tokyo: di fronte, all’interno della Linea Yamanote (e quindi da essa protetta), quella grande macchia verde è la Reggia Imperiale.

Infine, la notte. In una simbologia universale quanto mai azzeccata, lo scontro dell’esercito contro Godzilla avviene di notte, al buio totale: è la scena più bella del film, e probabilmente il terzo capolavoro assoluto di Anno insieme alle citate discesa su Giove e Operazione Yashima. Straordinaria.

Fotogramma del film "Godzilla Resurgence".

La notte di Tokyo, la notte del mondo, la notte dell’uomo.

Il cast

Considerando che la sceneggiatura è stata scritta da Hideaki Anno in persona, trovare gli attori giusti a cui farla interpretare era basilare per la riuscita del film, esattamente come in un cartone animato il character design si rivela un aspetto decisivo per la riuscita dell’opera.

Considerando che la sceneggiatura è stata scritta da Hideaki Anno in persona, inoltre, non è possibile non tracciare dei parallelismi con le sue opere precedenti, e in particolare Neon Genesis Evangelion. Ecco quindi che in Godzilla Resurgence gli unici tre personaggi femminili del cast sono identici in tutto ai tre personaggi femminili della serie tv del 1995.

Il Ministro della Difesa (interpretata da Kimiko Yo) è una donna adulta e volitiva che si chiama Reiko Hanamori, che letteralmente vuol dire “Reiko del bosco di fiori”, di nuovo un nome romantico e floreale come per Misato Katsuragi, ovvero “Misato del castello di kudzu“, personaggio con cui condivide totalmente il carattere oltre al ruolo militare.

L’inviata del Presidente degli USA è Kayoko Ann Patterson, di nuovo un nome triplo metà giapponese e metà straniero per un personaggio da madre giapponese e padre straniero, proprio come Asuka Souryuu Langley, a lei molto simile: bellissima ragazza (l’attrice è la splendida Satomi Ishihara) sempre perfettamente curata, vestita e truccata, è convinta di avere ragione e di essere migliore degli altri, e pronuncia la battuta più frivola del film, «Dov’è Zara?», perché è stata spedita in Giappone in fretta e furia mentre era a un party, senza fare la valigia, e non ha altri abiti oltre al minidress da cocktail blu notte con cui fa la sua prima vivace apparizione (complementare a quello giallo con cui Asuka fa la sua prima vivace apparizione). Inoltre, il nome del personaggio è similissimo a quello dell’americana Jodi Ann Paterson, modella e playmate: non può essere un caso.

Infine, il personaggio migliore del film: Hiromi Okashira, la funzionaria del Ministero dell’Ambiente interpretata da Mikako Ichikawa, con il suo caschetto corto mal pettinato e il viso completamente struccato con tutte le imperfezioni esposte in primo piano, sempre silenziosa, sempre ligia al dovere, sempre seria meno per un singolo piccolo sorriso alla fine: è palesemente Rei Ayanami. Alla Ichikawa, che forse regala anche la performance attoriale migliore del film, è affidata la battuta più importante della sceneggiatura, in purissimo stile Anno: «Non siamo forse noi esseri umani ancora più spaventosi di Godzilla?».

Oltre a queste tre importanti donne, gli uomini sono meno interessanti: al contrario dei personaggi femminili molto simili alle loro corrispettive di Neon Genesis Evangelion, lo Shinji Ikari e il Ryouji Kaji della situazione sono i loro esatti opposti, il primo combattivo e sempre in prima fila per sconfiggere il mostro, il secondo freddo e demotivante (rispettivamente interpretati da Hiroki Hasegawa e Yutaka Takenouchi). Gli altri, ministri e funzionari e impiegati e militari vari, formano una sorta di coro greco di voci che mandano avanti l’atmosfera del film, ma non la trama.

La mappa delle relazioni fra i personaggi di Godzilla Resurgence pubblicata sul numero del 7 agosto 2016 della rivista Sunday Mainichi, che ospita anche un'intervista a Shinji Higuchi in cui si discute del film in relazione alla condizione del Giappone post terremoto di Fukushima. Nella mappa, sono segnati i personaggi derivati da Neon Genesis Evangelion: in giallo Misato, in rosso Asuka, in azzurro Rei, in viola l'anti-Shinji e in verde l'anti-Kaji. Quello in marrone è il Primo Ministro, un personaggio che ha dei legami con Gendo, dato che nonostante la posizione di potere è subordinato alle scelte di un gruppo (il Consiglio dei Ministri).

La mappa delle relazioni fra i personaggi di Godzilla Resurgence pubblicata sul numero del 7 agosto 2016 della rivista Sunday Mainichi, che ospita anche un’intervista a Shinji Higuchi in cui si discute del film in relazione alla condizione del Giappone post terremoto di Fukushima. Nella mappa, sono segnati i personaggi derivati da Neon Genesis Evangelion: in giallo Misato, in rosso Asuka, in azzurro Rei, in viola l’anti-Shinji e in verde l’anti-Kaji. Quello in marrone è il Primo Ministro, un personaggio che ha dei legami con Gendo, dato che nonostante la posizione di potere è subordinato alle scelte di un gruppo (il Consiglio dei Ministri).

Gli effetti speciali

Al contrario degli americani che ormai investono tutto sulla CG (computer graphic) arrivando a risultati grotteschi come The Avengers o Il libro della giungla girati interamente in green screen, i giapponesi amano ancora la manualità, esemplificata dall’origami della gru rossa: nonostante sia stato ovviamente usato il computer per alcune scene tecnicamente difficili, nella maggior parte del tempo Godzilla è vero. È palesemente un costume di gomma addosso a un attore, o un pupazzo di plastica manovrato da un marionettista, o un robot in animatronics, certo, ma è fisico, è tangibile, e questa sensazione traspare totalmente attraverso la pellicola comunicando allo spettatore un senso di inquietudine intima e primordiale.

Alla tv giapponese sono stati mostrati molti video con i dettagli sulla realizzazione tecnica di Godzilla Resurgence.

La composizione dell’immagine:

La computer graphic:

L’uso congiunto di blue screen e modellini:

Le esplosioni:

Presso lo spazio per eventi Makuhari Messe di Chiba, inoltre, sono stati esposti i modellini originali usati nel film, ennesima testimonianza dalla differenza fra gli effetti speciali americani e quelli giapponesi.

La musica

Shiro Sagisu è senza dubbio uno dei migliori compositori attualmente operanti al mondo, e se tutta la sua discografia percedente non fosse sufficiente a confermarlo, la colonna sonora di Godzilla Resurgence mette la ciliegina sulla torta portando all’estremo emotivo lo stile orchestrale di Neon Genesis Evangelion.

Oltre alle musiche originali, Sagisu ha recuperato sia brani delle passate colonne sonore dei vecchi film di Godzilla, sia due brani da Neon Genesis Evangelion, giusto per sottolineare il collegamento fra questo film e la serie del 1995: il primo è il brano per piano solo Junko tratto dalla OST di Evangelion 3.0, qui riarrangiato per piano & violino, e il secondo è Decisive Battle, ovvero il celeberrimo tema dell’Operazione Yashima, stavolta riarrangiato in quattro nuove versioni di cui tre con chitarra elettrica.

Il tema dell’Operazione Yashima riarrangiato per Godzilla Resurgence. Inutile dire che non appena sono partite le prime note, l’intero pubblico in sala ha riconosciuto il brano con mormorii di gioia e stupore: un momento davvero da comunità otaku.

Neon Genesis Evangelion

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Sarà perché metà dello staff viene dallo Studio Khara, ma Godzilla Resurgence è stilisticamente similissimo a Neon Genesis Evangelion. Non solo l’arrivo dal mare come un Angelo, non solo gli enormi sbocchi di sangue, non solo Tokyo distrutta dal raggio atomico del nemico come Neo Tokyo-3, non solo la punta della coda che si vede nell’ultimissimo fotogramma, ma soprattutto la succitata scena del combattimento di notte è assolutamente figlia dell’esperienza di Anno con Neon Genesis Evangelion. I colori, i poteri del mostro, il fuoco, il berserk, le strade incendiate, i cannoni e gli aerei, l’uso della musica: è tutto un grande déjà vu, ma nel senso più buono possibile del termine. D’altronde, per prima cosa Godzilla passeggia per le strade del quartiere di Oota, che in giapponese di pronuncia Oota-ku, pericolosamente simile a otaku: Godzilla che irrompe nel mondo otaku, che sia un caso?

Inoltre, dominano i feticci dell’immaginario di Anno: gli occhiali, i semafori, i passaggi a livello, le lavagne bianche, i pali della luce, le biciclette, gli ingranaggi, i grattacieli, i documenti stampati, la donna militare, i cartelli, il mare rosso, la tsundere, persino le rune e tanto altro. Mancava solo l’arcobaleno e poi non ci sarebbe stato nessuno stupore nel vedere un Eva-01 spuntare da dietro l’angolo.

Gadget

Il giro d’affari intorno a Godzilla Resurgence è enorme, e anche al cinema non si perde occasione per incassare con merchandise esclusivo disponibile sono in sale cinematografiche selezionate.

Ennesimi gadget di Godzilla Resurgence: in alto un elegantissimo fermacravatta, in basso un ovetto che si apre e diventa il mostro.

Ennesimi gadget di Godzilla Resurgence: in alto un elegantissimo fermacravatta, in basso un ovetto che si apre e diventa il mostro.

L’Italia

A quanto pare nessun distributore cinematografico ha ancora annunciato l’acquisizione dei diritti di Godzilla Resurgence per l’Italia, ma la pellicola è già stata venduta in oltre cento paesi del mondo e non c’è motivo per cui un franchise così noto di un regista così noto (e già approdato nei cinema italiani) non arrivi nel Bel Paese.

Fra l’altro c’è comunque una ragionevole certezza che il film venga localizzato in italiano. Nei titoli di coda, infatti, #c’èancheunpo’dItalia! Fra le decine e decine di aziende elencate (il product placement è enorme, soprattutto di Apple, Fujitsu e Panasonic), la produzione ha ringraziato anche l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo e Federico Colpi della ex d/visual, storico collaboratore ultradecennale con Gainax prima e Khara poi: non resta che aspettare, se non l’uscita cinematografica come uno di quei famigerati «eventi speciali» della Lucky Red, quantomeno il box deluxe a Lucca 2017.

Conclusioni

Cartonato di "Godzilla Resurgence".

Il signor Maiale è contemporaneamente inquietato dal mostro ed entusiasta per il film.

Tutto il lavoro di Anno, tutta la sua carriera sono esistiti per arrivare a questo film. Per i suoi fan, è un miracolo di una profondità misteriosa e abbacinante. Per i suoi detrattori, solo 119 minuti di chiacchiere, marcette militari e gente struccata.

Eppure, nonostante il forte nazionalismo parte vero e parte satirico (“Giappone” e “questo Paese” sono le parole più pronunciate), nonostante la prolissità, e nonostante la scarsità di scene d’azione che lo pongono ai limiti del genere action di cui dovrebbe far parte, nonostante tutto Godzilla Resurgence non può non essere il film dell’anno: per la sua qualità tecnica, per l’importanza del franchise, per la bellezza, per la forza, per il messaggio.

Il messaggio. Anno vuole sempre e solo dirci qualcosa, e quel qualcosa è così plateale, così chiaro, così dichiarato fin dal titolo che quasi è difficile accorgersene: quel qualcosa è il quarto shin, è 進 shin, è andare avanti, andare avanti sempre: nel bene, nel male, nella difficoltà, nella paura, nel sangue, nella morte, nella notte, soprattutto nella notte, andare avanti. Noriko andava avanti, Jean andava avanti, Shinji andava avanti, Yukino andava avanti, Cutie andava avanti, e ora l’uomo va avanti. Piangere, prima, ma poi sorridere, e andare avanti.

Arriva il mostro! L’attesa per Godzilla Resurgence

Da ormai svariati anni il sito web ufficiale del film Evangelion 3.0+1.0 è una pagina bianca con scritto solo «prossimamente», immota e immutabile. L’unico elemento che ha finora turbato questa calma piatta è un link, apparso il primo aprile 2015 (i giapponesi conoscono i pesci d’aprile, ma non li fanno), che rimanda a una logorroica dichiarazione del sempre logorroico Hideaki Anno in cui presenta il suo nuovo progetto, scatenando il putiferio nel pubblico otaku: Godzilla Resurgence. La lunga dichiarazione inizia così:

Commento di Hideaki Anno su Evangelion 3.0+1.0 e sul nuovo film di Godzilla.

Su di noi, sul perché stiamo facendo queste cose, e sul perché realizziamo film di fantascienza con effetti speciali.

Nel dicembre 2012, dopo l’uscita del film Evangelion 3.0, ero distrutto. Potremmo dire che ero in stato depressivo. Era la naturale conclusione dopo aver di nuovo consumato la mia anima per sei anni nella realizzazione di Eva.

Arrivò il 2013. Per tutto l’anno sono stato scosso in continuazione da un’ondata di ritorno di emozioni negative. Io, che ero un lavoratore modello, nemmeno una singola volta sono riuscito ad avvicinarmi allo studio che si stava sobbarcando il lavoro. I rapporti con gli altri e col mondo peggioravano, favorivo il mio totale esaurimento non tentando affatto di riprendermi, e mi sono fatto prendere dalla saturazione e dall’instabilità nervosa.

[…]

Poi, in quello stesso periodo mi arrivò un lavoro sotto forma di film fantascientifico tokusatsu. Il tutto cominciò alla fine di gennaio 2013.

Ricevetti una proposta direttamente da un rappresentante della Toho, che mi chiese «Vorremmo che lei dirigesse il nuovo film di Godzilla».

Avendo al tempo ancora le idee confuse, declinai sul momento con un «Impossibile, ho già da fare Eva, non posso».

Eppure, la buona fede della Toho, e l’entusiasmo del mio fedele amico il regista Shinji Higuchi mi smossero il cuore, e nel marzo dello stesso anno accettai il lavoro.

Segue lunghissima e dettagliatissima descrizione di Anno su come il lavorare a questo film di Godzilla rappresenti un punto di svolta focale della sua intera carriera, concetto che il regista ha ripetuto in più occasioni, e in particolare alla conferenza stampa del film il 19 luglio in cui, raccontando la genesi del film, ha dichiarato:

Godzilla Resurgence mi ha salvato la vita. Dopo aver realizzato i tre film di Rebuild of Evangelion mi sentivo completamente bruciato. In quel periodo appresi di Godzilla Resurgence. Sulle prime rifiutai, ma alla fine devo dire che questo lavoro mi ha salvato la vita. È grazie a questo film che adesso e qui sono in grado di stare in piedi, ed è grazie a questo film che da ora in poi riuscirò a continuare a lavorare su Evangelion.

Hideaki Anno e il cast di "Godzilla Resurgence".

Hideaki Anno con il cast di Godzilla Resurgence e un modellino di Godzilla alla conferenza stampa di presentazione del film, svoltasi a Shinagawa (Tokyo) lo scorso 19 luglio. Dopo il matrimonio con la fumettista Moyoco Anno (omonimia casuale), Anno appare in pubblico molto più ben vestito, pettinato e pure dimagrito: il famoso tocco femminile.

A parte la news finale in cui si dichiara implicitamente che, concluso quest’impegno, inizierà finalmente la lavorazione del quarto e attesissimo film di Rebuild of Evangelion, il fulcro di queste due dichiarazioni è molto esplicito: per Hideaki Anno cambiare aria era assolutamente necessario, quasi vitale. Non c’era modo migliore per farlo che dedicandosi con gioia a una passione giovanile mai sopita, ovvero quella dei tokusatsu, parola giapponese che letteralmente significa “ripresa filmica non ordinaria”, e che identifica gli effetti speciali cinematografici e in particolare i film e telefilm giapponesi di fantascienza, concentrati essenzialmente nelle tre macro-sottocategorie hero (singoli supereroi combattenti), super sentai (team di supereroi combattenti) e soprattutto kaijuu (mostri).

Hideaki Anno è notoriamente un grandissimo fan della fantascienza in generale e dei tokusatsu in particolare. Come ha sempre ammesso, la visione de La corazzata spaziale Yamato è l’evento che gli ha cambiato la vita, ma più in generale sono stati i tokusatsu in tv che lo hanno avvicinato al mondo della SF e che ancora oggi lo accompagnano quotidianamente. In Giappone, infatti, i tokusatsu rappresentano un bacino iconografico enorme, anche e soprattutto perché, al contrario degli anime che hanno un finale e uno stile costante dall’inizio alla fine, le produzioni di questo tipo nascono come serie autoconclusive che però si rinnovano ogni anno, in maniera paragonabile ai comics americani: stabilito un soggetto di base, il suo rinnovamento sta alla creatività dei singoli autori che di volta in volta lo prendono in mano. Ecco quindi che serie come i super sentai vanno avanti dal 1975, ogni anno con un nuovo tema, personaggi, cast artistico e tecnico, eccetera, mantenendo però degli elementi di continuità fissi.

Una pagina di "Kantoku fuyukitodoki" di Moyoco Anno.

Una pagina del fumetto Kantoku fuyukitodoki (“Il regista negligente”) di Moyoco Anno, un racconto semi-autobiografico della sua vita col marito Hideaki Anno, poi trasformato in una serie di miniepisodi animati in Flash. L’autrice non ha rivelato quali fatti narrati sono reali e quali no, per esempio non ci sono prove documentarie che Hideaki Anno si sia davvero sposato in cosplay di Kamen Rider come mostrato nel fumetto, però alcune pagine sembrano proprio aneddoti reali, come questa tavola in cui Anno, provandosi dei costosi abiti di Armani in un negozio, si mette in posa davanti allo specchio come Ultraman.

Il rinnovamento nella tradizione è appunto il tema cardine di Anno: tutte le sue opere sono basate su questo esatto principio. Non farà eccezione il nuovo film di Godzilla, i cui titoli la dicono lunga: quello giapponese è Shin Godzilla, ovvero “Nuovo Godzilla”, mentre invece quello internazionale è Godzilla Resurgence, ovvero “La rinascita di Godzilla”; in entrambi i casi, si sottolinea che c’è un nuovo inizio (il film è infatti inteso dalla Toho come un reboot all’americana per la serie), ma di un qualcosa che già gli spettatori conoscono bene.

Poiché mette insieme qualcosa di molto vecchio e famoso come Godzilla, insieme con qualcosa di molto nuovo e famoso come Hideaki Anno, per la promozione di questo film i giapponesi si sono veramente sbizzarriti producendo probabilmente la campagna pubblicitaria cinematografica più fantasiosa di sempre. Certo, gli americani ovviamente spendono molti miliardi nel marketing, ma nel loro caso si tratta di stillicidi di trailer sempre più grandiosi, poster chilometrici e quantità enormi di pubblicità cartacea e virtuale su ogni supporto possibile; ad esempio, la massacrante attesa per Star Wars: Episodio VII cominciò con anni d’anticipo e arrivò alla vigilia del film nell’isteria collettiva globale. I giapponesi lavorano in modo diverso: invece di tappezzare le città di poster, per promuovere Godzilla Resurgence non c’è stato nessun, assolutamente nessun ambito commerciale che sia stato tralasciato. Dai negozi ai ristoranti, dai treni agli aerei, Godzilla è ovunque. Era già successo appunto col suddetto Star Wars VII per il quale i giapponesi produssero i gadget più improbabili, ma in questo caso si è arrivati a livelli di creatività meravigliosi. Di seguito una percentuale irrisoria di tutto quel che è stato messo in atto; sono stati esclusi volontariamente i gadget “standard” (portachiavi, borse, t-shirt, eccetera), l’oggettistica giapponese (come i ventagli), e i prodotti alimentari (tipo i biscotti alla patata dolce) perché sono letteralmente a centinaia.

Gadget di "Godzilla vs. Evangelion".

Una delle principali idee su cui si è basata la campagna promozionale di Godzilla Resurgence è stata l’accoppiata con Neon Genesis Evangelion. Si tratta di un gioco totalmente pretestuoso e infondato, legato solo al fatto che, oltre ad Anno, metà dello staff del film viene dallo Studio Khara. Nonostante ciò, si tratta di una combo fatale. Nascita e sviluppo del fenomeno hanno portato a un franchise parallelo e interstiziale denominato Godzilla vs. Evangelion con tutta una sua linea di prodotti, fra i migliori e più bizzarri in assoluto realizzati per la promozione del film. Nell’immagine: in alto l’illustrazione di Mahiro Maeda da cui tutto è partito; al centro, a sinistra t-shirt col logo della NERV customizzato con cresta di Godzilla e scritta diversa, e a destra cassetta-contenitore di plastica ripiegabile in stile operazione militare anti-Godzilla; in basso i tenugui (rettangoli di stoffa multiuso) coi collage di immagini degli Eva e di Godzilla ambientati nelle città giapponesi.

Gadget di "Godzilla vs. Evangelion" del conbini 7-Eleven.

Fra i principali effetti di Godzilla vs. Eva c’è stata la realizzazione di alcuni specifici gadget da uno dei partner storici di Neon Genesis Evangelion: la catena di conbini 7-Eleven, la più diffusa in Giappone. L’azienda è nota per realizzare merchandise molto costoso e ambito dai fan, benché di gusto molto dubbio: in questo caso è stata realizzata un’orribile figure del robot Mechagodzilla coi colori dell’Eva-01 (in alto), disponibile anche in una non meno orribile variante coi colori dell’Eva-02. È andata esaurita alla prevendita. Fortunatamente il 7-Eleven ha prodotto anche qualcosa di più gradevole, come ad esempio l’immagine commissionata al celebre artista Takashi Murakami (al centro) e che verrà poi usata per la carta fedeltà raccogli-punti. Infine, l’oggettistica più bella del 7-Eleven è anche la più semplice: acquistando due tipi di pane si riceveva in regalo un quaderno in quattro varianti, due delle quali deliziose (in basso), una con Asuka & Rei coi peluche di Godzilla & Mothra, e l’altra con le sembianze di un file militare top secret della NERV.

Campagna pubblicitaria per "Godzilla Resurgence" presso i centri commerciali PARCO a Shibuya e Sunshine 60 a Ikebukuro.

Oltre ai piccoli supermercatini conbini, anche i grandi centri commerciali si sono arresi all’invasione di Godzilla. La catena PARCO ha pubblicizzato i saldi con degli inquietanti manifesti in cui Godzilla ha le orecchie a tartan, come quelle della mascotte (in alto). Inoltre, nel punto vendita di Shibuya (Tokyo) è comparso un enorme e grandioso murales tridimensionale (a sinistra): all’inizio di luglio era solo la zampa di Godzilla che strappava via la lettera R dalla scritta a neon PARCO, poi il giorno 20 è stata scoperta la facciona del mostro che irrompe sulla facciata del palazzo. Godzilla porta devastazione anche a Ikebukuro: uno dei pilastri del grattacielo Sunshine 60 è stato customizzato a forma di zampona del mostro, ed è possibile pure farcisi le foto mentre si viene schiacciati senza pietà sotto un artiglio gigante (a destra).

Cibo ispirato ai film di Godzilla nell'area divertimenti Nanja Town.

Sempre restando in tema di zampe, oltre a esserne schiacciati è possibile anche mangiarle: fra le varie sponsorizzazioni con ristoranti, tipo con il fast-food Lotteria, Godzilla Resurgence si è legato a Nanja Town (un piccolo parco giochi della Namco a Toshima, Tokyo) che non propone gadget, ma bensì veri piatti a forma del mostro e dei suoi storici rivali. Sei dei ristoranti all’interno del parco hanno aggiunto al menù standard un piatto ispirato ai kaijuu: la gelateria propone il gelato nero & rosso del nuovo Godzilla, il ristorante cinese la tortilla di Mechagodzilla, la pasticceria il cornetto a forma di larva di Mothra, il negozio di dolci la crêpe croccante a forma di Mothra, un ristorante giapponese il riso nero coi gyouza (ravioli cinesi) a forma di zampa del vecchio Godzilla, e un altro ristorante giapponese invece il riso al curry di Kind Ghidorah.

Risaie di Inakadate coltivate a forma di Godzilla.

Parlando di cibo, tutti gli anni tre campi delle vaste risaie di Inakadate (Aomori) vengono piantumate in maniera molto speciale: usando svariate qualità di riso che danno foglie di diversi colori, gli agricoltori di Inakadate ottengono bellissime immagini in sfumature di verde. Due campi sono dedicati alla cultura alta, dal Napoleone che attraversa le Alpi di David agli ukiyo-e di Sharaku, e uno alla cultura pop, con anime e film recenti, e quest’anno la scelta non poteva non cadere su un raggiante Godzilla, che all’inaugurazione si è presentato presentato in carne e ossa, per la gioia di grandi e piccini.

Stadio di atletica Todoroki a Kawasaki con orme di Godzilla.

Quanto ad apparizioni di Godzilla in spazi aperti, dopo le risaie di Inakadate il re dei mostri è passato anche per lo stadio di atletica Todoroki a Kawasaki (Kanagawa), dove ha lasciato le enormi stampe dei suoi piedoni. Ovviamente si tratta semplicemente di una diverso trattamento del manto erboso, ma l’effetto è molto riuscito.

Immagine promozionle dell'episodio "Shin-chan vs. Godzilla" dal cartone animato "Crayon Shin-chan".

Infine, oltre alla campagna promozionale diretta su Godzilla, c’è tutta una vasta rete di riferimenti al film anche in altri media e altri titoli. Un esempio è fornito da Crayon Shin-chan, uno dei quattro anime basilari della tv giapponese insieme a Sazae-san, Chibi Maruko-chan e Doraemon, tutti accomunati da microepisodicità, durata ultradecennale, e forte coralità che gira intorno al senso della famiglia. Di questi quattro, Crayon Shin-chan (iniziato nel 1992 e arrivato in Italia in modo molto travagliato) è quello più a contatto con l’attualità e spesso propone gustose parodie, come nell’episodio del 22 luglio in cui Shin-chan combatte contro Godzilla in uno scontro molto sopra le righe, per la felicità dei bambini e degli amanti dei crossover.

Godzilla, insomma, è ovunque, e dal 25 luglio è anche al cinema: a Tokyo si è tenuta infatti la première del film, strettamente a invito. Per chi non può parteciparvi, dal 29 luglio la pellicola invaderà tutti i cinema giapponesi: dai trailer Godzilla Resurgence promette molto bene, e mancano pochi giorni per sapere se Anno si merita o no applausi e «Congratulazioni!».

Evangelion 3.0+1.0 – Hideaki Anno ha l’agendina piena

Il 28 settembre 2006 Hideaki Anno fece affiggere in 50 cinema giapponesi un poster in cui esponeva dettagliatamente la decisione di rimettere mano alla sua serie cult Neon Genesis Evangelion per riproporla di nuovo al pubblico, in pratica per la quarta volta dopo la serie tv, il fumetto e i film che cominciano tutti con lo stesso incipit e poi continuano in maniera diversa. Anche la trama della nuova serie di film, intitolata Rebuild of Evangelion e programmata come una tetralogia, sarebbe iniziata come le altre tre versioni e poi continuata in un modo nuovo.

Poster con l'annuncio del progetto "Rebuild of Evangelion".

Anno è logorroico.

Il primo film arrivò nelle sale dopo appena un anno (2007): fondamentalmente era un riassuntone dei primi sei episodi ricalcati fotogramma per fotogramma dalla serie originale, con alcune sparute variazioni grafiche (tipo l’Angelo-Cubo) e l’inserimento di product placement. Il secondo film si fece aspettare due anni (2009) e introduceva alcune modifiche alla trama e soprattutto forti cambiamenti all’evoluzione dei personaggi. Il terzo film si prese tre anni di lavorazione (2012) e stavolta lasciò inalterati i personaggi per rimescolare invece la trama. Ora, dopo uno, due e tre anni, per logica il quarto film dovrebbe uscire dopo quattro anni, cioè nel 2016: molti fan hanno però sperato nel miracolo, ovvero che il film che avrebbe messo la parola fine finale financo definitiva alla saga sarebbe potuto uscire nel 2015, data estremamente simbolica dato che è proprio l’anno in cui è ambientata la storia. Purtroppo, però, a parte incredibili colpi di scena, questo quarto film intitolato Evangelion 3.0+1.0 non uscirà a breve dato che, giunti ormai alla fine di dicembre, Anno non ha ancora annunciato nulla, e c’è un motivo: è in altre faccende affaccendato. Il 9 dicembre 2015 infatti, mentre tutti gli otaku piangevano perché ormai l’anno fatidico stava finendo totalmente sprecato senza nemmeno uno straccio di annuncio e di conseguenza producevano poster fake per autoconsolarsi, la Toho pubblicava su YouTube il trailer del nuovo film Shin Godzilla (“Nuovo Godzilla”, titolo internazionale: niente meno che Godzilla Resurgence) scritto e diretto da, ta-daaan!, Hideaki Anno.

Ecco cosa stava facendo il regista ed ecco perché Evangelion 3.0+1.0 non solo ha mancato l’appuntamento del 2015, ma probabilmente mancherà anche quello del 2016 dato che questo nuovo film del franchise del mostro postnucleare uscirà proprio il 29 luglio 2016, e sia per logiche commerciali sia per tempi tecnici lavorativi sembra estremamente improbabile che escano due film dello stesso regista nello stesso anno (solo Takashi Miike riesce a essere così iperproduttivo).

Poster giapponese e internazionale di "Shin Godzilla".

Il poster ufficiale del film in versione giapponese con lo storico font massiccio della saga (in alto c’è scritto “Giappone vs. Godzilla”) e in versione inglese col titolo scritto da Anno stesso, riconoscibile dalla sua solita calligrafia. Shin seiki Evangelion, Shin Evangelion, Shinji (“nuovo carattere”), Evangelion: shi to shinsei (“morte e nuova nascita”), Shin Godzilla: “nuovo” è decisamente la parola preferita di Anno.

Inoltre, non è solo Anno a essere impegnato altrove: anche il character designer Yoshiyuki Sadamoto nel frattempo si è trovato altro da fare. Già dal 2012, infatti, il disegnatore collabora in maniera stabile con l’azienda automobilistica tedesca Mercedes Benz, per la quale aveva prodotto un cortometraggio piuttosto brutto a scopo promozionale.

Quest’anno, approfittando dello scandalo ecologico e relativo calo di vendite della Volkswagen, la Mercedes Benz ha deciso di reinvestire in Giappone in modo consistente, concentrandosi su tre elementi di grande successo: i Peanuts (che in Giappone vanno molto forte più per la gadgettistica che non per il fumetto, sconosciuto ai più) realizzando uno spot televisivo in concomitanza con l’uscita del film della Blue Sky Studios, e di nuovo Sadamoto, associato però stavolta alle Perfume, un trio di idol (giovani cantanti carine) che in patria riscuote enorme successo da metà anni 2000 ed è noto per l’uso molto originale e innovativo delle tecnologie durante i concerti e nei videoclip. Per l’occasione è stato realizzato un progetto multimediale che consiste in una performance olografica del trio sulle note del nuovo brano Next Stage with YOU in cui le cantanti si esibiscono con i loro doppi animati in CG basati sul design di Sadamoto. Le tre componenti delle Perfume sono caratterizzate dal mantenere sempre lo stesso look, e in questo caso il costumino disegnato da Sadamoto per NOCCHi, che porta sempre i capelli a caschetto e indossa sempre short pants, è estremamente simile a un plugsuit dei Children di Neon Genesis Evangelion, pecette sull’addome comprese. Nello spot tv che è stato ricavato dalla performance la somiglianza è particolarmente vistosa:

Praticamente una versione alternativa di Rei Ayanami. Se aggiungiamo che il bordo del colletto di a-chan (coda di cavallo e gonna al ginocchio) è esattamente identico a quello delle plugsuit e che KASHIYUKA (capelli lunghi e minigonna) ha in testa dei fermagli per capelli (?) a forma di orecchie di gatto che ricordano al contempo i collegamenti neurali e l’odioso personaggio di Mari la gattina canterina, ecco che il legame con Neon Genesis Evangelion diventa palese. A questo punto si chiuderebbe il cerchio se nel film conclusivo della tetralogia si scoprisse come colpo di scena finale che gli Eva sono prodotti nelle fabbriche Mercedes Benz.

Il cerchio che potrebbe chiudersi per un’eventuale sponsorizzazione Mercedes Benz del futuro venturo misterioso quarto film del Rebuild of Evangelion non si chiuderà però includendo anche le Perfume perché l’unica cosa certa, o quantomeno logica, è che venga di nuovo coinvolta la cantante Utada Hikaru, celeberrima in Giappone per aver inanellato record su record di vendite di dischi a partire dal 1999. La cantante è legata a due franchise per i quali ha realizzato la canzone portante della colonna sonora di ogni capitolo: la serie di videogame Kingdom Hearts e appunto Rebuild of Evangelion. Il primo film della quadrilogia si chiudeva con il brano Beautiful World, il secondo con un remix dello stesso, e il terzo con il nuovo brano Sakura nagashi realizzato quando la cantante si era già ritirata dalle scene per farsi una vita lontana dai riflettori, sposarsi in Puglia con un italiano e partorire un bambino. Durante la gestazione a Hikaru è tornata la voglia di fare musica e in futuro è atteso il suo nuovo album; inoltre per onorare gli obblighi contrattuali dovrà realizzare la nuova sigla per il futuro Kingdom Hearts III (altro prodotto che ancora non si vede all’orizzonte, però almeno si sa che esiste concretamente). Quindi, quanto al Rebuild of Evangelion è anche lei molto impegnata come Anno e come Sadamoto e ai fan, beh, non resta che aspettare, ovviamente.

Auguri Goldrake! Auguri Eva!

Probabilmente è un semplice caso fortuito, ma proprio ieri 4 ottobre e oggi 5 ottobre si festeggiano rispettivamente il 40esimo e il 20esimo anniversario di quelle che sono probabilmente le due più importanti, famose e influenti serie tv di robot nella storia dell’animazione giapponese: UFO Robot Goldrake e Neon Genesis Evangelion.

La prima serie fu ideata dal padre putativo del genere robotico giapponese, il grande Go Nagai, e fu trasmessa la prima volta col titolo UFO Robot Grendizer (il nome del robot in Italia fu cambiato perché ritenuto difficile) il 5 ottobre del 1975 su Fuji TV ed è poi arrivata in Italia su Rai 2 tre anni dopo intitolata Atlas UFO Robot; fra l’altro lo stesso identico giorno debuttò anche Jeeg robot d’acciaio, pure di Nagai, ma sul canale concorrente TV Asahi. La seconda serie invece è stata realizzata dallo studio Gainax capitanato da Hideaki Anno e iniziò alle 18:30 del 4 ottobre 1995 su TV Tokyo col pomposo nome di Shin seiki Evangelion (“Evangelion del nuovo secolo”), ma i fan italiani poterono vederla solo cinque anni dopo su MTV anche se nel frattempo era già uscita in home video per Dynamic Italia fin dal 1997 come Neon Genesis Evangelion (il titolo internazionale scelto dai giapponesi stessi).

Nonostante gli stili visivi, le tematiche affrontare e gli esiti narrativi dei due cartoni animati siano estremamente diversi, le trame di UFO Robot Goldrake e Neon Genesis Evangelion hanno dei forti punti in comune. Nel primo, Actarus ha lasciato il suo pianeta perché era stato attaccato dagli alieni conquistadores di Vega, tutti abbigliati come a una festa mascherata a tema “Halloween in acido”, e quando questi arrivano anche sulla Terra lui decide di contrastarli col suo robot da combattimento Goldrake; nel secondo cartone animato ad attaccare la Terra sono dei misteriosi esseri dal multiforme aspetto e di non meglio specificata provenienza chiamati Angeli (nome internazionale Angels, ma in originale erano chiamati Shito, “Apostoli”) che non vogliono conquistare il pianeta, ma bensì entrare in contatto col primo di loro tenuto rinchiuso nelle viscere della crosta terrestre, e per combatterli Shinji usa il robot da combattimento Evangelion. Quindi giovani uomini a bordo di armature giganti elettroniche antropomorfe devono difendere la Terra contro forze esterne ostili e dall’aspetto pittoresco: ce n’è abbastanza per affascinare generazioni di spettatori… e così è stato, dato che UFO Robot Goldrake, che fu il primo anime a essere importato in Italia, ebbe un tale successo da generare l’esplosione di popolarità di cui godette l’animazione seriale giapponese su tutti i canali tv pubblici e privati italiani lungo tutti gli anni ’80, e lo stesso successe con Neon Genesis Evangelion che portò al cosiddetto Secondo Impact (un’espressione mutuata dalla serie stessa) durante gli anni 2000, ma stavolta più indirizzato sul mercato dell’home video. Fra l’altro Neon Genesis Evangelion è anche il prodotto a cui si deve la diffusione commerciale del DVD, dato che fu proprio la versione su disco del 1997 ad avere così tanto successo da convincere i produttori a insistere sul nuovo formato. Interessante poi notare che se la storia del DVD è legata a Neon Genesis Evangelion, quella del CD dipese dalla Nona Sinfonia di Beethoven, sulla cui lunghezza si fissò lo standard dei 74 minuti e 33 secondi, e per ironia della sorte (o forse no) nell’episodio 22 dell’anime è stato usato come colonna sonora proprio il celebre Inno alla gioia beethoveniano: altre coincidenze. La versione su disco fu anche quella che portò la vera notorietà a Neon Genesis Evangelion, dato che la trasmissione tv fu un enorme insuccesso commerciale e la Gainax fu costretta a chiudere la serie in anticipo al 26esimo episodio, esattamente come successe con La corazzata spaziale Yamato, che è il cartone animato preferito di Hideaki Anno, che chiuse in anticipo al 26esimo episodio e che debuttò il 6 ottobre 1974: ancora altre coincidenze! Se oltre a tutto questo aggiungiamo che Fortezza superdimensionale Macross iniziò a essere trasmessa proprio il 3 ottobre 1982, non possiamo che concludere che l’inizio di ottobre è un periodo particolarmente propizio per gli anime robotici.

Se a 40 anni da UFO Robot Goldrake il nome della serie è rimasto glorioso benché il suo successo sia lentamente scemato, dopo 20 anni invece la mania per Neon Genesis Evangelion non solo non è scesa, ma è anzi più viva che mai, tenuta in vita dalle continue iniziative di marketing e dalla produzione di nuovi materiali. Oltre ai film realizzati poco dopo la conclusione della serie tv, dal 2007 escono al cinema ogni due-tre anni i capitoli del Rebuild of Evangelion, un faraonico progetto di ri-narrazione dell’intera serie in forma di quattro film che presentano affinità e divergenze con la storia originale e di cui i fan stanno attendendo l’ultimo misterioso capitolo. Anno non ha ancora dichiarato nulla al proposito, limitandosi a scrivere un messaggio di ringraziamento sul suo sito ufficiale, ma intanto su Internet è partita la campagna di festeggiamenti al grido di おめでとう omedetou, cioè «Congratulazioni!» proprio come quelle rivolte a Shinji nell’ultimo episodio della serie, su Twitter impazza l’hashtag #エヴァ20周年, in Giappone gira il temporary shop EVA T PARTY che propone oltre al merchandising anche interessanti volumi inediti di illustrazioni e schizzi preparatori, e proprio ieri è partita la campagna della catena di combini Lawson (supermercatini aperti 24/7) dove è possibile acquistare gadget ispirati alla serie, alcuni dei quali sono stimati andranno a ruba e quindi sono acquistabili solo su prenotazione.

Dato che a inizio ottobre 1975 uscì UFO Robot Goldrake e a inizio ottobre 1995 Neon Genesis Evangelion, a inizio ottobre 2015 è uscito qualcosa di altrettanto significativo che ricorderemo fra 20 anni? Oggi è ancora solo il giorno 5 e il 6 è già stato preso da La corazzata spaziale Yamato, quindi dai giapponesi, avete ancora il giorno 7 per stupirci di nuovo!