RADWIMPS

Tenki no ko – L’amore ai tempi della pioggia per Makoto Shinkai

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.


Il 19 luglio 2019, a tre anni di distanza da your name., Makoto Shinkai è tornato nei cinema giapponesi con il suo nuovo lungometraggio Tenki no ko, titolo internazionale Weathering With You, traduzione letterale “La ragazza del meteo”, da lui ideato, scritto e diretto.

Nonostante avesse già alle spalle una carriera ultradecennale, è stato grazie all’incredibile successo di your name. che in questi tre anni Shinkai è diventato improvvisamente la figura preminente nel mondo dell’animazione giapponese, sia per chi lo conosceva già sia, soprattutto, per chi non lo conosceva. Di conseguenza, Tenki no ko è diventato per Shinkai quello che è il fatidico secondo album per i musicisti, ovvero il banco di prova per dimostrare al mondo che il precedente lavoro non era stato solo un colpo di fortuna. L’attesa per Tenki no ko si è trasformata in un febbrile conto alla rovescia partito lo scorso 2 agosto 2018, quando Shinkai annunciò di star lavorando al suo nuovo film, ed è arrivata in Giappone agli stessi spasmodici livelli che si raggiunsero in Occidente per titoli come Eyes Wide Shut o Star Wars – Episodio VII.

Anteprima di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai al cinema Toho di Shinjuku (Tokyo).

La fila dei 2’200 fan estratti a sorteggio che hanno avuto la fortuna di assistere alla première di Tenki no ko a Shinjuku (Tokyo) presso il cinema della Toho, che oltre a essere una casa di produzione ha anche una sua catena di sale cinematografiche. La proiezione è partita allo scoccare della mezzanotte del 19 luglio e in sala erano presenti anche il regista Makoto Shinkai e Yojiro Noda (frontman e compositore della rock band RADWIMPS, che anche in questo caso ha curato la colonna sonora del film com’era accaduto per your name.), vestiti rispettivamente uno in total black con scarpe bianche e l’altro in total white con scarpe nere. Intervistati alla fine della proiezione, gli spettatori hanno dichiarato che è il miglior lavoro in assoluto di Shinkai, che non riuscivano a fermare le lacrime e altre commosse testimonianze del genere.

Ora, tre anni dopo your name. e i suoi quasi 400 milioni di dollari di incasso mondiale (che per un film supereroistico statunitense è sì e no il budget, ma per un film d’animazione giapponese è un risultato storico), la domanda principale è: Tenki no ko, prima ancora che essere un buon o cattivo film, riesce a reggere il paragone con il suo illustre predecessore? Risposta: sì, ma solo per complementarità.

Trama

Tokyo, estate dell’anno 2021. Piove ininterrottamente da mesi. Un giorno arriva in città Hodaka Morishima, sedicenne scappato di casa dalla sperduta isoletta di Kouzu con pochi soldi in tasca e nessun programma. Non trova lavoro, non trova un tetto sopra la testa, e alla fine è costretto ad andare da tal Keisuke Suga, un tizio bislacco che aveva conosciuto sulla nave dall’isola a Tokyo, il quale insieme alla giovane e procace Natsumi gestisce una piccola casa editrice che pubblica la rivista di occultismo Mu. Keisuke prende Hodaka a lavorare come tuttofare e gli affida il compito di verificare una leggenda metropolitana secondo cui esiste questa presunta “ragazza del bel tempo” che riesce a fermare la pioggia per magia.

Mentre svolge le sue ricerche, Hodaka reincontra casualmente Hina Amano, la cameriera del fast food che gli aveva offerto un hamburger gratis vedendolo soffrire la fame. Hodaka salva Hina da alcuni malviventi: lei per ringraziarlo lo porta sulla cima di un palazzo diroccato dove si trova un minuscolo santuario shintoista e lì gli rivela che lei, semplicemente desiderandolo, riesce a fermare la pioggia e far tornare il cielo sereno: è lei la ragazza del bel tempo!

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler importanti.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Hina prega et voilà, il Sole splende.

Hina racconta a Hodaka di aver ricevuto il potere varcando la soglia di quel santuario: aveva desiderato fortemente regalare un ultimo giorno di sole alla madre malata terminale, e nel farlo si era ritrovata di colpo fra le nuvole dove ha acquisito la magia.

Poiché sia Hodaka sia Hina sono due ragazzini senza genitori e in difficoltà economiche, tantopiù lei perché dopo la morte della madre si è dovuta prendere cura anche del fratellino Nagi, i due hanno la bella idea di mettere su un business sfruttando il magico dono della ragazza e fondano il sito web otenki-girl.jp tramite cui si può prenotare la ragazza del bel tempo per rischiarare a comando il cielo. Hina comincia quindi a far brillare il Sole sopra a mercatini, matrimoni, cerimonie varie, e una notte fa smettere di piovere per poter lanciare i fuochi d’artificio di una grande festa.

Hodaka è però nei guai seri: è ricercato dalla polizia non solo per essere scappato di casa, ma anche per aver tenuto con sé una pistola che aveva accidentalmente trovato per strada in una delle sere in cui ha dormito all’aperto appena arrivato a Tokyo. Braccato dalla polizia, Hodaka fugge via insieme a Hina e Nagi. Dopo una fuga rocambolesca, i ragazzi trovano rifugio in un hotel a ore dove passano la notte. Lì Hodaka consegna a Hina un anello come regalo di compleanno: lei ne è felice, ma anche rattristata perché sa che non resterà ancora a lungo sulla Terra, poiché il suo potere magico esige un costo e quel costo è il sacrificio del suo corpo umano.

La mattina dopo Hina è scomparsa, come dissolta nell’aria, e miracolosamente è tornato a splendere il Sole estivo. Hodaka capisce che Hina si è sacrificata diventando una creatura dell’aria per poter riportare l’equilibrio climatico sulla Terra, ma decide di andare a riprendersela su fra le nuvole. Hodaka parte per una corsa a perdifiato fino al palazzo diroccato col santuario sul tetto, inseguito dalla polizia e aiutato da Keisuke, Natsumi e Nagi. Appena varca la soglia, Hodaka si ritrova a volare fra le nuvole, dove ritrova Hina ormai ridotta a ectoplasma. Hina gli conferma che il cielo sereno è tornato grazie al suo sacrificio e che se tornasse sulla Terra ricomincerebbe a piovere, ma Hodaka ne è innamorato e la rivuole indietro a costo di una pioggia eterna. Hodaka e Hina tornano a terra.

Tokyo, estate dell’anno 2024. Piove ininterrottamente da tre anni e l’intera città è allagata, completamente sommersa sott’acqua a parte le punte dei palazzi più alti. Hodaka, che era stato riportato sull’isola, conclude la scuola dell’obbligo e torna di nuovo a Tokyo per cercare Hina. La ritrova su una collina emersa, intenta a pregare inutilmente che torni il bel tempo, ma non appena i due ragazzi si riabbracciano un raggio di Sole sembra come brillare fra le nuvole.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

E quindi uscimmo a riveder la stella.

L’ennesima ragazza delle previsioni del meteo

Ci sono almeno due modi per giudicare Tenki no ko: come film a sé e in rapporto a your name..

Non solo entrambi i metri di giudizio hanno ragione di esistere, ma anzi in base al metro scelto il valore, la qualità e persino il messaggio dei due film cambiano radicalmente, esattamente come due dipinti gemelli possono essere apprezzati singolarmente, ma raggiungono il loro massimo valore solo se visti insieme.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Preso da solo, magari come opera prima di un giovane regista esordiente, Tenki no ko non sembra avere poi molto da dire. La trama è molto lineare e si basa su un topos veramente comune e ancora più comune nel mondo degli anime, ovvero quello del principe che deve salvare la principessa non da un nemico esterno, ma interno, che sia una malattia, una maledizione, eccetera. Ci sono centinaia di miti epici, poemi letterari, fiabe, opere liriche e film che hanno già sfruttato oltre ogni limite questo canovaccio, quindi Shinkai si pone in un solco già arato da centinaia di narratori prima di lui: come al solito gli piace andare sul sicuro, l’ha sempre fatto, era così nel 2002 per La voce delle stelle, plagio totale di Punta al Top! Gunbuster, ed è così nel 2019 per Tenki no ko, che se non altro riesce a mascherare meglio le sue fonti pur senza perdere quella sensazione di già visto veramente permanente durante la visione del film.

Tenki no ko è tutto un già visto: già visto il ragazzino ribelle, già vista la maghetta, già visto il rubacuori, già visti Keisuke e Natsumi ovvero Lupin e Fujiko senza nemmeno provare a non farli sembrare graficamente o caratterialmente o dialetticamente Lupin e Fujiko, già visto il posto magico proprio in mezzo alla città, già visti i personaggi dalla personalità inesistente che servono solo a a mandare avanti la trama, già visto il meteo come rappresentazione visiva dei sentimenti, già visti i ragazzini che volano in cielo, già visto il detective in pensione, già visto il vecchio sacerdote del tempio basso di statura, già vista la pistola di Checov qui usata in maniera così letterale e didascalica da essere francamente irritante, già vista la tsundere, già visto il teppista biondo, già visto, già visto, già visto. È tutto così derivativo che sembra quasi che Shinkai inviti lo spettatore a scegliere quale, fra i suoi ricordi, si avvicina di più a quello che vede sullo schermo.

Al contempo, inoltre, Tenki no ko è anche un già visto di Shinkai stesso: già visto il grattacielo/ziggurat della NTT docomo, già visti gli splendidi sfondi che anche stavolta raggiungono una bellezza straordinaria, già visti i personaggi dal design semplicissimo e anonimo al confronto con gli sfondi ultradettagliati, già visti i treni, già vista la pioggia, già vista la neve, già visti gli amanti separati dal tempo e/o dallo spazio, già visti i nomi con giochi di parole (Hodaka è Morishima, cioè “isola boscosa”, cioè è una creatura terrestre, mentre invece Hina è Amano, cioè “galassia”, cioè è una creatura celeste), già visto il mondo mistico e animistico dello shintoismo, già viste le canzoni usate per sottolineare le scene madri, già visto il lens flare costante di J.J. Abrams, già vista Tokyo dall’alto dal basso da destra da sinistra da davanti e da dietro. Già visto.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Smarmella! Apri tutto!

Kono bangumi wa, goran no suponsaa no teikyou de okurishimasu

Un altro aspetto degradante e veramente impossibile da non sottolineare di Tenki no ko è la presenza a dir poco incredibile di product placement. Non è un dettaglio en passant, se n’è accorto chiunque abbia visto il film, è aberrante, è letteralmente la cosa in assoluto più vistosa del film.

È chiaro che le aziende giapponesi, adocchiato il successo di your name., non si volevano lasciar scappare l’occasione di comparire in un film che sarebbe stato visto certamente da milioni di persone, ovvio, ma la quantità di marchi che compaiono nel film è semplicemente sconvolgente.

Vent’anni fa, sull’ultima pagina del mensile Ciak, il fumettista Stefano Disegni ironizzava sul fatto che in Matrix si vede di sfuggita la marca Nokia del cellulare di Keanu Reeves. Chissà cosa direbbe allora di Tenki no ko, in cui ogni singolo oggetto, ogni. Singolo. Oggetto. Che si vede nel film riporta a chiare lettere la sua marca.

Hodaka cammina per Tokyo e tutti gli innumerevoli cartelloni pubblicitari sono veri e reclamizzano prodotti veri. Hodaka va a fare la spesa nella vera catena di negozi Lawson (fra i produttori esecutivi del film) e cammina fra gli scaffali pieni di prodotti tutti veri e tutti ben girati a favore di camera. Hodaka compra una vera bibita al vero distributore automatico di una vera azienda e la sorseggia preoccupandosi di non coprire con le dita la vera marca.

È vero che già ne Il giardino delle parole comparivano alcune pubblicità e che your name. ne era pienissimo, ma qua la presenza di product placemente è così massiccia e costante da essere addirittura distraente per il film, lo trasforma in un montaggio di spot pubblicitari, e raggiunge un momento assolutamente allucinante nella scena del McDonald’s. Siamo all’inizio del film: Hodaka, povero e affamato, entra in un McDonald’s e ordina solo una bibita; Hina lo vede e gli dona un hamburger. Ora, poteva essere un bell’incontro dolce e commovente, e invece è uno spot totalmente ridicolo dato che la scena si articola nella seguente maniera:

  • panoramica dell’incrocio di Seibu-Shinjuku col McDonald’s sulla sinistra;
  • stacco, inquadratura diretta della facciata del McDonald’s con l’enorme insegna verticale;
  • ingrandimento, inquadratura del secondo piano del McDonald’s da fuori;
  • stacco, inquadratura del secondo piano del McDonald’s da dentro, tutti ridono e sono felici del proprio pasto;
  • piano americano su Hodaka abbattuto, seduto e con la testa sul tavolo;
  • primissimo piano della confezione del Big Mac appoggiata sul tavolo a fianco alla testa di Hodaka. Non è “una confezione”, è LA vera confezione del Big Mac, con la grafica e i loghi e le scritte;
  • soggettiva di Hodaka, guarda Hina di spalle che se ne va dicendogli «È un segreto, eh!»;
  • primissimo piano della confezione del Big Mac: le dita di Hodaka la aprono e ne esce vapore. Il panino soffice e turgido, che era compresso dentro la confezione, si gonfia scintillando. Il sesamo è opaco, il pane è fragrante, la carne è lucida, la lattuga è punteggiata da goccioline d’acqua;
  • primo piano di Hodaka che addenta il panino. Mastica, poi un secondo di pausa, poi dice: «Sarà perché ero affamato, ma quello fu il pasto più buono della mia vita» e si commuove.

Da lasciare a bocca aperta lo spettatore, e non certo per l’acquolina in bocca.

Tutto Tenki no ko è a questi livelli di promozione, al punto che le aziende che compaiono nel film non hanno nemmeno prodotto dei nuovi spot televisivi coi personaggi, no, hanno direttamente preso i pezzi del film e li hanno trasmessi così come sono, tanto erano già perfetti, e altri sono stati realizzati comunque con lo stile del film. Non si può nemmeno dire che sia un tocco del “realismo” (?) di Shinkai, perché in qualche occasione si vedono degli sponsor camuffati (“Pony” invece di Sony, “Panasoni” invece di Panasonic, eccetera), il che vuol dire che quelli non hanno pagato, mentre gli altri sì.

Di seguito una selezione minima di spot con pezzi di film in cui compaiono i prodotti, giusto per avere un’idea. Acqua minerale Suntory Ten’nensui:

Ramen instantaneo Nissin Cup Noodle:

Compagnia telefonica SoftBank (questo è molto carino e ironizza sul fatto che il celebre cane O-tou-san compare nel film solo due secondi):

Ora, naturalmente non c’è niente di male a lavorare per soldi, e i più grandi artisti di tutti i tempi, da Bach a Hitchcock, si sono sempre venduti al miglior offerente. Ma qua il production placemente raggiunge un livello inedito, innescando un circolo (virtuoso o vizioso?) per cui i prodotti già esistenti sono pubblicizzati nel film, e al contempo il film pubblicizza i prodotti non ancora esistenti. Ecco quindi che Lawson ha messo in vendita da prima ancora dell’uscita del film in sala tutti i cibi mangiati dai personaggi e altri ancora.

Merchandising di Lawson ispirato al film "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Una selezione veramente minima dalla nuova linea di prodotti promozionali di Tenki no ko in vendita nella catena di conbini Lawson, già mecca degli otaku perché partner esclusivo dello Studio Ghibli. In alto: il riso alla cantonese con il tuorlo e le patatine fritte (sì esatto) che Hina cucina a Hodaka. Al centro: a sinistra tortino alla panna con le fragole, a destra bocconcini di pollo fritti. Sotto: a sinistra insalata accompagnata da salsina “color pioggia” (blu), a destra granita “del bel tempo” al gusto puffo con gelato al fiordilatte e marshmallow. A questi si aggiungono numerosi altri prodotti alimentari, oggettistica di consumo (casse audio, mantelline parapioggia, eccetera), materiale di cancelleria, una pesca e chissà cos’altro ancora.

La presenza così forte di pubblicità nel film potrebbe non essere solo un dato frivolo (e disturbante per la visione), ma rappresentare invece la vera grande rivoluzione operata da Makoto Shinkai: il cambio di sistema di finanziamento degli anime.

Il terzo metodo

Produrre animazione è molto costoso. Il motivo stesso per cui i succitati film supereroistici statunitensi hanno bisogno di budget stellari è perché sono in larghissima parte realizzati in CG, cioè fondamentalmente in animazione, e realizzare animazione costa molto, molto di più che realizzare un film interamente dal vivo, al netto dei cachet degli attori, perché richiedo uno staff enormemente più grande che deve lavorare per dei tempi enormemente più lunghi rispetto allo staff e ai tempi di un film da vivo.

Lo sapeva molto bene Walt Disney, il quale (come illustra Mariuccia Ciotta nel suo saggio) per anni è campato letteralmente di stenti, ipotecando casa sua e i suoi averi per produrre i primi lungometraggi e reinvestendo gli incassi nei film successivi, e che è arrivato al successo economico solo grazie a Disneyland, e non ai film.

Anche in Giappone la situazione non è diversa e animare costa. Il metodo classico usato dai giapponesi è di partire dagli sponsor con un finanziamento a priori, in cui viene chiesto agli studi di animazione di realizzare delle serie a scopo promozionale. È stato così per tutti i robottoni (aziende di giocattoli chiedono di realizzare Mazinga Z così poi vendono i giocattoli di quei robot), per i World Masterpiece Thater (aziende alimentari chiedono di realizzare Heidi così possono usare l’immagine paciosa di Heidi suoi loro prodotti) eccetera, ed è tutt’ora così per i super sentai. Il pro di questo metodo è l’alta disponibilità economica, il contro è che gli studi sono schiavi degli sponsor che hanno diritto di intervenire su tutto.

Confezioni di bibite Calpis con i personaggi del World Masterpiece Theater.

L’azienda di bibite Calpis usa tuttora i personaggi delle sue celeberrime vecchie serie come mascotte.

Il metodo moderno è quello di partire dagli studi di animazione con un finanziamento a posteriori, e si è diffuso a partire dagli anni ’90 in particolare grazie al successo di Neon Genesis Evangelion. In questo caso sono gli studi che elaborano da soli l’idea e possono sperimentare nuove storie, stili e contenuti; il finanziamento avviene attraverso prestito bancario o auto-finanziamento che si spera verranno ripagati dalla vendita di home video e merchandise derivato dall’opera. Il pro di questo metodo è che gli studi hanno il pieno controllo creativo, il contro è che il destino dell’opera dipende dal non pronosticabile successo o meno della serie.

In questo discorso si inserisce Makoto Shinkai, il quale è partito come un animatore indipendente ed è riuscito, primo nella storia del Giappone, a raggiungere il grande successo. Il fatto che Shinkai non sia stato necessariamente legato al guadagno perché realizzava opere per suo gusto personale lo pone come iniziatore di un terzo metodo di finanziamento che per ora riguarda quasi solo lui, ma potrebbe diventare comune in futuro, e che consiste in pratica nell’unire i due metodi precedenti insieme: gli sponsor pagano prima, sì, ma a condizione di inserire nell’opera sia materiale già esistente, sia nuovo materiale che poi servirà per la vendita di merchandise e quant’altro. È, in pratica, un finanziamento sia a priori sia a posteriori che si basa sulla certezza matematica che l’opera avrà successo dati i precedenti del regista (infatti Tenki no ko è stato già comprato all’estero, anche in Italia, prima ancora che uscisse al cinema), e che finora è stato utilizzato in casi rarissimi come Evangelion: 1.0, in cui compare il solito conbini Lawson e la birra Yebisu.

Solo il tempo ci saprà dire se questo terzo metodo, basato al 50% per cento sul potere dei soldi e al 50% sul potere dell’arte, riuscirà a imporsi a livello produttivo.

Makoto Shinkai dalla notte al giorno

Alla fine della nostra recensione del 2016 per your name., concludevamo scrivendo:

[your name.] è il terzo lungometraggio di Shinkai ed è con ogni probabilità il suo lavoro definitivo, nel senso che pare molto improbabile che nei suoi prossimi film il regista possa dire allo spettatore qualcosa di nuovo che non abbia già detto finora.

Stando a quanto scritto fin qua, sembrerebbe proprio che la previsione sia stata azzeccata, eppure forse non è così.

Il secondo modo per giudicare Tenki no ko è vedendolo come film complementare a your name., e da questo punto di vista non solo risalta meravigliosamente, ma addirittura entrambi i film acquisiscono tutta una ragion d’essere che, da soli, non hanno affatto.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler importanti.

Poster di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Il poster giapponese di Tenki no ko. Esattamente come era accaduto con quello di your name., a vederlo a posteriori ci si accorge che è spoiler. Il testo in verticale a sinistra recita «Questa è la storia sul segreto del mondo che solo io e la ragazza conosciamo».

Tenki no ko è infatti il seguito ufficiale di your name.. Non è stato pubblicizzato come tale, benché sarebbe stata un’ottima pubblicità, forse per non svilire la sorpresa quando reincontriamo prima Taki, a casa della nonna nonché una delle clienti di Hina, e poi anche Mitsuha come commessa della gioielleria dove Hodaka compra l’anello per Hina. A un certo punto si sentono e vedono di spalle anche quelli che sembrano Sayaka & Tesshi, lo stesso Tesshi che in your name. era un avido lettore della rivista di occultismo Mu edita da Keisuke di Tenki no ko. Tutti elementi assolutamente ininfluenti per la trama, ma che riallacciano il discorso dove era stato interrotto alla fine del film precedente e, soprattutto, servono a far aprire gli occhi allo spettattore sul fatto che Tenki no ko è il film speculare di your name. in ogni suo aspetto.

Se your name. era ambientato principalmente di notte e aveva i suoi momenti clou proprio di notte con la visione della cometa, Tenki no ko è ambientato principalmente di giorno e ha i suoi momenti clou proprio di giorno quando Hina prega per far smettere la pioggia.

Se your name. era concentrato sulla scomparsa del Sole al crepuscolo, Tenki no ko è concentrato sulla comparsa del Sole fra le nuvole.

Se your name. era tutto giocato sulla palette cromatica dei rossi, viola e blu, Tenki no ko è tutto giocato sulla palette cromatica degli azzurri, bianchi e gialli.

Se your name. dava a Shinkai la possibilità di liberare la propria arte visuale sul tema del cielo stellato, Tenki no ko dà a Shinkai la possibilità di liberare la propria arte visuale sul tema del cielo piovoso. Non c’è niente che Makoto Shinkai sappia rappresentare meglio della meraviglia primordiale della luce del Sole, della bellezza delle nuvole, del lucore delle stelle, dello scroscio della pioggia. Come e più di your name., Tenki no ko è uno studio sperimentale su come rappresentare le condizioni meteorologiche in animazione, e ci riesce in modo commovente disegnando l’infrangersi al suolo di ogni singola goccia di pioggia.

Fotogrammi di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

La rappresentazione della pioggia, sia in rapporto alla luce del Sole sia di per sé, raggiunge livelli di bellezza davvero impressionanti.

Se your name. mostrava il dualismo fra la vita di campagna e la vita di città, Tenki no ko mostra il dualismo fra la metropoli più ricca e i suoi bassifondi più degradati.

Se your name. era il canto d’amore di Makoto Shinkai alla sua terra natìa Hida, nella prefettura di Gifu, Tenki no ko è il canto d’amore di Makoto Shinkai alla sua terra d’adozione Tokyo, e in particolare alla fascia urbana che scende da Ikebukuro lungo la linea della metropolitana Yamanote fino a Shinjuku e poi Shibuya. È in questa fascia di meno di dieci chilometri che si ambienta quasi tutto il film e i personaggi non fanno altro che andare su e giù per quest’area.

Mappa di Tokyo da Ikebukuro a Shibuya e immagine dei palazzi Yoyogi Kaikan e NTT docomo Yoyogi Building a Tokyo.

A sinistra: la fascia di Tokyo ovest dove si svolge praticamente tutto il film, a parte l’inizio nella baia di Tokyo e la fine in zona Tabata. La freccia gialla indica il pezzo di ferrovia sopraelevata Yamanote che Hodaka percorre con una corsa a perdifiato per andare da Ikebukuro a Yoyogi, dove si trovano il grattacielo della NTT docomo (puntino azzurro, a destra nella foto) e soprattutto il palazzo Yoyogi Kaikan (puntino rosso, a sinistra nella foto) sul cui tetto c’è il santuario shintoista. In realtà il santuario sul tetto non esiste, e sfortunatamente da agosto 2019 non esiterà più nemmeno il palazzo visto che è pericolante e ne è prevista la demolizione: i fan di Makoto Shinkai faranno meglio ad andare in pellegrinaggio verso questa e le altre location del film il prima possibile, o sarà troppo tardi.

 

Poster di "your name." e "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Persino i poster di your name. e Tenki no ko sono complementari: usano la stessa identica impaginazione con gli stessi identici font sia per il titolo giapponese sia per quello internazionale, e anche le immagini sembrano comunicare, dato che sono composte per tre quarti da cielo dello stesso colore turchese, che l’erba sotto i piedi di Mitsuha prosegue come erba sotto i piedi di Hodaka e Hina, e che persino la nuvola che scende in diagonale dall’angolo in alto a sinistra del poster di your name. sembra continuare ininterrotta anche nel poster di Tenki no ko.

Draghi, colonne, nuvole

Attenzione: il paragrafo contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Infine, il solito rimando alla cultura tradizionale giapponese e alla visione romantica dello shintoismo che nelle opere di Shinkai non manca mai.

Se your name. parlava di musubi, Tenki no ko parla di tsunagu. Il concetto è praticamente uguale, e in giapponese 繋ぐ tsunagu vuol dire appunto “legare” proprio come 結ぶ musubu, ma stavolta non ci si riferisce al legame generale dell’uomo con la natura e degli uomini fra di loro, ma al legame specifico fra una persona e un ente naturale: in questo caso, Hina e la pioggia.

La presenza della pioggia ininterrotta pone forse il maggiore quesito del film: perché piove? Stando al monologo/spiegone del vecchio sacerdote, la natura è comandata da draghi-uroboros che devono restare in armonia fra loro, e quando non succede si scatenano i disastri.

È una risposta romantica, ma del tutto insoddisfacente che nasconde necessariamente un significato metaforico, anche perché se così non fosse allora potremmo bollare Tenki no ko come nient’altro che un filmetto fantasy-spirituale che nasconde col suo lussureggiante splendore visivo-musicale una trama rimasticata piena di idee rimasticate (cosa che si potrebbe dire benissimo anche per your name., in effetti). Fra i vari significati metaforici possibili, il più probabile è certamente quello della crisi climatica: il clima sulla Terra è impazzito e potrà essere solo l’uomo a porvi rimedio, non senza sacrifici. Questa idea di base viene trasfigurata da Shinkai nel suo solito stile mistico-sognante e trasformata in una storia d’amore magica in cui Hina riceve il dono di modificare il clima, ma per contrappasso diventa lei stessa parte del clima e più usa il suo potere più il suo corpo si trasforma in acqua, finché alla fine non si fonde con il clima stesso ascendendo sulle nuvole, ormai parte di loro. Il sacrificio di Hina riporta l’armonia fra i draghi e quindi il bel tempo sulla Terra.

Nel film Hina viene definita 天気の巫女 tenki no miko (“vestale del meteo”) e, soprattutto, 人柱 hitobashira, ovvero “colonna umana (a supporto di qualcosa)”. Anche quest’ultima non è un’idea originale di Shinkai: si tratta di una terribile pratica religiosa realmente esistita nell’antico Giappone, documentata almeno fino al XVII secolo, che consisteva in un sacrificio umano svolto ogni volta che bisognava costruire una grande struttura (castelli, ponti, dighe…) e serviva a implorare gli dei di placarsi, avere pietà dell’edificio e non farlo crollare con pioggia, vento, terremoti o altre calamità naturali.

Rappresentazione del rituale di hitobashira alla diga di Fujisaki nel 1609.

Il sacrificio dello/a hitobashira era un rituale agghiacciante. Uno dei casi più celebri è quello della diga Fujisaki a Tsugaru (Aomori): pare che questa diga si rompesse in continuazione, e più la riparavano e più si rompeva, quindi per placare l’ira degli dèi Sekihachi Yasutaka, un abitante del posto, il 14 aprile 1609 si donò spontaneamente e gioiosamente come colonna umana nei lavori di ricostruzione della diga, come testimoniato da un dipinto commemorativo (nell’immagine, un dettaglio). A quanto pare il sacrificio funzionò, dato che qualche anno dopo gli dedicarono un santuario.

Shinkai ha recuperato questa pratica sanguinosa riadattandola alla sua maniera: il sacrificio consiste non più nella morte bensì nella fusione con le nuvole, ma lo scopo resta inalterato, ovvero proteggere una grande struttura (in questo caso, Tokyo) dal clima impietoso.

Ora, se l’interpretazione della pioggia infinita come metafora della crisi climatica è corretta, allora your name. e Tenki no ko assumono un ulteriore aspetto speculare di straordinaria portata e potenza comunicativa, perché vuol dire che your name. è un film sulla vita e Tenki no ko è un film sulla morte.

Se in your name. la catastrofe naturale non causata dall’uomo era uno stimolo alla lotta per la sopravvivenza, in Tenki no ko la catastrofe naturale causata dall’uomo genera la presa di coscienza che l’unico modo per fermarla è il sacrificio dell’uomo stesso, ovvero la fine della civilizzazione come la conosciamo. Se questo non accade, la catastrofe non potrà che peggiorare ancora di più, ed è proprio quello che è mostrato esplicitamente in Tenki no ko: quando l’uomo è in armonia con la natura (Hina si fonde con le nuvole) il clima torna regolare, quando l’uomo non è in armonia con la natura (Hina torna sulla Terra) il clima impazzisce e piove per sempre.

Da questo punto di vista il film non è una commedia, ma una tragedia: per salvare una singola persona, Hodaka condanna la più grande megalopoli del mondo e i suoi quasi 40 milioni di abitanti a non vedere mai più il Sole, con innumerevoli morti, perdite e disagi. D’altronde il titolo internazionale scelto da Shinkai stesso non è affatto Weather Girl o qualcosa di simile, ma Weathering With You, ovvero “Resistere con te”. L’amore prima di tutto.

Mappa orografica digitale di Tokyo.

La mappa orografica di Tokyo mostra molto bene quanto praticamente mezza città sia entro i 4 metri sul livello del mare (colore verde), a 0 metri (azzurro) o addirittura sotto (blu), e quindi potenzialmente soggetta ad allagamenti.

Se your name. era un film sul passato, quando le catastrofi artificiali non esistevano e l’uomo combatteva contro la natura, Tenki no ko è un film sul futuro, in cui le catastrofi artificiali esistono e l’uomo deve salvare la natura.

Conclusione

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

È possibile che Shinkai sia stato ispirato dalla crisi climatica, da Greta Thunberg, dallo scioglimento della calotta artica per realizzare la sua grande parabola ecologista? È possibile che questo non sia un film sul futuro, ma invece sul tragico presente a cui seguirà un terzo film sul radioso futuro che chiuderà il discorso sul rapporto uomo-natura iniziato in your name.? È possibile che tutti questi ragionamenti siano solo interpretazioni speculative a posteriori e che Shinkai volesse solo raccontare una storiella d’amore con un tocco di magia?

Soprattutto: cosa intendeva Shinkai quando ha dichiarato che questo film è divisivo per il pubblico?

La colonna sonora suggerisce una chiave di lettura. Mentre il film era in fase di scrittura, Makoto Shinkai ricevette da Yojiro Noda una canzone. È una toccante ballata lunga e dolente, il cui testo parla del potere che ha l’amore di smuovere da dentro e spingere a dare il meglio di sé. È un po’ il seguito di Sparkle di your name., proprio come Tenki no ko è un po’ il seguito di your name.. La canzone è Ai ni dekiru koto wa mada aru kai (“C’è ancora qualcosa che l’amore può fare?”) ed è diventata il tema principale del film.

Nel videoclip di Ai ni dekiru koto wa mada aru kai, diretto dal celebre regista Kazuaki Seki, i RADWIMPS incontrando le varie situazioni meteorologiche che si vedono nel film.

Il ritornello recita «C’è ancora qualcosa che l’amore può fare? C’è ancora qualcosa che io posso fare?», ma poi gli ultimi due versi sono «Sì, c’è ancora qualcosa che l’amore può fare. Sì, c’è ancora qualcosa che io posso fare». Naturalmente l’interpretazione è libera.

Qualunque cosa significhi, qualunque valore abbia e qualunque messaggio comunichi questo film, da spettatori non possiamo far altro che aspettare con curiosità il prossimo lavoro di Makoto Shinkai. Una cosa è sicura: Tenki no ko, pur con i suoi difetti, riesce nel grande merito di riaccendere l’attenzione su un regista che sembrava narrativamente finito, schiacciato dalla ripetitività dei suoi lavori precedenti, e che invece, forse, ha iniziato solo ora a esprimersi davvero con onestà.

Kimi no na wa. – Il nome di Makoto Shinkai è

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.


Il nome di Makoto Shinkai arrivò in Italia nel 2005, quando la D/Visual pubblicò un cofanetto comprendente un DVD con il suo cortometraggio d’animazione Voices of a Distant Star e il successivo adattamento a fumetti La voce delle stelle. Makoto Shinkai aveva al tempo 32 anni, ne aveva 29 quando l’opera è uscita per la prima volta in Giappone e solo 25 quando lasciò l’azienda di videogiochi dove lavorava per realizzare il suo folle progetto di creare cartoni animati completamente da solo, producendo il suo primo cortometraggio Tooi sekai (“Un mondo lontano”). Fin da allora il nome di Makoto Shinkai è sempre stato legato a un modo di fare animazione insieme analogico e digitale, vecchio e nuovo, personale e condiviso che è giunto fino al suo nuovo film Kimi no na wa..

Poster di "Kimi no na wa.".

Il poster di Kimi no na wa., che a osservarlo bene dopo la visione del film ci si rende conto che è spoiler oltre ogni dire. La scritta a destra in alto recita: «Non avendoti ancora incontrato, ti sto cercando».

Il nome di Kimi no na wa. è cominciato a circolare con forte preavviso ed è arrivato nelle sale atteso non solo dal pubblico otaku, ma anche da quello generalista in forza di una campagna pubblicitaria tesa a sottolineare l’aspetto commovente e romantico della vicenda, che ha portato al cinema frotte di coppiette e ragazzine. Il successo è arrivato come e più del previsto, e il film ha raggiunto il primo posto del box office giapponese nel primo fine settimana d’uscita scalzando il Godzilla Resurgence di Hideaki Anno che dominava la classifica da oltre due mesi. In effetti Kimi no na wa. è un film che merita sì di essere visto per la bellezza visiva e la cura ideativa, ma che presenta al contempo un carattere sfacciatamente commerciale ed episodi ben al di là del citazionismo.

Il primo trailer di Kimi no na wa., già da solo più che sufficiente per evincere la grande qualità tecnica del film.

La trama

Attenzione: contiene spoiler importanti.

Il nome del protagonista maschile del film è Taki, quello della protagonista femminile è Mitsuha. Taki e Mitsuha sono due studenti delle superiori, ma non si conoscono: lui abita in un appartamento moderno al centro della frenetica Tokyo, disegna benissimo i paesaggi, suo padre è un architetto e anche lui ambisce a diventarlo; lei abita in un noioso villaggio nella prefettura di Gifu, sperduta sulle Alpi settentrionali giapponesi, è la vestale di un tempio Shinto e il suo sogno è avere una vita diversa ed eccitante a Tokyo.

Un bel giorno Taki si sveglia ed è nel corpo di una ragazza. Un bel giorno Mitsuha si sveglia ed è nel corpo di un ragazzo. Di notte, in sogno, Taki e Mitsuha si scambiano i corpi e le vite. Eppure sono sogni reali: lui mentre è nel corpo di lei pian piano impara a conoscere la bellezza della campagna e della natura incontaminata; lei mentre è nel corpo di lui si comporta in modo amichevole con la senpai di Taki, la quale crede che il ragazzo le stia facendo la corte. Pian piano, leggendo i messaggi che “l’altro” scrive sul proprio cellulare, sui propri quaderni e sulla propria pelle i due ragazzi si rendono conto del misterioso scambio.

Fotogramma di "Kimi no na wa.".

«Chi sei tu?».

Una sera Mitsuha esegue un rito shintoista di musubi in cui mastica e poi risputa del riso, dalla cui fermentazione poi verrà ricavato del sake sacro da collocare in una grotta al centro del cratere di un vulcano spento.

Quando Taki è nel corpo di Mitsuha, lui si limita a portare avanti la sua vita, ma quando Mitsuha è nel corpo di Taki, lei gliela cambia influenzando i suoi rapporti con gli altri e portando infine il ragazzo all’esasperazione: Taki decide di andare da Mitsuha. Il ragazzo non sa esattamente dove abita lei, è certo solo che è vicina a un lago vulcanico sulle Alpi settentrionali. Quando arriva in zona mostra agli abitanti del posto i suoi disegni nella speranza di trovare il paesino giusto, ma quando lo trova, scopre che non esiste più da tre anni: un frammento di una cometa che transita intorno alla Terra ogni 1’200 anni era caduto esattamente sul tempio di Mitsuha distruggendo il paesino e uccidendone tutti i 500 abitanti, fra cui lei. Taki si reca alla grotta sul vulcano dove tre anni prima Mitsuha aveva depositato il sake sacro del musubi per entrare in contatto mistico con lei, lo beve e finalmente capisce: lui aveva già incontrato casualmente Mitsuha sulla metropolitana tre anni prima, lei gli aveva donato un laccio intrecciato con le sue mani per stabilire con lui un legame, e ora è entrata nella sua vita per spingerlo a venire a salvare lei e tutto il paesino cambiando il futuro.

Grazie al sake sacro Taki rientra di nuovo nel corpo della ragazza, ma stavolta sa che si trova tre anni nel passato e sa che deve salvare il paesino. Riesce a convincere i due migliori amici di scuola di Mitsuha che quelle sera moriranno tutti se non fanno qualcosa, e tentano un piano folle: provocare un’esplosione alla centrale elettrica del paesino per far evacuare gli abitanti prima della caduta del frammento di cometa. In un turbinio di biciclette, impiegati comunali e bancarelle del matsuri, il piano viene rocambolescamente messo in atto.

Sono passati cinque anni e ricorre l’ottavo anniversario del miracoloso salvataggio dei 500 abitanti di un paesino nelle Alpi settentrionali. Mentre gira da un’azienda all’altra per sostenere colloqui di lavoro, Taki incontra casualmente sulla metropolitana una ragazza che gli sembra di conoscere: è il musubi, e l’inizio di una storia d’amore.

Le parole

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Il nome che i personaggi ripetono all’infinito nel film è musubi. Si tratta di una parola intraducibile della lingua giapponese che teoricamente vuol dire “legame”, ma praticamente contiene un’ampia gamma di significati che vanno dall’allacciarsi le scarpe al legarsi i capelli, dallo stringere conoscenze all’annodare un laccio, dallo stipulare un patto all’organizzarsi per un evento: tutte cose che accadono nel film. Ecco quindi che in Kimi no na wa. torna uno dei grandi temi di Makoto Shinkai: il potere delle parole.

Tutto nel mondo di Shinkai rispetta le leggi lessicali del significato e del significante: lo stesso cognome del regista vuol dire letteralmente “Nuovo mare” (ma è un nome d’arte, in realtà è “Nuovo porto”), e proprio come lui tutti i personaggi hanno nomi di fantasia collegati alla natura. Taki (瀧) vuol dire “cascata” e l’ideogramma è composto dai due pezzi mizu 氵, cioè “acqua”, e tatsu 龍, cioè “drago”, quindi la cascata è un “drago d’acqua” che scorre, come “scorrere” è nella parola ryuusei 流星, cioè “stella cadente”. La cascata trasporta le foglie, come Mitsuha (三葉) che vuol dire “tre foglie” e si riferisce alla sua discendenza, dato che sua nonna si chiama “Una foglia”, sua sorella minore “Quattro foglie”, e la sua defunta madre, presumibilmente, si chiamava “Due foglie”, continuando quindi una stirpe matriarcale che è la base della civiltà giapponese, il cui primo sovrano fu la leggendaria regina Himiko e la cui prima divinità Shinto è una donna, la dea del sole Amaterasu, sovrana della natura. Il musubi, quindi, è proprio questo legame con la natura: lo stesso ideogramma della parola musubi, ovvero 結, è formato dai due pezzi ito 糸, cioè “filo”, e yoshi 吉, cioè “felicità”, e quindi il musubi è «quella “cosa” che lega due entità e, in questo modo, da loro la felicità».

Confronto fra fotogrammi di "Kimi no na wa." con Izumo Taisha e Meoto-iwa di Ise.

Il musubi non è il destino: è il riconoscimento di un legame fra l’essere umano e il sovrannaturale, o il naturale, o un altro essere umano. Non è trascendente, ma immanente, e si costruisce di propria volontà per legarsi a qualcuno o qualcosa. Il musubi è una corda. In alto: il momento topico del musubi in Kimi no na wa.. In basso, due delle più celebri fra le innumerevoli corde giapponesi: sopra, l’enorme corda appesa al Grande Santuario di Izumo (dedicato al principale dio maschile); sotto, una fra le numerose coppie di Meoto-iwa (“Rocce sposate”), in questo caso quelle di fronte al Grande Santuario di Ise (dedicato alla principale dea femminile).

L’onnipresenza del musubi nel film è ribadita in continuazione dalle metafore visive e tematiche di Shinkai: l’uomo e la donna, la città e la campagna, il lavoro e le tradizioni, la famiglia maschile e la famiglia femminile, il sole e la pioggia, le candele e l’elettricità, le auto e le biciclette… tutti elementi che convergono e si legano (quindi “fanno musubi“) nella scena clou del film, che si svolge al crepuscolo (punto di contatto fra il giorno e la notte) su un vulcano (punto di contatto fra il sopra-terra e il sotto-terra) a cui si arriva con il treno (mezzo di trasporto che lega i punti distanti). La quantità di metafore stratificate in Kimi no na wa. è praticamente infinita e diventa quasi un gioco per lo spettatore individuare tutti i dualismi.

La poetica

Il nome a cui sono legati dal musubi è quindi quel nome che i personaggi cercano disperatamente per tutto il film e che gli dà anche il titolo: letteralmente Kimi no na wa. non vuol dire “Il tuo nome.”, come recita il sottotitolo internazionale your name., ma bensì “Il tuo nome è.”, sottintendendo che la frase prosegue in qualche modo.

Ora, questa poetica continua, quasi martellante del musubi all’interno del film può apparire estremamente innovativa e affascinante agli spettatori stranieri, ma è in realtà la base della base della base della cultura giapponese. Il musubi rientra in una serie di concetti elaborati in Giappone durante il periodo Heian, ovvero quella fase della storia giapponese in cui colui che oggi chiameremmo Capo dello Stato (che in quel periodo coincideva con l’Imperatore) risiedeva a Heian (oggi Kyoto) e che è durato dal 794 al 1185. Quei quattro secoli rappresentarono per il Giappone quello che i quattro secoli del basso Medioevo hanno rappresentato per l’Italia: la base della cultura nazionale. Con le dovute proporzioni, La storia di Genji rappresenta per i giapponesi quello che la Divina commedia rappresenta per gli italiani, e il bungotai rappresenta per la lingua giapponese quello che il dolce stil novo rappresenta per la lingua italiana. Inserire in un film d’animazione per ragazzi concetti complessi di cultura alta come il musubi o il mono no aware potrebbe sembrare un’idea originale e meravigliosa, ma in realtà i giapponesi lo fanno sempre.

Fotogramma di "Kimi no na wa.".

Buona parte di Kimi no na wa. è composta da splendidi wallpaper pronti per essere usati come sfondino del desktop, come ad esempio le foglie di acero sull’acqua, una tipica immagine di mono no aware. Si tratta di un concetto sfuggente che secoli di letteratura hanno contribuito a sfumare ancor di più, e che riassume in sé il panta rei, il lacrimæ rerum e il memento mori. Tutto è perduto.

Sono praticamente dieci secoli ininterrotti che la narrativa giapponese esplora questi temi, lavorando sul modo in cui vengono elaborati e arrivando oggi ad autori come Hayao Miyazaki, in cui il musubi è sempre presente in maniera molto più sottile e ricercata rispetto a Shinkai: basti pensare ai rapporti metaforici fra le bambine e Totoro, o fra Ashitaka e San, o soprattutto fra Chihiro e Senza Volto che rappresentano il legame fra l’essere umano e il mistero del mondo che lo circonda (che sia la natura o la società).

Il punto è che Kimi no na wa. sembra un film da cartolina. È il perfetto prodotto d’animazione giapponese da esportazione, ha pure già pronto il sottotitolo internazionale per non far perdere nemmeno un secondo agli adattatori stranieri. È un film di propaganda che ha tutto quello che ai giapponesi piace far vedere di sé al resto del mondo, in particolare la celebre dicotomia antico/moderno: la grande città modernissima pulitissima efficientissima, la campagna dove ancora risiedono le antiche tradizioni, le architetture futuribili d’acciaio lucido, i torii consunti dal tempo, la scuola privata, la scuola pubblica, i colletti bianchi, le vestali, i treni, i vulcani, i pali della luce, i fiori… mancavano solo Akihabara e le geisha e il panorama dei luoghi comuni sarebbe stato completo. C’è nel film un evidente scopo promozionale, quasi turistico, segnalato dalla quantità enorme di sponsor e reso esplicito dai poster della campagna FUN! TOKYO! (che esiste davvero e che ha avviato una collaborazione commerciale con il film) in previsione dell’invasione di stranieri che arriveranno a Tokyo per le Olimpiadi del 2020. Ai giapponesi interessa molto poco sapere quanti soldi spendere per le Olimpiadi, piuttosto gli interessa molto più sapere quanti soldi ci incasseranno, e questo film mostra che stanno già ragionando in tal senso.

Poster pubblicitario della campagna "FUN! TOKYO" in collaborazione con "Kimi no na wa.".

Mitsuha siede in una stazione davanti ai poster FUN! TOKYO!… mentre è dentro un poster FUN! TOKYO!.

La musica

Il nome “radwimp” deriva dall’unione delle parole in slang americano “rad” e “wimp” che sono l’una l’opposto dell’altra e significano più o meno “fico” e “sfigato”: dato che la band giapponese pop-rock RADWIMPS ha quindi i contrasti tenuti insieme da un musubi già nel nome, Makoto Shinkai non poteva non sceglierli per musicare questo film. Il regista ha sempre usato in maniera pervasiva la musica, anche cantata (come per la splendida ballata One more time, One more chance di Masayoshi Yamazaki usata in 5 centimetri al secondo), e per Kimi no na wa. i RADWIMPS hanno realizzato una colonna sonora composta da 22 brani strumentali e quattro canzoni.

Il tema del film Zen-zen-zensei (“Vita pre-pre-precedente”), col suo videoclip in cui i musicisti tornano indietro fino all’alba dei tempi, è diventato subito un brano popolarissimo fra gli under 30 giapponesi e ampiamente coverizzato.

L’uso di brani cantati amplifica la sensazione di star guardando un videoclip che è tipica dei film di Shinkai. Il montaggio serrato, i ralenti e i fast forward, le scelte cromatiche, i flash di luce, i passaggi dal fuoco al fuori fuoco, i riverberi dei raggi solari, i simbolismi visivi sono elementi che il regista usa fin dal suo esordio e che in Kimi no na wa. raggiungono il massimo livello estetico rendendo il film un unico lungo videoclip, peraltro similissimo a quelli di Anton Corbijn per i Nirvana.

Conclusione

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Il nome di Makoto Shinkai è già da tempo entrato nell’immaginario collettivo degli otaku. In 18 anni di carriera ha realizzato nove lavori in tutto: tre cortometraggi, tre mediometraggi e tre lungometraggi. Kimi no na wa. è il terzo lungometraggio di Shinkai ed è con ogni probabilità il suo lavoro definitivo, nel senso che pare molto improbabile che nei suoi prossimi film il regista possa dire allo spettatore qualcosa di nuovo che non abbia già detto finora.

L’impressione che si ricava dalla visione di Kimi no na wa. è doppia: da un lato si ammira una qualità tecnica e una bellezza dell’immagine veramente stupefacenti, soprattutto nella resa della natura, che elevano il film ai livelli sublimi di Ribelle, con la differenza che nel film Pixar si insegue un fotorealismo che invece Shinkai rifugge, preferendo una tavolozza psichedelica con alberi color mandarino e cieli di marmellata.

Dall’altro lato, però, si ha la forte impressione che la vena creativa di Shinkai si sia già esaurita. Tutto quello che c’è in Kimi no na wa. sa di déjà-vu: fin dai tempi di Tooi sekai c’erano treni e incomunicabilità, da Voices of a Distant Star in poi i protagonisti sono diventati sempre un lui e una lei, sempre uguali, sempre distanti e sempre di fronte ai tramonti, da Viaggio verso Agartha in poi non mancano mai i cassetti, il fantasy e il tema della morte… e tutto questo era a sua volta già stato visto altrove, rendendo di fatto l’intera opera di Shinkai una copia di sé stessa che è una copia del lavoro altrui.

Un breve riassunto della carriera di Shinkai realizzato in occasione dell’uscita di Kimi no na wa.; paradossalmente, però, potrebbe sembrarne un trailer, dato che tutto quello che vi si vede è poi presente nel film, compresi i tormentoni del regista come la pioggia, i treni, e soprattutto l’orribile grattacielo a forma di ziggurat dell’azienda telefonica Docomo.

Anche la fantascienza ha un sapore rimasticato: l’attesa della cometa fatale è identica a quella di Melancholia (ma senza la forza evocativa di Von Trier), e il tema della gestione del tempo, che ovviamente è uno dei pilastri della SF, è usato in modo similissimo a Ritorno al futuro o, per restare nell’ambito dell’animazione giapponese, a La ragazza che saltava nel tempo e soprattutto a Quando c’era Marnie. Quanto al tema dello scambio di corpi e/o di sesso, c’è tutta un’ampia letteratura fumettistica sul tema, che va da Cinderella Boy a Ranma ½ passando per la Le rose di Versailles e la fantascienza onirica di Moto Hagio fino a tutti quei fumetti anni ’70 che ispirarono Banana Yoshimoto per il personaggio del padre transessuale nel suo romanzo Kitchen. Sul tema dei sogni condivisi, poi, basterà citare X delle CLAMP per aprire un’infinità di collegamenti. Persino il titolo non è originale, dato che Kimi no na wa (senza punto finale) era il titolo di un celebre dramma radiofonico del 1952 poi trasformato in un film romantico l’anno dopo.

Confronto fra fotogrammi di "Neon Genesis Evangelion", "Utena la fillette révolutionnaire" e "Kimi no na wa.".

La soglia della porta è un’immagine metaforica estremamente forte usata da tutte le civiltà del mondo fin dalla notte dei tempi, e portata all’iconicità nel mondo degli anime nel 1995 da Hideaki Anno nella scena in cui Shinji entra a casa di Misato in Neon Genesis Evangelion (in alto). Kunihiko Ikuhara, grande amico e collaboratore di Anno, userà due anni dopo la stessa identica immagine con lo stesso identico significato nell’ultima scena dell’ultimo episodio di Utena la fillette révolutionnaire (al centro). Makoto Shinkai ha riusato questa soluzione 21 anni dopo Anno in Kimi no na wa. per almeno una ventina di volte, inquadrando porte scorrevoli di tutti i tipi da quella del treno a quella del bagno di casa, di metallo e di legno, di giorno e di notte, in città e in campagna e chi più ne ha più ne metta (in basso).

Fra tutti questi furti, in particolare Shinkai ha mangiato veramente a quattro palmenti da Hideaki Anno e Hayao Miyazaki: sono sue passioni dichiarate, certo, ma se a un esordiente si può perdonare di aver plagiato completamente Punta al Top! GunBuster, a un regista affermato e acclamato dalle folle come loro successore, beh, no.

Confronto fra fotogrammi di "Kimi no na wa." con "Evangelion 1.0" e "Il castello errante di Howl".

Due degli innumerevoli furti di Shinkai da altri film d’animazione. In alto: sopra, le luci di tutto il Giappone si spengono progressivamente per dare energia al fucile a positroni usato in Evangelion: 1.0; sotto, le luci della cittadina si spengono progressivamente per via dell’esplosione alla centrale elettrica (il puntino rosso in alto a destra) in Kimi no na wa.; in entrambi i casi c’è un lago al centro. In basso: sopra, Sophie osserva la pioggia di stelle cadenti ne Il castello errante di Howl; sotto, Mitsuha osserva il distacco di un frammento dalla stella cometa in Kimi no na wa.; in entrambi i casi l’inquadratura, la posizione del personaggio e persino il taglio di capelli sono uguali.

Persino tutta la questione dei nomi, certo molto affascinante, in realtà è più elementare di quel che sembra, perché la lingua giapponese funziona interamente per metafore. Ad esempio, il fatto che i protagonisti si chiamano “Cascata” e “Foglie” dava al pubblico giapponese fin dall’inizio un’indicazione su dove sarebbe andata a parare la trama, perché è la cascata che trasporta le foglie, e non viceversa: un dettaglio che evidentemente per gli stranieri è impossibile da comprendere se non rinominando i protagonisti con nomi tradotti alla lettera. Anche il paesino di Mitsuha (inventato, ma ispirato ai luoghi dell’infanzia del regista) ha un nome ad hoc: Itomori, che si scrive 糸守, cioè letteralmente “filo protettore”, come il musubi. E a proposito di parole, c’è addirittura chi ha avanzato un confronto con il testo della canzone Rusty Nail del gruppo rock X JAPAN, celeberrimo in patria e certamente noto anche a Shinkai.

Infine, alla stanchezza tematica, alla forte impronta commerciale e ai vistosi furti, si aggiunge un ennesimo difetto sempre più comune nella cinematografia contemporanea mondiale: i buchi di sceneggiatura. Fra tutti, il più enorme è l’inverosimile ignoranza di Taki: come può vivere la vita di Mitsuha per giorni e giorni senza sapere in che luogo, in che tempo e in che situazione si trovava? Si tratta evidentemente di un espediente narrativo di sospensione dell’incredulità necessario per mandare avanti la trama, ma rende ancor più improbabili le scene in cui il ragazzo si spreme le meningi per ridisegnare ogni minimo dettaglio del paesino per poterlo poi ritrovare, quando sarebbe bastato controllare la posta a casa della ragazza.

Segnalazioni di indirizzi stradali in Giappone.

Per via della particolare natura degli indirizzi in Giappone, l’arredo urbano locale si è dotato di specifiche segnaletiche. A sinistra, un qualunque palo della luce di una qualunque città ospita sempre, se non l’indirizzo completo, almeno le informazioni su quartiere e isolato: si sa sempre dove ci si trova. A destra, un qualunque isolato di un qualunque quartiere di una qualunque città giapponese ha sempre una mappa col posto esatto delle singole case, cognome degli inquilini incluso: non è possibile sbagliarsi.

Meno profondo di Miyazaki, meno concettuale di Anno, Shinkai si è guadagnato il titolo di loro erede solo in virtù del fatto che usa i loro stessi identici immaginari (ma non i loro temi) raccontati con gli stessi identici stili, a cui aggiunge di sua mano un uso integrato della musica e un affascinante tentativo di mimesi della natura filtrato però da una palette cromatica onirica (degna di un display Retina dei suoi amati iPhone, che nel film sono costantemente all’80% di carica). Certo, Kimi no na wa. è bellissimo da guardare, ma sembra un po’ poco per un regista che ambisce a salvare l’animazione giapponese dal declino pronosticato dall’abbandono di Miyazaki e dalle parole di Anno. Si spera che nelle sue prossime opere Makoto Shinkai possa finalmente regalare al pubblico qualcosa non solo di bello, ma anche di nuovo, lavorando con quella virtù che è dichiarata dal suo stesso nome: “onestà”.