R-shitei

NipPop 2016 – Intervista a Paola Scrolavezza

La conquista del mondo richiede tanta pazienza, piani per il futuro ben studiati, e la ricerca di alleati preziosi: ecco quindi che Dimensione Fumetto ha incontrato Paola Scrolavezza, presidentessa nottambula dell’Associazione Culturale NipPop con sede a Bologna e organizzatrice dell’evento NipPop 2016.

Paola è una docente universitaria, una traduttrice di letteratura giapponese femminile contemporanea, una saggista, una esperta di cultura orientale, una curiosa e un’entusiasta della gioventù, con cui collabora per organizzare da sei anni uno degli eventi più interessanti in Italia legati alla cultura popolare nipponica contemporanea, ovvero il NipPop che si tiene ogni anno a fine primavera nella dotta Bologna. Siamo andati a disturbare lei e i suoi due gattini fratelli, Gin & Tonic, a casa sua, alla vigilia dell’evento e alle 3 di notte per scoprire qualcosa di più su di lei, sulla sua associazione e su questa sesta edizione di NipPop che si svolgerà dal 20 al 22 maggio: ecco cosa ci ha raccontato.

La locandina dell'edizione 2016 del festival "NipPop".

La locandina dell’edizione 2016 del festival NipPop – Parole e forme da Tokyo a Bologna: è tutto carinissimo, QR code e iconcine personalizzate in primis.

NipPop è un nome famoso nel giro della cultura otaku in Italia: come è nato il vostro lavoro e di cosa vi occupate?

NipPop è un progetto con sede a Bologna che ha iniziato le attività dedicate alla cultura pop del Giappone contemporaneo nel 2011. Io ho studiato e iniziato a lavorare a Venezia, e dal 2009 insegno Cultura e letteratura giapponese al Dipartimento di Lingue dell’Università di Bologna. Nel 2011, in seguito al terremoto e maremoto del Touhoku, volevamo fare qualcosa che desse un segno di solidarietà e della nostra attenzione per il Giappone, e parlandone con gli studenti ne è nata una giornata dedicata alle culture pop nipponiche contemporanee. L’idea ci ha dato modo di coinvolgere anche delle persone sul territorio, perché a Bologna ci sono tante case editrici che si occupano di fumetto, anche manga: il progetto è piaciuto e quindi l’abbiamo continuato crescendo anno dopo anno.

Quindi il progetto nasce come una collaborazione fra la docente e i suoi allievi?

Sì, e tuttora io continuo a lavorare con i miei studenti: con loro l’evento è cresciuto passando da una giornata a tre, e poi organizziamo anche durante l’anno incontri, proiezioni, collaborazioni con altre realtà, e dall’autunno 2013 siamo diventati un’associazione culturale con un sito che, oltre a farci da vetrina, si pone l’obiettivo di costruire un database sulle culture pop del Giappone contemporaneo. Abbiamo diverse sezioni, molti collaboratori che scrivono per noi, e tanti volontari che contribuiscono gratuitamente con il loro grande lavoro.

È in qualche maniera la stessa storia di Dimensione Fumetto: anche noi siamo nati come un gruppo (ma di amici, non di studenti), ci siamo costituiti associazione culturale ad Ascoli Piceno nel 1994, ci occupiamo di diffusione della cultura del fumetto fin dall’inizio con fanzine ed eventi, lavoriamo e collaboriamo in tutta l’area locale e oltre, abbiamo varato delle attività in seguito allo tsunami del 2011 (ancora in corso in Giappone), e dall’anno scorso abbiamo rinnovato il nostro sito trasformandolo da vetrina degli eventi in spazio di argomentazione e critica. Al contrario di noi, però, la vostra storia è compattata in uno spazio di pochi anni.

Sì, rispetto alla vostra Ascoli Piceno la nostra realtà di Bologna è diversa: c’è stato Umberto Eco, c’è la Scuola di fumetto e ci sono tante manifestazioni legate al mondo del fumetto e dell’animazione anche non giapponesi, quindi diciamo che le culture pop sono state sdoganate. Per contro, Bologna è una città dove ci sono tantissime attività culturali, per cui trovare lo spazio è sempre difficile, sia in senso di spazio fisico sia come fondi economici, che rappresentano il nostro problema principale; tuttora il nostro maggiore sponsor è l’Università, e anche cercare altri contributi è molto difficile, poiché essendoci così tante attività si crea molta concorrenza. In realtà questa è anche la cosa bella di Bologna, che da questo punto di vista è molto migliore di altre realtà culturali come quella di Venezia che, al confronto, è stagnante, dato che propone solo poche grandi cose meravigliose, mentre invece a Bologna c’è una grande vivacità culturale e molte cose nascono dal basso, come NipPop stesso: un progetto creato e portato avanti da ragazzi, studenti ed ex-studenti che restano a collaborare.

Anche nella zona umbra-marchigiana-abruzzese, pur mancando grandi poli culturali frizzanti come Bologna, ci sono una miriade di piccole realtà (come Dimensione Fumetto stessa) che messe tutte insieme propongono un cartellone di eventi distribuito per tutto l’anno. Nel grande gomitolo di Bologna, invece, che tipo di proposta offrite per emergere?

La nostra attività principale è l’evento NipPop. L’idea è nata da un mio sogno, ovvero mettere in contatto persone diverse che in qualche modo però ruotano intorno alle culture pop e alla loro diffusione, quindi gli artisti, i critici, gli studiosi e gli esperti, insieme con il pubblico e con chi lavora per far conoscere la cultura popolare e quindi i distributori, le case editrici, eccetera. Lo scopo dunque è creare uno spazio in cui tutti questi soggetti possano interloquire, dialogare e incontrarsi. Quando l’abbiamo creata, infatti, il nome completo della manifestazione era NipPop – Parole e forme da Tokyo a Bologna perché un altro degli obiettivi è quello di creare dei legami, o meglio di mettere in luce i legami fra l’Italia e il Giappone e fra Bologna e Tokyo.

E a proposito di legami, credo che fra le nostre rispettive associazioni ci siano solo due gradi di separazione perché conosciamo dei comuni amici, che sono Keiko Ichiguchi e Andrea Venturi, che abbiamo avuto il piacere di avere ospiti ad Ascoli Piceno più volte, e in particolare nel 2011 in occasione della mostra Così lontani così vicini in cui abbiamo esposto fianco a fianco le loro rispettive tavole.

Locandina della mostra "Così lontani così vicini" organizzata da DF nel 2011 negli spazi della libreria Rinascita di Ascoli Piceno.

La locandina della mostra Così lontani così vicini organizzata da DF nel 2011 negli spazi della libreria Rinascita di Ascoli Piceno.

Loro sono persone gentilissime, ed è stata un’esperienza davvero molto bella e davvero molto istruttiva.

Keiko collabora con NipPop! È nel comitato scientifico, cura i workshop di fumetto e ci ha dato un grosso aiuto per trovare degli sponsor in Giappone: economicamente sono piccole cose, ma utili per partire.

Saranno pure piccole cose, ma l’anno scorso avete avuto come ospiti le BABYMETAL, sono sconvolto!

Devo dire che le BABYMETAL sono state una cosa casuale. Loro erano in tour in Europa e avevano in programma una tappa all’Estragon, che è un locale di Bologna che però non sapeva bene come gestire il gruppo e la promozione, quindi ci ha chiesto se eravamo disponibili a inserire il concerto nella nostra manifestazione, dato che la data della performance era concomitante con la data di NipPop 2015: in pratica, in realtà abbiamo avuto le BABYMETAL senza spendere una lira. È stata una coincidenza perché avevamo già fissato le date e ci è arrivato questo regalo dall’Estragon, che ha organizzato il concerto arrivando non so come alle BABYMETAL, ma senza sapere come gestire la pubblicità e senza sapere che tipo di pubblico potesse esserci, ed è per questo che si sono rivolti a noi.

Il gran finale del concerto di Bologna delle BABYMETAL: l’accostamento del metal con delle bambine era, è e sarà sempre totalmente straniante, ed è esattamente questo il loro fascino.

Non so come sono percepite in Italia, ma in Giappone le BABYMETAL sono estremamente popolari nel giro delle cosiddette sottoculture, e molto famose anche fra il grande pubblico, arrivando a dei livelli di vendita che non si vedevano dagli anni ’90, gloriosi per la musica j-pop che attualmente si basa più su streaming, YouTube e concerti live che non sulla vendita del supporto fisico, esattamente come nel resto del mondo.

Io ho scoperto che in Italia c’è un fandom delle BABYMETAL che è notevole, con gente che si sposta ed è venuta da tutta Italia per assistere al concerto.

Kimi wa subculture (“Sei parte di una sottocultura”) degli R-shitei è una canzone che la band dedica alle loro fan, che come recita il testo hanno «lo specchietto di My Melody» eppure sono le adoratrici di una «sottocultura del male e della notte», ovvero il tipo di glam rock noto come visual kei in cui uno dei gruppi di punta è, attualmente, proprio quello degli R-shitei.

Questo concerto a sorpresa c’è stato l’anno scorso, ma veniamo all’evento del 2016: cos’è, com’è strutturato e cosa propone stavolta il festival NipPop?

Ogni anno cerchiamo un tema, e quest’anno è la science fiction. Abbiamo una serie di incontri, come sempre, con talk, tavole rotonde e workshop, a cui si aggiungono una serie di proiezioni sui due focus principali che sono Leiji Matsumoto e Neon Genesis Evangelion.

Per quanto riguarda la serie di Hideaki Anno, abbiamo collaborato con i gruppi Evangelion Italian Fan e Distopia Evangelion, che ci hanno proposto una serie di incontri, attività e una mostra in uno spazio bolognese recentemente aperto, che a me piace molto essendo parte di un progetto di recupero di spazi urbani inutilizzati: era il bunker durante la Seconda guerra mondiale, quindi ha tutta una serie di gallerie che lo rendono un ambiente molto particolare, dove abbiamo allestito un’esposizione di artisti italiani che hanno dedicato una tavola a testa al mondo di Neon Genesis Evangelion. Inoltre, abbiamo la proiezione dei film in collaborazione con Dynit che ci ha generosamente concesso i diritti d’uso a titolo gratuito, essendo l’intero NipPop un evento completamente gratuito, dove non c’è biglietto e l’accesso è aperto a tutti.

Locandina della mostra "The Legacy of Evangelion".

Locandina della mostra The Legacy of Evangelion. Come al solito, Shinji è bravo solo a far danni.

Quanto a Leiji Matsumoto, inauguriamo la sera del 18 una mostra di alcune tavole originali del Maestro che abbiamo avuto grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale Leiji Masumoto di Torino. Abbiamo poi una serie di giocattoli, action figure e modellini, sempre a tema Matsumoto, che ci ha dato un famoso collezionista italiano che è Fabrizio Modina e con cui abbiamo ricostruito le scene e gli ambienti delle sue opere più famose: ne è risultata una mostra proprio bella di cui siamo molto orgogliosi! Ovviamente non mancheranno anche proiezioni di film di Leiji Matsumoto.

Modellino de "La corazzata spaziale Yamato".

Me – ra – vi – glio – so!

Infine, c’è un terzo focus su un’ospite specifica che ci raggiungerà a Bologna: Atsuko Asano. È una scrittrice di Okayama che ho fortemente voluto io perché mi sono innamorata di un suo light novel intolato No. 6, che è sì fantascienza distopica, in un mondo post-apocalittico post-conflitto devastante eccetera, ma molto bello nella scrittura, nelle descrizioni e nella capacità di declinare un tema non nuovo in modo assolutamente originale. Ne è stata tratta una serie tv d’animazione che secondo me è meno interessante, ma che ho scoperto essere conosciuta in Italia nonostante il romanzo non sia stato tradotto. Spero di convincere qualche editore a importarlo!

Le versioni animate di Nezumi il misterioso e di Shion dai capelli sbiancati di colpo come Maria Antonietta, si aggirano per le strade tentacolari della città No. 6, che dà il nome all'opera di Asano e che nella sua divisione in caste pare tanto Metropolis di Lang.

Nezumi il misterioso e Shion, dai capelli sbiancati di colpo come Maria Antonietta, si aggirano per le strade tentacolari di No. 6, la città che dà il nome all’opera di Asano e che nella sua divisione in caste ricorda molto Metropolis di Lang.

Oltre ai tre focus avremo le nostre consuete sezioni arte, cinema e letteratura, e quest’anno c’è anche un’area games dedicata ai retrogames di science fiction giapponese… non chiedermi quali perché io sono di un’altra generazione e non ho mai giocato ai videogame.

È un programma molto ricco e molto bello! Ma Hideaki Anno lo sa?

Non lo so! Devo dire che abbiamo cercato di contattarlo, ma per il momento non ci siamo riusciti perché lui è blindatissimo. Comunque io non dispero: prima o poi ci arriveremo.

Scendendo nel dettaglio, quanto a Neon Genesis Evangelion, avete deciso di proporlo perché ne siete voi stessi fan?

In realtà personalmente ho scoperto il mondo dei manga e degli anime attraverso i miei studenti, quando ho cominciato a insegnare. Avendo appena compiuto cinquanta anni, non sono cresciuta con i manga, ma da bambina ho visto UFO Robot Goldrake e Lady Oscar che ho amato tantissimo; ho riscoperto questo mondo recentemente ed essendo molto curiosa sono andata a indagare. Io non sono una particolare fan di Neon Genesis Evangelion perché per il mio gusto è un po’ troppo macchinoso, però proprio per questo è anche affascinante, e in particolare è affascinante perché riesce ancora oggi, dopo decenni, a smuovere un fandom trasversale. Quest’anno ho tenuto un corso di letteratura incentrato sulla science fiction in cui i ragazzi hanno poi portato delle presentazioni, e diversi di loro hanno lavorato su vari aspetti della serie, e sono ragazzi di venti anni, il che ci ha fatto riflettere insieme sul fatto che Neon Genesis Evangelion continua a destare interesse e affascinare le generazioni: trovo sia questo il vero aspetto interessante della serie di Anno. Quando abbiamo iniziato a pensare di dedicare l’edizione 2016 di NipPop alla science fiction, quindi, è stato naturale concentrarsi su Neon Genesis Evangelion, perché credo che in Italia non puoi parlare di fantascienza giapponese senza citare la serie di Anno. Da quel che vedo, è ancora oggi uno dei titoli manga e anime che attira maggiore attenzione.

Concordo, e confermo che in Giappone qualunque persona sotto i cinquanta anni conosce Neon Genesis Evangelion perché l’ha visto, l’ha letto e ha avuto esperienza personale sulla serie. Se si vuole vivere in Giappone bisogna conoscerne la lingua, la cultura e Neon Genesis Evangelion. Ogni tanto, quando saluti con un «Grazie!», ti rispondono «La parola della gratitudine!», che è una celeberrima battuta di Rei Ayanami. Anche per la conversazione quotidiana, quindi, si è in qualche modo “costretti” a vedere la serie. Fra l’altro, tornando alla trasversalità generazionale, il suo ideatore e regista Hideaki Anno ha dichiarato esplicitamente che lui è un fan sfegatato de La corazzata spaziale Yamato di Leiji Matsumoto del 1974, dichiarazione facilmente verificabile dal confronto fra le due serie, che mostra come l’anime anni ’90 presenta una quantità enorme di riferimenti a quello anni ’70.

Confronto fra "La corazzata spaziale Yamato" e "Neon Genesis Evangelion".

Il cimitero su Iscandar e quello sulla Terra: solo uno dei mille e mille confronti possibili fra La corazzata spaziale Yamato di Leiji Matsumoto e Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno.

Era volontariamente ricercata la continuità nel vostro programma fra Matsumoto, Anno e la più recente fantascienza di Asano?

Sì, abbiamo cercato degli elementi che potessero ricollegarsi fra di loro, e fra questi tre autori c’è un legame generazionale. In questa maniera, quest’anno abbiamo un’edizione di NipPop che è particolarmente bella, ben costruita e armonizzata. Poi, oltre agli eventi e agli ospiti già citati ci sarà un’altra scrittrice di science fiction giapponese che è Fumio Takano, anche lei purtroppo non ancora tradotta in italiano: oltre a portare nomi conosciuti, a noi piace anche portare delle cose nuove, visto che non siamo una fiera, ma bensì una manifestazione culturale, e quindi possiamo anche permetterci di puntare su figure, artisti e forme di culture pop meno conosciuti. Lo stesso light novel in Italia è poco conosciuto e guardato con sospetto. Ci sarà inoltre Shin’ya Ogura, che è un machine designer che lavora nell’animazione, negli effetti speciali e soprattutto nelle navi spaziali, e ha partecipato a moltissime produzioni fra cui Capitan Harlock e Code Geass; oltre a incontrare il pubblico, Ogura terrà un workshop di CG in cui mostrerà come funziona nella pratica il suo lavoro, e penso che sia una bella occasione, molto interessante. Inoltre avremo una serie di artisti italiani che si ispirano alla fantascienza giapponese, come Davide Tarò e Dario Tonani. Proietteremo molti film, fra cui il cortometraggio di Michele Senesi intitolato Ricordi che è tratto da un racconto di Kaoru Kurimoto, un’altra scrittrice di science fiction giapponese nota per Guin Saga. Infine, tante altre cose, come workshop di scrittura creativa e di disegno per robot e mecha, eccetera eccetera… sul sito ufficiale è possibile trovare il programma dettagliato giorno per giorno.

Grazie mille davvero e buon lavoro!

Grazie a voi!

Il pubblico di "NipPop" delle scorse edizioni, anche questo trasversale come il pubblico della fantascienza. Davanti a tutti, in primo piano, una solare Paola Scrolavezza; dietro a tutti, nascosto agli sguardi, un timido Andrea Venturi.

Il pubblico di NipPop delle scorse edizioni, anche questo trasversale come il pubblico della fantascienza. Davanti a tutti, in primo piano, una solare Paola Scrolavezza; dietro a tutti, nascosto agli sguardi, un timido Andrea Venturi.

Madoka Magica meets Ryutaro Arimura

Da un paio d’anni il gruppo musicale rock giapponese Plastic Tree ha totalmente cambiato la propria immagine, immagine che per loro è basilare essendo una band visual kei, cioè un tipo di glam rock in cui l’importanza della parte visiva non è inferiore a quella musicale. Sostanzialmente è teatro: le band visual kei pubblicano più DVD che album e scrivono più saggi, editoriali, articoli su riviste e interviste varie (corredate da mille foto) che testi di canzoni. Lo scopo finale è fornire all’ascoltatore una controparte visiva di quella sonora, come in Fantasia, e ottenere nei concerti appunto un risultato teatrale, in cui scenografie, costumi, trucco & parrucco eccetera si sposano con la proposta musicale. Concettualmente non siano lontani dall’opera lirica, insomma.

La rock band giapponese Plastic Tree nel periodo "Ammonite".

I Plastic Tree in uno degli scatti più gioiosi e solari della loro carriera, dato che l’iconico cantante Ryutaro Arimura, noto per i capelli corvini a fungo, i cosplay di L di Death Note e le tetre canottierine sdrucite, indossa addirittura una t-shirt con un fiore rosso.

Data l’importanza dell’immagine, nessuno stupore quindi che i gruppi visual kei pubblichino album e singoli in svariate edizioni con svariate copertine per moltiplicare la loro creatività visiva. I Plastic Tree non fanno eccezione e nel biennio 2014-2015 la band si è affidata al collettivo di artisti noto come Gekidan Inu Curry, che vuol dire qualcosa come “Troupe teatrale Curry del cane” (o “al sapor di cane”, il che è inquietante), ormai celebre fra gli otaku di tutto il mondo per aver lavorato a serie come Sayonara zetsubou sensei e soprattutto a Puella Magi Madoka Magica, il majokko alternativo diventato certamente uno degli anime più importanti dai tempi di Neon Genesis Evangelion, e per i suoi stessi motivi: profondo legame con la produzione precedente, reinvenzione dei topoi del genere, trama basata non sugli eventi esterni bensì sulle scelte e svolte psicologiche dei personaggi, e finale aperto a interpretazioni e sequel. Infine, c’è un altro basilare elemento comune: la fortissima identità grafica.

Infatti, come chiunque abbia visto Neon Genesis Evangelion non può dimenticare la grafica allarmante della NERV e dei suoi sistemi di difesa, allo stesso modo chiunque abbia visto Puella Magi Madoka Magica non può dimenticare la grafica allarmante delle Streghe e dei loro sistemi d’attacco. Evidentemente è andata così anche per i Plastic Tree, che nello spot pubblicitario dei concerti di fine anno 2015 citano la serie di Hideaki Anno (enormi ideogrammi bianchi su fondo nero, Inno alla gioia di Beethoven, montaggio serrato) e nelle copertine delle loro ultime uscite citano la serie di Akiyuki Shinbou.

Copertine di album di musicisti giapponesi disegnate da fumettisti.

Quando i fumettisti incontrano i musicisti. In rigoroso ordine cronologico: in alto a sinistra la copertina dell’album Noblerot (cioè la muffa nobile della pianta di vite) degli ALI PROJECT del 1998 realizzata dalle CLAMP in piena fase Clover; al centro il singolo del 2000 dei LAREINE Bara wa utsukushiku chiru che coverizza la sigla originale di Lady Oscar ed è illustrato da Riyoko Ikeda in persona; a destra Invade del 2011 dei jealkb per cui Akira Toriyama ha lavorato gratis essendo un «amico di bevute dei membri della band». Sotto: a sinistra la copertina di Nihon chinbotsu (“Il Giappone affonda”) del gruppo visual kei R-shitei del 2012 disegnata da Suehiro Maruo nel suo raffinato stile grand-guignol; al centro la stilosissima cover dello stilosissimo mangaka Hisashi Eguchi per lo stilosissimo album del 2013 date course delle idol lyrical school; a destra la versione giapponese dell’eponimo album di debutto del 2014 della pop-rock band svedese Dirty Loops illustrata da Hirohiko Araki (e nella versione intera si vede che i personaggi sono in pose assurde e galleggiano sui fiori).

Tralasciando il grande mondo delle sigle degli anime dove spesso le copertine sono illustrate dai character designer delle serie, nonché tutta quella musica con una funzione nella trama che ha nella saga di Macross il suo massimo rappresentante, va comunque ricordato che non è assolutamente la prima volta che in Giappone il mondo della musica incontra quello di fumetti & cartoni animati. Gli esempi sono numerosi e con grandi nomi coinvolti: fra le tante collaborazioni, molte sono in ambito visual kei come quelle fra i LAREINE e la loro musa Riyoko Ikeda, fra i jealkb e il sempiterno Akira Toriyama o fra gli R-shitei e il maestro del grottesco Suehiro Maruo; anche in ambito più pop basti citare gli ALI PROJECT con le storiche collaboratrici CLAMP, le lyrical school che si fregiano di avere una cover di Hisashi Eguchi, e addirittura la band svedese Dirty Loops che per la versione giapponese del proprio album di debutto ha chiesto a Hirohiko Araki di disegnare la copertina, per non parlare dell’intera discografia degli ASIAN KUNG-FU GENERATION i cui artwork di tutti i singoli e gli album sono opera di Yusuke Nakamura (il character designer del celebrato anime The Tatami Galaxy).

In questo caso però si è trattato di un progetto inedito: il gruppo artistico Gekidan Inu Curry e il gruppo musicale Plastic Tree hanno lavorato insieme e pianificato una serie di opere visivo-musicali realizzate seguendo un tema comune; nella pratica sono stati pubblicati tre singoli conclusi poi da un album (in Giappone i singoli escono prima degli album) con copertine splendide e, sorpresa, componibili.

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Il primo lavoro, risalente al settembre 2014, è stato il singolo Mime (come “mimo” in inglese) edito in quattro versioni: una conteneva il solo CD, le altre tre un DVD extra con contenuti diversi tipo il videoclip o esibizioni live. In questo primo caso le quattro cover erano concepite come un nastro infinito: messe in fila una dopo l’alta formano un’immagine continuativa, ma anche il bordo superiore della prima immagine e quello inferiore dell’ultima combaciano così che il cerchio ricomincia. In queste immagini i musicisti stessi hanno collaborato alla grafica e l’ispirazione è palesemente legata a Puella Magi Madoka Magica, con chiari riferimenti alla Walpurgisnacht.

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Anche il secondo singolo Slow è stato stampato in quattro versioni, ma poiché stavolta il tema della canzone era lo scorrere del tempo gli artisti del Gekidan inu curry hanno pensato a una spirale di piccioni psichedelici, volti che gocciolano latte e bambini dagli occhi rossi su quattro copertine che si compongono a formare un cerchio; cerchio che poi, nel merchandising della band, diventa un vero orologio.

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Il terzo e ultimo singolo della collaborazione fra i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry è stato Rakka (“Cadono i fiori”), col suo video in cui cadono le parole e le cover in cui cadono i fiori, gli occhi, le stelle, le farfalle, i paisley, i colori, le lacrime di Ecoline, i ricordi e tutto quanto possa cadere sulla città in questo rettangolo stretto e lungo.

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Infine, come regalo per i fan, i Plastic Tree hanno pubblicato a Natale 2015 l’album Hakusei (“Animali impagliati”), nella cui cover i volti dei quattro componenti della band appaiono all’interno di quello di un quinto individuo dalle pupille vitree, circondato da varie parti di animali altrettanto immobili e statuari, il cui collo è fissato a una cornice appesa al muro. Nell’edizione deluxe l’album è contenuto all’interno di un cofanetto di cartoncino con un libro illustrato in cui le foto dei musicisti sono state ritoccate a mano all’acquerello, tempera e collage dagli artisti per apparire come animali impagliati con pose innaturali e occhi immobili. Un’idea piuttosto inquietante, hitchcockiana, ancor di più considerando che gli animali impagliati sono un tema di Psycho e che quel corvo nero sulla testa di Ryutaro Arimura e del personaggio in copertina è chiaramente un rimando a Gli uccelli.

Chissà se i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry avevano in mente Morrissey e il suo motto «Meat is murder» quando hanno pensato al tema visivo dell’album: non lo sapremo mai, ma almeno agli amanti degli anime e a quelli di j-rock resta quest’interessante quartetto di dramatis personæ, tempus fugit, vanitas e et in Arcadia ego (che allegria).

Pharrell è lolicon, Gwen gyaru, Madonna boh

Sarebbe affascinante scrivere qualcosa di evocativo come “La storia dei rapporti culturali fra il Giappone e l’Occidente si perde nella notte dei tempi”, ma non è così: fino alla fine del XIII secolo in Europa, dove pur si aveva più o meno cognizione della Cina («il Paese della Seta», come la Yourcenar fa dire ad Adriano), l’esistenza del Giappone era totalmente ignorata al pari del continente americano, e fu Marco Polo il primo occidentale a sentirne parlare (nonché a battezzarlo Cipango da cui il termine inglese Japan). Poi, molto altro tempo passò fino all’instaurazione di contatti reciproci effettivi, prima limitatissimi e poi regolari a partire dal 1853, sia a livello commerciale sia culturale con la diffusione dell’ukiyoe, la Madama Butterfly eccetera. Ma è stato a partire dalla Seconda Guerra Mondiale che il nome del Giappone ha cominciato a essere pronunciato quotidianamente in Occidente, prima per i tristemente noti luttuosi eventi bellici, e poi per l’esportazione di prodotti di cultura pop. Mentre l’Europa ne ha sperimentato l’ingresso fin dagli anni ’70, in particolare in Spagna, Francia e soprattutto Italia che hanno vissuto il First Impact dei vari UFO Robot Goldrake e Jeeg robot d’acciaio, gli Stati Uniti d’America hanno dovuto attendere fino al Second Impact di Neon Genesis Evangelion nei tardi anni ’90 per conoscere una effettiva diffusione dell’animazione giapponese su suolo nordamericano. Le prime VHS della serie di Hideaki Anno uscirono a partire da agosto 1997, come in Italia, e già cinque anni dopo la serie aveva raggiunto sufficiente popolarità da ricevere un piccolo cameo nel film One Hour Photo con Robin Williams. Il ritardo ventennale degli USA sull’Europa non è la sola differenza nella fruizione dell’animazione giapponese sulle due sponde dell’Atlantico: la produzione animata televisiva statunitense è così ricca e numerosa da aver confinato per anni quella giapponese al solo mercato dell’home video (e ancora oggi sono pochi i canali come Cartoon Network che ospitano anime), mentre invece in Italia il grande pubblico ha conosciuto Heidi e Remì proprio sulle emittenti più o meno locali. Inoltre, l’opinione pubblica americana combatte con maggior forza i prodotti stranieri rispetto a quelli autoctoni, con gruppi di attivisti di varia estrazione che puntualmente spuntano fuori ogni volta che un prodotto straniero si impone sul mercato locale: basti citare i celebri casi dei Pokémon accusati di favorire crisi epilettiche, o di Harry Potter diffusore del satanismo (accuse peraltro di provenienza esclusivamente statunitense, dato che il Vaticano stesso ha approvato la saga del maghetto).

Ken'ichi Matsuyama interpreta L nei film tratti da "Death Note".

Lettera aperta al produttore del film americano di Death Note: egregio signore, per il ruolo di Light le consiglio caldamente Zac Efron, ma per quello di L prenda in considerazione la inconfutabile incontrastabile incontrovertibile verità che nessun altro attore al mondo può rimpiazzare Ken’ichi Matsuyama. Cordialità.

Quindi negli States gli anime sono arrivati in forte ritardo, hanno una distribuzione limitata ai soli fan e vengono molto criticati. Nonostante ciò, la capacità comunicativa dell’entertainment giapponese è riuscita a fare breccia anche negli ostili lidi americani: le comics convention (quelle che in Italia si chiamiano “fiere”) si riempiono di cosplayer, la stragrande maggioranza dei fansub proviene dagli USA (dove evidentemente vive un sufficiente numero di bilingue anglo-giapponesi), e anche Hollywood che sta esaurendo i fumetti americani sta volgendo lo sguardo al Sol Levante (dopo l’incommentabile Dragon Ball Evolution, sono ormai anni che girano fumose notizie su adattamenti di Akira, Battle Angel Alita, Cowboy Bebop, Death Note, Neon Genesis Evangelion e altri ancora). Ma c’è un’industria a stelle & strisce che lavora più velocemente di quella del cinema, in cui spesso passano molti anni fra l’idea iniziale e il prodotto finito, ed è quella della musica. I riferimenti nipponici non sono poi così rari nei musicisti europei fin da tempi non sospetti, soprattutto in ambiti colti come ad esempio nella collaborazione di David Sylvian & Ryuichi Sakamoto, nei video e testi dei Bluvertigo, nella musica elettronica dei Röyksopp, e nell’interesse per la moda e il teatro tradizionale di Björk, ma è stato proprio a partire dalla seconda metà degli anni ’90, cioè proprio dall’arrivo in quantità apprezzabili di anime negli USA, che l’industria discografica americana ha cominciato a sviluppare una sensibilità squisitamente pop verso il Giappone.

Shinji Ikari nel film "Evangelion 1.0".

Peccato che il regista di Scream non abbia scelto la scena di Shinji che grida mentre brucia vivo, avrebbe dato un tocco di classe al video.

Nel tracciare un breve percorso fra i punti cardine di questo avvicinamento fra le due coste del Pacifico, le prime avvisaglie di una fascinazione orientale si potevano già vedere nel celeberrimo videoclip di Scream di Michael e Janet Jackson, uno dei più costosi della storia se non il più costoso in assoluto: costoso, sì, ma almeno il risultato è stato e-pi-co con un’astronave fuori in CG e dentro vera in cui i fratelli Jackson giocano, ballano e fanno pipì davanti a un megaschermo su cui scorrono immagini di grida di personaggi tratti da Akai koudan Zillion, Akira e Fuuma no Kojirou: nonostante siano ancora un elemento più esotico e decorativo che altro, con Scream gli anime entrano ufficialmente nella musica americana e dalla porta principale, quella del re del pop. Poi, come per tante altre mode, la prima artista a usare consapevolmente l’immagine pop del Giappone è stata Madonna: nel videoclip della canzone del 1998 Nothing Really Matters, la cantante si mostra abbigliata con un kimono rosso con obi di lattice ton-sur-ton di Jean Paul Gaultier in un ambiente inquietante in cui non è difficile riconoscere un misto fra l’architettura tradizionale giapponese e il béton brut di Tadao Ando, immersi in un’atmosfera oscura da videogioco survival horror; il fatto che Madonna abbia dichiarato che l’ispirazione viene da Memorie di una geisha per farsi bella davanti ai giornalisti è del tutto irrilevante: quello è palesemente un ospedale di Silent Hill. Nel frattempo i Beastie Boys pubblicano Intergalactic: il testo non c’entra nulla col Giappone, ma il videoclip sì, dato che è una splendida parodia dei film kaijuu, cioè quelli con Godzilla e i vari mostri giganti/pupazzi di gommapiuma che distruggono palazzi di cartone. L’apparente povertà realizzativa è un omaggio al genio di Eiji Tsuburaya (celebrato anche lo scorso 7 luglio da Google con uno splendido doodle), mentre nelle sequenze girate nella stazione di Shinjuku il trio di rapper indossa le divise con le bande riflettenti tipiche degli operai stradali nipponici: è più che un riferimento pop, è un tributo documentato ed estremamente accurato, nonché la prima volta in cui immagini reali del Giappone vengono usate in un videoclip americano non underground.

La band giapponese D nella foto promozionale per il singolo "HAPPY UNBIRTHDAY".

La rock band D è composta da uomini che si vestono con abiti ripresi dalla moda femminile lolita, a sua volta ricca di elementi ispirati da Alice nel Paese delle Meraviglie.

Passano gli anni e nel 2004 Gwen Stefani pubblica What You Waiting For?. Il testo della canzone è autobiografico e racconta del blocco dello scrittore della cantante, conscia che venendo profumatamente pagata deve produrre qualcosa; l’ispirazione le arriva dal Giappone incarnato dalle Harajuku Girls, quattro performer che vestono alcuni dei molteplici stili espressi dalle ragazze che popolano l’omonimo quartiere di Tokyo, visitato dalla Stefani fin dal 1996. È un trionfo: nel videoclip-capolavoro diretto da Francis Lawrence, la cantante e le ballerine finiscono nel Paese delle Meraviglie, dove vagano fra labirinti vegetali allucinogeni fasciate in abiti post-vittoriani di John Galliano. Le Harajuku Girls parlano nella loro lingua madre, la Stefani canta i nomi delle città di Tokyo e Osaka con languore sensuale, il Brucaliffo sbuffa fumo a forma di ideogramma 愛 ai “amore”, e lo stile di Alice è un riferimento basilare dei manga per ragazze e delle subculture giovanili come il gothic lolita: con What You Waiting For? il Giappone pop è ufficialmente sdoganato. Nelle foto promozionali la cantante è ritratta a un mad tea party stranamente in compagnia non di un bianconiglio bensì di un cerbiatto, ed è curiouser and curiouser notare come il creatore dei manga come li conosciamo oggi Osamu Tezuka abbia sempre dichiarato che la sua intera ispirazione deriva dal Bambi disneyano e dai suoi occhioni: forse è una coincidenza, o forse no. Dal 2004 in poi la gyaru (pronuncia giapponese di “girl”) Gwen Stefani ha continuato a portarsi dietro le Harajuku Girls come muse ispiratrici in tutti gli album e tour solisti, trasformate in svariati gadget, divinizzate a ogni occasione e immortalate nel 2015 nella serie animata Kuu Kuu Harajuku, le cui protagoniste sono appunto le versioni grafiche della cantante e delle quattro giapponesine: dai promo non sembra un capolavoro.

Mello sulla copertina del volume 8 di "Death Note".

Sembra Raffaella Carrà seduta sulla poltrona di The Voice, guantini compresi, e invece è Mello.

Due anni dopo l’exploit di Gwen Stefani, Madonna era in Giappone per il Confessions Tour e ne ha approfittato per girare il videoclip del singolo Jump, in cui c’è lei che salta su un telaio mentre dei ragazzi saltano sui palazzi. Tutto nella norma se non fosse che i palazzi sono quelli di Tokyo e lei è in cosplay di Mello, un androgino personaggio del fumetto Death Note che ironicamente si circonda di statue e monogrammi della Madonna (quella vergine): Madonna interpreta Mello che interpreta la Madonna, un cerchio che si chiude. Il successivo videoclip del 2012 Give Me All Your Luvin’ è a tema Super Bowl, ma contiene un piccolo riferimento nelle inquietanti maschere animegao indossate dalle ballerine con scena lesbo en passant. Ancora, il 18 giugno 2015 Madonna pubblica sul suo canale Vevo il videoclip di Bitch I’m Madonna che, con i suoi 140 milioni on going di visualizzazioni, è di gran lunga il brano più popolare della cantante da dieci anni a questa parte. Di nuovo la fascinazione pop giapponese è vistosa, ma stavolta non è più né horror-architettonica né cosplay-atletica: è otaku-arcobaleno. Madonna e Nicki Minaj sfoggiano capelli in technicolor fucsia e rosa come negli anime, le ballerine asiatiche dal rossetto nero sembrano un mix fra una doujinshi hentai di Bakuretsu hunter e delle otaku di divise naziste (molto apprezzate in Giappone), i costumi sono della casa di moda italiana Moschino che è attualmente guidata dallo stilista americano Jeremy Scott da sempre influenzato dalla pop culture, e la ricchezza visiva e cromatica del video non può non rimandare all’unica artista al mondo che ne realizza di ancora più ricchi, ovvero quella Kyary Pamyu Pamyu diventata così follemente celebre da essere arrivata anche a farsi recensire da Pitchfork. Giusto per completare il quadro nippofilo, nella scena finale Madonna sale le scale e si crocifigge al muro proprio sull’immagine del corridore della Glico, l’azienda giapponese produttrice degli stick ricoperti di cioccolato Mikado, il cui storico enorme pannello pubblicitario a Osaka è divenuto così celebre da essere ormai un vero monumento della città. In parole povere mediamente Madonna ogni otto-nove anni realizza un video di ispirazione nipponica sempre diversa (altrimenti non sarebbe la sempre multiforme Madonna): attendiamo il prossimo intorno all’anno 2023, quando la cantante avrà 65 anni, magari vestita da contadina del Giappone medievale a raccogliere il riso.

Tomoko Kawase il 15 agosto 2015.

Nell’immagine, un recente autoscatto di Tomoko Kawase detta Tommy, classe 1975, età: 40 anni. Ma com’è possibile.

La giappomania americana ha toccato il picco, o il fondo, l’anno scorso quando Avril Lavigne ha pubblicato il videoclip per la canzone Hello Kitty. Il video è diventato nel giro di poche ore così incredibilmente chiacchierato in negativo che la casa discografica l’ha subito rimosso (cancellando di conseguenza anche i commenti), per poi ripubblicarlo a mente fredda ripartendo da zero commenti e zero visualizzazioni (che nel frattempo sono arrivate quasi a 100 milioni nonostante la perdita delle decine di milioni di visualizzazioni iniziali). Il brano è molto brutto: il testo non parla affatto della mascotte antropomorfa della Sanrio bensì di party osé (con “kitty” a doppio senso), e la musica è una pura concessione senza fantasia agli stili musicali alla moda, cioè EDM e dubstep, con la sola graziosa idea di usare la campana del passaggio a livello come intro e outro; ma non è stato tanto il brano a indignare il mondo quanto il video, ferocemente accusato di razzismo, stupidità, infantilismo, stereotipicità e in generale di quella che gli americani chiamano “appropriazione culturale”, cioè (come ben spiegato qui) «l’assimilazione, attraverso stereotipi, letture colonialiste e inferiorizzanti, di culture considerate altre rispetto a quella occidentale», perché nel video Avril Lavigne fondamentalmente si comporta da giappominchia™. Certo, come la canzone anche il video è molto brutto, ma la domanda da farsi è: che cos’è la cultura giapponese, solo geisha, samurai e sushi? Gli americani, essendo americani, non possono toccare il Giappone se non in maniera rispettosa dato lo sgancio delle bombe atomiche del 1945? La Lavigne è canadese e probabilmente conosce bene Kyary, che è giapponese purosangue eppure proprio come Avril sfoggia anche lei pacchi di M&M’s e gonne di cupcake e acconciature da Barbie Capelli Arcobaleno (anzi, chi dovrebbe essere accusato di appropriazione culturale è proprio Kyary dato che le M&M’s, i cupcake e la Barbie sono americani). Il problema di Hello Kitty sta negli occhi degli occidentali, perché commenti come «Le ballerine identiche e inespressive rinforzano lo stereotipo della donna-oggetto» o «Avril dimostra di non sapere nulla della cultura tradizionale giapponese» o anche «La Lavigne non sa parlare giapponese quindi non dovrebbe nemmeno provarci dati i pessimi risultati» sono smentiti dalla stessa cultura pop giapponese, nei cui spot le ballerine sono identiche e inespressive, nei cui programmi tv si dimostra di non sapere nulla di nulla della cultura occidentale e nella cui musica c’è un abuso di parole in lingua inglese spesso scritte male e pronunciate malissimo. A conferma di ciò c’è il fatto che il video sia stato realizzato in loco con troupe locale, che evidentemente non si è sentita offesa nel pubblicizzare in Occidente il Giappone come una folle accozzaglia di plastica colorata, dato che i giapponesi stessi fanno di peggio. Infine, è interessante ricordare che il Giappone conosce già una Avril Lavigne locale, ovvero Tomoko Kawase in arte Tommy, vocalist dei the brilliant green e solista con pezzi da plagio e capolavori camp, che esattamente come la cantante canadese sta ringiovanendo invece che invecchiando. Molto probabilmente vanno dall’estetista insieme.

Confezioni di caffellatte Yukijirushi Coffee.

C’è piu lolicon nelle mascotte su queste confezioni di caffellatte che in tutto il videoclip di It Girl.

L’ultimo caso in ordine di tempo della contaminazione fra il mainstream americano e la cultura pop giapponese è rappresentato dal videoclip di Pharrell Williams per il suo brano It Girl. Se Hello Kitty ha ricevuto disprezzo dal pubblico, It Girl ha ricevuto disprezzo dai critici perché il cantante ha abbinato una canzone dal testo molto spinto a un video a cartoni animati in cui flirta (a distanza di sicurezza) con una bambina, facendo alzare il sopracciglio a molti americani che vi hanno subito visto il crimine innominabile: la pedofilia. Il video è stato realizzato dallo studio Kaikai Kiki, cioè l’atelier artistico di Takashi Murakami, il più quotato artista giapponese vivente, ed è quindi teoricamente è un’opera d’arte a tutti gli effetti che come tale va analizzata e criticata, per esempio: Balthus era pedofilo? E il Domenichino? E Caravaggio? Ma a prescindere dalla rappresentazione lasciva dei bambini nella storia dell’arte, il punto è che It Girl è il videoclip più otaku mai realizzato. Pharrell è di casa a Tokyo da decenni, dal 2005 gestisce la casa di moda Billionaire Boys Club con lo stilista giapponese Nigo e in generale non è affatto digiuno di cultura pop giapponese, quindi è conscio del significato di quel video, che fondamentalmente riprende alcuni stereotipi delle subculture otaku legate ai manga (la rappresentazione di personaggi con un aspetto più giovane di quello della loro età per il cosiddetto lolicon, il “complesso di Lolita”), agli anime (gli episodi ambientati al mare e al matsuri sono dei must dei cartoni animati fin dagli anni ’80) e ai videogiochi (in particolare i dating game). It Girl è Akihabara condensata in cinque minuti e sette secondi, con tocchi quasi commoventi per il fan come il frame sbagliato nella sequenza in cui l’onda del mare bagna i piedi della bimba, cioè quello che era un errore tecnico viene qui meticolosamente ricostruito: art for art’s sake. Livello tecnico maniacale a parte, l’odore di pedofila in manga e anime è effettivamente percepito anche in Giappone, ma non in quanto tale bensì come «danno per i bambini». In pratica il problema non è se questi prodotti siano troppo forti, ma solo che non giungano nelle mani dei bambini, per il resto il grande pubblico pur conoscendo il fenomeno lo bypassa, relegandolo a una fra le mille subculture più o meno opinabili esistenti in Giappone: per esempio, chissà cosa direbbero gli americani se sapessero che la rock band visual kei R-shitei, il cui pubblico è composto per oltre il 50% da ragazzine minorenni, pubblica canzoni intitolate Gioventù è tagliarsi i polsi, Ho ucciso i miei amici, Sadomaso e Addio pu**ana (e questi sono solo i titoli). I giapponesi applicano la regola che se non danneggia gli altri, se non si applica nella realtà, se resta fiction allora va bene: anche nella miniserie animata documentaristica Otaku no video viene specificato che un otaku di armi mai e poi mai ama le vere armi, perché la parte interessante sta nel suo funzionamento ingegneristico, nel design eccetera, e allo stesso modo il lolicon è visto come dimostrazione di tecnica grafica più che come vero interesse verso il bambini; fra l’altro il Giappone è noto per il suo progressivo disinteresse alla sessualità e gli otaku preferiscono sposare cuscini piuttosto che toccare bambine. Pharrell è salvo, almeno in Giappone.

Kazuma Kuwabara del fumetto "Yu degli spettri".

Sulla schiena di Kuwabara c’è la scritta “La salute prima di tutto”, sulla fascetta sulla fronte di Rettore invece solo segnacci senza senso.

Infine, #ceunpodItalia. Sarà l’effetto farfalla dagli USA, ma anche nel Bel Paese i riferimenti nipponici nel mainstream sono aumentati proprio da fine anni ’90. Ad esempio, nel 2000 il singolo di debutto della band romana Velvet è stato Tokyo Eyes nel cui testo il cantante dice di sentirsi «come Ataru con Lamù» e che ha avuto sufficiente successo da essere usata come musica per lo spot della Coca-Cola, cioè il massimo riconoscimento possibile subito dopo l’essere usata per il Cornetto. In tempi più recenti si sono avventurati nelle metafore estremorientali il cantautore toscano Matteo Becucci e le due dive sorelle Paola & Chiara: in entrambi i casi i risultati sono stati terribili. Ma il più terribile dei risultati non può offuscare il massimo risultato internazionale mai raggiunto dalla contaminazione fra un artista pop occidentale e la cultura giapponese: il concept album Kamikaze Rock’n’roll Suicide, capolavoro di Donatella Rettore del 1982. Nato da un viaggio della cantante veneta in Giappone, il disco è un esperimento di fusione fra il prog rock, il pop, il cantautorato e la disco music basato su un mix di influenze oscure e drammatiche su temi totalmente alieni alla musica da classifica come il suicidio, la guerra e la paranoia, il tutto tenuto insieme da un grottesco senso della leggerezza e del gioco, come mostrato dalla cantante nei concerti in cui indossa abiti fluorescenti e cerchietti da aliena dei cartoni animati, e nelle performance televisive dove si presenta vestita da teppista come Kuwabara di Yu degli spettri e accompagnata dal teschio Timoteo Yamamoto che «si è fatto male la barba stamattina, ha usato delle cattive lamette». Nell’anno del debutto di Madonna c’era già in Italia chi produceva capolavori come Lamette, recentemente apprezzato anche da Patrick Wolf: lunga vita a Rettore, banzai!