Punta al Top GunBuster

Il triplo spazio significante di Neon Genesis Evangelion

Il seguente articolo è stato scritto per il volume Evangelion Impact, dal nome dell’omonima mostra che raccoglie opere di alcuni tra i migliori artisti italiani influenzati da Neon Genesis Evangelion, arricchito da interventi di esperti di animazione nipponica e appassionati della saga. Dimensione Fumetto ringrazia per la disponibilità Ivan Ricci che ha ideato e curato mostra e volume, l’Associazione Culturale EVA IMPACT per la promozione di Evangelion Impact, e Distopia Evangelion per i redazionali e l’editing.


Secondo gli antropologi, la prima arte sviluppata dall’Homo sapiens è stata l’Architettura: subito dopo i bisogni primari di nutrizione, respirazione e riproduzione, che gli animali possono svolgere con il loro corpo, c’è il bisogno di ripararsi dalle intemperie per evitare la morte. In effetti quasi tutti gli animali si scelgono, scavano o costruiscono la tana e quindi fanno Architettura, solo alcuni sono sensibili al ritmo e quindi fanno Musica, meno ancora producono oggetti e quindi fanno Scultura, e solo rarissimi esemplari di pochissime specie hanno un intuito visivo e quindi fanno Pittura. L’unione di queste quattro arti base, poi, è solo dell’uomo.

Frontespizio della seconda edizione di "Saggio sull'architettura" di Marc-Antoine Laugier.

La “capanna rustica” è un concetto di teoria dell’Architettura formulato a metà del XVIII secolo dall’abate francese Marc-Antoine Laugier che illustra il legame fondamentale fra la natura e l’uomo, espresso nell’atto del costruire.

Ecco quindi che l’Architettura, ovvero la gestione dello spazio a tutti i livelli (dal disporre le posate nel cassetto al costruire un grattacielo), riguarda intimamente l’intera specie umana: lo sanno molto bene i più grandi artisti di qualunque campo, che organizzano spazialmente le loro opere soprattutto quando vogliono parlare degli aspetti più profondi dell’uomo. Da questo punto di vista uno dei massimi vertici è stato raggiunto dal regista Alfred Hitchcok, che nel suo film Psycho organizza l’intero set in maniera spazialmente significativa, e in particolare nella casa di Norman Bates divide le stanze con un significato psicanalitico, dandone una grandissima e ricca alla madre/super-io, una piccola e spoglia a Norman/io, e nascondendo i segreti nella sporca cantina/inconscio. Anche questa è Architettura.

Casa Bates in "Psycho" di Alfred Hitchcock.

La casa dei Bates in Psycho di Alfred Hitchcock, con la madre di Norman alla finestra.

Spazi reali, spazi irreali

Probabilmente Hideaki Anno è un ammiratore di Hitchcock, o quantomeno ne ha colto l’insuperabile lezione, dato che anche nelle sue opere l’organizzazione dello spazio gioca un ruolo di primaria importanza narrativa dentro e fuori i personaggi. Quelli di Anno non sono sfondini, ma luoghi allegorici collegati all’interiorità dei personaggi.

Se in Punta al Top! GunBuster la scuola era ancora una scuola standard, l’astronave un’astronave standard e il robot un robot standard, nell’ultimo episodio la superficie di Giove, la doppia cabina dei piloti e la Terra sono elementi estremamente carichi di senso in sé stessi, al di là di come sono usati e delle battute dei personaggi: i luoghi sono essi stessi personaggi.

In Nadia – Il mistero della pietra azzurra il discorso si estremizza e Anno divide lo spazio in luoghi comuni della quotidianità, come Parigi, il mare o l’isola, luminosi e diurni, e luoghi speciali del sogno, come l’aviorimessa di Jean, la cabina di Nemo o la sala delle colonne di Atlantide: accessibili solo a poche persone, spesso oscuri o notturni, fuori dalla normalità.

Ne Le situazioni di Lui & Lei i luoghi sono palcoscenici e i personaggi sono attori che cambiano maschera in base a dove si trovano: Yukino Miyazawa e Soichiro Arima hanno ruoli, battute e atteggiamenti diversi non in base alla trama, ma in base al luogo dove si trovano.

In Shin Godzilla sia i luoghi attraversati dal mostro sia quelli attraversati dagli uomini hanno un valore metaforico, come il Museo della Scienza nel finale che riprende uno dei grandi temi di Miyazaki prima e Anno poi: la scienza come soluzione e insieme causa dei problemi.

Stazione di Tokyo e grattacieli di Marunouchi.

La Stazione di Tokyo con i grattacieli del quartiere Marunouchi, dove si svolge la scena finale di Shin Godzilla. I lavori di restauro conclusi nel 2012 hanno restituito all’edificio le cupole dei padiglioni laterali, distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e in seguito sostituite da anonime tettoie.

Il massimo valore spaziale raggiunto da Anno è però, ovviamente, quello di Neon Genesis Evangelion. Il mondo in cui si muovono i personaggi è estremamente complesso ed è coinvolto attivamente nella storia. In pratica, raccontare i luoghi di Neon Genesis Evangelion corrisponde in tutto e per tutto a raccontarne la trama, i personaggi e le loro psicologie, e nella stessa maniera psicanalitica di Hitchcock: luoghi del super-io, dell’io, dell’inconscio.

I luoghi della storia

Nonostante nei fatti vengano mostrati solo il Giappone e il Polo Sud, dove nel 2000 pare ci sia stato un qualche disastro ambientale, dai discorsi dei personaggi si evince che esistono anche la Germania, gli Stati Uniti d’America e in generale il resto del mondo, connesso attraverso una rete politica, militare e spionistica che ha un suo vertice nella NERV, l’ente preposto all’eliminazione di creature forse aliene forse no dette Angeli. La NERV è collocata all’interno di un geofront, ovvero un’enorme grotta sotterranea artificiale sferica quasi interamente riempita di terra dal fondo in su: nello spazio residuo si trovano le strutture dell’ente, ovvero degli edifici fra i boschi intorno a un grande lago. Nella parte interrata, dall’edificio principale della NERV parte un lungo tunnel verticale che scende in profondità fino a una cripta in cui è conservata una creatura misteriosa, che è l’obiettivo a cui puntano tutti gli altri Angeli per ricongiungercisi. La crosta terrestre sopra la grotta sotterranea è artificiale e composta da 22 lastre rinforzate protettive, sopra cui è adagiata una città chiamata Neo Tokyo 3 (la prima Tokyo è andata distrutta nel disastro del 2000, la capitale Tokyo 2 è in un luogo sicuro fra le montagne) e composta da edifici in parte veri e in parte no: all’arrivo di un Angelo i primi vengono retratti sottoterra per proteggerli, mentre i secondi sono cavi e ospitano armi e oggetti vari per delle creature forse aliene forse no dette Evangelion, prodotte dalla NERV a scopo difensivo contro gli Angeli e gestite tramite supercomputer nella sala di comando. I combattimenti fra Evangelion e Angeli possono produrre forti danni a Neo Tokyo 3 e aree limitrofe, fino a cambiarne orografia e idrografia in caso di attacchi insistenti o violenti.

Il geofront di "Neon Genesis Evangelion".

Panorama all’interno del geofront. Sotto c’è la sede della NERV immersa in un ameno paesaggio, sopra gli edifici di Neo Tokyo 3 pendono dal tetto/suolo su cui sono praticate delle aperture che consentono l’ingresso della luce solare. Gli edifici sottosopra sono la palese ispirazione per il castello di Dios di Utena la fillette révolutionnaire, di due anni successivo a Neon Genesis Evangelion, e la parete della grotta dipinta d’azzurro cielo precede di tre anni il film The Truman Show, giusto per citare le influenze più immediate ed evidenti.

I luoghi dei personaggi

Alla trama della storia se ne affianca un’altra, parallela, che riguarda i personaggi, e anche questa è riassumibile con i luoghi. Gendo siede in uffici bui dove complotta piani misteriosi per i quali ha bisogno del figlio Shinji, che arriva alla NERV dove inizia a pilotare un Evangelion, ma si ritrova prima all’ospedale e poi a casa della sua superiore che lo ospita con l’altra pilota Asuka, con cui va a scuola insieme all’altra collega Rei, la quale abita in una squallida zona residenziale. Quando non sono a scuola, i ragazzi sono alla NERV a pilotare gli Evangelion all’interno di una cabina posta nella loro nuca, sotto l’armatura di metallo che ricopre il corpo organico e dà loro l’aspetto di robot giganti: la cabina è una capsula piena di liquido, che la fa sembrare una placenta e spinge i piloti a entrare in rapporto con sé stessi.

Un o-furo, vasca da bagno giapponese.

Un o-furo, cioè la tipica vasca da bagno della casa giapponese. Poiché l’edilizia nipponica si basa su misure standard (quelle del tatami e suoi sottomoduli shaku da 30,3 cm), anche la vasca da bagno è di dimensione standard e solitamente molto compatta, a volte lunga meno di un metro costringendo chi ci entra a sedersi con le gambe piegate. Inoltre, è estremamente comune usare sali da bagno termali colorati e profumati, come in questo caso. Uno spazio limitato, in cui si sta seduti, in acqua calda, gialla, odorosa, da soli, a pensare: le similitudini con la capsula Entry Plug e il liquido LCL sono evidenti.

I luoghi dell’anima

Tutti questi luoghi sono entrati nel mito assoluto dei fan della serie, e molti altri ancora: il campo dei cocomeri, l’ascensore, la piattaforma della stazione, il cimitero, e poi quelli introdotti nella nuova quadrilogia cinematografica come il centro marino, le bare sulla Luna o le rovine della NERV con il pianoforte. Ci sono poi i luoghi reali: Tokyo ridotta a un cumulo di rovine sottomarine, Odawara trasformata nel porto di Neo Yokosuka, e soprattutto Hakone, la zona vulcanica nel Giappone centrale dov’è collocata Neo Tokyo 3 e sulle cui colline si svolgono i combattimenti fra Evangelion e Angeli. Ma ancora di più, ci sono luoghi di transizione che sono irrilevanti per la trama, ma di fondamentale importanza per i personaggi: il treno su cui scappa Shinji, i campi di fiori, i pali della luce, gli spogliatoi, la sala ristoro coi distributori automatici, il bar della NERV, e poi tutti quei luoghi più mentali che fisici come la camera della madre di Asuka o l’ombra del dodicesimo Angelo. Buona parte della potenza di Neon Genesis Evangelion sta nella straordinaria iconicità dei suoi spazi, muti eppure così espliciti da essere quasi prolissi: la tendina di Rei con i miseri averi che contiene (scatoloni, medicine, una lampada) è da sola sufficiente a spiegare e raccontare il personaggio molto più di quanto si potrebbe fare con le parole.

Fotogrammi fotografici dall'episodio 26 di "Neon Genesis Evangelion".

Le famose 18 fotografie dell’episodio 26 di Neon Genesis Evangelion. Per illustrare il dialogo/flusso di coscienza in cui Shinji denuncia il suo dramma interiore, Hideaki Anno usa foto di luoghi reali che sono anche luoghi mentali. Regioni solitarie, posti abbandonati, spazi della quotidianità, aree di lavori in corso, zone deturpate: i luoghi dell’anima.

Spazi orientati, spazi orientali

Vale la pena di specificare che mentre nelle lingue occidentali la parola “spazio” deriva etimologicamente dal latino spacium composto dal fonema mediterraneo spa (“andare verso, allargarsi”) e da pàndere (“aperto”), e quindi presuppone che ci sia qualcuno o qualcosa che si espande, in Oriente invece la parola che si usa è 空間 (in giapponese si legge kuukan), ovvero letteralmente “intervallo di vuoto”, che non implica la presenza di niente ed esiste a prescindere che qualcuno lo attraversi o meno. Neon Genesis Evangelion è pieno di “intervalli di vuoto”. Alcuni sono metaforici: c’è un intervallo di vuoto fra Gendo e il figlio abbandonato, un intervallo di vuoto fra Shinji e i soffitti sconosciuti, un intervallo di vuoto fra Rei e tutto quel che la circonda, un intervallo di vuoto fra l’immagine di Asuka e la sua interiorità, un intervallo di vuoto sulla soglia della casa di Misato. Alcuni intervalli sono fisici e sono i salti di scala fra una grandezza e l’altra in un sistema di scatole cinesi: nel mondo c’è una città dentro cui c’è una grotta dentro cui c’è una base militare dentro cui c’è un robot dentro cui c’è un essere dentro cui c’è una capsula dentro cui c’è un ragazzo dentro cui c’è il suo cuore, e il grandissimo mondo e il piccolissimo cuore sono connessi così che il cuore da solo è in grado di salvare o distruggere il (proprio) mondo. Infine, tutti questi spazi multidimensionali (città-NERV-cripta sull’asse verticale, posti storici e significativi sul piano orizzontale, matrioska di luoghi concentrici sul cuore del pilota), già molto complessi così, sono disposti a loro volta secondo un’organizzazione spaziale tipicamente giapponese. Le residenze nobiliari del periodo Heian, 1000 anni fa, erano costruite secondo lo stile shindenzukuri in cui il palazzo centrale, severo e squadrato, era circondato da edifici minori e in contrasto con il giardino vivace e dalle forme morbide. La sede della NERV è costruita proprio così, con una piramide nera in mezzo, edifici minori a fianco, e un lussureggiante bosco con lago tondeggiante tutt’intorno.

Confronto fra l'architettura shindenzukuri e quella di "Neon Genesis Evangelion".

Sopra: la celebre e perduta villa Higashi Sanjoudono a Kyoto rappresentava l’esempio più perfetto di shindenzukuri. Contornata da un muro/confine del mondo, l’area era composta da un palazzo centrale di forma razionale collegato alle sue dépendance da vari corridoi aperti e chiusi. Per contrasto, il lago e il bosco erano di forme organiche solo apparentemente casuali. Al centro: un’ala del Palazzo Imperiale di Kyoto si affaccia su un giardino; notare come la proporzione fra gli elementi è studiata alla perfezione per costruire immagini armoniche secondo direttrici diagonali, dalla veranda alla progressione di alberi e dal tetto alla spiaggetta. Esattamente la stessa composizione si ripete nel geofront (sotto), anche questo segnato da linee diagonali sia dell’ambiente sia degli edifici stessi, come nell’iconica piramide.

In un mondo in cui vengono messe in scena le più primitive e intime paranoie umane, il regista Hideaki Anno decide di descriverle attraverso la più primitiva e intima delle arti, ovvero l’Architettura prima ancora di musica, immagini e parole, immaginando una società/super-io, una grotta/io e una capsula/inconscio. È una scelta di grande impatto, perché dà allo spettatore la possibilità di sentirsi circondato dalla storia sempre: ogni volta che ci si trova in una città al tramonto, su un lago al chiaro di Luna, o da soli su un treno, si è di nuovo dentro Neon Genesis Evangelion, uno spazio che è entrato nel cuore.

Felicità! I primi 10 anni dello Studio Khara

Hideaki Anno, l’auteur che con le sue opere ha cambiato il senso stesso dell’animazione giapponese, pubblicò sul suo sito web il giorno 1 agosto 2006 una lista di offerte di lavoro per radunare lo staff artistico & tecnico e poter così formare un nuovo studio di animazione con un nome greco (lingua che affascina il regista): χαρα, che si legge “khara” e vuol dire “felicità”. Da allora sono passati dieci anni, e in questo decennio lo Studio Khara è diventato di colpo il massimo rappresentante mondiale dell’arte dell’animazione giapponese, superando la Production I.G. che si è lasciata alle spalle i fasti di Ghost in the Shell e ora si limita ad adattare fumetti pre-esistenti, la Madhouse che sta ancora campando di rendita dopo la dipartita di Satoshi Kon, e persino lo Studio Ghibli che con l’incerto addio ai lungometraggi di Hayao Miyazaki sembra essere entrato in una fase di stallo. Nella polverizzazione in una miriade di studi piccolipiccolissimi e addirittura mononucleari che stanno caratterizzando questi anni ’10, lo straordinario successo mondiale raggiunto dallo Studio Khara col suo progetto Rebuild of Evangelion meritava di essere celebrato: a novembre si è tenuta una mostra a Tokyo, e a ottobre la rivista otaku per eccellenza Newtype ha pubblicato un dossier speciale con interviste ai personaggi principali dello studio.

La mostra

Immagine promozionale ufficiale della mostra per il 10ennale dello Studio Khara.

L’immagine promozionale ufficiale della mostra per il 10ennale dello Studio Khara, coi personaggi vestiti come al Ballo delle Debuttanti.

L’esposizione Kabushikigaisha Khara 10 shuunen kinenkan (un tecnicissimo “Mostra celebrativa per il 10ennale della Società per azioni Khara”) è stata allestita per la durata di una sola settimana, dal 23 al 30 novembre, al La Foret Harajuku a Shibuya, un edificio costruito nel 1978 per ospitare sia un grande magazzino sia spazi didattici e creativi; la collocazione nel quartiere più internazionale e frizzante di Tokyo ha automaticamente reso il La Foret il punto di riferimento della moda giovanile e dei brand emergenti, e trasformato le sue gallerie espositive in laboratori per artisti under 30. Hideaki Anno ormai non è più under 30 da un bel po’, ma lo Studio Khara e buona parte del suo pubblico sì, quindi non si tratta di una collocazione peregrina.

Immagini dalla mostra per il 10ennale dello Studio Khara.

Immagini dalla mostra per il 10ennale dello Studio Khara. In alto: l’allestimento interno severissimo e sobrissimo come se fossimo nella sede della NERV, con telai d’alluminio a reggere i disegni e l’uso esclusivo di colori piatti fra cui spadroneggia, ovviamente, il rosso sangue. In basso: gadget, ci mancherebbe! A sinistra il grafico col DNA di Godzilla piegato a origami (elemento cruciale del film Shin Godzilla), a destra la torta stampata con i protagonisti del Rebuild of Evangelion, senza alcun senso… o forse sì, dato che la baumkuchen è proprio la torta a cui pensa Shinji quando Asuka gli dice di pensare in tedesco.

La mostra ha celebrato dieci anni di lavoro intorno ai tre grandi progetti su cui lo studio si è concentrato: Rebuild of Evangelion, Shin Godzilla e Nihon animator mihon’ichi. Si è trattata di un’occasione eccezionale per poter ammirare non tanto nuovi prodotti o anteprime, ma piuttosto per osservare a distanza ravvicinata il lavoro che gli artisti radunatisi al cenacolo di Anno hanno prodotto in questi dieci intensi anni: disegni preparatori, storyboard, oggetti di scena, acetati originali e altre vestigia otaku, un termine che in Giappone sta venendo pian piano normalizzandosi e avvicinandosi al senso di “appassionato di manga/anime/videogiochi/eccetera” che ha in Occidente; lo stesso Hideaki Anno ormai usa il termine maniakku (dall’inglese maniac) quando vuole dare un senso denigratorio al concetto di fan. D’altronde, Anno è il primo degli otaku e l’ultimo dei maniakku: i primi intendono la loro passione come un’arte che, nei casi migliori, raggiunge tali straordinari livelli di complessità e stratificazione da diventare un soggetto di studio (e di tesi di laurea su Neon Genesis Evangelion sono pieni gli archivi delle facoltà di Studi Orientali di tutto il mondo) e di condivisione collettiva trans-generazionale; anche i secondi intendono la loro passione come un’arte e una ricchezza personale che dà soddisfazione, ma non avendo complessità, non necessitando di approfondimento e in generale non venendo condivisa (se non limitatamente nel tempo e nello spazio) resta una divertimento personale.

L’enorme complessità narrativa, tecnica e grafica dietro il lavoro di Hideaki Anno e dello Studio Khara lo rende decisamente otaku. L’otaku non venera il suo idolo: lo studia.

Il dossier

Copertina del numero di novembre 2016 di "Newtype".

Il numero di novembre 2016 di Newtype con in copertina la nuova serie Mobile Suit Gundam: Orfani sangue & acciaio. Non c’è Anno o Eva che tenga: se c’è Gundam, in copertina ci va Gundam, è pur sempre la serie otaku definitiva.

Newtype” è una parola che indica lo stadio successivo dell’evoluzione dell’Homo sapiens nell’universo fantascientifico di Mobile Suit Gundam, che essendo la serie più otaku che esista ha fornito ispirazione nel 1985 per la nascita della rivista dedicata alla cultura otaku, Newtype. Coerentemente con il glorioso nome che porta, questo mensile non solo presenta e racconta manga & anime: li studia, e li produce persino (sulle pagine centrali sono stati pubblicati fumetti di grande raffinatezza fra cui The Five Star Stories di Mamoru Nagano, Elementalors di Takeshi Okazaki e Kobato. delle CLAMP). Per il decennale dello Studio Khara, il cui lavoro è sempre stato celebrato dalla rivista con toni entusiastici, non poteva mancare uno speciale di approfondimento, intitolato 10th – 10 anni di Studio Khara, e poi e stampato su otto pagine completamente tinte di un accecante color rosso sangue, come il mare di Eva 3.XX.

La prima parte del servizio è una doppia paginona impostata come un’infografica in cui si snocciolano nomi, numeri e immagini del soggetto trattato: una presentazione dell’azienda, tutte le copertine di Newtype dedicate allo Studio Khara, la timeline dei suoi lavori e l’elenco di tutti i premi e gli eventi in giro per il mondo in cui è stato coinvolto.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le prime due paginone del servizio 10th – 10 anni di Studio Khara, e poi sul numero 11/2016 di Newtype.

Dettaglio di una pagina del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La timeline dei lavori dello Studio Khara.

Dettaglio di una pagina del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La mappa con gli eventi nel mondo a cui ha partecipato lo Studio Khara. A quanto pare Mahiro Maeda è stato quest’anno al Japan Expo di Parigi: a quando un’ospitata a Lucca?

La seconda parte del servizio è quella dedicata all’ultima fatica dello Studio Khara Kidou keisatsu Patlabor REBOOT (titolo internazionale, letterale: Mobile Police Patlabor Reboot), e presenta un’intervista doppia al giovane regista Yasuhiro Yoshiura (classe 1980) e allo storico character designer e fumettista della serie Masami Yuki. Yoshiura è già stato il regista degli episodi 11 e 29 di Nihon animator mihon’ichi, un progetto volto a scoprire e valorizzare animatori giovani o totalmente emergenti finanziandone la realizzazione di cortometraggi, e questa nuova incarnazione della serie sui robot verosimili ne è l’ennesimo episodio (il 36esimo, ma non conteggiato e considerato “extra”).

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La doppia pagina dedicata al reboot della storica serie Patlabor. A sinistra, una raccolta di fotogrammi tratti dagli ultimi episodi di Nihon animator mihon’ichi realizzati finora (il progetto avanza con ritmo aperiodico).

Nell’intervista, intitolata Del costruire ponti (un modo di dire giapponese dal significato opposto a quello di generation gap) Yoshiura non nasconde la sua grande gioia per l’aver lavorato a questo video e per il successo on-line che ha ricevuto in Giappone, mentre Yuki sottolinea che questa collaborazione fra il franchise ideato dal gruppo Headgear e lo Studio Khara era predestinata, dato che in questo periodo Yoshiura è nei suoi 30 anni proprio come lo era lui quando iniziò a disegnare il fumetto di Patlabor, e che la prima serie OAV Patlabor uscì nel 1988 proprio in contemporanea con la prima serie OAV di Hideaki Anno, Punta al Top! GunBuster.

Il trailer ufficiale di Kidou keisatsu Patlabor REBOOT: colorazione sfumata in puro stile Khara, gran sfoggio di animazione in CGI, e dialoghi metanarrativi del tipo «Non siamo mica in un cartone animato di robot!». Il video completo, della durata di 8 minuti e 32 secondi, è stato pubblicato in DVD & Blu-ray lo scorso 26 ottobre e resterà disponibile gratuitamente on-line fino al 28 febbraio 2017.

La terza parte del servizio è chiaramente la più interessante, poiché contiene l’intervista doppia a Hideaki Anno e Kazuya Tsurumaki, emblematicamente intitolata Questa non è una fabbrica, questo è un laboratorio: è chiaro il riferimento alle note dichiarazioni di Anno stesso circa il pronosticato futuro tutt’altro che roseo dell’animazione giapponese, privo com’è di una chiara direzione artistica.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le prime due pagine della lunga intervista a Hideaki Anno e Kazuya Tsurumaki intitolata Questa non è una fabbrica, questo è un laboratorio. Sulle colonne a destra e sinistra ci sono gli auguri grafici dello staff dello Studio Khara per il suo decennale: si tratta di una pratica molto comune in Giappone, dove gli artisti non lasciano semplicemente autografi e dediche ai fan, ma vere illustrazioni su supporti solitamente quadrati chiamati shikishi (gli stessi recentemente usati anche da Leiji Matsumoto per delle opere di beneficenza in Italia). L’uso degli shikishi non si limita solo agli artisti visivi: anche scrittori, attori e cantanti lasciano i loro scarabocchi al fan in fila o al ristoratore che ha cucinato per loro.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le ultime due pagine dell’intervista a Anno & Tsurumaki. A destra: in alto il primo schizzo reso noto di Ryuu no haisha, in basso altri fotogrammi di Nihon animator mihon’ichi. A sinistra: altri saluti e ringraziamenti e un giocoso Godzilla di Mahiro Maeda. Al centro, Tsurumaki e Anno nella sede dello Studio Khara, col poster di Shin Godzilla e, nella teca, una testa che pare tanto quella dei giganti di Nausicaä della Valle del vento.

Nell’intervista, dal carattere più informale che celebrativo, Anno racconta che dopo essersene andato dalla Gainax gli erano rimasti solo due punti fermi: il suo braccio destro Kazuya Tsurumaki e la volontà di tornare su Neon Genesis Evangelion per offrirne una nuova versione con quello che i giapponesi chiamano un “plus alfa”, cioè un qualcosa in più rispetto a quanto già c’era (ad esempio, nel videogioco Street Fighter EX plus α ci sono personaggi e missioni in più rispetto alla versione arcade), e a questo scopo preciso ha fondato lo Studio Khara, pensato come un progetto a termine: è stato aperto apposta per Eva e chiuderà quando finirà Eva. Tsurumaki si è subito unito allo studio (non appena concluso il suo impegno lavorativo per Punta al Top 2! Diebuster), portando l’organico iniziale a cinque persone, chiuse in una stanza in affitto a lavorare sulle poche idee chiare di Anno: realizzare qualcosa che fosse il frutto del lavoro in team, che esprimesse le personalità degli autori, e che fosse di alta qualità. All’inizio si erano pensate varie opzioni, fra cui ad esempio realizzare film per la tv completamente in digitale, e a quanto pare fu Tsurumaki ad avere l’idea di realizzare una «Nuova versione cinematografica» pensata appositamente per chi non conosceva Neon Genesis Evangelion. È a questo punto che sono stati pubblicati gli annunci di lavoro, e subito lo studio si è riempito di talenti, in particolare la sezione CG che è quella con l’organico maggiore. Nonostante il fervore di Tsurumaki, che considera Neon Genesis Evangelion come qualcosa di speciale, nonostante il successo artistico e commerciale dei film, e nonostante la grande qualità e crescita degli artisti dello studio, Anno ha comunque ribadito allo staff la sua intenzione di chiuderlo ogni singola volta che è riuscito a concludere un lavoro; il fatto che ora sono in lavorazione dei nuovi titoli potrebbe quindi essere una potenziale spia del fatto che Evangelion 3.0+1.0 è ancora lontano da venire, dato che nei piani di Anno sarà l’ultima, conclusiva e definitiva opera dello studio.

Tsurumaki ricorda che fra le altre cose che Anno ripete spesso ai dipendenti dello Studio Khara ci sono le massime celebri di Hayao Miyazaki (che probabilmente hanno per lui un valore quasi religioso), come ad esempio «Curati sempre delle difficoltà dello staff», il che dà anche un’idea del metodo di lavoro di Anno, notoriamente granitico su quello che ritiene prioritario e contemporaneamente aperto al dialogo su tutto il resto. In questa linea di principio si iscrive anche il progetto Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), poiché si tratta di una questione prioritaria per Anno, ovvero la sopravvivenza degli anime che lui stesso ha messo in discussione, e allo stesso tempo è un modo per valorizzare la creatività altrui; è quindi un’idea ambiziosa, anche economicamente parlando, dato che Anno stesso ammette che è stato possibile realizzarla solo grazie alle cospicue possibilità economiche dello Studio Khara e di Dwango, partner del progetto e società che gestisce Niconico douga (lo YouTube giapponese), essendo un lavoro artistico non a fine di lucro, che coinvolge numerose maestranze esterne allo studio, e privo di ritorno di merchandise.

Dai numerosi cortometraggi di Nihon animator mihon’ichi sono comunque emerse molte interessanti realtà, una delle quali diventerà una vera serie tv a partire dal prossimo febbraio 2017, ovvero Ryuu no haisha (titolo internazionale: The Dragon Dentist) ideato da Ootarou Maijhou. Il nuovo progetto sarà sceneggiato da Maijou e diretto da Tsurumaki, che assicura avrà un appeal completamente diverso rispetto al cortometraggio originale: avrà un nuovo design e sarà composto da un unico film da 90 minuti diviso in due parti, da 45 minuti l’una, che saranno trasmesse su NHK BS Premium, lo stesso canale satellitare che ospita la ritrasmissione celebrativa di Neon Genesis Evangelion.

L’altro lavoro attualmente in corso allo Studio Khara è il reboot della storica serie crossmediale Patlabor, ideata a fine anni ’80 dal gruppo di creativi Headgear, capitanato da Mamoru Oshii. Nell’intervista, Anno dichiara che dopo la fine della seconda serie di OAV c’erano già dei progetti per una terza serie, poi non realizzata, e quindi si è pensato di recuperare quel materiale e di ricominciare il lavoro da lì. Essendo però lo Studio Khara al momento troppo impegnato nei suoi progetti, l’esecuzione pratica della serie verrà affidata a personale esterno, fra cui giovani studenti freschi di scuola di cinema, appositamente per mantenere lo spirito avanguardistico che aveva ispirato la nascita della serie.

Quanto al Rebuild of Evangelion, Anno parla dell’argomento in maniera tangente, dichiarando sbrigativamente che ha già altri progetti per il dopo-Eva e concentrando il suo discorso sull’aspetto della fruizione dell’animazione contemporanea. Alla domanda del giornalista sul perché Evangelion 1.0 è uscito in Giappone solo in formato DVD e non Blu-ray, Anno dichiara che allo stato attuale del mercato, cambiato tantissimo negli ultimi venti anni, i «light user» (ovvero il pubblico generalista) tendenzialmente non fruiscono dello schermo HD, ma piuttosto si avviano sempre più verso o il grande schermo del cinema o il piccolo schermo di smartphone e tablet, sottintendendo che il Blu-ray è un prodotto per gli otaku e non per il grande pubblico, e che se hanno pubblicato i Blu-ray di 2.0 e 3.0 è stato solo per ragioni di mercato. A riprova di ciò, Anno cita il fatto che negli scaffali dei videonoleggi, ancora oggi il principale riferimento dell’home-video in Giappone (le vendite e lo streaming on-line hanno numeri molto più bassi rispetto al mercato dei videonoleggi), i Blu-ray sono ancora rarissimi e ancor meno noleggiati benché il formato sia in commercio da ormai quasi quindici anni, quando invece il DVD ebbe un enorme impatto fin dalla sua immissione sul mercato e soppiantò completamente la VHS nel giro di pochissimo tempo. Quanto ai televisori HD di ultima generazione, Tsurumaki ne ha un’opinione molto critica: oltre a detestare quelli che saltano le “scene noiose” quando guardano un film in DVD, il regista è preoccupato dal fatto che i bambini delle scuole elementari stanno crescendo con nuovi televisori il cui telecomando consente di skippare o rivedere parti di programmi televisivi mentre vengono trasmessi (la televisione giapponese è completamente registrata e gli show dal vivo sono estremamente rari, nell’ordine di un paio l’anno e solo sul canale nazionale NHK G), oppure di giocare con mini-videogame che si svolgono durante i film o i programmi, relegando il contenuto a un quadratino in alto a sinistra e perdendo di fatto il gusto della visione secondo il ritmo scelto dal regista. Una volta, al cinema, suo figlio gli chiese se non poteva rimandare indietro e rivedere una scena. Stando a Tsurumaki, anche il culto per le sigle iniziali & finali dei cartoni animati sta venendo meno, sempre più spesso skippate, decretando di fatto il tramonto delle anisong.

Anno non è da meno: anche lui ritiene deleterio che i giovani disprezzino la tv a priori, magari a favore di media non necessariamente migliori come Internet, perché in questa maniera non affinano la capacità di scelta delle cose più interessanti da quelle meno interessanti. Il regista ritiene infatti che ormai il mercato dell’animazione giapponese si sia cristallizzato in tre poli distinti: principalmente prodotti solo per maniakku o prodotti solo per bambini, a cui si aggiunge la terza categioria più rara dei prodotti d’intrattenimento. Questa divisione così settaria e schiava del mercato ha portato gli studi d’animazione a essere fabbriche, una definizione che lo Studio Khara rifiuta categoricamente preferendo definirsi laboratorio (o studio come suggerito dall’impaginazione di Newtype), rivendicando come il loro intero lavoro sia realizzato completamente a mano, usando il computer solo per le fasi tecniche. Anno specifica chiaramente che lo Studio Khara si trova nella posizione più unica che rara di essere a metà strada fra le due categorie “maniakku” e “intrattenimento”: è proprio questo il punto di forza dell’intero franchise di Neon Genesis Evangelion e anche di Shin Godzilla, quest’ultimo definito come «il lavoro che mi ha risvegliato».

Questo è otaku.

Dettaglio di una pagina dall'enciclopedia di "Neon Genesis Evangelion".

Dettaglio di una pagina dall’enciclopedia di Neon Genesis Evangelion: è lo schema dei movimenti dell’Eva 02 e dell’Angelo Gaghiel nell’episodio 8 L’arrivo di Asuka in Giappone. Ecco, questo è essere otaku: studiare.

Quanto ai progetti per il futuro, i due autori non sembrano molto preoccupati: Tsurumaki trova interessantissimo guardare Disney Channel e Cartoon Network e gli piacerebbe realizzare dentro lo Studio Khara un anime per i più piccoli, magari una versione per bambini di Neon Genesis Evangelion estemporaneamente intitolata Eva Kids, mentre Anno dichiara semplicemente che intende realizzare opere in piena libertà, con l’unica condizione che siano opere originali e non adattate da fumetti o romanzi. Quest’ultima potrebbe sembrare una dichiarazione in contrasto col fatto che finora Studio Khara ha realizzato principalmente opere derivative come Rebuild of Evangelion e Shin Godzilla, sfruttando idee del passato e inserendosi nella moda dei reboot e prequel/sequel che impazza nell’entertainment statunitense, ma Tsurumaki e Anno sono convinti che il punto principale del loro lavoro sia nei contenuti e che la forma scelta per esprimerli, compreso il riuso di franchise già esistenti, sia un fatto totalmente secondario.

Insomma, quello che possiamo aspettarci da questi due autori non sono tanto forme diverse o innovative, il che è coerente col loro disprezzo per l’abbandono della fruizione tradizionale dei cartoni animati in tv, quanto piuttosto idee diverse e innovative. Il loro lavoro lo dimostra chiaramente: basta guardare gli iconici episodi 25 e 26 di Neon Genesis Evangelion, in cui il tradizionale guscio da anime di robottoni si rompe impietosamente rivelando i veri scopi di Anno.

Dettagli di due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Gli shikishi celebrativi per il decennale dello Studio Khara. Partendo in alto a destra verso il basso, il primo è di Hideaki Anno che disegna la sua mascotte King, e il secondo con l’Eva 01 nella croce è di Mahiro Maeda; il primo della seconda colonna con l’occhio con la pupilla a spirale è di Kazuya Tsurumaki.

I dieci anni dello Studio Khara si sono svolti proprio durante un passaggio cruciale per l’animazione giapponese: non ci sono più i vecchi maestri e non sembrano essercene di nuovi, e quei pochi che ambiscono a diventarlo si esprimono ancora con la lingua dei loro predecessori con tantissimi furti e pochissime innovazioni. Non resta che augurare quindi buon anniversario allo Studio Khara e alla coppia Anno & Tsurumaki, sperando che continuino a sorprendere il pubblico di tutto il mondo donando loro, ancora e sempre, felicità.

Godzilla Resurgence – Il vangelo del nuovo millennio

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.

Le mappe sono state realizzate appositamente per questo articolo, si prega di citarne la fonte qualora utilizzate altrove.


Hideaki Anno è una di quelle tipiche persone che non lasciano indifferenti. C’è chi lo detesta e c’è chi lo venera, ma l’atteggiamento più comune (soprattutto tra i sui fan) è di odiarlo e amarlo insieme. Nel bene e nel male, però, anche i suoi critici più severi non possono evitare di essere sopraffatti dalla sua principale caratteristica: la necessità di comunicare. Anno ha un’urgenza incontenibile e insopprimibile di dialogare con gli altri, ed essendo un artista per farlo usa le sue opere. In tutti i suoi lavori ci vuole sempre dire qualcosa, non ci vuole convincere su una tesi o ingannare su un argomento, ci vuole solo dire qualcosa.

A volte l’urgenza comunicativa di Anno assume dei toni narrativamente così potenti da perforare gli occhi e il cuore dello spettatore, in particolare nelle sue opere più drammatiche, ovvero Punta al Top! GunBuster e Neon Genesis Evangelion, con le iconiche scene della morte di Smith o dell’orto di cocomeri. Ma ci sono due scene, sempre tratte dalle stesse serie, che rappresentano probabilmente i culmini dell’epos di Anno: la prima è la discesa su Giove per attivare la bomba BM-III, la seconda è l’Operazione Yashima per sconfiggere l’angelo Ramiel. Entrambe queste scene, di una potenza narrativa sconvolgente, hanno le loro radici in un film giapponese del 1954: Godzilla.

Il finale del primissimo film su Godzilla del 1954 diretto da Ishirou Honda, qui nella versione americana leggermente rimaneggiata, con l’aggiunta dell’attore Raymond Burr con funzione di narratore.

Le scene della discesa su Giove e dell’Operazione Yashima hanno così tanti punti di contatto con Godzilla da farle apparire come sue dirette discendenti: il bianco e nero, la foschia, la calata negli abissi, l’attivazione della bomba e la sua stessa forma, le linee verticali e il sacrificio nella prima scena, e le batterie di cannoni, il nemico gigantesco, l’avanzare lento, la distruzione della città, il raggio di fuoco, i piloni elettrici e i cavi dell’alta tensione nella seconda. Nessuna novità: Anno è un grande fan della saga di Godzilla, realizzata dalla casa di produzione Toho in ventotto film, più due americani.

Se l’origine stessa della creatività di Anno è da rintracciarsi in Godzilla, allora un film di Godzilla diretto da Anno non potrà che essere un ritorno alle origini per il regista, un must-see per i suoi fan, e un punto di svolta eccezionale nella saga: il 29 luglio 2016 è uscito nelle sale cinematografiche giapponesi il 29esimo film del “re dei mostri”, intitolato Godzilla Resurgence e diretto da Hideaki Anno: DF c’era ed è andato a vederlo al primissimo spettacolo del day one.

Le origini

La produzione di Godzilla Resurgence è nota. Nel 2015 il regista ha divulgato un lungo messaggio/spiegazione/confessione dove annuncia di aver sospeso Rebuild of Evangelion e iniziato Godzilla Resurgence, e da cui emergono tre letture: Anno ha attraversato un periodo terribile proprio mentre i fan in tutto il mondo si chiedevano quando sarebbe uscito il film conclusivo di Rebuild of Evangelion; inoltre, Anno crede nel suo lavoro, e i poster scritti fitti fitti appesi nei cinema giapponesi, come i manifesti scritti fitti fitti delle avanguardie all’inizio del Novecento, mostrano un uomo che ha un’urgenza insopprimibile di comunicare col resto del mondo; eppure, infine, Anno non è in grado di stabilire un legame con gli altri se non attraverso la sua immaginazione: è un otaku, e i mostri salvano la sua vita invece di metterla in pericolo.

Certo, nel messaggio il regista ringrazia la moglie, gli amici e Hayao Miyazaki per essergli stati vicini (Miyazaki gli offrì di doppiare la parte del protagonista in Si alza il vento), ma sono due righe su quarantuno totali, il che mostra molto poco metaforicamente quanto il mondo reale occupi meno di un ventesimo della vita di Anno, e la sua immaginazione fantastica gli altri diciannove.

Fotogramma della sigla di "Otaku no video".

Il fotogramma conclusivo della sigla di Otaku no video, sorta di documentario semi-autobiografico dello Studio Gainax: il personaggio in mezzo, il cui sogno è diventare Otaking, pare proprio ispirato ad Anno.

Lo staff

Avendo interrotto la lavorazione di Rebuild of Evangelion, Anno si è potuto permettere di convocare il suo staff abituale anche in questa produzione: con il design di Mahiro Maeda, la supervisione agli effetti speciali di Shinji Higuchi, le musiche di Shiro Sagisu, la produzione artistica dello Studio Khara, Anno ha rimesso insieme la squadra di Neon Genesis Evangelion riservandosi per sé la sceneggiatura e il ruolo di soukantoku (総監督), cioè di “regia generale”, cioè la regia intesa nel senso occidentale del termine (la parola “regia” in giapponese, kantoku 監督, indica la direzione di un certo settore, come ad esempio il direttore della fotografia).

Il risultato è un film così stilisticamente simile a Neon Genesis Evangelion che se prima la campagna di marketing Godzilla vs. Evangelion appariva semplicemente come un gioco, adesso che il film è uscito sembra una possibilità assolutamente concreta.

Il cast di "Godzilla Resurgence" alla première del film.

Hideaki Anno con il cast di Godzilla Resurgence alla première del film (con un bellissimo blood red carpet): tutti in posa godzillesca, meno lui. Notare che il mostro ha le palme delle mani rivolte verso l’alto, e non verso il basso come ogni animale “naturale”: è un dettaglio molto curioso e molto sospetto, forse a indicare la “innaturalità” di Godzilla. Forse, però, è un riferimento a un altro essere nero e misterioso con le palme delle mani rivolte verso l’alto: il fantasma Senza-Volto de La città incantata, considerato il personaggio più criptico e carico di significati di Hayao Miyazaki.

La trama

Attenzione: contiene spoiler importanti.

Nella Baia di Tokyo viene ritrovata la barca di uno scienziato misteriosamente scomparso: a bordo, di lui restano solo le scarpe, gli occhiali, un origami e dei documenti.

Successivamente avviene un incidente nella Tokyo Aqualine, il tunnel stradale sottomarino che unisce Kawasaki con Chiba ai due lembi della baia, che crolla per cause sconosciute producendo enormi danni. Molto presto, però, l’enorme macchia di sangue che inonda il tratto di mare sopra il tunnel chiarisce che si tratta dell’attacco di un essere vivente sconosciuto: viene subito riunito il Consiglio dei Ministri e riunito un team operativo di biologi ed esperti di vari settori per decidere il da farsi. Nel frattempo l’essere risale la baia fino al quartiere Oota di Tokyo ed emerge dal mare: è un mostro gigantesco ed informe, simile a una salamandra gigante, senza arti anteriori e con enormi branchie da cui secerne sangue a cascate. Nessuna struttura umana riesce a fermarlo, nemmeno i palazzi di cemento: dopo aver attraversato il quartiere seminando distruzione, ed aver sviluppato improvvisamente delle rudimentali zampe, di notte torna in mare e scompare.

Il giorno dopo sul web si scatena il panico: dov’è passato il mostro, oltre ai danni fisici, il livello di radioattività è pericolosamente alto. Gli Stati Uniti d’America offrono sostegno al Giappone e mandano una funzionaria governativa: costei è a conoscenza dei documenti lasciati dallo scienziato scomparso, che stava studiando una bestia misteriosa denominata “Godzilla” prima di suicidarsi.

La mattina del terzo giorno di nuovo il mostro emerge dal mare: è Godzilla, ma durante le 24 ore precedenti si è ulteriormente modificato diventando una sorta di tirannosauro che cammina in posizione eretta. Godzilla avanza verso il centro di Tokyo, distruggendo tutto quello che incontra. Nel pomeriggio raggiunge Kawasaki, ma le autorità non possono autorizzare un attacco militare perché la zona non è stata ancora completamente evacuata. Di notte Godzilla arriva alla Stazione di Tokyo e, non essendoci civili, l’esercito può finalmente attaccarlo, ma così facendo scatena la sua rabbia: il mostro emette fuoco dalle fauci, incendiando la città per chilometri, e raggi dalla schiena, falciando gli aerei militari e affettando i grattacieli. Esaurita la sua rabbia e la sua energia, Godzilla entra in stato vegetativo. Tokyo è in fiamme.

Mappa dell'area in cui è ambientato il film "Godzilla Resurgence".

La mappa della Baia di Tokyo con l’area in cui è ambientato il film: in azzurro il tunnel sottomarino Tokyo Aqualine, in verde il quartiere di Oota, in rosso il percorso di Godzilla del primo giorno e in giallo il percorso del terzo giorno.

Il quarto giorno il team esecutivo internazionale studia un piano sfruttando la momentanea inattività di Godzilla. Gli americani propongono l’uso della bomba atomica, ma i giapponesi si rifiutano preferendo metodi meno invasivi basati su tre conclusioni fondamentali a cui sono arrivati. Dalle ricerche idrogeologiche si apprende che Godzilla era probabilmente un normale rettile marino che si è cibato di scorie nucleari fuoriuscite da barili gettati in mare 60 anni prima. Dall’analisi dei campioni di tessuto del mostro si scopre che l’essere è dotato di capacità rigenerativa istantanea asessuata. Infine, grazie agli studi genetici dello scienziato scomparso, il team riesce a mettere a punto un piano denominato Operazione Yashiori. Il piano prevede di bloccare il mostro facendogli crollare addosso dei palazzi, e, mentre è immobilizzato, iniettargli delle sostanze che coagulino il suo sangue fino ad annichilirlo.

Il quinto giorno ha inizio l’Operazione Yashiori: treni carichi di esplosivo vengono mandati contro Godzilla svegliandolo, i grattacieli di Marunouchi vengono abbattuti sul mostro, autocisterne gli iniettano il coagulante. Godzilla si immobilizza: è sconfitto.

L’accoglienza

Dopo la première cinematografica a invito tenutasi il giorno 25 luglio, alcuni critici giapponesi hanno scritto in anteprima delle recensioni per le loro testate: erano tutte più che entusiastiche, addirittura il giornalista di RO69 (pronuncia all’inglese “R-O-Rock”) ha gridato al «capolavoro senza precedenti» seguito da svariati punti esclamativi. I commentatori occidentali, pur non avendo visto la pellicola, sono stati più moderati, ritenendo che probabilmente l’entusiasmo dei giapponesi è, appunto, dei giapponesi, i quali vedono in questo film qualcosa di eclatante per loro e solo per loro, e molto più «noioso e politicizzato» per il resto degli spettatori mondiali.

Come al solito, la verità sta nel mezzo. Da un lato il film è assolutamente spettacolare sotto moltissimi aspetti, e visivamente è un instant classic, col suo uso straordinariamente avvincente di tutte le tecniche possibili, dalla ripresa in IMAX al filmato di repertorio, dai video su YouTube e Niconico all’iPhone. Al contempo, però, la sua fruizione per una platea internazionale è effettivamente difficile, inficiata da un uso continuo di vistosi simboli e astruse metafore, nonché dalla scrittura estremamente verbosa: il film è totalmente parlato dal primo all’ultimo minuto, e a schermo appare una quantità inimmaginabile di scritte, sia didascalie sia materiali che i personaggi leggono. Per rendere l’idea, il copione del film è lungo 244 pagine, cioè oltre il doppio della dimensione standard per un film da due ore.

I titoli e gli slogan

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Se c’è una cosa che piace ad Anno sono i kanji, ovvero gli ideogrammi della lingua giapponese.

Il nome di Godzilla originariamente non aveva degli ideogrammi ed era scritto con un sillabario fonetico, cosicché non avesse alcun significato preciso: per i giapponesi, un nome vuoto è un nome inconoscibile e ha dell’inquietante. Anno ha scelto per il nome del mostro degli ateji, ideogrammi applicati forzatamente per puri criteri fonetici: Godzilla in giapponese si pronuncia Gojira e si scrive 呉爾羅, ovvero “fare/dare qualcosa”, “tu” ed “espandersi”. L’interpretazione è libera.

Una delle immagini promozionali di Godzilla Resurgence: sotto c'è scritto «Grande successo, ora nei cinema!».

Una delle immagini promozionali di Godzilla Resurgence: sotto c’è scritto «Grande successo, ora nei cinema!».

Più interessante ancora è leggere i kanji sulla locandina: se inizialmente c’era solo la scritta ニッポン対ゴジラ Nippon tai Gojira («Giappone vs. Godzilla»), questa nei poster recenti ha guadagnato degli ateji ed è diventata 現実対虚構 Genjitsu tai kyokou («Realtà vs. immaginazione»), il che fornisce una basilare chiave di lettura per il film perché la parola kyokou non indica l’immaginazione fantastica, il fantasy, un mondo altro: kyokou indica una fantasticheria immaginata dall’uomo, una fabbricazione umana, una cosa innaturale. È Godzilla: «un’opera dell’uomo».

Infine, la questione dei titoli. Quello occidentale è Godzilla Resurgence, scelto e scritto sulla locandina da Anno stesso e quindi ufficiale a tutti gli effetti, soprattutto perché il “God” (contenuto in “Godzilla”) e la “resurrezione” compongono un triangolo col fatto che il mostro “resuscita” il terzo giorno, come Gesù.

Il titolo giapponese invece è シン・ゴジラ Shin Godzilla, di nuovo un titolo con shin, che è la parola preferita di Anno perché in giapponese ha molti significati, di cui almeno tre estremamente ricchi: 新 shin “nuovo”, 神 shin “dio” e 真 shin “vero”. Ma c’è un quarto significato, sempre tralasciato, che invece si rivela essenziale: 進 shin significa “avanzare” ed è parte di 進化 shinka “evoluzione”, come “teoria dell’evoluzione”, e queste parole assumono tutto un nuovo senso alla luce dello sviluppo del personaggio di Godzilla lungo la durata del film.

Fotogramma del film "Godzilla Resurgence".

Godzilla avanza in linea retta, incurante degli edifici, nella conurbazione di Tokyo (qui è nel quartiere Sakae di Yokohama).

La simbologia

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

La scrittura di Godzilla Resurgence è di una ricchezza straordinaria. Praticamente ogni elemento del film è imbevuto di significato, aspetto che oggettivamente lo appesantisce, ma al contempo lo rende anche estremamente affascinante. D’altronde Godzilla è sempre stato una allegoria della condizione attuale del Giappone, fin dal primo film del 1954 caratterizzato da quello che era il tema principale di quel periodo, ovvero la forte paura verso il nucleare. Questo nuovo film non fa eccezione, e oltre ai significati legati al nuovo, al divino, al reale e all’avanzare, Anno ha intrecciato nella sua sceneggiatura almeno tre livelli di lettura simbolica del film.

Il primo significato è quello più evidente, colto anche dai recensori stranieri: la macchina burocratica e la sua pesantezza di fronte alle questioni militari. In un film composto per oltre un terzo da riunioni, tavole rotonde e trattative diplomatiche, è facile cogliere le critiche di Anno alla lentezza della burocrazia giapponese, caratterizzata da un formalismo e una rigidità irritanti e ben superiori alla pur criticata controparte italiana. Ancora di più l’inefficienza si nota al confronto con le potenze straniere e di fronte all’eventualità militare: il discorso di Anno è ambiguo, né pro-militarista né anti-militarista, e sembra voler aprire un dibattito con lo spettatore, soprattutto in un periodo in cui il Giappone sta riflettendo se modificare la Costituzione in tema di Difesa.

Il secondo aspetto è quello colto maggiormente dai giapponesi e sottolineato di più sui media e nelle interviste con attori e registi: il rapporto fra Godzilla Resurgence e il terremoto del Touhoku del 2011. Le immagini delle barche accatastate, dei palazzi crollati, delle distese di macerie, delle tegole che sobbalzano, persino delle mappe coi livelli di radioattività, sono ricostruzioni estremamente vivide della distruzione post-terremoto, tsunami e incidente alla centrale nucleare 1F.

Foto di Fukushima dopo lo tsunami dell'11 marzo 2011 a confronto con un fotogramma di "Godzilla Resurgence".

Sopra una foto di Fukushima dopo lo tsunami dell’11 marzo 2011, sotto un fotogramma di Godzilla Resurgence: dove finisce la realtà e dove inizia la finzione?

Forse, però, l’elemento simbolico più interessante è il terzo livello di lettura, ovvero il legame della trama con la storia giapponese: ci sono tantissimi elementi storici che emergono qua e là e che Anno ha rielaborato in forma metaforica nella sceneggiatura. Ad esempio, l’arrivo di Godzilla dalla baia di Kamakura è estremamente significativo, perché l’antica città di Kamakura è il luogo dove dal 1185 installò la sua sede lo shougun, cioè il generalissimo durante il Medioevo giapponese, praticamente il dittatore militare della nazione e re della guerra, e quindi di morte e distruzione: parallelismo immediato con Godzilla. Allo stesso modo, nel 1274 e 1281 gli invasori mongoli attaccarono due volte il Giappone dal mare, proprio come l’invasore Godzilla attacca due volte il Giappone dal mare. Tokyo è stata incendiata svariate volte, fra cui nel 1923 dopo il celebre terremoto del Kantou (lo stesso di Si alza il vento), e ancora oggi ha il soprannome di “città delle fiamme”.

Oltre agli avvenimenti storici, poi, numerosi sono i rimandi alla cultura giapponese, e spicca in particolare il cambio d’abito dei membri del governo. Dopo aver passato i primi venti minuti del film a discutere in giacca e cravatta in stanze silenziose, i ministri indossano una tuta e passano all’azione: non è solo un cambio d’abito, è un cambio di ruolo, di funzione e di atteggiamento mentale in un paese in cui, nel 1615, lo shougun Tokugawa Ieyasu varò delle leggi in cui imponeva quali vestiti e quali colori poteva o non poteva indossare ogni classe sociale. In Giappone l’abito fa il monaco.

Un altro aspetto interessante, anche questo comprensibile solo a chi è addentro alla cultura giapponese, è il fatto che Godzilla arrivi alla Stazione di Tokyo, la principale fermata della Linea Yamanote. Si tratta della circolare di Tokyo, ed è stata costruita secondo un percorso a forma di sagoma di mano destra di Buddha, come se l’Illuminato adagiasse la sua mano sulla città per proteggerla: distruggere la Stazione di Tokyo vuol dire interrompere la protezione divina alla città, e quindi soccombere. Al contempo, l’uso dei grattacieli di Marunouchi come “arma offensiva” è al contempo estremamente significativa: distruggere una «opera dell’uomo» per distruggere un’altra «opera dell’uomo» (con tutti i ragionamenti successivi sul grattacielo come simbolo del capitalismo).

Mappa della Linea Yamanote con i luoghi del film "Godzilla Resurgence".

Il centro di Tokyo, o meglio il centro della zona urbana di Tokyo: ad essere pignoli, “Tokyo” è il nome della prefettura, cioè della regione, e non della città, che è divisa nella zona urbana in 23 città distinte (benché fuse fra loro), e nella zona extra-urbana in una miriade di città-satellite. Nella mappa, in verde luminoso il percorso della Linea Yamanote, la linea ferroviaria circolare a forma di mano destra di Buddha (in verde trasparente sono indicate le “dita”); in giallo il percorso di Godzilla del terzo giorno, e in rosso la Stazione di Tokyo: di fronte, all’interno della Linea Yamanote (e quindi da essa protetta), quella grande macchia verde è la Reggia Imperiale.

Infine, la notte. In una simbologia universale quanto mai azzeccata, lo scontro dell’esercito contro Godzilla avviene di notte, al buio totale: è la scena più bella del film, e probabilmente il terzo capolavoro assoluto di Anno insieme alle citate discesa su Giove e Operazione Yashima. Straordinaria.

Fotogramma del film "Godzilla Resurgence".

La notte di Tokyo, la notte del mondo, la notte dell’uomo.

Il cast

Considerando che la sceneggiatura è stata scritta da Hideaki Anno in persona, trovare gli attori giusti a cui farla interpretare era basilare per la riuscita del film, esattamente come in un cartone animato il character design si rivela un aspetto decisivo per la riuscita dell’opera.

Considerando che la sceneggiatura è stata scritta da Hideaki Anno in persona, inoltre, non è possibile non tracciare dei parallelismi con le sue opere precedenti, e in particolare Neon Genesis Evangelion. Ecco quindi che in Godzilla Resurgence gli unici tre personaggi femminili del cast sono identici in tutto ai tre personaggi femminili della serie tv del 1995.

Il Ministro della Difesa (interpretata da Kimiko Yo) è una donna adulta e volitiva che si chiama Reiko Hanamori, che letteralmente vuol dire “Reiko del bosco di fiori”, di nuovo un nome romantico e floreale come per Misato Katsuragi, ovvero “Misato del castello di kudzu“, personaggio con cui condivide totalmente il carattere oltre al ruolo militare.

L’inviata del Presidente degli USA è Kayoko Ann Patterson, di nuovo un nome triplo metà giapponese e metà straniero per un personaggio da madre giapponese e padre straniero, proprio come Asuka Souryuu Langley, a lei molto simile: bellissima ragazza (l’attrice è la splendida Satomi Ishihara) sempre perfettamente curata, vestita e truccata, è convinta di avere ragione e di essere migliore degli altri, e pronuncia la battuta più frivola del film, «Dov’è Zara?», perché è stata spedita in Giappone in fretta e furia mentre era a un party, senza fare la valigia, e non ha altri abiti oltre al minidress da cocktail blu notte con cui fa la sua prima vivace apparizione (complementare a quello giallo con cui Asuka fa la sua prima vivace apparizione). Inoltre, il nome del personaggio è similissimo a quello dell’americana Jodi Ann Paterson, modella e playmate: non può essere un caso.

Infine, il personaggio migliore del film: Hiromi Okashira, la funzionaria del Ministero dell’Ambiente interpretata da Mikako Ichikawa, con il suo caschetto corto mal pettinato e il viso completamente struccato con tutte le imperfezioni esposte in primo piano, sempre silenziosa, sempre ligia al dovere, sempre seria meno per un singolo piccolo sorriso alla fine: è palesemente Rei Ayanami. Alla Ichikawa, che forse regala anche la performance attoriale migliore del film, è affidata la battuta più importante della sceneggiatura, in purissimo stile Anno: «Non siamo forse noi esseri umani ancora più spaventosi di Godzilla?».

Oltre a queste tre importanti donne, gli uomini sono meno interessanti: al contrario dei personaggi femminili molto simili alle loro corrispettive di Neon Genesis Evangelion, lo Shinji Ikari e il Ryouji Kaji della situazione sono i loro esatti opposti, il primo combattivo e sempre in prima fila per sconfiggere il mostro, il secondo freddo e demotivante (rispettivamente interpretati da Hiroki Hasegawa e Yutaka Takenouchi). Gli altri, ministri e funzionari e impiegati e militari vari, formano una sorta di coro greco di voci che mandano avanti l’atmosfera del film, ma non la trama.

La mappa delle relazioni fra i personaggi di Godzilla Resurgence pubblicata sul numero del 7 agosto 2016 della rivista Sunday Mainichi, che ospita anche un'intervista a Shinji Higuchi in cui si discute del film in relazione alla condizione del Giappone post terremoto di Fukushima. Nella mappa, sono segnati i personaggi derivati da Neon Genesis Evangelion: in giallo Misato, in rosso Asuka, in azzurro Rei, in viola l'anti-Shinji e in verde l'anti-Kaji. Quello in marrone è il Primo Ministro, un personaggio che ha dei legami con Gendo, dato che nonostante la posizione di potere è subordinato alle scelte di un gruppo (il Consiglio dei Ministri).

La mappa delle relazioni fra i personaggi di Godzilla Resurgence pubblicata sul numero del 7 agosto 2016 della rivista Sunday Mainichi, che ospita anche un’intervista a Shinji Higuchi in cui si discute del film in relazione alla condizione del Giappone post terremoto di Fukushima. Nella mappa, sono segnati i personaggi derivati da Neon Genesis Evangelion: in giallo Misato, in rosso Asuka, in azzurro Rei, in viola l’anti-Shinji e in verde l’anti-Kaji. Quello in marrone è il Primo Ministro, un personaggio che ha dei legami con Gendo, dato che nonostante la posizione di potere è subordinato alle scelte di un gruppo (il Consiglio dei Ministri).

Gli effetti speciali

Al contrario degli americani che ormai investono tutto sulla CG (computer graphic) arrivando a risultati grotteschi come The Avengers o Il libro della giungla girati interamente in green screen, i giapponesi amano ancora la manualità, esemplificata dall’origami della gru rossa: nonostante sia stato ovviamente usato il computer per alcune scene tecnicamente difficili, nella maggior parte del tempo Godzilla è vero. È palesemente un costume di gomma addosso a un attore, o un pupazzo di plastica manovrato da un marionettista, o un robot in animatronics, certo, ma è fisico, è tangibile, e questa sensazione traspare totalmente attraverso la pellicola comunicando allo spettatore un senso di inquietudine intima e primordiale.

Alla tv giapponese sono stati mostrati molti video con i dettagli sulla realizzazione tecnica di Godzilla Resurgence.

La composizione dell’immagine:

La computer graphic:

L’uso congiunto di blue screen e modellini:

Le esplosioni:

Presso lo spazio per eventi Makuhari Messe di Chiba, inoltre, sono stati esposti i modellini originali usati nel film, ennesima testimonianza dalla differenza fra gli effetti speciali americani e quelli giapponesi.

La musica

Shiro Sagisu è senza dubbio uno dei migliori compositori attualmente operanti al mondo, e se tutta la sua discografia percedente non fosse sufficiente a confermarlo, la colonna sonora di Godzilla Resurgence mette la ciliegina sulla torta portando all’estremo emotivo lo stile orchestrale di Neon Genesis Evangelion.

Oltre alle musiche originali, Sagisu ha recuperato sia brani delle passate colonne sonore dei vecchi film di Godzilla, sia due brani da Neon Genesis Evangelion, giusto per sottolineare il collegamento fra questo film e la serie del 1995: il primo è il brano per piano solo Junko tratto dalla OST di Evangelion 3.0, qui riarrangiato per piano & violino, e il secondo è Decisive Battle, ovvero il celeberrimo tema dell’Operazione Yashima, stavolta riarrangiato in quattro nuove versioni di cui tre con chitarra elettrica.

Il tema dell’Operazione Yashima riarrangiato per Godzilla Resurgence. Inutile dire che non appena sono partite le prime note, l’intero pubblico in sala ha riconosciuto il brano con mormorii di gioia e stupore: un momento davvero da comunità otaku.

Neon Genesis Evangelion

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Sarà perché metà dello staff viene dallo Studio Khara, ma Godzilla Resurgence è stilisticamente similissimo a Neon Genesis Evangelion. Non solo l’arrivo dal mare come un Angelo, non solo gli enormi sbocchi di sangue, non solo Tokyo distrutta dal raggio atomico del nemico come Neo Tokyo-3, non solo la punta della coda che si vede nell’ultimissimo fotogramma, ma soprattutto la succitata scena del combattimento di notte è assolutamente figlia dell’esperienza di Anno con Neon Genesis Evangelion. I colori, i poteri del mostro, il fuoco, il berserk, le strade incendiate, i cannoni e gli aerei, l’uso della musica: è tutto un grande déjà vu, ma nel senso più buono possibile del termine. D’altronde, per prima cosa Godzilla passeggia per le strade del quartiere di Oota, che in giapponese di pronuncia Oota-ku, pericolosamente simile a otaku: Godzilla che irrompe nel mondo otaku, che sia un caso?

Inoltre, dominano i feticci dell’immaginario di Anno: gli occhiali, i semafori, i passaggi a livello, le lavagne bianche, i pali della luce, le biciclette, gli ingranaggi, i grattacieli, i documenti stampati, la donna militare, i cartelli, il mare rosso, la tsundere, persino le rune e tanto altro. Mancava solo l’arcobaleno e poi non ci sarebbe stato nessuno stupore nel vedere un Eva-01 spuntare da dietro l’angolo.

Gadget

Il giro d’affari intorno a Godzilla Resurgence è enorme, e anche al cinema non si perde occasione per incassare con merchandise esclusivo disponibile sono in sale cinematografiche selezionate.

Ennesimi gadget di Godzilla Resurgence: in alto un elegantissimo fermacravatta, in basso un ovetto che si apre e diventa il mostro.

Ennesimi gadget di Godzilla Resurgence: in alto un elegantissimo fermacravatta, in basso un ovetto che si apre e diventa il mostro.

L’Italia

A quanto pare nessun distributore cinematografico ha ancora annunciato l’acquisizione dei diritti di Godzilla Resurgence per l’Italia, ma la pellicola è già stata venduta in oltre cento paesi del mondo e non c’è motivo per cui un franchise così noto di un regista così noto (e già approdato nei cinema italiani) non arrivi nel Bel Paese.

Fra l’altro c’è comunque una ragionevole certezza che il film venga localizzato in italiano. Nei titoli di coda, infatti, #c’èancheunpo’dItalia! Fra le decine e decine di aziende elencate (il product placement è enorme, soprattutto di Apple, Fujitsu e Panasonic), la produzione ha ringraziato anche l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo e Federico Colpi della ex d/visual, storico collaboratore ultradecennale con Gainax prima e Khara poi: non resta che aspettare, se non l’uscita cinematografica come uno di quei famigerati «eventi speciali» della Lucky Red, quantomeno il box deluxe a Lucca 2017.

Conclusioni

Cartonato di "Godzilla Resurgence".

Il signor Maiale è contemporaneamente inquietato dal mostro ed entusiasta per il film.

Tutto il lavoro di Anno, tutta la sua carriera sono esistiti per arrivare a questo film. Per i suoi fan, è un miracolo di una profondità misteriosa e abbacinante. Per i suoi detrattori, solo 119 minuti di chiacchiere, marcette militari e gente struccata.

Eppure, nonostante il forte nazionalismo parte vero e parte satirico (“Giappone” e “questo Paese” sono le parole più pronunciate), nonostante la prolissità, e nonostante la scarsità di scene d’azione che lo pongono ai limiti del genere action di cui dovrebbe far parte, nonostante tutto Godzilla Resurgence non può non essere il film dell’anno: per la sua qualità tecnica, per l’importanza del franchise, per la bellezza, per la forza, per il messaggio.

Il messaggio. Anno vuole sempre e solo dirci qualcosa, e quel qualcosa è così plateale, così chiaro, così dichiarato fin dal titolo che quasi è difficile accorgersene: quel qualcosa è il quarto shin, è 進 shin, è andare avanti, andare avanti sempre: nel bene, nel male, nella difficoltà, nella paura, nel sangue, nella morte, nella notte, soprattutto nella notte, andare avanti. Noriko andava avanti, Jean andava avanti, Shinji andava avanti, Yukino andava avanti, Cutie andava avanti, e ora l’uomo va avanti. Piangere, prima, ma poi sorridere, e andare avanti.

Benvenuti in Giappone 02 – Interno & esterno

La storia del genere umano ci insegna che i conflitti non avranno mai fine in un interminabile ciclo di corsi e ricorsi definiti dalle peculiarità dei popoli. Di queste peculiarità, la più forte è forse la religione dato che si propone di dare un senso a tutto quello che esiste (al contrario della scienza che vuole darne una spiegazione), e proprio perché si occupa di tutto quello che esiste la religione occupa un posto principale nella mentalità di un popolo. Non fa eccezione quello giapponese, dove la tradizione religiosa ha forgiato il pensiero di generazioni.

Se però in Occidente le grandi religioni monoteiste hanno influenzato le genti con la loro presenza del divino, in Giappone è stata la sua non presenza a caratterizzare le abitudini degli abitanti, tant’è vero che una buona parte degli stereotipi e dei modi di fare dei nipponici sono spiegabili dalla frase:

In Giappone Dio non c’è quindi nessuno vede il tuo dentro, ma tutti vedono il tuo fuori.

Per quanto possa sembrare spiazzante, a ben vedere questa è quella che, parlando di Giappone, è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Sette dèi della Fortuna.

Gli Shichifukujin, letteralmente “Sette dèi della Fortuna”, sono citati in molte opere come Lamù, mentre in altre come Yu degli spettri e Abenobashi sono presenti le Quattro bestie sacre.

La tradizione religiosa giapponese, ovvero lo Shintou “via del divino” (dove con «via» si intende “percorso iniziatico”, esattamente come il kendou è la “via della spada”) contempla un esteso pantheon di divinità che hanno le proprie storie e i propri intrecci narrativi esattamente come il pantheon degli antichi greci-romani, ed esattamente come per gli antichi greci-romani queste divinità se ne stanno in cielo o in mare o nei boschi e hanno un comportamento umano con umani vizi & virtù e non interferiscono con la moralità degli esseri umani, cioè non vedono dentro il cuore degli esseri umani, cioè per i giapponesi l’essere umano è libero dal giudizio divino. Questi vuol dire che mentre la caratteristica principale del dio delle religioni monoteiste occidentali è proprio il suo essere trascendente e immanente insieme, gli dèi giapponesi sono solo trascendenti e non bisogna rendere conto loro di nulla. Invece, ed ecco il nocciolo della questione, è agli altri che bisogna rendere conto, perché gli altri mi vedono e mi giudicano. Nessuno vede il mio aspetto interiore, ma tutti vedono il mio aspetto esteriore.

Ponyo e Sosuke in barca.

Ponyo e Sosuke salpano verso la morte, stando all’interpretazione alternativa del film.

L’assenza di Dio, di religioni oppressive e di chiese-marionettiste sembrerebbe il sogno di John Lennon, un mondo senza religioni, e invece paradossalmente la mancanza di un dio superiore con cui confrontarsi ha impedito quel processo storico per cui i cristiani, gli ebrei e gli islamici si sono riconosciuti tutti inferiori a Dio e quindi tutti suoi figli, tutti fratelli, tutti uguali. Che poi questa idea sia costantemente disattesa da continue guerre è palese, ma almeno il concetto c’è. In Giappone invece non c’è un dio sotto il quale tutti gli uomini sono uguali, anzi le diseguaglianze sociali sono terribili e la legge non è uguale per tutti (proprio nel senso forense dell’espressione), il che si è trasformato nei secoli in una ripidissima piramide sociale come in Occidente non si vede dai tempi dei vassalli, valvassori e valvassini. Eppure, l’assenza di un dio a cui rivolgere le proprie grida di dolore ha forgiato la popolazione giapponese alla resistenza a tutto. Se prima le scene post-tsunami nel film Ponyo sulla scogliera mi sembravano assurde e ridicole, con tutte quelle persone sulle navi tutte festanti nonostante avessero appena subito una catastrofe, oggi realizzo che non sono poi così distanti dalla realtà giapponese: i nipponici hanno questo modo di reagire davanti ai problemi con la parola shouganai che letteralmente vuol due “non c’è rimedio”, ma che si usa per dire “eh pazienza” o “che ci vuoi fare” o “ormai è andata così”.

Inutile stare a piangere, e non lo fanno: durante le alluvioni a Ibaraki dello scorso settembre, delle migliaia di sfollati visti in tv non c’è n’era uno che è uno che versava una singola lacrima. Anche gli anziani che avevano perso tutto, la casa, la terra, i ricordi di intere generazioni, al massimo raccontavano quanto si erano impauriti e preoccupati di riuscire a sopravvivere, ma non erano disperati, non piangevano gridando pietà a un dio e in generale tutti erano già nello spirito di rimboccarsi le maniche e ricostruire. La forza d’animo dei giapponesi è straordinaria, sono dotati di una tempra incredibile e di una volontà fuori dal comune, come i molti fumetti e cartoni animati sportivi mostrano da decenni: gli allenamenti disumani dei personaggi di Mimì e la nazionale di pallavolo o della Signorina in Punta al Top! GunBuster forse non vengono eseguiti davvero dai ragazzi giapponesi (o almeno lo spero per loro), ma sono un riferimento narrativo di primaria importanza per la formazione morale esattamente come lo sono le fiabe in Europa. Da questo punto di vista il culmine dell’insegnamento è dato da Tommy, la stella dei Giants, risalente al 1966 eppure ancora notissimo per l’incredibile e stoica tenacia con cui il protagonista affrontava i più duri allenamenti sotto la neve o indossando telai di molle per rendere più difficili i movimenti e fortificarsi, nonché per essere l’anime dove è stato inventato il cosiddetto chabudaigaeshi o table-flip, cioè l’azione di ribaltare il tavolino a causa di un improvviso accesso di rabbia come viene fatto dal padre di Tommy, e che in Giappone è diventato ormai così proverbiale e così noto da aver generato anche un campionato di ribaltamento del tavolino.

Non sono poi solo gli sportivi a impegnarsi al massimo: il tema del dare tutto sé stessi (evidentemente perché non c’è un dio che ti aiuta) è tipico anche degli shoujo manga, cioè dei fumetti per ragazze, rappresentato in pieno da Maya Kitajima, la protagonista de La maschera di vetro – Il grande sogno di Maya in sequenze impressionanti/deliranti come la preparazione al ruolo teatrale di una immobile bambola di porcellana per il quale Maya si riveste di una corazza di taglienti bambù così da impedirsi i movimenti.

Tommy in imbracatura.

Tommy is not amused.

Siccome in Giappone non c’è Dio, fino a prova contraria nessuno conosce veramente le mie vere intenzioni. Proprio per questo la lingua giapponese ha elaborato due paroline di basilare importanza per capire la società nipponica, o quantomeno il modo in cui essa vede sé stessa: hon’ne (“origine + suono = suono originale”) e tatemae (“costruzione + davanti = facciata”) sono le parole con cui i giapponesi identificano quello che veramente pensi di una cosa, ma non lo dici, e quello che dici pubblicamente di una cosa. L‘hon’ne te lo tieni per te, il tatemae è quello che fai quando conversi con gli altri, ed è un’abitudine così radicata da non avere mai, mai, mai la certezza di star parlando onestamente con il proprio interlocutore, a volte anche con le persone più intime e fidate. C’è sempre un tatemae che impedisce di scorgere l’hon’ne, che d’altronde è ignoto a tutti, compreso a Dio che non c’è e alle divinità che non leggono nel cuore. I fumetti e i cartoni animati hanno sublimato spesso questo tatemae: due esempi celebri e vistosi li si ritrovano nella “maschera di vetro” del già citato Il grande sogno di Maya e soprattutto nell’A.T. Field di Neon Genesis Evangelion, che non a caso sta per “Absolute Terror Field”, cioè la barriera invalicabile non tanto per una questione fisica, ma di personale e insormontabile fobia sociale, un elemento cruciale tramite il quale l’anime dello studio Gainax viene percepito dal pubblico giapponese come una storia di formazione più che di fantascienza.

Il mantenimento del tatemae è una necessità sociale assoluta di origine storicizzata come ben spiegato qui: mi limiterò a riportare il dato di fatto che, stando alle dichiarazioni dei giapponesi stessi (e alle storie brevi di Rumiko Takahashi), per gli uomini sposati avere l’amante è più comune che non averla, ma il fenomeno è tollerato perché finché non si danneggia effettivamente la moglie allora la relazione extraconiugale è accettabile. In Occidente si dice che per i giapponesi non esiste il concetto di peccato, ma non è vero: Dio non c’è quindi non esistono i sette peccati capitali cristiani, non esiste il peccato morale, ma esiste il peccato come colpa sociale dovuta al danneggiamento altrui, perché gli altri ti guardano e ti giudicano. Come dice Satsuki in X delle CLAMP, non si uccidono gli altri esseri umani perché poi porteresti danneggiamento ad altri esseri umani rendendoli tristi, e non perché compi un atto orribile che lacera la tua anima come dice il professor Lumacorno in quel corso di catechismo che è Harry Potter e il Principe Mezzosangue.

Satsuki eremita.

Satsuki l’eremita fa chiaramente parte degli Illuminati.

Se davvero Dio non c’è, per logica non è più il giudizio divino, ma bensì il giudizio umano, il giudizio altrui a definire il comportamento. Per questo i giapponesi tendono a mostrarsi sempre perfetti, e per questo anche le città giapponesi sono sempre pulite e ordinate, fra l’altro tenute pulite e tenute ordinate dai cittadini stessi e non dall’amministrazione cittadina (il che dovrebbe fare da esempio ai cittadini italiani, sempre in attesa che sia “qualcun altro” a svolgere il proprio lavoro). Un’altra conseguenza positiva del peso del giudizio altrui è che la microcriminalità è bassissima, ma in questo caso il rovescio della medaglia è l’inumana e sproporzionata umiliazione pubblica a cui viene sottoposto chi delinque, non solo i criminali, ma anche i ragazzini beccati a commettere piccoli furti. Forse questo dipende dal fatto che, come mi è stato detto una volta, «la base della società giapponese è la vergogna»: si è portati a non delinquere per l’incredibile gogna pubblica a cui si è sottoposti per qualunque sciocchezza. Poiché l’umiliazione con i vicini di casa, con i colleghi, con i compagni di scuola, con i genitori, con tutti gli altri può raggiungere livelli così forti, ecco che tutti tendono a dare il meglio di sé stessi, a impegnarsi di più, a studiare di più, a lavorare di più, in una competizione che porta il Giappone a eccellere a livello mondiale in molti campi, ma che al contempo non trova sfogo nella meditazione o nella consolazione religiose e che sfora nel patologico e nelle relative tragiche conseguenze, molto note anche agli occidentali e ai lettori di fumetti, come sa bene chi legge Bakuman. ripensando allo zio del protagonista.

Rei e Asuka in ascensore.

Ecco LA scena.

Per fortuna non tutti sono allineati su questa strada autodistruttiva: Eikichi Onizuka di GTO con aspetto malavitoso e cuore puro offre un modello virtuoso di superamento della convenzione sociale, e un altro insegnante tanto inquietante fuori quanto sensibile dentro è Korosensei di Assassination Classroom, così metaforicamente alieno alla società da essere un alieno vero e proprio. A ben vedere il dualismo fra dentro e fuori è forse uno dei temi in assoluto principali e più caratteristici della narrativa giapponese e, quindi, di fumetti e cartoni animati: i robot dentro umani e fuori meccanici, le maghette che cambiano di età o talento quando si trasformano, e gli orfanelli dall’aspetto angelico benché rosi dal tormento interiore sono esempi di come il mascheramento dell’aspetto interiore, sconosciuto agli dei e agli uomini, sia stato il cardine su cui si è mosso l’intrattenimento giapponese da mezzo secolo a questa parte. Il culmine è rappresentato ovviamente da Neon Genesis Evangelion, che è il culmine di molte cose, e le cui protagoniste Rei e Asuka sono i prototipi e al contempo i modelli perfetti dei tipi di personaggio noti rispettivamente come tsundere (fredda fuori, ma calda dentro) e yandere (brillante fuori e oscura dentro). Una continua recita, un continuo interpretare un ruolo, un continuo giuoco delle parti sul teatro della vita, lo stesso dell’episodio 26, i cui spettatori sono gli altri uomini e non Dio, perché in Giappone Dio non c’è.


Una versione diversa dello stesso testo è pubblicata qui.