Profondo rosso

Dylan Dog 383: Profondo nero – Bianco, nero, rosso, giallo, Argento

Copertina di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.A un mese esatto dalla sua uscita nelle edicole e alla vigilia della pubblicazione del successivo volume 384, dopo che già tutti gli altri ne hanno parlato molto bene, molto così-così e molto male, e dopo aver suscitato dibattiti già a partire dalla sua copertina inusualmente argentata, eccoci qua a parlare del volume 383 di Dylan Dog intitolato Profondo nero e a cui ha lavorato la crème del fumetto Bonelli, a cui si è aggiunto come guest star uno dei personaggi più importanti della cultura pop italiana del XX secolo: il regista, sceneggiatore e icona vivente Dario Argento.

Chi scrive non ha mai letto per intero un volume di Dylan Dog, non ha alcuna cultura della Sergio Bonelli Editore al di là del prenderne in mano qualche numero ogni tanto, non ha nessuna venerazione né tanto meno avversione verso Roberto Recchioni, non ha nemmeno mai visto il celebre film Dellamorte Dellamore che, essendo tratto da un romanzo di Tiziano Sclavi ed essendo interpretato dallo stimato Rupert Everett, potrebbe essere una buona introduzione per poi passare al fumetto. In compenso, chi scrive è un appassionato adorante amante di Dario Argento, e il resto di questa recensione potrebbe benissimo essere un lungo amarcord sul genio del regista romano. Sarà sufficiente ricordare l’aneddoto della scoperta di Argento: fine anni ’90, Liceo artistico, due ore di buco senza insegnante, la classe in aula video a vedere un film nell’attesa, qualcuno sceglie Profondo rosso, all’inizio l’intera scolaresca scherza e ride per la musica incongruente, le scene ultrarecitate, la falsità cinematografica esibita, e poi pian piano l’atmosfera si fa così tesa, la trama così intrigante e la messinscena così inquietante che nessuno osa più fiatare fino all’ultimo secondo. Cult immediato.

Tavola di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.Se lo scopo puramente celebrativo dell’operazione Profondo nero era di mettere insieme Dylan Dog con Dario Argento, allora ha funzionato perché il volume ha visto la luce con grande enfasi. Se lo scopo biecamente commerciale era di attirare i fan di Argento per vendere più copie, beh, ha funzionato lo stesso dato che sono qua col volume in mano. Infine, se lo scopo nobilmente artistico era di unire il massimo referente dell’horror fumettistico italiano con il massimo referente dell’horror cinematografico italiano, allora il risultato è più deludente rispetto agli altri due scopi.

Non è del tutto scontato capire il perché questo volume potenzialmente esplosivo non lo è granché, dato che si mantiene su un registro talmente medio-piatto da fornire pochi appigli di critica, sia positiva sia negativa. Prima della sua uscita, si poteva supporre che Profondo nero sarebbe stato terribile perché la curva discendente nella produzione artistica di Dario Argento è così verticale, così avvilente, che non c’è motivo alcuno per cui il regista di un film di rara bruttezza come Dracula 3D possa di colpo partorire un capolavoro. Certo, dato che La terza madre in fondo non è da buttare, forse Argento può ancora avere qualcosa da dire e con i giusti collaboratori può uscire un lavoro interessante.

In effetti ecco che con il volume in mano i timori legati all’avvizzita creatività di Argento sono scomparsi: la trama molto semplice e funzionante si basa su un elemento effettivamente perturbante quale è l’unione di eros e thanatos rappresentato dal BDSM. Gli elementi di contorno sono dei classici così classici che non si capisce bene se siano cifra stilistica, autocitazione o stanca riproposizione, ma in fondo non è importante: le mani guantate dell’assassino, le belle donne seminude, il sangue a fiotti, il teatro, le lame, la dimensione onirica e le belle arti (in questo caso rappresentate dal personaggio della fotografa e dal dipinto di Hans Holbein Lais di Corinto) sono topoi argentiani che fa sempre piacere ritrovare ben usati. Anche la citazione hitchcockiana di pagina 81 è perfettamente in contesto. Dario Argento non dirige più film degni del suo nome da trenta anni, però poi dà alle stampe questo buon fumetto: è un giallo.

Dipinto "Lais di Corinto" di Hans Holbein.

Lo splendido dipinto Lais di Corinto del pittore rinascimentale tedesco Hans Holbein, su cui pesa fortemente l’ascendenza tecnica, cromatica, compositiva e costumistica di Raffaello. L’originale è al Kunstmuseum di Basilea in Svizzera e non nel tetro castello del fumetto.

Se il soggetto di Argento funziona, pur non brillando particolarmente, è però il resto a risultare in qualche maniera stonato. La sceneggiatura di Stefano Piani (probabilmente responsabile unico o quantomeno prevalente dei dialoghi, nonostante anche Argento vi sia accreditato) è tutto sommato funzionante, ma presenta salti repentini e immotivati nello sviluppo dei personaggi, tipo nell’improvvisa esplosione di passione di Dylan per la coprotagonista Beatrix, e soprattutto ha dei serissimi problemi di continuum fra una pagina e l’altra e a volte anche fra una vignetta e l’altra, con passaggi più che improvvisi e involontari effetti comici, come fra pagina 53 e 54 quando Dylan torna a casa di Chasity senza alcun motivo apparente se non per mandare avanti forzosamente la trama: è un giallo.

Tavola di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.I problemi di storytelling però potrebbero essere parziale responsabilità dell’illustratore Corrado Roi, la cui incontestabile e umbratile qualità grafica è contestabilissima quando decide di rompere la famosa gabbia bonelliana in alcuni punti non sempre pertinenti, e poi di non romperla in altri costringendosi a disegnare vignette del tutto inutili: la parte bassa di pagina 31 è totalmente riempitiva? Qual è la differenza fra la penultima e l’ultima vignetta di pagina 52? Quale effettivo significato narrativo ha, nel contesto in cui è inserita, la terza vignetta di pagina 76? È inoltre curioso notare come un disegnatore così dotato, potente e riconoscibile poi fallisca miseramente nel disegnare scritte, lettere e font, tipo nella prima imbarazzante vignetta di pagina 23: è un giallo.

Sarebbe interessante analizzare i layout delle tavole per capire dove iniziano e finiscono le responsabilità di soggettista, sceneggiatore, disegnatore e del curatore Recchioni, ma forse servirebbe comunque a poco, perché Profondo nero è chiaramente un lavoro di concerto dalla palette cromatica molto ricca che mette insieme il rosso della passione e del sangue finto da set cinematografico, il giallo dell’intreccio whodunit, il nero delle malizie e miserie dei personaggi, il bianco della pagina, della tela e della carta fotografica, e l’argento di Argento (e di Gigi Cavenago, autore di una copertina meravigliosa che ha ricevuto giustamente un apprezzamento unanime). Un volume ovviamente imperdibile per i fedelissimi del regista, importante per i lettori di Dylan Dog, non fondamentale per tutti gli altri.


Dario Argento, Stefano Piani, Corrado Roi
Dylan Dog 383: Profondo nero
Sergio Bonelli Editore, 2018
cm 16×21, pagg. 100, b/n, brossura, € 3.50